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I SINDACI DI TORINO DAL 1800 AL 1850
di Flavio Rainero
Indice:
LA STORIA DEI PRIMI SINDACI DI TORINO
LO STATUTO ALBERTINO E IL VOTO POPOLARE
AGOSTINO LASCARIS DI VENTIMIGLIA
Michele Benso di Cavour fu il padre che ciascuno di noi dovrebbe essere
Il grande Umberto Eco disse: “Senza l’Italia, Torino sarebbe più o meno la stessa cosa. Ma senza Torino, l’Italia sarebbe molto diversa”. Torino è stata la prima capitale d’Italia e rimane tutt’oggi una delle principali città italiane. Qui storia, cultura, turismo, arte e persino esoterismo si incontrano a formare uno dei principali agglomerati urbani del Bel Paese. Amministrarla però non è facile e la città oggi ha diversi problemi legati soprattutto all’inquinamento atmosferico e alla perdita di grandi eventi. Ecco perché la figura del primo cittadino è fondamentale, proviamo a ripercorrere la storia dei sindaci di Torino nel periodo temporale che va dal 1800 al 1850. In questo mezzo secolo sono avvenuti dei fatti storici importanti per la storia dell’Italia e per il preludio all’unificazione nazionale. Partiamo dall’”Ancien regime”, poi all’invasione di Napoleone Bonaparte, poi alla Restaurazione per poi passare allo Statuto Albertino e alle sue ricadute.
Possiamo iniziare a parlare di sindaci dall’anno 1562. Prima di questa data infatti, in un atto ufficiale dell’anno 827 un tal Ogheriano e un tal Antelmo Scabini assistettero al «placito» tenuto dal Messo imperiale Bosone all’interno del quale si parlava ancora di “consoli”, termine di chiara derivazione romana. A seguito della pace di Cateau-Cambresis del 1559, Emanuele Filiberto riottenne Torino e il Piemonte come ricompensa per aver combattuto con la Spagna contro la Francia.
Deciso a modernizzare ed efficienziare i propri territori, il duca di Savoia diede una veste più moderna all’assetto organizzativo della città. Accentra quindi la gestione amministrativa su un decurionato basato sulla figura dei sindaci e li supporta con sessantadue decurioni eletti, costituenti il Consiglio Generale. Di questi, 24 formano il Consiglio ristretto che poi eleggerà i primi cittadini. Dal 1564, con Paolo Nicolò, Lorenzo Nomis e Bernardino Ranzo, ogni anno, fino al 1800, vennero scelti dai due ai quattro membri tra gli aristocratici della società per ricoprire la carica di primo cittadino. Poco per volta non solo aristocratici ricoprirono la carica: nel 1569 diventa sindaco Agostino Meschiatis, mercante di panno e nel 1618 Giovanni Francesco Cuneo, di professione fondachiere (una sorta di doganiere o gabelliere).
Nel 1796, a seguito dell’armistizio di Cherasco, arriva la prima dominazione francese degli Stati Sabaudi. I conquistatori sostituiscono al Decurionato una Municipalità e trasformano il territorio piemontese in un prolungamento dell’Impero. Sono anni turbolenti per i territori dei Savoia e dopo un breve ritorno della monarchia nel 1799, a seguito della sconfitta francese per mano delle truppe austro russe, nel 1800 il Piemonte finisce nuovamente nelle mani di Napoleone fino al Congresso di Vienna nel 1814. Il potere amministrativo ed esecutivo ricomincia a parlare francese: scompaiono i sindaci e nel 1801 Ignazio Laugier (1801-1805) diventa maire seguito subito dopo da Giovanni Negro (1806-1814). Nominati da Napoleone, il primo durò in carica 4 anni, il secondo addirittura 8. È solo un passaggio però, perché subito dopo l’elezione torna su base annuale fino al 1848.
Il 4 marzo del 1848 entra in vigore in tutto il Regno di Sardegna lo Statuto Albertino, documento di stampo costituzionale flessibile. Poco dopo è il turno della legge elettorale, emanata da Re Carlo Alberto il 17 marzo 1848. Questa prevede che ad esercitare il diritto di voto siano solo i maschi di età superiore ai 25 anni, che sappiano leggere e scrivere e che paghino al Regno un tributo di 40 lire. Il sindaco adesso viene scelto tramite un meccanismo che combina il principio elettivo con quello di nomina regia. Un elettorato ristretto vota diversi consiglieri e il Re, tramite decreto reale, designa l’unico sindaco. Il primo a essere incaricato nel nuovo ordinamento è Luigi De Margherita accademico, avvocato e politico liberale che ricoprirà l’incarico dal 31 dicembre 1848 fino al 7 aprile 1849. È di fatto il primo incaricato eletto dal popolo di Torino. Lo segue il magistrato Carlo Pinchia (1849-1850)
Decurioni e sindici annuali (1720-1801)
- 1800: Paolo Mazzetti di Saluggia - Giovanni Battista Arbaudi
Maire francesi (1801-1814)
- 1801-1805: Ignazio Laugier
- 1806-1814: Giovanni Negro
Sindaci annuali (1814-1848)
- 1814-1815: Paolo Mazzetti di Saluggia - Giovanni Battista Arbaudi
- 1816: Bernardo Ripa di Meana - Giulio Cesare Marenco di Moriondo
- 1817: Michele Provana del Sabbione - Saverio Morelli
- 1818: Agostino Lascaris di Ventimiglia - Giuseppe Cavalli
- 1819: Michele Provana del Sabbione - Luigi Bertalazone di San Fermo
- 1820: Enrico Seyssel d'Aix - Giuseppe Sobrero
- 1821: Luigi Coardi Bagnasco di Carpeneto - Gaetano Calliani
- 1822: Giuseppe Provana di Collegno - Giuseppe Adami di Bergolo
- 1823: Domenico Roero di Piobesi - Giuseppe Gaetano Rignon
- 1824: Carlo Giuseppe Perrone di San Martino - Pietro Gay di Quarti
- 1825: Cesare Romagnano di Virle - Edoardo Tholozan
- 1826-1827: Tancredi Falletti di Barolo - Davide Revelly
- 1828: Giacomo Asinari di Bernezzo - Luigi Francesetti di Hautecourt e Mezzenile
- 1829: Luigi Nomis di Cossilla - Luigi Ricciolio
- 1830-1831: Giuseppe Provana di Collegno - Gerolamo Cravosio
- 1832: Enrico Seyssel d'Aix - Ignazio Michelotti
- 1833-1834: Michele Benso di Cavour - Giuseppe Villa
- 1835: Carlo Pallio di Rinco - Luca Martin di San Martino
- 1836: Luigi Mola di Larissé - Ignazio Pansoya
- 1837: Carlo Nicolis di Robilant - Amedeo Chiavarina di Rubiana
- 1838: Carlo Cacherano d'Osasco - Giuseppe Bosco di Ruffino
- 1839: Carlo Ferdinando Galli della Loggia - Luigi Rostagno di Villaretto
- 1840: Giuseppe Pochettini di Serravalle - Ignazio Marchetti Melina
- 1841: Paolo Gazelli di Rossana - Pietro Villanis
- 1842-1843: Antonio Nomis di Pollone - Angelo Borbonese
- 1844: Cesare Romagnano di Virle - Giuseppe Ponte di Pino
- 1845: Giuseppe Pochettini di Serravalle - Giuseppe Bosco di Ruffino
- 1846-1848: Vittorio Colli di Felizzano - Giovanni Nigra
Sindaci nominati con Regio decreto (1848-1861)
- Luigi de Margherita, dal 31 dicembre 1848 al 7 aprile 1849
- Carlo Pinchia, dal 7 aprile 1849 al 31 gennaio 1850
Giovanni Agostino Giuseppe Lascaris di Ventimiglia nacque a Torino il 16 marzo 1776.Egli ereditava i titoli nobiliari di marchese della Rocchetta e conte di Castellar. Agostino fu membro del Collegio elettorale del Dipartimento del Po e consigliere comunale di Torino durante il periodo del dominio francese. Inoltre divenne ufficiale della Legion d'onore, fu nominato conte dell'Impero francese con decreto del 3 dicembre 1809 e lettere patenti del 26 aprile 1810. Lascaris fu sindaco di Torino nel 1818 e di Pianezza nel 1826.

Agostino Lascaris di Ventimiglia, di Luigi Fognola, Palazzo Lascaris di Torino
Discendente dall'antica famiglia Lascaris di Ventimiglia, Agostino nacque da Giuseppe Lascaris di Ventimiglia e da Agnese Teresa Maria Tondut Peyre, dei conti di Ganzo e Costa d'Oneglia. Agostino nel 1803 sposò l'ultima discendente del ramo primogenitale dei marchesi Carron di San Tommaso, Cristina Giuseppa Marianna (detta Giuseppina) e divenne proprietario del palazzo che porta il nome di Palazzo Lascaris, a Torino. Giuseppina Carron, fu figlia di Giuseppe Bonaventura Carron di San Tommaso di Briançon marchese di Sommariva Perno, conte di Avigliana, Primo scudiere e Gentiluomo di Camera di S.A.R. il Principe di Piemonte e della moglie Maria Lesbia Cristina Doria, dei marchesi di Cirié e del Maro, conti di Prelà e di Dusino, signori di Testico, Cesio e Valdichiesa

Giuseppina Carron di San Tommaso marchesa Lascaris di Ventimiglia (1786-1841)
Lascaris a quindici anni entrava alla corte reale di Torino come paggio e il 3 luglio 1793 era nominato Scudiere reale in seconda e Gentiluomo di bocca (titolo di chi esercita speciali mansioni nelle corti). In pari data riceveva i galloni di capitano di fanteria e l'anno successivo aggregato allo Stato maggiore sabaudo, in qualità di aiutante di campo del re Vittorio Amedeo III di Savoia. Subentrato il regime napoleonico, dopo l'Armistizio di Cherasco, Lascaris transitava, con il medesimo grado, nell'armata francese servendo con distinzione e grandi prove di valore nelle campagne militari del 1796-1799. Inquadrato con i reparti piemontesi nella divisione del generale Paul-Louis Gaultier de Kerveguen, fu incaricato come geniere di ristrutturare le fortificazioni di Firenze, Siena e Pontremoli e di compiere numerose azioni di ricognizione. Lascaris, nel 1800, dopo la battaglia di Marengo, si congedò dall’esercito francese.
Nel 1810 era a Parigi, dove la moglie sin dal 1807 era stata nominata Dama del Palazzo dell'imperatrice Giuseppina di Beauharnais, poi di Maria Luisa d'Asburgo-Lorena. Il marchese, inizialmente inviato come rappresentante del comune di Torino presso la corte imperiale, prese a dedicarsi alle scienze, alle arti e particolarmente all'agricoltura. Nel 1814 il re di Sardegna, tornato in Torino, richiamò tutti i vecchi ufficiali, così Lascaris si trovò riaggregato all'esercito savoiardo, per lungo tempo con il grado di capitano nonostante l'anzianità di servizio, probabilmente per le sue simpatie napoleoniche. Nel 1815, Lascaris accompagna la consorte per motivi di salute in Toscana, a Pisa, dove Lascaris si ferma sino almeno al marzo 1816 nonostante nell'ottobre precedente fosse stato inviato dal governo sabaudo a compiere operazioni di ricognizione militare in Provenza, oltre il fiume Varo. Soltanto l’11 settembre del 1816 Lascaris, che aveva presentato rimostranze ai suoi superiori per i mancati avanzamenti di carriera, risulta promosso al grado di maggiore. Il 21 gennaio 1832 Agostino fu promosso maggiore generale e con tale grado fu posto a riposo. Ma ancora nel 1833 continuava a dare il proprio contributo di competenze militari e strategiche in qualità di vicepresidente dell'Accademia delle Scienze di Torino. Con l'apprezzatissimo saggio “Essai sur quelques améliorations dans l'art de la guerre” nel 1838 gli veniva riconosciuto il grado onorifico di luogotenente generale.
Tuttavia, sino almeno al 1816, secondo Il Memoriale di Sant'Elena, Napoleone Bonaparte, imperatore in esilio, poneva i coniugi Lascaris fra i più cari ricordi e fra i più fedeli alla sua persona : “L'Empereur dit qu'il renouvela à Turin, la galanterie gracieuse de Troyes, dans la personne de Mme de Lascaris, et dans les deux endroits, du reste, il croit avoir eu à se louer de sa libéralité, et en avoir recueilli le fruit. Les deux familles se sont montrées attachées et reconnaissantes.”
Giuseppina Lascaris a sua volta, nel 1822, durante un incontro avvenuto a Roma ebbe a raccontare a Massimo d’Azeglio un simpatico aneddoto che la vedrà confrontarsi benignamente con l’Imperatore e dove lei avrà la meglio, infatti disse “prima di Wellintgon vinsi io Napoleone.”
Nel 1809 Lascaris fu ammesso nella Società reale d'agricoltura che fu presieduta da lui negli anni 1819-1835. Nel 1818 è sindaco di Torino dopo lunga esperienza come decurione cittadino e nel 1820 fu inoltre aggregato all'Accademia delle Scienze, della quale fu vice-presidente dal 27 giugno 1830 e poi presidente. Il 19 ottobre 1831 Agostino fu nominato Grande di Corte da Carlo Alberto di Savoia e Consigliere di Stato ed ebbe parte fondamentale nella compilazione del Codice civile sabaudo del 1837. Altro importante ufficio espletato dallo statista piemontese fu quello di membro del Consiglio generale del debito pubblico, con nomina regia del 10 febbraio 1820, 16 agosto 1831 e successiva conferma del 27 gennaio 1838. Il 31 dicembre 1823 fu nominato dal Consiglio generale del Comune di Torino Mastro di Ragione del comune torinese (capo della Ragioneria).
Per le sue competenze scientifiche Lascaris fu aggregato ad altri corpi accademici : il 30 giugno 1814 all'Accademia Valdarnese, il 10 giugno 1824 alla Société linnéenne di Parigi, il 20 giugno 1824 alla Società di Agricoltura, Istoria naturale e Arti utili di Parigi, il 22 luglio 1826 alla Società economica di Chiavari, e nel 1833 all'Accademia della valle Tiberina toscana di scienze, lettere e arti. Lascaris fu inoltre eletto membro onorario dell'Accademia Albertina e membro della Nobile società per la direzione dei teatri di Torino.
Nel 1825 divenne il primo presidente della neonata Camera di Agricoltura e Commercio (l'attuale Camera di Commercio di Torino) dopo essere stato Direttore della Reale Società agraria e, nel corso degli anni, pubblicò una trentina di contributi scientifici di prevalente argomento botanico, agronomico e industriale. Nel 1829 e 1832 Lascaris organizza e finanzia personalmente le prime Esposizioni dell'industria, arti e mestieri di Torino, ospitate con circa cinquecento aziende nel Castello del Valentino. Le Esposizioni sono il segno tangibile di un lento ma progressivo cammino verso una società non più agricola, ma industriale.
Nel 1828 Lascaris patrocinò l'apertura di un banco pubblico di prestito e sconto per favorire l'economia, ma ricevette parere negativo dalla Camera di commercio di Genova. Migliore sorte ottenne la proposta del 1834 di aprire un banco di prestito pubblico a vantaggio dello sviluppo agricolo e industriale. A tale scopo il re nel 1835 dava il consenso alla Cassa di riserva dello Stato di destinare la somma di sei milioni di lire per prestiti al quattro per cento sui depositi delle aziende industriali della seta.
«L’industria ha presso di lui (Carlo Alberto di Savoia) un esimio patrono, Lascaris, vicepresidente della regia Società Agraria, ecc., il quale ben conosce che cosa sia industria, antivede i nuovi destini della Italia tutta mercé l'incremento di essa e careggia con zelo ed amore questa pianta produttrice di frutti d’incivilimento, di agi, di potenza e di moralità eziandio. Cioè laddove havvi nel popolo dolcezza di vita acquistata col lavoro, havvi pure integro e religioso costume. Questo dotto e zelante personaggio ha nell’ ottimo suo Saggio sopra gli alberi torti (pag. 9), inculcata la proposta di un banco setario di prestito e di sconto da erigersi negli stati di S. M. il re di Sardegna, per rimediare alla diffalta di capitali, che sgraziatamente mancano anch’essi colà all’ industria.»
Nel 1798 acquistò i resti del castello di Pianezza e l'annessa tenuta, che era appartenuta tra l'altro ai Savoia, ai Provana e infine al governo francese, che lo aveva venduto a privati i quali lo avevano abbattuto. Negli anni successivi vi fece costruire una villa in stile Impero, che donò poi all'arcivescovo di Torino Mons. Fransoni (l'attuale villa Lascaris).
Lascaris nel 1835 fece curare e pubblicare a sue spese le opere cinquecentesche di Giovanni Francesco Fara, De Rebus Sardois e Chorographia Sardiniae, provenienti da manoscritti inediti della biblioteca del padre, già viceré di Sardegna.
Nel 1835, il marchese si trasferì nella propria villa di Pianezza, e lasciò Palazzo Lascaris agli eredi in usufrutto. Attualmente Palazzo Lascaris è sede del Consiglio Regionale del Piemonte. Agostino fu eletto presidente perpetuo della Accademia delle Scienze di Torino il 26 novembre 1837. Morì a Saint Vincent il 28 luglio 1838 “di violenta sincope alle cinque ore e un quarto di sera alle acque di Saint Vincent”. Due mesi prima era scampato ad una grave malattia e, come continua Luigi Cibrario suo biografo,” la sua salute era rifiorita tra le ombre amene della sua villa di Pianezza” e appunto alle terme valdostane e annunciava di voler tornare in Piemonte.
Il matrimonio tra Agostino Lascaris di Ventimiglia e Giuseppina Carron di San Tommaso risulterà travagliato. Da fonti dell’epoca, lo stesso Camillo Cavour, ebbe a dire che Agostino era un uomo che in famiglia poteva essere violento e furioso, mentre pubblicamente viene ricordato come uomo dai modi affabili, squisitamente cortese e di gande ingegno, come dimostrano anche tutte le sue cariche e onorificenze. Nel suo epistolario Camillo Cavour, che ebbe sempre particolare affetto per la cognata, annota: “Agostino non di rado aveva commesso molte stranezze. S’era accentuata in lui l’irrequietezza, l’irascibilità, erano frequenti le terribili scenate in cui minacciava la moglie, della quale poi rientrato in sé, riconosceva la virtù” e ancora “C’etait un homme qui fesati le malheur des autres ed se tourmentant lui meme”.
La paura che potesse accadere il peggio, Cavour fece decidere Giuseppina, del cui patrimonio era diventato procuratore generale con atto notarile, di allontanarsi dal marito. Ella decise di andare a Pisa e grazie all’aiuto dei Cavour, il re in persona obbligò il Lascaris a lasciare in pace la moglie. Un evento di grande portata tanto che Adele de Sellon, suocera di Adele Lascaris di Ventimiglia si era gravemente ammalata. Certamente in famiglia non si dimenticava un altro fatto molto simile: il divorzio della sorella di Adele Cavour, Victoire de Sellon d’Allaman dal conte de la Turbie, autorizzato dallo stesso Napoleone Bonaparte grazie ai buoni uffici della marchesa Filippina de Sales Cavour.
La figlia unica di Agostino Lascaris, Adele, sposò diciannovenne nel 1826, con ricca dote di circa due milioni di lire, Gustavo Benso di Cavour.

Adele Lascaris, detta Adelaide, ritratto anonimo, Castello Cavour di Santena
Dal matrimonio, alquanto infelice, nacquero due figli maschi, Augusto, morto alla battaglia di Goito e Ainardo rimasto celibe e una figlia, Giuseppina, moglie nel 1851 di Carlo Alfieri di Sostegno, conte di Magliano. La prematura morte di Adele, il 31 dicembre 1833, produsse una notevole incrinatura dei rapporti di Gustavo con il fratello Camillo, il quale, legato alla cognata da particolare affetto, incolpò Gustavo della cattiva riuscita del suo matrimonio e dei dissapori che l'avevano diviso dalla moglie fino alla fine.
La presa di posizione dei Benso fece sì che nel testamento fosse diseredato Gustavo, marito di Maria Lesbia Adelaide Susanna Lascaris, detta in famiglia “la sposa” nel 1826. Anche in questo caso un altro matrimonio non particolarmente felice. Questo fece sì che i rapporti tra i due fratelli Cavour alla morte di Adele il 31 dicembre 1833, deceduta nel dare alla luce il suo terzogenito, si incrinassero. Al suo capezzale padre e marito non si parlarono sino alla morte sella donna. Adele, bellissima come si vede nel ritratto conservato a Santena, opera dell’Ayres, lasciò i tre figli piccoli e amatissimi: Augusto, arruolatosi nell’esercito e morto a Goito, Ainardo, erede del titolo che non si sposò mai e Giuseppina, come la nonna, che nel 1851 va in sposa a Carlo di Sostegno, colei che ebbe il ruolo di tenere viva la fiamma dei Cavour.
Di Agostino Lascaris di Ventimiglia esiste uno splendido ritratto conservato nella Villa Cavour di Santena, opera di Pietro Ayres, che ci restituisce l’immagine di un uomo elegante e di grande fascino. Spiccano sull’abito scuro la croce di Cavaliere dell’Ordine di San Maurizio e Lazzaro e l’onorificenza di Commendatore che gli conferì Carlo Alberto il 24 febbraio 1832 per i suoi sforzi nel campo del progresso nel campo dell’agricoltura, del commercio e dell’industria nel Regno.
Il 7 settembre 1835, a cinquantanove anni, Lascaris dettava il suo testamento, indicando le sue volontà post mortem. La moglie Giuseppina, già in possesso di un vasto patrimonio come ultima erede del ramo primogenitale dei marchesi Carron di San Tommaso, veniva beneficiata dell'usufrutto vitalizio della sontuosa villa di Pianezza con le dipendenze, un tempo incluse al castello, della casa e giardino del Colombaio e un prato, separato dal parco di Pianezza da un recente acquedotto. Il vitalizio comprese inoltre la vicina casa colonica detta Giuseppina, dotata di una azienda agricola di oltre 15 ettari, da ritagliarsi dal grandioso tenimento ed estesissima possessione di vigne che costituiva la proprietà complessiva concessa in loco dal governo francese a Lascaris nel 1798/99, probabilmente corrispondente all'intero territorio dominicale dell'antico marchesato di Pianezza. La nuda proprietà del vitalizio della consorte era concessa, alla morte di Lascaris, alla mensa vescovile di Torino, che avrebbe dovuto assumere anche il pieno usufrutto della villa e dipendenze, escluso il grandioso tenimento comprendente altre cascine, alla morte della moglie.
Ai nipoti, Augusto, Giuseppina e Ainardo Benso di Cavour, figli dell'adorata figlia Adele mancata da quasi due anni, non era lasciato quasi nulla, poiché venivano istituiti eredi della sola quota legittima di 1/3 del patrimonio, ma obbligati alla collazione (in pratica la restituzione) della dote materna, di circa due milioni di lire d'argento, già concessa in vita da Lascaris ai Benso, che andava a cancellare o meglio sostituire il terzo della legittima, cioè della quota di diritto, obbligatoria per legge.
Il plenario usufrutto “di tutti gli altri miei beni, effetti e ragioni” Lascaris lo intestava ai figli del conte Agostino Avogadro di Valdengo, ai figli del conte Carlo Felice De Morri di Castelmagno e al cavaliere Carlo Cordero di Belvedere. Ovvero ai suoi cugini, discendenti dalla contessa Anna Peyre della Costa d'Utelle, prozia materna. I cugini Avogadro, per ricevere il legato, avrebbero dovuto aggiungere al proprio il cognome Lascaris di Ventimiglia, come i De Morri e Cordero quello di Peyre della Costa, aggiunta che infatti avvenne.
Gli altri rami dei Lascaris Ventimiglia, quelli dei cugini del padre Giuseppe, Giovanni Paolo conte di Peille e Luigi Gaetano Marinetto, conte di Aspremont, che dividevono le proprietà di Castellar erano nel frattempo estinti dopo essere stati espropriati durante la Rivoluzione francese. Analoga sorte sembrano aver subito i beni del marchesato di Rocchetta del Varo; quindi gran parte dell'asse ereditario era costituito dai beni della contea di Costa d'Oneglia, ereditata dalla madre e da quelli concentrati in Fossano e Savigliano. Oltre naturalmente Palazzo Lascaris a Torino e la vastissima proprietà del marchesato di Pianezza. La politica patrimoniale di Lascaris, condizionata dagli eventi della Rivoluzione francese e dal successivo ridisegnarsi dei confini con la Francia, sembra essere stata quella di abbandonare le proprietà incluse nella contea di Nizza e investire il ricavato in attività agricole e finanziarie piemontesi. Così la contea di Èze, ereditata dalla nonna materna Maria Elisabetta Francesca Cortina di San Martino, espropriata nel 1792 dal regime repubblicano, fu rivenduta al Lascaris nel 1814, ma questi la cedette nel 1824 al Comune di Èze al prezzo di cinquantacinquemila lire.
Tale asse patrimoniale in usufrutto ai cugini materni secondo il testatore sarebbe rientrato nel pieno godimento dei nipoti Benso soltanto alla morte del marchese Michele Benso, della moglie Adele de Sellon d’Allaman e del figlio Gustavo Benso di Cavour, genero di Agostino. Avvenimento luttuoso che si determinò soltanto nel 1864 con la morte di Gustavo, quando i figli Ainardo e Giuseppina poterono finalmente ereditare il patrimonio Lascaris.

Gustavo Benso marchese di Cavour (1806-1864)
Inutili risultarono infatti le impugnazioni del testamento da parte della moglie di Lascaris da tempo separata dal marito e dei nipoti, che furono respinte dal Senato di Torino con sentenze del 17 maggio e 7 luglio 1839.
Nonostante tali sentenze, forse in vista di una proposta di transazione agli usufruttuari nominati dal marchese, Camillo Benso di Cavour, nei suoi diari, il 12 gennaio 1840, annotava un inventario riassuntivo dei beni che la vedova Giuseppina Carron di San Tommaso avrebbe dovuto ereditare dal marito e disporre in favore di suo fratello Gustavo per 500.000 lire. Cosa che avvenne nel testamento della Carron del 17 gennaio 1841, ma senza alcun effetto pratico. Infatti, altra sentenza dell'8 febbraio 1840 aveva spento le speranze dei Benso di riacquistare parte dei beni della villa di Pianezza, destinata ai vescovi di Torino. Ancor prima di aprire il testamento, il 2 agosto 1838, Camillo Benso confidava in una lettera: “j'espère peu pour mes neveux” e successivamente il 22 gennaio 1841 parlava di “torts infâmes” del marchese contro il fratello.
Soldato, politico, scienziato, uomo “dal fare sereno” profondamente religioso e caritatevole, lo è stato fino all’ultimo, la figura di Agostino Lascaris di Ventimiglia, che ha segnato le comunità di Torino e di Pianezza, già poco tempo dopo la morte destò l’urgenza di Luigi Cibrario di essere ricordata e, diremmo anche, studiata e approfondita.
Michele Giuseppe Francesco Antonio Benso, V Marchese di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella, nacque a Torino il 14 dicembre 1781 dal marchese Giuseppe Filippo e da Josepha Françoise Philippine dei Marchesi de Sales, I Contessa dell’Impero Francese

Michele Benso marchese di Cavour (1781-1850)
Il padre proveniente da una famiglia di antica nobiltà, primo di sedici fratelli, uomo di non grandi capacità e di debole volontà, aveva condotto la famiglia a gravi dissesti economici. Fu la madre, donna di grande energia, a risollevare attraverso anni di sforzi le sorti della famiglia. Dapprima con la propria dote, poi sostituendosi al marito nell'amministrazione delle proprietà e delle finanze. Le sorti economiche della famiglia furono però nuovamente compromesse dalla crisi scoppiata con la guerra controrivoluzionaria: le contribuzioni richieste dai Francesi, l'abolizione dei diritti feudali, poi l'inflazione la gravarono di debiti.
Intorno alla metà del 1797 il Cavour entrò nell'esercito sabaudo. Quando questo fu incorporato nell'armata francese si trovò agli ordini del generale Schérer e combatté a Verona il 26 marzo 1799, persa contro l’esercito austriaco. Nel giugno del 1800, dopo la prima Restaurazione, lo troviamo di nuovo nell'esercito sardo, luogotenente e aiutante di campo del conte Thaon di Revel. In seguito alla vittoriosa controffensiva francese riparò ad Alessandria. Pochi giorni dopo accompagnò il Thaon di Revel a Genova (dove fu ricevuto dal futuro Vittorio Emanuele I e conobbe l'ammiraglio inglese Keith, quindi a Livorno. Si stabilì poi a Firenze con lo zio Uberto detto Franchino fra la fine del luglio 1800 e il maggio 1801.
Dal soggiorno livornese e fiorentino nacquero le prime manifestazioni di quello che si sarebbe rivelato il temperamento di Michele: la curiosità per il nuovo, la ricchezza di interessi, la propensione per gli aspetti pratici delle cose più che per quelli teorici. Discusse con l'ammiraglio Keith sulle caratteristiche della flotta e dell'esercito inglese, s'interessò ai contrasti anglo-austriaci, mostrò d'aver compreso la novità profonda della guerra rivoluzionaria, cioè il suo carattere popolare e ideologico.
All'inizio del giugno 1801 il marchese partì per Ginevra con lo zio, che non voleva tornare a Torino per i suoi sentimenti antigiacobini, peraltro condivisi dal Cavour. I due giunsero in luglio a Leuk, presso Ginevra. Qui Michele frequentò i più noti ambienti intellettuali ginevrini, tra cui casa Necker e il salotto di madame de Staél e ne fu positivamente influenzato, sebbene si fosse tenuto lontano da troppo ardite avventure intellettuali e dalla sua sempre più marcata propensione per le attività pratiche. Questa propensione lo indusse ad aderire al consiglio della madre, giuntogli in questo periodo, di dedicarsi agli affari. E in questa prospettiva, e occupandosi della ricerca di prestiti con i quali riacquistare i beni dei De Sales a suo tempo confiscati dalle autorità rivoluzionarie, il marchese stabilì contatti col mondo finanziario ginevrino, alcuni dei quali destinati ad avere importanza fondamentale per tutta la vita: tali furono ad esempio quelli con i de Sellon e con i De La Rive.
Il consiglio della madre era maturato nell'ambito del nuovo corso dato all'atteggiamento politico ed economico di casa Cavour dal conte Bartolomeo che, sostituendosi di fatto al fratello maggiore Giuseppe Filippo, guidava la famiglia verso un riaccostamento alla nuova realtà caratterizzata dal regime francese. Fra le iniziative più importanti di Bartolomeo vi fu la costituzione della Società pastorale per l'allevamento dei merinos, alla quale il Cavour fu associato. Anche il matrimonio con Adelaide (Adele) Marchesa de Sellon d’Allaman (17 aprile 1805) rispondeva a considerazioni di convenienza economica (la dote sollevò dai debiti la famiglia), ma si rivelò anche un'unione assai soddisfacente.

Adele di Sellon d’Allaman marchesa di Cavour (1780-1846)
Intanto la nuova politica di Bartolomeo, a cui Michele si era adeguato prontamente, dava i suoi frutti: le finanze della famiglia riprendevano a prosperare, e l’amicizia con il generale Menou introduceva alla corte del principe Borghese, oltre al Cavour, nominato il 5 aprile 1808 primo ciambellano del principe, lo zio Franchino, la moglie Adele, la sorella di questa, Vittoria, e la madre Philippine: quest'ultime due chiamate come dame al seguito della principessa Paolina. Il 3 dicembre 1809, con l'appoggio del conte Tancredi Falletti di Barolo, Philippine ricevette il titolo di contessa, e Vittoria e Michele quello di baroni dell'Impero. Il Cavour e Bartolomeo si affiliarono alla massoneria napoleonica, figura col grado di Maitre Elu nella Loggia di Torino. Della posizione raggiunta, Michele si servì per curare gli interessi della Società pastorale. Per l'energia e le capacità che dimostrava, inoltre, si acquistò presto la fiducia del principe Borghese.
La Restaurazione portò alla famiglia Cavour nuove difficoltà e nuovi danni: i legami intrattenuti col passato regime perduravano con l'incarico che il principe Borghese, partendo, aveva affidato al Marchese di procuratore e amministratore dei suoi beni, incarico che lo oppose alla corte sarda nella controversia sorta fra i Savoia e il Borghese a proposito della tenuta di Lucedio. I Cavour erano guardati con sospetto e accusati di massonismo. Con le patenti del 17 settembre 1816, che ordinavano la risoluzione entro il 1818 dei fitti superiori a 10.000 franchi, la Società pastorale dovette abbandonare la tenuta della Mandria, dove teneva il gregge di merinos, e fu costretta allo scioglimento (30 giugno 1822) con un passivo che gravò sui Cavour per Lire 100.000. Il Cavour tentò ancora lungamente di salvare l'allevamento, ricorrendo più volte al governo con proposte e richieste di appoggi e sovvenzioni. Si avviava orma i a diventare l'erede di Philippine e di Bartolomeo nella guida della famiglia. Dietro il suo esempio, i Cavour compirono un pubblico ritorno nel seno della Chiesa : Michele fece due pubbliche ritrattazioni del proprio passato massonico e con l'appoggio del marchese d'Osmond, ambasciatore francese a Torino, e del cavaliere di Saluzzo, i Cavour furono ammessi fra i frequentatori del principe di Carignano. Entro qualche anno la corte dava segno di avere restituito la fiducia ai Cavour: nel 1819 il marchese fu nominato consigliere di Chieri e il 31 dicembre dello stesso anno membro del Decurionato di Torino.
Durante i moti del 1821, con una completa estraneità alle idee rivoluzionarie, Michele rinsaldò la fiducia di cui casa Cavour godeva. Grazie all'opera di mediazione che compì a fianco del ministro di Russia, conte Mocenigo, e che fruttò un compromesso, peraltro fallito, con i ribelli, e all'altra, compiuta come delegato del Corpo decurionale, ottenne la consegna della cittadella, seppe mantenere una posizione di equidistanza che gli permise in seguito di rimanere a fianco di Carlo Alberto, compromesso nei moti, e di rinsaldare quest'amicizia, che sarebbe durata a lungo. Intanto, attraverso un altro influente amico, il segretario all'Interno Roget de Cholex, stabiliva rapporti anche con Carlo Felice Re di Sardegna. Fu confermato membro del Decurionato, nominato nel 1823 direttore della Casa di correzione, membro della Camera di agricoltura e commercio e della Società di agricoltura (1826).
Intanto si era adoperato per riassestare le finanze familiari stringendo e ampliando diverse relazioni d'affari, soprattutto con gli ambienti finanziari ginevrini. Ma in questo campo la principale operazione fu nel 1818 l'acquisto delle cascine di Leri e Montarucco, per un totale di 925 ettari costati L. 853.114, che decise di amministrare direttamente, applicando sistemi moderni di coltivazione descritti in un opuscolo, Mémoire sur la terre de Léry (1827). Nel 1824 prese parte alla realizzazione della prima linea di navigazione a vapore sui laghi Maggiore e di Como, impresa a cui rimase legato per tutta la vita. Intorno al 1827 iniziava però per il Cavour un periodo di stanchezza e depressione che doveva trovare una continuazione e una conferma nei dubbi e nelle ansietà generate in lui dalla rivoluzione del 1830. Coincide con questa fase, e forse ne è in parte la spiegazione, un acuirsi della sollecitudine verso il figlio Camillo, che si avviava a dar le prime prove di sé. Michele aveva già ottenuto per lui da Carlo Alberto precise promesse circa l'avvenire. In questi anni.si mostra anche più attento verso il figlio, proteggendolo dai sospetti della polizia che lo sorvegliava come sovversivo, ottenendogli, mentre assumeva il nuovo incarico di sindaco nell'amministrazione di Torino nel 1833 e 1834, la nomina a sindaco di Grinzane (1832), dove il giovane Camillo ebbe anche il compito di amministrare i beni che vi possedevano i Clermont-Tonnerre, parenti dei Cavour dopo il matrimonio della zia Victoire con il Duca. Propose poi a Camillo, per stimolare la sua intelligenza e il suo interesse, un'indagine sulla mendicità e il pauperismo nel Regno, richiesta dal governo inglese, inchiesta che Camillo compì nel 1834. Michele la fece allora seguire da un'altra proposta di studio sul problema della carità legale.

Camillo Benso conte di Cavour, ritratto di Antonio Ciseri
Il 27 giugno 1835 fu nominato vicario e sovrintendente generale di politica e polizia della città di Torino e in tale carica si adoperò in occasione dell'epidemia di colera di quell'anno, dimostrando ancora una volta la sua capacità di lavoro e il suo spirito organizzativo. Il 30 giugno era stato nominato gentiluomo di camera onorario. Colse l'occasione offertagli dal nuovo impegno di vicario di polizia per liberarsi del peso, che tale era diventato per lui dell'amministrazione di Leri, che affidò a Camillo. Verso la fine dell'anno seguente acquistò, intestandola al figlio minore, la tenuta del Torrone, vicino a Leri, di 269 ettari. Nella sua qualità di vicario il marchese si occupò di diverse iniziative nelle quali ricevette spesso la collaborazione del figlio: l'illuminazione a gas della città, i progetti per l'asfaltatura delle strade, ed altre. Un'ultima prova di intelligente affetto per il figlio la diede quando questi, nell'ottobre del 1840 in un'incauta speculazione alla Borsa di Parigi, perdette una cospicua somma. Lo scambio di lettere seguitone tra padre e figlio testimonia la fiducia di Camillo nel padre e la tenerezza, e anche la serena fermezza con la quale quest'ultimo sapeva valutare sia l'imprudenza del figlio sia, al di là della "sottise" che aveva commesso, le grandi qualità che riconosceva in lui. Il 17 giugno 1847 il Cavour lasciava il proprio incarico di vicario di polizia. Il 5 febbraio 1848, con un parere che ebbe molto rilievo, si pronunciò nel Collegio dei decurioni a favore della richiesta di una costituzione. Morì a Torino il 15 giugno 1850.
Rappresentante della classe degli aristocratici piemontesi vissuti fra il vecchio mondo, assolutistico-feudale e il nuovo Piemonte liberale e costituzionale, classe vitale e attiva, spregiudicata e a suo modo altoborghese, vera protagonista di un'epoca cruciale della storia non solo piemontese, ma italiana, il Cavour rivela la sua apertura moderna, oltre che nell'attenzione, meno razionale che intuitiva, per il benessere spirituale dei figli, nell'energia, tenacia, coraggio e lungimiranza con cui si occupò della costruzione della fortuna familiare, nella varietà e vastità degli interessi nel campo degli affari e del lavoro, che si manifesta anche nei diversi opuscoli da lui composti su vari argomenti : l'allevamento, le innovazioni tecniche e i nuovi modi di gestione in agricoltura.
In una lettera di risposta al figlio Camillo, che aveva richiesto aiuto economico, il marchese Michele testimonia delle migliori qualità che dovrebbe possedere un padre
Nell’ottobre del 1840 Camillo Benso Conte di Cavour era ancora alla ricerca di se stesso. A 30 anni aveva sviluppato tutti i tratti più eccentrici del suo carattere ma non aveva ancora fatto mostra dello straordinario talento politico che lo avrebbe portato ad essere unanimemente riconosciuto come il vero artefice dell’Unità d’Italia.
Il Conte era pieno di sé, orgoglioso, convinto d’essere destinato a grandi imprese, ma non si era ancora affacciato sull’uscio della scena politica perché il suo juste milieu faticava a trovare adeguata collocazione in un contesto che rappresentava quanto di più lontano potesse esserci dal temperamento politico cavouriano e che era dominato per un verso dall’eccesso di conservatorismo e per l’altro dalle minacce di violente rivoluzioni da attuare ad ogni piè sospinto.
Viaggiava però per l’Europa, il futuro Primo Ministro del Regno di Sardegna e poi d’Italia, studiava i sistemi politici ed economici francesi ed inglesi (con particolare sensibilità per il problema della povertà), frequentava parecchie nobildonne dell’epoca e giocava, soprattutto, in Borsa.
A Parigi la convinzione di avere avuto notizie di prima mano sull’imminenza di un conflitto bellico lo spinse avventatamente a tentare una speculazione al ribasso per una cifra importante, ma la buona sorte che lo aveva sino a quel momento assistito in tante avventure borsistiche (anche spregiudicate) gli voltò questa volta le spalle e nel giro di pochi giorni accumulò un debito di circa 45.000 franchi dell’epoca. Una perdita che non era in grado di mettere a rischio la solidità del patrimonio dell’agiatissima famiglia Cavour, ma la cui responsabilità ricadeva interamente sull’inesperienza e la negligenza del non più giovanissimo Camillo.
Cavour scrisse al padre, il marchese Michele, per una richiesta d’aiuto nella quale si cospargeva il capo di cenere per quanto era accaduto, mostrava sentimenti di vergogna e riconosceva senza mezzi termini la spregiudicatezza che lo aveva cacciato in quel guaio. Ma aveva bisogno di fare fronte al debito, altrimenti sarebbe stato il caso “di farsi saltare le cervella”.
Michele di Cavour, uomo di grande esperienza dotato della caratura del vero capo famiglia, rispose a Camillo con una lettera di straordinaria bellezza, nel corso della quale alternò sapientemente un durissimo rimprovero, un esame realistico dei limiti caratteriali del figlio e una paterna profferta di collaborazione affinché il suo secondogenito potesse superare le difficoltà che si era procurato e così avviarsi verso un cammino più radioso.
Dopo averlo rassicurato sulle modalità con le quali gli avrebbe consentito di fare fronte al debito contratto, Michele presenta al proprio figliolo il conto di uno spietato esame di coscienza “adesso, mio caro Camillo, che il male è stato fatto, rivediamolo insieme…per trovare un rimedio per il futuro; essendo tuo padre, ricapitolerò la tua condotta, perché sei malato d’orgoglio. Tu credi di essere l’unico giovanotto in grado di diventare da un momento all’altro un ministro - un banchiere - un uomo d’affari - uno speculatore - e questa grandiosa opinione di te stesso non ti ha mai permesso di pensare che forse commettevi qualche errore. A Parigi fai finta di occuparti degli affari di tua zia, alloggiando in una bella suite au premier dell’Hotel Mirabeau, vai a divertirti nei ristoranti coi tuoi amici di Torino, ti fai ricevere dalle signore allegre del demi - monde e giuochi in Borsa, perché credi di avere scoperto segreti di Stato…Questo basta per il passato, caro figliolo, ma come quando si è malati dobbiamo pensare ai rimedi e fare piano per l’avvenire.”
Subito dopo il marchese tinteggia con agili pennellate un ritratto dove emergono i chiari - oscuri delle virtù e dei vizi di Camillo, dimostrando così di non averlo mai perso di vista nel cammino che lo ha condotto all’età adulta: “La Provvidenza ti ha dotato senza dubbio di capacità di previsione e di una acuta intelligenza, dalle quali nel passato avresti potuto trarre grande vantaggio se tu non fossi stato convinto della tua superiorità; se non avessi rovinato la tua normale bontà d’animo con questa ostentazione, questo amore per l’eleganza che si tollera solo in persone di second’ordine che non hanno altre qualità per eccellere, ma che nel tuo caso mette soltanto in luce le tue debolezze e dà spago ai tuoi nemici…Potresti anche essere utile al governo se non pretenderai di essere subito primo ministro”.
Conclusi i rimproveri, però, Michele di Cavour sa che in fondo il dovere di ogni padre è quello di fare sentire la propria vicinanza in ogni occasione al figlio e di riconfermargli stima ed affetto, senza tuttavia omettere ancora una volta la rappresentazione della realtà sulle sue manchevolezze: “Tu hai grandi qualità, mio caro Camillo. Hai trent’anni, l’età in cui dovresti dire, come Alfieri, volli, sempre volli, fortissimamente volli… Lascia alla gente di seconda qualità la superiorità degli abiti; sii rispettabile senza gli abiti di fantasia del cugino Flipin o la trasandatezza del tuo amico Cesare. Sii Camillo di Cavour: dai libero gioco alla tua naturale bontà, ai tuoi ideali e alla nobiltà del tuo carattere…Lavoriamo insieme, Gustavo e tu e io, adesso e nell’avvenire…E’ vero che tu sei incostante di temperamento, ma puoi padroneggiarlo e non comportarti in modo tale che noi diventiamo le vittime della gelosia di un marito o di un appuntamento mancato. … Ho sempre pensato di essere tuo amico. Non credere che qualche migliaio di franchi possa alterare i miei sentimenti verso di te. Se mi irrito per questioni di denaro, è perché vedo che spendi più di quello che mi sembra necessario e perché ho sempre dubitato della tua prudenza.”
La lettera si conclude con la sollecitazione a valorizzare le qualità che riposano nel carattere del Conte e con l'offerta della sicura paterna disponibilità a continuare a collaborare per un futuro migliore: “Adesso che abbiamo avuto la nostra lezione, approfittiamone e rafforziamo la nostra felicità. Leggerò la mia lettera a tua madre. Voglio essere sincero come un padre deve esserlo col figlio, ma non voglio scrivere nulla che ferisca i tuoi sentimenti o il tuo amor proprio. Non sarei sincero se non ti dicessi quello che penso, ma voglio che tu sia certo che questo non diminuisce il mio affetto per la tua capacità e il tuo carattere. Li apprezzo pienamente: credo che tu potrai fare grandi cose. La miniera è sfruttata male ma il minerale è ottimo: sfruttiamolo insieme.”
Come ebbe modo di affermare Rosario Romeo, il più insigne biografo di Cavour, la lettera del marchese Michele rappresenta “Un documento..dei più eloquenti di ciò che la vecchia istituzione familiare, nutrita di educazione cristiana, di tradizioni nobiliari e di borghese honnêteté, poteva significare per i suoi membri come fonte di energia morale, di conforto, di umana comprensione".
Fonti bibliografiche:
Wikipedia, l'enciclopedia libera
Andrea Missud, Storia dei Sindaci di Torino
Agostino Lascaris di Ventimiglia, su siusa.archivi.beniculturali.it, Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche.
Agostino Lascaris di Ventimiglia, su accademiadellescienze.it, Accademia delle Scienze di Torino.
Centro Studi Ventimigliani, su sites.google.com.
Articolo di Alessia Giorda del 10maggio 2024
Cavour, Michele Benso marchese di, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
Francesco Lemmi, CAVOUR, Michele Benso marchese di, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1931.
Cavour, Michéle Bénso, marchése di-, su sapere.it, De Agostini.
Marco Gosso, CAVOUR, Michele Benso marchese di, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 23, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1979.
Enciclopedia Treccani – Dizionario biografico degli Italiani – Volume 23 (19799
Rocco Todero su “IL FOGLIO” del 19 marzo 2018
Santena, 8 gennaio 2025
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