GIOVANNI GIOLITTI (1842 – 1928)


di Andrea Serani

Giovanni Giolitti nacque a Mondovì (Cuneo) il 27 ottobre 1842. Suo padre, Giovenale, era cancelliere presso il tribunale della stessa città e morì quando il figlio aveva solo un anno. La madre, Enrichetta Plochiù, di famiglia benestante, dopo la morte del marito si trasferì a Torino nella casa dei quattro fratelli. Il ragazzo frequentò svogliatamente il ginnasio e in seguito si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza laureandosi a soli diciannove anni, nel 1861, poco dopo la morte di Cavour. Uno degli zii materni era stato deputato nel 1848 ed era in stretti rapporti di amicizia con Michelangelo Castelli, stretto collaboratore di Cavour. Giolitti così poté conoscere, tramite lo zio, il grande statista piemontese. Non partecipò, come molti giovani della sua età, alle guerre di indipendenza del 1859 e del 1866 giustificandosi col fatto che era figlio unico di madre vedova.

I suoi interessi furono soprattutto di natura amministrativa. Incominciò a lavorare nel 1862 al ministero di grazia e giustizia e successivamente al ministero delle finanze con la qualifica di caposezione. Collaborò con diversi ministri della Destra storica, come Quintino Sella e Marco Minghetti e contribuì all’opera di risanamento del bilancio dello Stato, che si concluse poi, com’è noto, col pareggio del bilancio per mezzo di una politica di estremo rigore fiscale (è nota la famosa imposta sul macinato).

Nel 1867 perse la madre e nel 1869 sposò Rosa Sobrero (1851 – 1921), da cui ebbe sette figli. La moglie di Giolitti era nipote del chimico piemontese Ascanio Sobrero, scopritore della nitroglicerina.

La sua carriera di funzionario continuò anche con l’avvento del nuovo presidente del consiglio della Sinistra storica, Agostino Depretis. Nel 1877 fu nominato alla Corte dei Conti e nel 1882 divenne Consigliere di Stato. Nello stesso anno, nel collegio di Cuneo, si candidò deputato in elezioni a suffragio allargato (con il corpo elettorale che salì a più di tre milioni) e a scrutinio di lista. Giolitti fu eletto deputato, carica che conservò fino alla morte, avvenuta nel 1928.

Appoggiò per qualche anno la politica del governo Depretis, ma poi si distaccò da essa perché egli era ostile alle imprese coloniali del suddetto governo, che portavano troppe spese in bilancio. Si avvicinò pertanto a Crispi (divenuto nel 1887 presidente del consiglio), che nel 1889 nominò Giolitti ministro del tesoro, a cui aggiunse in seguito anche l’interim delle finanze. Tuttavia si distaccò anche da Crispi perché ostile alla sua dispendiosa politica coloniale. Dimessosi Crispi nel 1891, gli subentrò un governo di destra presieduto da di Rudinì che durò solo un anno. Nel 1892, soprattutto grazie alle intercessioni di Urbano Rattazzi, ministro della Real Casa (nipote di quell’Urbano Rattazzi che era stato a capo del governo nel 1862 e nel 1867), il re Umberto I diede mandato a Giolitti di formare il nuovo governo. Questi riuscì nel suo compito diventando così, nel maggio del 1892, presidente del consiglio, a capo di un ministero di sinistra costituzionale.

Nel novembre dello stesso anno, dopo aver sciolto anticipatamente la Camera, Giolitti indisse, vincendole, elezioni effettuate con ritorno al sistema uninominale. Il suo primo ministero fu caratterizzato soprattutto da due eventi: l’agitazione sociale dei Fasci siciliani e lo scandalo della Banca Romana.

Nel primo caso Giolitti lasciò che i moti si svolgessero senza l’intervento attivo della forza pubblica. Egli sosteneva che nei conflitti sindacali (è il caso di ricordare che proprio nel 1892 fu fondato, a Genova, il PSI) lo Stato si dovesse mantenere neutrale e le forze dell’ordine fossero tenute ad intervenire soltanto in caso di violenze ed incidenti. Questa idea non fu gradita dai datori di lavoro ed in generale dalle forze più conservatrici del paese.

Per quanto riguarda la Banca Romana, essa era una delle banche italiane di emissione di carta moneta. Nel 1889 l’allora presidente del consiglio Crispi aveva ordinato un’ispezione sulla situazione delle banche di emissione. Essa era stata affidata al senatore Giacomo Alvisi e ad un funzionario del Tesoro. Furono riscontrate gravi irregolarità nell’amministrazione della Banca Romana che consistevano nella stampa clandestina di 9 milioni di lire ed un’eccedenza abusiva di 25 milioni in carta moneta. Tuttavia la relazione non era stata resa pubblica nel timore di uno scandalo. Giolitti commise l’errore di chiedere per altri sei anni la proroga del diritto della banca di emettere denaro, mentre sarebbe stato necessario intervenire al più presto per fondare un’unica banca centrale che emettesse contante (successivamente, nel 1894, nacque la Banca d’Italia). Inoltre lo statista piemontese aveva proposto la nomina del governatore della Banca Romana, Bernardo Tanlongo, a senatore. Il Senato si oppose alla proroga dei sei anni e Giolitti, il 19 dicembre 1892, presentò un disegno di legge in cui la proroga veniva ridotta a soli tre mesi. Tuttavia l’opposizione venne a sapere i risultati dell’inchiesta del precedente governo Crispi. Giolitti fu accusato di aver coperto, come ministro del tesoro dello statista siciliano, le malefatte di Tanlongo che venne arrestato il 19 gennaio insieme ai suoi collaboratori. Successivamente, per accertare ogni responsabilità, il presidente della Camera, Giuseppe Zanardelli, nominò il cosiddetto “Comitato dei sette”, formato da sette deputati e presieduto da Antonio Mordini.

Il suddetto comitato, il 23 novembre 1893, pubblicò la propria relazione. A Giolitti fu imputato di non aver reso pubblica la relazione effettuata dal governo Crispi e deplorò la proposta di nomina a senatore di Tanlongo. In ogni caso l’accusa di corruzione non fu provata, ma la seduta del 24 novembre alla Camera fu tempestosa: l’estrema sinistra interruppe più volte il discorso di Giolitti che si difese con difficoltà dalle accuse stesse. In seguito, nel dicembre 1893, diede le dimissioni. Gli successe Francesco Crispi, che in realtà era ben più compromesso di Giolitti nella questione del suddetto scandalo bancario.

L’11 dicembre 1894 il politico piemontese consegnò al presidente della Camera, in una seduta tumultuosa, tutti i documenti in suo possesso relativamente all’episodio della Banca Romana comprovanti il grave coinvolgimento di Crispi stesso. Quest’ultimo sporse quattordici querele nei confronti di Giolitti. Questi, temendo di essere arrestato, raggiunse in Germania la figlia Enrichetta che si era stabilita lassù. Dopo poco tempo, calmatasi la situazione, poté ritornare in Italia. La Camera, dopo varie discussioni, preferì insabbiare tutta la vicenda, anche con la scusa della situazione problematica che si era venuta a creare sul piano coloniale in Africa.

Crispi intanto, dopo aver represso con estrema durezza le agitazioni sociali in Italia e sciolto il PSI comportandosi in modo ben diverso da come si era comportato Giolitti, dovette dimettersi nel 1896 in seguito alla nota sconfitta di Adua, in Abissinia.

Il nuovo governo ebbe come capo nuovamente il marchese di Rudinì, il quale, dopo una politica tendente alla pacificazione, represse duramente i moti di Milano nel 1898, in cui si contarono, ad opera del generale Bava Beccaris, ben 79 morti tra i civili e intorno ai 500 feriti. Scoppiarono ondate di protesta in tutta Italia e il governo si dimise. A di Rudinì successe il governo del generale Luigi Pelloux che emanò una serie di decreti eccezionali che avrebbero ristretto le varie libertà. L’estrema sinistra (radicali, repubblicani e socialisti) si oppose con veemenza, prima con la tattica dell’ostruzionismo alla Camera e poi rovesciando addirittura le urne per le votazioni.

Le elezioni anticipate del 1900 segnarono una sconfitta per il governo, il quale dovette dimettersi. Il nuovo ministero fu presieduto dall’anziano senatore Giuseppe Saracco e apparve come un ministero di pacificazione. Durante tale governo venne ucciso, nel 1900, il re Umberto I a causa di un attentato dell’anarchico Gaetano Bresci. Gli succedette il figlio Vittorio Emanuele III. Nel 1901 Saracco dovette dimettersi in seguito all’atteggiamento tenuto contro la Camera del Lavoro di Genova. In questa occasione Giolitti, che non aveva condiviso la politica repressiva attuata dai precedenti ministeri verso le agitazioni popolari, rientrò al governo come ministro dell’interno del nuovo presidente del consiglio, Giuseppe Zanardelli. A questo punto possiamo dire che ebbe inizio la cosiddetta “età giolittiana” la quale durò fino al 1914.

Possiamo dire altresì che dopo la morte di Cavour l’Italia ebbe un solo uomo di Stato paragonabile in qualche modo al grande ministro piemontese. Quest’uomo fu appunto Giovanni Giolitti. Egli si trovò ad affrontare problemi di diversa natura di quelli affrontati da Cavour: non si trattava più di fondare uno Stato e neanche di costruirne le strutture portanti. Infatti questi compiti erano stati assolti da Cavour e dai ministeri che gli erano succeduti al governo del paese. Giolitti si trovò invece di fronte alle problematiche di una società che ormai mutava rapidamente, in cui le industrie cominciavano ad assumere maggior peso, dando vita ad una nuova coscienza del loro ruolo nei lavoratori. Il movimento socialista aveva creato in Italia una situazione completamente nuova, di fronte alla quale, come si è visto, la classe dirigente aveva tenuto sistemi inadeguati per rispondere alla presa di coscienza dei nuovi ceti sociali, i quali reclamavano una piena cittadinanza nello stato italiano.

Giolitti fu l’uomo che più di tutti capì la necessità di allargare le basi del consenso allo Stato per poterlo salvare. Pertanto ritenne opportuno reinserire nel sistema tutte quelle forze che ad esso si opponevano. La sua politica fu infatti volta ad evitare contrapposizioni nei confronti del socialismo e verso i cattolici. Analogo tentativo fu effettuato nei confronti del fascismo di cui però lo statista piemontese non comprese il carattere sovversivo nei confronti di quello stato liberale di cui egli era il paladino.

Nel governo Zanardelli, nato nel febbraio 1901, Giolitti ricoprì un ruolo superiore alle sue effettive mansioni, dato che il presidente del consiglio era vecchio e malato. Fu confermato l’atteggiamento di neutralità nei confronti dei conflitti sociali, che gli valse l’ostilità della destra, capeggiata da Sidney Sonnino, e un atteggiamento benevolo da parte dell’estrema sinistra. Nel PSI prevalse inizialmente la corrente riformista di Turati e Bissolati favorevoli al nuovo corso, mentre la corrente rivoluzionaria continuava ad essere ostile al governo. Per rendersi conto del nuovo atteggiamento del governo Zanardelli- Giolitti verso i conflitti sociali è sufficiente ricordare un episodio.

Un giorno, nel 1901, il ministro dell’agricoltura Baccelli ricevette dal senatore Arrivabene, grande proprietario terriero del mantovano, un telegramma di questo genere: “Oggi io, senatore del regno, ho dovuto condurre l’aratro, abbandonato dai miei contadini che, fedeli alla mia famiglia da secoli, sono ora in sciopero col benestare del governo”. Baccelli mandò per visione il telegramma a Giolitti il quale lo restituì al collega con la seguente annotazione: “Risponderei così: la esorto a continuare; così potrà rendersi conto della fatica che fanno i suoi contadini, e pagarli meglio”.

Quando nel PSI prese maggiore forza la corrente di sinistra, Giolitti, vedendo di non poter più contare sull’appoggio del PSI e constatando che il governo Zanardelli tendeva verso la destra, diede le dimissioni da ministro il 21 giugno 1903. Zanardelli restò alla presidenza, assumendo anche il ministero dell’interno. Tuttavia poco tempo dopo (ottobre 1903), gravemente ammalato dovette dare le dimissioni da capo del governo e nel dicembre dello stesso anno morì.

Giolitti, nel frattempo rimasto in disparte nella sua residenza privata di Cavour, fu chiamato dal re Vittorio Emanuele III a Roma per formare il nuovo governo. Lo statista piemontese cercò subito la collaborazione dell’estrema sinistra chiedendo al socialista Turati e al radicale Marcora di entrare nella nuova compagine ministeriale ottenendo però un duplice diniego. Turati rifiutò in quanto una sua collaborazione avrebbe portato ad una spaccatura nel PSI. Marcora avrebbe voluto invece una riduzione delle spese militari alle quali Giolitti non poteva rinunciare per non entrare in contrasto col re. Inoltre i radicali premevano anche per l’esclusione dal governo di ministri moderati o conservatori. Giolitti formò la sua compagine nella quale erano inclusi fra gli altri Luigi Luzzatti al tesoro, Vittorio Emanuele Orlando all’istruzione e Tommaso Tittoni agli esteri. Il secondo ministero Giolitti fu subito assalito da una campagna scandalistica della stampa antigovernativa contro il ministro delle finanze Pietro Rosano che, accusato senza prove di corruzione, finì per suicidarsi.

Giolitti tirò avanti e continuò a tenere il medesimo atteggiamento nei riguardi dei conflitti sociali in atto; tutto questo portò ad un miglioramento delle condizioni di vita della classe operaia. Tuttavia si verificarono due conflitti a fuoco fra forze dell’ordine e lavoratori in Sardegna ed in Sicilia. Fu allora proclamato dalla Camera del Lavoro di Milano, il 15 settembre 1904, il primo sciopero generale esteso anche ai pubblici servizi. Giolitti lasciò fare e lo sciopero si esaurì da solo. La paura della borghesia per l’accaduto fu notevole e Giolitti approfittò di questa situazione per sciogliere la Camera ed indire nuove elezioni per il novembre del 1904. L’elettorato cattolico, che aveva l’ordine pontificio di non partecipare alle elezioni politiche (non expedit), fu invitato dall’alto a sostenere, in determinati collegi, i candidati governativi per impedire la vittoria di elementi dell’estrema sinistra. Giolitti, che in precedenza aveva parlato in termini cavouriani dei rapporti Chiesa-Stato (viste come due rette parallele), accettò tacitamente questa forma di appoggio che contribuì ad un risultato elettorale a lui favorevole e alla sconfitta dell’estrema sinistra. L’ostilità dei socialisti nel frattempo si fece più dura perché alla segreteria del partito salì il rivoluzionario Enrico Ferri. Lo statista piemontese riuscì però a coinvolgere i radicali, offrendo a Marcora la presidenza della Camera e staccandoli così dagli altri partiti dell’estrema (PRI e PSI). Successivamente (marzo 1905) diede le dimissioni adducendo un esaurimento nervoso. In realtà c’era la volontà di non voler affrontare direttamente un problema spinoso: la desiderata nazionalizzazione delle ferrovie e il divieto di sciopero dei suoi lavoratori. Pertanto, dopo una brevissima presidenza interinale di Tittoni , su suggerimento di Giolitti stesso fu nominato capo del governo Alessandro Fortis che risolse la questione delle ferrovie nel senso auspicato dallo statista piemontese. A succedere a Fortis, rovesciato agli inizi del 1906, fu Sonnino, appoggiato da una maggioranza composita. Il governo Sonnino durò un centinaio di giorni e poi dovette dimettersi in seguito a conflitti fra le forze dell’ordine e gli scioperanti.

Il 27 marzo 1906 tornò al potere Giovanni Giolitti con un ministero che governò il paese per tre anni e mezzo, ossia fino al 2 dicembre 1909 e che fu detto “il lungo ministero”.

L’opera più importante di questo governo fu la conversione della rendita del debito pubblico dal 5% al 3,5%. Luzzatti, ministro del tesoro con Sonnino, aveva dato un forte contributo all’opera, e continuò a lavorarvi, pur non essendo più ministro, anche durante il governo Giolitti. La conversione fu accettata con fiducia dai risparmiatori e permise per vari anni al bilancio dello Stato di chiudersi in attivo garantendo finalmente grandi fondi da utilizzare. Le risorse risparmiate furono usate per la realizzazione di numerose opere pubbliche, come ad esempio l’acquedotto pugliese, il traforo del Sempione, la bonifica delle zone di Ferrara e Rovigo. Tutto ciò permise un aumento dell’occupazione e dei profitti per le imprese chiamate a realizzare i suddetti lavori. Il miglioramento economico si rifletté anche sul valore della lira, che era quotata più dell’oro e preferita persino alla sterlina inglese. Si disse allora che “la lira faceva aggio sull’oro”. Si intervenne anche con provvedimenti a favore del Mezzogiorno, anche se lo sviluppo di questa parte dell’Italia rimase nettamente inferiore a quello del Nord. L’operazione finanziaria fu anche ben vista da Luigi Einaudi, per il resto contrario a Giolitti per la sua politica economica protezionista.

Nei conflitti sociali l’atteggiamento del terzo ministero Giolitti rimase il medesimo di sempre, mentre nel frattempo (1906) era nata la CGL (Confederazione Generale del Lavoro). Furono inoltre introdotti provvedimenti volti a tutelare il lavoro femminile e giovanile. Anche il PSI votò a favore dei suddetti provvedimenti. In quest’ultimo partito, al congresso di Firenze del settembre 1908, prevalse la corrente riformista guidata da Turati e Bissolati. Sempre nel 1908 si ebbe il terremoto di Messina per cui il governo intervenne con una serie di normative antisismiche. In politica estera Giolitti, pur rimanendo fedele alla Triplice Alleanza con Austria e Germania, sviluppò buoni rapporti con la Gran Bretagna e la Francia. Nel marzo 1909 lo statista piemontese, forte dei successi del suo governo, indisse nuove elezioni per la Camera, che fu sciolta poco prima della sua scadenza naturale, prevista per la fine dello stesso anno. Da queste elezioni uscì una buona maggioranza giolittiana, grazie anche a un certo appoggio dell’elettorato cattolico, ma il capo del governo fu accusato di aver effettuato notevoli brogli elettorali al Sud favorendo, con l’aiuto della malavita locale e dei prefetti, i candidati governativi. Lo storico socialista Gaetano Salvemini, che era stato sconfitto alle elezioni, scrisse un pamphlet intitolato “Il ministro della malavita” accusando con veemenza Giolitti di tutti questi misfatti. In realtà le accuse di Salvemini erano esagerate, anche se il capo del governo aveva effettivamente bisogno di una serie di deputati a lui fedele. La pratica dei brogli elettorali al Sud non era nuova e aveva coinvolto precedentemente altri presidenti del consiglio. A presidente della nuova Camera fu confermato il radicale Marcora, mentre vicepresidente fu eletto il socialista Andrea Costa.

Giolitti si trovò adesso ad affrontare un nuovo problema: il rinnovo delle convenzioni marittime sovvenzionate, che fino ad allora erano state in buona parte esercitate dalla “Navigazione Generale” che però rifiutò adesso di continuare ad assumersi quell’incarico. I governi preparò allora una convenzione con una società gestita dall’armatore Piaggio, ma tutto questo creò una vasta e dura opposizione da parte degli armatori meridionali. Lo statista piemontese preferì non affrontare questa spinosa situazione che fu poi risolta dal governo Luzzatti con la costituzione di una nuova compagnia, la Società Nazionale di servizi marittimi. Successivamente Giolitti presentò una proposta di legge che contemplava l’istituzione dell’imposta progressiva sui redditi la quale sollevò proteste alla Camera. Con questa scusa Giolitti si dimise e lasciò la mano ad un ministero Sonnino che tuttavia durò ancora un centinaio di giorni. A Sonnino successe un uomo vicino alle posizioni giolittiane, Luzzatti, che dovette affrontare il problema dell’allargamento del suffragio. Il nuovo presidente del consiglio elaborò un progetto volto in tal senso escludendo però il suffragio universale maschile. Giolitti propose invece quest’ultima ipotesi e il governo Luzzatti cadde. Si formò così, nel marzo 1911, il quarto governo Giolitti in cui entrarono anche i radicali Sacchi e Credaro, peraltro già presenti nel ministero precedente e a cui si aggiunse Francesco Saverio Nitti, anch’egli radicale, al ministero dell’agricoltura. Lo statista piemontese cercò anche di far entrare nel suo ministero il socialista Bissolati, ma questi rifiutò; tuttavia il PSI appoggiò dall’esterno il ministero. Nel 1912 venne approvato il suffragio universale maschile nelle elezioni portando così l’elettorato a più di 8 milioni. Potevano votare tutti i cittadini maschi che avessero compiuto 30 anni o che, pur minori di 30 ma maggiori di 21, avessero almeno un reddito di 19,80 lire o la licenza elementare oppure avessero prestato il servizio militare. Sempre nello stesso anno fu creata l’INA (Istituto Nazionale delle Assicurazioni) mediante la nazionalizzazione delle assicurazioni sulla vita. Nel settembre 1911 Giolitti, per conquistarsi le simpatie della destra nazionalista e per bilanciare la presenza anglo-francese nel Mediterraneo, aveva iniziato una guerra con l’Impero ottomano per la conquista della Libia. L’esercito italiano si dimostrò però piuttosto impreparato e ci volle più del previsto per conquistare la Tripolitania e la Cirenaica cedute dalla Turchia nel 1912 con la pace di Losanna.

Essendo stato allargato il suffragio elettorale, Giolitti decise di sciogliere anticipatamente la Camera. Le elezioni vennero indette per il 26 ottobre 1913. Lo statista piemontese, prevedendo un successo dei socialisti, decise di accordarsi con i cattolici con il cosiddetto “patto Gentiloni”. Si trattava di un accordo per cui il conte Gentiloni, presidente dell’Unione Elettorale Cattolica, avrebbe assicurato i voti cattolici a quei deputati della maggioranza che avessero firmato una dichiarazione che li impegnava a difendere gli interessi della Chiesa Cattolica nella politica italiana. I deputati della maggioranza, eletti in virtù di questo patto, furono ben 228. Quando l’operazione fu resa di pubblico dominio, una bufera si abbatté sul governo. I radicali, usciti vittoriosi dalla disputa elettorale con la quale ebbero 73 seggi, ritirarono l’appoggio al ministero Giolitti, e quest’ultimo, pur avendo ancora una maggioranza, preferì dare le dimissioni nel marzo 1914. Il re, su suggerimento dello stesso statista piemontese, diede l’incarico di formare il nuovo governo ad Antonio Salandra, un liberale di tendenze conservatrici che ebbe la fiducia del parlamento, dove comunque prevaleva una maggioranza giolittiana. Pertanto il nuovo ministero sembrava un semplice ministero di transizione, destinato, come era già avvenuto in precedenza, a far posto ad un ritorno dello statista piemontese. Tuttavia lo scoppio della prima guerra mondiale nell’agosto del 1914 mandò a rotoli i piani di Giolitti.

L’Italia, come ben si sa, rimase inizialmente neutrale, ma lo schieramento politico si divise, com’è noto, in neutralisti ed interventisti. Giolitti era per la neutralità e nel gennaio 1915 la manifestò apertamente in una lettera ad un suo amico, Giuseppe Peano, pubblicata sulla “Tribuna” da Olindo Malagodi. “Credo molto- scriveva Giolitti -nelle attuali condizioni d’Europa potersi ottenere senza guerra ...”. L’avverbio “molto” fu cambiato da Malagodi in “parecchio” e il tutto passò alla storia come “lettera del parecchio”. In pratica lo statista piemontese riteneva necessario trattare con l’Impero austro-ungarico possibili compensi territoriali all’Italia sul confine nordorientale. Giolitti fu accusato duramente di questo suo comportamento dagli interventisti, mentre intanto Salandra stipulava, com’è noto, il patto di Londra, il 26 aprile 1915, con le potenze dell’Intesa che impegnava l’Italia a scendere in guerra a fianco di Gran Bretagna, Francia e Russia. Il suddetto patto era noto solo al ministro degli esteri Sonnino e al re.

Giolitti raggiunse Roma e 320 deputati e un centinaio di senatori gli fecero arrivare, per solidarietà, i loro biglietti da visita. Era chiaro dunque che la maggior parte dei parlamentari era per la neutralità, ma Giolitti si scontrò con la ferma volontà interventista del re, che respinse le dimissioni del governo Salandra. Il poeta Gabriele D’Annunzio invitò la folla a invadere l’abitazione privata dello statista e ad uccidere quel “boia labbrone le cui calcagna di fuggiasco sanno le vie di Berlino”. Giolitti, vista la situazione che si era venuta a creare e dato che il questore di Roma stesso non garantiva per la sua incolumità, preferì tornarsene a Cavour. Il 24 maggio 1915 l’Italia entrò in guerra a fianco dell’Intesa.

Durante la prima guerra mondiale Giolitti rimase in disparte dalla vita politica attiva, facendo solo generici appelli alla concordia nazionale. Nel 1919 Nitti, divenuto presidente del consiglio, sciolse la Camera e indisse nuove elezioni per il 6 novembre con il nuovo sistema proporzionale, permettendo a tutti i cittadini maschi che avevano compiuto 21 anni di età di andare al voto.

Giolitti presentò a Dronero, il 12 ottobre dello stesso anno, il suo programma elettorale. Rivendicato il suo precedente neutralismo, affermò che doveva spettare al parlamento, e non al re come prevedeva invece l’articolo 5 dello Statuto, ogni decisione riguardante la politica estera. Inoltre auspicò un’ampia riforma finanziaria che tassasse i patrimoni accumulati con la guerra. Questo discorso fu giudicato in seguito da Palmiro Togliatti come “il più avanzato manifesto politico lanciato da un uomo delle classi dirigenti borghesi in Italia”.

Le destre soprannominarono allora lo statista piemontese “bolscevico dell’Annunziata”. Le elezioni ridussero le forze liberali e democratiche a 252 deputati (contro 380 del 1913) mentre il PSI ebbe 156 seggi e 100 ne ebbe il partito popolare italiano, una nuova formazione di ispirazione cattolica fondata da don Luigi Sturzo. I fascisti non ebbero alcun seggio. A questo punto era necessario per le varie forze di ispirazione liberale e democratica stringere alleanze con i popolari. In Italia imperversavano nel frattempo fortissime agitazioni sociali (il cosiddetto “biennio rosso” del 1919-1920), mentre D’Annunzio occupava con i suoi legionari la città di Fiume. Dimessosi Nitti, il 15 giugno 1920 Giolitti formava il suo quinto ministero e tra i vari ministri vi erano il conte Carlo Sforza agli esteri, Benedetto Croce all’istruzione e il popolare Filippo Meda al tesoro. In politica estera Giolitti riuscì a risolvere il problema di Fiume e con il trattato di Rapallo, stipulato nel novembre 1920 con la Iugoslavia, Fiume divenne una città indipendente, mentre l’Istria veniva assegnata all’Italia insieme alla città di Zara, in Dalmazia. Senza tanti complimenti Giolitti mandò l’esercito guidato dal generale Caviglia a sloggiare D’Annunzio da Fiume in quello che venne chiamato dal poeta “il Natale di sangue”. In politica interna lo statista piemontese dovette affrontare le forti agitazioni sociali che culminarono nell’occupazione delle fabbriche. Giolitti, come al solito, preferì non intervenire con la forza lasciando che il movimento si esaurisse da solo.

Giovanni Agnelli, in questa occasione, invece pregò Giolitti di intervenire. Questi rispose ironicamente che allora avrebbe fatto bombardare la FIAT. Agnelli a questo punto scongiurò di non farlo. Senza alcuna violenza gli operai sgomberarono le fabbriche e, con la mediazione di Giolitti, raggiunsero un accordo con gli industriali.

Sul finire del 1920, soprattutto nell’Italia settentrionale e in Toscana, si diffuse la violenza fascista volta soprattutto contro i socialisti. Giolitti diede ordine di reprimere ogni genere di violenza, ma le forze dell’ordine erano spesso conniventi con il movimento capitanato da Benito Mussolini. Lo statista piemontese pertanto ritenne che la cosa migliore fosse, come aveva fatto con i socialisti, di tentare di pacificare il fascismo inserendolo nel sistema. Pensò quindi di sciogliere la Camera nel 1921inserendo nei cosiddetti blocchi nazionali, oltre le varie forze liberali e democratiche, anche i nazionalisti ed i fascisti. Il PPI invece rifiutò di entrare a far parte dei suddetti blocchi e si presentò senza stringere alleanze con nessuno. Le elezioni si svolsero il 15 maggio: i socialisti ebbero 122 seggi contro i 156 del 1919, ma alla sua sinistra era sorto il partito comunista che ebbe 16 parlamentari; i popolari aumentarono passando da 100 a 107 deputati. Il “blocco” ne ebbe 275, ma 35 deputati erano fascisti e 12 nazionalisti. Il 26 giugno la Camera discusse la situazione sulla politica estera e Giolitti ebbe 234 voti a favore contro i 200 delle opposizioni di destra e di sinistra. Considerata la stretta maggioranza venutasi a creare e dato il fatto che le violenze fasciste non erano cessate, il giorno dopo lo statista piemontese presentò al re le proprie dimissioni.

Gli successe alla presidenza del consiglio un ex socialista, il riformista Ivanoe Bonomi, che formò un governo nel quale erano ancora presenti i popolari. Il nuovo ministero affrontò inizialmente con durezza la violenza fascista. A Sarzana, in Liguria, i carabinieri intervennero contro una spedizione punitiva uccidendo quattro fascisti; altri quattordici furono uccisi dalla popolazione del luogo. Mussolini sembrò venire pertanto a più miti consigli, ma entrò in contrasto con gli stessi gerarchi. Le violenze così ripresero e Bonomi, il 2 febbraio 1922, si dimise. Quindi per la successione si fece ancora il nome di Giolitti, l’unico uomo ritenuto in grado di affrontare la grave situazione venutasi a creare in Italia, ma a tale nome si oppose don Sturzo. Egli non sopportava le idee laiche dello statista piemontese e temeva che questi venisse ad accordi con Mussolini. Pertanto dopo una lunga crisi il re designò a presidente del consiglio Luigi Facta, un mediocre giolittiano che compose un governo di coalizione con i popolari. Dopo poco tempo Facta cadde e si ebbe un’altra difficile crisi ministeriale al termine della quale, permanendo il veto di don Sturzo nei confronti di Giolitti, il re dette nuovamente l’incarico di formare il governo a Facta. Il nuovo ministero era composto da liberali e democratici delle varie tendenze e dai popolari.

Non si fermarono le violenze fasciste e nel governo solo i ministri Taddei, Alessio e Amendola erano decisi ad un’azione risoluta. Pareva quindi inevitabile un ministero comprendente esponenti fascisti e i vari capi delle correnti liberali e democratiche avviarono trattative con Mussolini stesso. Anche Giolitti, tramite il senatore Alfredo Lusignoli, entrò in contatto con Mussolini. Giolitti, che il 27 ottobre 1922 compiva 80 anni, era pronto a lasciare la sua residenza di Cavour e ritornare a Roma per formare un nuovo ministero con la presenza di esponenti fascisti. Il 28 ottobre si ebbe, come noto, la marcia su Roma e Facta, dopo aver ricevuto il rifiuto del re a porre la firma per la dichiarazione dello stato di assedio, si dimise. Il re allora diede l’incarico di formare il nuovo governo a Mussolini. Il ministero fu inizialmente un ministero di coalizione, formato con la presenza di liberali e democratici delle varie tendenze e dei popolari. Presentatosi alla Camera per il voto di fiducia, sebbene il fascismo disponesse solo di 35 deputati, Mussolini ottenne un’ampia maggioranza e altrettanto fu al Senato.

Anche Giolitti votò in favore del nuovo governo ritenendo che il fascismo andasse verso una sua normalizzazione. Con questo spirito lo statista piemontese presiedette la cosiddetta “commissione dei diciotto” incaricata di effettuare una riforma elettorale. Giolitti votò a favore di quest’ultima che prevedeva di attribuire i 2/3 dei seggi a quella lista che avesse ottenuto almeno il 25% dei voti. La Camera fu dunque sciolta e si arrivò pertanto a nuove elezioni. I fascisti presentarono il cosiddetto “listone” nel quale entrarono a far parte anche esponenti non fascisti (come ad esempio Salandra ed Orlando).

Giolitti rifiutò di entrare nel “listone” e pure la proposta di nomina a senatore. Si presentò in Piemonte con una lista a parte con alcuni suoi collaboratori, fra cui Marcello Soleri ed Egidio Fazio. Il 16 marzo 1924 egli fece un discorso a Dronero, nel quale rivendicò l’autonomia del partito liberale rifacendosi orgogliosamente a tutta la sua storia, da Cavour in poi.

La campagna elettorale del 1924 fu funestata da una serie di violenze da parte fascista che, con molti brogli elettorali, ottennero la vittoria. Gli altri partiti risultarono pertanto fortemente ridimensionati e, com’è noto, il deputato Giacomo Matteotti, in una seduta tempestosa alla Camera, denunciò tutto quello che era accaduto; ciò gli costò la vita.

Dopo il delitto Matteotti, anche Giolitti passò all’opposizione, ma rifiutò di lasciare la Camera, non partecipando alla secessione aventiniana. I deputati socialisti Turati, Treves e Modigliani andarono a fargli visita chiedendo allo statista piemontese la sua opinione su quello che si sarebbe dovuto fare. Giolitti rispose che era dovere dei deputati dell’opposizione che avevano aderito all’Aventino rientrare in aula per dare battaglia a Mussolini che in quel periodo pareva in seria difficoltà. Lo statista piemontese non fu ascoltato e formò un piccolo gruppo di opposizione alla Camera, di cui Soleri era il deputato a lui più vicino.

Mussolini riprese in mano, con il discorso del 3 gennaio 1925, le redini della situazione, mentre il 16 gennaio dello stesso anno Giolitti, con Orlando e Salandra, firmò un ordine del giorno di opposizione al governo. In esso si rilevava che una nuova legge elettorale non era possibile, visto le condizioni in cui si trovava il paese. Giolitti intervenne nel dibattito e lamentò le violenze contro le varie libertà perpetrate dai fascisti; Mussolini allora lo interruppe alludendo alle elezioni fatte nell’età giolittiana. Lo statista piemontese rispose ironicamente che il capo del fascismo era troppo modesto, in quanto egli non si era mai sognato di avere una Camera come quella che Mussolini aveva in quel momento.

Infine il 16 marzo 1928 lo statista piemontese dichiarò la sua opposizione ad una riforma elettorale che costituiva un collegio unico nazionale conferendo la designazione delle candidature al Gran Consiglio del fascismo. Fu l’ultimo discorso di Giolitti alla Camera:

“Con la presentazione del disegno di legge in discussione il Governo ha riconosciuto che un gran paese civile, come l’Italia, deve avere tra gli organi costituzionali dello Stato una rappresentazione nazionale.

Però il metodo proposto per la formazione della nuova Camera mi sembra che non possa costituire tale rappresentanza. Affinché un’Assemblea possa essere la rappresentante della Nazione, occorre che i suoi componenti siano scelti con piena libertà degli elettori nei collegi elettorali, come prescrive l’art. 39 dello Statuto.

Ogni facoltà di scelta è invece qui esclusa dal fatto che, per legge, una sola lista possa essere proposta agli elettori.

Questa legge, che affidando la scelta dei deputati al Gran Consiglio fascista esclude dalla Camera qualsiasi opposizione di carattere politico, segna il decisivo distacco del regime fascista dal regime retto dallo Statuto.

Perciò, anche a nome di alcuni colleghi, dichiaro di non essere nella possibilità di dare voto favorevole al disegno di legge.”

La riforma elettorale fu poi approvata dalla Camera con 216 sì e 15 no.

Ritiratosi a Cavour, Giolitti si ammalò di broncopolmonite. Il nipote Antonio Giolitti, futuro esponente di rilievo prima del PCI e poi del PSI, ricordò che fuori dalla residenza del nonno c’era un gruppo di giovani fascisti che auguravano la morte a “quel vecchiaccio”. Lo statista piemontese volle che fosse chiamato al suo capezzale un sacerdote per morire da buon cattolico. Anche in punto di morte non fece mancare la sua ironia: al sacerdote che gli impartiva i sacramenti disse: “Caro padre; sono vecchio, molto vecchio. Ho fatto cinque ministeri. Non potevo, capirà, mettermi a cantare Giovinezza.”

Giovanni Giolitti morì a Cavour il 17 luglio 1928.