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L’EGITTO A TORINO. 200 ANNI DI STORIA


di Anna Migliore

Nel 1567 durante i lavori per la fortificazione di Torino, la città era da poco diventata capitale del Ducato di Savoia, voluti da Emanuele Filiberto venne alla luce la base marmorea di una statua recante un’iscrizione in onore della dea Iside, tale da suggerire la presenza di un santuario ad essa dedicato. Da quel momento si capì che in qualche modo Torino poteva collegarsi all’Egitto, ed il desiderio di nobilitare la nuova capitale con antiche origini mitologiche era funzionale al programma politico dei Savoia e questo certamente li spinse alla costante ricerca di antichità egiziane.

Il duca Carlo Emanuele I nel 1630 acquistò, tra le altre cose, dalla collezione dei duchi Gonzaga di Mantova la Mensa Isiaca una tavola d’altare in bronzo decorata con intarsi e segni incisi ispirati a temi egizi, con al centro la figura della dea Iside.

Mensa Isiaca d’altare

Mensa Isiaca d’altare

Questa straordinaria opera non è originale egizia, i suoi segni geroglifici sono puramente ornamentali e privi di significato, ma costituì il punto di partenza per la futura nascita del Museo Egizio.

Carlo Emanuele III poi, nel desiderio di aumentare il prestigio delle collezioni, dispose di inviare in Egitto e Oriente Vitaliano Donati, illustre professore di botanica all’Università torinese. L’ambizioso programma della spedizione era di esplorare le risorse naturali e agricole dei paesi visitati, effettuare scambi commerciali e raccogliere antichità, curiosità e altri oggetti rari, oltre ad effettuare una campionatura di piante locali che avrebbe consentito di implementare l’Orto Botanico (creato a Torino nel 1729 e del quale il Donati divenne Direttore nel 1750) e di un museo di Scienze Naturali. Le antichità egizie raccolte da Donati e giunte a Torino non furono molte (morì durante il viaggio e questo causò la perdita di molto del materiale raccolto), ma eccezionali.

Fra di esse spiccarono tre sculture di notevoli dimensioni: due ritrovate tra le rovine del tempio di Karnak a Tebe- raffiguranti Ramesse II e la dea Sekhmet - la terza raffigurante la dea Iside forse proveniente dal tempio funerario del sovrano Amenotep III sempre a Tebe.

E così nel 1775 con l’arrivo delle ultime antichità Donati ed il trasferimento della Mensa Isiaca il Museo dell’Università (così si chiamava) iniziò ad aumentare il suo prestigio.

All’inizio del 1799 con l’occupazione napoleonica del Piemonte, molti degli oggetti di maggiore interesse lasciarono Torino per Parigi, tra questi vi era anche la Mensa Isiaca, che fu poi recuperata insieme a pochi altri oggetti.

La curiosità verso affascinanti mondi lontani, le nuove idee illuministe elaborate nell’ Enciclopedie di Diderot e d’Alembert che proponevano la visione dell’antico Egitto come culla della superstizione pagana, ispirò nell’ottocento il fenomeno noto come ‘egittomania’, durato fino ai giorni nostri.

E proprio in questo contesto culturale nel 1798 Napoleone Bonaparte promosse un’imponente spedizione militare che salpò da Tolone con 35.000 uomini, 400 navi e più di 1.000 pezzi di artiglieria per occupare e colonizzare l’Egitto, governato dall’impero turco.

Misurazione della sfinge – Spedizione napoleonica

Misurazione della sfinge – Spedizione napoleonica

Gli scopi erano molteplici, furono arruolati 160 savants, esperti in varie discipline, con il compito di documentare il Paese sotto gli aspetti: naturalistici, artistici e scientifici.

Accadde un fatto straordinario che avrebbe cambiato definitivamente la conoscenza dell’antica civiltà egizia: a Rashid (Rosetta) alcuni soldati francesi erano intenti alla riparazione di installazioni di difesa, quando tra le macerie comparve una pietra scura (grano diorite grigia e rosa di epoca Tolemaica II secolo a.C.) ricoperta da fitte iscrizioni, in tre grafie diverse: greco, scrittura comune demotica, scrittura sacra geroglifica.

La stele di Rosetta

La stele di Rosetta

La pietra poi detta Stele di Rosetta fu portata al Cairo e riprodotta in varie copie che furono inviate prima a Parigi e poi alle principali istituzioni culturali europee, scatenando una vera gara per decifrare le antiche scritture. La decifrazione si rivelò impresa assai ardua e si dovette attendere il 1822, quando un giovane genio di Grenoble, Jean-Francois Champollion riuscì nell’impresa scoprendo la natura al contempo fonetica e ideografica della scrittura geroglifica, inaugurando una nuova stagione di studi nella quale Torino sarebbe stata protagonista.

Jean-Francois Champollion (1790-1832)

Jean-Francois Champollion (1790-1832)

Le nuove idee progressiste nate in Francia con la Rivoluzione raccoglievano consensi anche in Piemonte, fra questi idealisti c’era anche un giovane, figlio di notaio molto legato per contro alle antiquate idee del Re Vittorio Amedeo II, Bernardino Drovetti.

Bernardino Drovetti (1776-1852)

Bernardino Drovetti (1776-1852)

Il Drovetti nato a Barbania nel Canavese nel 1776, si laureò in legge e con l’arrivo dei francesi in Piemonte si arruolò come soldato semplice nella Divisione Leggera francese, con ovvia disapprovazione paterna. Drovetti era un ‘illuminato calcolatore’ ed iniziò un’inarrestabile carriera militare che lo portò ad ottenere la carica di Sotto commissario alle Relazioni Commerciali per la Francia e a sbarcare ad Alessandria d’Egitto nel 1803, fino a diventare poi Console Generale.

Drovetti tra le rovine di Tebe

Drovetti tra le rovine di Tebe

Qui ottenne le necessarie autorizzazioni per raccogliere antichità. Ma dopo la disfatta delle truppe francesi ad opera degli inglesi l’Egitto versava nel più totale dissesto e la maggior parte dei reperti raccolti dai Savants vennero requisiti dagli inglesi e spediti in patria, tra essi anche la Stele di Rosetta, oggi conservata al British Museum.

Drovetti si occupò di numerose iniziative di tipo agrario, industriale e sanitario e, da attento uomo d’affari qual era, comprese in fretta che l’interesse europeo per l’Egitto poteva costituire un’opportunità di guadagno.

Anche i consoli di altre nazioni affiancavano alla loro attività diplomatica quella privata di raccolta di antichità; queste ricerche prive di regole causarono oltre al sistematico saccheggio dei siti archeologici anche aspri incidenti diplomatici.

La collezione Drovetti comunque si era notevolmente arricchita: sarcofagi, statue di re e divinità, mummie, papiri, stele e molti oggetti del quotidiano che documentavano la scrittura, l’artigianato, la mummificazione.

La vendita della collezione si presentò subito difficile, non tanto per l’indiscutibile valore, ma per il prezzo richiesto. Rimasero tra i possibili acquirenti la Francia ed il piccolo Stato Sabaudo ma le trattative si arenarono.

Nel dicembre del 1819 giunse ad Alessandria d’Egitto Carlo Vidua conte di Conzano, presso Casale Monferrato, un giovane collezionista colto ed illuminato.

Vidua ebbe un’ottima impressione del Drovetti e pur non avendo visto le antichità assicurò il suo interessamento perché le trattative con il Re piemontese andassero in porto, e in una lettera che inviò a Prospero Balbo – Ministro degli Affari Esteri del Piemonte disse: mi dolse moltissimo di vederla probabilmente perduta pel nostro paese, e venduta fra poco alla Francia … il sig. Drovetti medesimo inclinerebbe a cederla alla sua patria assai più volentieri che ad ogni altro paese.

Lo stesso Vidua raccolse preziosi oggetti antichi alcuni dei quali sono conservati presso il Museo Civico di Casale Monferrato ed altri presso il Museo Egizio di Torino.

Ci vollero ancora tre anni perché le trattative andassero in porto ed il 29 dicembre 1823 fosse sottoscritto il contratto tra re Carlo Felice e Bernardino Drovetti, per l’esorbitante cifra di 400.000 lire ( € 2.224.190,00 attuali ) di cui 100.000 da versare subito, mentre la restante parte costituiva una rendita di 15.000 lire annue).

Le opere erano tutte catalogate da Drovetti, il Vidua provvide poi alla redazione elegante di più copie da fornire agli ambienti di corte, un prezioso documento Catalogue de la collection d’antiquités de Monsieur le chevalier Drovetti, 5.300 antichità suddivise per tipologia, e 3.700 fra medaglie e monete.

La sede individuata per il nuovo museo fu un sontuoso palazzo barocco: il Collegio dei Nobili.

Regio Collegio dei Nobili, Torino

Regio Collegio dei Nobili, Torino

Nel 1678 i Gesuiti presentarono alla duchessa reggente Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours, la proposta di erigere un Collegio dei Nobili, dove educare i giovani dell’aristocrazia piemontese. L’ambizioso progetto prevedeva la costruzione di tre edifici, poi ridimensionato visti gli enormi costi, la Madama Reale pose la prima pietra nel 1679 su disegno e realizzazione dell’ingegner Michelangelo Garove. L’edificio divenne nel 1783 sede della Reale Accademia delle Scienze. Nel 1823 toccò a Giulio Cordero di San Quintino visionare la collezione Drovetti in arrivo a Livorno e organizzarne il trasporto a Torino che si concluse un anno dopo, nonché ‘sistemare’ la collezione nella sua nuova sede, fu il primo Conservatore del Museo di Antichità (1825-1832).

Giulio Cordero di San Quintino, primo Conservatore del Museo delle Antichità

Giulio Cordero di San Quintino, primo Conservatore del Museo delle Antichità

– Primo allestimento della collezione Drovetti ad opera di Cordero di San Quintino nel 1825

Primo allestimento della collezione Drovetti ad opera di Cordero di San Quintino nel 1825

L’edificio era, ed è tuttora, condiviso con l’Accademia delle Scienze.

Intanto nel giugno 1824 era giunto a Torino, invitato da Prospero Balbo,
Champollion che iniziò a lavorare con la collezione torinese collaborando alla classificazione, leggendo le iscrizioni e cominciando a gettare le basi della moderna cronologia egittologica. Grande fu la mole di lavoro svolta dallo studioso, non sempre d’accordo con il Cordero di San Quintino, fra i tanti frammenti di papiri riconobbe il Papiro dei Re, dove poté leggere i nomi di settantasette re. In una delle sue numerose lettere al fratello descrive estasiato la statua di Ramesse II in trono definendola: l’Apollo del Belvedere egiziano.

Ramesse II

Ramesse II

Per curiosità questa statua è una delle preferite di Cristian Greco, che la definisce una delle statue più belle dell’egizio, con la sua veste plissettata il grande sovrano figlio di Seti I, ha regnato moltissimi anni espandendo i confini dell’Egitto.

Nel 1832 il museo assunse una propria identità autonoma prendendo il nome di Regio Museo d’Antichità d’Egitto, certo un museo ancora per pochi, perlopiù per gli studiosi o lo stretto entourage di Corte. Il termine museo nasce nel V secolo a.C. ad Atene, come luogo di dialogo e di ricerca, non come luogo di oggetti. Museo luogo dedicato alle muse, dove pensando alle arti in generale ci si potesse elevare. C’è stata una lunga storia in cui il museo apparteneva solo alle famiglie regnanti, a Pompei i Borbone facevano aprire le tende e vedere per qualche minuto gli scavi e poi le chiudevano, o mostravano alcuni oggetti, durante i pranzi a palazzo reale, per poi coprirli in pochissimo tempo con dei teli. Nasce il museo pubblico quando il Louvre nel 1792 apre alla Repubblica, non appartiene più al sovrano ma appartiene a tutti. Dunque non è un’idea scontata che in Piemonte il museo sia di tutti e difatti ci vorranno parecchi anni perché lo diventi sempre di più.

Intanto nel 1829 Drovetti lasciò la carica consolare e definitivamente l’Egitto, rientrò nella sua Barbania e morì a Torino nel 1852. Nel museo torinese la sua figura è ricordata da un pregevole busto in legno dello scultore Carlo Marocchetti e da una grande lapide collocata nella prima sala della Galleria dei Re.

Nel 1858 fu inaugurato il primo museo al Cairo, poi trasferito a Giza e nel 1902 nell’attuale sede di piazza Tahrir del Cairo. La nascita di tanti musei e la costituzione delle cattedre di Egittologia – di cui la prima in Italia e nel mondo a Pisa nel 1826 – incentivò lo studio e la ricerca promuovendo campagne di scavo.

Nei musei però della maggior parte delle antichità non si conosceva la provenienza e questo ne limitava fortemente la comprensione, con la nascita dell’egittologia scientifica e della ricerca scientifica tutto deve essere documentato, e anche Torino si adegua.

Alla fine di settembre del 1894 fu chiamato alla direzione del museo torinese Ernesto Schiaparelli.

Ernesto Schiaparelli, Direttore del Museo dal 1894 al 1928

Ernesto Schiaparelli, Direttore del Museo dal 1894 al 1928

Busto di Ernesto Schiaparelli al Museo Egizio di Torino

Busto di Ernesto Schiaparelli al Museo Egizio di Torino

Conseguita la Laurea in Lettere all’Università di Torino aveva diretto la sezione egizia del Museo Archeologico di Firenze e, durante la campagna di acquisti in Egitto per questo museo, aveva instaurato ottimi rapporti con i frati dell’Ordine Francescano in Egitto e questo sarà di grande importanza per le sue ricerche future. Si attivò per dare sostegno ai numerosi frati italiani nelle varie stazioni missionarie, impegnate nell’insegnamento e nell’assistenza ai più deboli. Fondò un’Associazione ed ebbe inizio un’attività straordinaria, e poco nota, che partendo dall’Egitto si estese a tutto l’Oriente fino a Pechino e vide la nascita di scuole, orfanotrofi ed ospedali; numerose strutture sono attive ancora oggi, come quella di Luxor, dove il ricordo di Schiaparelli è ancora vivo.

Giunto a Torino si dedicò al riassetto del museo che, rimasto a lungo inattivo, rischiava di perdere quel primato che l’aveva contraddistinto.

Bisognava incrementare le collezioni. Schiaparelli diede una svolta e cioè l’avvio della ricerca sul campo. Dodici missioni archeologiche in numerose località egiziane tra il 1903 ed il 1920, con il supporto logistico delle missioni francescane ed il sostegno del grande egittologo e suo maestro parigino Gaston Maspero.

I suoi lungimiranti progetti furono sostenuti economicamente da Vittorio Emanuele III, dal Ministero dell’Istruzione e quello degli Affari Esteri.

I siti interessati dalle dodici campagne furono:

Nel corso della sua attività di scavi Schiaparelli seppe avvalersi di valenti collaboratori: Francesco Ballerini che lo accompagnò per molti anni fino alla sua morte prematura (morì a 33 anni), l’interesse per la fotografia ritenuta da Schiaparelli un insostituibile strumento per documentare, aveva trovato in Ballerini un ottimo interprete, tra gli altri meriti che gli vanno riconosciuti. Virginio Rosa, pinerolese botanico (morì a 26 anni). La presenza di molto materiale osseo convinse della necessità di avere un antropologo sul campo, Giovanni Marro, di Limone Piemonte, la sua presenza sugli scavi conferì un aspetto multidisciplinare e conferì alla ricerca risultati più completi, comprendendo anche lo studio del “fattore umano” all’epoca ancora poco esplorato. Bolos Ghattas, figlio di un ricco commerciante di Luxor fu l’uomo di fiducia di Schiaparelli in Egitto (uomo del posto, parlava perfettamente la lingua), presentatogli dai frati francescani, si occupò di tutta l’organizzazione logistica dei cantieri, assunzione degli operai, indagini preventive sui siti.

Le stagioni di ricerca erano difficilissime per la lingua, il vento freddissimo, la polvere, la concorrenza di altre spedizioni, le antichità dopo essere state inventariate erano sottoposte al controllo delle Antichità del Cairo, che normalmente ne tratteneva una parte, dopodiché partivano per Torino. Circa 20.000 pezzi andarono ad arricchire le collezioni del Museo, un risultato sorprendente considerando la scarsità dei mezzi e delle finanze impiegate.

Tra le moltissime scoperte e ritrovamenti la più sensazionale avvenne nel 1904, nella valle delle Regine a Tebe, con il ritrovamento della grandiosa tomba della regina Nefertari.

Tomba della Regina Nefertari

Tomba della Regina Nefertari

Modello in legno della tomba di Nefertari realizzato da Ballerini su richiesta di Schiaparelli, Museo Egizio di Torino. Fu utilizzato per il restauro pittorico della tomba negli anni Ottanta

Modello in legno della tomba di Nefertari realizzato da Ballerini su richiesta di Schiaparelli, Museo Egizio di Torino. Fu utilizzato per il restauro pittorico della tomba negli anni Ottanta

Nefertari era la sposa di Ramesse II, la grande sposa reale di uno dei faraoni più celebri e potenti. La tomba era stata saccheggiata, priva della mummia (il sarcofago in granito rosa fu trovato aperto e spezzato), si ritrovarono solo pochi oggetti del suo corredo funerario.

Corredo funerario di Nefertari

Corredo funerario di Nefertari

Gli egittologi Gastone Maspero e Howard Carter. Sulla sinistra è visibile il gruppo elettrogeno che fornisce elettricità all’interno della tomba di Nefertari.

Gli egittologi Gastone Maspero e Howard Carter. Sulla sinistra è visibile il gruppo elettrogeno che fornisce elettricità all’interno della tomba di Nefertari.

Nell’inverno del 1905 iniziarono le ricerche nella necropoli e nel villaggio di Deir el-Medina, l’insediamento sorto all’inizio del Nuovo Regno per ospitare il personale che lavorava alla realizzazione delle necropoli reali nella Valle dei Re e delle Regine, i ritrovamenti in questa zona furono eccezionali fino ad arrivare alla scoperta della tomba inviolata di Kha e Merit, che conservava intatto il corredo funerario e le mummie dei coniugi, (che per rispetto e saggiamente Schiaparelli decise di non sbendare, conscio che in un futuro la tecnologia avrebbe saputo indagare all’interno dei bendaggi) .

Trasferimento del corredo funerario della tomba di Kha e Merit

Trasferimento del corredo funerario della tomba di Kha e Merit

L’Egizio è l’unico museo al mondo, fuori dall’Egitto, ad avere un corredo funerario completo.

Corredo funerario di Kha e Merit

Corredo funerario di Kha e Merit

Sarcofagi, le due mummie, ghirlande di fiori, papiri, miniature, il letto nuziale, tavole imbandite con ogni specie di vivande, di focacce, di frutta, cassette, vasi, alabastro, suppellettili, mobili, gioielli, parrucca di Merit, beauty case, aghi e specchi.

Moltissimi come già detto furono i ritrovamenti in questa fase di scavi che si interruppero con lo scoppio della Prima guerra mondiale e terminarono nel 1920.

Schiaparelli provvide dunque ad una risistemazione delle sale del museo e ristrutturò una nuova ala (in seguito chiamata Ala Schiaparelli),

Una sala dello statuario all’epoca della direzione Schiaparelli

Una sala dello statuario all’epoca della direzione Schiaparelli

Con la sua morte nel 1928 la direzione del museo fu affidata ad interim a Pietro Barocelli e dal 1933 a Giulio Farina.

Giulio Farina, Direttore del Museo dal 1933 al 1943

Giulio Farina, Direttore del Museo dal 1933 al 1943

A lui toccò raccogliere la gravosa eredità di Schiaparelli. Durante il suo mandato promosse un’intensa attività di restauro dei papiri, alcuni dei quali furono restituiti all’Egitto. Riprese anche le campagne di ricerca, alle quali aveva partecipato giovanissimo diretto da Schiaparelli, i due non andarono mai d’accordo. I suoi scavi portarono alla luce oltre 200 tombe, papiri, vasi, oltre ai frammenti di una preziosa tela in lino dipinta, che restaurata da Erminia Caudana (si dedicò per oltre trent’anni ad un’intensa attività di recupero e restauro di papiri) venne restituita all’Egitto che non ne aveva consentito la concessione.

Farina era anticlericale e questo gli fece mancare il supporto dai padri francescani, le missioni terminarono nel 1937.

A Farina toccò anche il gravoso compito di ‘proteggere’ il museo durante la Seconda guerra mondiale.

Fin dal primo raid aereo effettuato nel giugno del 1940 dai cacciabombardieri bimotori Whitley della RAF, Farina dovette affrontare il problema della sicurezza dei reperti, che le pur robuste pareti del Palazzo del Collegio dei Nobili non potevano garantire contro le bombe da 500 libbre che erano sganciate sulla città.

La parte della collezione che fu immediatamente presa in esame fu quella del corredo di Kha e Merit, ospitato in una piccola stanza che riproduceva le forme e le misure della camera funeraria dove fu rinvenuto intatto. La soluzione proposta venne però respinta del Reale Corpo del Genio Civile, che ritenne giustamente inutile costruire una blindatura in pesante cemento armato al primo piano di un vecchio edificio, consigliando di spostare i preziosi reperti in un luogo più sicuro.

Farina accolse il suggerimento e dopo aver chiuso il Museo al pubblico a tempo indeterminato organizzò il trasferimento del corredo funerario negli scantinati del palazzo, dove fece approntare anche un rifugio antiaereo per il personale, dotato di quanto necessario per un lungo periodo di permanenza. Sul tetto del Palazzo dei Nobili fu posizionato il segno convenzionale, comunicato preventivamente ai governi britannico e francese, che segnalava ai piloti dei bombardieri la presenza di “edifici consacrati ai culti, alle arti, alle scienze e alla beneficenza, nonché i monumenti storici, gli ospedali civili e altri centri di raccolta di malati e feriti…”, ovvero un rettangolo giallo che ospita due triangoli rettangoli contrapposti sulla sua diagonale, uno di colore nero e l’altro di colore bianco.

I grandi finestroni dei piani superiori vennero schermati con robuste assi di abete e le aperture a piano terra sigillate con mattoni in laterizio. In data 13 marzo 1941 Giulio Farina firmò la richiesta per ottenere “…15 maschere antigas modello T.35 complete di tutti gli accessori” da distribuire ai dipendenti del Museo.

Giulio Farina capì che i reperti di cui era responsabile dovevano ben presto seguire la sorte di molti dei suoi concittadini, “sfollando” dalla propria abitazione per raggiungere un luogo più sicuro.

Inviò un telegramma al ministro dell’Educazione Nazionale, Giuseppe Bottai, contenente un messaggio molto breve, la cui tagliente schiettezza scevra del superfluo congela in un respiro la drammaticità dei fatti: “Prima di causare rovina museo egizio venite voi e se ho torto mi mandate via”.

Alla pressante urgenza data dal precipitare degli eventi si aggiunse la malattia di Giulio Farina che lo costrinse al riposo, sostituito nella gestione delle operazioni di sgombero da Carlo Carducci, Soprintendente delle Antichità del Piemonte.

Venne individuato il Castello di Agliè, ad una quarantina di chilometri da Torino, perché ritenuto lontano dall’interesse dei bombardieri.

Alcune delle casse approntate per trasportare i reperti ad Aglié

Alcune delle casse approntate per trasportare i reperti ad Aglié

Casse di reperti ormai al sicuro presso il Castello di Aglié

Casse di reperti ormai al sicuro presso il Castello di Aglié

Così un numero imprecisato di casse contenenti i preziosi e delicati reperti trovano spazio su camion messi a disposizione dalla Wehrmacht e da tre ditte locali: Coggiola, Gondrand e Gozzano.

A completare lo “sfollamento” dei reperti arrivò, dal Museo Egizio di Firenze, Ernesto Scamuzzi che sostituì Farina alla direzione del Museo e vi rimase fino al 1964.

Ernesto Scamuzzi, Direttore del Museo dal 1945 al 1964

Ernesto Scamuzzi, Direttore del Museo dal 1945 al 1964

Dal racconto dello stesso Scamuzzi sappiamo che i reperti rimasti al Museo riempirono altre 150 casse spedite velocemente lungo la strada per Agliè, dove alcune sale ritenute idonee le accolsero in tutta sicurezza. Le casse contenenti i reperti più preziosi vennero in qualche modo mimetizzate, occultate in sale fuori mano e probabilmente integrate tra le cose già presenti, in modo da non essere facilmente identificabili.

L’opera di camouflage fu così efficace che neppure una colonna di soldati tedeschi che soggiornò ad Agliè per quasi tutto il 1945, si accorse di nulla.

A presidiare il Museo ormai vuoto rimasero i colossi dei sovrani d’Egitto e di alcune divinità. Il motivo è da ricercare nell’eccessivo peso di quei reperti, che avrebbe imposto un tempo troppo lungo per uno spostamento in sicurezza.

Scamuzzi con i mezzi del Comando Militare Alleato programmò il rientro delle antichità e mise mano al riallestimento delle sale, dopo la fine della guerra, e con l’aiuto di Silvio Curto – ispettore – nel settembre del 1946 il museo fu riaperto.

Giulio Farina morì a Trofarello nel 1947 dopo una lunga malattia, ed al pensiero dovuto all’uomo si somma il rammarico di aver perduto per intero l’attività di documentazione delle sue ricerche, distrutta assieme alla sua casa durante i bombardamenti su Torino.

Silvio Curto, Direttore del Museo dal 1965 al 1984

Silvio Curto, Direttore del Museo dal 1965 al 1984

Silvio Curto assunse la direzione del museo nel 1965, dopo aver trascorso quasi vent’anni a fianco di Ernesto Scamuzzi.

Al suo instancabile impegno si devono i primi importanti interventi di restauro dei reperti e ammodernamento del museo con il riallestimento di alcune sale, dotate di nuove vetrine ermetiche. Mise mano al delicato riordino dei corredi di Kha e Merit, disponendo l’esecuzione delle prime radiografie sulle loro mummie

La radiografia alla parte superiore del corpo di Kha che mette in evidenza il collare al valore in dischi d’oro e i grandi orecchini.

La radiografia alla parte superiore del corpo di Kha che mette in evidenza il collare al valore in dischi d’oro e i grandi orecchini.

Riproduzione della collana d’oro di Kha per il vincitore della prima tappa del Giro d’Italia 2024, Venaria Reale - Torino

Riproduzione della collana d’oro di Kha per il vincitore della prima tappa del Giro d’Italia 2024, Venaria Reale - Torino

Le radiografie e la tac eseguita nel 2002 evidenziarono che i due corpi non sono stati eviscerati, il che spiega l’assenza dei vasi canopi dal corredo, e che all’interno del bendaggio celano dei magnifici monili. Curto potenziò la biblioteca del museo e diede vita alla pubblicazione del catalogo generale delle collezioni, richiamando al museo studiosi di fama internazionale. Nel 1974, in occasione del 150° anniversario della fondazione del museo, creò l’Associazione degli Amici e Collaboratori del Museo Egizio, con lo scopo di diffondere scientificamente la cultura dell’Antico Egitto.

Negli anni Sessanta il museo fu chiamato a contribuire alla campagna di salvataggio dei templi della Nubia, sotto l’egida dell’UNESCO, e sarà Curto a contribuire al salvataggio dei siti destinati ad essere sommersi dalle acque del lago Nasser, che sarebbe nato dalla costruzione della diga di Assuan. Si costituì una squadra: Curto, Vito Maragioglio e Cesare Rinaldi. La copertura finanziaria fu garantita dall’imprenditore Giovanni Battista Pininfarina e da altri sostenitori, poiché il Ministero degli Affari Esteri aveva esaurito i fondi disponibili, già destinati al recupero del Tempio Grande di Abu Simbel. L’obiettivo della missione Curto era documentare con scavi di superficie vaste aree poco note della Nubia settentrionale, altre missioni furono portate avanti da altre equipe italiane. La parte che si rivelò più complessa fu quella di Ellesiya, la spedizione italiana doveva tentare di salvare dall’innalzamento delle acque il piccolo tempio rupestre.

Come appariva il tempio di Ellesiya

Come appariva il tempio di Ellesiya

Il tempio ricostruito al Museo Egizio di Torino

Il tempio ricostruito al Museo Egizio di Torino

Il Governo egiziano si rese disponibile a donare il monumento al museo di Torino, l’impresa fu economicamente sostenuta dal Comune di Torino e numerosi soggetti privati.

Le pareti del tempio, scavato nella roccia, furono tagliate in sessantasei blocchi del peso di oltre una tonnellata ciascuno, mentre il soffitto e la volta vennero abbandonati per mancanza di tempo e di decorazioni.

Dal porto di Genova i blocchi raggiunsero per ferrovia lo scalo merci torinese, il 24 aprile 1967 approdarono nel cortile del museo, dove li attendeva Curto, pronto a avviare la ricostruzione del tempio nel museo da lui diretto.

I lavori, che presentarono notevoli problematiche, durarono due anni, finanziati dal Ministero della Pubblica Istruzione e da altri enti pubblici e privati, il tempietto risorse a nuova vita a pochi metri dalla statua del suo costruttore Tutmosi III.

Nel 1984, dopo quarant’anni di militanza in museo, Silvio Curto lasciò la direzione per raggiunti limiti di età, senza tuttavia interrompere le sue ricerche che proseguirono proficuamente fino alla sua morte avvenuta nel 2015.

A Curto succedette Anna Maria Donadoni Roveri (moglie di Sergio Donadoni, uno dei più grandi egittologi italiani, che contribuì al salvataggio del tempio di Abu Simbel).

Anna Maria Roveri Donadoni, Direttrice del Museo dal 1984 al 2004

Anna Maria Roveri Donadoni, Direttrice del Museo dal 1984 al 2004

A lei si deve la lunga e costante opera di dissuasione per scongiurare definitivamente il trasferimento del museo fuori dalla sua sede storica dimostrando, anche con la creazione di nuove e moderne sale, che l’edificio era adatto a ospitare le collezioni. La Roveri riprese l’attività di ricerca nella località di Gebelein con l’intento di meglio contestualizzare le antichità pervenute dagli scavi Schiaparelli e Farina. Verso la metà degli anni Ottanta con il finanziamento della Fondazione dell’Istituto Bancario San Paolo fu riqualificata la ‘manica nuova’ posta a chiusura del cortile. I lavori prevedevano la realizzazione di alcuni locali sotterranei e la presenza del tempietto di Ellesiya costituì non poche difficoltà. All’ipotesi di procedere a un nuovo smontaggio si preferì l’ardita e delicata soluzione di sollevare il tempio intero, imbrigliandolo in una possente gabbia metallica sollevata dall’alto mediante grossi paranchi. Nel corso degli scavi vennero alla luce le fondazioni di epoca romana di un tratto di cinta muraria della città, tuttora visibile e la base di una torre angolare. Si realizzarono così spazi espositivi ampi e moderni che furono inaugurati nel 1991 in occasione del VI Congresso Internazionale di egittologia che si tenne a Torino, seguendo la ‘visione’ della Direttrice secondo la quale l’allestimento dell’Egizio dovesse rispondere a canoni più attuali e da tematico dovesse diventare cronologico. L’eccezionale quantità di reperti ed i nuovi allestimenti determinò negli anni una costante necessità di nuovi spazi, a cui si sopperì con il trasferimento delle collezioni non prettamente egittologiche ad altre sedi (Museo di Scienze Naturali, Medagliere dei Musei Reali, Museo di Antichità). Nel novembre del 2000, alla presenza del ministro per i Beni e le Attività Culturali Giovanna Melandri, vennero inaugurati il nuovo ingresso al museo e le nuove sale, dove erano esposte le testimonianze più antiche della civiltà faraonica, dalla Preistoria all’Antico Regno, tra gli applausi scroscianti il ministro dichiarò che il Museo Egizio non avrebbe lasciato la sua sede storica.

Il 10 ottobre del 2004 venne costituita la Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino un innovativo ed agile strumento di gestione museale al quale venne conferito l’intero patrimonio archeologico e l’utilizzo delle strutture, per la durata di trent’anni.

Il 10 ottobre 2004 nasce la fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino

Il 10 ottobre 2004 nasce la fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino

I soci fondatori furono: Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, Regione Piemonte, Provincia di Torino (fino al 1° gennaio 2015), Compagnia di San Paolo, Fondazione CRT. L’obiettivo ed i compiti della Fondazione sono descritti nello Statuto:

La Fondazione persegue le finalità della valorizzazione e della gestione dei beni culturali, o di quelli comunque nella sua disponibilità, ricevuti o acquistati a qualsiasi titolo, e delle attività museali, nonché delle connesse attività di promozione e comunicazione e di formazione. La Fondazione svolge e promuove studi e ricerche nei propri ambiti di attività, assicurandone la diffusione presso la comunità scientifica e il pubblico.

Questo è il primo esempio italiano di partecipazione del privato alla gestione di un patrimonio culturale pubblico.

Il Presidente della Fondazione è designato dal Ministero della Cultura: dal 2004 al 2012 Alain Elkann, dal 2012 e tuttora in carica Evelina Christillin.

Nel 2005 la Fondazione Museo delle Antichità avviò in collaborazione con la nuova Direttrice, Eleni Vassilika, nuovi progetti che contemplavano importanti interventi migliorativi su tutto l’edificio per realizzare nuovi ambienti sotterranei, si procedette gradualmente per poter rendere fruibile, anche se in parte, il museo ai visitatori.

Eleni Vassilika, Direttore del Museo Egizio dal 2005 al 2014, e Alain Elkan, Presidente della Fondazione Museo delle Antichità Egizie dal 2004 al 2012

Eleni Vassilika, Direttore del Museo Egizio dal 2005 al 2014, e Alain Elkan, Presidente della Fondazione Museo delle Antichità Egizie dal 2004 al 2012

Lo scavo di due pozzi profondi oltre 35 metri permise il raggiungimento della falda freatica e rese possibile pompare acqua verso le macchine per la climatizzazione e l’umidificazione dell’intero edificio (collocate nei vasti locali del sottotetto) che garantiscono ai reperti le condizioni climatiche idonee per la loro conservazione. Le sale si sono nel tempo dotate di un sofisticato impianto di controllo igrometrico (l’igrometria è la parte della fisica applicata che si occupa della misura della quantità di vapore acqueo contenuto negli aeriformi). Questo sistema, alimentato dal combinato geotermia-bruciatori, si avvale di tre pompe di calore che distribuiscono i fluidi a 14 unità di trattamento aria, ventilconvettori e pannelli radianti, tutti interconnessi tra loro e gestiti in remoto da un programma di controllo, a sua volta supportato dal feedback di sensori dislocati in sala.

L’utilizzo sinergico di tali dispositivi permette la calibrazione capillare continuativa dei parametri temperatura-umidità necessari alla conservazione ottimale dei reperti ed al raggiungimento del comfort ambientale per i visitatori. Lo studio delle migliori tarature d’impianto, inoltre, permette di contenere i consumi e di ridurre le emissioni ambientali.

Il Museo dispone inoltre di diversi sistemi di monitoraggio integrativi, finalizzati al controllo dei flussi di pubblico, dell’accessibilità ed alla sorveglianza 24/7, per garantire il massimo grado di sicurezza possibile e gestire eventuali criticità o sovraccarichi.

Il museo è stato dotato di sistemi di sollevamento in grado di soddisfare le esigenze di spostamento dei reperti e apparecchiature anche di notevole peso. Il percorso di visita che viene proposto è nettamente cambiato con un’esposizione più uniforme e moderna grazie all’impiego di luminose vetrine ermetiche che garantiscono la conservazione e favoriscono la visibilità.

Nel 2005, in occasione dei Giochi Olimpici invernali di Torino 2006, lo statuario venne riallestito dallo scenografo italiano Dante Ferretti (tre premi oscar).

Vennero ricavati nuovi spazi sotterranei dove nel 2013, per volontà della direttrice del museo, venne inaugurata una impegnativa esposizione temporanea dal titolo ‘immortali’.

Evelina Christillin, Presidente della Fondazione Museo delle Antichità Egizie dal 2004 al 2012

Evelina Christillin, Presidente della Fondazione Museo delle Antichità Egizie dal 2004 al 2012

Nel gennaio del 2013 Evelina Christillin (lo zio della nonna di Evelina era Ernesto Schiaparelli – come dice lei il Museo Egizio era nel suo destino) iniziò a lavorare ai cantieri dell’egizio, aveva 50 milioni di euro da impegnare, poteva creare il contenitore, ma non avrebbe potuto fare un progetto di allestimento scientifico – dice lei – e così all’inizio del 2014 Christian Greco vinse il bando e diventò il nuovo direttore del Museo Egizio. Lavorò per undici mesi al progetto ed il 1° aprile 2015 si inaugurò il nuovo museo che venne così restituito alla città e al mondo scientifico.

Christian Greco, Direttore del Museo Egizio dal 2014

Christian Greco, Direttore del Museo Egizio dal 2014

Il suo operato ha contribuito a compiere, insieme ai curatori del museo, attente scelte espositive, arricchite da supporti multimediali, nella consapevolezza di creare non un punto di arrivo, ma di partenza verso nuove conoscenze acquisibili con la costante e paziente ricerca scientifica.

Quando la nuova Presidente arrivò all’egizio c’erano solo 13 dipendenti, oggi lo staff è di 75 persone. La cosa più sorprendente era che non c’erano egittologi perché non esisteva uno staff scientifico. Ma se si ha una collezione così ricca non si può tenere chiusa nei magazzini senza studiarla, digitalizzarla e farla uscire. Dunque con Greco lavorano per creare uno staff scientifico, al momento composto da 25 persone. Dopo due anni di lavoro e grazie ai legami con il direttore dell’Ermitage, a San Pietroburgo nel 2017 aprì la mostra su Nefertari (con i reperti dell’egizio di Torino) attirando 2 milioni e mezzo di visitatori. Da quel momento le collezioni sono state richiestissime ovunque e sono andate in mostra in Cina, Brasile, Canada, Usa ed Europa. Inoltre con uno staff scientifico il museo è tornato ad avere due spedizioni di scavo in Egitto, a Saqqara e a Deir El Medina.

E proprio il campo della ricerca scientifica ha fatto nel corso dei due secoli enormi passi avanti: nel 1800 la filologia (disciplina intesa alla ricostruzione di documenti letterari e alla loro corretta interpretazione e comprensione)e storia dell’arte erano gli strumenti con cui si codificavano le collezioni, poi nel 1900 è l’archeologia (studio delle civiltà attraverso la testimoniane materiali) che prova a dare una provenienza agli oggetti, e negli ultimi 15 anni l’archeometria svela gli aspetti invisibili degli oggetti, indica tutte le discipline scientifiche e le metodologie per indagare i materiali. Questo per capire non solo quale divinità rappresenta ad esempio una scultura ma come ha lavorato l’artigiano, quali materiali ha scelto, come li ha lavorati. Oggi ad esempio inserendo un processore in una macchina fotografica si può sapere esattamente che colori sono stati utilizzati. Inizialmente bisognava fare dei prelievi. L’archeometria aiuta non solo a capire com’è stato fatto un oggetto, ma a scoprire qualcosa in più su una parte importantissima della società egizia di cui non si sa nulla: gli artigiani. Loro non hanno lasciato niente di scritto e non hanno firmato nulla, ma hanno lasciato tantissimi oggetti.

Utilizzavano un’enorme varietà di materiali che hanno esplorato e conosciuto, utilizzavano determinati pigmenti come l’orpimento, che è un giallo particolarmente vivo con una parte di arsenico che richiedeva cautela in fase di conservazione.

Minerale di orpimento e Blu egizio

Minerale di orpimento e Blu egizio

Il blu egizio andava a sostituire un materiale che arrivava dall’Afganistan il lapislazzulo, molto costoso difficile da reperire, gli egizi inventarono una miscela di carbonato di calcio ossidi di rame che cotti a 900 gradi per 12 ore, e siamo nel 3.300 avanti Cristo!!! creano un panetto di un blu intenso, il blu egizio, inventano un colore.

Aprire una tomba egizia è come varcare un passaggio che ti porta indietro nel tempo, accanto alla mummia decine e decine di oggetti che raccontano quasi tutto di quella persona, del suo tempo. Gli studiosi passano anni a ricostruire il puzzle spesso avvalendosi di insospettabili contributi. Come quello torinese della primavera del 1961, a Torino si festeggiava il centenario dell’Unità d’Italia e si svolgeva un importante convegno scientifico che vedeva coinvolti i maggiori istituti torinesi che si occupavano di metrologia. Tra questi la RIV (acronimo di Roberto Incerti Villar Perosa) fu incaricata dal Museo Egizio di studiare gli antichi cubiti, strumento di misura indispensabile nell’antico Egitto. Cinque cubiti sarebbero stati studiati per meglio capire la precisione di questi strumenti e l’organizzazione del sistema di misura nato sulle rive del Nilo (misura che intercorre tra il gomito e la punta del dito medio). Dal tagliare le pietre con precisione per una piramide, al calcolo delle tasse da pagare sui metri di stoffa di lino, in una civiltà evoluta come quella egizia non si scherza con le misure. Due dei cubiti furono trovati proprio nella tomba di Kha, uno è snodato. Il cubito reale egizio misurava 52,36 cm.

Cubito regale pieghevole in legno di Kha

Cubito regale pieghevole in legno di Kha

Nel 2024 il Museo ha compiuto duecento anni. Un anno nel quale si sono attuate e si stanno ancora attuando profonde trasformazioni dal punto di vista architettonico, con riallestimenti realizzati grazie agli esiti forniti dalla ricerca, che rimane l’asse centrale su cui nascono e si concretizzano i progetti legati al più antico museo al mondo interamente dedicato alla civiltà nilotica, secondo solo a quello del Cairo (l’attuale museo venne aperto nel 1858, un’emanazione del servizio egiziano delle antichità costituito dal governo egiziano nel 1835).

Un nuovo capitolo di rinnovamento basato su un approccio innovativo e tecnologicamente avanzato, per migliorare l’accessibilità della collezione e l’interazione con il pubblico. Un compleanno lungo un anno.

Si è già cominciato aprendo la Sala della Scrittura al terzo piano, 1000 metri quadrati in un viaggio all’origine delle scritture dell’antico Egitto, il nuovo allestimento su Nefertari e al suo corredo funerario, che torna a Torino al termine di un tour internazionale di 8 anni, e Materia (gli oggetti ci sopravvivono, spesso, trasformano la nostra modalità di esistere, da dieci anni di ricerche questo è il nuovo allestimento che indaga la materia nell’antico Egitto tra legni, pigmenti, vasi in ceramica e oggetti in pietra). Sulla terrazza è stato realizzato il giardino egizio, in collaborazione con la facoltà di Agraria, una sezione dedicata alla ricostruzione della vegetazione ricavata dagli affreschi e dai papiri presenti al Museo, un’altra dedicata al giardino funerario – come quello trovato in Egitto davanti ad una tomba – sotto riposano le 103 mummie del museo che testimoniano l’arco della vita, dall’infanzia alla vecchiaia – persone che hanno speso la loro ricchezza per la loro sepoltura, il 70% della ricchezza dell’Egitto veniva speso per l’arte funeraria, impressionante.

Visita del Presidente Sergio Mattarella

Visita del Presidente Sergio Mattarella

Il 20 novembre 2024 c’è stata la visita del Presidente della Repubblica Mattarella, al quale è stato restituito, a lui come simbolo di tutti gli italiani, il tempio rupestre di Ellesija che d’ora in avanti sarà visitabile gratuitamente, perché donato dagli egiziani agli italiani. Tre giorni di festa per l’inaugurazione, ingresso gratuito, con 23.000 visitatori, un grande ‘abbraccio’ della città e non solo. È stata inaugurata in quest’occasione la Galleria dei Re riallestita in modo più cronologico e in piena luce, con le statue ‘ad altezza uomo’ per poter meglio ammirare e scoprire i tanti particolari. Le 40 statue sono state spostate due volte, questo ha tolto il sonno a molti all’egizio – dice il direttore Greco -.

La corte interna di 1000 metri quadrati sarà ricoperta con vetro e acciaio e diventerà la piazza egizia, aperta e fruibile a tutti, sarà creata quindi una nuova piazza per Torino. Ci sarà una sala immersiva di 1000 metri quadrati che sarà creata nella parte ipogea (sotto il primo piano della corte interna), dove sarà ricostruito virtualmente il paesaggio egizio di allora.

La futura Piazza Egizia nel cortile interno coperto

La futura Piazza Egizia nel cortile interno coperto

Sala ipogea del nuovo progetto

Sala ipogea del nuovo progetto

Attualmente il Museo conserva una collezione di circa 40.000 reperti, nel 2024 il Museo ha avuto 1.036.689 visitatori. L’identikit del visitatore dell’Egizio ci dice che: sono in maggioranza donne tra i 35 e i 64 anni i visitatori del museo (57,6%). I giovani tra i 18 e i 34 anni rappresentano il 15%. Il 47% dei visitatori ha conseguito una laurea, il 15% ha un titolo post laurea, mentre il 30% è diplomato. Il 61% dei visitatori sono turisti; tra questi quasi il 20% sono stranieri (15% europei 5% extra europei). Il 33% arriva in coppia il 34% in famiglia. Il 59% è a Torino per vacanza, mentre il 19% dei turisti ha dichiarato di essere a Torino appositamente per visitare il museo. Moltissime le scolaresche con studenti dai 7 ai 18 anni che il direttore Greco chiama simpaticamente i ‘deportati’ intendendo che probabilmente i ragazzi in gita andrebbero altrove …non intendendo in altri musei. Nel 2023 il museo si è attestato al settimo posto nella top ten dei musei italiani più visitati.

Detti tutti questi numeri e dati secondo la Chirstillin e Greco i musei non vanno classificati per numero di ingressi ma per l’attitudine a fare ricerca e formazione., per l’attitudine ad aprirsi all’esterno intrecciando rapporti e collaborazioni con altri musei, con gli studiosi, con il pubblico.

La scoperta tecnologica più importante dell’uomo è stata la scrittura, ha cambiato per sempre la sua vita; per gli egiziani era un dono degli dei. Scrivere significa codificare e tramandare, in modo che le scoperte fatte restino per tutti e da lì si parta per farne di nuove.

“Je tiens l’affaire” disse Champollion - ho trovato la chiave per tradurre i geroglifici – in quel momento nasce l’egittologia.

Come dice Christian Greco la memoria è il nostro futuro, il museo sta cambiando per le nuove generazioni perché costituisce la nostra memoria, la perdita di memoria significa non poter più orientare il proprio passo, una società senza memoria è una società che perde la direzione e non sa dove andare. L’obiettivo è di fare del Museo Egizio un luogo sempre più accessibile, trasparente e permeabile.

Bibliografia.

La storia del Museo Egizio, di Beppe Moiso

Intervento al Politecnico di Torino, di Cristian Greco 15 novembre 2024

Sito del Museo Egizio

Quando a chiudere il Museo Egizio fu la guerra, di Paolo Bondielli

Intervista ad Evelina Christillin – Io Donna

Santena, 2 aprile 2025