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Neoborbonici – parte 2° Realtà e invenzioni sul Regno delle Due Sicilie


di Grazia Zoffoli

Indice

Prefazione

Qual era la realtà del Regno delle Due Sicilie?

MONGIANA: la Detroit del sud

L’AGRICOLTURA

IL RESTO DEL SUD

MOTI LIBERALI

GAETA

GLI ALFIERI DEL RE

CONCLUSIONI

Bibliografia

Note:

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Prefazione

Dopo aver parlato del movimento Neoborbonico descrivendone la nascita, lo sviluppo recente e i capisaldi su cui si muove, ho cercato di approfondirne le tematiche con l’aiuto di un libro edito recentemente.

Il mito dei Borbone copertina

Il mito dei Borbone copertina (Mondadori 2024)

Andrea Mammone (1) nel libro intitolato “Il mito dei Borbone, Il Regno delle Due Sicilie tra realtà e invenzione”, si propone, in quanto storico di professione, di replicare alle falsità diffuse ritenendo che, in questo tempo dominato dalle fake news, esse siano da denunciare e contrastare perché rischiano di diventare la piattaforma politico-culturale di movimenti che aspirano a governare il paese.

In principio era poco più di un ritornello: al tempo dei Borbone il Sud stava molto meglio. In sostanza, sostengono gli studiosi di matrice neoborbonica, il meridione sarebbe stato depredato dai Piemontesi e trasformato in una colonia. Una visione secondo la quale gli attuali mali del Sud avrebbero una radice profonda: il 1861 e l’unificazione.

Contro questo tipo di narrazione, minoritaria ma piuttosto “rumorosa”, si sono schierati in verità diversi storici.

Andrea Mammone con il suo libro si propone di entrare nel ventre più profondo delle narrazioni antirisorgimentali che hanno contribuito a costruire la leggenda dei Borbone – per Mammone tutto inizia nel 1942, con il romanzo “L’alfiere” di Carlo Alianello, "il padre nobile degli storici neoborbonici" – per poi smontarle mettendo in risalto l’ampia serie di omissioni funzionale ad alimentare il mito della Borbonia Felix. Una su tutte: "Tra la fine del Settecento e l’unificazione nazionale – scrive – la storia, dimenticata dai neoborbonici, di quel regno che, come affermano, era stato grande e sfarzoso, è stata attraversata da moti e rivoluzioni".

Parte dal presupposto che il fenomeno del neo-borbonismo è indissolubilmente legato alle attuali condizioni economiche e politiche, perché l'abbandono del Sud è reale, e alimenta «il fascino di una narrazione che, in linea con le tendenze populiste odierne, e sfruttando alcune paure e malumori popolari, spinge al vittimismo e scarica le responsabilità su un nemico (immaginario o reale), offrendo soluzioni facili a problemi complessi».

Qual era la realtà del Regno delle Due Sicilie?

Il libro mette in luce le contraddizioni di molte narrazioni antirisorgimentali e lo fa a partire dal terremoto del 1783 che colpì duramente la Calabria. La realtà del Regno delle due Sicilie era quindi molto differente da certe fantasiose interpretazioni del passato. Innanzitutto, non esisteva un Mezzogiorno Eldorado impoverito a vantaggio del Settentrione. La Borbonia Felix è essenzialmente un’invenzione storica. I “primati” erano limitati e a vantaggio di pochi (come la famosa ferrovia Napoli-Portici). La condizione della popolazione non era ottimale. La povertà imperava in alcune aree. Si pensi che in alcune zone della Calabria (e non solo) i contadini erano quasi in una condizione simile a quella dei servi della gleba e subivano le “angherie” dei padroni delle terre. Mancavano inoltre le infrastrutture, essenziali per il commercio e la lista di problematicità sarebbe ancora molto lunga. Questa è una realtà economica e sociale taciuta dai neoborbonici e che l’autore cerca di mettere in luce in questo libro.

Infine, bisogna sicuramente menzionare altre questioni e fatti ignorati dalla galassia revisionista e che Il mito dei Borbone sottolinea con forza. In particolare, si riferisce alla dissidenza e i malumori che attraversavano un regno poco interessato a modernizzarsi anche politicamente e allargando la base sociale di consenso. Gli scritti revisionisti raramente menzionano le proteste contadine, i moti liberali, i tentativi di sovvertire lo status quo dal basso e il controllo e repressione del regime. In pratica si cancella sia la povertà che il regno reazionario, si dimenticano i tantissimi patrioti meridionali che si sono battuti per le costituzioni liberali e per un’Italia unita.

Inoltre, il problema non sono solo le inesattezze storiche prima menzionate. Questa galassia revisionista e neoborbonica è deficitaria da un punto di vista metodologico. Oltre a un precario (a volte quasi inesistente) uso delle fonti, fa impressione la decontestualizzazione degli eventi e delle dinamiche storiche. Il contesto economico e politico mediterraneo, transnazionale, europeo e occidentale raramente è considerato. Questo genera letture storiche abbastanza limitate, con fatti e avvenimenti usati in maniera selettiva. Non si considera come il mondo borbonico fosse in crisi.

Il punto è che a questi nuovi paladini del regno duo siciliano non interessa nemmeno il confronto con gli storici – che anzi sono spesso considerati nemici o asserviti a un nebuloso potere o qualche predeterminata verità ufficiale. Questo approccio avvicina il neo borbonismo alle tendenze populiste odierne e alle tante varianti del complottismo. Grazie pure ai social media e alla diffusione della postverità si è alimentato il fascino di una narrazione che utilizza paure popolari e malumori reali, ma contribuisce al “vittimismo” del Sud scaricando le responsabilità di problemi storici complessi su un nemico ben identificabile. Questi sono evidenti “abusi” della storia che lo storico classifica come populismo storiografico.

Nel calderone della critica revisionista finiscono quindi libri scolastici, opere letterarie e finanche film rei di schierarsi con i miti risorgimentali.

2_Controstoria Gigi di Fiore largo

Controstoria dell’Unità d’Italia.. di Gigi Di Fiore

Un esempio è il libro “Controstoria dell’Unità d’Italia. Fatti e misfatti del Risorgimento” di Gigi Di Fiore che si scaglia contro Edmondo De Amicis accusato di essere troppo favorevole all’epopea dell’unificazione e dei suoi eroi nel libro “Cuore”.

L’accusa è che questi e altri scritti avrebbero influenzato nel corso degli anni milioni di giovani italiani. Cito una frase: “Le generazioni del secondo dopoguerra sono cresciute attraverso sussidiari e libri di storia zeppi di invenzioni, abbellimenti e superficiali spiegazioni di ciò che accadde tra il 1848 e il 1870”.

Il tono “contro” è visibile in tutti i siti che si rifanno al revisionismo antirisorgimentale o all’esaltazione dell’epopea borbonica. Un esempio rilevante è rappresentato da quello del Movimento Neoborbonico: esso ha uno stile molto polemico, per cui spesso critica o irride chi esprime opinioni diverse. Ad esempio, parlando di Alessandro Barbero, lo descrive come “uno scalmanato medievalista e la sua colpa è stata quella di avere “persino” scritto un libro in cui “dimostrò” che la fortezza di Fenestrelle era una sorta di Club Mediterranèe”

I nuovi storici controcorrente sarebbero i veri Masaniello, ecco alcuni titoli: Maledetti Savoia, Savoia Boia _ L’unità come non ce l’hanno mai raccontata, Il sangue dei terroni. Ecc.

Varie sono le argomentazioni antirisorgimentali ma essenzialmente gravitano attorno alla grandezza del Regno Borbonico e al consenso delle popolazioni locali nei confronti dei Reali e contro la spedizione di Mille, poi alla “piemontesizzazione” del Meridione inteso come colonia; poi ai briganti come eroi e patrioti e infine alle usurpazioni perpetrate dall’esercito sabaudo e dai garibaldini.

Si paragonano così le azioni dei “piemontesi” alle violenze tedesche o all’antisemitismo, alla guerra nei Balcani, alla reclusione dei terroristi islamici a Guantanamo, alle torture sotto il regime di Pinochet e molto altro.

Quindi i “cattivi” del settentrione non solo hanno privato il sud delle sue industrie e ricchezze ma, con un’operazione di lobotomia culturale, lo hanno privato della consapevolezza di sé, della memoria.

Queste narrazioni revisioniste sono riuscite ad allargarsi sospinte dalla forza di internet e provano a darsi il tono di chi si sente l’unico erede diretto della Magna Grecia.

MONGIANA: la Detroit del sud
Reali Ferriere Mongiana

Mongiana oggi

La Calabria è percepita, nell’immaginario collettivo nazionale e per molti dei suoi abitanti come “l’ultima regione d’Italia”; ciò genera sentimenti di rabbia e di rancore e, senza una seria discussione collettiva, può solo favorire soluzioni demagogiche.

La statale 110 unisce i mari che lambiscono la Calabria e attraversa una regione ricca di bellezze e romanticismo, ma anche di ruderi, contrasti e polemiche.

Nel centro di questa area verde delle Serre a circa 1000 metri di altitudine si trova MONGIANA _ (2), un comune di poche centinaia di residenti che è uno dei simboli odierni della “Borbonia” immaginaria e dorata.

Fu citata già nel 1792 da un noto erudito illuminista Giuseppe Maria Galanti: a lui i Borbone avevano conferito il titolo di “visitatore del regno” con lo scopo di comprendere la realtà di un’area diventata problematica e offrire al governo suggerimenti per un regime straordinario necessario dopo il terribile terremoto del 1783.

La Calabria preoccupava enormemente i reali per le sue condizioni economiche amplificate da problemi presenti anche nell’intero regno: soprusi baronali e feudali, miserie dei braccianti agricoli, mancanza di vie di comunicazione.

Mongiana vecchie fonderie

Mongiana vecchie fonderie

A Mongiana nel 1770 si aprirono le ferriere. Non era una località facile da raggiungere ma in epoca borbonica fu ampliata la strada che serviva i nuovi stabilimenti siderurgici mongianesi e quelli secondari di Ferdinandea.

Le Reali Ferriere e Officine erano un grande insediamento industriale del Mezzogiorno rappresentando un fiore all’occhiello per i reali.

Grande impulso venne, verso la fine del ‘700 e continuò nel decennio francese: iniziò una massiccia produzione anche a conseguenza della domanda generata dalle guerre napoleoniche. Il prodotto prendeva quasi esclusivamente la via della Francia. Si stabilirono condizioni migliori per gli operai che erano esonerati dal servizio militare; fu istituita la Cassa degli operai, una specie di previdenza sociale ante litteram; si incentivarono gli insediamenti in valle. Nell’abbandonare Mongiana, gli ufficiali napoleonici lasciano ai pari grado borbonici una ferriera trasformata, non tanto nelle attrezzature quanto nello spirito e nell’organizzazione del lavoro.

Nel 1808 lo stabilimento passa in mano ai militari e, senza soluzione di continuità, rimarrà sotto l’egida del Ministero della Guerra per i successivi 50 anni. Alla fonderia fu affiancata nel 1813 una fabbrica d’armi.

Fucile modello Mongiana

Fucile modello Mongiana

Un migliaio erano gli operai impiegati, inoltre vi lavoravano dei tecnici che apportavano stimoli economici, politici e culturali. Al comandante militare era stato conferito il potere amministrativo di Mongiana, in pratica ne era il sindaco.

Nel 1853 un decreto regio trasformava il paesino in una colonia dell’esercito.

Le condizioni della produzione siderurgica sembravano molto favorevoli; fiumi, alberi per la produzione del carbone, miniere di ferro e grafite. Il 20% della ghisa del Regno era prodotto in questo sito e venne utilizzato per la produzione di ponti (il ponte sul Garigliano e quello sul Calore) e del materiale ferroviario per la “Napoli-Portici”.

Ponte sul Garigliano 1832

Ponte sul Garigliano 1832

Ponte sul Calore 1851

Ponte sul Calore 1851

La produzione dipendeva essenzialmente da commesse pubbliche, in un contesto privo di manifattura industrializzata, in prevalenza agricolo.

Campagne_annuali_di_produzione

Campagne annuali di produzione

Per citare una metafora dei neoborbonici la Calabria era la Detroit del Sud.

Il 1860 segna un punto di svolta per lo stabilimento metallurgico: a fine estate i Garibaldini, dopo la battaglia di Piazza Duomo a Reggio Calabria, assumono di fatto il controllo dell’area.

Un battaglione, guidato da Antonio GARCEA, stava per conquistare Mongiana ma i militari delle ferriere accettarono, perché favorevoli, le condizioni della resa: i soldati, ma non gli ufficiali, dovevano consegnare le armi ed erano liberi di scegliere se tornare nelle loro case o servire l’esercito garibaldino; inoltre, ufficiali e impiegati potevano decidere se continuare a lavorare nello stabilimento. Gli impiegati e, in seguito, i dirigenti accettarono garantendo così la continuità amministrativa anche sotto la guida garibaldina. Il primo responsabile fu il colonnello Alessandro Massimino, un piemontese a cui venne richiesto un primo rendiconto sulla consistenza degli impianti.

Nel 1862 Mongiana passò dal Ministero della guerra a quello delle Finanze.

Nel 1864 però lo stabilimento cessò di produrre anche a causa di contrasti interni alla politica calabrese e nel 1874 fu messo all’asta dal governo unitario: erano diminuite le commesse statali e gli alti costi non reggevano la concorrenza delle produzioni estere. Inoltre, era tecnologicamente sorpassato.

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Asta di vendita dello stabilimento di Mongiana nel 1874

In realtà la storia è molto più complessa: anzitutto Mongiana, pur essendo una buona ferriera, non era certo la miglior struttura del tempo; le condizioni degli operai erano difficili e poco prima dell’unificazione iniziarono i problemi con il pagamento degli addetti, cosa che contribuì ad aumentare l’insoddisfazione degli abitanti del circondario.

I reazionari borbonici, inclusi gli ecclesiastici, ebbero pertanto gioco facile nell’influenzare i cittadini quando si tennero i famosi plebisciti sull’adesione alla nuova Italia. I liberali, definiti “nemici della religione e usurpatori del vecchio regno”, diventarono facili bersagli della propaganda cattolica e borbonica. Iniziarono così le proteste e il dissenso verso il governo italiano. Il colonnello garibaldino Massimino comprese questo stato di cose ma non ebbe alcun effettivo aiuto dalle élite politiche regionali e nemmeno dai politici nazionali. Il risultato fu che in provincia di Catanzaro su 650 voti contro l’adesione allo stato unitario, ben 220 provenivano da Mongiana e dintorni. Massimino fu anche contrastato da alcuni proprietari terrieri, da settori del ceto reazionario locale e dalle autorità garibaldine locali e ciò portò fine alla politica democratica garibaldina nella provincia. Si presentò poi alle elezioni legislative del 1861 ma fu sconfitto.

Altro fattore fu la mancanza di mezzi di comunicazione che accentuò la crisi industriale. La stessa strada Regia delle Calabrie che avrebbe dovuto rappresentare il collegamento tra Napoli e la Sicilia era malridotta e poco battuta.

Posizione geografica di Mongiana

Posizione geografica di Mongiana

Non mancavano le petizioni locali per chiedere, sia prima sia dopo il Risorgimento, collegamenti e ferrovie. Non c’era tuttavia una volontà di finanziare un’efficiente rete viaria.

E’ significativo il fatto che un regolamento borbonico del 1830 suggeriva che le strade e le opere pubbliche nelle province del regno dovessero essere eseguite in economia. Molte spese erano a carico delle amministrazioni locali che non erano in grado di sostenerle.

I siti furono di fatto abbandonati entrando in un oblio quasi totale.

Secondo Aprile la chiusura dello stabilimento avvenne perché stava nel posto sbagliato, il Meridione, mentre l’industria italiana doveva essere settentrionale.

E’ chiaro che queste tesi trovino interesse e accoglienza, visto che tutt’ora la Calabria è affetta da disoccupazione giovanile ed elevati tassi di emigrazione.

In realtà dal punto di vista produttivo si osserva che la ghisa inglese era più economica e che i governi unitari furono incapaci di adottare misure in grado di contrastare la concorrenza straniera o di sviluppare alcuni settori imprenditoriali: i costi per l’ammodernamento sarebbero stati esorbitanti per le finanze statali.

La Calabria, al di là del sogno di qualche neoborbonico, era, sotto i Borbone, una terra isolata e poco pronta a quegli scambi economici che si andavano sempre più liberalizzando e globalizzando.

Il commercio era scadente e il trasporto delle merci rischioso a causa dei briganti.

Mongiana si tramuta, in sintesi, nell’emblema del fallimento del sogno Risorgimentale e, di fatto della perdita di grandezza e di posti di lavoro. Queste letture, pur mirando in primo luogo alla delegittimazione completa del Risorgimento hanno funzioni quasi salvifiche: assolvono, glorificano e individuano un facile nemico esterno.

Dal 1976 iniziarono lavori di restauro e oggi esiste un interessante museo.

Museo Mongiana

Museo Mongiana

Alcune delle notizie sopra riportate provengono da questo libro di Brunello De Stefano.

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Le Reali Ferriere ed Officine di Mongiana di Brunello De Stefano Manno

Il paesino calabrese torna in auge nel 2010 dopo la pubblicazione del libro di Pino Aprile “Terroni” in cui in un intero capitolo si reinterpreta lacunosamente e con poco uso scientifico delle fonti la storia del sito.

L’AGRICOLTURA

In queste aree mal collegate dell’Italia meridionale sotto i Borbone anche un settore centrale come l’agricoltura mostrava sofferenza e precaria modernizzazione.

Agricoltori nel Sud

Agricoltori nel Sud del 1860

Ad esempio, saltava all’occhio l’arretratezza dei metodi di coltura, l’inesperienza nella diversificazione dei prodotti da coltivare e nelle scelte strategiche sulle produzioni da implementare nell’ottica di mercato.

Sicuramente le concentrazioni di latifondi frenarono la diffusione di una imprenditoria al passo coi tempi, cioè la creazione di piccole e medie aziende agricole che avrebbe prodotto maggior benessere e ricchezza.

I terremoti del 1783 e quello successivo del 1832 ebbero conseguenze devastanti soprattutto per gli strati della popolazione più bisognosi.

Fu istituita una giunta a Catanzaro detta “Cassa Sacra” con lo scopo di incamerare molti dei beni religiosi e con essi ricostruire le aree colpite dal sisma. Però questa riforma borbonica si rivelò un fallimento: anche se gli obiettivi erano meritori i risultati furono scarsi: un primo problema era strutturale: si ricostruivano edifici senza migliorare le vie di comunicazione; poi fu inesistente il coinvolgimento dei contadini in questa ridistribuzione dei beni perché, avendo redditi minimi, non potevano partecipare all’acquisto delle terre tramite aste pubbliche. E questo favorì ancora una volta i borghesi e gli aristocratici.

Questa riforma contribuì ad una concentrazione di possedimenti fondiari con ripercussioni negative sul reddito in Calabria almeno fino alla fine degli anni Quaranta del Novecento.

La preferenza della politica borbonica era favorire vendite immediate di grossi blocchi fondiari per ricavare il più possibile ma questo non fece che aggravare la condizione degli agricoltori, esclusi per ovvi motivi da questi acquisti.

Non produsse grandi effetti neanche il decreto del 2 giugno 1860 che Garibaldi emanò a favore dei combattenti per la patria che avrebbero avuto terre demaniali: i vari proprietari terrieri si schierarono con Vittorio Emanuele II per non perdere i loro tradizionali privilegi cercando di neutralizzare gli effetti più progressisti della politica garibaldina.

In regioni come il Piemonte e la Lombardia avvenne il contrario perché si era formata una borghesia terriera operosa, disposta a collaborare con il governo nell’attuazione di riforme economiche e sociali.

In Calabria invece i proprietari terrieri miravano ad accrescere il loro potere economico senza però reinvestire né in agricoltura né in altri settori. Si preferivano rendite tranquille che non mettessero a rischio il capitale e che permettessero l’acquisto di beni immobiliari.

Questo frenò molto la nascita delle piccole industrie e bloccò la costituzione di quella famiglia contadino-operaia che invece nel settentrione contribuì allo sviluppo industriale.

Considerato questo ambito socioeconomico è chiaro che gran parte della popolazione era sofferente e che si favorivano quegli eventi come emigrazione (verso Sicilia e Tunisia), il brigantaggio e la subordinazione ai potenti di turno.

I neoborbonici di questa Calabria non ne parlano mai e fanno risalire tutte le situazioni ad un unico evento: il Risorgimento.

IL RESTO DEL SUD

Napoli con la sua realtà mista di contraddizioni e di bellezze è il centro dell’universo borbonico.

Regno di Napoli

Regno di Napoli

Era certamente la punta di diamante, ma non rispecchiava la realtà dell’intero regno. In esso erano invece presenti una serie di problematiche strutturali e differenze sostanziali: vi sono zone in cui prevale, come si è detto, il baronaggio assenteista, la scarsità di strade, ma ve ne sono altre con sviluppo agricolo florido ed élite innovativa: ad esempio la piana barese è altra cosa dai villaggi isolati della Calabria.

Napoli era il centro di tutto il sud che si può rappresentare come una testa gigante su un fisico gracile.

Il regno però era pieno di differenze e in alcune zone anche di antinapolitanismo : in particolare la Sicilia in perenne conflitto politico e con conseguenze che accelerarono la fine del Regno delle due Sicilie.

11 4_Stampa allegorica del tempo raffigurante la cacciata delle truppe napoletane dalla Sicilia all'inizio della rivolta

Stampa allegorica del tempo raffigurante la cacciata delle truppe napoletane dalla Sicilia

L’analfabetismo era altissimo: in Calabria costituiva il 90% della popolazione (la media nazionale era il 68%) e l’edilizia scolastica, in certe zone, scarsa se non inesistente.

Le differenze economiche e sociali tra Nord e Sud Italia al momento dell_unificazione

Poco importa se esistessero punte di eccellenza come il Real Liceo di Catanzaro (dove insegnò Luigi Settembrini) oppure il Collegio italo-albanese San Demetrio Corone (Cosenza) fondato da papa Clemente XII: esse rappresentavano un’istruzione rivolta ad una élite e non al popolo.

Tale disomogeneità era presente non solo in Calabria: se escludiamo l’avanguardia universitaria, le scuole di base producevano ben pochi alfabetizzati. Uno sprazzo di miglioramento civile e democratico si ebbe durante il decennio napoleonico in cui i Borbone furono allontanati da Napoli, ma queste politiche furono subito abbandonate al rientro degli stessi.

Il vero paradosso era avere un regno senza eccessivo debito pubblico, ma ciò era dovuto ai pochi investimenti effettuati. Per di più il sistema economico depredava le province per poi usare gli introiti per i consumi e lo sfarzo della corte.

D’obbligo è il confronto con l’Italia settentrionale: qui la nobiltà terriera interiorizza e sfrutta l'l’attività riformatrice dei francesi accrescendo la produttività delle terre e facendosi carico, rispetto alla popolazione, di una sorta di responsabilità sociale della proprietà

I neoborbonici parlano del sud come di un monolito caratterizzato da una serie di periodi dorati. Ma perché glissano sui moti scoppiati tra il 1820 e il 1860?

I revisionisti descrivono un regno che fino al 1861 era ricco di prosperità, di arti, di industrie e così via. Ma allora perché protestavano i braccianti e i contadini?

MOTI LIBERALI

Il Meridione conobbe le pulsioni contestatarie ben prima del richiamo garibaldino: vi furono eventi sovversivi e richieste popolari o liberali dal 1799 al 1848 in varie parti del regno.

Murat

Si inizia con la nascita della Repubblica Napoletana nel 1799 che, se pur durata pochi mesi, ebbe un impatto importante a livello simbolico. Poi nel 1815 Gioacchino Murat col suo proclama fu forse il primo a immaginare la creazione di una nazione italiana indipendente.

13_Proclama di Murat

Proclama di Murat

Nel decennio francese si crearono gruppi liberali imbevuti di spirito riformatore e di principi illuministi.

Al rientro dei Borbone però restaurazione e repressione frenarono ogni reale speranza di modernizzazione con una chiusura totale verso ogni forma di opposizione politica. I Savoia al contrario cercarono di reintegrarla in un contesto non ostile.

Poi ci furono i moti rivoluzionari del 1820-1821: i tumulti si svilupparono dalla Puglia alla Calabria e poiché le truppe stavano marciando su Napoli il re Ferdinando I concesse la costituzione.

Moti rivoluzionari 1820_1821

Moti rivoluzionari 1820_1821

Pur essendo di breve durata, questo attivismo rivoluzionario servì ad inserire il regno in un contesto internazionale: i liberali meridionali costretti all’esilio si unirono così in una rete transnazionale.

In questo contesto la Carboneria rappresenta la maggior setta rivoluzionaria e sovversiva dell’ordine politico-istituzionale borbonico.

La Sicilia poi aveva un rapporto conflittuale con un regno a trazione napoletana e quindi non è un caso che il 1848 europeo iniziò proprio con la rivolta a Palermo del 12 gennaio.

Rivolta di Palermo 1848

Rivolta di Palermo 1848

Anzi nel settembre del1847 il primo moto cominciò a Messina. Questi moti e questa stagione riformista fecero conoscere una importante figura per il Risorgimento: Francesco Crispi, futuro presidente del consiglio.

Francesco_Crispi presidente del consiglio 1887

Francesco Crispi presidente del consiglio 1887

Queste insurrezioni siciliane portarono alla proclamazione di una nazione autonoma e alla promulgazione di uno statuto liberale (simile a quello del 1812).Francesco Crispi presidente del consiglio 1887

La bandiera del Regno di Sicilia del 1848  la Trinacria sul tricolore. Questo regno indipendente verrà soppresso l’anno seguente.

La bandiera del Regno di Sicilia del 1848 la Trinacria sul tricolore. Questo regno indipendente verrà soppresso l’anno seguente.

Dopo Palermo i patrioti napoletani provarono a far insorgere la popolazione ma la presenza dell’esercito rese difficoltosa la vittoria. Tuttavia, il sovrano concesse la costituzione. Seguirono altre insurrezioni a Reggio, nel Cilento, a Salerno. Anche alcuni preti parteciparono a questi moti incitando la popolazione alla ribellione e in alcuni casi subirono procedure canoniche in altre invece vennero difesi e omaggiati.

Ne seguì un clima poliziesco con un rigido controllo sulle attività che potevano portare a nuove insurrezioni o anche solo a “sentimenti liberali”. Si controllava la posta e bastava ricevere immagini definite rivoluzionarie (ad esempio bastimenti con bandiere tricolore) per essere catalogati come sovversivi antiborbonici.

Tra gli anni 30 e 40 dell’800 ripresero vigore le rivendicazioni delle correnti antiborboniche.

Figura importante è Benedetto Musolino di Pizzo Calabro: nel 1832 aveva fondato una organizzazione clandestina a Napoli “I figlioli della Giovine Italia”.

Benedetto  Musolino

Benedetto Musolino

A dispetto del nome, che evocava la Giovine Italia di Giuseppe Mazzini, l’associazione non fu mazziniana, ma replicò le modalità di organizzazione e in parte gli scopi della Carboneria. Diversamente dalla Giovine Italia di Mazzini, che fu un’associazione pubblica, e allo stesso modo della Carboneria, I Figliuoli della Giovine Italia fu una associazione segreta: ciò significò che ciascun adepto poteva conoscere soltanto il suo iniziatore e colui il quale egli avrebbe a sua volta iniziato.

Quando a Napoli i moti si interruppero l’attività rivoltosa proseguì in Calabria dove si creò una sorta di repubblica dal “basso” con l’istituzione di assemblee popolari, comitati di salute pubblica e partecipazione di clero e ceti popolari.

Si riformarono le cariche pubbliche in senso democratico smantellando il centralismo borbonico.

Il 1848 aveva dimostrato che il popolo aveva ormai un ruolo in questo nuovo contesto rivoluzionario e il cambiamento dello status quo non era solo scopo delle classi colte o di poche sette cospirative.

Intorno al 1860 risultò chiaro che le spinte rivoluzionarie non erano affatto sopite.

Neppure le concessioni liberali generarono effetto; la spedizione garibaldina diede nuova linfa alla cultura patriottica meridionale.

Spedizione dei Mille

Spedizione dei Mille

I sogni libertari del 1848 erano ripresi con vigore ed entusiasmo su tutti i giornali del sud. Ad esempio, il “Monitore Bruzio” giornale ufficiale della Calabria così si esprime: “Questo bisogno degli italiani di ricomporsi in una sola famiglia rimase non soddisfatto per tanti secoli” e poi ancora “Il nostro programma sarà quello del vincitore di Palermo, Italia e Vittorio Emanuele”.

Il Regno delle due Sicilie crolla perché delegittimato e incapace di modernizzazione.

Queste istanze democratiche di sovranità popolare e i tentativi di modernizzazione delle élite allergiche ai Borbone non entrano nei libri dei revisionisti: si glissa su queste importanti storie di malessere e di spinte patriottiche in modo da rivendicare la grandezza perduta.

GAETA

E’ il sacro simbolo della memoria neoborbonica, il luogo dove si crea la leggenda di un regno perduto e di una casa reale che combatteva per una causa nobile.

All’inizio di settembre 1860 in Calabria l’esercito borbonico era in ritirata e i battaglioni garibaldini muovevano verso Napoli senza incontrare resistenza militare.

Assedio di Gaeta

Assedio di Gaeta

Francesco II si ritira a Gaeta che solo 5 mesi dopo (febbraio 1861) abbandonò per l’esilio.

La cronistoria di quei mesi di opposizione a una sconfitta inevitabile è un evento storico che si è trasformato in un vero e proprio mito: Gaeta è la città dove un re coraggioso “assediato da terra e da mare dalla congiuntura atea-massonica internazionale, sacrificando il suo trono e mortificando la sua persona, volle lasciarci un forte messaggio di speranza, di pace e di giustizia ecc”

Francesco II e la regina Maria Sofia lasciano Gaeta dopo la capitolazione

Francesco II e la regina Maria Sofia lasciano Gaeta dopo la capitolazione

Gaeta rappresenta quindi una sconfitta tramutata in vittoria di valori e di animi, è la resistenza contro il complotto, è l’emblema dell’orgoglio dei vinti contro il vile avversario. Il nemico è descritto come un usurpatore che aveva beneficiato dell’avallo e magari della congiura di potenze straniere, Questo avversario si materializzò in altre entità: il “piemontese” (usato come dispregiativo che includeva tutti quelli di che combattevano la monarchia), il “traditore”, l’Europa.

Una curiosità: nel 2008 il comune di Gaeta decise di aprire un contenzioso legale, mai portato a termine, con gli eredi dei Savoia per il risarcimento dei danni subiti in seguito ai bombardamenti da parte della flotta sabauda.

Nel febbraio del 2017 a Gaeta si svolse una cerimonia con la posa della prima pietra del monumento per la memoria dei popoli delle Due Sicilie.

La città di Gaeta è perciò il “sito della memoria” e sinonimo di una identità meridionalista e duo siciliana.

Febbraio 2017 Gaeta posa prima pietra del monumento a memora dei popoli delle Due Sicilie

Febbraio 2017 Gaeta posa prima pietra del monumento a memora dei popoli delle Due Sicilie

GLI ALFIERI DEL RE

Carlo Alianello può essere considerato il padre nobile dei neoborbonici. Nel 1942 pubblica il romanzo “L’alfiere” che narra la storia di un soldato delle Due Sicilie che non tradisce Francesco II e combatte contro i garibaldini.

Romanzo L'Alfiere

Copertina del romanzo L'Alfiere di Carlo Alianello

Il libro viene esaltato dai neoborbonici perché rende accessibile a tutti, e non solo agli storici di mestiere, narrazioni che la storia ufficiale ha voluto cancellare. Compare anche il parallelismo con i soldati della Repubblica sociale che avevano mantenuto fede al giuramento militare e continuato a combattere pur sapendo che avrebbero perso.

Dal 1861 al 1870 molte furono le pubblicazioni che esaltavano i Borboni come sovrani spodestati ingiustamente. In quegli anni era forte l’insofferenza del Papato tanto che per la stampa cattolica il Risorgimento si trasformò in quell’evento che “usurpò la sacra autorità del pontefice sulla sua Roma” rendendo l’Italia “una nave senza nocchiero, in gran tempesta, Non donna di province ma ecc…”

Queste correnti antirisorgimentali cattoliche tradizionaliste ripresero vigore intorno al 2001: Massimo Viglione affermava che il Risorgimento si sarebbe dovuto basare sui valori millenari della cultura e spiritualità italiana e che invece fu un momento sovversivo contro l’antica civiltà cristiana in continuità storico-culturale con fenomeni quali il protestantesimo, la Rivoluzione francese, il comunismo e il Sessantotto.

Questo autore si diletta in programmi web di contronarrazione a sfondo complottista, andando dai no-green pass a Papa Bergoglio.

In un suo libro si definisce l’unificazione italiana come un complotto rivoluzionario portato avanti da forze massoniche e protestanti contro la Chiesa. Si colloca in quelle correnti cattolico-tradizionaliste per le quali razionalismo, giacobinismo, anarchismo, materialismo, internazionalismo sociale e liberalismo avrebbero distrutto uno status quo millenario.

Altri scettici del Risorgimento sono: Roberto Di Mattei e Angela Pellicciari: per questi storici l’unificazione, a causa del suo carattere areligioso, rappresenta una frattura insanabile.

Nasce negli anni Sessanta del ‘900 la rivista “L’Alfiere” (dal nome del libro di Alianello) guidata fino al 2005 da Silvio Vitale, avvocato e militante missino.

La rivista L'Alfiere

La rivista L'Alfiere

Nella rivista si punta a mettere in guardia chi, accettando certe tesi liberali dell’800, si troverebbe spiritualmente preparato a cadere nella cosiddetta cultura di sinistra.

L’anti risorgimento neofascista promuove una propaganda anti-garibaldina e complottista. Affermava che, mentre “gli altri celebrano il centenario dell’usurpazione e della sovversione, noi, da meridionali orgogliosi, ricorderemo la virtù e l’onore”.

Un neofascista di rilievo come Pino Rauti attaccava frontalmente l’unificazione pur consapevole che avrebbe urtato la sensibilità dei suoi camerati. Queste le sue parole: “A costo di suscitare le perplessità di tutto il mondo patriottico dobbiamo precisare che i moti risorgimentali italiani si alimentarono quasi esclusivamente delle ideologie liberal-democratiche allora in voga dopo la Rivoluzione Francese; quindi, si trattò di una lotta che aveva per scopo l’instaurazione di un regime democratico”. Secondo lui era inutile inserire il Risorgimento in quella linea storica che sfociò nel regime fascista.

L’Alfiere, nonostante la circolazione limitata, è un interessante esempio di revisionismo perché incrocia il mondo neoborbonico con quello politico e cattolico.

Nel 1992 Vitale fonda a Napoli “Il Giglio” una delle realtà neoborboniche più attive. Questa fondazione oggi organizza una scuola di politica in cui troviamo una commistione con cattolici reazionari.

Tra i relatori: un rappresentante di Tradizione, Famiglia e proprietà, una rete ultracattolica, tradizionalista, antimarxista e antiprogressista. Questo è il nuovo universo in cui gli alfieri dei Borbone incontrano i simpatizzanti pro-life, gli anti-Bergoglio, i fautori delle messe in latino e qualche cospirazionista no-green pass.

Quindi, uno degli aspetti più interessanti del neo-borbonismo è che riesce a essere presente in formazioni politiche e ideologie diverse.

Per alcuni (pochi) scrittori neoborbonici il Risorgimento era stato uno strumento di sfruttamento capitalista, per quelli dell’Alfiere, invece, se ne temevano al contrario le tendenze egualitarie e modernizzatrici, liberali e marxiste.

L’unità sarebbe stata una forma di colonialismo e di conquista esercitata con il benestare della stessa borghesia meridionale.

CONCLUSIONI

Per i neoborbonici c’è un peccato originale e si chiama Risorgimento. In realtà, esso, pur con i suoi limiti, ha rappresentato un avanzamento civico epocale anche per le classi meridionali che vivevano sotto l’assolutismo politico dei Borbone.

Simbolo dei Neoborbonici

Simbolo dei Neoborbonici

La questione meridionale ha visto gli interventi di intellettuali e di politici illustri fin dai primi anni dell’unificazione. Il meridionalismo era parte integrante del dibattito pubblico e culturale e, fino agli anni’80 il dualismo NORD-SUD era stato trattato in un contesto nazionale e con una serie di interventi straordinari, infrastrutture e partecipazioni statali.

Questo dualismo economico che ancora esiste tra regioni settentrionali e meridionali caratterizzava la penisola già nel 1861. Diversificazioni esistevano tra la parte occidentale della nazione, grazie anche alla presenza delle ex-capitali dei regimi preunitari, e quella orientale. Esso cresce soprattutto tra le due guerre mondiali ma diminuisce tra l’inizio degli anni Sessanta e la metà degli anni Settanta grazie pure agli interventi della Cassa del Mezzogiorno.

Le oggettive difficoltà delle province ex-borboniche devono essere contestualizzate: l’Italia era un Paese economicamente arretrato e povero. Era stato politicamente frammentato per secoli e la competizione internazionale era un problema per i piccoli reami.

In generale la penisola era un paese in gran parte agricolo e non dappertutto aveva avviato un processo di modernizzazione.

Al Nord vi erano stati maggiori investimenti e bonifiche, ma ovunque, e non solo in Calabria, esisteva uno svantaggio dovuto alla carenza di infrastrutture come ferrovie e strade e questo danneggiava ogni forma di commercio e sviluppo.

Nel 1861 esistevano nazioni in forte espansione industriale, ma l’Italia non era tra quelle. L’industrializzazione delle province nordoccidentali inizia solo dal 1891 quando, in pratica, rallenta il sud; qua l’apparato industriale e produttivo non era uniforme: era poco specializzato e troppo dipendente da commesse governative; inoltre, una parte significativa era costituita da forme di artigianato a carattere famigliare e pertanto arretrato e di tipo arcaico.

In sostanza nell’ex regno borbonico mancava sia una vera cultura industriale sia una sostanziale efficienza politica.

Questo stato deplorevole favoriva la miseria e di conseguenza il brigantaggio e la disoccupazione.

Mammone cerca di rispondere ad una domanda: quando nasce il grande divario tra Nord e Sud?

Andrea Mammone

Andrea Mammone

E non ha dubbi: colpa del primo conflitto mondiale e del fascismo, ma anche di una classe dirigente che, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso ha sperperato innumerevoli risorse e non è riuscita ad offrire una visione chiara del paese.

Ma il bello del saggio sta soprattutto nella via d’uscita che sembra offrire: il Risorgimento non va mitizzato ma "riscoperto dal basso", ricostruendo una memoria collettiva che parta dagli eroi minori e meno conosciuti del periodo unitario e liberale. Molti dei quali furono meridionali. Ed è forse questa l’omissione più grande della storiografia di fede neoborbonica, che per Mammone ha dimostrato i suoi limiti perché sostanzialmente "incapace di offrire un argine a fattori quali globalizzazione, delocalizzazione, emigrazione, migrazioni, crisi economica, instabilità della classe politica e riduzione della spesa pubblica".

Bibliografia

- “Il mito dei Borbone, Il Regno delle Due Sicilie tra realtà e invenzione” di Andrea Mammone (Mondadori 2024),

-“Le reali ferriere ed officine di Mongiana” di Brunello De Stefano Manno Cittàcalabria edizioni (Rubettino Editore)

Note:

(1) Andrea Mammone

Nato a Cosenza, 03/11/1974

Professore strutturato e a tempo indeterminato dal 2011, prima di Storia Contemporanea e successivamente di Storia dell’Europa presso la Royal Holloway, University of London.

RICERCHE:

  • Estremismo di destra: sviluppi storici, interazioni transnazionali, ideologia, fascismo e neofascismo (in particolare in Francia, Gran Bretagna e Italia), pan-nazionalismo, connessioni transatlantiche
  • Storia dell’Europa contemporanea: nazionalismi, euroscetticismo, xenofobia, percezioni pubbliche dell’Unione Europea
  • Storia dell’Italia contemporanea: movimenti e partiti politici (1989-oggi), correnti anti Risorgimentali meridionali (fine ’800 a oggi)
  • Storia e memoria: costruzione della memoria pubblica, usi pubblici del passato (in particolare Risorgimento e fascismo)

FORMAZIONE:

2008 Dottorato di ricerca (Ph.D.) in studi europei e storici,

USA 2004-2005 Visiting Research Student, Faculté des sciences historiques,

Université de Strasbourg 2003-2004 Corso avanzato in metodologia della ricerca in scienze umanistiche,

2003 Laurea in Scienze Politiche, indirizzo politico – internazionale, 110/110 Summa cum Laude,

Università di Siena 2001 Mar.-June Programma Leonardo da Vinci (incluso corso intensivo di lingua francese),

Strasbourg 1999-2000 Programma Erasmus, Department of European Studies, University of Bath

(2) Canzone di Bennato su Mongiana

Santena, 30 Aprile 2025

NB: Per visionare la prima parte dei NEOBORBONICI cliccare qui