Il brigantaggio nell’Italia meridionale dopo l’Unità (1861-1865)


di Andrea Serani

Il titolo della relazione di stasera è “IL BRIGANTAGGIO NELL’ITALIA MERIDIONALE DOPO L’UNITA’ (1861-1865)”, in quanto tale fenomeno si sviluppò in maniera cospicua nell’Italia meridionale continentale tra il 1861 e il 1865 e si arricchì anche di motivazioni politiche causate da nostalgie borboniche. Dopo il 1865 tali nostalgie vennero a mancare e il brigantaggio rimase solo allo stato endemico fino al 1870, quando terminò definitivamente. Dal fenomeno sopracitato rimase sostanzialmente indenne la Sicilia, che pure non mancò di dare problemi al nuovo stato italiano, ma in cui erano assenti nostalgie borboniche; infatti l’isola aveva sempre sviluppato tendenze autonomistiche dal resto del Regno delle Due Sicilie (basti ricordare i moti del 1820-’21 e del 1848-’49).

È necessario chiarire come prima cosa che il brigantaggio non fu un fenomeno che interessò la parte meridionale della nostra penisola solo dopo l’unità, ma fu un fenomeno dovuto in primo luogo all’arretratezza generale di quelle regioni, che impensierì in modo notevole anche la dinastia borbonica.

Basta ricordare due leggi speciali contro di esso emanate nel 1821 e nel 1859 da considerarsi più severe della legge Pica del 1863, tanto vituperata dalla storiografia borbonica e neoborbonica. La prima è il decreto reale borbonico 110/1821 del re Ferdinando I di Borbone, che prevedeva fra l’altro la pena di morte per chiunque facesse parte di una banda armata (era sufficiente essere membri di un gruppo anche di soli tre uomini, di cui pure uno solamente armato) che commettesse crimini di qualsiasi natura. Era prevista la pena di morte anche per tutti i “manutengoli”, ovvero per quelli che, in qualunque modo, aiutassero, favorissero o si rendessero complici dei briganti. Veniva concessa l’amnistia, ma solo per i briganti che eliminavano altri briganti. Successivamente, poco prima della fine del Regno delle Due Sicilie, il re Francesco II emanò il decreto 424/ 24 ottobre 1859 relativo al brigantaggio in Calabria.

Dal 1806, sotto Murat, al 1834, sotto il Regno delle Due Sicilie, furono emessi ben 60 decreti contro il brigantaggio. Tutto questo dimostra come il regno borbonico non fosse assolutamente esente da questo fenomeno. Come già detto, il Sud si trovava in situazione di arretratezza rispetto al resto dell’Italia, come è stato dimostrato anche nella precedente relazione del nostro socio, Dottor Bordin. L’avanzata garibaldina nel 1860 nella parte continentale dell’Italia meridionale era avvenuta fino al Volturno in maniera trionfale. Garibaldi si era trovato davanti un regno in disfacimento e la sua marcia verso Napoli era stata inarrestabile; spesso l’Eroe dei Due Mondi, con pochi uomini, aveva preceduto il suo stesso esercito, il quale non era più quello formato dagli originari mille uomini di Marsala, ma si era ingrandito fino a comprendere circa 60.000 uomini, molti dei quali meridionali (intorno alla metà). Le popolazioni lo avevano acclamato, sperando anche in un miglioramento delle loro condizioni di vita.

Quando all’amministrazione garibaldina subentrò quella piemontese, si pensò pertanto che l’integrazione del meridione nel nuovo regno italiano, sancita anche dai plebisciti (che, effettuati a suffragio universale, videro una schiacciante maggioranza a favore dell’annessione, anche se vi furono rilevanti pressioni a favore di essa), sarebbe stata una cosa abbastanza semplice. La parte continentale dell’Italia del Sud diede infatti 1.302.064 voti a favore dell’annessione contro 10.312 contrari, mentre la Sicilia diede 432.053 voti a favore dell’annessione contro 677 contrari.

Il 9 novembre 1860 Luigi Carlo Farini, stretto collaboratore di Cavour, già distintosi anche della precedente annessione dell’Emilia Romagna al Regno di Sardegna, assunse la luogotenenza dell’ex Regno di Napoli. Farini cercò di fare presa sull’elemento moderato del luogo osteggiando l’elemento democratico garibaldino. Intanto Marco Minghetti, altro stretto collaboratore di Cavour, stava preparando, su suggerimento dello stesso, un progetto, per quei tempi molto avanzato, di decentramento amministrativo per il nuovo regno d’Italia basato sull’esempio inglese.

Alla fine del 1860 fu dichiarata ufficialmente chiusa la settima legislatura e furono indette elezioni per il 27 gennaio 1861, ovviamente a suffragio ristretto (circa il 2% della popolazione). Il principe Eugenio di Carignano sostituì nel frattempo Farini nella carica di luogotenente generale per il mezzogiorno ed ebbe come segretario Costantino Nigra, altro stretto collaboratore di Cavour. Schiacciante fu alle elezioni, che interessarono pure le regioni dell’ex Regno delle Due Sicilie, la vittoria dei liberali moderati. L’opposizione democratica prese solo 80 seggi su un totale di 443. Andò a votare solo il 57% degli aventi diritto, data la propaganda per l’astensione degli ambienti cattolici.

Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II fu proclamato re d’Italia. Subito dopo si formò l’ultimo governo Cavour composto da una decina di ministri di cui tre provenienti dall’ex regno borbonico: De Sanctis (istruzione), Niutta (senza portafoglio) e Natoli, siciliano, (agricoltura, industria, commercio).

Nel frattempo si aggravò la crisi economica che interessò anche il continente europeo e che rese la situazione del mezzogiorno ancora più grave. Il regime di tassazione, dovuto anche alle spese militari del regno sardo nella seconda guerra di indipendenza e alla esecuzione di lavori di pubblica utilità, era molto elevato e anche questo fu mal sopportato nelle province meridionali, dove le imposte dell’ex regno borbonico erano effettivamente assai più basse, a motivo però di una politica di spesa ben poco attiva. Il governo italiano ridusse inoltre i privilegi del clero, ma ciò portò all’ostilità di quest’ultimo, già in genere antiunitario nei confronti dello stato italiano e intento a sobillare i contadini contro di esso. A ciò si aggiunse la difficile integrazione nell’esercito italiano del disciolto esercito garibaldino e del disciolto esercito borbonico. Diversi soldati di questi due eserciti (soprattutto ex borbonici) andarono ad ingrossare le file del brigantaggio per varie motivazioni, mentre l’integrazione degli ufficiali risultò più semplice. A titolo di esempio è sufficiente ricordare che gli ex generali garibaldini Bixio, Medici, Cosenz, Sirtori diventarono generali dell’esercito italiano e anche gli ex generali borbonici Nunziante e Pianelli rivestirono un analogo incarico nel medesimo esercito italiano.

Il progetto di decentramento elaborato da Minghetti, che prevedeva anche nelle elezioni amministrative il diritto di voto per gli analfabeti purché pagassero le imposte, non fece passi avanti a causa della situazione del mezzogiorno, dove cominciava a serpeggiare il brigantaggio.

Gustavo Ponza di San Martino in maggio sostituì come luogotenente generale nel meridione il principe di Carignano, che da tempo aveva chiesto di essere sollevato dall’incarico. Anche Nigra lasciò il Sud ed in seguito fu nominato ambasciatore a Parigi, quando si instaurarono regolari rapporti diplomatici con la Francia.

Il 29 maggio Cavour fu colpito dalla malattia, quasi sicuramente malaria, che lo spense il 6 giugno. Poco prima di morire dichiarò che voleva governare il meridione senza stati di assedio e che sarebbe riuscito a migliorare le condizioni dei suoi abitanti.

Il 6 giugno 1861 morì e venne così a mancare uno statista insostituibile proprio nel momento in cui lo stato italiano aveva bisogno di lui per risolvere i numerosi problemi che dovette affrontare, segnatamente al Sud.

A Cavour successe Bettino Ricasoli, che l’anno prima era stato l’artefice dell’annessione della Toscana al regno sardo. Il napoletano De Sanctis rimase ministro dell’istruzione e Cordova, siciliano, ebbe l’agricoltura e il commercio. La situazione nel mezzogiorno continuava ad essere grave, favorita anche da Francesco II, l’ultimo re borbonico e soprattutto dalla moglie Maria Sofia, stabilitisi a Roma. Ponza di San Martino, luogotenente generale nel meridione, attuò una politica sostanzialmente conciliante con l’elemento locale, mentre cercò di affrontare con una certa energia il brigantaggio. L’esercito era presente con il Sesto Corpo di Armata comandato dal generale Giovanni Durando (circa 20.000 uomini) cui si aggiungevano la Guardia Nazionale e i Carabinieri. Il tutto era però insufficiente a reprimere quella che era una vera e propria guerriglia a cui le truppe italiane e i loro comandanti difficilmente sapevano adattarsi. D’altra parte il governo non volle dare ulteriori rinforzi temendo di essere attaccato dall’Austria e di trovarsi in difficoltà nel nord Italia. Ricasoli, temendo che un decentramento, in quella situazione, portasse alla disgregazione dello stato italiano appena nato, abbandonò definitivamente il progetto di Minghetti (che poi si dimise dal governo), progetto che non fu neppure messo in votazione in parlamento. Le istituzioni del regno sardo, basate sull’accentramento amministrativo, furono pertanto introdotte in tutta Italia e mal sopportate dalla popolazione meridionale, anche se le decisioni di Ricasoli possono essere in gran parte giustificate dalla situazione presente al Sud.

A luglio del 1861 la situazione era diventata particolarmente critica: fu deciso di sostituire il generale Durando con il generale Enrico Cialdini, che assunse oltre i poteri militari anche i poteri civili al posto di Ponza di San Martino. Cialdini si appoggiò all’elemento democratico del luogo, guadagnandosi il favore di elementi piccolo borghesi e osteggiò quelli clericali e filoborbonici facendo numerosi arresti ed espulsioni di vescovi e aristocratici del vecchio regno borbonico. Il cardinale arcivescovo di Napoli, Sisto Riario Sforza, fu costretto ad imbarcarsi per Roma. Alle violenze ed alle atrocità commesse dai briganti, Cialdini rispose con estrema durezza; il 14 agosto 1861 vi furono le rappresaglie di Pontelandolfo e Casalduni, località del beneventano, di cui parlerò dettagliatamente più avanti. A Cialdini furono concessi rinforzi militari e le forze armate al Sud arrivarono ad un massimo di 120.000 uomini nel 1863. Più difficile quantificare il numero dei briganti, le cui bande erano formate in modo piuttosto disordinato; le più numerose comunque raggiunsero un numero di circa 3.000 uomini.

Alle azioni di Cialdini non si contrappose un’energica risposta da parte di Francesco II per dirigere militarmente il brigantaggio al fine di restaurare il regno borbonico. Il tentativo più significativo da parte dell’ex re fu quello di inviare al sud il generale Josè Borjes, generale spagnolo reazionario, che sbarcò in Calabria con pochi compagni il 14 settembre 1861 e raggiunse in Basilicata il capobanda Carmine Crocco, il più famoso dei briganti. Insieme colsero qualche successo, ma non riuscirono ad occupare Potenza. In realtà Crocco non intendeva sottostare agli ordini di Borjes, il quale si separò da lui per raggiungere lo Stato Pontificio e conferire con Francesco II. Tuttavia fu catturato dai militari italiani a Tagliacozzo e fucilato con i compagni l’8 dicembre 1861. Tramontò così la speranza di trasformare il brigantaggio in una generale insurrezione legittimista, anche se non mancarono ancora aiuti da parte di Francesco II.

Il brigantaggio riprese ancora con molta intensità nella primavera del 1862.

Il governo Ricasoli aveva nel frattempo deciso lo scioglimento della luogotenenza del Sud che fu soppressa l’1 novembre 1861. Il generale Alfonso La Marmora fu nominato prefetto di Napoli e contemporaneamente comandante della Sesta Armata al posto di Cialdini, che fu mandato in Sicilia. Dovendo affrontare ancora il brigantaggio ebbe poteri non minori di quelli di Cialdini. Nuovi rinforzi al Sud arrivarono nel frattempo, mentre La Marmora abbandonò la politica del suo predecessore, tendente a favorire l’elemento locale democratico; furono adesso privilegiati gli elementi moderati. Ricasoli si dimise l’1 marzo 1862 per contrasti con il re Vittorio Emanuele, il quale dette ad Urbano Rattazzi, capo del centro-sinistra, l’incarico di formare il nuovo governo, che ebbe Mancini (napoletano), uomo della Sinistra moderata, all’istruzione e Cordova (siciliano) alla giustizia.

Tale governo durò fino al novembre dello stesso anno, quando Rattazzi si dimise in conseguenza dei noti fatti di Aspromonte. La repressione del brigantaggio continuò ancora con La Marmora e il generale Emilio Pallavicini, suo stretto collaboratore.

A Rattazzi successe Farini, che formò un nuovo governo l’8 dicembre 1862 in cui, fra gli altri ministri, vi erano il napoletano Manna (agricoltura), il pugliese Pisanelli (giustizia) e il siciliano Amari (istruzione), che durò fino al marzo 1863, quando Farini, da tempo mentalmente instabile, dovette uscire definitivamente dalla scena politica. Fu pertanto sostituito dal ministro delle finanze Minghetti. L’unica novità nel nuovo governo fu costituito dalla presenza del lombardo Emilio Visconti Venosta, trentaquattrenne ex mazziniano, agli esteri, incarico che tenne molte volte in ministeri successivi.

I governi sopracitati durarono complessivamente circa 22 mesi, quando Minghetti, in seguito allo spostamento della capitale da Torino a Firenze, fu costretto a dimettersi e fu sostituito da La Marmora.

La guerriglia nel Sud nel frattempo continuava con risultati complessivamente modesti per lo Stato Italiano. Il governo Farini, premuto dalla Sinistra, optò per una commissione d’inchiesta formata da nove deputati: Massari, che ne fu presidente, Morelli, Ciccone (Destra), Castagnola (rattazziano), Saffi, Romeo e Argentino (Sinistra), Bixio e Sirtori (generali ex garibaldini). La commissione lavorò nei primi mesi del 1863 e svolse il suo lavoro con impegno ed intensità visitando le province del Sud. La stessa raccolse un’enorme quantità di materiale. La relazione Massari non mancava di riconoscere la miseria e l’arretratezza di quelle regioni come causa di brigantaggio, ma denunciò anche l’opera di agenti borbonici e raccomandò, insieme ad una serie di provvedimenti sociali, una legge repressiva.

Fu deciso, nell’agosto 1863, di presentare una proposta di legge ad opera del deputato abruzzese di destra Giuseppe Pica, che fu approvata anche con i voti di parte della Sinistra. La legge Pica fu pubblicata il 15 agosto 1863. Fu una legge eccezionale, che subì varie proroghe e durò, con qualche modifica, fino al 31 dicembre 1865 e interessò tutte le province continentali dell’ex Regno delle Due Sicilie (messe in stato d’assedio), salvo quelle di Napoli, Teramo e Reggio Calabria.

Tale legge stabiliva, tra l’altro, che in tutte queste province la competenza a giudicare i briganti e i loro complici fosse affidata a tribunali militari. Prometteva inoltre riduzioni di pena a chi si fosse costituito, stabiliva l’istituto del domicilio coatto e infine favoriva il così detto pentitismo. I tribunali militari sostituirono quelli ordinari che agivano con molta lentezza; contemporaneamente venne evitato l’abuso delle esecuzioni sommarie, prima molto frequenti.

La Marmora passò all’offensiva, coadiuvato anche da Pallavicini che, con la tattica del pentitismo tra i briganti, colse numerosi successi. Diversi capibanda, come Giuseppe Nicola Summa, detto Ninco Nanco, nel corso del 1864 e del 1865, furono uccisi in combattimento o fucilati. A titolo di esempio il brigante Giuseppe Caruso, che funse da delatore, scontò solo otto mesi di carcere. Carmine Crocco, rimasto con pochi uomini, riparò nello Stato Pontificio nel 1864, ma, contrariamente alle sue aspettative, fu arrestato (essendo diventato un personaggio scomodo anche qui) e mandato in Francia, e da qui nuovamente rispedito nello Stato Pontificio, dove fu tenuto imprigionato senza processo. Accusato di 75 omicidi dal Regno d’Italia, fu processato nel 1872 e condannato a morte; il re Vittorio Emanuele II commutò la pena nei lavori forzati a vita. In stato di detenzione Crocco imparò a leggere e a scrivere, scrisse le proprie memorie e morì nel bagno penale di Portoferraio nell’Isola d’Elba, nel 1905.

È il caso di ricordare che vi furono anche numerose brigantesse. La più famosa di esse è Michelina De Cesare che seguì il brigante Francesco Guerra, capo di una banda che imperversò nella Terra del Lavoro (provincia di Caserta). Sorpresa in base a delazioni, venne uccisa con il suo compagno dalla Guardia Nazionale il 30 agosto 1868, quando, ormai, come già detto, il brigantaggio era in deciso declino.

Ricordo ancora che nel referendum del 2 giugno del 1946 fu proprio il Sud a votare in maggioranza per la monarchia (Napoli dette circa un milione di voti a favore di essa): segno che di odio verso la dinastia sabauda allora ne era rimasto ben poco.

È dunque arrivato il momento di porsi qualche domanda finale.

  1. La lotta al brigantaggio, di cui abbiamo detto sopra, è da considerarsi come la prima guerra civile italiana, come sostiene lo storico Giordano Bruno Guerri (“Il sangue del Sud”, Mondadori, Milano, 2010)?

Secondo Alessandro Barbero, che qualche anno fa con altri storici e saggisti ha partecipato ad un dibattito proprio sul brigantaggio, la risposta alla suddetta domanda è negativa (ed io condivido questa interpretazione) in quanto, come sostiene il medesimo, nel Sud esisteva una classe borghese fedele allo stato unitario. Decine di migliaia di meridionali fuggirono al Nord dopo il 1848 e a Torino se ne contarono circa 7.000. C’era anche una Guardia Nazionale formata da meridionali che combatté i briganti.

Anche per Arrigo Petacco, intervenuto nel medesimo dibattito, non ci fu guerra civile: c’era una situazione in sfacelo e lo stato intervenne, sia pure duramente, per riportare l’ordine.

Sergio Romano (“Storia d’Italia dal Risorgimento ai nostri giorni”, Longanesi &C., Milano, 1998) dice che il brigantaggio non fu né la Resistenza descritta dai legittimisti né la guerra di popolo sostenuta dalla storiografia marxista. In realtà fu un vecchio fenomeno, acuito dallo sbandamento dell’esercito borbonico e dal crollo amministrativo del Regno delle Due Sicilie.

  1. L’episodio dei comuni di Pontelandolfo e Casalduni nel beneventano.

Nei due comuni sopracitati, nell’agosto 1861, vi fu un eccidio da parte dei briganti nel quale perirono 45 soldati dell’esercito italiano. La repressione, ordinata da Cialdini, che stabilì peraltro di risparmiare donne, bambini e infermi, fu dura e avvenne il 14 agosto 1861. A Casalduni gli abitanti, avvertiti dell’arrivo dell’esercito italiano, fuggirono e i soldati si diedero all’incendio e al saccheggio. A Pontelandolfo vi furono invece vittime civili. Fonti filoborboniche parlano di almeno 1.000 morti, ma tale numero è considerato esagerato anche da Giordano Bruno Guerri, che nella sua opera non è certo tenero verso l’operato dello Stato italiano.

Il numero delle vittime è stato invece stabilito in 13 a seguito di una ricerca di padre Davide Federico Panella, di cui si parla in Wikipedia (“Fatti di Pontelandolfo e Casalduni”), un ricercatore locale che ha basato il suo lavoro sulla lettura dei registri parrocchiali di Pontelandolfo (quelli di Casalduni non esistevano più). Nel 2016 venne reperita una lettera d’epoca del 3 settembre 1861, di cui era autrice una signora del luogo, Carolina Lombardi, moglie di un notabile, in cui si parla ancora di 13 vittime a Pontelandolfo.

Il 14 agosto 2011 Giuliano Amato, presidente delle celebrazioni del 150° anno dell’Unità italiana, ha commemorato a Pontelandolfo l’eccidio porgendo le scuse dell’Italia a quel comune.

  1. Contabilità delle vittime. Secondo Franco Molfese (“Storia del brigantaggio dopo l’Unità”, Feltrinelli, Milano, 1974), fra l’1 giugno 1861 e il 31 dicembre 1865, i briganti uccisi in combattimento o fucilati furono 5.212, quelli arrestati 5.044, quelli presentatisi all’autorità 3.597.

Anche se i dati di Molfese, ripresi dallo storico marxista Giorgio Candeloro (“Storia dell’Italia moderna”, Vol. V, Feltrinelli, Milano, 1978), sono considerati da quest’ultimo incompleti (ma abbastanza attendibili), la quantità di circa 100.000 vittime (in cui si considerano anche quelle per stenti, dolore, disperazione, suicidio, prigione), ripresa da Giordano Bruno Guerri da non meglio precisate fonti filoborboniche, e da lui ritenuta vicina al vero, è da considerarsi a mio giudizio fuori luogo.

“La civiltà cattolica”, a suo tempo, calcolò le vittime in più di un milione su nove milioni di abitanti.

Elevate, ma difficilmente quantificabili, quelle delle forze dell’ordine.

Pino Aprile (“Terroni”, Piemme, Milano, 2010) arriva ad ipotizzare sistematici massacri da parte delle forze dell’ordine. Addirittura inizia il suo saggio con queste fortissime parole, su cui rimango allibito: “Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. Ma tante volte, per anni.”

Santena, 5 maggio 2021