Le differenze economiche e sociali tra Nord e Sud Italia al momento dell'unificazione


di Gianfranco Bordin

L’argomento della serata riguarda il difficile processo di unificazione dell’Italia. Processo che ha lasciato spazio a richieste di revisione o di rivisitazione o di ripensamento di tutto il periodo che storicamente chiamiamo Risorgimento.

“Evento che attraversa due fasi: quello di un Risorgimento caldo, animato dal sogno di un’Italia che fa da sé la sua unità, nazionale e popolare e quella di un Risorgimento freddo, costruito sulla trama capolavoro tessuta da un grande statista Cavour, (definito, non a torto da Dostoevskij l’unico vero diplomatico del XIX secolo), ma anche sull’intesa di fondo tra moderatismo monarchico e radicalismo repubblicano” (Giorgio Ruffolo – Un paese troppo lungo).

Serve ricordare che all’epoca scoppiarono moti e rivolte caratterizzati da una partecipazione popolare di una certa rilevanza e che potevano anche schermare motivazioni di carattere economico. Basti pensare che il Lombardo-Veneto rappresentava un diciottesimo del territorio dell’impero Austro-Ungarico, ospitava un ottavo della popolazione del medesimo e forniva un quarto delle entrate dell’erario imperiale in termini di tasse.

Sarebbe senz’altro interessante scomporre l’intero periodo in tutti gli elementi sociali, culturali, economici antropologici che è possibile individuare nel contesto di un sistema complesso, quale è una società organizzata, una nazione, uno stato, ma sarebbe impresa ardua. In parte già affrontata qualche settimana fa quando, sempre nell’ambito di questi incontri, è stata proposta un’indagine a tutto campo, sociologica, economica e scientifica, nella quale si rivendicava la necessità di ricostruire il racconto storico partendo dalle analisi delle attività e dell’impegno profuso dai singoli attori. Singoli attori che consentono, facendo sintesi di tutto questo, di dare corpo e vitalità ad ogni ipotesi, ad ogni evento, ad ogni teoria. La storia è in fondo una concatenazione di cause ed effetti, cioè di comportamenti di singoli o effetti che, facendo sintesi, diventano cause atte a produrre ulteriori effetti.

Ecco io adesso vorrei tentare un differente approccio a questo tema per poi tornare, così per dire, sulla strada normale.

Mi piace l’idea che l’analisi storica possa essere affrontata anche da un’angolazione diversa, che gli eventi storici possano essere raccontati da un differente punto di vista, quello del territorio e della sua conformazione fisica, della presenza di elementi naturali, pianori, altipiani, passi, vie d’acqua, montagne che nel corso degli anni possono aver favorito o ostacolato l’insediamento e poi lo sviluppo o la decadenza di sistemi sociali organizzati.

È un dato importante a cui Livet e Mousnier nella loro “Storia dell’Europa” dedicano le prime 50 pagine per raccontarci proprio questo. Non partono cioè da considerazioni di tipo antropologico a proposito della formazione delle prime aggregazioni parentali e tribali, ma dall’esame dei territori.

È una concatenazione di pensieri in libertà che vedrò di raccordare con la ragione del nostro ritrovarci il mercoledì sera e cioè ragionare e scoprire i variegati, conflittuali e contraddittori aspetti dell’800 e del Risorgimento italiano. Mi riferisco ad una situazione ben lontana nel tempo, al IX - X secolo, ossia ai tentativi degli Arabi di conquistare il meridione d’Italia.

Se n’è occupato Giorgio Ruffolo in un libro edito nel 2009, intitolato “Un paese troppo lungo”.

Ruffolo, per chi non lo conoscesse, è stato deputato al Parlamento italiano, a quello europeo, è stato ministro dell’ambiente.

Ruffolo prende a prestito il titolo del libro da una espressione usata dagli arabi dopo l’occupazione della Sicilia: “un paese troppo lungo”, per descrivere le difficoltà che avrebbero incontrato ad invadere la penisola: l’Italia era un “paese troppo lungo per essere conquistato stabilmente e assimilato”, e quindi, con questo, avanzavano una considerazione del tutto nuova a riguardo delle difficoltà da affrontare per realizzare il progetto di conquista, non soltanto politica o sociologica o culturale o riguardante la forza militare del nemico da battere. Ciò che assumeva importanza era la morfologia, la conformazione del territorio che, per contro, era un elemento fondamentale a determinare la fortuna dei gruppi, delle persone che occupavano, vivevano e producevano in tali territori.

L’esempio che Ruffolo prende in considerazione è la storia della città di Amalfi. Aggrappata ai monti Lattari che le stanno alle spalle, si trovava spinta nel mare ed obbligata a sviluppare un’economia che dal mare potesse ricavare prestigio e ricchezza e forza sufficiente a contenere l’espansionismo arabo, con il sostegno della flotta bizantina, e quello del Ducato longobardo di Benevento, che occupava l’entroterra. Quel periodo, il X secolo, segnava uno sviluppo eccezionale che faceva della città (40 - 50 mila abitanti) una delle due maggiori repubbliche marinare. L’altra era Venezia.

Cosa c’entra tutto questo con il tema del processo unitario. Beh, qualcosa c’entra. Non esiste forse più il tema e la difficoltà di conquistare un “Paese troppo lungo”, ma restano intatte le situazioni di sviluppo o di sottosviluppo o decadimento sociale, economico e relazionale che traggono la loro ragione d’essere proprio dal territorio in cui si manifestano e che possono costituire un ostacolo o una opportunità per un successivo miglioramento di queste condizioni di vita.

In questo il “paese troppo lungo” degli arabi diventa la metafora nel descrivere un paese che si è “allungato” nel tempo, perché lo sviluppo differenziato ha creato situazioni economiche e sociali marcatamente contrastanti tra le regioni e problemi che gli italiani hanno dovuto affrontare e che l’Unità non ha saputo appianare.

Il 27 gennaio 1861 si erano tenute le elezioni per la formazione del primo parlamento italiano.

La popolazione italiana ammontava allora a 23.360.000 abitanti (21.777.334 secondo il censimento del 1861, senza Lazio e Veneto) la percentuale di analfabetismo era del 54% nelle regioni del nord, del 75% al centro e punte sulla soglia del 90% nel sud Italia. Il “paese troppo lungo” era già qui, in queste differenti percentuali. Era questo un dato importante perché, al fine di essere riconosciuto quale elettore attivo, occorreva essere maschio, aver compiuto 25 anni, pagare almeno 40 lire di tasse all’anno e sapere leggere e scrivere. Questi vincoli costituivano una sorta di imbuto, per cui gli aventi diritto al voto riconosciuti erano alla fine 418.696, cioè l’1,9% della popolazione. A quelle prime elezioni vi partecipò il 57,2% degli aventi diritto, cioè 239.583 votanti, vale a dire circa l’1% della popolazione.

I 443 deputati eletti comprendevano tra gli altri 85 principi, duchi, marchesi e conti, 28 alti ufficiali militari, 72 notabili, 52 professori universitari. Antonio Maffi, primo deputato lavoratore, entrerà in Parlamento solo nel 1882. La camera era stata eletta quindi su una base fortemente censitaria, luogo di aggregazione di una rappresentanza nazionale che condivideva un comune orizzonte politico.

Per contro quali erano le proposte in campo, almeno dal punto di vista teorico, a riguardo della forma da dare a questo nuovo soggetto politico, all’organizzazione del nuovo stato? Se ne potevano individuare almeno tre. Quella repubblicana avanzata da Mazzini, pressoché improponibile, quella di Carlo Cattaneo favorevole alla costituzione di una Confederazione di stati, alla quale pare non fosse ostile Cavour, ed una Confederazione di Stati sotto la presidenza del Papa del Gioberti, idea che espliciterà più compiutamente nel 1865 con la pubblicazione del suo libro “Del primato morale e civile degli Italiani”, per questo tacciato di clericalismo.

Si afferma invece, per così dire, il progetto caro a Vittorio Emanuele, vale a dire la costituzione di uno Stato fortemente accentrato al fine di confermare la realizzata Unità, quale risultato dell’impegno dinastico-militare di Casa Savoia. Fin dall’estate dell’anno precedente si erano fatta strada poi l’esigenza di contrastare le possibili derive centrifughe e i timori per l’eccessivo attivismo di Garibaldi, autoproclamatosi dittatore della Sicilia, il quale già si era dichiarato contrario, nonostante le insistenze di La Farina, uomo di Cavour, per l’immediata annessione della Sicilia al Regno di Sardegna. Per Vittorio Emanuele e per i suoi stretti collaboratori non si trattava forse ancora della realizzazione del progetto perseguito da tanti e cioè l’Unità, ma dell’allargamento del Regno di Sardegna.

Ci sono almeno quattro indicatori che valgono a sostenere la tesi secondo la quale si intendeva soprattutto dare continuità al precedente soggetto politico, cioè il Regno di Sardegna:

  1. Lo Statuto Albertino non veniva modificato pur diventando la Carta Costituzionale di tutto il Paese dal Piemonte alla Sicilia;
  2. La legge istitutiva del Regno d’Italia, che veniva discussa e approvata tra il 26 febbraio e il 14 marzo, era la n. 4671 dell’0rdinamento legislativo del Regno di Sardegna. Per logica si sarebbe dovuto trattare della legge fondativa e costituente numero 1. È da ricordare però che le costituzioni “octroyées” dell’epoca non erano rigide, ma flessibili e quindi le modifiche, anche attinenti ad elementi costitutivi, potevano essere votate con legge ordinaria, a differenza di ciò che avviene per lo più oggi;
  3. Quella che si apriva il 18 febbraio con il discorso della Corona, interrotto da frequenti grida di “Viva l’Italia”, era registrata come la ottava legislatura perché la si poneva in coda alle precedenti sette, che però riguardano il Regno di Sardegna;
  4. Il 21 febbraio, il Presidente del Consiglio, Cavour, presentava al Senato il disegno di legge che prevedeva l’assunzione da parte di Vittorio Emanuele del titolo di “Re d’Italia per sé e per i suoi successori” e non veniva modificato il numero ordinale che segue il nome del sovrano: Vittorio Emanuele II Re di Sardegna restava Vittorio Emanuele II Re d’Italia. Una incongruenza evidente.

Se era quindi difficile determinare nell’opinione più generale di quale soggetto politico, il Regno d’Italia, si stesse ragionando, era però diffusa, almeno tra la popolazione più informata e già dai secoli precedenti, il sentimento di “italianità”.

In Europa non erano riconosciuti come Piemontesi o Siciliani, ma indicati come “les Italiens” coloro che avevano dato lustro al Paese nei più svariati campi del sapere. Tra il 1500 ed il 1700 la musica in Europa era dominata dagli autori italiani: Albinoni, Bocherini, Corelli, Monteverdi, Palestrina, Metastasio, Vivaldi ed altri. L’Italiano è stata, ed è ancora oggi, la lingua franca della musica; ancora oggi i termini usati indicati sugli spartiti per modulare le note e le sonorità ricavate dagli strumenti sono italiani. Nel campo dell’architettura gli Italiani primeggiavano: San Pietroburgo era stata edificata su progetti di architetti italiani. Il modello palladiano è ancora presente in molte parti del mondo: la Casa Bianca ed il Congresso americano sono edifici neoclassici di scuola palladiana. Luigi XIV, il Re Sole, quando decise di far edificare Versailles, raccomandò ai suoi architetti di non imitare lo stile “italien”, che quindi era ben presente in Europa. Serve poi ricordare l’eredità lasciata dal Rinascimento e dall’Umanesimo, con Firenze capitale di quel periodo in Europa.

L’Italia è probabilmente il solo paese al mondo che si sia costituito intorno alla propria cultura, intorno al Rinascimento, intorno alla “più alta concentrazione di genio della storia” (Jacopo Loredan su Focus Storia 2018), intorno allo svevo Federico II, che riportava la Sicilia nell’alveo della cultura italiana, dopo il dominio arabo, intorno a Dante che, pur sostenitore dell’Impero come garante della pace, non considerava l’Italia come entità solamente geografica o linguistica.

L’idea di nazione, cioè un popolo, un territorio, una lingua, già patrimonio di altri fin dal 1500 con la formazione degli stati nazionali in Francia, Spagna e Inghilterra, si era formata così con un processo lungo ed avviato successivamente da chi condivideva una “salda coscienza nazionale” (Benedetto Croce) e da una élite intellettuale convinta che la stirpe italica esistesse già. Roma, che Cavour avrà modo di indicare come la naturale capitale d’Italia, aveva unificato la penisola; il latino era stato imposto come lingua franca; nel Medio Evo le città erano unite da una fitta rete di commerci e le idee viaggiavano grazie alle numerose edizioni a stampa di libri: a metà del XV secolo 4157 edizioni in Italia, 3232 nei Paesi tedeschi, 998 in Francia, 395 in Inghilterra.

“Fatta l’Italia ora tocca fare gli italiani” resta allora una frase infelice, se decontestualizzata. Gli italiani esistevano da un pezzo dal punto di vista storico, linguistico, culturale ed anche genetico e antropologico, ed esprimevano, ed esprimono anche oggi, una omogeneità, una “koinè” anche superiori a quelle di altri stati nazionali più antichi del nostro: Spagna, Gran Bretagna, Germania.

La cultura insomma è stato il collante che è servito ad identificare questo nuovo soggetto: l’Italia.

Ma tutto questo non deve essere inteso come una coperta atta a nascondere o sminuire la situazione di profonde differenze economiche, sociali o reddituali ancora presenti tra le regioni del Nord e del Sud Italia. L’Unità si rivelò essere una unità politica, territoriale e burocratica, ma non sociale. Lo stato aveva messo insieme genti con problemi sociali ed economici, spesso drammatici, di ogni tipo: lingue diverse (l’italiano era parlato dal 2,5% o forse dal 10% degli abitanti), strutture amministrative obsolete ed infrastrutture da inventare e potenziare.

Dunque il Sud è stato tradito? Si è trattato di un processo di colonizzazione che ha provocato l’impoverimento di un Meridione prospero e felice? Era veramente una potenza economica, vittima non risarcita? In quel 17 marzo 1861, secondo alcune interpretazioni, si passò sopra a tutte queste domande e con l’Unità si arrivò a coprire le istanze e le domande senza risposta, che provenivano dal mondo meridionale.

Lentamente riconosciuto dagli Stati europei, il Regno si apprestò ad affrontare i problemi che aveva di fronte. Il quadro economico era preoccupante. Il 70% della popolazione era occupata in agricoltura ed il 18% nell’industria. I prodotti erano destinati soprattutto al consumo interno; solo nel campo estrattivo i prodotti trovavano una destinazione verso il mercato estero. I capitali scarseggiavano e l’industria non decollava, anche per la scarsa rete viaria. Il divario tra Nord e Sud era molto evidente.

Nell’Italia del nord il successo delle attività agricolo-industriale era dovuto alla politica perseguita dai governi piemontesi e lombardi, che prevedeva lo sviluppo delle reti ferroviarie e stradali. Quattro regioni del nord, Piemonte, Liguria, Lombardia e Veneto, con un terzo della popolazione nazionale, contavano per tre quarti del reddito totale e cinque sesti di quello industriale. Al contrario l’Italia meridionale si dibatteva nell’arretratezza, l’aristocrazia viveva di rendita e non si preoccupava di investire.

Ai problemi dell’analfabetismo e del dissesto finanziario, nel nuovo stato se ne aggiungevano altri:

  1. unificazione amministrativa ed economica;
  2. conquista dei territori ancora sotto il controllo dell’Impero Asburgico e del Papato (spostamento della capitale a Roma);
  3. pareggio del bilancio statale in grave deficit;
  4. lotta al brigantaggio, presente anche in Piemonte, in Romagna, in Sardegna, ma che nel Mezzogiorno aveva assunto le caratteristiche di una guerra di repressione.

In questa situazione si era resa necessaria la “piemontesizzazione” dei territori conquistati, con la costituzione di uno stato fortemente accentrato. Lo Statuto diventava la Carta Costituzionale dello Stato, che veniva diviso in province sotto l’autorità di un prefetto di nomina regia; si creava la leva obbligatoria di 5 anni per i giovani di 20 anni. In campo economico venivano abolite le barriere doganali, si imponeva il sistema metrico decimale. A riguardo della lotta all’analfabetismo, si estendeva a tutto il paese la legge Casati del 1859: 4 anni di scuola elementare, gratuita e obbligatoria per i primi 2 anni. Al maestro potevano essere assegnati fino a 70 alunni.

Le tabelle sottostanti mettono a confronto tra Nord e Mezzogiorno le rispettive potenzialità, risultati economici e situazioni sociali del Regno nel periodo intorno 1861.

L’Italia preunitaria (1860)

L’Italia preunitaria (1860)

Agricoltura

Secondo il censimento del 1861 ben più della metà delle famiglie italiane lavorava nel settore agricolo. Nel centro-sud il dominio del latifondo induceva un precariato permanente, con un’intensa mobilità stagionale e l’economia dei nuclei familiari si basava sull’integrazione del reddito principale precario, ricavato dai lavori in campagna, con attività di tipo artigianale o servile, svolte in particolare dalle donne nei centri urbani. Al nord e al centro invece prevalevano forme di relazione stabile tra lavoro agricolo e occupazione. La tabella mostra il valore della produzione agricola per ettaro, da cui risulta l’enorme differenza tra gli stati del centro-nord e del sud Italia.

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Nel ventennio successivo all’unità si verificarono progressi, favoriti dalla adozione del libero scambio, dalla crescita dei prezzi internazionali e dalle esportazioni, che portarono ad un aumento della produzione agraria più significativa al nord, che poteva contare su un mercato domestico più stabile e ricettivo, e meno importante nel sud del paese, perché maggiormente dipendente dalle esportazioni e carente di vie di comunicazione. Il processo di accumulazione, se pur maggiore rispetto al passato, si rivelò complessivamente insufficiente. Differenti furono poi le destinazioni dei margini conseguiti: flusso di investimenti nelle regioni del nord, anche se meno importanti di ciò che potevano essere, e un incremento delle rendite al sud.

Industria siderurgica

Con l’unità, la tariffa protettiva venne fissata in lire 5,75 il quintale di ferro introdotto, simile a quella già praticata nel Regno di Sardegna, che quindi assorbì meglio i contraccolpi provocati dall’introduzione della nuova tariffa. Gli altri Stati applicavano tariffe ben più alte: nelle Due Sicilie lire 19,25 nel 1824, nel Lombardo-Veneto lire 13,05 nel 1833. La nuova tariffa determinò la crisi delle ferriere e la chiusura delle miniere estrattive di Ferdinandea e Mongiana in Calabria. Gli effetti del liberismo nelle altre regioni italiane furono meno traumatici, ma produssero difficoltà e mutamenti quali la crescita delle industrie di trasformazione legate all’agricoltura.

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Industria metallurgica

Mostrava condizioni di grave arretratezza in tutto il paese. Il minerale di ferro, estratto in quantità modeste dalle miniere dell’Isola d’Elba, della Toscana e della Lombardia, serviva a produrre ghisa in altoforni di legna, dislocati in Calabria (Mongiana e Ferdinandea), in Toscana (Valdelsa e Pistoia) in Lombardia (Valtellina, Val Brembana). La produzione diretta veniva allora sostituita con l’importazione di ghisa da affinare a costi decisamente più bassi. Gli altoforni a legna venivano progressivamente abbandonati, perché meno efficienti di quelli alimentati a carbone, che l’Italia possedeva in piccole quantità e che doveva quindi importare.

Industria meccanica

La produzione di ferro aumentava dalle 30.000 t. dei primi anni dopo l’unità fino alle 95 mila tonnellate nel 1881, quantità rimasta inferiore rispetto al fabbisogno del mercato, dovuto in particolare alla costruzione delle ferrovie. L’industria metalmeccanica era presente, prima dell’unità, a Milano, Torino, Brescia e Pietrarsa vicino a Napoli. Si occupava soprattutto della costruzione di carrozze e carri merci. Binari e locomotive erano soprattutto importate: 602 contro le 39 costruite nel 1878.

Ferrovie e strade

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Al momento dell’unificazione questi erano i km di ferrovie costruite: per il 94% nel centro-nord, con una concentrazione del 75% in Piemonte e Lombardo-Veneto. Tra il 1861 ed il 1863 furono aperti al traffico 1.347 km. e nel triennio successivo altri 1.578 km. Tutto ciò reso possibile con il ricorso a capitali stranieri e società controllate da gruppi finanziari quali Rothshild e Talabot. Più difficile la situazione nel sud del paese, poiché le società di costruzione ritenevano meno redditizio l’investimento in tali territori.

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Carta ferroviaria, 1900 – tratta da “Ferrovie: nascita e sviluppo” del prof. Stefano Maggi

Per quanto riguarda le strade vi furono progressi molto lenti. Nel 1886 a fronte dei 67.000 km. del centro-nord si contavano 15.000 km nel meridione e isole. La differenza, già evidente negli anni ’20 dell’800, era causa e conseguenza dell’organizzazione del traffico. Al nord esistevano servizi regolari di diligenze anche tra Milano e Basilea. Nel 1860 erano state calcolate in 25.000 le vetture di vario genere che avevano attraversato il passo del Brennero. Alla stessa epoca nel sud si era calcolato che il 79% dei comuni abruzzesi, il 72% dei lucani ed il 90% delle strade in Calabria erano inaccessibili ai mezzi dotati di ruote. Tra il 1861 ed il 1900 i comuni lucani non raggiunti da strade rotabili erano passati da 90 a 21, in Abruzzo da 256 a 44.

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Industria cantieristica

Attività ritenuta insostituibile visto l’esteso sviluppo costiero. La flotta del regno delle Due Sicilie nel 1859 era di 2.988 navi per 213 mila t., quella sarda di n. 2.920 navi per 215 mila t. La flotta italiana nel 1862 si componeva di 9.413 navi per un totale di 654 mila t., terza in Europa dopo Inghilterra e Francia, nella quasi totalità a vela.

Industria della seta, cotoniera e della lana

Quella tessile della seta, era l’industria italiana più rilevante, concentrata soprattutto nel settentrione e in poche località in Calabria, Sicilia e Campania. La lavorazione consisteva nella produzione di seta grezza, esportata soprattutto in Francia e Inghilterra. Coloro che lavoravano erano gli stessi contadini che allevavano i bachi e che erano proprietari dei campi a gelso e delle filande, dove erano occupate soprattutto le donne. La produzione di 2.000 t. del periodo preunitario salì a 3.200 t. nel primo decennio dopo l’unità.

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L’industria cotoniera era più ristretta per dimensioni, ma più moderna, dislocata in Lombardia, localizzata in base alla disponibilità di acqua lungo l’Adda, l’Oglio, l’Olona, il Ticino, ed in Piemonte nel Novarese e in Val di Susa. I telai censiti nel 1868 erano 86.000, per gran parte a mano e utilizzavano soprattutto manodopera femminile e minorile.

prod cotone

L’industria della lana aveva lunghe tradizioni in Piemonte (Biella e Valsesia), nel Veneto (Schio) e in Toscana (Prato). Nel 1867 c’erano 200.000 fusi e 6.480 telai (saliti nel 1876 rispettivamente a 305.000 e 8.560).

num telai lana

Società anonime

soc anonime

Import export

import export

Scuola, scolarizzazione e alfabetismo

Come già visto in precedenza il tasso di analfabetismo era drammaticamente alto con punte del 90% nelle regioni meridionali, risultato del completo disimpegno delle classi dominanti e della Chiesa a favorire una emancipazione culturale della popolazione. La riforma scolastica del 1859 prevista dalla legge Casati, adottata nel Regno di Sardegna, aveva provocato una reazione stizzita di Pio IX, convinto che il popolo dovesse semplicemente saper pregare. Inoltre la nobiltà restava legata mentalmente alle concezioni, già espresse dal duca di Modena Francesco IV, secondo cui “le rivoluzioni accadono perché si studia troppo”.

Alla media italiana del 77,7% di analfabetismo si contrapponeva il 20% degli stati tedeschi e austriaci, il 19% della Svizzera, il 47% della Francia, il 45% del Belgio e Paesi Bassi, il 21% dell’Inghilterra. La Spagna si avvicinava all’Italia con il 75%. Le tabelle sottostanti forniscono in sintesi alcune precisazioni legate all’argomento: scuole elementari, tasso di scolarizzazione, alfabeti e alfabetizzati, percentuali 1871.

scuole elementari
tassi scolarizzaz
analfabeti
alfabetizzati

Lettere ricevute per abitante

Il traffico postale è legato sia all’alfabetizzazione della popolazione, che all’esistenza di infrastrutture idonee alla circolazione delle missive.

lettere per abitante

Debito pubblico

La tabella seguente evidenzia il costo delle guerre risorgimentali (1847-1859) per il Regno di Sardegna.

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Nel grafico seguente è rappresentato l’andamento del debito pubblico dal 1840 al 1875: del Regno di Sardegna, degli altri stati preunitari (insieme) e della somma dei debiti dei vecchi stati preunitari, poi sfociati tutti quanti nel 1861 nel Regno d’Italia

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Riserve auree

La situazione delle riserve auree è rappresentata nella tabella seguente, che evidenzia la forte tendenza dei Borboni a “tesorizzare” anziché investire in infrastrutture e servizi.

riserve auree

Santena, 21 aprile 2021