Viaggio nelle terre di Romagna e dintorni. Prima tappa: la condizione dell’Italia all’indomani della restaurazione ed il ritorno del papa re


Di Mariano Baldrati

PROLOGO 1

Se chi, ancora agli inizi del XIX secolo, affrontando un viaggio alla scoperta dell’Europa, avesse cercato su un planisfero la penisola italiana, l’avrebbe facilmente individuata. I suoi contorni erano e sono tali da renderla immediatamente riconoscibile e con la corona alpina che la separa dal continente avrebbe potuto anche pensare ad un territorio tutto sommato con caratteristiche non dissimili da nord a sud.

Diversa invece sarebbe stata l’impressione che ne avrebbe avuto nel momento in cui l’avesse percorsa in una scala di riduzione 1:1.

Avrebbe trovato che l’Italia si sviluppa in senso longitudinale su grandi distanze interne in uno spazio che sfiora i duemila chilometri e che è nettamente ripartita tra un Nord e un Centro Sud con paesaggi e climi non solo vari, ma addirittura diametralmente opposti.

E se, attraverso le testimonianze monumentali incontrate nel suo viaggio lungo la penisola, avesse potuto percorrere così a ritroso il tempo sino ad arrivare alla frantumazione politica della penisola con l’invasione-migrazione dei Longobardi e da lì tornare poi indietro al tempo del proprio viaggio, avrebbe trovato plausibile pensare che ben pochi erano stati i Paesi dell’area europea occidentale che avessero subito nell’arco della loro storia una simile parcellizzazione linguistica, culturale e politica.

La situazione era tale che all’inizio dell’800 per un abitante di Torino era concettualmente più vicina e più famigliare Londra (un migliaio di km) di Brindisi. Nello stesso tempo per un brindisino era più vicina Costantinopoli di Torino.

Il che significava che, per uno che abitava a nord della linea La Spezia-Rimini la geografia, i costumi, le lingue e la storia del Centro Sud gli erano ignoti quanto lo erano quelli delle popolazioni del Nord Africa.

D’altra parte, la condizione della rete viaria era tale che un viaggio in diligenza, al di là della velocità media che era sui 10 km/h, da Milano a Roma comportava un tempo di percorrenza di almeno sette giorni, mentre da Milano a Vienna era di cinque giorni. Ma Vienna era più distante di Roma di almeno duecento chilometri. E questo perché le strade che portavano a Roma erano evidentemente in una condizione precaria. Indice di una scarsa cura.

PROLOGO 2

Nascere in Italia nel 1815 significava venire al mondo in un luogo dove se si apparteneva alle classi sociali più umili la vita era grama. Andiamo a vedere.

Dal punto di vista economico gli Stati italiani, nel loro insieme, sono in condizioni di arretratezza rispetto ai principali paesi europei. Nel 1815, e per tutti gli anni Venti, l’arretratezza si coniuga ad una grave crisi economica europea che ha conseguenze devastanti in Italia per le classi meno abbienti perché provoca una situazione di crisi alimentare con un peggioramento delle condizioni dei contadini: sintomo incontrovertibile è l'espandersi della pellagra, malattia legata a fenomeni di malnutrizione. Nel peggiore dei casi si arriva alla carestia.

Alcuni dati sull’indice di copertura della spesa alimentare sono illuminanti. Nel 1801 con quello che percepiva, un lavoratore copriva la metà della spesa alimentare. L’indice di copertura della resa alimentare copre circa il 60% nel 1805, per poi scendere ed arrivare a meno del 50% nel 1817. Sale a circa l’80% nel 1826 per poi scendere di nuovo, sfiorando il 50%, nel 1854 e nel 1874. In seguito, sale e riesce a raggiungere il 100% solo 1890. Va oltre il 200% nel 1914.

In Italia l’Ottocento è un secolo di fame.

Ovviamente, a seguire, scontento e sommosse popolari: nel febbraio del 1816 a Rimini scoppiano tumulti che vengono prontamente sedati dal delegato pontificio monsignor Tiberio Pacca. I principali responsabili vengono condannati a morte, altri all’ergastolo ed altri ancora alle galere, il che significava la condanna al remo sulle navi pontificie. Vorrei far notare che qui non siamo di fronte a dei sovvertitori del sistema, a dei giacobini, ma a gente che ha fame. Una repressione che picchia duro ugualmente senza clemenza tanto per far capire che le cose sono tornate a quelle prima del 1789 e chi era suddito, suddito doveva rimanere.

Ma oltre a questo c’era anche altro a conseguente corollario: nel novembre del 1815 in Puglia si danno alcuni casi di peste. Immediatamente formato il cordone sanitario attorno alla cittadina colpita, con la condanna alla pena di morte per chi ne fosse uscito, la peste cessa nel giugno del 1816 dopo aver provocato ben 728 morti.

Un panorama da terzo mondo.

Intanto a Macerata nel 1817, abbiamo il primo tentativo insurrezionale carbonaro nello Stato del Papa Re.

Mentre la situazione economica dell'Italia permane critiche a causa della persistente carestia e in diverse parti della penisola si registrano disordini popolari sempre prontamente repressi dalle forze dell'ordine, cresce negli ambienti liberali l'opposizione alla politica della restaurazione.

Soprattutto nell’Italia centrale e meridionale si sta diffondendo l'organizzazione segreta della carboneria, la quale progetta una rivolta generale nello Stato Pontificio approfittando di una malattia di Papa Pio VII che rende probabile un periodo di sede vacante.

La guarnigione del pontefice però sconvolge i progetti dei cospiratori, un gruppo dei quali tenta ugualmente un'insurrezione. A Macerata nella notte tra il 23 e il 24 giugno alcuni carbonari scendono armati nelle strade ma il popolo non li segue e i gendarmi possono soffocare la rivolta sul nascere.

L’INDOMANI DELLA RESTAURAZIONE

LA SITUAZIONE ECONOMICO DEMOGRAFICA

I SISTEMI AGRARI. La fine delle guerre napoleoniche e del blocco continentale, che comportano il ripristino di un'attività commerciale non più sostenuta da necessità belliche, portano l'immissione sui mercati di ampie quantità di merci provenienti dall’Inghilterra che determinano in Italia una massiccia caduta dei prezzi agricoli. La crisi e gli interventi per superarla causano un inasprimento delle condizioni di vita dei coloni, dei piccoli coltivatori diretti e dei braccianti agricoli e influiscono anche sulle tecniche di conduzione del territorio.

In Piemonte, Lombardia ed Emilia dove il frazionamento della proprietà risaliva al secolo XVIII si assiste al progressivo ridimensionamento dell'istituto della mezzadria. Al sistema mezzadrile si sostituisce la vasta unità produttiva di proprietà non nobiliare lavorata da manodopera salariata.

Cambiano anche i tipi di cultura: al frumento si affiancano i prati irrigui, le risaie, la canapa e i gelsi per nutrire i bachi da seta, base dei primi nuclei industriali della zona.

In Veneto e in Toscana, dove la mezzadria viene considerata garanzia di ordine pubblico, pochissimi sono gli investimenti privati. Non vengono introdotte nuove culture e all’aumento della produzione si perviene attraverso l'ampliamento della superficie coltivabile.

Nel Regno borbonico e in Sardegna le leggi di eversione della feudalità (1806 abolizione della feudalità) favoriscono non tanto l’affermarsi della piccola proprietà quanto la nascita di latifondi nelle mani della nuova borghesia. Nel complesso in queste zone il sistema agrario dominante resta quello a grano e maggese, senza rotazione dunque senza alcuna sostanziale riorganizzazione del territorio.

La stabilizzazione dei prezzi si ha intorno al 1826 senza, comunque, che sia seguita da una ripresa. Questi fenomeni peraltro non sono specifici del decennio in esame ma caratterizzano quasi tutto il periodo preunitario.

LA CRESCITA DEMOGRAFICA. La crescita demografica era già iniziata nel ‘700 e in questo periodo si intensifica, ma l'aumento medio, di circa il 6%, è piuttosto modesto se confrontata con lo sviluppo demografico dei paesi dell’Europa nordoccidentale, l’Inghilterra, dove l'aumento medio tra il 1800 e il 1850 è invece del 13%.

DATI DEMOGRAFICI

POPOLAZIONE COMPLESSIVA 20 MILIONI

REGNO DI NAPOLI 6.766.000

………………LOMBARDO-VENETO 4.065.000

SARDEGNA 3.814.000

STATO DELLA CHIESA 2.425.000

GRANDUCATO DI TOSCANA 1.264.000

DUCATO PARMA 383.000

MODENA 375.000

LUCCA 131.000

MASSA 20.000

REPUBBLICA SAN MARINO 7.000

LA MANIFATTURA E LA POLITICA ECONOMICA. Abbandonati gli indirizzi liberisti dell'età napoleonica, i governi italiani della Restaurazione riorganizzano l'aspetto economico del proprio stato sulla base di una politica di forte protezionismo basata su dazi elevati. La conseguenza del sistema protezionistico darà però una forma sensibile di stagnazione economica.

Per quanto riguarda i sistemi industriali se si prescinde dal Lombardo Veneto nel resto degli Stati italiani la produzione manifatturiera continua a manifestarsi nelle forme tradizionali della lavorazione a domicilio quindi preindustriale.

È in definitiva l'agricoltura che continua a costituire la principale preoccupazione dei ceti dominanti della penisola.

LA RESTAURAZIONE E IL RISORGIMENTO: UN’INSANABILE ANTITESI

La Restaurazione ebbe un denominatore comune: tutti i regnanti italiani senza distinzione alcuna, chi più e chi meno, esercitarono un’azione repressiva violenta, rabbiosa e sostanzialmente ottusa. La violenza abbondantemente usata e il sangue versato furono accompagnati anche dalla tortura e dall’assenza di garanzie giuridiche nei confronti degli accusati nello Stato Pontificio e nel Regno Di Napoli. Il tutto poi disposto in un’atmosfera che riconduceva alle brutture del passato: oltre le condanne a morte per impiccagione, fucilazione, decapitazione, si ebbero pure il carcere duro, gli ergastoli e, ormai fuori dal tempo, anche quelle al remo perpetuo e alla morte per mazzuolo. Furono pure eseguite condanne a morte in effige, essendo il reo contumace.

Sfogliando la cronistoria degli avvenimenti, non vi fu un anno dal 1815 al 1860 in cui non siano state registrate condanne pesanti e sanguinose contro gli insorti.

Il Risorgimento fu il primo tentativo di modernizzazione politica dell’Italia, la prima esperienza del vivere civile degli italiani finalmente sottratti a governi ed istituzioni edificati sulla separazione e sulla negazione dei diritti. È la modernità dell’illuminismo europeo, del razionalismo filosofico, della libertà, del cambiamento, delle innovazioni, della giustizia.

Un paio di parole vanno comunque spese a favore dell’Austria. È ben vero che l'Austria si confermò il guardiano della restaurazione in Italia ed è altrettanto vero che usò la mano pesante, ma è pure vero che nel 1815 impedì alle forze più ottusamente reazionarie di scatenare spietate repressioni che avrebbero provocato pericolose ed inopportune nuove spirali di violenza: l’appoggio che diede ai Borboni per un loro ritorno a Napoli avvenne infatti in cambio della promessa di impedire eccessi di reazione e non mancò il consiglio rivolto al papa di aprire a qualche riforma che rendesse più efficiente l’amministrazione e migliorasse l’economia.

L'atteggiamento che l'Austria ebbe nei confronti di Gioacchino Murat, ad esempio, fu conciliante: nel settembre del 1815 l'Austria propose a Gioacchino Murat, sconfitto, l'asilo nei propri Stati, cosa che il Murat rifiutò andando incontro poi al proprio destino.

Inoltre, è sì vero che comminò pene capitali e anni di carcere duro, però a differenza di ciò che accadeva negli Stati italiani la procedura penale avveniva nel rigoroso rispetto delle leggi dello Stato e non secondo l’arbitrio del momento.

LA ROMAGNA

PRESENTAZIONE IN BREVE.

La Romagna odierna è composta dalle province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini, ed è un’entità istituzionalmente riconosciuta come Regione in unione con l’Emilia con cui ha una storia comune solo a partire dal 1860. Mentre l’Emilia è interamente compresa nella regione amministrativa Emilia-Romagna, storicamente si considerano Romagna anche parti delle attuali Marche e Toscana.

Appartengono infatti alla Romagna, oltre alle tre province, una parte della Città metropolitana di Bologna, alcune aree della provincia di Pesaro e Urbino, parte della Città metropolitana di Firenze e alcuni territori della provincia di Arezzo oltre alla Repubblica di San Marino.

Le città principali per importanza storica sono Ravenna, capitale dell'Impero Romano d'Occidente, del Regno degli Ostrogoti e dell'Esarcato bizantino; Rimini, caposaldo e centro viario romano, e, con Cesena, luogo delle vicende dei Malatesta, Imola e Forlì di quelle di Caterina Sforza; Faenza, centro principe per le sue ceramiche, possedimento dei Manfredi; Lugo, capoluogo della Romagna estense.

LO STATO DELLA CHIESA

Parlare della Romagna del Risorgimento significa mettere a fuoco anzitutto che cosa era lo Stato Pontificio. Era uno stato confessionale, anzi una teocrazia dove le redini del governo centrale e periferico erano saldamente nelle mani del clero secondo un ordine gerarchico molto rigido. Una condizione decisamente singolare rispetto agli altri Stati europei.

Ne vediamo ora l’iter evolutivo dalle costituzioni egidiane alla riforma di Pio IX

Cardinale Egidio di Albornoz. All’indomani del ritorno dei papi dall’esilio avignonese, la santa sede si trovò nella necessità di recuperare tutte le terre che nel frattempo erano state perdute. Questo compito fu eseguito dal cardinale Egidio di Albornoz.

Il suo lavoro però non si limitò solo a questo. Egli provvide a dare un ordine politico amministrativo alle terre pontificie con una serie di statuti che presero il nome di Costituzioni Egidiane, che rimasero in vigore nella loro sostanza fino all’arrivo di Napoleone.

Le Costituzioni di Albornoz suddivisero lo Stato in sei province che erano affidate a rettori dotati di poteri amplissimi in campo politico, amministrativo, finanziario, giurisdizionale e militare ma che dovevano sottostare all'autorità suprema del Legato pontificio.

Nelle terre dello Stato pontificio il Legato era in realtà l'unico detentore del potere temporale: rispondeva personalmente al pontefice e nominava per ciascuna provincia un rettore, scelto tra gli ecclesiastici. Le città principali erano rette da un governatore, anch'egli ecclesiastico. Con l'Albornoz l'ufficio del Legato, fino ad allora esercitante una funzione legata al raggiungimento di una missione, divenne una carica permanente.

Papa Clemente XI e il suo successore Innocenzo XIII. Agli inizi del ‘700 Papa Clemente XI ed il suo successore Innocenzo XIII diedero un ulteriore impulso al processo di riforma degli assetti amministrativi dello Stato con la creazione di nuove province e la riorganizzazione delle varie circoscrizioni su basi territoriali più omogenee al fine di effettuare un controllo più capillare sul territorio ed attenuare i nefasti effetti di tanti privilegi sia aristocratici che comunali che impedivano il corretto funzionamento della macchina statale.

La nuova ripartizione provinciale prevedeva 12 province: Lazio, patrimonio di San Pietro, Campania e Marittima, Sabina, Ducato di Spoleto, Perugia, Marca di Ancona, Urbino, Montefeltro, Romagna, Bologna e Ferrara.

Urbino, Bologna, Ferrara, e Romagna, dove il legato prendeva il nome di presidente, furono le entità amministrative che vennero governate da Legati pontifici di rango cardinalizio. Pertanto, questi territori presero il nome di Legazioni. Il Legato era nominato direttamente dal Papa ed era sempre un ecclesiastico. Tra i poteri del Legato c'era quello di scomunica. I Legati avevano il compito di provvedere all'ordine pubblico, alla riscossione dei tributi, alla supervisione della giustizia e alla difesa della circoscrizione assegnata.

Cardinale Ercole Consalvi. Subito dopo la Restaurazione il sistema amministrativo periferico dello Stato venne nuovamente e radicalmente modificato da Papa Pio VII mediante il sistema delle Delegazioni disegnato dal Segretario di Stato, cardinale Ercole Consalvi.

Dalla Restaurazione fino alla riforma di Pio IX, lo Stato Pontificio fu suddiviso amministrativamente in 17 Delegazioni apostoliche: circoscrizioni territoriali instaurate da Pio VII il 6 luglio 1816. Le Delegazioni assumevano il nome di Legazioni quando erano governate da un cardinale. Poiché ciò avveniva regolarmente nelle Delegazioni emiliane e romagnole, il termine Legazione usato in senso assoluto si riferiva alle quattro circoscrizioni che componevano quel territorio: Bologna, Ferrara, Forlì e Ravenna.

Papa Pio IX. Nel 1850, avendo raggruppato le Delegazioni preesistenti, la riforma amministrativa di Pio IX riservò il titolo di Legazioni alle cinque grandi regioni nelle quali venne diviso l'intero Stato. Il 22 novembre 1850 Pio IX, rientrato dall'esilio dopo la parentesi della Repubblica Romana, promulgò l’editto sul governo delle province e sull’amministrazione provinciale, modificando ancora l'assetto territoriale dello Stato della Chiesa. Il Pontefice raggruppò le Delegazioni originarie in quattro grandi Legazioni.

Ciascuna Legazione fu affidata al governo di un cardinale. Le Romagne erano la prima Legazione con capoluogo Bologna e con quattro Delegazioni: Bologna, Ferrara, Forlì, Ravenna. A sua volta le Delegazioni erano suddivise in distretti: distretto di Bologna, distretto di Ferrara e Lugo, distretto di Cesena, Forlì e Rimini, distretto di Ravenna, Faenza e Imola. La seconda Legazione erano le Marche. La terza Legazione era l'Umbria. La quarta Legazione era Marittima e Campania, infine, il circondario di Roma era la quinta.

LA SITUAZIONE PRIMA DEI FRANCESI

Lo Stato Pontificio prima dell’arrivo dei Francesi godeva di un moderato consenso popolare e di un fermo appoggio da parte delle sue classi dirigenti, grazie anche al sostegno di una borghesia di estrazione non mercantile legata all'apparato burocratico dello Stato, e a quello della nobiltà locale ricompensata con feudi, prebende e in alcuni casi anche con l'ascesa al soglio pontificio di alcuni fra i suoi rappresentanti più influenti.

PIO VII. Come in altre parti della penisola, gli ultimi anni del XVIII secolo videro numerose rivolte contadine contro l’occupazione francese ed i rivoluzionari italiani. Al ritorno di Pio VII sul soglio pontificio nel 1816 la situazione era però cambiata. Anche nello Stato Pontificio fermentava il dissenso. Nella capitale, nelle Legazioni, soprattutto in Romagna, crescevano le sette.

Una strada, tuttavia, ancora lunga da percorrere attendeva i liberali e i democratici italiani che nello Stato della Chiesa e del potere temporale dei papi vedevano l'ostacolo più duro e problematico per l'anomalia di un potere politico che mescolava l'assolutismo con l'intimidazione religiosa, il retrivo bigottismo cattolico con l'immobilismo di governo, il controllo del privato attraverso le pratiche della fede con la sorveglianza poliziesca del comportamento pubblico.

Un governo sordido che incoraggiava le delazioni assicurando l'impunità alle spie, anche se si erano macchiate di gravissimi crimini. L'odio contro il dominio dei preti era quello che riusciva a dare un carattere popolare all'azione settaria dei carbonari.

LE SETTE. Tuttavia, nell’Italia della restaurazione non si muovevano nell'ombra soltanto società segrete liberali o rivoluzionarie, ma anche sette apertamente reazionarie, legate al misticismo religioso e ai teorici più intransigenti della restaurazione. Nostalgiche dell'antico regime la sette erano sorte in diversi parti d’Europa durante il dominio napoleonico e premevano per una più dura politica di repressione nei confronti di coloro che avevano servito il regime francese e dei fermenti liberali che costituivano una minaccia per l'assolutismo.

In Italia agivano semi clandestinamente tre grandi associazioni reazionarie, diverse nei metodi più che nelle finalità. Nel regno di Sardegna c’erano le Amicizie cristiane. Nel Regno delle Due Sicilie operavano i Calderari.

Nello Stato Pontificio agivano i cosiddetti Sanfedisti, un nugolo di organizzazioni nate da antiche associazioni clandestine sorte durante l'età napoleonica. Violentemente antiliberali con un programma di rafforzamento del potere della Chiesa e del Papa, i Sanfedisti avrebbero assunto una forza notevole nel clima di paura e repressione seguito al fallimento dei moti del 1820 e del 1821.

Con Pio VII tutte le leggi e le riforme del periodo napoleonico furono soppresse, i privilegi economici degli ecclesiastici furono riconfermati e l'istruzione pubblica fu restituita al controllo dei gesuiti. A conti fatti, il pontificato di Pio VII fu tutto sommato, un periodo contraddistinto da minori tensioni interne, rispetto agli altri Stati, soprattutto perché il governo era stato posto nelle mani del cardinale Ercole Consalvi.

IL CARDINALE ERCOLE CONSALVI. Ercole Consalvi aveva tentato in tutti i modi di resistere alle pressioni della parte più retriva della curia romana, il partito degli Zelanti, che era su posizioni di assoluta ostilità nei confronti delle sette e in particolare dei carbonari, solennemente condannati da una bolla del 21 settembre 1821 perché considerati la punta più radicale della cultura dell'illuminismo e del pensiero liberale.

Il cardinale Consalvi si distingueva da costoro anzitutto per ragioni di principio di buon senso, il suo era un conservatorismo illuminato che prendeva atto della irrevocabilità dei processi storici.

“MI PERMETTO DI DIRE CHE SE È STATO TANTO DIFFICILE IL RIAVERE QUELLO CHE SI È RIAVUTO PIÙ DIFFICILE LO DICO FRANCAMENTE È IL CONSERVARLO. IL MODO DI PENSARE È CAMBIATO AFFATTO, LE ABITUDINI, GLI USI, LE IDEE, TUTTO È CAMBIATO”

Convinto di questo, Consalvi, più che pensare alla Roma voluta dai cattolici intransigenti, diede il suo sostegno a un rilancio culturale artistico della città aprendola agli studiosi e ai viaggiatori europei, stabilendo accordi con il governo francese e con il re Luigi XVIII perché venissero restituite le opere d'arte e i documenti sottratti al tempo di Napoleone, accelerando l'esecuzione dei progetti di rinnovo urbanistico, riattivando le ricerche archeologiche. Consalvi riuscì a realizzare in gran parte il suo programma perché si servì dell'arma della persuasione e di leggi e regolamenti più miti. Il cardinale Consalvi non voleva dare eccessiva importanza ai carbonari e aveva la più viva ripugnanza ad ordinare torture.

Dal 1814 al 1823 il cardinale Consalvi resistette meglio che poté all'influenza di Metternich e dei cardinali pagati dall’Austria, ma il suo isolamento all’interno della curia si fece sempre più progressivo. Nell'agosto del 1823 alla morte del pontefice la sua emarginazione parve confermata. Il 23 agosto 1823 salì al soglio pontificio Annibale della Genga col nome di Leone XII.

Nel 1824 Consalvi muore.

26 Gennaio 2022