Incontri Cavouriani
Archivio
Vittorio Bersezio: un uomo al servizio della penna
Di Natalina Vaschetti

Vittorio Bersezio
Cercare notizie su Vittorio Bersezio non è stata cosa facile. A differenza di altri illustri personaggi non vi è di lui alcuna biografia ufficiale, se non notizie scarne e ripetitive, che poco aggiungono una all’altra. Una specie di Wikipedia diffusa.
L’unico libro, scritto dall’autore stesso, che in qualche modo può essere una biografia è “I miei tempi” di cui diremo dopo, che però non è attualmente disponibile.
Per assurdo le informazioni più dettagliate su di lui le ho avute dal suo necrologio che “La Stampa”, giornale da lui diretto per un periodo, ha vergato al momento della morte avvenuta a Torino il 30 gennaio 1900.
I primi problemi si incontrano con l’anno di nascita, alcuni siti parlano di 1830 altri 1828. Se ci affidiamo a quanto riportato dalla Fondazione Bersezio[1], che dovrebbe essere la fonte più autorevole, Vittorio Bersezio nasce a Peveragno in provincia di Cuneo un giorno imprecisato del mese di marzo. del 1828. La diatriba sull’anno di nascita si chiude quando viene ritrovato nella Parrocchia di San Giovanni in Peveragno un documento che cita:
“Vittorio Bersezio, figlio di Carlo, Notaio, e di Vittoria Zuccone, per dimenticanza non è stato iscritto nel Registro dei Battezzati; ma come affermano i testimoni, padrino e madrina di Vittorio Bersezio, Pietro Ignazio e signora Teresa Pecollo, moglie di Giovanni, è nato in un giorno imprecisato, del mese di marzo 1828, e è stato battezzato dal sottoscritto Giorgio Zuletti. Il Priore Giovanni Minetti”
Quindi una testimonianza e non un documento ufficiale, ma tant’è chiude la discussione almeno per quanto riguarda l’anno di nascita, resta imprecisato il giorno.
Come detto nel documento era figlio di Carlo Bersezio, che svolgeva nel paese la funzione di notaio e di segretario di pretura, e di Teresa Zuccone. Del padre sappiamo, da altre fonti, che durante il periodo reazionario di Carlo Felice viene esonerato dalla carica per i suoi trascorsi liberali; verrà riammesso sotto il governo di Carlo Alberto e mandato alla giudicatura di Borgo Po in Torino.
Vittorio era il terzo di tre figli, visse i primi anni della sua vita nella casetta di via dei Macelli, (che attualmente non esiste più) poco lontano dalla casa del Ricetto che era stata dei nonni, per poi trasferirsi definitivamente con la famiglia a Torino.
L’Arco del Ricetto, presente ancora oggi, rappresenta uno degli ultimi manufatti architettonici della struttura fortilizia della vecchia cinta muraria del comune di Peveragno, di cui si trova traccia negli archivi storici dal 1362. Una delle ultime specifiche citazioni del “Ricetto” ci perviene dagli scritti riguardanti l’assedio della città di Cuneo del 1743, durante il quale questo venne dato alle fiamme
------------------------------------
------------------------------------

Ricetto di Peveragno
Del Ricetto di Peveragno abbiamo notizie proprio dallo stesso Vittorio Bersezio che così lo descriveva:
“Peveragno più o meno aveva anticamente la situazione topografica attuale; il “castrum” o fortilizio era contenuto da una cinta fortificata e munita di torri che, partendo dall´attuale S. Giovanni, percorreva la ripa destra del Bedale, seguendone parallelamente il corso; giunta all´altezza del portale del Ricetto, deviava a destra, attaccandosi a questo e proseguiva dall´altra parte per la strada detta del “Carrubium”, raggiungendo così la piazza del Municipio ov´era la porta Posterna (posteriore) ricordata ancora nel dialetto locale (Pisterna) e andando a congiungersi all´attuale campanile di San Giovanni che sarebbe soltanto una delle torri antiche trasformata e adattata al nuovo scopo…
Questa sua capacità descrittiva puntuale e articolata la ritroveremo anche in altre sue opere di cui poi parleremo
Ma torniamo al nostro giovane Vittorio che venne avviato dal padre agli studi di giurisprudenza a Torino e a soli 15 anni entrava all’Università. Ma il nostro giovane Bersezio oltre a frequentare l’università frequentava anche i circoli letterari, dimostrando una precoce vocazione per le lettere, tanto che a soli 14 anni esordisce con una commedia in stile goldoniano, “Le male lingue” che sarà ripresa poi più avanti, con discreta fortuna, con il titolo Una bolla di sapone.
Alcuni siti ci dicono che nel 1848 interrompe gli studi per andare a combattere con l’esercito a Novara.; altri ci dicono che prima si laurea in giurisprudenza e poi si arruola e combatte nella battaglia di Novara. In ogni caso si era arruolato nella brigata delle Guardie e partecipò allo scontro vittorioso di Staffalo del 24 luglio 1848; alla ripresa della guerra partecipò in qualità di sottotenente del 6° reggimento agli ordini dei Lamarmora e assistette il 23 marzo 1849 alla disfatta di Novara.
Comunque sia andata nel 1849 lo troviamo laureato e per qualche tempo si interessò alla pratica forense presso lo studio del cognato Vincenzio Miglietti, ma gli interessi letterari ebbero il sopravvento e abbandonò definitivamente ogni velleità avvocatizia per dedicarsi alla letteratura e al giornalismo.
Quando era ancora studente aveva collaborato alle “Letture di famiglia” di Lorenzo Valerio[2] e al “Il Messaggiere torinese” di Brofferio.

Letture di famiglia, di Lorenzo Valerio
------------------------------------
[2] Le Letture di famiglia erano sorte sulle ceneri delle Letture popolari, iniziate nel 1837 e soppresse per decisione del Lazzari, il 27 marzo 1841. Esse sono pubblicate settimanalmente presso l’editore Pomba con lo scopo di offrire letture, informazioni, proposte e progetti utili alle classi meno agiate e colte per una loro decisa elevazione morale e civile; Nel frontespizio di ciascun fascicolo campeggia il motto 'L’ignoranza è la massima e la peggiore delle povertà'. Anch’esse finirono per soppressione, decretata il 27 maggio 1847 in seguito ad un articolo ritenuto offensivo per la Compagnia di Gesù scritto da un certo avv. Paolo Alda
------------------------------------
Nel 1853 fondò, con l'esule milanese Giuseppe Augusto Cesana e Giovanni Piacentini il giornale Espero. La collaborazione con l’Espero durò però solo pochi mesi perché già nel 1854 lo troviamo al “Fischietto”. Le cronache dell’epoca riportano che il giorno 14 maggio 1853 "una nuova redazione composta in maggior parte dell'antica redazione del giornaletto l'Espero" lavorava per "cattivarsi il favore del pubblico".

Le riviste “L’Espero” e “Il Fischietto”
Per nostra informazione vi descrivo la nascita di questo giornale così come trovato sul sito periodicipiemonte:
Il 2 novembre 1848 "compar[ve] per la prima volta in iscena" «Il Fischietto. Bizzarrie d'attualità”. Rivista illustrata con disegni originali», impresso nella tipografia torinese di Giuseppe Cassone in via San Francesco da Paola e diretto dal poeta Carlo Avalle. Cinque anni più tardi entrarono nella redazione Giovanni Piacentini e Giuseppe Augusto Cesana, milanese, laureato in giurisprudenza, coinvolto nelle insurrezioni antiaustriache divampate in Lombardia nel Quarantotto. I due avevano fondato con Vittorio Bersezio nel 1853 il quotidiano «Espero-Corriere della sera», affidandolo dopo pochi mesi al milanese Paolo Emilio Nicoli per passare al «Fischietto». Nel 1856 diedero vita a «Pasquino» e quattordici anni dopo crearono il «Fanfulla», a Firenze, dove Cesana e Piacentini si erano trasferiti quando Torino aveva dovuto cedere il titolo di capitale nazionale.[3]
Ma Bersezio non lasciò mai Torino.
All'inizio «Il Fischietto» usciva il martedì, il giovedì e il sabato, consisteva in quattro pagine (la terza pagina ospitava la caricatura) e veniva venduto al prezzo di 15 centesimi la copia. A fine anno usciva la strenna: l'album del Fischietto. Il giornale, di orientamento liberal moderato (a fine dicembre 1848 accolse il ministero Gioberti senza farsi troppe illusioni: "ministero democratico è parola da fanatico che in Piemonte non dà frutto"), sostenne più o meno scopertamente Cavour, ritratto di volta in volta come il fabbro intento ad arrotare le armi per soccorrere i patrioti delle altre regioni e "scoperchiare" la tomba in cui era sepolta l'Italia o come l'uomo politico che meritava di stare sul piedistallo, mentre i suoi successori avrebbero dovuto servirsi dei trampoli per dimostrarsi all'altezza. Caduta la Destra «Il Fischietto» avrebbe "cucinato in tutte le salse" Depretis e a Don Ciccio [Crispi] avrebbe augurato si innalzarsi "alle più alte regioni celesti", cioè là dove brillava la stella di Cavour.
------------------------------------
------------------------------------

Profili parlamentari
Durante la collaborazione con “Il Fischietto” Bersezio diete vita ai “Profili parlamentari” uno sguardo ironico e penetrante sui protagonisti della scena politica piemontese e italiana del XIX secolo. Bersezio presentava brevi ma incisive biografie dei membri del parlamento, catturando le sfumature delle loro personalità e il contesto storico in cui operavano. Un documento prezioso per comprendere le dinamiche politiche e sociali del periodo. Pare che anche il nostro Cavour fosse divertito da questi profili.
Tornando alla vita del nostro Bersezio nel 1857-58 soggiornò a Parigi (città che ritorna in tutte le biografie finora analizzate nei nostri incontri) dove entrò in rapporto con letterati e giornalisti francesi. Tornato a Torino iniziò la collaborazione con la “Gazzetta Ufficiale” di cui dirigeva la parte letteraria. La collaborazione durò fino al 1864, anno dello spostamento della capitale a Firenze. Mentre altri personaggi (tra cui i fondatori del Fischietto) seguirono lo spostamento del Re a Firenze, Bersezio rimase a Torino e nel 1865 fondò “La Gazzetta Piemontese” e il suo supplemento letterario “La gazzetta letteraria” (che diventerà poi La Stampa) di cui resterà direttore fino al 1879.

Gazzetta Piemontese
Fin qui il Bersezio giornalista, veniamo ora al Bersezio scrittore e politico, le cui vicende spesso si sommano alle esperienze giornalistiche. Come già detto Vittorio Bersezio aveva cominciato a scrivere molto giovane.
La prima rappresentazione pubblica di un suo lavoro risale però alla stagione 1852/1853 quando al teatro Carignano vengono rappresentati 2 drammi storici “Pietro Micca” e Romolo in cui gli ideali patriottici venivano adattati ai canoni classici dell’arte drammatica[4]. I due spettacoli riscuotono un grande successo. Nello stesso anno rifiuta la richiesta di Cavour di entrare come segretario nel suo ministero, per meglio dedicarsi alla carriera letteraria.
Nel 1857 Bersezio si trasferì a Parigi dove rimase sino al 1858, stringendo relazioni con gli scrittori locali e collaborando al Courier Franco-Italien del Carini e al Courier de Paris di F. Mornand. Nel 1858 esce Mina o Virtù ed Amore (Torino 1858), ed è evidente fin da questo lavoro quanto Bersezio sia stato influenzato dalla sua permanenza a Parigi e soprattutto da scrittori come Hugo, Dumas, Sue; i suoi romanzi seguono le mode della letteratura del tempo: romanzi "borghesi" di appendice, a volte di intreccio sentimentale, a volte avventuroso.
Seguono a Mina, il suo primo libro, il Segreto d'Adolfo (Torino 1861), Odio (1862) rimaneggiato poi sotto il titolo di Dea della vendetta, Roma 1885), Povera Giovanna (Milano 1869) e a Il debito paterno (1880). Benedetto Croce diceva di lui "Era sua materia la borghesia e il popolo piemontese: suo sentimento ispiratore, una coscienza morale robusta e austera". Accanto a questi temi “borghesi” Bersezio sviluppa però in altri lavori anche alcune tematiche patriottiche, soprattutto in Amor di Patria del 1856, ispirato alle vicende di guerra del ’48 e in Domenico Santoro che esce nel 1888.
Altre produzioni come la trilogia La Plebe (Torino 1869), Mentore e Calipso (ibid. 1873) e Aristocrazia (Milano 1881) saranno più indirizzate verso l’analisi sociale e di costume [5]
Una produzione letteraria molto diversificata e apparentemente slegata che si estende in un arco di quarant’anni che per alcuni osservatori risulta essere una testimonianza delle varie correnti della letteratura narrativa e drammatica degli anni che vanno dal 1850 al 1880 e che ripercorrono gli ideali del periodo piemontese del risorgimento.
Finora ho tralasciato di parlare della sua produzione per il teatro dialettale piemontese, quella che ha dato poi vita al suo maggior successo letterario che è “Le miserie di Monsù Travet”. Questa parte dell’attività del Bersezio merita di essere trattata con più attenzione perché all’inizio il nostro è fieramente contrario al teatro dialettale, proprio in nome delle vicende di quegli anni finalizzate a portare all’unità d’Italia.
Bisogna però dare qualche notizia su questo teatro in piemontese perché la sua nascita (o meglio la rinascita, visto che il teatro in dialetto esisteva fin dal 1398-1403 ma soprattutto a tema religioso) avviene proprio a cavallo degli anni decisivi del risorgimento piemontese, 1859, 1860.
Navigando in rete alla ricerca di notizie e aneddoti sul Bersezio ho trovato due deliziosi libricini in pdf: “Il teatro in dialetto piemontese - Studio critico” -Milano 1890 di Delfino Orsi[6] e “Memorie e documenti per servire alla storia del teatro piemontese” – Torino 1887- di Tancredi Milone[7], che sono stati una preziosa fonte, peraltro dell’epoca, non solo sul teatro ma anche sull’aria che si respirava a Torino in quegli anni.
Il Milone sottolinea come proprio in quegli anni così concitati, dove l’imminenza di una guerra con l’Austria era avvertita anche dal popolino (e a conferma di ciò il 30 gennaio1859 veniva celebrato il matrimonio tra Maria Clotilde di Savoia e Girolamo Bonaparte che sanciva l’alleanza con la Francia), dicevo proprio in quegli anni si parlava di teatro, si andava a teatro, si dibatteva addirittura di creare una scuola di teatro. Questo ambiente così particolare farà la fortuna di Giovanni Toselli e della sua compagnia.
------------------------------------
[4] https://liberliber.it/autori/autori-b/vittorio-bersezio/
[5]Cfr Istituto della Enciclopedia Italiana
[6] Wikipedia: Delfino Maria Angelo Augusto Orsi è stato un giornalista e politico torinese
[7] Wikipedia: Tancredi Milone fu un attore allievo di Giovanni Toselli. A lui è intesta la biblioteca di Venaria Reale
------------------------------------

Giovanni Toselli
Il Toselli, che da più parti è considerato il vero artefice del teatro in piemontese, era nato a Cuneo, aveva cominciato anche lui come avvocato, ma la pratica forense non lo attirava più di tanto e avendo una bella voce tenorile provò a presentarsi a Milano al conservatorio, ma venne brutalmente cassato. . Cominciò allora la sua peregrinazione in compagnie di spettacolo e per sua fortuna, quando era al colmo della miseria, incontrò un impresario, Eugène Meynadier, che lo prese a ben volere e quando il Toselli gli disse di voler creare una sua compagnia di teatro piemontese lo approvò e gli cedette il Teatro d’ D'Angennes^ che lui dirigeva poiché doveva aprire il nuovo teatro Scribe (oggi il Rossini?); ma non solo, gli fornì i fondi per iniziare con la sua compagnia.
La prima rappresentazione della nuova compagine fu “Cichina 'd Moncalé, una grottesca imitazione semiseria della Francesca da Rimini. A dispetto della poca esperienza come capo-comico il Toselli e la sua compagnia ottennero un vero successo e da quel momento inanelarono tutta una serie di successi con piece tragicomiche tradotte da drammi e commedie in lingua.
Su questo “successo” del teatro in piemontese si scagliò il nostro Vittorio Bersezio che sulla Gazzetta Ufficiale del 5 settembre 1859 scriveva: «Si vuole — oh sciagurato anacronismo! — impiantare un teatro piemontese con repertorio piemontese, con attori piemontesi, con facezie piemontesi (oh ! misericordia !), con piemontese fastìdio. Mentre non c'è mai stata necessità
cotanta che ci facessimo del tutto, in tutto e per tutto italiani, si pretende andare a ritroso e risuscitare l'epoca benedetta del Cont Piolet[8]
Ma il Bersezio rincara ancora la dose dicendo “E il linguaggio, non lo sapete voi? è carattere principale della nazionalità. E questo nostro ibrido parlare non v'accorgete che tutto lo condanna? il gusto, l'arte, il sentimento? …' Povero popolo ! mentre questo d'un teatro adattato sarebbe buon modo d'istruirlo in tante cose e fra le altre appunto in questa della lingua, mentre colla stessa applicazione che si richiede a scrìvere piemontese, il quale per le sue forme poco maneggevoli si presta difficile al discorso dello stile (e non crediate che basti il saper parlare un idioma qualunque per saperlo scrìvere) ;colla stessa applicazione, dico, sì potrebbero ottenere delle buone produzioni in buon italiano popolare ed alla mano, ecce cc per iscrivere il quale non occorre far capo ai toscanesimi, onde al popolo tornerebbe molto acconcio l'imparare e senza pure avvedersene il comune linguaggio, ecc. ecc.
Una stroncatura in piena regola.
E non era neppure il solo ad essere contrario! Anche il primo Ministro Cavour non era dell’avviso di incentivare il teatro in lingua. Sempre il Milone ci dice che “Toselli voleva ottenere dal Governo una patente di privativa e denominare la sua Compagnia col titolo di Compagnia Nazionale. Di persona potè recarsi un giorno dal ministro degli interni e presidente del Consiglio dei ministri, conte Camillo Benso di Cavour, per porgergli una domanda al riguardo.
------------------------------------
[8] (Il Cont Piolet è una commedia scritta sulla fine del secolo XVII dal marchese Tana. L’autore del libro Delfino Orsi ci dice che il successo della commedia è senz’altro dovuto alla autorevolezza dell’autore piuttosto che al valore intrinseco. Tana era infatti marchese d'Entracque, cavaliere dell'ordine dell'Annunziata, gran mastro della casa di S. A. Maria Giovanna di Savoia, insomma un potente.
------------------------------------
Il ministro lesse il foglio, poi, arrossendo ed ‘inarcando le ciglia, si alzò d’un tratto prorompendo in questa esclamazione: “Come? Mentre mi affatico e sudo cotanto per formare l'Unità d’Italia, si invocano protezioni eccezionali per un teatro in dialetto piemontese? Non approvo! Non approvo!”
Beh, non so voi ma io mentre leggevo queste righe me lo vedevo proprio Cavour infuriato che dice “Non approvo, non approvo!”
Ma l’avversione di Cavour per il teatro piemontese non durò troppo: una sera si reca a teatro ma è vittima di una serata mal riuscita. Lo spettacolo era “La Norma” che fu però fischiata fin dal primo atto! Viene fatta calare la tela e lo spettacolo continua rabberciato alla meglio. Cavour, che assisteva alla rappresentazione da un palchetto di proscenio insieme al ministro di grazia e giustizia Cassinis, era molto seccato da quanto succedeva sul palco e tra gli spettatori e si lamentò col Guardasigilli, così esprimendosi: “È poi troppo! Oramai non si sa più come passare un po’ convenientemente la sera nella nostra Capitale!” A sua volta il Cassinis rispose sorridendo al collega: “Per me so sempre dove trattenermi meno male. Mi reco sovente al Rossini a sentire la commedia piemontese e là mi faccio un’oncia di sangue buono.”
“La commedia piemontese? Che cos'è questa commedia piemontese? Tutti la decantano…. — borbottò stizzito il conte.
All'indomani, un usciere del Ministero andò dal Toselli a dirgli che il Primo Ministro voleva parlargli. Cavour gli chiese di riservagli un palco e la sera dopo si recò con il suo segretario Costantino Nigra a teatro. Lo spettacolo gli fece cambiare idea e richiamò il Toselli per dirgli che approvava assolutamente la sua impresa[9]
Vediamo invece cosa spinse il Bersezio a cambiare idea e a scrivere per il teatro piemontese, alcuni siti dicono per obbedire a una moda come aveva fatto già per alcuni romanzi, altri dicono che fu il vile pecunio. Nel libro di Delfino Orsi “Il teatro in dialet” viene riportata in una nota parte di una lettera che lo stesso Bersezio scrive nel 1890 all’Orsi che così recita: “Io, come critico, dapprima disapprovai un teatro dialettale, in un momento soprattutto in cui tutte le altre regioni italiche accusavano di regionalismo il Piemonte e mi pareva doversi adoprare a ogni modo per una fusione massima in tutto e per tutto del pensiero italiano. Ma sollecitato dal Toselli ad assistere a qualche recita (cosa che non avevo mai voluto fare), fui colpito e vinto dall'efficacia di quelle scene, di quella recitazione, e dalle impressioni che vedevo "prodotte nel pubblico. Mi persuasi che questa era una manifestazione artistica all'infuori della politica ed esprimente un momento morale e dirò così psicologico del paese che tanto aveva fatto per l'Italia”.
Una conversione vera e propria che lo portò a scrivere in piemontese anche se, forse per sicurezza, non pubblicò con il suo nome ma con lo pseudonimo di Carlo Nugelli. D’altra parte, il teatro in piemontese era infarcito di buoni sentimenti e di virtù paesane ed erano quelle che risuonavano all’animo del Bersezio, un animo forse ingenuo ma di arguto osservatore e anche di abile e vivace sceneggiatore come a tratti appare anche dalla sua produzione italiana.
Le miserie d' monsú Travet è la storia di un impiegato meschino, ligio al dovere e ai superiori, con una vita quotidiana non certo rallegrata da una moglie più giovane, che aspira a ben altra vita, e che trova una guida e una difesa nella sua rettitudine e si ribella quando la sua dignità di uomo è messa in dubbio. E’ un lavoro dove la capacità di scrittura e descrizione del Bersezio si esplica in maniera chiara e partecipata, trasformando la commedia in una perfetta descrizione dell'animo della piccola borghesia piemontese dell’epoca (e forse non solo dell’epoca).
------------------------------------
[9] Tancredi Milone: “Memorie e documenti per servire alla storia del teatro piemontese” – Torino 1887
------------------------------------

Le miserie ‘d monsù Travet, di Vittorio Bersezio
A interpretare Monsù Travet fu lo stesso Toselli che dimostrò notevoli doti di attore ottenendo un forte successo personale.
La prima rappresentazione della commedia si tenne il 4 aprile 1863 e richiamò un folto pubblico, tra il quale sedevano molti rappresentanti di quegli impiegati statali che Monsù Travet rappresentava. L’accoglienza fu molto “tiepida” da parte degli impiegati di stato, che non apprezzarono la satira sulla loro categoria. Ma ben presto le caratteristiche artistiche e letterarie della commedia fecero presa sul pubblico e sulla critica e la commedia venne rappresentata nei teatri di tutta Italia; non solo venne tradotta in tedesco e rappresentata anche in Germania. A riprova che alcune caratteristiche dell’impiegato medio sono trasversali a tutte le latitudini!
Non è però l’unico aneddoto relativo a questa commedia che ho trovato in rete. Sempre nel pdf “Memorie e documenti per servire alla storia del teatro piemontese” il Milone narra questo fatto accaduto dopo la seconda rappresentazione della Commedia. Il giorno dopo la rappresentazione si presenta in teatro un signore impettito che chiede di parlare con l’attore che impersona il Cap-sessiun, l’essere che più di altri tiranneggia e non solo il povero Travet. Quando arriva l’attore il signore si presenta come, appunto, un Cap sessiun, dicendo che non era permesso nella pubblica scena di riprodurre una personalità onorabilissima e non ammettendo all’altro alcuna osservazione trae dal porta-fogli una carta di visita e consegnandola al buon comico in tuono imperatorio conclude: Questo è il mio recapito; domani per tempo aspetto i suoi secondi ; io sono per l'appunto sor cavajer Bong...i, capo-sezione al Ministero della guerra, che voi avete indegnamente insultato colla riproduzione del mio tipo e carattere[10].
L'artista scoppia in una risata, ne nasce un alterco le cui grida fanno accorrere il Toselli e il Nugetti presenti in teatro. Quando capiscono cosa sta succedendo i due scoppiano a ridere e dicono al povero cavaliere che se l’avessero conosciuto prima non avrebbero dovuto lambiccarsi il cervello per creare e interpretare il personaggio. Il Milone non ci dice come sia andata poi a finire, ma possiamo immaginare il povero Capo sezione scornato che se ne va offeso e vilipeso.
Possiamo ancora aggiungere che la commedia ebbe anche gli elogi di Manzoni che si recò a vederla a Milano, e che il nome del suo protagonista Travet o Travetti venne accolto nel Dizionario di Petrocchi come sinonimo di «piccolo burocrate», in termine abbastanza dispregiativo ed è stata in uso fino agli anni settanta del XX secolo.
Con il 1865 tutto ciò però ebbe fine (non la fama della commedia però). Come sappiamo il 15 settembre 1864 Vittorio Emanuele II firmò l’accordo preparato dal presidente del Consiglio Minghetti per il trasferimento della capitale a Firenze. I giorni che seguirono videro scontri sanguinosi tra la popolazione e la polizia come ben ci ha già raccontato Irma nella sua storia di Torino. La popolazione aveva capito benissimo che il trasferimento della capitale avrebbe significato la decadenza di Torino e così fu in tutti i campi, compreso il teatro. Molti degli attori della compagnia Toselli lasciarono per unirsi ad altre compagnie di altre città, tutti si aspettavano un generale decadimento e quindi meno soldi e meno voglia di spendere soprattutto a teatro.
Il Ministro Lanza invitò nel 1865 il Bersezio a dirigere la Gazzetta Ufficiale a Firenze, ma Bersezio non volle lasciare Torino, dove abitava ancora la sua vecchia mamma.
Sempre nel 1865 viene eletto deputato di Cuneo per la Sinistra costituzionale nella IX e X legislatura (1865-1870). Nel marzo del 1876 appoggiò il governo di Agostino Depretis, ma se ne allontanò due anni più tardi, in quanto contrario ai trasformismi adottati dalla prassi politica del suo tempo. [11]
------------------------------------
[10] Tancredi Milone ibidem [11] https://liberliber.it/autori/autori-b/vittorio-bersezio
------------------------------------
Nel 1867 prese le redini della Gazzetta Piemontese. Dalle pagine de “La Gazzetta” si fece portavoce della piccola e media borghesia piemontese irritata dal trasferimento della capitale da Torino a Firenze e partecipò attivamente alla campagna condotta dal suo quotidiano contro la Destra.
Il rapporto di Bersezio con “La Stampa” è stato oggetto di un docu-film girato nel 2023[12]
Il film, prodotto dalla Fondazione Vittorio Bersezio, è stato girato dal regista Michele Burgay ed ha come voce narrante lo storico Gianni Oliva (che è anche co-autore del testo). In una Torino cupa e notturna due vecchi amici, Vittorio Bersezio e Domenico Cappa, già guardia del corpo di Camillo Cavour e in seguito maresciallo della Guardie di Pubblica Sicurezza, oggi Polizia di Stato, si incontrano. Parlano della loro vita di quanto hanno vissuto in questo secolo che si sta chiudendo, le riforme albertine, i moti popolari del ‘48, fino all’Unità d’Italia e alla Triplice Alleanza. Ora il Novecento è dietro l’angolo, pronto a spazzare via tutto. Ma a Torino, colpita dalla miseria e dalla disoccupazione causate dal trasferimento della capitale a Firenze, si respira un’aria cupa e diversi delitti e fatti di cronaca violenti insanguinano l’ex capitale
Nel loro discorrere il tempo si evolve e si trovano nella sede de “La Stampa” con Massimo Giannini, già direttore del giornale. E in una atmosfera sospesa tra passato e presente i tre protagonisti parlano del progresso tecnologico e dell'animo umano, che ad onta dei cambiamenti tecnologici e sociali non sembra mai veramente progredire. La triste considerazione a cui pervengono è che buona parte dei problemi sono e rimangono gli stessi nonostante i cambiamenti di secolo e le rivoluzioni tecnologiche.
Tornando agli ultimi anni della vita di Bersezio troviamo che dal 1880 in poi si dedica alla sua poderosa opera “Vittorio Emanuele: 30 anni di vita italiana” ben 8 volumi dedicati al Re e alla sua epopea, nonché a tradurre diversi lavori drammatici di commediografi francesi, tra i quali Sardou.
Ma durante la scrittura della sua opera più monumentale uscì anche, per le appendici della “Gazzetta del Popolo il testo che potrebbe rappresentare la sua biografia Si tratta dei “I miei tempi” un libro di memorie personali, di cose viste, di esperienze vissute, non un'autobiografia in senso stretto come ad esempio, I Miei Ricordi di Massimo d'Azeglio, piuttosto un affresco di Torino, delle sue usanze, dei suoi cittadini.
------------------------------------
[12] https://www.lastampa.it/torino/2023/05/17/news/bersezio_direttore_la_stampa-12810405/ - https://www.fctp.it/news_detail.php?id=5335&t
------------------------------------

I miei tempi, di Vittorio Bersezio
L’opera doveva essere in due parti, la prima dal titolo Dall'avvenimento al trono di Carlo Alberto alla battaglia di Novara, apparve sulla "Gazzetta del Popolo" di Torino martedì 26 dicembre 1899, La seconda parte che doveva intitolarsi Da Novara a Firenze e ripercorrere gli anni che vanno dalla sconfitta con l'Austria al trasferimento della capitale a Firenze, nonostante ne fosse stata annunciata la pubblicazione sullo stesso giornale non venne mai pubblicata. Nel 1900 Bersezio mori, lasciando l’opera incompiuta.[13]
Sul sito Atlanteditorino[14] ho trovato parte dell’opera dal titolo “La Torino nel 1840 nei ricordi di Vittorio Bersezio” 16 pagine (che vi risparmio, almeno in parte) che descrivono nella prima parte la città, come andava cambiando, le vie, i monumenti ecc.
------------------------------------
------------------------------------
La seconda, dal titolo: Aristocrazia - Borghesia - Popolo - Difetti e meriti della prima - Ambizioni della seconda - Condizioni del ceto infimo - Reciproci rapporti - Differenze - Il vestire - Le passeggiate - A teatro - I servitori - Le villeggiature,
è un delizioso affresco di virtù e vizi dei torinesi delle varie classi sociali.
Sarebbe troppo lungo leggervi le due parti, ma se non siete troppo esausti vi leggerei come Bersezio descrive le botteghe e i caffè di Torino, alcuni dei quali ancora celebri oggi.
Le botteghe avevano una modesta semplicità che rivelava la più completa ignoranza delle più elementari furbizie dell'attuale pubblicità. Si chiudevano tutte con due battenti spessi, listati di ferro, inchiavardati a grossi chiodi dal capo rotondo, e non avevano né vetrine, né lucide insegne, né merci in mostra, né splendore di specchi, né indorature, né eleganze di mobili, né sfolgorio d'illuminazione.
La sera si serravano alle prime ombre all'estate, un'ora più tardi l'inverno, eccetto i caffè, le osterie e le farmacie.
I venditori di panni e stoffe attaccavano ai battenti della porta, un tappeto di panno ordinariamente di color turchino scuro, in cui erano ricamati in rosso o in giallo il nome del padrone o della ditta.
Facevano eccezione a quella modestia i caffè e le confetterie, che presentavano all'avventore volte riccamente dipinte, pareti artisticamente stuccate, ampi specchi a cornici dorate, sofà e seggiole coperti di velluto; sopra tutti eccelleva il caffè di San Carlo con un salone che fu detto degno d'una reggia.
La bottega da caffè era diventata poco meno che un'istituzione sociale.
Con un'apertura democratica, meravigliosa per quei tempi, i caffè ospitavano nelle loro sale eleganti qualunque cittadino di qualsiasi classe, onde potevano vedersi seduti accanto il ricco proprietario e il povero manovale, la signora alla moda e la civettante sartina.
Però ciascuno aveva la sua speciale categoria di clienti. Questi passavano ore e ore lungo la giornata e la sera, seduti sulle solite panche, ai soliti tavolini, nel solito angolo della solita sala. Lì si parlava di tutto quello di cui si poteva parlare: teatri, maldicenze, pettegolezzi, qualche scorsa nella letteratura e nell'arte; di politica mai; si sapeva che, come scrisse Vittorio Alfieri: "Ogni parete un delator conteneva".
In un caffè si radunavano specialmente i buontemponi, in un altro i giocatori; al Fiorio i nobili e gli ufficiali, al Londra gli studenti, al Rosso in Dora Grossa gli avvocati e procuratori, al Madera gli uomini seri e i giovani studiosi.
Questo caffè che era nella cantonata fra la via dell'Ospedale e la via Lagrange (allora dei Conciatori), dove oggi c'è il negozio di panni e stoffe "Torre di Babele", ebbe una certa azione nella vita intellettuale di Torino prima del '48. Vi si potevano trovare la maggiore quantità di giornali e di riviste: tutte quelle pubblicazioni periodiche italiane e straniere di cui la permalosa polizia permettesse l'introduzione negli incontaminate confini dei regi domini. Aveva assegnata per la lettura una sala in fondo, tranquilla, senz'altro passaggio, nella quale si raccoglieva un pubblico, quasi sempre il medesimo, raccolto, serio, taciturno, esclusivo d'ogni altro elemento.
Una faccia nuova era subito sospetta e troncava colla sua comparsa ogni discorso meno ortodosso, così in una relativa libertà di parola si comunicavano pensieri e speranze.
Veniamo alla vita privata di Bersezio di cui si sa pochissimo; le uniche notizie che ho trovato sono ancora una volta tratte dal necrologio de La Stampa che porge le condoglianze alla vedova Laura Chiapusso, alle figlie, che da questa foto scopriamo essere due, e al figlio Carlo, anche lui avvocato e collaboratore del giornale.

Vittorio Bersezio con le due figlie
Muore a Torino il 30 gennaio 1900 nella villetta di Via dei Fiori (ora via Belfiore). È sepolto a Moncalieri nella tomba di famiglia.
Per ricordarlo si tenne una grande commemorazione al Teatro Alfieri la sera del 23 marzo 1900 cui presero parte tutti gli artisti più in voga del momento. come Claudio Leigheb, Gemma Cuniberti, Alfonso Ferrero, Enrico Gemelli, Francesco Ferrero, Lina Castadoni e Giuseppina Gemelli.
Bersezio viene descritto da più parti come uomo probo, mite e con un ingegno vivace anche se superficiale (la definizione non è certo mia ma della “Treccani”). Come orientamento politico viene definito un liberale moderato, convinto che solo uno sviluppo capitalistico e industriale ordinato potesse garantire progresso anche alle classi subalterne.
Direi che possiamo chiudere riportando quanto l’Enciclopedia Treccani scriveva di lui “Liberale moderato quale era intese con i suoi scritti di far opera di educazione morale, sociale e nazionale, e per questo intento pratico, che salda in una certa unità tutta la sua produzione in apparenza così slegata, più che per la sua partecipazione diretta alla politica del tempo, egli appartiene degnamente a quella generazione di piemontesi che prepararono la formazione del Regno d’Italia”
Resta il ricordo di un uomo buono che, come scrisse suo figlio Carlo, non ebbe mai nemici nella sua vita.
Bibliografia
https://fondazionebersezio.torino.it
https://liberliber.it/autori/autori-b/vittorio-bersezio/
https://www.treccani.it/enciclopedia/istituto-della-enciclopedia-italiana
https://www.vatrarberesh.it › biblioteca › ebooks › ilteatroindialet.pdf
Santena, 29 aprile 2026