Il Tunnel del Frejus


1871-2021

Il Tunnel del Frejus

Una delle Meraviglie del Mondo

N.B. Pubblichiamo la traccia di relazione di Danilo Craveia: archivista, co-autore della mostra “I Biellesi che fecero l’impresa del Frejus”, illustrata durante la cerimonia di commemorazione del 150° anniversario dell’inaugurazione il 17 settembre 2021, ore 21,00 Salone Diplomatico, Castello Cavour di Santena (TO). Conferenza realizzata in collaborazione con la Fondazione Camillo Cavour di Santena.

Presentazione della conferenza.

“Centocinquanta anni fa, il 17 settembre 1871, fu inaugurata l’opera pubblica che mise gli Italiani al centro dell’ammirazione mondiale. Il Tunnel ferroviario del Frejus, la più lunga e moderna galleria mai scavata nella viva roccia, passava le Alpi collegando il Mediterraneo e la Pianura Padana al resto d’Europa e del Mondo. La nuova meraviglia del Mondo si affiancava al mitico Canale di Suez inaugurato nel 1869.

L’opera ebbe numerosi e famosi artefici. Tra questi: Francesco Medail, Luigi Des Ambrois, Quintino Sella, Germano Sommeiller, Sebastiano Grandis e Severino Grattoni. Su tutti svettava Camillo Cavour che, dopo la Guerra di Crimea, intuendo la rivoluzione in corso nelle infrastrutture, nelle tecnologie e nei commerci a livello globale, ruppe gli indugi, imponendone la realizzazione. Ci furono ancora altri protagonisti. Senza i quali l’opera non si sarebbe mai realizzata. Per lungo tempo il ricordo degli operai costruttori è stata custodita in Valle Cervo, nel Biellese, accanto a Oropa. Lavoratori super specializzati, rappresentanti dei nuovi ceti emergenti produttivi nella società dell’Ottocento diventavano autentici protagonisti del Risorgimento. Erano tecnici portatori di nuovi interessi che, legandosi all’imprenditoria, misero in discussione gli assetti e le rendite di posizione della nobiltà, del clero e dei graduati militari.

Ricordare, nel Castello di Santena, luogo della memoria di Camillo Cavour e dei suoi contemporanei, gli artefici dell’opera simbolo del progresso tecnologico e dell’ancoraggio della Penisola all’Europa è un dovere e un motivo di orgoglio per tutti gli Italiani”.

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Testo della traccia di relazione di Danilo Craveia.

I valìt al Fréjus:

appunti per l’intervento alla Fondazione Cavour in Santena, 17 settembre 2021

Sono stato chiamato per raccontare il risultato di una ricerca che riguarda i valìt al Fréjus. La ricerca, diventata una mostra e, speriamo, un catalogo, è stata realizzata dal Centro di Documentazione dell’Alta Valle del Cervo – La Bürsch. Io e Anna Bosazza abbiamo solo finalizzato un ottimo lavoro di squadra e questo appuntamento è un premio per tutta la squadra.

Ma per parlarvi dei valìt, ossia gli abitanti della Bürsch, devo e voglio parlarvi di Cavour.

Per capire, a mio avviso, non solo il ruolo dei valìt al Fréjus, ma che cosa ha significato quell’esperienza per la Bürsch, devo richiamare Cavour. E non lo faccio per onorare l’invito, ma perché sono profondamente convinto di quanto sto per dire. Anche perché, da biellese, se non chiamassi in causa Cavour non potrei evocare Quintino Sella, che ha una parte rilevante in questa vicenda e che è stato l’erede morale, e non solo, di Cavour.

Cavour è morto dieci anni prima che il Fréjus fosse aperto, ma tutti hanno sempre riconosciuto a lui la vera e più alta paternità di quell’impresa. C’è una celebre vignetta del giornale satirico Pasquino che esce all’indomani dell’inaugurazione. L’anima di Cavour aleggia, con fare bonario e soddisfatto, sui presenti, accanto a quella di Sommeiller, sopra le figure allegoriche di Italia e Francia che si incontrano a Bardonecchia.

Oggi, stamattina, il 17 settembre 1871 [e non il 20, che sarebbe stato uno schiaffo troppo forte nel contesto Stato-Chiesa che non era migliorato dopo le Guarentigie] il mondo è cambiato. Torino è diventata media proporzionale tra Londra e Bombay. Oggi, centocinquant’anni fa, Bardonecchia e Fourneaux valgono Suez. Il filo della politica, dell’economia, del commercio, della cultura passa da lì: il Fréjus è la cruna dell’ago e l’ago di quella bussola è il Piemonte. Dura poco, d’accordo, ma il sogno comunque si concretizza.

Un anno dopo Roma, ecco il Fréjus. In effetti, però, è il 1870 ad aprire la breccia. Anzi due.

Nel 1870 si aprono due brecce: quella di Porta Pia, il XX Settembre e quella di Natale al Fréjus. Entrambe sono figlie di Cavour e rappresentano due porte spalancate sull’avvenire del Regno d’Italia e dell’Italia. A Porta Pia c’erano i bersaglieri di Alessandro Lamarmora (altro biellese). Al Fréjus c’erano altri “bersaglieri” che combattevano un’altra battaglia, ma una battaglia che fa parte della grande guerra voluta da Cavour. Quella guerra lunga e complicata si chiama Risorgimento.

E i valìt ne fanno parte, sia nelle campagne militari, sia e soprattutto, nelle imprese civili.

Roma e il Fréjus orientano le volontà nazionali. Sella è sul binario di Cavour. Al Fréjus, il Regno di Sardegna e il neonato Regno d’Italia si gioca la reputazione che stava costruendosi in Europa dopo la Crimea, dopo tre guerre d’Indipendenza. Il Piemonte non si isola, anzi. E quell’intento di apertura è di Cavour, ma per realizzare il progetto innovatore di Cavour, anche dopo la sua morte, ci vogliono uomini nuovi. Sella è un uomo nuovo. I valìt sono uomini nuovi. E ciò che li ha resi nuovi è stato, soprattutto, il Fréjus. Per loro, come per tutti, è esistito un prima del Fréjus e un dopo.

Arrivano a Bardonecchia e a Modane e sono scalpellini, picapere, muratori che hanno le radici a Campiglia Cervo, San Paolo Cervo, Quittengo, Rosazza, Piedicavallo, in decine di borgate che nessuno aveva mai sentito nominare. Ma, anche se non se ne rendono conto (ma qualcuno, forse, sì), sono lì non solo per scavare una montagna, ma per rivelare al mondo l’idea – di Cavour – di uno Stato che realizza infrastrutture, che interviene, che agisce direttamente per facilitare industria e commercio, per migliorare le condizioni generali. Uno Stato moderno. Cavour è devotamente monarchico, ma dal punto di vista del Fréjus vuole non un regno che non si è ancora affrancato del tutto dall’Ancien Régime, ma uno Stato che deve basare la sua forza sulla evoluzione consapevole e non sulla rivoluzione.

Quella posizione “conservatrice” è, sul medio-lungo periodo, la più progressista, la più rivoluzionaria. Perché è quella che ha cambiato le regole del gioco. Gli operai del Fréjus fanno già parte di quella rivoluzione. La rivoluzione di uno Stato efficiente, fatto di individui efficienti. Che non ha bisogno di sovversivi perché l’innovazione è insita nella ragion di stato.

Cavour era liberista, ma non liberalista e il cantiere del Fréjus, con mille difficoltà e mille problemi, dimostra la possibilità, per lo Stato, di presentarsi come “azienda di successo”. Non ci sono imprese al Fréjus, non ci sono appalti, se non minimali. Lo Stato opera sul campo. Tre ingegneri che pensano, Sommeiller, Grattoni e Grandis, tre ingegneri esecutivi (Borelli, Copello e Massa), un capo cantiere, un po’ di impiegati, e i lavoratori (centinaia, circa quattromila in tredici anni). Il capo cantiere si chiama Pietro Ostano Bottini, da Campiglia Cervo. Gran parte degli impiegati, specialmente i contabili che maneggiano i soldi, sono valìt (onestà assoluta), tra gli operai decine di uomini della Bürsch (affidabilità assoluta).

I valìt portano al Fréjus competenza pratica e tecnica (sono due valìt a definire le misure geodetiche per allineare le due gallerie che avanzeranno dalla Savoia e dalla Val di Susa), ma si devono misurare con esperienze nuove. Cavour e Sella immaginavano un Regno d’Italia tecnologico e veloce. Al Fréjus ci sono tecnologia e velocità. Aria compressa e vapore = velocità. Non c’è ancora l’elettricità, ma quasi. Il Fréjus chiude e apre due epoche connettendole col vapore, pre-elettricità e post elettricità. La metafora della luce che vince le tenebre tra Bardonecchia e Modane è un fatto fisico. Nel Gran Ballo Excelsior di Manzotti e Marenco, del 1881, il tema è esattamente questo e l’elemento ispiratore della celebrazione del progresso è il “Traforo del Moncenisio”, come si chiamava allora. Manzotti aveva visto il monumento eretto a Torino nel 1879 e da lì era partito.

I valìt, al Fréjus, imparano. Pochi avevano esperienza di gallerie. Nessuno di gallerie così lunghe. Molti diventano abili operai in quel particolare settore. Alcuni diventano abili tecnici di cantiere in quel particolare settore. Alcuni altri diventano grandi impresari. Sella sosteneva che in ogni operaio c’è un imprenditore in potenza. In ogni carpentiere, muratore o scalpellino c’è un impresario in potenza. Il Fréjus pone in atto quella potenza. L’esempio degli oriomossesi, che si chiamavano tutti Boggio, è calzante. La metà di loro, dopo Bardonecchia, costruisce mezza Italia. Le mine del tunnel fanno esplodere un potenziale individuale, sociale e umano che è l’esatto proposito di Cavour e di Sella. Fatta l’Italia si devono fare gli italiani, ma c’era un’Italia delle infrastrutture che era tutta da fare. E ci volevano quegli italiani, per fare quell’Italia.

Il Fréjus si sviluppa quasi in orizzontale, ma prima ancora che ci passi il primo treno, funziona già come ascensore. Un ascensore verticale sociale. Spaccandosi la schiena e respirando polvere là dentro, i valìt, più di tanti altri, si predispongono a prendere quell’ascensore. E poi salgono, chi di qualche piano, chi fino in cima.

E nel tunnel in costruzione i valìt imparano che devono ancora imparare. Apprendono che l’apprendimento tecnico è fondamentale. Sui banchi di una scuola tecnica si può far esercizio teorico-pratico di futuro. Nel 1864 i valìt aprono le Scuole Tecniche di Campiglia Cervo. Che hanno, tra i tanti altri, un grande merito: colmare sempre più il gap tra i celebri ingegneri dell’Alta Valle Cervo e i manovali dell’Alta Valle Cervo. Progettisti, tecnici ed esecutori si avvicinano grazie a quella scuola e si compattano. Quel compattarsi, attraverso le grandi imprese valligiane a conduzione familiare o in forma associata (apro una parentesi: mentre si costruiva il Fréjus, un certo Alessandro Mazzucchetti da San Paolo Cervo stava realizzando il suo progetto più importante, ovvero la stazione di Porta Nuova a Torino e nel frattempo i valìt stavano concludendo i lavori del porto di La Spezia), portò i valìt a essere vincenti nelle sfide dei grandi appalti italiani e mondiali, perché portavano uno know-how completo e una solidità di squadra che derivava dalla stessa origine e dalla stessa formazione. In questo, i prodromi si erano visti già dal XVI secolo quando i valìt costruivano fortificazioni nel Nord Italia, sulle Alpi e in Savoia, ma dopo il Fréjus il fenomeno si dilata qualitativamente e quantitativamente.

I valìt sperimentano al Fréjus la socialità forzata dei villaggi operai. È davvero una novità perché nel Biellese il primo villaggio operaio a sorgere sarà quello (sempre in Valle Cervo) del Cotonificio Fratelli Poma di Miagliano, ma solo nel 1870. I valìt imparano a vivere con altri lavoratori e non è affatto facile. Ma l’Italia di Cavour è, uso una parola moderna, “multietnica” e solo le grandi operazioni infrastrutturali, i grandi cantieri, oltre alle guerre, consentono, almeno sulla carta, una prima amalgama. Certo, i vallecervini erano di casa in quelle vallate, ci lavoravano da due secoli e dopo Napoleone anche di più. La Savoia era la destinazione solita di metà dei lavoratori stagionali della Bürsch. Il resto andava a Torino o nelle valli alpine piemontesi. Quando iniziò il cantiere del Fréjus, molti valìt non partirono da casa, ma da Fenestrelle, da Susa, da Exilles, dall’Ubaye, da Chambéry, dalla Moriana, dal Chiablese.

Ma il lavorare insieme nel tunnel e il vivere insieme nel villaggio fece maturare nei valìt anche la convinzione del valore dell’unità, che fa la forza. La società di mutuo soccorso della Valle d’Andorno, come a dire della Bürsch, nasce a Bardonecchia. Prima come sodalizio generale (1867), poi come associazione specifica dei vallecervini (febbraio 1871) e per i primi dieci mesi è stata attiva lì, in attesa che il cantiere finisse. Solo a quel punto si sposta a Campiglia Cervo. Ovviamente, quest’anno celebriamo anche quella impresa, cioè la nascita della SOMS. Dico impresa perché per mettere d’accordo quelle teste di… pietra, di sienite della Balma che hanno i valìt ci voleva un’altra impresa, ciclopica, come quella del Fréjus.

Anche in questo c’è molto di Cavour e, più ancora, di Sella. Le società operaie, se non apertamente sovversive o troppo socialiste, erano non solo ben viste, ma anche sostenute. Soprattutto quando dispensavano anche istruzione più o meno elementare. Il cerchio si chiude di nuovo sul valore dell’istruzione meglio ancora se tecnica (la Scuola Professionale di Biella, per quanto nata sotto l’egida di un grande vescovo progressista, mons. Losana, fu sempre sostenuta da Cavour e ancora di più da Sella. Tra l’altro l’ingegner Grattoni fu il primo direttore e il primo docente della scuola e non è da sottovalutare l’importanza di questo fatto nella scelta dei biellesi come tecnici e lavoratori del Fréjus). Non esisteva società di mutuo soccorso dotata di scuola serale che Quintino Sella non abbia foraggiato e rifornito di libri per costituire una biblioteca.

Il Fréjus è stato un grande episodio della storia italiana e mondiale. Molti ne erano ben consci già mentre accadeva. Anche coloro che erano scettici, anche coloro che speravano fallisse. Invece andò per il meglio. Cavour fece sì che si verificassero le condizioni (è lui al governo il 15 agosto 1857 quando viene promulgata la legge speciale che avvia i lavori) e quelle condizioni i valìt seppero cogliere per migliorare. Migliorare se stessi, la Bürsch, e il Paese che stava nascendo. Domanda e offerta di prospettive si incontrano. Cavour affermò che Biella era la Manchester d’Italia, riferendosi all’industria tessile. Ma non esistono confronti per il Fréjus, non esistono paragoni possibili né modelli di riferimento cui ispirarsi. Il Fréjus fu il Fréjus e i valìt contribuirono a far sì che diventasse tale. Quando cadde l’ultimo diaframma di roccia, Pietro Ostano Bottini era lì e sentì la folata d’aria, la prima, che passava attraverso la montagna. Non poteva vedere la luce, perché era troppo lontana, ma sapeva che c’era, laggiù. Ed è un’immagine che ispira perché invita a credere alle azioni ritenute impossibili e a impegnarsi con tutte le forze per raggiungere il risultato. Mentalità tipica dell’Alta Valle Cervo che andrebbe, oggi, un po’ recuperata… Ma se siamo qui stasera, se siamo stati oggi a Bardonecchia, se abbiamo potuto costruire questo ricordo che ha coinvolto tante persone e istituzioni prestigiose, non ultima l’Accademia delle Scienze di Torino, allora c’è speranza. Chiudo con le parole che Quintino Sella appuntò dopo una visita al cantiere nel giugno del 1861. A quella gita avrebbe dovuto prendere parte anche Cavour, ma era già stato chiamato ad altri incarichi, nell’aldilà… Si tratta di un inedito che Anna Bosazza ha trovato nella Biblioteca Civica di Biella, di cui è direttrice, e da lei è stato pubblicato in queste settimane.

Sia dunque lode agli ingegneri Grattoni, Grandis e Sommeiller che dotarono la scienza e le arti di sì bel brevetto, di tutte ed in specie l’arte mineraria si ripromettono vantaggi altissimi. Lode ad essi che resero possibile un’opera importantissima agli interessi economici e pubblici dell’Italia per cui torna all’antico splendore la fama degli italiani ingegneri. Sia lode al Cav. Des Ambrois sotto il cui ministero si intrapresero gli studii del traforo delle Alpi, e le ferrovie del Piemonte, e che con opportunissima antiveggenza inviando gran copia di giovani distinti a completare i loro studii all’estero seppe dotare il paese di ingegneri capaci di costruire ed esercitare le ferrovie, capaci di risolvere i primari ed ardui problemi che l’arte abbia presentati, sia che si tratti di salire le inaudite pendenze degli Appennini, o di varcare le più alte montagne. Né sia lecito scordarmi i nomi di Paleocapa e di quel Grande che piange il mondo civile, al cui coraggio si debbe l’impresa ed a cui niuna altra cosa dopo l’Italia si è come quella del traforo delle Alpi.

Nessuna altra impresa, dopo l’Unità d’Italia, è tanto rilevante quanto il traforo delle Alpi. E quel grande, era Cavour. Grazie.