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L’arte di saper far politica: il Conte e il Cancelliere


di Emiliano Iandoli

Perché scegliere Camillo Benso, Conte di Cavour e Otto Von Bismarck come oggetto di studio può ancora illuminarci non solo sulla storia europea e sulle dinamiche politiche del XIX secolo, ma spingersi anche oltre? Tenendo presente che i loro nomi restano tutt’oggi tra i più rilevanti nel contesto storico europeo del secolo preso in esame e, nonostante l’epoca lontana, continuano a esercitare un fascino tale da mantenere una storiografia viva e attiva, ciò che rende particolarmente stimolante uno studio comparatistico dei due statisti non è tanto un focus sulle analogie, bensì l’evidenziare le sostanziali differenze che li caratterizzano.

Cavour e Bismarck incarnano due modelli politici distinti, ma entrambi efficaci nell’arte della politica pratica. Cavour è il liberale convinto, abile tessitore di alleanze e mediatore paziente, che riteneva fondamentale il ruolo del Parlamento e del consenso. In contrasto, Bismarck è il sostenitore del principio d’autorità monarchica, assertivo, pronto a utilizzare la forza militare e il suffragio universale come strumenti per consolidare il suo potere, tenendo il Parlamento in posizione marginale. Questa differenza di approccio, inoltre, si rifletterà soprattutto sull’organizzazione politica dei loro paesi: l’Italia con un regime parlamentare più sviluppato, la Germania con un’autorità forte e decisionista centrata sulla figura del Kaiser e del suo cancelliere.

Il titolo della mia tesi, L'arte di saper far politica, vuole, perciò, esprime proprio questa capacità: la politica non come semplice ideologia, ma come un’arte pragmatica che richiede abilità, astuzia e senso del possibile è ciò che accomuna Cavour e Bismarck, nonostante le loro vedute divergenti, e rappresenta la lezione fondamentale che emerge dallo studio comparato di questi due grandi leader del XIX secolo. Essi dimostrano come la capacità politica sia un equilibrio tra pragmatismo e visione, tra diplomazia e forza, tra mediazione e decisione risoluta — un’arte che ancora oggi offre spunti di riflessione per chi studia la storia politica europea e internazionale. Entrando ora nel vivo di questo studio, come anticipato, non mi focalizzerò sulle analogie, piuttosto sulle differenze.

La comparazione si struttura intorno a categorie tematiche ben definite: da un lato l'ideologia politica, con il liberalismo di Cavour contrapposto al conservatorismo di Bismarck; dall'altro le strategie di unificazione, basate sulla diplomazia e sulle alleanze per l'Italia, e sull'impiego della forza militare per la Germania. Si indaga inoltre l'eredità istituzionale, distinguendo il regime parlamentare italiano dalla costituzione autoritaria tedesca. Viene così evidenziata l'importanza dei contesti nazionali specifici, con il Piemonte come modello costituzionale e la Prussia come potenza militare. L'analisi evita un mero elenco di somiglianze, preferendo un confronto critico e bilanciato che prende spunto sia dalle fonti archivistiche sia dalle interpretazioni storiografiche, garantendo un approccio rigoroso e radicato nel tempo. Ma soprattutto predilige lo studio diretto di fonti primarie, come ad esempio: carteggi, discorsi parlamentari, memoriali, strumenti che diventano i primi attori di questo studio, in quanto si prestano ad essere “la voce” dei due statisti con cui raccontare i principali eventi che gli hanno visti come artefici. Infine, utilizzando questa struttura metodologica si è riusciti a cogliere come Cavour e Bismarck, pur rappresentando facce diverse della politica del XIX secolo, hanno saputo dominare l'arte del possibile, fondando i rispettivi processi di unificazione nazionale su strategie diverse, ma ugualmente efficaci e durature nel loro impatto storico.

Partendo da Cavour e per capire appieno lo spessore, nonché l’ingegno di quest’uomo, può esserci utile la definizione data da Gobetti: «il ministro piemontese sovrasta ai suoi contemporanei perché guarda gli stessi problemi con l’occhio dell’uomo di Stato»(1). La riflessione di Gobetti è funzionale per due motivi

fondamentali: in primo luogo, riconosce che Cavour si distinse dai suoi contemporanei perché non si limitò a vedere le questioni politiche come problemi ordinari o superficiali: al contrario, le affrontò con una visione ampia, lungimirante e pragmatica, tipica di chi governa uno Stato. In secondo luogo, perché egli seppe analizza ogni questione considerando le implicazioni a medio e lungo termine per il Piemonte e per l'Italia intera, bilanciando interessi, alleanze e limiti contingenti per far progredire concretamente la causa nazionale. Proprio questa capacità di andare oltre l'immediato, cogliere le opportunità reali e mediare tra forze diverse per costruire una strategia statale efficace, è ciò che lo rende un vero uomo di Stato, capace di porsi al di sopra delle controversie quotidiane e delle visioni ristrette, con un orizzonte politico superiore e realistico.

Il “Connubio” con Urbano Rattazzi è il primo degli esempi. In un clima politico tensivo come quello in cui si aduca concretamente nell'azione politica e nelle scelte di Cavour. Da ciò, attraverso esempi storici tratti dalla sua carriera ministeriale e da momenti chiave del Risorgimento, possiamo vedere come la sua capacità di visione strategica e pragmatica riveli l'autentica dimensione dell'uomo di Stato.

Il “Connubio” con Urbano Rattazzi è il primo degli esempi. In un clima politico tensivo come quello in cui si colloca la nascita di questo accordo politico, Cavour – all’epoca dei fatti era ministro nel governo di D’Azeglio – diede prova non solo di essere «fatto apposta per menare affari e Parlamento»(2), ma soprattutto capì che le divisioni intestine gravavano sulla politica interna del Piemonte, portandola a non progredire sia sul piano delle riforme sociali sia sul piano agricolo e industriale. Altresì, evidenziò che per raggiungere l’efficienza dello Stato, la quale si sarebbe dovuta basare sulla crescita del reddito nazionale, il mercato e l’economia sabauda, per mezzo di efficienti tutele, si sarebbero dovuti aprire all’area liberoscambista dell’Europa Occidentale. Per tale motivo, con lo scopo di realizzare il suo programma politico e far diventare il Piemonte un paese all’avanguardia, il Conte doveva lasciarsi alle spalle prima di tutto le forti costrizioni

mosse da forze conservatrici insite alle istituzioni per muoversi più liberamente e in un secondo momento, trovare nuovi alleati coi quali costituire una maggioranza solida in Parlamento, onde evitare così la formazione di un esecutivo fragile e precario. Ciò non gli fu difficile, proprio grazie alla sua personalità che veniva imponendosi, trovando in Urbano Rattazzi, parlamentare in vista e leader dello schieramento di centro-sinistra, uno dei suoi più fidi sostenitori. L’occasione propizia scelta per rendere di pubblico dominio l’esistenza del “Connubio” avvenne durante la seduta della Camera del 5 febbraio 1852. Iniziata due giorni prima, era in corso la discussione sul progetto che modificava la legge sulla stampa in vigore inerente al reato di offesa contro i sovrani e i Capi di Stato stranieri. Cavour, d’intesa con Rattazzi, prese parola e lasciò chiaramente intendere l’apertura della sua area politica verso la sinistra rattazziana, suscitando sorpresa e irritazione fra i suoi colleghi di gabinetto.

«Sarei poi colpevole di ingratitudine, se io non riconoscessi che l’oratore [Urbano Rattazzi], il

quale parve tener ieri più desta l’attenzione della Camera, usò in questa lotta armi talmente

cortesi da togliere ogni amarezza alla sua opposizione. Mi corre inoltre l’obbligo di ringraziarlo della dichiarazione ch’egli volle far precedere al suo discorso, con cui fece promessa di accordare al Ministero nella ventura sessione, in vista delle gravi circostanze in cui versa il paese, il suo appoggio, promessa di cui prendo atto […]»(3).

L’intesa fra i due portò i primi frutti: l’11 maggio 1852 Rattazzi, candidato da Cavour, dopo febbrili votazioni, divenne Presidente della Camera e la promessa di sostenere la formazione del nuovo governo fu poi mantenuta quando nel novembre dello stesso anno, Camillo Benso divenne Presidente del Consiglio, giurando fedeltà nelle mani del sovrano Vittorio Emanuele II. Da quel momento la sua biografia – personale e politica – divenne tutt’uno con la nascita stessa del Regno d’Italia.

La “questione italiana” e la successiva Seconda guerra indipendenza sono il secondo passaggio fondamentale nella carriera politica di Cavour. In questo periodo, infatti, emerge con grande evidenza il pragmatismo del Conte, che si traduce in una capacità concreta di adattare gli obiettivi nazionali alle circostanze politiche e diplomatiche, ponendo le basi per l'unificazione. Unificazione, quale, però, non di tutta la penisola, bensì delle sole aree settentrionali ancora sotto il dominio austriaco. Questo perché, inizialmente, nel disegno cavouriano il Mezzogiorno non fu contemplato. In seguito alla sconfitta di Novara del 1848 – la Prima guerra d’indipendenza – molti patrioti rimasero insoddisfatti e su questa insoddisfazione Cavour non solo basò la sua rivincita contro l’Austria, ma fece convergere anche le mire espansionistiche del Regno di Sardegna, il quale fu presentato come l’unico e vero antagonista presente sul suolo italiano degli austriaci. Tuttavia, Cavour sapeva bene che se non avesse avuto un sostegno concreto da parte degli altri Stati europei, questa “rivincita” sull’Austria sarebbe sortita in un nuovo nulla di fatto. Per questo motivo si mosse con grande abilità sul terreno diplomatico. Del resto, lo stesso Cavour era consapevole che gli austriaci non avrebbero allentato la loro influenza sulla penisola italiana attraverso trattative e concessioni.

Pertanto, la sola diplomazia non era sufficiente. L’unico modo per sbloccare la situazione era ricorrere alla guerra, ma il clima internazionale non era ancora favorevole ad una revisione dell’assetto italiano pesantemente restaurato dopo il biennio 1848-49. Cavour seppe pazientare finché la partecipazione ad una guerra in cui il Piemonte aveva poco da guadarci non fu l’occasione tanto attesa: la guerra di Crimea. La partecipazione sabauda al conflitto è stata descritta come un vero e proprio capolavoro diplomatico da parte di Cavour, ma fin dagli inizi subì le opposizioni da parte del gabinetto presidenziale e dell’opinione pubblica(4). Solo Vittorio Emanuele II non nascose il suo spirito interventista, questo perché, come annotò nei suoi diari la regina Vittoria d’Inghilterra, il monarca sabaudo: «più che un re dei giorni nostri assomiglia a un cavaliere medievale che vive della sua spada»(5). Tuttavia, finché il Parlamento non si fosse convinto dell’utilità dell’intervento, Cavour non avrebbe avuto libertà d’azione. Pertanto, nella seduta parlamentare del 6 febbraio – i lavori iniziarono tre giorni prima – il Conte, con la sua abile oratoria e vena ispiratrice, persuase i colleghi adducendo innanzitutto che se «la Russia acquisterebbe un predominio assoluto sul Mediterraneo, ed una preponderanza irresistibile nei consigli dell’Europa»(6) l’equilibrio continentale si

sarebbe gravemente compromesso e di conseguenza «la principale condizione pel miglioramento delle sorti d’Italia»(7) non si sarebbe realizzata. Su questo piano, i deputati votarono a favore dell’intervento militare in sostegno di Francia e Inghilterra contro la Russia zarista e nell’aprile 1855 un piccolo corpo di spedizione, forte di 18.000 uomini al comando del generale Alfonso La Marmora, giunse in Oriente, iniziando le operazioni militari il 25 maggio. Terminato lo scontro – in cui le truppe piemontesi poterono dimostrare il loro valore solo in poche occasioni, come durante la battaglia di Cernaia, avvenuta nell’agosto 1855 – Cavour, rappresentante di uno Stato vincitore e riconosciuto a livello internazionale, poté quindi partecipare al Congresso di Parigi. L'assenza dell'Austria, in particolare, rimasta non belligerante, gli permise di sollevare la “questione italiana” come problema europeo, avvertendo che, se fosse stata lasciata irrisolta, avrebbe rappresentato un pericoloso focolaio rivoluzionario. Questo perché l'agitazione rivoluzionaria dei mazziniani, infatti, alimentava l'idea che l'ordine pubblico fosse sfuggito di mano sia al Papa così come i Borboni e che essi non fossero più in grado di tenere freno ai loro stessi sudditi. Con questa motivazione, Cavour volle così presentare lo Stato Sabaudo non solo come sovvertitore dell'egemonia austriaca, ma in particolar modo garante di un possibile nuovo ordine.

Il “Caso Italia” tornò, dunque, materia d’interesse. Francia e Inghilterra, con vivo coinvolgimento per la situazione italiana, erano dalla parte del Regno di Sardegna, ma il Conte dovette pazientare ancora un po' prima di preparare la nuova guerra contro l’Austria: le difficoltà erano ancora molte, ciononostante, l’accordo con Napoleone III era dietro l’angolo, o per meglio dire fra i detriti fumanti di una bomba e il silenzio freddo di vite spezzate. Il 14 gennaio 1858 Luigi Napoleone Bonaparte, l’imperatore dei francesi, e sua moglie Eugenia in piazza dell’Opéra furono vittime di un attentato da parte del romagnolo Felice Orsini, mazziniano esule in Francia, da cui uscirono illesi dallo scoppio delle bombe lanciategli contro la carrozza, ma molte furono le vittime civili. L’attentatore, arrestato poco dopo, motivò il suo gesto come protesta per l’alleanza che si stava profilando fra la Francia e il Regno Sabaudo. Napoleone III, adirato, accusò le autorità piemontesi, criticandole per non riuscire a tenere a bada soggetti pericolosi come il suo assalitore. Cavour, in risposta alle accuse, reagì con abilità, condannando il gesto, per poi riuscire a persuadere l’imperatore che l’attentato da cui usciva illeso era indice dell’urgenza di risolvere la «questione italiana». Napoleone sembrò non cedere, ma prima dell’esecuzione, Orsini inviò all’imperatore due lettere in cui al pentimento per il folle gesto compiuto, fece seguire un invio allo stesso a votarsi alla causa italiana. Egli scrisse: «Non disprezzi M.V.I. le parole di un patriota che sta sul limitare del patibolo; renda l’indipendenza alla mia patria e le benedizioni di 25 milioni di abitanti la seguiranno dovunque e per sempre»(8). Quelle parole fecero breccia nell’animo dell’imperatore, il quale però vide in questa collaborazione l’occasione di avanzare e piombare nella politica italiana a danno dell’Impero asburgico. Mesi dopo, fuori da qualsiasi canale ufficiale, fra il 21 e il 22 luglio Cavour e Napoleone III si incontrarono segretamente presso la stazione termale di Plombières. La collaborazione francese, però, fu pagata a caro prezzo: in cambio del suo supporto, Napoleone richiese l’annessione dei territori di Nizza e della Savoia, motivando la sua richiesta in base al principio di nazionalità, ovvero che le due regioni, benché territorialmente di proprietà dello Stato Sabaudo, in realtà per motivi socioculturali sarebbero dovuti passare alla Francia. Inoltre, a seguire, con lo scopo di cementare il legame tra Francia e Regno di Sardegna, il sovrano francese avanzò, senza sentire ragioni, il matrimonio fra suo cugino Gerolamo Napoleone e Clotilde di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele II, con uno scopo preciso: legare la sua dinastia ad una delle casate reali più antiche d’Europa(9). Accettate a denti stretti le richieste di Napoleone e irrobustiti i punti dell’accordo, tra cui quello principale di provocare la reazione asburgica onde evitare di sembrare agli occhi dell’opinione pubblica e degli Stati europei degli aggressori, bisognava solo trovare un pretesto adatto per la fase successiva: provocare l’Austria per indurla alla guerra. Dagli inizi di gennaio 1859 sino ad aprile, Cavour e Napoleone III si mossero parallelamente per i preparativi: Parigi rese noto all’ambasciatore austriaco di un deterioramento dei loro rapporti diplomatici, mentre Vittorio Emanuele, supportato da Cavour, fomentò le tensioni preesistenti dichiarando durante il consueto discorso di apertura per la nuova legislatura di non essere insensibile «al grido di dolore che da tanta parte d’Italia si leva verso di noi»(10). Sebbene il Conte riconoscesse il rischio di un congresso internazionale, il quale fu richiesto dagli Stati europei con lo scopo di appianare le divergenze, gli austriaci caddero nella trappola strategicamente predisposta e in risposta al movimento delle truppe piemontesi lungo il confine con la Lombardia austriaca, il 23 aprile 1859 emisero un ultimatum, volto all'immediata smobilitazione, che rimase inascoltato. Di conseguenza, l'Austria dichiarò formalmente guerra, dando così inizio alla Seconda guerra d'Indipendenza italiana. Il conflitto, breve ma intenso, riuscì in parte nell’intento cavouriano: L’Austria fu battuta; tuttavia, la sottoscrizione del trattato di Villafranca annullò la speranza di annettere al Regno di Sardegna l'intera Lombardia annesso il Veneto. Questo perché Napoleone era spaventato dalla scarsa simpatia che l'avventura italiana stava riscuotendo presso l'opinione pubblica francese e temeva inoltre di alienarsi il sostegno dei cattolici, preoccupati per la difficile situazione politica in cui era venuto a trovarsi il Papa a causa dell'insurrezioni popolari, le quali stavano scoppiando nei territori pontifici dell’Italia centrale. A questo punto l’imperatore avviò segretamente con l’imperatore austriaco Francesco Giuseppe una trattativa per l’armistizio, che fu ratificata a Zurigo il 10 novembre 1859. Il Piemonte, secondo i nuovi termini, avrebbe avuto la Lombardia, ma non direttamente, bensì solo tramite cessione francese e avrebbe dovuto lo stesso cedere Nizza e la Savoia. Cavour, successivamente informato, costernato dal tradimento francese e dalla velleità di Vittorio Emanuele nell’accettare i termini della resa, rassegnò le dimissioni in segno di disapprovazione e fu compito del nuovo gabinetto gestire il clima rovente. Tuttavia, né Vienna né Parigi poterono arrestare il processo di adesione portato avanti dai patri oti centroitaliani, tant’è che, tornato subito al governo, Cavour non perse tempo né l’occasione di compiere lo stesso il suo disegno politico. Nel mese di marzo del 1860 Parma, Modena e la Toscana divennero territorio sabaudo per mezzo di un potente strumento politico: il plebiscito. Una volta ottenuti questi risultati, in aprile Cavour organizzò le consultazioni, le quali, sebbene si fossero svolte in maniera facinorosa fra governo e opposizioni, sancirono la cessione alla Francia dei territori richiesti. Fu così che nella primavera del 1860 il governo sabaudo, esteso dalle Alpi alla Toscana, considerò chiusa la sua campagna di espansione con un successo persino superiore alle attese.

Nell'immaginario collettivo la tradizione risorgimentale attribuisce il compimento dell'unificazione italiana non soltanto merito di Cavour, ma anche di un altro protagonista, ovvero Giuseppe Garibaldi, il quale negli stessi anni oggetto di questo studio e in particolare il 1860 – l’«Annus mirabilis»(11), nonché più caldo di tutto il Risorgimento – ebbe un ruolo attivo e decisivo, soprattutto se si considera il suo contributo non solo nella guerra appena conclusa, ma in particolare all’iniziativa di cui fu capo, la quale ridiede slancio al processo di unificazione. Sebbene già dal 1854 Cavour accarezzò l'idea di impossessarsi del Regno delle Due Sicilie per la sua importanza sotto il profilo militare e dei collegamenti commerciali, non prese mai seriamente in considerazione il proposito, in quanto preso dal suo disegno politico; tuttavia, il Mezzogiorno tornò di suo interesse solo a partire dagli inizi del 1860, cioè da quando le azioni dei democratici mazziniani tentarono di rovesciare il governo borbonico. Visto il clima e vista la popolarità crescente di Garibaldi, due seguaci di Mazzini, Rosolino Pilo e Francesco Crispi – futuro Presidente del Consiglio del Regno d’Italia – convinsero dopo lunghe trattive il generale di mettersi a capo di un gruppo di volontari e di partire alla volta della Sicilia. il Conte si rese conto che l’opinione pubblica salutava con favore l’azione insurrezionale, ma esitò ad affrontarla per diversi motivi: innanzitutto, a causa della cessione di Nizza e della Savoia la sua popolarità era sul filo del rasoio; in secondo luogo, non volle coinvolgere il Regno di Sardegna in nuove difficoltà e inoltre, forse la motivazione principale, non si fidava dei mazziniani che gravitavano attorno Garibaldi.

Tuttavia, non gli fu difficile capire che «questa spedizione venturata e insensata»(12), come egli la definì, poteva essere colta come occasione con cui riprendere il processo di espansione. Nella notte fra il 5 e il 6 maggio 1860 Garibaldi, con circa mille uomini arruolati, partì da Quarto a bordo dei piroscafi Piemonte e Lombardo, messi a disposizione da un imprenditore patriota. Dal canto suo, mentre il nizzardo e i suoi Mille erano già in mare, Cavour decise di muoversi parallelamente: non solo ordinò che, nel caso in cui i garibaldini fossero sbarcati in Sardegna per rifornirsi, questi venissero posti agli arresti, ma dispose altresì l'intercettazione di qualsiasi rinforzo diretto a essi al di fuori delle acque siciliane, con l’obbligo di bloccare qualsiasi iniziativa. Intanto, però, Garibaldi riuscì, dopo una sosta a Talamone in Toscana, ad approdare a Marsala l’11 maggio. La liberazione della Sicilia, pertanto, poté dirsi iniziata. In due mesi – grazie a battaglie vincenti come quella di Calatafimi il 15 maggio e quella di Milazzo del 20 luglio – Garibaldi e i suoi liberarono la Sicilia, per poi sbarcare in Calabria e infine liberare Napoli il 7 settembre. Analizzando da un primo livello, il successo dell’impresa garibaldina ci parrebbe possibile per l’eroismo delle camicie rosse e del loro condottiero, ma in realtà questo fu possibile soprattutto per un quadro internazionale favorevole: Napoleone III, pur consapevole che la spedizione dei Mille risultava essere una minaccia ai suoi interessi nel Mediterraneo, soprattutto per quanto riguardava il controllo di Roma e dello Stato Pontificio, mantenne una posizione di neutralità. Dall’altra parte, il governo britannico, invece, vedeva con favore la prospettiva della nascita di uno Stato italiano unificato per due ragioni principali: innanzitutto, perché il nuovo Stato avrebbe potuto rappresentare un partner commerciale, e in secondo luogo avrebbe costituito un utile contrappeso all’influenza francese e austriaca nel Mediterraneo. Di riflesso, però, questo clima benevolo mise in difficoltà lo stesso Cavour. Benché, il Conte mantenne un atteggiamento ambiguo e contraddittorio, egli cercò senza esclusione di mezzi poco ortodossi di sottomettere il generale e riprendere il controllo degli eventi, ma non vi riuscì. Ruppe gli indugi esclusivamente quando Giuseppe Garibaldi e i suoi volontari intensificarono l’azione politica, formulando esplicitamente l’obiettivo della conquista di Roma. Successivamente, dopo aver raggiunto un accordo con Napoleone III, che si proclamava garante della sovranità pontificia, col fine di evitare reazioni ostili da parte delle potenze europee, Cavour ordinò l’intervento delle truppe piemontesi nel Mezzogiorno. Le forze militari, scendendo lungo la penisola, occuparono le Marche e l’Umbria, giustificando tale azione come una misura a tutela del pontefice, con l’intento di frenare la presa della Città Eterna. Il governo democratico del Mezzogiorno, constatata l’impossibilità di proseguire oltre, decise in comune accordo di istituire due assemblee a Napoli e a Palermo, finalizzate a deliberare l’annessione al Regno di Sardegna. Le votazioni, fissate per il 21 ottobre, chiamarono gli elettori a esprimersi sulla volontà di un’Italia «una e indivisibile con Vittorio Emanuele re costituzionale e i suoi legittimi discendenti»(13). I risultati, in linea con i precedenti plebisciti, sancirono il favore per le annessioni. In ossequio alla volontà popolare, Garibaldi scelse di consegnare le terre conquistate: il 26 ottobre si incontrò con Vittorio Emanuele a Teano, dove lo salutò con la celebre frase «Ecco il re d’Italia»(14), mentre la cessione formale del potere avvenne il 7 novembre durante la visita del re a Napoli. Si concludeva così, in pochi mesi, l’incredibile epopea dei garibaldini. Cavour, sollevato dall’esito favorevole della sua politica, realizzava finalmente il sogno che aveva acceso i cuori di numerosi patrioti; tuttavia, il nuovo Stato italiano era ancora in fase di costituzione. A partire dal 18 febbraio 1861, a seguito delle elezioni per il nuovo Parlamento, si inaugurò la prima legislatura in cui, accanto ai rappresentanti piemontesi e lombardi, presero posto anche deputati provenienti da Sicilia e Napoli. Cavour, in qualità di Presidente del Consiglio, presentò l’11 marzo alla Camera dei deputati la proposta di legge, già approvata dal Senato, con la quale «il re nostro Augusto signore assume per sé e i suoi successori il titolo di Re d'Italia»(15). Il provvedimento, approvato all’unanimità, sancì definitivamente il 17 marzo la nascita del Regno d’Italia. Comunque, il nuovo Stato era una creatura assai precaria. Mancava ancora il Veneto e il Lazio, in quanto il primo era ancora sotto il dominio dell'impero asburgico, mentre il secondo restava in possesso del Papa. Poiché la prospettiva di un immediato conseguimento del Veneto era pressoché inesistente, il Conte decise quindi di focalizzarsi su Roma. Propose una politica diversa da adottare per far sì che Roma diventasse la capitale del nuovo Stato, secondo il principio «libera Chiesa in libero Stato.»(16)Nonostante fossero stati avviati contatti diplomatici, Cavour si trovava ad affrontare anche altre pressanti questioni interne, tra cui il crescente conflitto con Giuseppe Garibaldi. Quest’ultimo infatti accusava il Conte di aver perseguito una politica eccessivamente rischiosa durante la spedizione in Sicilia, una strategia che, a suo avviso, sarebbe potuto sfociare «in una guerra fratricida»(17). Tale dissenso, quindi, rifletteva appieno la tensione tra la moderata diplomazia cavouriana e l’impeto rivoluzionario garibaldino, che caratterizzò l’Unità d’Italia in questa fase cruciale. Cavour non ebbe, però, il tempo di dipanare con la sua lungimiranza i nodi intricati del destino italiano: il 6 giugno, nella penombra della sua dimora torinese, spirò come un eroe tragico sul grande palco della storia. Pochi istanti prima che l'oscurità lo reclamasse, le sue labbra mormorarono un ultimo, commovente monologo all'Italia:

«L’Italia è fatta – tutto è salvo»(18), mentre la camera si stringeva sul suo volto illuminato da un raggio di luce al tramonto, sigillando l'epica fine di un visionario. I motivi di apprensione per il Conte furono tutti ben più che motivati e in seguito alla sua scomparsa parve che il processo di State building fosse rimasto incompleto e che l'unica complessa eredità politica lasciata fosse quella di un Paese unificato territorialmente. In realtà, però, riuscì a tracciare le linee guida fondamentali per la futura costruzione: l’adozione di una politica rispettosa delle libertà costituzionali e accentratrice sul modello francese – benché inizialmente fosse vicino al modello inglese – liberista in campo economico e laico in materia dei rapporti con la Chiesa. E proprio su queste direttrici si mossero i suoi successori, benché con risultati non sempre soddisfacenti.

Volgiamo ora l’attenzione al secondo protagonista di questo studio, Otto von Bismarck, cancelliere prussiano e artefice dell’unificazione tedesca. Per delineare la sua figura in modo sistematico, risulta opportuno partire da una definizione essenziale, per poi procedere a un’analisi approfondita. In tale prospettiva, due sono le parole chiave che emergono con particolare evidenza: “opportunismo” e “genio”, che ne sintetizzano l’approccio politico e strategico. Il primo perché egli seppe cogliere con abile intuito le occasioni storiche entro cui muoversi; il secondo perché quest’ultime furono sfruttate con abile maestria e ingegno politico.

Analogamente all’approccio adottato per Cavour, il cui esame si è concentrato sui momenti cruciali della sua carriera, anche per Bismarck l’analisi si focalizzerà su un periodo storico determinante. Il frangente di interesse comprende gli anni che vanno dal 1862 al 1871, cruciali per la carriera politica di Otto von Bismarck, in quanto, come egli stesso osservò, riuscì a sbloccare quell’immobilismo in cui la soluzione al problema tedesco era da anni coinvolta, ottenendo, secondo le proprie intenzioni e la forza della sua personalità, piuttosto che per mezzo di programmi e metodi liberali, l’annessione dei ducati dello Schleswig e dell’Holstein e la conseguente fondazione della Confederazione del Nord, gettando così le basi per la fondazione del Reich prussiano-tedesco(19).

Il 1862 rappresenta l’anno della nomina di Otto von Bismarck a cancelliere prussiano, in un contesto di forti

tensioni politiche. Infatti, Guglielmo I, salito al trono nel gennaio 1861 in seguito alla morte del fratello

Federico Guglielmo, intendeva incrementare significativamente le spese militari, scatenando l’opposizione dei liberali presenti in parlamento. Questa contrapposizione condusse a un acceso conflitto istituzionale fra l’autorità del sovrano e quella della Camera, il quale si protrasse fino a raggiungere un punto critico proprio nel 1862. Di fronte all’incapacità di individuare un uomo in grado di prevalere sul parlamento e portarlo alla sconfitta, Guglielmo I ripiegò su Bismarck, ritenuto l’unico in grado di affrontare efficacemente tale sfida e imporre la volontà reale(20) Il nuovo cancelliere, sebbene non avesse una ricca esperienza alle spalle come molti suoi predecessori, prese subito in mano le redini del comando, dando prova di possedere una personalità determinata e lucida, senza alcun segno di cedimento. Il suo primo obiettivo in fu quello di rafforzare gli interni in vista dell’esordio internazionale nel 1864, ma prima avrebbe dovuto sedare gli animi.

Il 29 settembre 1862, a seguito dell'ennesimo rifiuto da parte dei deputati riguardo al finanziamento delle spese militari, Otto von Bismarck pronunciò un discorso di fondamentale importanza, passato alla storia con la denominazione di "Blut und Eisen" (Sangue e Ferro). In tale intervento, Bismarck affermò con estrema chiarezza che le «grandi questioni del nostro tempo»(21), ossia il processo di unificazione di tutti gli Stati tedeschi sotto un unico ente politico, non sarebbero state risolte mediante dibattiti parlamentari o attraverso gli strumenti della democrazia e del liberalismo, poiché questi risultavano troppo lenti e inefficaci. Al contrario, il cancelliere sostenne che tali obiettivi potevano essere raggiunti esclusivamente «col ferro e col sangue»(22), intendendo con ciò il ricorso alla forza e alla determinazione militare come mezzi indispensabili per la realizzazione dello Stato tedesco unificato. Questa posizione, che segnò un momento cruciale della politica prussiana e tedesca, rifletteva una visione realistica e pragmatica della politica, contrapposta alle aspirazioni liberali che avevano caratterizzato il contesto rivoluzionario del 1848-49, e anticipava la cosiddetta "Realpolitik" che «Il ministro del conflitto»(23) avrebbe messo in pratica nel decennio successivo per concretizzare l'unificazione tedesca.

La rivalità tra Prussia e Austria per la supremazia nel mondo tedesco costituiva uno degli elementi cardine del contesto politico dell'epoca. Bismarck era pienamente consapevole che l'Impero asburgico deteneva

un'egemonia consolidata all'interno della Confederazione germanica, e che la persistenza di tale influenza avrebbe irrimediabilmente ostacolato l'ascesa prussiana(24). Pertanto, l'obiettivo primario del cancelliere divenne l'estromissione definitiva dell'Austria dal sistema confederale. L'anno 1864 rappresentò la prima opportunità strategica per Bismarck di mettere in atto tale disegno. La crisi dinastica danese, relativa ai ducati di Schleswig e Holstein, offrì il pretesto per un'alleanza tattica austro-prussiana contro la Danimarca, che fu rapidamente sconfitta nella guerra dei Ducati. Un ritorno alla questione danese si verificò nel febbraio1865, quando Bismarck, facendo leva sul destino ancora incerto delle zone d'occupazione, propose di riconoscere al duca Federico di Augustenburg la sovranità su Schleswig-Holstein a condizione di un controllo militare prussiano; tale offerta venne respinta, con l'Austria che appoggiò invece le pretese di piena autorità del duca(25). Il 14 agosto 1865, la Convenzione di Gastein stabilì il destino dei territori: lo Schleswig passò alla Prussia, mentre l'Holstein all'Austria. Un elemento determinante nell'accentuazione delle tensioni fu la stipula dell'alleanza con il Regno d'Italia, formalizzata nell’aprile 1866 mediante un patto militare segreto tra il cancelliere prussiano e il governo italiano di Alfonso La Marmora. Tale intesa, concepita in chiave squisitamente antiasburgica, prometteva all'Italia l'annessione del Veneto in cambio del suo impegno bellico contro Vienna, costringendo così l'Impero asburgico a combattere su due fronti e accelerando l'isolamento diplomatico austriaco nel contesto confederale. L’Austria, non sopportando più le provocazioni prussiane, reagì e nella seconda metà di giugno dichiarò guerra. Il conflitto austro-prussiano del 1866 si risolse in una guerra-lampo, caratterizzata dalla straordinaria rapidità delle operazioni militari prussiane. Le truppe guidate dal generale Helmuth von Moltke occuparono con prontezza l’Hannover, l’Assia e la Sassonia. Il 3 luglio, presso Königgrätz (o Sadowa, in Boemia), si svolse la battaglia decisiva, in cui l'esercito austriaco fu travolto dalle forze prussiane. La vittoria prussiana segnò la fine dell'egemonia asburgica nella Confederazione germanica e Bismarck, appresa la notizia del trionfo, esclamò trionfante: «Li ho battuti tutti! Tutti!»(26), confermando così la riuscita del suo disegno strategico. Con la pace siglata a Praga, la vecchia Confederazione germanica venne dichiarata sciolta, sancendo così la nascita di un nuovo soggetto politico: la Confederazione della Germania del nord, presieduta dalla Prussia e dalla quale l'Austria restò esclusa. la nuova Confederazione costituiva così di fatto il primo nucleo della futura Germania unita.

Dopo il 1866 la questione dell'unità nazionale tedesca divenne l'argomento prevalente di tutta la politica bismarckiana. Tuttavia, a contrastare quest'ultima non intervennero solo i governi degli altri Stati tedeschi restati fuori dalla Confederazione, bensì soprattutto la posizione di Napoleone III, il quale non poteva permettere la costituzione di uno di uno Stato tedesco forte, in quanto ciò avrebbe rafforzato il prestigio prussiano nell’Europa centroccidentale. Bismarck, consapevole dell'ostilità francese verso il processo di unificazione tedesca meridionale, si preparò con meticolosa strategia la guerra contro la Francia, percepita come principale ostacolo all'egemonia prussiana in Europa. Sul piano diplomatico esterno, il cancelliere agì su due fronti: da un lato, assicurò la neutralità del Regno Unito attraverso astuti negoziati; dall'altro, alimentò il sentimento nazionalista e antifrancese negli Stati tedeschi, rinvigorito dalla crisi lussemburghese del 1867, che aveva visto un duro confronto tra Bismarck e Napoleone III per il controllo del Granducato. Il casus belli fu fornito dalla crisi dinastica spagnola scoppiata nel 1868. Bismarck propose al re Guglielmo I di avanzare la candidatura del principe Leopoldo di Hohenzollern al trono iberico, suscitando l'energica opposizione francese, timorosa di un accerchiamento strategico con un alleato prussiano in Spagna. Sebbene Leopoldo avesse ritirato la candidatura sotto pressione diplomatica, la scintilla del conflitto fu accesa dalla manipolazione del dispaccio di Ems: Bismarck alterò il telegramma inviatogli dal re, rendendolo più offensivo verso l'ambasciatore francese Benedetti, provocando l'ira di Napoleone III e la dichiarazione di guerra francese il 19 luglio 1870. La manipolazione fu una mossa strategica di grande importanza, in quanto la Prussia, agli occhi dell’opinione pubblica internazionale, sarebbe parsa non come l’aggressore, ma come la vittima. La guerra franco-prussiana – o guerra franco-tedesca per via della forte connotazione nazionale che ebbe fra i tedeschi – si concluse il 1° settembre 1870 presso Sedan con la vittoria prussiana e la capitolazione del Secondo Impero di Napoleone III. A vittoria conclusa, Bismarck avviò non solo le trattive di pace, che si conclusero con il pagamento da parte della Francia di un forte indennizzo e con la perdita dei territori dell’Alsazia e della Lorena che passarono alla Prussia, ma anche con gli Stati tedeschi meridionali, i quali entrarono a far parte della Confederazione. Il risultato di queste nuove annessioni fu la proclamazione (18 gennaio 1871) presso la sala degli specchi di Versailles del nuovo Impero tedesco: il secondo Reich. Come osservò lo storico tedesco Heinrich von Sybel, le aspirazioni all'unità nazionale, covate per oltre vent'anni come oggetto ambito da larghi ceti della società germanica(27), poterono finalmente realizzarsi. Bismarck seppe abilmente trasformare tale idea da generica aspirazione nazional-popolare in un concreto accordo dinastico tra i legittimi sovrani, imponendo – a differenza della politica cavouriana, improntata a un liberalismo costituzionale – un marcato carattere autoritario, militarista e illiberale.

In conclusione, lo studio comparativo tra Camillo Benso di Cavour e Otto von Bismarck rivela dunque due paradigmi distinti, entrambi forgiati dal pragmatismo ma divergenti nei metodi e nelle ideologie. Cavour, liberale e diplomatico, privilegiò la mediazione parlamentare, le alleanze internazionali e il consenso progressivo, trasformando il Piemonte in modello costituzionale per un'Italia unita dal basso, seppur incompleta territorialmente alla sua morte. Bismarck, invece, incarnò la Realpolitik autoritaria, imponendo l'unità tedesca mediante "ferro e sangue", estromettendo rivali come l'Austria e neutralizzando la Francia attraverso guerre calcolate, culminate nella proclamazione del Secondo Reich a Versailles.

Queste divergenze non solo rifletterono i contesti nazionali, ma determinarono eredità istituzionali opposte: un parlamentarismo italiano relativamente sviluppato contro un sistema tedesco imperniato sull'autorità kaiseriana e cancelleresca. Entrambi i leader, tuttavia, dimostrarono maestria nel cogliere il "possibile", bilanciando visione strategica e opportunità contingenti, come il Connubio per Cavour o il telegramma di Ems per Bismarck. Pertanto, tenere viva questa attenzione critica della loro “arte di saper far politica” è ciò che li rende ancora vivi e motivo di riflessione per quelle che sono le dinamiche politiche contemporanee, in quanto, seppur non palesemente, possiamo notare delle analogie tra liberalismo e autoritarismo nella storia europea contemporanea.

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NOTE

(1) G. SPADOLINI, Gli uomini che fecero l’Italia, Il Giornale, biblioteca storica 1993, p. 226.

(2) N. Bianchi, Lettere di Massimo a Emanuele d’Azeglio, in Bianchi, apr. 1851, p. 121.

(3) C. B. di Cavour, Autoritratto, lettere, diari, scritti e discorsi, 2°, A. Viarengo, Rizzoli-BUR, 2019, p. 631.

(4) D. Smith, Cavour: Il grande tessitore dell’Unità d’Italia, trad. da G. Rossi. Milano, Bompiani, 1985. p.91.

(5) D. Smith, Vittorio Emanuele II, Laterza, Roma-Bari 1972, p. 357-361.

(6) C. B. di Cavour, Autoritratto, lettere, diari, scritti e discorsi, 2°, A. Viarengo, Rizzoli-BUR, 2019.pp. 647–657.

(7) Ibidem.

(8) D. M. Smith, Il Risorgimento Italiano. Il Giornale, Biblioteca Storica, 1999, pp.332-333.

(9) D. Smith, Cavour: Il grande tessitore dell’Unità d’Italia, trad. da G. Rossi. Milano, Bompiani, 1985. p. 162.

(10) A. Lepre e C. Petraccone, La Storia: dalla metà del Seicento alla fine dell’Ottocento, Bologna, Zanichelli, 2012 p.350.

(11) D. M. Smith, Cavour e Garibaldi nel 1860. Torino: Giulio Einaudi Editore, 1954. p. 19.

(12) D. M. Smith, Cavour: Il grande tessitore dell’Unità d’Italia, trad. da G. Rossi, Milano, Bompiani, 1985, p.240.

(13) D. M. Smith, Il Risorgimento Italiano. Il Giornale, Biblioteca Storica, 1999 p. 483

(14) Ivi, p. 482.

(15) Camera dei deputati, Archivio storico. Il documento originale è consultabile al seguente link:
https://storia.camera.it/documenti/progetti-legge/18610227-2-s-m-re-vittorio-emanuele-ii-assume-se-e#nav. Url consultato il 23/11/2025.

(16) A. Capurso, cur., I discorsi che hanno cambiato l’Italia, da Garibaldi e Cavour a Berlusconi e Veltroni. Milano, Mondadori, 2008. pp. 29–32.

(17) R. Romeo, Vita di Cavour. Roma-Bari: Laterza Editori, 2011. p. 518.

(18) Ivi, p.525.

(19) Secondo Steinberg (2011), i successi diplomatici e politici conseguiti da Bismarck nel periodo compreso tra il 1862 e il 1871 rappresentano «the greatest diplomatic and political achievement by any leader in the last two centuries»

(20) A. Taylor, Bismarck, l’uomo e lo statista. Roma-Bari, Laterza, 1988, p. 44.

(21) F. Herre, Bismarck: il grande conservatore. Milano: Mondadori, 1994, p. 155.

(22) Ibidem.

(23) G. Rusconi, Cavour e Bismarck: due leader fra liberalismo e cesarismo. Il Mulino, 2011, p. 91.

(24) A. Taylor, Bismarck, l’uomo e lo statista, Roma-Bari, Laterza, 1988, pp. 72–73.

(25) Ivi, pp. 74-76.

(26) F. Herre, Bismarck: il grande conservatore. Milano, Mondadori, 1994, p. 203.

(27) J. P. Bled, Bismarck. Roma, Salerno Editrice, 2011, p. 223.