Incontri Cavouriani
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NAPOLEONE IN PIEMONTE E A TORINO
di Anna Migliore

Napoleone Bonaparte, di Jacques-Louis David
Quando in Francia scoppiò la rivoluzione, a regnare sul Piemonte c’era Vittorio Amedeo III; a parere di molti storici fu privo delle capacità di visione politica e di gestione del regno che erano state dei suoi predecessori. Una particolare eccezione fu quella del settore culturale, con l’apertura dell’Accademia delle Scienze. Vittorio Amedeo III si trovò a governare uno Stato in condizioni complesse, che avrebbero richiesto interventi radicali: la crescita del debito pubblico, la difficoltà ad ottenere credito, l’arcaico sistema dei dazi e dogane che ostacolava i commerci, l’impoverimento dei ceti inferiori.
La vicinanza geografica con la Francia fece sì che lo Stato Sabaudo fu quasi subito toccato dagli effetti di quell’epocale avvenimento, che fu la Rivoluzione Francese.
La guerra in Europa iniziò nell’aprile del 1792 e nel settembre i francesi attaccarono la Savoia, mentre l’esercito sabaudo si ritirava sulla linea delle Alpi, concomitante fu l’attacco a Nizza.
Nel gennaio del 1793 la flotta francese tentò anche un attacco alla Sardegna, ma furono respinti dagli abitanti dell’isola, con stupore dei transalpini che credevano in uno scarso attaccamento alla corona dei sardi. L’anno successivo i francesi entrarono in Piemonte varcando il Moncenisio, scendendo per la val Pellice e val Maira, ma furono fermati lì; e sul fronte meridionale occuparono Ormea e Garessio e conquistarono il Tenda ed il San Bernardino.
A decidere le sorti di questa prima fase della guerra fu Napoleone (Buonaparte o Bonaparte, non importava un granché a nessuno dell’ortografia ed il nome si trovava scritto in entrambe i modi) giovane generale non ancora trentenne, parlava italiano perché la Corsica – dove nacque nel 1769 - era territorio di Genova che lo cedette alla Francia nello stesso anno; a lui il Direttorio affidò, nel marzo del 1796, il comando dell’Armée d’ Italie, una delle tre armate in cui era diviso l’esercito francese. Truppe piuttosto esigue – 37.000 uomini – mediocremente armate ma egregiamente condotte, così disse Napoleone ai suoi uomini prima della partenza: “voi siete nudi, mal nutriti; il Governo vi deve molto ma non è in grado di darvi niente … la vostra bravura a sopportare tante privazioni, la vostra capacità ad affrontare tutti i pericoli ha destato l’ammirazione della Francia, che ha gli occhi sulle vostre miserie. Voi non avete scarpe, abiti, camicie, quasi senza pane e i nostri magazzini sono vuoti ma quelli del nemico sono pieni di tutto: sta a voi conquistarli. Voi lo volete, voi lo potete, partiamo!” Una campagna di conquista!
Napoleone rivoluzionò il modo di combattere, questa è una delle sue modernizzazioni. Consapevole del fatto che i forti piemontesi ben presidiavano le Alpi, divise le truppe. Lui passò da sud, la Liguria, avanzando per vie parallele le sue truppe si ricongiunsero prima del nemico e anche se inferiori di numero a piemontesi ed austriaci, i francesi arrivarono in massa e in soli dodici giorni di campagna, Napoleone si trovò con la strada verso Torino pressoché spianata.
Questa tecnica di combattimento richiedeva grande capacità di calcolare i tempi di spostamento, grande disciplina e regole. Napoleone era organizzato, era uno stratega, era scientifico, razionale. Le sue strategie, per una guerra di movimento, sono state studiate dalle accademie militari ed adottate dagli eserciti di tutta Europa: prussiano, italiano, francese ovviamente, per tutto il 1800, fino a quando con la Prima Guerra mondiale le strategie cambiarono perché era diventata una guerra di posizione, di trincea.
Vittorio Amedeo III dopo strenue battaglie preferì arrendersi, ritirandosi dal conflitto ed il 28 aprile 1796, nel palazzo Salmatoris a Cherasco, venne firmato l’armistizio con cui: il Piemonte perdeva tutti i territori alla destra di Tanaro e Stura, oltre alle fortezze di Ceva, Cuneo e Tortona, lo smantellamento delle fortezze di Exilles, Brunetta e Susa, il disarmo dell’esercito sardo e la sua diminuzione a 10.000 uomini, la chiusura dei territori del regno Sardo agli eserciti nemici della Francia, il mantenimento delle truppe francesi, e la cessione di una serie di opere d’arte appartenenti alla corona, ai nobili e alle chiese. Un armistizio gravoso per il Piemonte.
La successiva pace sottoscritta a Parigi il 15 maggio 1796 formalizzò la perdita di Nizza e Savoia per il regno sabaudo e quantificò pesanti tributi di guerra da pagare ai francesi.
Vittorio Amedeo III afflitto dalle sconfitte e dalla crisi del regno, morì il 16 ottobre 1796 a Moncalieri.
Il successore, Carlo Emanuele IV, non modificò la politica del padre, il Direttorio era sempre più diffidente dei sabaudi sottomessi ma non alleati, e così la sera del 9 dicembre 1798 il re rinunciò al trono, lasciando la capitale con i familiari, la corte e i gioielli della corona, queste le romantiche parole di Alexander Dumas: “…una ragguardevole folla di cittadini circondò la carrozza sforzandola ad arrestarsi … nello scorgere il pallido viso del suo sovrano il popolo mandò un ultimo grido di acclamazione, ultimo addio … Carlo si inchinò rispettosamente e vedendo le lacrime del suo popolo pianse anch’egli”.
Subito fu nominato il primo governo provvisorio, il giorno successivo, 10 dicembre, i francesi occuparono la capitale e l’albero della libertà svettò in piazza Castello.
A Torino l’accoglienza alle truppe francesi fu gioiosa, non si trattò solo di opportunismo, gli ideali rivoluzionari avevano generato aspettative nel popolo impoverito da anni di guerra e crisi economica. Insomma, speravano in tempi meno peggiori di quelli appena attraversati.
La nobiltà, invece, rimase in gran parte legata alla monarchia sabauda, al contrario la maggioranza dei borghesi fu profondamente filo repubblicana, tempi nuovi per gli uomini nuovi. Il ceto medio condivideva una forte volontà di cambiamento. È stato in gran parte accolto come il nuovo che stava arrivando, in un paese che ne aveva un gran bisogno. Del resto Napoleone è sempre stato portavoce dei desiderata della classe borghese.
Michele Benso di Cavour (futuro papà di Camillo) è ancora bambino quando scoppia la rivoluzione francese, ma a soli sedici anni deve arruolarsi nell’esercito repubblicano francese, che ha occupato il Piemonte e che combatte contro le forze austro-russe per la conquista dell’Italia settentrionale. Quando nel 1799 gli austriaci sembrano riprendere il sopravvento, Michele - sperando in un ritorno dei Savoia - lascia l’esercito francese e si unisce ad un nucleo dell’esercito sabaudo appena ricostituito. L’illusione è breve perché Napoleone sconfigge a Marengo gli austro-piemontesi e restaura il domino francese in Piemonte. Michele, temendo ritorsioni, espatria recandosi dapprima in Toscana, poi a Ginevra insieme allo zio Franchino. Rientra a Torino solo nel 1802, dopo l’annessione del Piemonte alla Francia, allorché i Benso - come molti nobili piemontesi - si rassegnano a collaborare col nuovo governo consolare di Napoleone, vedendo in lui un tutore dell’ordine e una garanzia contro gli estremismi rivoluzionari.
L’iniziale attività del governo fu intensissima, vennero aboliti i titoli nobiliari, requisite numerose proprietà aristocratiche ed imposti pesanti tributi alle famiglie più in vista, vennero liberati i detenuti politici, soppressi gli ordini religiosi e requisiti ad essi ed alla chiesa i beni poi messi in vendita.
In ambito giudiziario furono aboliti i tribunali ecclesiastici, fu resa illegale la tortura, fu istituito il crimine di lesa nazione, contro chi avesse attentato al nuovo ordinamento repubblicano. La pena di morte fu limitata ai soli casi di omicidio, la ghigliottina posta in piazza Carlo Emanuele II.
Già il 15 dicembre 1798 l’ateneo torinese fu riaperto, libero da ogni ingerenza dell’autorità ecclesiastica e senza gli insegnamenti di Teologia e Diritto canonico.
Fu proclamata la libertà di culto, con pari diritti riconosciuti anche a ebrei e valdesi, e furono affermate la libertà di stampa e la proprietà letteraria (ovvero il diritto di autore), dando vita ad un’intensa stagione di pubblicazioni.
La situazione economica era tragica, le casse dello Stato dissanguate, la moneta svalutata, i prezzi dei beni di prima necessità alle stelle, così che divennero per i grandi commercianti beni rifugio, per poi speculare sulle vendite, questo non fece altro che peggiorare le condizioni del popolo. Questa scarsità di viveri, ed il rincaro dei prezzi, portò a molte rivolte soprattutto nelle campagne; i campi erano stati devastati dagli eserciti di passaggio, carestie, epidemie del bestiame.
Anche nel Piemonte francese furono introdotte le lotterie come strumento utile per intrattenere il popolo e funzionale per rimpinguare le casse statali. Avevano 90 numeri, gli estratti semplici davano una vincita pari a quindici volte la posta giocata, gli ambi 270, i terni 5550, le quaterne 75.000.
Il 1° febbraio 1799 il governo provvisorio piemontese chiese al Direttorio l’annessione alla Francia, cosa che avvenne il 2 aprile 1799 – 13 germinale anno VI, secondo il calendario repubblicano. A capo del nuovo esecutivo fu posto il generale Joseph Musset; suddivise subito il territorio piemontese in quattro dipartimenti: Eridano, Sesia, Tanaro, Stura e Dora.
A capo di ogni dipartimento vi era un commissario che aveva i seguenti compiti: sicurezza pubblica, beneficenza, igiene, esazione di tasse, industria, agricoltura, ponti e strade. Vennero riorganizzate le forze armate, integrandole in quelle d’oltralpe, sia per una questione di efficienza che per tenerle sotto controllo.
Oltre ai problemi economici ed amministrativi vi era la questione internazionale che preoccupava i francesi: le truppe austro russe avanzavano in maniera allarmante. Musset fu sostituito dal generale Moreau.
Il 28 aprile 1799 le truppe austro russe sfondavano il fronte dell’Adda, aprendosi la via verso Milano, mentre l’Armata d’Italia si ritirava vicino ad Alessandria, l’avanzata proseguì inarrestabile verso Torino. Si consumarono così vendette interne con giacobini e filofrancesi ammazzati anche in pieno giorno. Il 26 maggio 1799 Torino, lasciata da sola, si era arresa senza quasi combattere.
Gli austro russi con il generale Suvorov istituirono un consiglio supremo, a capo del quale misero Carlo Francesco Thaon di Sant’Andrea, nella qualità di rappresentante di re Carlo Emanuele IV ed ebbe inizio una rapida restaurazione; tutti i provvedimenti emanati vennero abrogati: ripristinati i titoli nobiliari e i privilegi, ebrei e valdesi ebbero di nuovo diritti limitati, ridotta la libertà di stampa, ripristinate tutte le festività religiose, reintrodotto l’insegnamento del catechismo nelle scuole. Ma i nuovi dominatori del Piemonte non sembravano avere intenzione di restituire il regno ai Savoia, non del tutto certi della loro fedeltà! Così Vienna preferì esercitare una forte tutela diretta sul Piemonte. Molto rimase immutato: nuovi dominatori, vecchi problemi, vecchissimi rimedi.
Dal settembre dello stesso anno i francesi però iniziarono la controffensiva, ad inizio ottobre Napoleone faceva ritorno in patria dall’Egitto e prendeva corpo la congiura che avrebbe messo fine al Direttorio e avrebbe portato il Bonaparte a essere uno dei tre membri del Consolato, per diventare poi primo Console.
Il 15 maggio 1800 ebbe inizio la traversata delle Alpi, il generale si pose alla testa dell’armata attraverso il valico del Gran San Bernardo innevato, mentre altri contingenti varcavano il Piccolo San Bernardo, il Monginevro e il Moncenisio (Napoleone impose di rendere la mulattiera carrozzabile, con una soluzione radicale venne abbandonato il vecchio tracciato a favore di un altro con pendenze più contenute, si realizzarono 25 case cantoniere per dare assistenza ai viaggiatori, venne ultimata nel 1810) , (altra arteria molto importante che fece realizzare Napoleone fu quella del passo del Sempione, caratteristica in comune con il Moncenisio la poca pendenza e dunque più agevole percorribilità).

La salita del pontefice Pio VI lungo la mulattiera del valico del Moncenisio nel 1799
L’organizzazione curata con attenzione – secondo la consueta pratica di Napoleone - permise di trasportare su quei percorsi improbi non solo i cavalli, ma persino i cannoni.
Il 14 giugno 1800 a Marengo si combatté lo scontro decisivo per il futuro del Piemonte, con un intervento coordinato di artiglieria e cavalleria i francesi sconfissero gli austriaci.
Per celebrare la vittoria di Marengo fu coniato il marengo, una moneta d’oro del valore di 20 franchi, che assunse anche la denominazione di Napoleone, poiché su un lato recava la sua effige. Il marengo fu coniato dal 1803 al 1815; il nome fu poi esteso a tutte le monete d’oro da 20 franchi prodotte in Francia nel XIX secolo. Divenne così popolare che il suo nome sarebbe stato usato anche per altre monete con uguale valore, tra le quali le 20 lire italiane.

Marenghi d’oro
Le truppe transalpine entrarono a Torino il 25 giugno, Napoleone giunse in città il giorno 26 trattenendosi però solo per poche ore. Insediò il generale Dupont come ministro straordinario, presto sostituito dal generale Jourdan.
Con decreto consolare del 12 aprile 1801 Napoleone proclamò il Piemonte la 27° divisione militare della Repubblica francese, dividendolo questa volta in sei dipartimenti: del Po o Eridano, della Stura, della Dora, della Sesia, di Marengo, e del Tanaro.
A capo dei dipartimenti vi erano i prefetti sui quali fu incentrata l’organizzazione amministrativa. Diretta espressione del potere centrale, nominati dall’imperatore, erano coadiuvate dai Consigli di prefettura con i sotto prefetti (appalti, indennizzi, affitti, vendite), dai Consigli di dipartimento (ripartizione delle imposte, riportavano richieste ed esigenze al Prefetto), dai Consigli di circondario (agivano a livello locale). Sotto i circondari vi erano i municipi- i comuni - retti da un sindaco e da un suo vice, nominati dai Prefetti nei comuni più piccoli, direttamente dall’Imperatore nei comuni più grandi ed importanti. I sindaci erano affiancati dal Consiglio comunale, che aveva solo potere consultivo e si riuniva una volta all’anno.
Questa modernizzazione statale serviva per trasmettere, a mezzo di circolari, tutte le direttive del potere centrale in tempi rapidi, con una linea di comando garantita.
Il Piemonte fu anche presente nel Senato francese con sei rappresentanti.
Per occupare un qualunque posto nell’amministrazione pubblica, non fu necessario un passato di provata fede repubblicana o filofrancese, era ritenuta sufficiente la fedeltà. All’inizio i prefetti furono tutti piemontesi, esentati dall’indossare l’uniforme francese, ma con il tempo si preferì scegliere prefetti provenienti da oltralpe.
I rinnovati padroni del Piemonte miravano innanzitutto all’ordine sociale, si calmierarono i prezzi dei beni di prima necessità in particolare grano e pane.
Immediata attenzione fu riservata all’ambito educativo. L’università fu riaperta e riorganizzata, con gli insegnamenti di: diritto, medicina, scienze matematiche e fisiche, letteratura greca, letteratura italiana, lingue orientali e due di teologia, cui si affiancarono le nuove cattedre di: lingua e letteratura francese, economia rurale, architettura e chimica applicata alle arti. Quella di Torino era la più grande università dell’Impero, dopo Parigi. Fu riaperto il Collegio delle Province, per l’istruzione superiore degli studenti meritevoli ma privi di mezzi. Furono inoltre aperte scuole di base – i collegi - per i ceti meno abbienti. Questa fu un’altra importante modernizzazione, i collegi erano scuole pubbliche per tutti. In particolare nuovo impulso fu dato all’Accademia delle Scienze, che tornò ad essere un organismo prestigioso; nel 1804 Napoleone ne venne nominato Presidente.
Nell’ambito dell’istruzione in Piemonte personaggio chiave fu Prospero Balbo (lasciò il Piemonte dopo l’occupazione francese, per rientrare poi nel 1805 chiamato da Napoleone), già ambasciatore e ministro del governo sabaudo, fu nominato da Napoleone rettore dell’ateneo torinese nel 1805 e ispettore Generale della Pubblica Istruzione.
Furono introdotti la leva obbligatoria, l’uso del franco come sola moneta circolante. Con il 1802 fu estesa anche ai territori piemontesi la politica ecclesiastica francese, che cancellava l’esistenza di una religione di Stato, riconoscendo tuttavia la cattolica come quella praticata dalla maggioranza dei cittadini, i diritti civili e politici erano garantiti a tutti a prescindere dal credo praticato.
Le norme repubblicane eliminavano ordini e corporazioni religiose e prevedevano l’acquisizione dei loro beni, facendo solo alcune eccezioni per gli ordini educativi e caritativi. Nel 1813, dei 343 conventi passati al demanio, ne rimanevano in suo possesso un po' più di 132, il resto era stato venduto.
La festa della Vergine Assunta il 15 agosto venne sostituita con san Napoleone (giorno del compleanno) … certo l’esistenza del presunto santo era dubbia!
Il 21 settembre 1802 l’ex Regno di Sardegna fu nuovamente annesso alla Francia. La comunicazione a Torino fu data in maniera scenografica, al teatro Nazionale (ex Regio), il pubblico esplose in canti di gioia, poi dalla platea e dai palchi fu intonato a gran voce il canto: “Non si può star meglio che in seno alla propria famiglia!” Il giorno successivo seguirono celebrazioni pubbliche, con salve di cannoni, campane a festa e acclamazioni popolari.
Dopo l’annessione le leggi vigenti in Francia entrarono in vigore anche in Piemonte, con loro il codice civile francese del 1804, dal 1807 rinominato code Napoleon.
Il principio che stava alla base del codice napoleonico era che tutti dovessero utilizzare le stesse norme, non come era in precedenza con il diritto romano o il diritto ecclesiastico etc. che inevitabilmente davano interpretazioni diverse al medesimo argomento. La sola legge era ora quella dello Stato, una sola raccolta di 2.281 articoli, che poteva essere stampata anche in formato tascabile. Il codice napoleonico sta alla base del diritto dei paesi europei e dei loro attuali codici.
Si basava su quattro fondamenti:
- Uguaglianza dei cittadini di fronte allo Stato e alla legge.
- Laicità, seguendo poi un principio che fu cavouriano di divisione del potere temporale da quello spirituale.
- Principio della libertà, a prescindere dalla condizione sociale.
- Principio della proprietà, non più messa in discussione dai signori.
Il nuovo codice civile abolì le differenze di ceto, riconoscendo pari diritti a tutti, pochi per le donne in verità. Queste ultime rimasero cittadine con diritti inferiori, senza possibilità di votare e tenute ad obbedire al marito. La famiglia era considerata il nucleo base della società e era sottratta a secoli di ordinamento ecclesiastico: il matrimonio diventò un atto civile, e fu introdotto il divorzio, il marito godeva di una posizione di assoluta preminenza, la moglie deve obbedire al marito, e le donne potevano ereditare al pari degli uomini. Anche le registrazioni di nascite e morti furono sottratte alla chiesa, per passare ad un apposito ufficio pubblico. L’applicazione delle norme non fu semplice ed il rinnovamento parziale, fu comunque fonte di cambiamenti.
Dopo un breve interim, il primo console Napoleone conferì la carica di amministratore generale della 27° divisione militare al generale Menou che ne sarebbe rimasto titolare fino al 1804.

Il generale Jacques-François Menou (1750-1810)
Il Menou a Torino fu personaggio chiacchierato, in quanto donnaiolo, buontempone, gentile e gaio, che in balli e pranzi scialacquava a più non posso, tanto da avere sempre i creditori alle calcagna; ma ancora più scalpore destava il suo essere diventato musulmano durante la campagna d’Egitto, sposando una donna di quelle terre. Anche lei si trasferì a Torino, rimanendo però pressoché invisibile. Il Menou a Torino faceva educare il figlio come cattolico, mangiava di magro il venerdì, assisteva alla messa ed intratteneva buoni rapporti con i vescovi!
A succedergli, con il titolo di governatore generale, fu Luigi Bonaparte, fratello di Napoleone, ma nel 1806 il potere tornò nelle mani di Menou, perché Napoleone aveva “creato” re d’Olanda suo fratello.
Da generale, a primo console ad imperatore, Napoleone fu incoronato imperatore dei francesi il 2 dicembre 1804 nella cattedrale di Notre-Dame di Parigi. E il 6 maggio 1805 Re d’Italia, nel Duomo di Milano.
Torino fu inserita tra le trentasei città imperiali e dotata, dal giugno 1811, di un nuovo stemma che manteneva il vecchio aggiungendo gli ornamenti dell’araldica napoleonica: tre api d’oro poste in fascia in campo rosso.

Stemma della città di Torino dal 1811
Dopo la rivoluzione, in Francia, si adottò progressivamente il sistema metrico decimale, da poco eletto primo console della Repubblica, Napoleone Bonaparte dichiarò: “Le conquiste militari sono passeggere, ma questo risultato rimarrà per sempre”.
Decise di allargare questo sistema a tutti i territori conquistati, anche al Piemonte e all’Italia, ci vollero decenni – in Piemonte diventò obbligatorio dal 1850 con decreto di re Carlo Alberto. Pensiamo alla difficoltà di calcolare pesi, misure, capacità in decine e decine di modi diversi: difficoltà per i commerci, per la costruzione di strade ed edifici, grazie a Napoleone tutti usarono progressivamente uno strumento uniforme.
Ma il principale problema era l’economia. Nelle campagne i danni provocati dalle guerre, si sovrapposero al diffondersi del sistema dell’affittanza, invece di quello della mezzadria.
Inoltre mantenere l’esercito francese costava un’enormità. Molti appezzamenti rimanevano incolti, tanto che la stessa produzione di grano non era sufficiente a far fronte al fabbisogno locale, ed era necessario ricorrere alle importazioni dalla Lomellina e da altre regioni d’Italia. Le colture più diffuse erano: il frumento, segale, riso, canapa e lino, castagne, uva da vino. A causa del blocco continentale, l’embargo napoleonico dal 1806, che vietava l’importazione di merci inglesi e delle sue colonie per indebolire l’economia britannica, alle principali si affiancarono nuove colture, in Piemonte: surrogati dell’olio di oliva (strutto e oli vegetali, noci, colza e ravizzone) , dello zucchero (fichi, pere, barbabietole – nel 1811 il governo decise di farne piantare su 3.000 ettari stanziando un milione di franchi) , del cotone (canapa, lana) , del tabacco (malva, menta, salvia), nacque a Torino il gianduia (grazie all’ingegno dei pasticceri torinesi che mischiarono allo scarso cacao le nocciole) e persino il surrogato dell’indaco (negli usi della tintoria si usò in Piemonte il guado – un erba bienne delle crocifere detta anche glasto, contenente nelle foglie e nelle radici la medesima sostanza colorante che si trova nell’indaco).
Il settore più attivo e redditizio fu quello della seta, che creò come indotto l’allevamento dei bachi da seta e la coltivazione dei gelsi, attività destinate prevalentemente alle donne.
Anche le manifatture legate alla lana attraversarono un ottimo momento, uno degli elementi di innovazione fu l’allevamento delle pecore merinos (che vide molto attiva anche la famiglia Cavour), la lana che se ne ricavava era maggiore e di miglior qualità, anche se le pecore erano più delicate e le si doveva alloggiare in stalla.
Una certa espansione ebbe il cotone, furono svariati gli imprenditori ebrei che investirono capitali, manifatture importanti furono aperte sulle colline fra Chieri e Torino.
A Venaria invece fu aperto un cotonificio nel quale furono impiegati donne e ragazzi poveri, ospitati in strutture di pubblica assistenza, dava lavoro a circa duemila persone.
Molto attive in ambiti agricoli furono l’Accademia delle Scienze e l’Accademia di Agricoltura con concreti risultati anche con attrezzi per coltivare i terreni e nuovi metodi per combattere i parassiti, oltre ad una vasta attività di formazione tra i contadini, in modo che dicerie e credenze iniziassero a cedere il passo a più fondate basi di scienza. I proprietari dei terreni erano in parte nuovi rispetto al passato, furono soprattutto i borghesi ad acquistare i beni espropriati al clero, a loro andò oltre il 70% delle terre redistribuite.
A partire dal 1802 lo Stato assunse il controllo della disciplina del lavoro, furono abolite le corporazioni, proibiti gli scioperi, venne istituito il libretto di lavoro come strumento di controllo dell’occupazione, e non fu più possibile assumere chi avesse un debito con il precedente datore di lavoro, se non dietro impegno a ripagarlo a rate. Per ottenere il libretto era necessario provare, con testimonianza scritta di altri due lavoratori, di avere compiuto l’apprendistato.
Stando al censimento del 1802 voluto da Napoleone, a Torino erano attivi, 154 salumieri, 92 macellai, 11 agnellai, 51 pollivendoli, 11 venditori di uova, 87 ortolani, 70 fruttivendoli, 12 venditori di limoni, con una popolazione stimata di 70.000 abitanti.
Per rimettere in sesto l’economia era indispensabile avere strade funzionanti. Come nel resto dell’impero, in Piemonte le strade furono suddivise in tre categorie: imperiali, dipartimentali e vicinali. In sette anni di dispendiosi lavori furono realizzate le vie del Sempione e del Moncenisio, avviate quelle da Pinerolo a Fenestrelle e poi in Francia, quelle per Genova, Acqui e Ovada, da Vercelli ad Alessandria e poi a Casale. Fu completata la strada da Aosta al Piccolo San Bernardo. Torino fu collegato al resto del territorio con quattro assi principali: dalla Savoia, da Nizza, da Novara, Vercelli, Alessandria e Asti. A completare la rete di comunicazioni furono i ponti, molti in legno. Primo fra tutti il ponte ad archi, questo in pietra, a Torino sul Po.

Veduta del ponte di pietra sul Po in costruzione, 1811-1812
Furono gli ingegneri parigini del Corps des Pont et Chaussés a progettarlo, costruito fra il 1810 ed il 1813, 150 metri, 5 arcate, realizzato con la pietra di Cumiana particolarmente resistente, un’arteria fondamentale per la città che avrebbe resistito alle piene del Po. La prima pietra fu posta il 22 novembre 1810 dal principe Camillo Borghese, nel pilastro centrale fu murato un tesoro composto da: 79 monete preziose coniate per celebrare le vittorie di Napoleone, 10 monete di recente conio, 2 targhe commemorative e la copia di un metro in argento – a simboleggiare l’adozione del sistema metrico decimale.
La marchesa Filippina di Sales fu presente alla posa della prima pietra, con la nuora Adele, e scrisse nei suoi diari: la posa della prima pietra avvenne in un giorno eccezionalmente tiepido … ponte che io desidero molto poiché lo considero un simbolo di apertura per la mia città.
Quella dei grandi lavori pubblici fu una scelta che ebbe una duplice utilità: creare o rimodernare opere pubbliche e creare lavoro, per ridurre la povertà.
A Torino furono abbattute le mura della città (Torino non è più la città fortezza dei Savoia) e quindi Cittadella e cinta muraria, per ragioni militari perché Napoleone non voleva un baluardo difensivo che poteva prima o poi rivolgersi contro - riadoperando le pietre per costruire nuovi edifici; furono realizzati i grandi viali di scorrimento alberati che ancora oggi definiscono la nostra città, dando una bella scossa all’urbanistica.
Nei centri abitati inoltre furono rinominate le vie, scegliendo riferimenti legati al nuovo potere: piazza Castello diventò Imperiale, via San Filippo diventò via Marengo, l’attuale via Roma diventò via Paolina. Importantissima, nel maggio del 1808, fu l’introduzione dei numeri civici, che rese finalmente univoca l’individuazione degli indirizzi, perché i palazzi nobiliari erano identificati dal nome ma per il resto era un vero labirinto, un’innovazione che nemmeno la Restaurazione avrebbe cancellato. A differenza del sistema francese i numeri pari furono messi a destra, quelli dispari a sinistra.
La nuova amministrazione sentiva impellente la riforma della contribuzione fondiaria, che indubbiamente avrebbe dovuto fornire un ottimo gettito all’impero, bisognava rendere più efficienti le rilevazioni topografiche e la realizzazione di mappe. In Piemonte vi erano ottimi topografi, in grado di realizzare mappe di alta qualità; le misurazioni ebbero come base la ‘parcella’, cioè la più piccola porzione di territori con stessa coltura e stesso proprietario. Il lavoro si confermò lungo e complesso, furono realizzate mappe catastali, si chiese ai proprietari di dichiarare l’estensione delle proprietà in modo da confrontarle con le rilevazioni fatte. Ma tra dichiarazioni infedeli (per pagare meno) e proprietari che non erano davvero in grado di riconoscere le proprie parcelle sulle mappe, l’esito fu ben diverso da quanto auspicato, ed il gettito fiscale inferiore di molto alle aspettative napoleoniche. Alcuni obiettivi importanti e duraturi vennero però raggiunti, una parte dei territori furono mappati.
L’organizzazione efficiente e capillare della pubblica sicurezza fu un aspetto rilevante del nuovo regime, in Piemonte vi erano due corpi di polizia: la giudiziaria che si occupava di crimini, delitti e l’amministrativa che si occupava di ordine pubblico. Le città erano pattugliate anche di notte. Fuori dai centri urbani il problema maggiore erano le bande di briganti, che rendevano ben poco sicure le strade; i banditi contrabbandavano sale e derrate alimentari, erano dediti a rapine, imboscate ed aggressioni. Diffuse un po’ in ogni zona, nell’alessandrino imperversava il noto Mayno, autoproclamatosi “imperatore della Spinetta e re di Marengo”; bandito inafferrabile, eroe degli oppressi, che mai si arrese alla dominazione francese, di contro Cesare Lombroso, che ne studiò le fattezze, lo classificò come “puro criminale”. La repressione del banditismo fu possibile grazie all’impiego della gendarmeria, un corpo di polizia che aveva dato ottimi risultati in Francia. Piccoli nuclei capillarmente distribuiti sul territorio piemontese. La legislazione poneva come fine della pena il recupero del condannato ma, le prigioni piemontesi rimasero luoghi sovraffollati, con trattamenti brutali e malattie diffuse. I carcerati non potevano nemmeno più contare sul sostegno delle confraternite, ormai soppresse. Oltre alle normali carceri vi erano le prigioni di Stato dell’impero, che in Piemonte furono otto fortezze, tra cui quella temibile di Fenestrelle

Antica incisione della Porta Palatina quando era sede delle carceri del Vicariato
Una specifica forma di controllo venne messa in atto nei confronti delle pubblicazioni di libri e giornali.
Se infatti nei primi due anni di dominazione francese, a Torino erano esistiti ben quattordici giornali, la situazione mutò drasticamente dopo il 1802, con soppressioni e chiusure dei periodici. In effetti la Costituzione dell’anno VII promulgata in Francia, ed estesa al Piemonte, non parlava di libertà di stampa, materia affidata alla gestione del primo console, fino ad arrivare al decreto imperiale del 1807 che limitò ad uno per dipartimento i giornali che si potevano occupare di questioni politiche. A Torino rimase solo il Courrier de Turin, una fonte di notizie controllata dall’esecutivo, pubblicato in francese e italiano. Per quanto riguarda i libri, le pubblicazioni furono piuttosto numerose, fino ad arrivare al 1810 quando Napoleone decretò la riduzione delle stamperie.
In campo sanitario lo Stato si occupò di assistere gli indigenti; i poveri meritevoli (perso il lavoro o avere una grave malattia) venivano assistiti a domicilio, gli altri trovavano assistenza presso i depositi di mendicità. Ma la realtà fu piuttosto diversa dalle intenzioni, con un’assistenza insufficiente vista la massa enorme di bisognosi. Ai miserabili venivano anche distribuite scodelle di minestre ‘alla Rumford ‘(prendevano nome dal conte Rumford scienziato di valore, con attenzione alla nutrizione, teorizzò tra l’altro che non fosse bene nutrire i poveri con la carne, ma preferibile fornire cibi più a buon mercato, che essi potessero in seguito procurarsi da soli con poca spesa. Ed ecco le zuppe dense e sostanziose che hanno preso il suo nome).
Nell’ambito ospedaliero ci fu la volontà di applicare nuovi modelli di cura, ma la crisi economica rendeva i mezzi molto limitati, si beneficiò di innovazioni scientifiche come la pinza emostatica, ma in campo medico vi erano molti pregiudizi. Caso significativo fu quello della vaccinazione antivaiolo, che lo Stato non riuscì a rendere obbligatorio, ma che tentò di diffondere con determinazione. Il pinerolese Michele Buniva fu un pioniere della vaccinazione antivaiolosa in Piemonte, forte dell’esperienza fatta in Inghilterra con Jenner.

Il medico Michele Buniva (1761-1834)
Nel 1805 Napoleone lo nominò docente di igiene pubblica e privata. L’ospedale San Giovanni Battista, fu dichiarato ospedale nazionale e posto sotto il finanziamento del ministero dell’Interno di Parigi. L’ospedale Mauriziano rimase in attività (sottratto al controllo dell’ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro soppresso) a riconoscimento del suo plurisecolare ruolo.
Furono migliorate le condizioni di igiene pubblica, pulendo le strade urbane, con lo scolo delle acque stagnanti e la rimozione delle immondizie, non era più possibile consumare cibo avariato attraverso controlli e norme su mercati e macelli.
Del tutto innovativa, e in parte scandalosa per alcuni, fu la nuova norma sui cimiteri, che vennero spostati dalle città. Con l’editto di Saint-Cloud del 1804, che fu esteso all’Italia nel 1806, anche se recepito solo in piccola parte. I cimiteri che si trovavano tra le case furono chiusi e vennero vietate le sepolture in chiese, sinagoghe, ospedali e cappelle private. I nuovi cimiteri sorsero fuori dai centri abitati e dai sobborghi, in luoghi salubri e ben arieggiati, dovevano avere un muro di cinta alto almeno due metri ed avere un buon numero di fosse separate le une dalle altre, i corpi non sarebbero più stati seppelliti in fosse comuni. Inoltre le tombe dovevano essere tutte uguali, in segno appunto di uguaglianza tra ricchi e poveri. La gestione dei cimiteri fu affidata all’autorità pubblica e non alla chiesa.
I più soddisfatti, come già nel 1798, furono gli esponenti della borghesia in ascesa, che avevano accesso a possibilità di guadagni e cariche prestigiose.
La nobiltà di antico lignaggio si allineò in linea generale al nuovo potere, e ancor più durante il periodo dell’Impero, andando ad occupare i ruoli più rilevanti a corte. Ma appunto si allineò, ma non riuscì il tentativo di adesione che voleva Napoleone; l’aristocrazia, guardando ai propri interessi accettò di collaborare con l’amministrazione napoleonica per mantenere le proprie proprietà e continuare ad influire nella vita politica, ma alla caduta dell’Impero l’aristocrazia sabauda fu prontamente riassorbita nella vita politica del restaurato regno di Sardegna, senza opporsi al ritorno di austriaci e Savoia.

Il principe Camillo Borghese
Il 24 aprile 1808 fece il suo ingresso a Torino il nuovo Governatore Generale dei Dipartimenti d’Oltralpe, il Principe Camillo Borghese, accompagnato dalla moglie, Paolina Bonaparte, sorella dell’Imperatore. Furono accolti dal Sindaco e dalle principali autorità cittadine tra un’ala di folla attratta anche dalla fama e dalla bellezza della Principessa.

La principessa Paolina Bonaparte
Paolina Borghese viveva a Nizza, separata dal marito. Informata dal fratello del nuovo incarico del Principe e dell’obbligo di accompagnarlo a Torino, rifiutò sostenendo che la città era brutta, noiosa e grigia ma poi fu costretta al trasferimento nonostante le rimostranze e bizze. Il viaggio è lento e sofferto, con frequenti soste per i continui capricci della Principessa. Il convoglio fu imponente: lacchè in livrea, postiglioni, una quantità spropositata di bagagli e una portantina su cui sta adagiata Paolina.
Il principe Borghese era ricco, generoso e cordiale; ebbe l’incarico di creare a Torino un più ampio consenso e di conquistare la nobiltà piemontese con feste, cacce e balli, grazie anche alla sua bellissima e famosa moglie e al fatto di essere italiano. La corte si stabilì a palazzo Chiablese, ma la principessa preferì la palazzina di caccia di Stupinigi.
Ad essere ammessi al servizio personale della coppia furono i discendenti delle casate di più antico lignaggio, come i Benso di Cavour. I rapporti con i Cavour furono talmente stretti che il principe Borghese e sua moglie diventarono padrini di battesimo di Camillo Cavour (battezzato Camillo Paolo in loro onore) e la contessa Filippina Benso, madre di Michele e nonna di Camillo, diventò dama d’onore di Paolina.
Napoleone consapevole della considerazione di cui godevano gli antichi casati, non esitò a cercare di renderseli fedeli con incarichi governativi remunerativi e prestigiosi, oltre che con onorificenze, la più prestigiosa e massima fu la Legion d’Onore. Nel 1808 venne anche costituita la nobiltà imperiale, della quale spettava al solo Napoleone conferire titoli. Furono insigniti del titolo casati quali: Carignano, Dal Pozzo della Cisterna, Ferrero della Marmora, Saluzzo, Lascaris, Benso di Cavour, Alfieri di Sostegno, Balbo Bertone di Sambuy. Chiunque poteva accedere per meriti a questa nuova nobiltà, ad essere insigniti furono infatti sia borghesi sia aristocratici.
Torino fu pioniera nell’ospitare esposizioni, un tipo di manifestazioni organizzato per la prima volta in Francia nel 1798, che si sarebbe diffuso in tutta Europa e poi nel mondo. Il capoluogo della 27° divisione ne ospitò ben tre in epoca napoleonica: nel 1805 a palazzo Madama in occasione del passaggio di Napoleone a Torino – si trattenne tre giorni - in viaggio verso Milano per essere incoronato re d’Italia, nel 1811 in occasione della ricorrenza di San Napoleone – fu dedicata a tutto ciò che il Piemonte aveva prodotto dopo l’avvento al trono dell’imperatore, l’esperimento fu ripetuto nel 1812.
Napoleone fece quattro passaggi, conosciuti, a Torino; in qualità di generale francese venne brevemente nel 1797 – vi soggiornò una notte si presume presso l’ambasciatore di Francia all’hotel d’Angleterre in via Santa Teresa – poi nel 1800 subito dopo la battaglia di Marengo; nel 1805 – già come detto imperatore diretto a Milano per essere incoronato re d’Italia (a Stupinigi è conservata la carrozza con la quale Napoleone si recò a Milano) in quest’occasione soggiornò alla Palazzina di caccia di Stupinigi, appositamente riarredata con mobilio e tendaggi giunti da Parigi– e nel 1807, l’ultima visita alla città nota, in quest’occasione firmò il decreto per la costruzione del ponte sul Po. Era golosissimo dei nostri grissini – i petits batons de Turin – tanto da farseli consegnare a Parigi da un sistema di corrieri.
E proprio il 26 aprile 1805 Venaria accoglieva uno dei suoi più celebri visitatori – ad attenderlo non principi e nobili ma un gruppo di quelle famiglie di servizio che vivevano li in memoria dei vecchi fasti, perché da qualche anno la reggia era poco vissuta. Non fu allora che Napoleone decise le sorti della reggia sabauda ma nell’ agosto del 1809, quando ricevette un rapporto del ministro delle Finanze che diceva stesse cadendo sempre più in rovina. Solo uno stanziamento di non mendo di 300.000 franchi l’avrebbe salvata. Però per riportarla all’antico splendore non meno di 500.000. Insomma troppo bella per essere distrutto, troppo cara per esser restaurato, disse in sostanza il ministro.
Con la disastrosa campagna di Russia del 1812 iniziò il declino di Napoleone, che terminò con la definitiva sconfitta a Waterloo nel 1815. L’8 maggio 1814 gli austriaci entrarono a Torino ed il 20 maggio Vittorio Emanuele I re di Sardegna rientrava in città e riprendeva possesso del suo regno.

20 maggio 1814, festeggiamenti per il rientro di Vittorio Emanuele I a Torino
Migliaia di torinesi festanti attendevano il re era a cavallo. “La nobiltà e il popolo di Torino per l’arrivo del re” dice l’iscrizione sulla facciata della chiesa della Gran Madre di Dio, fatta erigere per volontà del corpo decurionale per festeggiare il ritorno del sovrano dopo la dominazione francese.
La Gazzetta piemontese il 14 luglio 1821 fu il primo giornale italiano a dare la notizia della morte di Napoleone, avvenuta il 5 maggio dello stesso anno sull’isola di Sant’Elena.
Napoleone Bonaparte è stato un personaggio gigantesco, tante cose insieme e tante cose diverse, a seconda dei punti di vista. Oggi lo definiremmo self-made man, uno di quegli uomini che si è fatto da solo, venuto su dal basso con la voglia di essere qualcuno, e da ‘qualcuno’ ad imperatore dei francesi la strada è lunga. Un uomo dalle mille contraddizioni, un personaggio bifronte, un genio tattico, per qualcuno il più grande stratega della storia. Ha avuto il genio organizzativo, le doti di statista, l’abilità di usare la propaganda, l’abilità di utilizzare l’arte e la pittura per esaltare la propria immagine.
Ha creato un sistema europeo, ha vinto grandi battaglie ed ha perso l’ultima. Ha cominciato la sua vita su un’isola, la Corsica, poi un intervallo toscano all’Elba, per concluderla su un’altra isola ancora Sant’Elena.
Di Napoleone ha detto tutto il Manzoni, c’è chi lo ha adorato, chi lo ha odiato, è stato l’arbitro di un mondo spaccato, “chissà quando una simile orma di piè mortale la cruenta polvere della terra a calpestar verrà”. Idolatrato e abbandonato, per il Manzoni Dio non abbandona, ha creato un uomo così grande e certamente lo ha salvato.
La dominazione francese di inizio 1800 in Piemonte non ha risolto il problema della fame, della miseria, della giustizia, ha spogliato di beni e di risorse. Napoleone come in tutta Europa ha instaurato un regime personale, tutto ruotava intorno a lui, durante il suo periodo di potere sono scoppiate numerose guerre, che sono costate vite umane e risorse. Ma il progetto politico che Napoleone ha portato in Piemonte, in Italia ed in Europa è stato un progetto di progresso, di modernità che ha fatto andare avanti e non indietro, ma allora: fu vera gloria?
Qui sta il fascino di un personaggio fuori dall’ordinario.
Santena, 4 febbraio 2026
Bibliografia:
Napoleone a Torino e in Piemonte – Francesca Rocci
Napoleone e l’Italia – intervento di Alessandro Barbero
5 maggio, Napoleone modernizzatore dell’Europa – intervento di Gianni Oliva