FRANCESCO GALLO. Un Ingegnere-Architetto al servizio dei Savoia


di Natalina Vaschetti

Come tutti sappiamo Francesco Gallo è l’autore del progetto di Villa Cavour, ma è anche il progettista di molti altri edifici (più di 80) soprattutto sacri, per cui mi è venuta la curiosità di cercare informazioni su questo artista, che ha lasciato una forte impronta nel monregalese, ma ha lavorato e combattuto per la dinastia Savoia.

Gallo Francesco

Francesco Gallo (1672-1750)

Francesco Gallo nasce a Mondovì, nella borgata di Piazza, il 6 novembre 1672, figlio del capitano Francesco, che era morto ad agosto dello stesso anno, e di Bona Maria Ferrero, che era zia di un alto dignitario sabaudo, Carlo Vincenzo Ferrero d'Ormea, che seguirà i progressi professionali del nipote (1).

Dei suoi primi anni di vita e degli studi non ci è dato sapere, neppure G.C. Chiechio che scrisse già nel 1886 un libro sul Gallo (2) riesce a dirci qualcosa di preciso sui suoi studi.

Cito:

“È presumibile però che giovane assai abbia coltivato le discipline matematiche e l'architettura, ritraendone frutti ragguardevoli, perché a vent’ anni l'opera sua come ingegnere ed architetto era già desiosamente cercata” (3).

Anche altre fonti concordano nel dire che non frequentò studi regolari e che l’esperienza militare gli frutterà una discreta conoscenza dell’ingegneria, che nella vita gli consentirà di espletare incarichi in campo topografico e nelle opere di fortificazione.

Il 4 luglio 1693, quindi a 21 anni, si arruolò nell'esercito sabaudo. Ci dice sempre il Chiechio che “lo si trova dapprima provvisto della S. M. della seconda insegna del reggimento di Mondovì e nello stesso anno della insegna colonnella del medesimo reggimento”.

Pare che questo grado equivalesse presso a poco all’attuale di capitano. Ed è in tale qualità che egli prese parte prima all'assedio di S. Brigida e quindi alla battaglia di Orbassano.

Come dice il Chiechio:

“Correvano anni tristi per il Piemonte, i quali però valsero a porre in evidenza il valore del Principe e la tempra del suo popolo”

Il Seicento fu per il territorio piemontese un secolo di guerre e battaglie. Fu il secolo di formazione vera e propria dello stato sabaudo: molti furono i tentativi della dinastia sabauda di penetrare nel territorio piemontese (4).

Tentativi che si concretizzarono nella formazione di un apparato statale fortemente centralizzato, con nuove leggi e imposte a volte inique, per fronteggiare nuove guerre.
Protagonista dell'ultima parte del secolo fu Vittorio Amedeo II di Savoia che salì al trono con un piccolo colpo di Stato destituendo la madre, Giovanna Battista di Savoia-Nemours, il 16 febbraio 1686 e subito si trovò a dover sottostare al volere dell'ingombrante vicino, il Re Sole. Il Duca di Savoia era praticamente vassallo del Re di Francia, grazie alla politica filo francese svolta dalla madre, reggente in sua vece, francese essa stessa, legata da stretta parentela a Luigi XIV, ed al matrimonio da lui contratto con Anna d'Orléans, nipote del Re. Il Duca nel tentativo di sottrarsi a tale “vassallaggio” cercò di stringere alleanza con l'Impero, andando a bussare alle porte di Vienna, lamentandosi proprio della situazione di vassallo in cui era tenuto (anzi di Paggio come egli stesso dice). A Vienna, inoltre, risiedeva il cugino, Principe Eugenio di Savoia-Carignano-Soissons, anch'egli fuggito dall'asfissiante corte di Versailles, inizialmente avviato alla carriera ecclesiastica e poi grandissimo condottiero venerato dalla corte imperiale (5). Il duca entrò così a far parte della Lega di Augusta, voluta da Guglielmo d'Orange, re d'Inghilterra, che riuniva tutte le potenze antifrancesi dell'epoca, in gran parte protestanti: Gran Bretagna, Olanda, i Principati di Hannover, Sassonia, Baviera e Brandeburgo, Spagna, Svezia ed Impero Germanico.

L'alleanza non diede subito i frutti sperati: il 18 agosto 1690, a Staffarda, Vittorio Amedeo II perse lo scontro con i francesi. A capo dell'armata avversaria c'era il famoso maresciallo Catinat.

de Catinat de La Fauconnerie

Nicolas de Catinat de La Fauconnerie (1637-1712)

Non andò meglio il resto della campagna. Nel 1691 a Carmagnola (rasa al suolo dal Catinat) il duca di Savoia distribuì il denaro destinato alle paghe degli ufficiali tra la folla disperata ed affamata, spezzando anche il suo Collare dell'Annunziata, che come sappiamo era il simbolo d'appartenenza alla Casa Savoia.

Nel 1693 il Duca decise di assediare Pinerolo, dolorosa spina francese piantata direttamente nel fianco del Ducato, a pochi chilometri dalla capitale. Il Forte di Santa Brigida, posto a difesa della cittadella e tenuto ostinatamente dalla guarnigione francese, venne pesantemente bombardato per giorni, finché fu fatto saltare in aria dalla stessa guarnigione, che si ritirò nella cittadella (6).

Gli ingegneri furono molto preziosi e occupati in quest'assedio, ed il Gallo vi ottenne la prima onorificenza.

Per dovere di cronaca dobbiamo dire che quella difesa accanita portò un vero e proprio sterminio: pare che già solo nei primi 15 giorni gli assedianti persero tremila uomini. Infine sotto gli ordini del Parella penetrarono nel forte il 9 agosto 1693 e fra i primi entrò proprio il reggimento di Mondovì, nel quale militava Francesco Gallo che, ricordiamolo, aveva solo 21 anni.

Ma la presa del Colle non pose fine alla guerra. Il Catinat si spostò verso Fenestrelle (dove esiste ancora oggi Pra Catinat), Bussoleno, Avigliana dove rase al suolo il castello. Il Duca di Savoia decise di lasciare Pinerolo e si avviò verso Orbassano. Nel frattempo il Catinat continuò con le sue distruzioni: venne distrutto il castello di Rivoli, saccheggiata la Reggia di Venaria e infine si giunse allo scontro nella piana di Volvera. All’alba del 4 ottobre 1693 iniziò la battaglia detta della Marsaglia, che lasciò sul campo ben 12.000 morti e distrusse quasi completamente il battaglione di Mondovì (7).

E proprio nella battaglia della Marsaglia il nostro Gallo riportò ben 6 ferite, di cui una definita mortale, ma incredibilmente si salvò, anche se fu malato a lungo e dovette abbandonare il servizio militare.

Battaglia della Marsaglia, 1693

Battaglia della Marsaglia, 1693

Ritornò quindi ai suoi studi di matematica e scienza sotto la direzione dell’Ingegner Antonio Bertola, quello stesso Bertola che aveva lavorato alla Cappella della Santa Sintone e che fu poi nominato nel 1706 capo degli ingegneri per la difesa di Torino.

Dopo l’esperienza con il Bertola fece ritorno a Mondovì.

Dal punto di vista privato nel 1694 (quindi supponiamo appena guarito dalle ferite riportate nella battaglia della Marsaglia) aveva sposato Maria Teresa Viglietto, figlia di un celebre medico monregalese, Francesco Viglietto. Alla morte di costui ereditò il titolo di vassallo di Battifollo.

Alcune biografie del Gallo ci dicono che ebbe 6 figli. Il Chiechio invece dice che ebbe un solo figlio, ma tutti sono concordi nel dire che questo figlio, Giuseppe Maria, collaborerà poi con il padre nel campo dell'architettura.

Il legame d'amicizia della famiglia con il vescovo di Mondovì Giovanni Battista Isnardi di Castello fu fondamentale per la carriera del Gallo, che operò moltissimo in tale diocesi. Una prima nota della sua attività si trova negli ordinati civici di Mondovì, a proposito della riparazione della fontana del Bachiazzo (1699). Due anni dopo, nel 1701, realizzò il progetto per la chiesa parrocchiale di S. Giovanni Battista a Frabosa Soprana, cui fece seguito, nel 1702, quello per la parrocchiale dell'Assunta a Carrù (8).

Nel frattempo però la sua devozione alla dinastia Sabauda e la fama acquisita nelle opere d'ingegneria, gli conquistarono la piena fiducia di Vittorio Amedeo II, che gli commissionò incarichi importanti.

Uno di questi riguardava il marchesato di Finale, che era sotto il dominio di Filippo V re di Spagna. Il Duca di Savoia, che col trattato di Ryswich era rimasto signore della contea di Nizza e possedeva le terre al di qua delle Alpi Marittime, aveva mire sul marchesato. Sperava di riuscire nell’intento per le vie diplomatiche, ma, nel dubbio di non riuscirvi, si voleva preparare ad espugnarlo con le armi.

Marchesato di Finale

Marchesato di Finale

Gli occorreva pertanto una conoscenza accurata del territorio dal punto di vista topografico, ma anche della presenza di castelli e/o fortificazioni. La scelta per tale mandato fiduciario (ovviamente occorreva farlo segretamente) cadde sull’ingegner Francesco Gallo.

Sempre dal Chiechio apprendiamo che “L’incarico a Gallo fu fatto pervenire tramite il conte di Santena, allora Governatore della città, con raccomandazioni per il Prefetto Zapellani di Savona ed il curato di Varigotti, piccolo luogo poco distante da Finale. La pratica del Gallo nei rilevamenti, la sua avvedutezza e l'aiuto del Curato valsero tanto che in poco tempo, con finto nome e non senza pericolo della vita, poté compiere il mandato ricevuto. Presentò egli stesso il risultato de' suoi lavori al re, il quale ne addimostrò pieno aggradimento”.

Siamo verso la fine del 1709, sarà stato da questo incontro che ebbe origine la commessa per il disegno del nuovo castello dei Benso di Santena?

Giusto per curiosità: il marchesato di Finale passò poi alla dinastia Savoia per trattative diplomatiche.

Ci dice ancora il Chiechio che “La perizia, e anche l’accortezza, dimostrata dal Gallo nell’esecuzione del mandato ricevuto, pare abbia assai soddisfatto il Duca Vittorio Amedeo II, perché da alcune memorie lasciate dallo stesso Gallo risulta che ebbe dal suo principe parecchi altri incarichi”.

Tra questi incarichi ricordiamo:

  • un piano topografico delle vallate delle due Bormide, a partire dalle creste delle Alpi fino alla loro confluenza presso Bistagno
  • il rilievo delle regioni situate fra le acque del Po, della Sesia, del Cervo, dell'Elvo e della Dora Baltea, fin oltre la collina di Verrua
  • il rilevamento del piano e l'altimetria del forte di Ceva, del monte Brignono e di tutti i contorni.

A Torino, dopo la vittoria contro i francesi del 1706, era iniziato un periodo di pace e prosperità; ma anche a Mondovì, cessata finalmente la lunga guerra del sale e le ultime lotte intestine, iniziò un periodo di espansione e di costruzione di molti edifici, soprattutto religiosi, tutti ad opera del Gallo: la cattedrale, le chiese del Carmine e di S. Chiara coi rispettivi monasteri, il Seminario, l'Ospedale maggiore, il Collegio dei Gesuiti in Mondovì Piazza, il convento e la chiesa di S. Filippo in Mondovì Breo, il convento delle monache Cistercensi in Mondovì Carassone.

Vi sembra tanto? Eppure la biografia del Chiechio ci dice che nel frattempo il nostro Archi-Ingegnere adempiva anche agli incarichi del Re (ne abbiamo parlato prima e i tempi sono i medesimi), seguiva altre opere architettoniche in città e nel resto del territorio: Carrù, Fossano, Cuneo, ecc. E non siamo ancora arrivati alla sua opera più significativa, la cupola del Santuario di Vicoforte, che inizierà solo nel 1729.

Vittorio Amedeo II (ormai diventato Re) provò più volte a riportare il Gallo a Torino, per affidargli la direzione delle opere di difesa e abbellimento della città, ricevendo sempre però un diniego dal testardo monregalese. Si accontentò quindi di affidargli incarichi di fiducia o che richiedevano particolare maestria, come, ad esempio, l’incarico di ispezionare il forte della Brunetta, che il Re stava facendo costruire vicino a Susa, dove erano nati problemi durante la costruzione.

Al ritorno da questo incarico al Gallo venne proposto di riprendere il progetto per la costruzione della cupola del santuario della Ss. Vergine di Mondovì a Vicoforte, iniziato alla fine del Cinquecento da Ascanio Vittozzi, architetto militare di Emanuele Filiberto di Savoia antesignano del primo barocco piemontese.

Santuario di Vicoforte e annesso monastero cistercense

Santuario di Vicoforte e annesso monastero cistercense

Proprio la cupola del Santuario di Vicoforte fu forse l’opera principale dell’architetto-ingegnere, opera che gli richiese tutte le sue competenze artistiche, matematiche e ingegneristiche. Da una lettera del figlio risulta (è sempre il Chiechio a dircelo) che fin dal 1692 (quindi il nostro aveva solo 20 anni) venne incaricato dall’Amministrazione del Santuario di studi per la prosecuzione del monumento disegnato e iniziato dal Vittozzi.

La posa della prima pietra del tempio, in origine scelto dai Savoia quale ultima dimora per il casato, avvenne il 7 luglio 1596. Il cantiere incontrò vari problemi, tra cui la scelta errata del sito posto su terreno instabile. Nel 1615 morì l’arch. Vittozzi quando la grande costruzione era stata eretta solo fino al cornicione, su cui bisognava innestare il tamburo della cupola. I lavori rallentarono fino a fermarsi completamente nel 1630 alla morte del Duca Emanuele Filiberto, lasciando la basilica senza cupola.

Ripresero nel 1672 ad opera dei monaci cistercensi che si erano insediati nell’attiguo monastero. Si erano però persi i disegni del Vittozzi e anche il modello in legno da lui predisposto non si trovava più. Come più sopra detto nel 1692 venne interpellato il Gallo, ma la guerra incombeva. Passarono quasi trenta anni prima che al Gallo fosse ripetuto l’invito ad occuparsi della realizzazione della cupola, trent’anni nei quali erano cambiate anche le condizioni e la finalità per le quali il tempio era stato previsto. Infatti Vittorio Amedeo II, in occasione dell’assedio dei francesi del 1706, fece voto di costruire, in caso di vittoria, una basilica in onore della Madonna sull’altura di Superga. E dopo la liberazione di Torino diede inizio alla costruzione. La basilica di Superga fu scelta come sepolcro dei Savoia, a scapito del Santuario di Vicoforte. Pare che a spingere Vittorio Amedeo II verso questa scelta abbia influito anche la stizza verso i monregalesi, che tanto filo da torcere gli diedero con le rivolte del sale.

La scelta di Superga pose un altro grave problema ai monregalesi, poiché vennero meno i fondi reali, che avevano assicurato l’attuazione della prima parte dei lavori.

Però il periodo di pace successivo al 1706, come già sopra detto, garantì non solo a Torino, ma anche al territorio monregalese la pace e la ripresa economica. Ricominciarono anche i pellegrinaggi al costruendo Santuario. L’amministrazione di Mondovì si fece forza e, grazie ai contributi dei fedeli e ad alcuni importanti lasciti di facoltosi personaggi del territorio, decise la costruzione della cupola e interpellò l’architetto Gallo 9.

Santuario di Vicoforte

Santuario di Vicoforte

Però erano passati più di trent’anni da quel 1692, quando per la prima volta l’Architetto aveva accarezzato l’idea di costruire quell’opera, e quello che da giovane l’architetto vedeva come il sogno della vita, con la maturità gli parve un compito arduo, al punto che decise di chiedere consiglio all’Arch. Juvarra.

Lo Juvarra si recò a Mondovì e insieme studiarono la costruzione e i disegni che il Gallo aveva preparato. Alla fine il famoso architetto messinese sconsiglio il Gallo ad intraprendere l’opera, mettendo l’accento sulla fama che il Gallo aveva conquistato negli anni e che avrebbe potuto essere offuscata da un fallimento dell’operazione. Riporto, per dovere di cronaca, che il Chiechio nel suo libro, decisamente un po’ agiografico nei confronti del Gallo, si chiede addirittura se dietro questo consiglio non potesse celarsi un po’ di invidia professionale… Ovviamente non abbiamo risposte a tale insinuazione e bisogna convenire che l’opera da eseguire era di tale imponenza da poter preoccupare anche gli architetti più insigni. Si trattava di progettare la copertura, con una sola volta, di un ambiente che presentava dimensioni tali, che fino ad allora avevano riguardato solo tre cupole al mondo: quella del Pantheon a Roma, che ha un diametro di 42,40 metri, quella di S. Pietro in Vaticano che misura 42,60m. di diametro, entrambe a pianta circolare, e quella di S. Maria del Fiore a Firenze di. 42,20 m. di diametro a padiglione su pianta ottagonale. La cupola del Santuario di Mondovì, alta 74 metri, è ellittica e ha il diametro maggiore lungo m. 36,25 e quello minore di m. 25.

Le difficoltà non riguardavano solo le dimensioni, ma anche la forma della struttura già esistente da coprire. Non essendo un architetto, non riesco a tradurre e semplificare quanto scritto nel libro dal Chiechio, quindi vi riporto testualmente:

“Poiché le altre volte ora ricordate sono a pianta circolare, meno quella di S. Maria del Fiore che è poligonale, il perché con una cupola emisferica ovvero con una volta a padiglione era riuscito geometricamente facile ai costruttori risolvere il problema. Nel Santuario di Mondovì (Vicoforte) si trattava di innalzare una volta la cui superficie di intradosso risultasse un semielissoide a tre assi. Per i primi casi, determinata la forma di una centina, per le armature della volta, tutte le altre riescendo uguali, spedita e facile ne fu la formazione; nel caso nostro invece tutte le centine doveansi separatamente studiare e delineare. La forma del manto poi da sovrapporsi alle centine era pure per i primi casi di egual curvatura in tutti i punti dell’intradosso, di guisa che nessuna difficoltà teorica si era dovuto risolvere, laddove per il Santuario di Mondovì, variando da punto a punto il raggio di curvatura, riesciva indispensabile studiare la curva del manto in ogni tratto e con somma cura attendere alla formazione del medesimo prima di procedere alla costruzione muraria.”

Oltre al fattore “misure” vi era da considerare che il progetto del Vittozzi, suffragato dalla “sponsorizzazione” come diremmo oggi del Duca Carlo Emanuele I, e quindi con molti soldi a disposizione, aveva previsto, e realizzato in parte, motivi architettonici molto dispendiosi, mentre ora si poteva contare solo sulla generosità dei fedeli e su qualche lascito, anche generoso, ma che non poteva certo competere con i fondi ducali.

Insomma, le difficoltà non mancavano. In quei momenti di dubbio e esitazione di Francesco Gallo arriva la proposta del Re di recarsi a Roma per studiare gli acquedotti e quindi progettare una condotta dalla valle del Sangone a Torino. Inutile dire che l’Architetto accettò con gioia e gratitudine l’incarico che lo sollevava al momento dalla decisione sulla cupola, ma soprattutto perché gli avrebbe consentito di studiare da vicino le cupole del Pantheon, di San Pietro e anche di Santa Maria a Firenze.

Il viaggio lo aiutò a dissipare parte dei suoi dubbi e al ritorno si accinse all’opera e fu visto come un segno del cielo anche il forte lascito che nel frattempo l’abate Govone lasciò per la costruzione della basilica di Vicoforte in onore della madonna.

Nella primavera del 1728 hanno iniziarono i lavori.

Poiché il Gallo doveva assentarsi spesso da Mondovì per eseguire incarichi reali (…), vennero chiamati, con l’assenso dell’Amministrazione Comunale, Mastro Domenico Pincotto da Como per la direzione dei lavori e mastro Bernardo Antonietti da Lugano che, unitamente al figlio del Gallo, Gian Maria, doveva occuparsi dell’assistenza.

La cupola vera e propria 10 venne iniziata nel giugno del 1731 e terminata nell’ottobre dello stesso anno. Nel 1732, verificata la stabilità della cupola, si diede inizio alla costruzione del cupolino.

La cupola ovale del Santuario di Vicoforte

La cupola ovale del Santuario di Vicoforte

Nel settembre del 1733 finirono le opere in muratura del cupolino ed il 28 ottobre venne effettuata la copertura in piombo dello stesso.

La grande opera era compiuta nelle sue parti architettoniche. Venne lasciato ancora il ponteggio per il lavoro dei pittori. L’amministrazione Comunale, molto soddisfatta per il lavoro svolto dal Gallo, e anche per il buon carattere del medesimo, che aveva facilitato i rapporti, chiese allo stesso di trattare con i pittori Alemani, Pozzo, Galeotti, Bibiena, Bertoloni e Biella che decisero con l’Architetto le opere d’arte da eseguire. Fu poi ancora incaricato di altri lavori all’interno del santuario, tra i quali anche la demolizione dell’antica chiesa che era ancora presente all’interno della basilica.

Stava ancora seguendo i lavori quando nel 1749 si ammalò. Mori il 20 giugno 1750, pochi mesi prima che tutti i suoi progetti per l’ultimazione della basilica fossero terminati.

Francesco Gallo è sepolto nell'antica chiesa di Nostra Donna, come riportato da un manoscritto di tal Vittore Zugano, presente nell'archivio dell'Ospedale maggiore di Mondovì Piazza, dove si legge: “1750 a dì 2 giugno: è passato da questa a miglior vita l’Ill.mo Monsieur Gallo”.

Prima di congedarci definitivamente da questo personaggio aggiungiamo due note sul suo carattere e sul suo modo di vivere, che il Chiechio ci descrive così: “L'ingegnere che tanti lavori aveva eseguito, soddisfatto al lusso di chi gli chiedeva edifizi architettonici, e prestato servizi eminenti al Re, pare conducesse una vita oltremodo modesta. Come ne' suoi edifizi non volle sfoggio all'esterno per affascinare invece i visitatori nell’interno, così egli che di tutto cuore si prestava a procurare gli agi e le comodità agli altri, visse in una modesta casa, situata nella sezione di Piazza e prospiciente la piazzetta triangolare che precede quella di fronte alla cattedrale. Questa casa è segnata col numero civico 200 ed è situata al principio della via che porta il suo nome. Pare anzi che negli ultimi anni si trovasse in strettezze finanziarie, inquantoché scrisse una lettera al Re, nella quale rammentando i servizi resi, chiedeva un lieve soccorso. Una supplica simile presentava ancora un anno dopo la sua morte il figlio Gian Maria all’amministrazione del Santuario, e questa in sua adunanza del 16 novembre 1751 gli accordava un sussidio di 750 lire. Dai resoconti e dagli archivi del Santuario non risulta che a Francesco Gallo durante la lunga e straordinaria sua opera prestata sia stato dato alcun compenso o fatta donazione… La modestia poi e la bontà dell'animo suo, che traspaiono da poche lettere giunte a noi, pare non gli abbiano concesso di cercare rimunerazione per altri molti suoi lavori, eseguiti in massima parte per templi ed opere pie”.

Firma dell’architetto Francesco Gallo

Firma dell’architetto Francesco Gallo

Le influenze stilistiche di Francesco Gallo nell’arte barocca piemontese

In Piemonte Ascanio Vittozzi (1539 - 1615) subentra al Negri di Sanfront nel Santuario di Mondovì e diffonde severi motivi classicheggianti, di ispirazione romana. Nel seicento, si delinea una corrente tardo-rinascimentale, una sorta di manierismo, con artisti come Carlo e Amedeo di Castellamonte. Figure di grande rilievo come il Guarino Guarini (1624 - 1683), condizionano quel gusto Barocco Piemontese grazie all’uso inconsueto di soluzioni strutturali e decorative ed una nuova interpretazione spaziale.
Il settecento è dominato dalla lezione dell’illustre architetto Filippo Juvarra (1678 - 1736) e in lui, la ricerca di quello che definiamo “Pura Forma”, raggiunge pieno compimento, egli abbandona il decorativismo Barocco, e diventa un riferimento per Bernardo Antonio Vittone (1704 - 1770), soprattutto per la concezione spaziale delle masse volumetriche. È In questa dimensione culturale che si forma l’architetto Francesco Gallo (1672-1750), che a metà del settecento raggiunge una posizione di rilievo nel territorio monregalese. Formatosi a Torino con Antonio Bertola, architetto militare e ingegnere. Francesco Gallo riflette un manierismo purificato e giunge al barocco avvertendo appena le limitate direttive artistiche del Bertola. Questo indirizzo al mestiere sicuro, conferì al Gallo una granitica preparazione tecnica, insieme ad una pratica consumata in architettura militare, usata nei più svariati settori dell’ingegneria. Lo stile del Gallo è caratterizzato da scarsa permeabilità ad influssi esteriori, che lo rende generico, impreciso e difficilmente individuabile. Questo insieme di elementi tradizionali costituiscono il più autentico filone, cui il Gallo attinge nel suo saldo formarsi. L’architetto è attratto come per istinto dalle forme più semplici, le scopre con cura e quasi le filtra, spianando ogni tumulto di membrature ed escludendo gli elementi che sente non più vitali. La buona fama raggiunta ne fa un professionista molto richiesto: il Gallo, con un le sue architetture diventano un costante insegnamento di armonia, dignità e decoro. Intorno al 1740 la produzione si va facendo più scarsa, e ha inoltre un ritorno alle forme piane: ad esempio nelle cimase delle finestre, le quali presentano un andamento proprio delle opere tarde. L’ornamentazione ripete gli stessi temi dal sobrio e saldo senso costruttivo per manifestare l’esigenza di chiarezza. I primi elementi di decorazione presentano delle qualità più architettoniche, questi elementi possono essere differenti tra di loro: ad esempio riguardo i portali delle chiese ne abbiamo alcuni in cui spicca la semplicità del mattone a vista e altri in cui il coronamento si fa più sinuoso fino a risultare un barocco appesantito e straripante. Caratteristica peculiare è il singolare equilibrio tra architettura e scultura decorativa.
Scarsi sono invece i contatti con i pittori, nonostante nelle chiese del Gallo si possono riscontrare molte opere pittoriche. In alcune chiese hanno operato decoratori e quadraturisti che non permisero, con la loro pittura, di ristabilire la fragile unità ambientale: prerogativa di poche chiese del Gallo, dove si instaura una piena armonia, fondata su esplicite consonanze. Non tutte le opere del Gallo hanno lo stesso livello artistico, nonostante ciò egli cercò di uniformarle ritornando su temi determinanti. Del Gallo si può dire che fosse più attratto dalla regola che dall’eccezione; questo però non costituisce un limite ma anzi a volte nasce dall’esigenza di ordine, di chiarezza e di equilibrio, la quale tende a moduli costanti di elementare ed armoniosa fattura.

Francesco Gallo progettò numerosi edifici religiosi

Architettura civile

Fu anche impegnato in lavori nel campo dell'architettura civile

Opere attribuite

Al Gallo sono altresì attribuiti i progetti seguenti:

  • Confraternita di San Pietro in Vincoli a Peveragno
  • Parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo a Sanfrè: (1711-23)
  • Palazzo Beccuti a Torino (1723-24)

Chiesa Parrocchiale di San Giacomo, a San Giacomo di Roburent

Note

1.http://vecchiosito.dsa.unige.it/eve/seminari/facpaggallo.html - atti della giornata di studio in ricordo di Nino Carboneri – 25/05/2001

2.G.C. Chiechio - L'Ingegnere ed Architetto Francesco Gallo 1672-1750 (cliccando potrete leggere il libro di Chiechio su Francesco Gallo)

  1. G.C. Chiechio – op. cit.
  2. Ricordiamo brevemente che la dinastia viene fatta risalire da diverse fonti a Beroldo o Bertoldo o Geroldo, Duca di Sassonia, discendente di un ramo cadetto del Casato, forse nipote dell’Imperatore del Sacro Romano Impero Ottone III. Tra il 998 e il 1000 ricevette da Rodolfo III di Borgogna, quale regalo per la sua fedeltà, la contea della Savoia e Moriana a cui si aggiunsero Salmorence, Nyon, Belley e Aosta sotto Umberto Biancamano
  3. Sarà proprio il principe Eugenio a liberare l’Europa dai turchi nella battaglia di Zenta (1697)
  4. Dal Comune di Volvera, immagine dell’assedio del Forte di Santa Brigida
  5. Dal sito del Comune di Volvera apprendiamo che la Rievocazione Storica della Battaglia della Marsaglia è un appuntamento annuale nel calendario eventi del comune e svolge ogni ultimo sabato e domenica del mese di settembre di ogni anno
  6. www.treccani.it/enciclopedia/francesco-gallo
  7. Pare che fossero stati interpellati anche altri Architetti vicini alla corte che però, forse per piaggeria nei confronti del Re che aveva spostato il suo interesse verso Superga, o forse per le difficoltà che poneva l’opera, avevano rifiutato
  8. prima vi furono tutta una serie di lavori sul “tamburo” ma per chi fosse interessato alla descrizione completa dei lavori rimando al lavoro dei Chiechio che lo descrive nei minimi particolari

25 Novembre 2021