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IL 1848 IN TOSCANA


di Andrea Serani

Ho già avuto modo di accennare, nella mia precedente relazione su “Il primo Congresso degli scienziati italiani del 1839”, agli aspetti, sostanzialmente miti, del governo del granduca Leopoldo II di Lorena in Toscana. Perciò, quando si inaugurò la stagione delle riforme a seguito della elezione di papa Pio IX sul soglio pontificio, il suddetto Granducato, nel 1847, fu il primo stato a intraprendere la strada delle innovazioni, effettuate pure dallo stato della chiesa. Una serie di riforme venne fatta anche dal re di Sardegna, Carlo Alberto, mentre rimasero contrari ad ogni mutamento gli altri stati italiani.

Morto sul finire del 1845 Neri Corsini, capo del governo toscano succeduto nel 1844 a Vittorio Fossombroni (che aveva ricoperto tale carica dal 1814), Leopoldo II aveva nominato come successore Francesco Cempini, uomo di idee sostanzialmente moderate.

In seno alla fazione liberale moderata, accanto a quella che potremmo definire un’ala destra, costituita da Gino Capponi, dal cugino di questi, Cosimo Ridolfi, da Marco Tabarrini, da Leopoldo Galeotti e da Luigi Guglielmo Cambray-Digny, si era formato un gruppo più avanzato costituito da Bettino Ricasoli, Vincenzo Salvagnoli e Raffaello Lambruschini, i quali giudicavano un po’ timide le riforme del granduca e miravano alla Costituzione.

Molto attivo era anche Giuseppe Montanelli, professore di diritto all’università di Pisa, che in quel momento guardava con simpatia alle idee giobertiane. A Livorno, nella quale, più che nelle altre città toscane (data la presenza del porto), vi erano molti elementi attivi della piccola borghesia e del proletariato, fervevano idee democratiche e anche socialiste. L’esponente più importante del movimento democratico livornese era Francesco Domenico Guerrazzi, già membro della Giovine Italia.

Il 15 marzo 1847 Pio IX concedeva, sia pure in forma molto parziale, la libertà di stampa. A questo punto in Toscana sia il gruppo di Ricasoli che quello di Capponi chiesero anch’essi al granduca la libertà di stampa che fu concessa, sempre in forma parziale, il 10 maggio 1847 lasciando scontento il gruppo ricasoliano. Comunque in tale concessione era permesso il giornalismo politico e le limitazioni finirono per essere quasi annullate. Tra i periodici, spesso poi trasformatisi in quotidiani, sono da ricordare l’“Italia”, fondata da Giuseppe Montanelli, l’ “Alba”, foglio di tendenza democratica , della cui redazione facevano parte uomini come Giuseppe Mazzoni, Atto Vannucci ed Enrico Mayer, il “Corriere livornese”, animato da Francesco Domenico Guerrazzi e la “Patria”, diretta da Vincenzo Salvagnoli che rappresentava l’ala sinistra dei liberali moderati (Ricasoli, Lambruschini).

Intanto, sia pure con cautela, Leopoldo II proseguiva sulla strada delle riforme: il 24 agosto 1847 allargò la composizione della Consulta di Stato nella quale entrarono a far parte anche Capponi e Ridolfi. Il 4 settembre fu istituita la guardia civica.

Pareva fosse giunto il momento della concessione della Costituzione; ma ad essa si opponevano molti moderati e lo stesso Montanelli, che ritenevano necessario percorrere, anzitutto, la strada delle riforme. Il sovrano pensò così di fare ancora un piccolo passo avanti modificando la composizione del governo con l’entrata, il 28 settembre, di due liberali moderati, il marchese Ridolfi al ministero dell’interno e il conte Luigi Serristori agli esteri e alla guerra; capo del governo rimase Francesco Cempini mentre alla giustizia vi era Baldassarre Bartalini e alle finanze Giovanni Baldasseroni (questi ultimi due di tendenza conservatrice). In particolare la presenza di Ridolfi era molto significativa: nei fatti egli assunse la guida del governo anche se in teoria ciò avvenne ufficialmente solo agli inizi di giugno del 1848, quando Cempini darà le dimissioni.

Fu decisa l’abolizione della Presidenza del Buon Governo, l’odiato ministero di polizia e licenziato il suo ultimo esponente, Giovanni Bologna. Il 4 0ttobre, intanto, il Ducato di Lucca entrava a far parte del Granducato di Toscana.

Verso la fine dell’anno 1847 fu inoltre istituita una lega doganale tra la Toscana, il Regno di Sardegna e lo Stato Pontificio. Alla fine di dicembre, sparsasi la voce di una possibile invasione austriaca dei due ducati centrali e persino di alcune località della Toscana, vi furono tumulti a Livorno sotto la guida di Guerrazzi che accusava di tradimento il governo. Montanelli si dissociò dall’azione dell’agitatore livornese; Ridolfi raggiunse Livorno e sedò i tumulti facendo arrestare Guerrazzi nel gennaio del 1848 (il livornese fu liberato dopo circa due mesi).

Tuttavia i liberali moderati della “Patria” si rendevano conto che era opportuno che Leopoldo II concedesse la Costituzione prima che questi fosse sopraffatto dalla piazza.

Nel gennaio 1848 scoppiava una rivoluzione in Sicilia e il re Ferdinando II si impegnava a concedere una Costituzione, entrata effettivamente in vigore in febbraio.

Carlo Alberto, inizialmente incerto sul da farsi, premuto persino dal suo stesso capo di governo, il conservatore conte Giacinto Borelli, promise una Costituzione l’8 febbraio 1848; essa, conosciuta da tutti come Statuto Albertino, rimase anche dopo l’unità d’Italia e fino alla proclamazione della Repubblica nel 1946. Entrò in vigore il successivo 4 marzo.

Nel frattempo Leopoldo II, ritenendo inevitabile fare ulteriori concessioni, il 31 gennaio autorizzò l’instaurazione di una commissione incaricata di riesaminare le leggi sulla stampa e sulla Consulta, di cui furono membri Gino Capponi, Pietro Capei, Leopoldo Galeotti, Niccolò Lami e Leonida Landucci. La commissione in oggetto prevedeva anche l’istituzione di un Parlamento con funzioni in prevalenza consultive. Tuttavia Ridolfi e persino Baldasseroni ritennero superate queste proposte e chiesero al sovrano una Costituzione vera e propria. Essa fu firmata dal granduca il 15 febbraio e pubblicata due giorni dopo tra grandi consensi da parte dei cittadini. Il governo Ridolfi rimase in carica.

In ultimo, in marzo, fu pubblicata e firmata la Costituzione dello Stato Pontificio.

È opportuno fare un esame della Costituzione o (Statuto) del Granducato confrontandola con le Costituzioni (o Statuti) degli altri tre stati italiani.

Tutte e quattro le Costituzioni erano octroyée, cioè concesse dal Sovrano, sul modello di quella francese del 1830, emanata da Luigi Filippo d’Orleans.

Lo Statuto del 14 marzo (ossia quello pontificio) conservava molti poteri nelle mani del papa e del collegio cardinalizio e poteva essere facilmente soppresso.

La Costituzione napoletana lasciava anch’essa molti poteri al re, garantiva le varie libertà in maniera troppo generica e non era permessa nessuna libertà religiosa.

Gli Statuti toscano e piemontese erano più avanzati: nel secondo le varie libertà erano sostanzialmente garantite, al re spettavano il potere esecutivo e il legislativo; quest’ultimo era esercitato congiuntamente con una Camera dei deputati (eletta a suffragio ristretto) e con un Senato di nomina regia.

Per quanto riguarda lo Statuto toscano la religione cattolica era la sola dello stato, ma gli altri culti erano permessi conformemente alle leggi (art. 1). L’art.2 prevedeva che comunque i toscani, indipendentemente dal culto esercitato, fossero uguali davanti alla legge e fossero tutti ammissibili agli impieghi civili e militari. L’art.3 prevedeva che non poteva essere posto alcun impedimento alla libertà personale, se non nei casi prescritti dalla legge. Nell’art.5 veniva garantita la libertà di stampa, mentre nell’art.6 era assicurata le libertà del commercio e dell’industria. Nell’art. 13 veniva stabilito che al solo granduca apparteneva l potere esecutivo. Il potere legislativo (art. 17) era esercitato congiuntamente dal granduca e da due assemblee deliberanti che erano il Senato e il Consiglio generale. Il primo era di nomina regia mentre il secondo era eletto a suffragio ristretto (artt. 28 e 30).

Lo Statuto granducale era complessivamente composto da 83 articoli.

Nel frattempo si avevano i moti di Venezia e Milano e lo scoppio della 1° guerra di indipendenza. Questi avvenimenti suscitarono molti fermenti anche in Toscana, malgrado l’atteggiamento titubante del governo Ridolfi, consapevole che una guerra contro l’Austria era rischiosa per il debole esercito granducale. Comunque si diede luogo agli arruolamenti e partirono per la guerra 4500 uomini dell’esercito regolare e 3000 volontari. Non vi fu una vera e propria dichiarazione di guerra del Granducato all’Austria, ma soltanto una nota del ministro degli esteri Neri Corsini, marchese di Lajatico (succeduto nel frattempo a Serristori) all’incaricato di affari austriaco a Firenze il 30 marzo 1848.

L’esercito di Carlo Alberto, dopo alcune vittorie iniziali, aveva cinto d’assedio la fortezza di Peschiera, una delle quattro fortezze del cosiddetto quadrilatero (Peschiera, Mantova, Verona, Legnago) in cui si erano schierate le truppe austriache comandate dal maresciallo Radetzky che il 28 maggio raggiunse Mantova con l’intento di colpire alle spalle le truppe sarde e porre definitamente fine alla guerra. Davanti a sé il suddetto maresciallo aveva soltanto le truppe toscane (formate da regolari e volontari in gran parte studenti e professori delle università di Pisa e Siena), rafforzate da due battaglioni napoletani (uno di regolari ed uno di volontari). Erano in tutto 5400 uomini comandati dal generale toscano Cesare De Laugier e schierati presso le località di Curtatone e Montanara. Il giorno 29 maggio le forze austriache, forti di circa 20000 uomini, attaccarono quelle tosco-napoletane, che opposero una strenua resistenza ed ebbero 166 morti, 518 feriti e 1178 prigionieri, contro 95 morti, 516 feriti, 178 dispersi. La battaglia era stata vinta dagli austriaci, ma la strenua resistenza incontrata permise ai piemontesi di organizzarsi e di sconfiggere il nemico il 30 maggio a Goito. La sera stessa di quel giorno la fortezza di Peschiera si arrese a Carlo Alberto suscitando grande entusiasmo.

L’università di Pisa celebra ogni anno la ricorrenza del 29 maggio, non dimenticando i suoi caduti tra i quali va annoverato il Professor Leopoldo Pilla, docente di mineralogia e geologia. Il suo corpo non fu più ritrovato. Giuseppe Montanelli invece fu ferito ad una spalla e creduto morto, ma in realtà fu fatto prigioniero dal nemico.

Questo l’elenco dei docenti dell’università di Pisa partiti per la Lombardia:

  • Onorato Bacchetti
  • Antonio Bartolini
  • Cesare Bertagnini
  • Giuseppe Bertini
  • Enrico Betti
  • Francesco Bonaini
  • Gaspare Botto
  • Carlo Burci
  • Vincenzo Centofanti
  • Pietro Conticini
  • Alessandro Corticelli
  • Fedele Fedeli
  • Riccardo Felici
  • Michele Ferrucci
  • Giovan Battista Giorgini
  • Giosuè Marcacci
  • Guglielmo Martolini
  • Carlo Matteucci
  • Giuseppe Montanelli
  • Ottaviano Fabrizio Mossotti
  • Luigi Pacinotti
  • Leopoldo Pilla
  • Francesco Puccinotti
  • Andrea Ranzi
  • Fabio Sbragia
  • Cesare Studiati
  • Atto Tigri
  • Felice Melchiorre Tonelli

Tuttavia lo storico Arrigo Petacco dichiara che i veri eroi di quella giornata furono i napoletani, mentre i pisani fuggirono alle prime schioppettate. Ciò però non è suffragato da prove ed è smentito dalle numerose perdite pisane, anche se non si deve dimenticare affatto il valore degli altri militi.

Riteniamo opportuno ricordare i canti degli studenti in questa occasione. Uno di essi è l’”Addio mia bella, addio”, scritto a Pisa in un palazzo del Lungarno Gambacorti da Carlo Alberto Bosi, scrittore e patriota fiorentino. Questo canto è universalmente noto.

Un altro invece, poco o per nulla noto, è il seguente:

Quale schiera di gagliardi,

Quanto riso nei sembianti,

Quanta gioia negli sguardi,

Vedi a tutti scintillar,

Lieti evviva, lieti canti

Odi intorno risonar.

Ma se in mezzo a tanta festa

Sopra l’Itala pianura

Come suono di tempesta

Giù discenda lo stranier,

Ci rinfranchi la sventura,

Ci raccolga un sol pensier.

D’impugnar moschetto e spada,

Primi a offrire il nostro petto.

Di salvar questa contrada

Giuriam tutti nel Signor.

Intanto in Toscana il 15 giugno successivo si tennero le elezioni dei deputati per il Consiglio generale. Nonostante una riforma della legge elettorale, che abbassò il censo degli elettori, l’elettorato avente diritto al voto rimase comunque ristretto e inoltre scarsa fu l’affluenza alle urne. I liberali moderati ebbero facilmente la maggioranza dei seggi, tuttavia il governo Ridolfi fu accusato di scarso impegno nella guerra, sia dai democratici sia pure da elementi come Ricasoli, decisamente più filopiemontese del marchese di Meleto. Si ebbero dimostrazioni popolari contro il governo e Ridolfi presentò il 31 luglio le dimissioni. Dopo un vano tentativo di Ricasoli di formare un nuovo ministero, si giunse alla nascita di un governo presieduto da Gino Capponi (ormai prossimo alla cecità). Nel frattempo il dimissionario ministero Ridolfi aveva concluso un armistizio con l’Austria. Il governo Capponi risultò così composto: Presidenza, Gino Capponi; interno, Donato Sanminiatelli; esteri, Gaetano Giorgini; giustizia, Jacopo Mazzei; finanze, commercio e lavori pubblici, Leonida Landucci; pubblica istruzione, Celso Marzucchi; guerra, Giacomo Belluomini.

Tutti gli esponenti di questo governo erano di tendenza estremamente moderata. La politica estera di Capponi si propose questi obiettivi:

  1. Il ritorno ad una situazione di pace in Italia.
  2. Adoperarsi affinché in tutta Italia venissero date garanzie di libertà.
  3. Creare una confederazione italiana di stati il più possibile indipendenti.

Per realizzare ciò Ridolfi veniva inviato in missione a Parigi e a Londra, mentre il senatore Giuseppe Griffoli era mandato a Napoli.

La politica estera del governo Capponi si risolse in un insuccesso e altrettanto fu per i problemi interni del Granducato, data la forte ostilità che tale governo subì da parte dei democratici. Molti di essi pensavano che la guerra non fosse ancora perduta e ritennero che i governi democratici avrebbero potuto rovesciare la situazione. L’ala sinistra dei democratici, espressa da Mazzini, si fece al contrario propagatrice dell’idea di una Assemblea Costituente, eletta a suffragio universale, destinata a preparare l’unità italiana. In Toscana l’idea dell’Assemblea Costituente fu propagandata da Montanelli, il quale, ferito nella battaglia di Curtatone e Montanara, e creduto morto, era stato fatto prigioniero dalle forze austriache e in seguito liberato. Tornato quindi in Toscana aveva abbracciato idee politiche più radicali. A Livorno intanto Guerrazzi era ancora la figura di spicco dei democratici, propugnando un programma sostanzialmente borghese-democratico e patriottico.

I fallimenti in politica estera e le difficoltà interne (vi furono numerose dimostrazioni antigovernative soprattutto a Livorno) portarono Capponi, il 12 ottobre, a dimettersi. Non fu possibile formare un governo a tendenza liberale- moderata; pertanto Leopoldo II decise di tentare la carta democratica nell’intento di arginare la difficile situazione interna. Il 27 ottobre si formò un nuovo governo presieduto da Giuseppe Montanelli (che ebbe anche gli esteri), con Francesco Domenico Guerrazzi agli interni, Giuseppe Mazzoni alla giustizia e ai culti, Pietro Augusto Adami alle finanze, Francesco Franchini alla pubblica istruzione, Mariano d’Ayala alla guerra.

Montanelli, nella presentazione del suo governo, per non intimorire il granduca e i settori moderati, fu abbastanza cauto e generico. Ancor più cauto fu Guerrazzi, in cuor suo contrario all’idea di una Costituente e guardando con una certa simpatia al Piemonte. Montanelli, al contrario, era diffidente nei confronti di Carlo Alberto.

Queste divisioni interne al governo e la presenza di una maggioranza liberale in Parlamento contrapposta ad un governo democratico portarono allo scioglimento del Consiglio generale il 3 novembre e a elezioni anticipate per il 20 dello stesso mese.

Vi furono tuttavia numerosi disordini in tutto il Granducato e le elezioni vennero ripetute in numerosi collegi. Comunque i risultati elettorali videro ancora la prevalenza delle forze moderate, le quali però apparivano piuttosto incerte sulla strada da intraprendere. Fra i democratici si acuiva il dissenso tra Montanelli, più incline a tendenze radicali, e Guerrazzi, disponibile ad una collaborazione col granduca, la quale portò il patriota livornese ad essere osteggiato alla sua sinistra.

A Torino intanto si formava il ministero Gioberti, che intavolò trattative con Firenze per una lega politico – militare. Tali trattative, tuttavia, non ebbero esito positivo per diffidenze reciproche. Infatti Montanelli temeva l’egemonia piemontese, mentre Gioberti non aveva fiducia nel ministero democratico toscano e puntava alla sua sostituzione con uno liberale – moderato, anche mediante un intervento militare sardo.

Le notizie pervenute da Roma, dove stava per formarsi un governo repubblicano, spinsero Montanelli ad agire per attivare una Costituente eletta a suffragio universale. Il 22 gennaio 1849 presentò un progetto di legge in tal senso. Leopoldo II fu costretto ad approvarlo nel timore che la situazione divenisse incontrollabile. Lambruschini chiese allora al governo che venisse garantita l’autonomia della toscana e la sovranità del granduca. Montanelli rispose che sarebbe stata la volontà del popolo a decidere ogni cosa, mentre Guerrazzi si espresse con parole più moderate e rassicuranti. Comunque la legge fu approvata dai due rami del Parlamento.

Ormai Leopoldo II non si sentiva più sicuro e il 30 gennaio si trasferì a Siena e rifiutò di tornare a Firenze adducendo come pretesto motivi di salute. Nella notte tra il 7 e l’8 febbraio partì per Porto S. Stefano. Prima di fuggire dalla Toscana dichiarò che non poteva firmare la legge sulla Costituente perché disapprovata dal papa. Poi da Porto S. Stefano si imbarcò per Gaeta, dove sbarcò il 23 febbraio. Appena arrivata la notizia della partenza per Siena venne eletto, sotto la pressione tumultuante dei democratici, un triumvirato formato da Montanelli, Guerrazzi e Mazzoni e nominato un governo costituito da Francesco Marmocchi (interno); Antonio Mordini (esteri); Leonardo Romanelli (giustizia); Pietro Augusto Adami (finanze): Mariano d’Ayala (guerra); Francesco Franchini (istruzione).

Il nuovo governo indisse dunque nuove elezioni, che si tennero il 12 marzo 1849 per la creazione di una Camera di 120 membri e per nominare 37 deputati da inviare alla Costituente. Montanelli, pertanto, mirava all’unificazione della Toscana con la Repubblica Romana, nata il 9 febbraio. A ciò si opponeva Guerrazzi, che riteneva le idee montanelliane pericolose per il futuro della Toscana.

Intanto in Piemonte Gioberti, capo di un governo formato dall’ala destra dei democratici, congetturò un intervento in Toscana per restaurare il granduca e per rimettere al potere le forze moderate. A questo scopo prese contatti con Leopoldo II e chiese l’appoggio di Francia e Inghilterra. Cercava in questo modo di creare un’alternativa alla presenza austriaca in Italia. Gioberti trovò però l’ostilità in questo suo piano da parte dei ministri del suo governo, dei quali l’uomo più in vista era Urbano Rattazzi.

Il 19 febbraio Gioberti presentò le dimissioni al re Carlo Alberto, sperando che questi poi lo confermasse nell’incarico. Il re tuttavia accettò queste dimissioni. I ministri rimasero in carica e a capo del governo fu nominato il generale Agostino Chiodo. Nel frattempo Leopoldo II, sotto le pressioni austriache, comunicò a Carlo Alberto la sua rinuncia all’intervento sardo in Toscana. A Firenze l’Assemblea eletta il 14 marzo si riunì il 25 successivo, ossia dopo la sconfitta piemontese a Novara. Il 27 affidò a Guerrazzi, vista la difficile situazione venutasi a creare, i pieni poteri per 20 giorni. Successivamente decise di sospendere ogni decisione sulla proclamazione della repubblica e infine sospese i suoi lavori.

Guerrazzi, che in precedenza aveva arrestato alcuni elementi dell’ala sinistra democratica, ritenne opportuno liberarsi di Montanelli spedendolo a Parigi in missione diplomatica. Poi il dittatore livornese pensò di restaurare il granduca per evitare che lo facessero gli austriaci. A questo fine cercò di accordarsi con gli esponenti liberal moderati. Essi, tuttavia, diffidavano del Guerrazzi. Vi fu a questo punto in Firenze una battaglia tra popolani venuti da Livorno per sostenere il dittatore e popolani fiorentini. A seguito di questa situazione, il 12 aprile il municipio di Firenze prendeva il potere in nome del granduca e si formava una commissione provvisoria di governo, formata da Gino Capponi, Bettino Ricasoli, Luigi Serristori, Carlo Torrigiani e Cesare Capoquadri.

La commissione nominò un ministero con Antonio Allegretti all’interno, Tommaso Fornetti agli esteri, Vincenzo Martini alle finanze, Augusto Duchoque alla giustizia, Giacomo Belluomini alla guerra e Marco Tabarrini all’istruzione.

Guerrazzi fu arrestato. Questo mutamento politico aveva come obiettivo quello di far ritornare Leopoldo II in Toscana evitando l’intervento austriaco. A tal fine il 17 aprile fu mandata a Gaeta una delegazione con a capo Cosimo Vanni e Francesco Cempini, già presidenti delle due camere toscane. Intanto la commissione premette per un intervento anglo-francese e piemontese, e Leopoldo II, ormai spinto dall’ambiente reazionario di Gaeta, preferì sciogliere la commissione nominando come commissario straordinario Luigi Serristori. Questi, informato dell’imminente occupazione militare, ritenne opportuno tacere il tutto, dando l’impressione che il granduca si muovesse in opposizione all’Austria.

Le forze austriache, un corpo di spedizione di 15000 uomini al comando del generale D’ Aspre, si mosse alla fine di aprile dal ducato di Modena verso la Toscana e non incontrò alcuna resistenza tranne che nella città di Livorno. Qui l’occupazione si rivelò più difficile che altrove e gli austriaci effettuarono numerose repressioni.

Firenze venne occupata il 25 maggio e due giorni dopo Leopoldo II nominò un nuovo governo così composto: Giovanni Baldasseroni (presidenza, finanze, commercio e lavori pubblici); Leonida Landucci (interno); Cesare Capoquadri (giustizia); Andrea Corsini (esteri); Jacopo Mazzei (affari ecclesiastici); Cesare Boccella (istruzione); Cesare De Lauger (guerra). Quest’ultimo era stato il capo delle truppe toscane a Curtatone e Montanara. Si trattava di ministri conservatori, fatta eccezione del Mazzei e del Capoquadri, di tendenze liberal-moderate, i quali, successivamente, proprio per questo si dimisero dal governo.

Il 28 luglio 1849 il granduca ritornò a Firenze.

La Costituzione, ormai praticamente cancellata col ritorno del granduca (che aveva fra l’altro subito dei rimproveri dagli austriaci per le sue precedenti aperture), fu ufficialmente abolita il 6 maggio 1852. Precedentemente era stata cancellata il 13 febbraio dello stesso anno la libertà di stampa.

L’occupazione austriaca in Toscana durò fino al 1855.

Nel 1853 fu promulgato il nuovo codice penale che prevedeva l’adozione della pena di morte, che tuttavia non fu mai applicata.

Ridolfi e Capponi subirono anche un episodio che causò loro una dolorosa umiliazione da parte del granduca: il 29 maggio 1851, in occasione delle nozze di Luigi Ridolfi, figlio di Cosimo, con Giulia Gentile Farinola, nipote di Gino Capponi, fu permesso alle autorità di polizia di interrompere la cerimonia per interrogare alcuni invitati ritenuti colpevoli di aver promosso le celebrazioni a ricordo dei caduti di Curtatone e Montanara, che quell’anno, per la prima volta, erano state vietate.

Tutte questi fatti portarono i liberali moderati ad allontanarsi da Leopoldo II verso il quale precedentemente avevano avuto fiducia, al punto da richiamarlo dall’esilio di Gaeta.

TESTI E SITI CONSULTATI

  1. Giorgio Candeloro, Storia dell’Italia moderna, Vol. III. La rivoluzione nazionale (1846- 1849), Feltrinelli, Milano, 1970.
  2. Giorgio Candeloro, Storia dell’Italia moderna, Vol. IV. Dalla rivoluzione nazionale all’unità (1849-1860), Feltrinelli, Milano, 1972.
  3. Romano Paolo Coppini, il Granducato di Toscana. Dagli “anni francesi” all’unità, UTET, Torino, 1993.
  4. Dino Dini, Pisa e la sua università. Gloria e prestigio, ETS, Pisa, 1995.
  5. dircost.unito.it
  6. it.m.wikipedia.org

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