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Come cambia Torino nell’800. Prima parte.


di Irma Genova

Piazza Castello di Torino nell’Ottocento

Piazza Castello di Torino nell’Ottocento

Ho già parlato in un incontro precedente dei cambiamenti politici avvenuti nel Regno di Sardegna tra il 1800 e il 1848, quando si passò dalla Dominazione Francese, alla Restaurazione e poi alla Primavera de popoli.

Questa sera vorrei concentrarmi sui cambiamenti sociali, demografici e urbanistici, focalizzando l’attenzione sul capoluogo: Torino.

E per parlare dei cambiamenti ottocenteschi di Torino devo fare una seconda premessa.

Siccome non è possibile capire i cambiamenti, senza sapere cosa c’era prima, allora cercherò di descrivere in modo molto conciso l’urbanistica di Torino dei secoli precedenti.

Torino, per oltre 1600 anni, è stata una città molto piccola, chiusa nelle mura romane risalenti al 28 a. C. Il perimetro delle mura era di 3 Km scarsi. La superficie interna non raggiungeva il mezzo Kmq.

Plastico di Julia Augusta Taurinorum

Plastico di Julia Augusta Taurinorum

La popolazione oscillava tra i 5.000 e 7.000 abitanti.

Per tutto il medioevo la popolazione restò stabile attorno ai 1.100 fuochi, cioè nuclei familiari.

Nel Trecento Torino era ancora così piccola, che i Principi d’Acaia le preferirono Pinerolo come loro capitale.

Ma a partire dal 1418, quando i Savoia subentrarono agli Acaia, Torino a poco a poco divenne egemone sulle città concorrenti, come Pinerolo, Savigliano o Fossano, e anche sulle vicine Moncalieri e Chieri. Grazie anche alla sua posizione geografica, al centro del Piemonte e alla confluenza di più fiumi, Torino diventò la capitale naturale della regione.

Poi, nel corso del ‘500, la popolazione cominciò ad aumentare, anche se Torino risultava ancora più piccola di Vercelli o Mondovì.

Infine nel 1563 il duca Emanuele Filiberto, detto Testa di Ferro, trasferì la capitale del Ducato di Savoia da Chambery a Torino, e questo cambiò definitivamente le sorti della città. Il duca provvide subito a dotare la sua capitale di una solida fortezza, la Cittadella.

All’ inizio del Cinquecento gli abitanti erano circa 11.000, ma alla fine del secolo erano già saliti a 20.000. Tuttavia non era cambiata la dimensione della città, che era sempre chiusa nelle mura romane e risultava sovraffollata. Divenne prioritario ampliare lo spazio abitabile.

Fu quello che fecero i Savoia nel secolo successivo. Realizzarono tre ampliamenti urbani, abbattendo di volta in volta dei tratti delle mura romane, per sostituirli con altre mura e bastioni attorno ai nuovi isolati.

Ampliamenti della città di Torino

Ampliamenti della città di Torino

Nel 1620 si cominciò dalla zona Sud di Torino, con l’aggiunta di 32 isolati e con la creazione, nelle nuove mura, di una Nuova Porta, che ancora oggi dà il nome al quartiere di Porta Nuova.

Nel 1673 iniziò l’ampliamento verso Est, con la realizzazione di un nuovo borgo lungo la via che portava al Po.

Infine nel 1702 partì il terzo ampliamento verso Ovest, spostando le mura occidentali dall’attuale via della Consolata a Corso Valdocco.

Grazie a questi ingrandimenti urbani, in cent’anni la superficie della città si è quasi triplicata. La forma della nuova cinta muraria ricordava una mandorla, appuntita in fondo a via Po.

Nel corso del ‘700 non ci furono nuovi ampliamenti, quindi, a fine secolo, Torino era divisa in quattro aree: la Città vecchia (romana), la città Nuova a Sud, la Contrada di Po e quella di Porta Susina. Dentro le mura c’erano 144 isolati, ognuno contraddistinto dal nome di un santo. Ad esempio, l’isolato di Palazzo Cavour era quello di Sant’Agnese.

La mandorla, la forma di Torino nel Settecento.

La mandorla, la forma di Torino nel Settecento.

In rosso, la posizione del Quadrilatero romano, In nero e giallo, l’isolato e il palazzo dei marchesi di Cavour

La popolazione – a fine Settecento – aveva superato i 90.000 abitanti.

Anche se la città era cresciuta, a fine Settecento risultava comunque sovraffollata. Lo spazio si era triplicato, è vero, ma la popolazione si era quadruplicata.

L’ultimo decennio del Settecento, con la Rivoluzione francese, portò un notevole fermento in tutta Europa. Le idee libertarie dilagarono anche fuori dai confini della Francia, portando ovunque un vento di rinnovamento.

Nel 1792 la Savoia fu la prima ad essere occupata dall’esercito rivoluzionario francese e poi fu annessa alla Francia. Nel 1796 toccò al Piemonte.

L’Armata d’Italia, guidata dal giovane generale Bonaparte, dalla Liguria, con un’avanzata fulminea, sconfisse l’esercito piemontese e occupò il Sud della nostra regione. Il re Vittorio Amedeo III, per salvare Torino, chiese e firmò l’Armistizio di Cherasco, con cui cedeva alla Francia: Nizza e la Savoia.

Armistizio di Cherasco, 15 maggio 1796

Armistizio di Cherasco, 15 maggio 1796

Accettava anche l’occupazione militare della fascia meridionale del Piemonte, fascia che comprendeva importanti fortezze, come quelle di Cuneo, di Mondovì, di Ceva e di Alessandria. inoltre acconsentiva al transito dell’esercito francese, diretto verso la Pianura Padana. Vittorio Amedeo III morì tre mesi dopo Cherasco e gli successe il figlio Carlo Emanuele IV.

Per due anni il nuovo re subì continue umiliazioni dai francesi, finché alla fine del 1798 fu costretto a lasciare Torino, cedendo tutti i suoi territori. Tutti tranne la Sardegna, che a Bonaparte non interessava.

Quindi, per Torino e il Piemonte, il secolo terminava con uno sconvolgimento politico, che portò alla caduta della monarchia e alla nascita della Repubblica.

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1800-1814: Gli anni del regime francese

La Repubblica piemontese, nata nel 1798, ebbe vita breve, perché nel 1802 tutta la regione venne annessa alla Francia e Torino divenne il capoluogo dei dipartimenti francesi al di qua delle Alpi.

Pochi giorni dopo la vittoria di Marengo, nel giugno del 1800, Bonaparte emanò un decreto che prevedeva la demolizione di tutte le difese militari piemontesi: quindi fortezze e piazzeforti, ma anche la cinta muraria di Torino.

Lo smantellamento delle mura iniziò nel 1801 e proseguì per molti anni. Vennero livellati i fossati e abbattuti i bastioni e i contrafforti. Lo spianamento era ancora in corso al rientro dei Savoia nel 1814.

Rimasero in piedi, oltre alla Cittadella, i bastioni a nord che reggevano i giardini reali, e anche alcuni terrapieni a sud, vicino all’Ospedale San Giovanni.

Torino dopo lo smantellamento delle mura difensive

Torino dopo lo smantellamento delle mura difensive

Nello slancio di rinnovamento, i francesi hanno abbattuto anche la Torre Civica, che sorgeva a metà di via Dora Grossa, e che era il simbolo della città. Per la verità ormai era un edificio cadente, tant’è che i torinesi avevano già cominciato a costruire una nuova torre. Questo edificio, iniziato a fine Settecento, non è mai stato ultimato e oggi è ancora visibile in via Milano, angolo via Corte d’Appello (Palazzo Civico).

Vennero demolite anche le due ali laterali di Palazzo Madama, che dividevano a metà piazza Castello.

Palazzo Madama prima dell’abbattimento delle due ali laterali

Palazzo Madama prima dell’abbattimento delle due ali laterali

Anche se all’epoca tutti questi abbattimenti vennero vissuti dai torinesi come prepotenze degli invasori e come sfregio alla città, in realtà risultarono invece migliorie in vista di un abbellimento urbanistico. Senza le mura, Torino cessava di essere la città-fortezza di Casa Savoia, chiusa in sé stessa. Finiva un’era; si passava a quella contemporanea.

Intanto gli architetti francesi preparavano piani di ingrandimento della città, inserendo nuovi concetti urbanistici. L’intenzione era di aprire nuove strade, nuove piazze e ponti. Il piano venne approvato da Parigi nel 1808. Nei sei anni successivi, alcuni progetti vennero realizzati, altri restarono sulla carta.

Intanto presero il via le prime opere. Si cominciò dalla toponomastica. Vie e piazze cambiarono nome; piazza Castello divenne Place Imperial, piazza San Carlo divenne Place Napoleon… L’attuale Via Cavour, da Via Arcivescovado, diventò Rue de Jena.

Poi i francesi adottarono la numerazione civica, che a Torino non esisteva. Ad ogni abitazione venne assegnato un numero e i numeri, all’epoca erano consecutivi: andavano dall’1 al 1528. Ogni isolato, oltre al nome del santo, aveva più numeri civici consecutivi. Quindi, con la numerazione civica, era più semplice individuare il domicilio preciso di ogni cittadino.

Nel 1804 partì anche l’opera di rilevamento dei terreni, degli edifici e dei relativi proprietari, per compilare un Catasto Urbano e definire la base di calcolo dell’imposta fondiaria.

I piemontesi proprietari di case e terreni – sotto i Savoia – non avevano mai pagato l’imposta fondiaria. La campagna di misurazione di terreni e edifici riguardò tutto il Piemonte e continuò negli anni successivi. I francesi volevano calcolare la capacità contributiva dei dipartimenti d’Oltralpe.

La catastazione degli immobili proseguì poi anche dopo il rientro dei Savoia, i quali rigettarono molte norme dei francesi, ma apprezzarono il Catasto e la tassazione fondiaria.

Il Catasto moderno tuttavia risale al 1855, siglato da Cavour con una legge che consentì di completare con la massima accuratezza i rilevamenti in tutto il Regno sardo.

La legge sul Catasto del 1855 verrà poi applicato a tutto il Regno d’Italia.

Un altro progetto dei francesi, in campo urbanistico, fu il tracciamento di grandi viali attorno al perimetro della città; grandi viali al posto della cinta muraria.

Iniziarono a realizzare il primo tratto dell’attuale Corso Vittorio Emanuele II, dal Po all’attuale via Nizza. Piantarono i platani, che diedero il primo nome alla via: Viale dei Platani. Al rientro dei Savoia divenne Viale del Re.

Il progetto degli altri viali restò sulla carta e fu poi ripreso e realizzato dai Savoia.

E veniamo all’opera simbolo del regime francese: il ponte di pietra sul Po.

Ponte napoleonico sul Po, oggi Ponte Vittorio Emanuele I

Ponte napoleonico sul Po, oggi Ponte Vittorio Emanuele I

È il più antico ponte esistente in città. All’epoca della sua costruzione era l’unico ponte sul Po in Torino e non ne esistevano altri fino alla foce del Po, perché il Po diventa subito troppo largo. In quegli anni mancava ancora la tecnologia per costruire ponti solidi così lunghi. C’erano all’epoca ponti di barche e molti traghetti, non agibili durante le piene. Il ponte in pietra rappresentava perciò una struttura preziosa di collegamento tra la nuova Strada del Moncenisio e la penisola italiana. Era stato costruito dai francesi come collegamento tra Parigi e Roma.

Sostituiva un ponte quattrocentesco in muratura a 13 arcate, rabberciato con arcate provvisorie in legno.

Vecchio ponte sul Po, abbattuto nel 1810. Incisione di Giuseppe Pietro Bagetti

Vecchio ponte sul Po, abbattuto nel 1810. Incisione di Giuseppe Pietro Bagetti.

Nel 1810 il vecchio ponte venne abbattuto e il 22 novembre 1810 il governatore del Piemonte, il principe Camillo Borghese, presenziò alla posa della prima pietra, chiudendo nel basamento un cofanetto contenente monete e medaglie napoleoniche.

Il nuovo ponte in pietra, a 5 arcate, venne inaugurato il 13 ottobre 1813, sei mesi prima del ritorno dei Savoia. Oggi si presenta ancora come 200 anni fa. Da allora sono stati rifatti solo i parapetti e la pavimentazione. E regge benissimo il traffico intenso di oggi, anche se era stato progettato per cavalli e carrozze.

Sotto l’aspetto sociale e amministrativo il regime francese lasciò un segno profondo a Torino e in Piemonte. Il Codice Napoleonico del 1804 abrogava i privilegi nobiliari e dettava nuove norme per il diritto di famiglia (come l’abolizione della primogenitura), ma confermava la patria potestà e soprattutto il diritto alla proprietà privata, che veniva codificato come inviolabile.

Il Codice Napoleonico emanato nel 1804

Il Codice Napoleonico emanato nel 1804

In campo religioso sanciva la parità di diritti per tutti i cittadini, indipendentemente dal loro credo. Quindi gli ebrei piemontesi furono liberi di stabilirsi al di fuori del Ghetto.

L’editto di Saint-Cloud, dettava legge anche in materia di cimiteri e sepolture. Per motivi igienico-sanitari i cimiteri dovevano distare almeno 40 metri dall’abitato e la loro gestione passava dalla chiesa all’amministrazione comunale. Furono vietate le fosse comuni: ogni defunto aveva diritto ad una tomba individuale, per garantire dignità ad ogni cittadino, anche dopo la morte.

Per la verità a Torino già da una trentina d’anni era vietato seppellire i defunti nelle chiese o nei cimiteri in città. Nel 1777 il re Vittorio Amedeo III aveva fatto costruire due cimiteri esterni alle mura: quello di San Lazzaro, vicino al Po, e quello di San Pietro in Vincoli, vicino alla Dora. Erano già due cimiteri extraurbani, ma ancora con le fosse comuni per il popolo.

Vecchio cimitero di San Pietro in Vincoli, Torino, Borgo Dora

Vecchio cimitero di San Pietro in Vincoli, Torino, Borgo Dora

Anche in campo militare ci furono grosse novità.

L’esercito piemontese venne integrato in quello francese e fu introdotta la leva obbligatoria, con lo scopo di creare un esercito di massa per le campagne militari napoleoniche.

La leva obbligatoria fu molto malvista dai piemontesi. Il tasso di diserzione fu altissimo e i disertori andarono ad ingrossare le fila del brigantaggio.

Era previsto l’arruolamento di 4.000 reclute l’anno, sorteggiate tra i giovani dai 20 ai 25 anni. In 12 anni i piemontesi portarono 72.000 reclute all’esercito francese.

Nel settore dell’istruzione venne introdotta la scuola primaria pubblica, che comprendeva la scuola materna e quella elementare. Poi era prevista una scuola media (il Collége) e la scuola superiore (il Lycée). Ed infine l’università.

Tutto il sistema scolastico pubblico fu centralizzato sotto un’unica direzione.

Prospero Balbo fu nominato rettore generale e le sue competenze erano quasi ministeriali: riguardavano, oltre alle scuole, anche musei e biblioteche, e persino l’osservatorio astronomico, che all’epoca era sul tetto del palazzo dell’Accademia delle Scienze.

In generale, gli anni del regime francese portarono grandi trasformazioni, quasi tutte positive, ma le alte imposizioni fiscali impoverirono gravemente la popolazione.

Gli abitanti di Torino calarono drasticamente di numero. Inoltre toccarono con mano che la liberté, portata dai liberatori, era effimera.

Bastava un lamento o una parola nostalgica per finire in carcere o, peggio, per essere ghigliottinati. Piazza Carlina, trasformata in Place de la Liberté, divenne sede della ghigliottina. Dal 1802 al 1814 si contarono 423 esecuzioni: in pratica in media 3 al mese.

La ghigliottina a Torino fu posizionata in Piazza Carlina

La ghigliottina a Torino fu posizionata in Piazza Carlina

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1814 – 1831: gli anni della Restaurazione

Dopo la disastrosa Campagna di Russia del 1812 e la tragica sconfitta di Lipsia del 1813, Napoleone abdicò e andò in esilio all’Isola d’Elba. Era il 6 aprile 1814.

Pochi giorni dopo, il 20 maggio, Vittorio Emanuele I di Savoia rientrò in Piemonte. Nel suo viaggio da Genova a Torino – in mancanza di un esercito regio – fu scortato da duemila soldati austriaci.

Il corteo reale da Moncalieri giunse a Torino, costeggiando il Po, percorrendo la strada ai piedi della collina, l’attuale Corso Moncalieri.

Attraversando a cavallo il nuovissimo ponte napoleonico, Vittorio Emanuele I stentò a riconoscere la città.

1814, il rientro a Torino del re Vittorio Emanuele I

1814, il rientro a Torino del re Vittorio Emanuele I

Aveva davanti a sé una grande spianata alberata, che dal fiume portava alle prime case di Contrada Po. Sparita la cinta muraria, tutta la città era esposta alla vista, priva di protezioni.

Era un cambiamento scioccante, che tuttavia col tempo portò grandi vantaggi urbanistici alla città.

Nel periodo della dominazione francese la popolazione di Torino era scesa del 25%, sia per diffidenza verso il nuovo regime, sia per la mancanza di lavoro. Dai 90.000 del 1798 gli abitanti si erano ridotti a 65.000 nel 1814. Al rientro dei Savoia la popolazione tornò a salire e in poco tempo superò gli 84.000. All’immobilismo politico della restaurazione si opponeva quindi una mobilità frenetica della popolazione.

L’imponente crescita demografica era dovuta in gran parte alla migrazione dalle campagne verso la città. Nelle campagne le condizioni di vita erano durissime. I braccianti, che erano la maggior parte della popolazione, avevano lavori precari o stagionali e le loro paghe non bastava a sfamare la famiglia.

Lavoravano anche donne e bambini, ma le loro retribuzioni erano la metà di quelle maschili.

Le conseguenze erano: fame endemica, spossatezza, malattie, furti generalizzati … e soprattutto emigrazione verso i centri più grandi, in cerca di maggior fortuna.

Giunti in città, vivevano ai margini della società, in movimento perpetuo, come una colonia di formiche, nel tentativo di sbarcare il lunario con tutti i mezzi, leciti e non. Molti cambiavano abitazione ad ogni stagione, in base a lavori temporanei o in base alle circostanze. La maggioranza andava ad ingrossare l’area della mendicità. Si calcola che nel Regno Sardo all’epoca il 9% della popolazione fosse costituita da mendicanti.

Il progresso tecnologico non era ancora arrivato a Torino. In città c’era qualche opificio, come la fabbrica statale d’armi di Valdocco. C’erano soprattutto manifatture tessili, concerie, lavorazione di pietre e marmi … tutte concentrate nell’area dei canali, dalla Pellerina a Borgo Dora. Ancora negli anni Trenta i “lavoratori dipendenti” in Torino erano solo il 10% della popolazione. Arriveranno al 25% solo alla fine degli anni Cinquanta.

Negli anni della Restaurazione il sistema produttivo era ancora in gran parte imperniato sull’artigianato.

Di conseguenza i mestieri “salariati” più diffusi tra i torinesi erano: domestici e servitori, muratori stagionali, trasportatori, venditori ambulanti, ragazzi di bottega, garzoni, … Quasi tutta manodopera precaria e fluttuante. I salari, data l’enorme offerta di braccia, erano bassissimi. Anche in città chi lavorava stentava a sfamare la famiglia.

I popolani – analfabeti – hanno lasciato poche tracce storiche negli archivi cittadini. La loro vita quotidiana di sicuro era una continua lotta per l’esistenza, in una società che funzionava sul sistema repressione-beneficienza, cioè del bastone e della carota.

La repressione era il cardine su cui si reggeva la società dell’epoca.

Il Corpo dei Carabinieri Reali, nato nel 1814, doveva reprimere ogni forma di disturbo sociale: dai furti alle risse, dalle trame politiche agli atti sovversivi. Tuttavia l’attività preponderante era la lotta all’accattonaggio.

I mendicanti erano in gran parte dei disoccupati, che praticavano l’accattonaggio per sopravvivere. Ma finirono per essere così numerosi da rappresentare una minaccia per l’ordine pubblico. I mendicanti giovani venivano definiti “oziosi”, come se la loro condizione fosse dovuta alla pigrizia e non alla tragica mancanza di lavoro.

La soluzione al problema non veniva cercata nell’eliminare le cause della miseria, ma nella segregazione degli “oziosi”. Gli istituti di lavoro/reclusione erano già attivi nel Settecento. Basti pensare alle workhouses inglesi, quelle raccontate da Dickens, basate sul lavoro obbligato e sulla privazione della libertà.

In Piemonte il regime francese aveva introdotto l’assistenza statale, ma i Savoia l’abolirono subito, convinti che l’assistenza generasse l’ozio. Ozio che andava estirpato con il lavoro forzato.

Tornò in funzione l’”Ergastolo”, un tetro edificio che si trovava in fondo all’attuale via Madama Cristina.

Era un istituto per giovani oziosi e sfaccendati, che ospitava ragazzi dai 12 ai 20 anni. Giovani che non avevano commesso reati, ma erano disoccupati e senza dimora. Questi ragazzi lavoravano 10-12 ore al giorno nella manifattura interna, incatenati ai telai e – di notte – incatenati ai letti. L’Ergastolo restò in funzione fino al 1838, quando fu sostituito dalla Generala, l’attuale carcere minorile Ferranti Aporti.

Le ragazze e le ragazzine invece andavano ad ingrossare le file della prostituzione. Molte finivano nel Carcere delle Forzate, in via San Domenico. Così come finivano al carcere correzionale o alle Torri Palatine tutti i ladruncoli e gli scippatori.

Una società repressiva quindi, ma basata anche sulla beneficienza.

Infatti, in mancanza di assistenza pubblica, la beneficienza dei privati, delle confraternite e dei ricoveri di mendicità si faceva carico delle condizioni miserevoli della popolazione.

Fu meritevole l’attività di alcuni nobili, come i coniugi marchesi di Barolo, che si fecero carico di bambini, giovani e adulti poverissimi. Giulia di Barolo ottenne la gestione del Carcere delle Forzate e per anni seguì la sorte delle detenute.

La marchesa Giulia di Barolo in visita nel carcere femminile delle Forzate

La marchesa Giulia di Barolo in visita nel carcere femminile delle Forzate

Gli ospizi di carità assistevano i vecchi e i malati indigenti, e in genere coloro che non erano abili al lavoro ed erano senza fissa dimora. Anche gli ospizi operavano grazie alla beneficenza dei privati e all’attività delle confraternite religiose.

Tuttavia questo sistema assistenziale copriva le necessità di circa un quarto dei bisognosi. Tutti gli altri andavano a costituire gli agglomerati di miseria e criminalità caratteristici delle grandi città europee dell’epoca.

L’impoverimento della popolazione infatti non riguardava solo le nostre terre. Era un fenomeno comune a tutta Europa. In alcune nazioni era aggravato dallo sviluppo industriale, che creava ricchezza per pochissimi e miseria per tutti gli altri.

A Torino e in Piemonte l’impoverimento in genere era imputabile soprattutto alla stagnazione dell’economia, a causa della politica protezionistica imposta dai Savoia. In parte era anche dovuto al forte incremento demografico e a fattori climatici.

I primi decenni dell’800 furono ancora caratterizzati da inverni rigidi e gelate intense, tipiche della Piccola Era Glaciale, che dal 1300 si protrasse fino al 1850, con molte conseguenze negative per la produzione agricola.

In particolare il quinquennio 1815-1820 fu particolarmente difficile, a causa dell’eruzione del vulcano Tambora, in Indonesia, che nel 1815 ha immesso nell’atmosfera tonnellate di cenere, provocando anomalie climatiche in tutto l’emisfero nord.

Devastante eruzione del vulcano Tambora, Indonesia, 1815

Devastante eruzione del vulcano Tambora, Indonesia, 1815

Il 1816 è stato definito l’anno senza estate.

Le campagne furono devastate da piogge acide e inondazioni.

La carestia si diffuse aggravando la crisi economica dell’Europa, che era già impoverita dalle guerre napoleoniche. E la carestia spinse i poverissimi braccianti contadini a trasferirsi nelle città, alla ricerca di altre fonti di sostentamento.

Prima di passare ad altri aspetti della società torinese, voglio fare un esempio della giornata tipo di un cittadino dell’epoca.

Le giornate iniziavano prestissimo, anche in città.

A Torino i mercati si svolgevano dall’alba alle 8.00, in estate, e dall’alba alle 10.00, d’inverno. Il ghiaccio delle ghiacciaie comunali manteneva fresca la merce solo nelle prime ore del mattino.

Il calore incideva anche sugli orari dei funerali, che si svolgevano tra le 5.00 e le 6.30

Anche le messe si svolgevano presto: tra le 5.00 e le 6.00 del mattino. Lo stesso Carlo Alberto in seguito fisserà le udienze parlamentari alle 6.00

Di conseguenza le giornate finivano all’imbrunire e i torinesi, salvo rare eccezioni, si coricavano prestissimo.

Veniamo ora all’aspetto urbanistico.

Nei sette anni del suo regno dopo il rientro dalla Sardegna, la maggior preoccupazione di Vittorio Emanuele I fu l’eliminazione di ogni traccia della dominazione francese.

Tuttavia cancellare con un colpo di spugna 15 anni di storia si rivelò impossibile.

In alcuni casi le novità introdotte dai francesi tornarono utili anche ai Savoia.

Questo è il caso del catasto urbano, che fu mantenuto perché consentiva di definire le imposte fondiarie dei sudditi. Anche la numerazione civica risultò comoda per individuare con precisione il domicilio di ogni cittadino. La numerazione civica introdotta dai francesi restò in vigore fino al 1860; poi fu rimodernata con un nuovo sistema: ogni via i suoi numeri, crescenti dal centro verso la periferia, pari a destra, dispari a sinistra. Come oggi.

Adesso parliamo di opere pubbliche urbane.

Come abbiamo visto nella mia premessa, alla fine del Settecento, prima dell’abbattimento della cinta muraria, l’urbanistica di Torino era il risultato della stratificazione di vari periodi storici e poi degli ampliamenti attuati nei due secoli precedenti dai Savoia.

Tra il 1620 e il 1720 vennero attuati ben tre ampliamenti, triplicando la superficie della città e il perimetro delle mura, rispetto all’originario quadrilatero romano.

L’area urbana ricavata con gli ampliamenti fu lottizzata e destinata a nuove residenze.

La nobiltà approfittò di questa opportunità per costruire sontuosi palazzi e stabilirsi in città, vicino alla corte.

Il Settecento fu caratterizzato dal boom edilizio: ci fu un pullulare di nuovi edifici nobiliari.

Lo stesso Palazzo Cavour venne ultimato nel 1729.

Palazzo Cavour a Torino, architetto Gian Giacomo Plantery, 1729

Palazzo Cavour a Torino, architetto Gian Giacomo Plantery, 1729

L’attività edilizia del ‘700 è stata anche agevolata dall’assenza di conflitti. Il Piemonte infatti, dopo l’assedio francese del 1706, godette di una lunga tranquillità, fino all’arrivo delle truppe napoleoniche nel 1796.

E, come abbiamo visto, furono proprio i francesi a cambiare la storia urbanistica di Torino, abbattendo la cinta muraria.

Tutto quel terreno libero oltre il perimetro delle mura era un invito all’espansione della città.

Tuttavia la cinta delle mura, oltre alla funzione difensiva, serviva anche ai fini daziari, per tassare le merci in ingresso in città. Ora, senza il passaggio obbligato delle porte urbane, era difficile controllare e tassare ciò che entrava in Torino. Già gli ingegneri francesi avevano progettato un nuovo muro attorno all’abitato: una cinta daziaria. Vittorio Emanuele I fece sua l’idea e incaricò gli architetti di corte di realizzare la nuova cinta urbana. Tuttavia, vista la forte espansione edilizia di quegli anni, non fu facile definire il tracciato della cinta. Il perimetro fu modificato più volte e il progetto venne rinviato per decenni. Fu poi Cavour a realizzare la cinta daziaria nel 1853.

Intanto gli architetti e gli ingegneri sabaudi prepararono il nuovo piano regolatore, per indirizzare l’espansione edilizia col tracciamento di nuove strade e la lottizzazione dei terreni limitrofi.

Dapprima si provvide a realizzare grandi viali attorno all’abitato. In mancanza dei muri difensivi, saranno questi viali a segnare il perimetro della città. In realtà già nel ‘700 esistevano delle strade esterne alle mura, che fungevano da circonvallazione e servivano ad alleggerire il traffico cittadino di carri e carrozze. Un’ordinanza municipale vietava ai trasportatori di attraversare la città da porta a porta. Per portare le merci nelle varie piazze di mercato bisognava usare la circonvallazione ed entrare dalla porta più vicina.

Il sistema dei grandi viali attorno a Torino

Il sistema dei grandi viali attorno a Torino

Nell’800 i grandi viali furono tracciati seguendo il corso di quella circonvallazione e costituirono il confine dell’abitato. Il perimetro dei grandi viali oggi coincide con Corso Vittorio, Corso Inghilterra, Corso principe Eugenio, Corso Regina Margherita, Corso San Maurizio, i Lungopò Cadorna e Diaz e Corso Cairoli.

Il tracciamento dei grandi viali fu quindi una delle prime opere attuate dai Savoia. Tuttavia i palazzi lungo questi viali vennero costruiti nell’arco dei decenni successivi, man mano che la città si espandeva. Ad esempio, Corso San Maurizio vedrà sorgere i suoi palazzi negli anni Quaranta, con la nascita del quartiere Vanchiglia.

L’impostazione di grandi viali alberati verrà ripresa anche nelle espansioni dei decenni successivi (anche nel Novecento). La Torino odierna è frutto di questa politica urbanistica ed ha una rete di viali imponente, costituita da 320 km di strade alberate, come la distanza Torino-Lione.

Il prima ampliamento urbano ottocentesco fu il Borgo Nuovo, che sorse a nord del Viale del Re, estendendosi dal fiume all’area di Porta Nuova. La ricucitura col centro storico coincise col tracciato degli ex bastioni di sud-est, che correvano in diagonale dalla odierna piazza Carlo Felice all’Ospedale san Giovanni, proseguendo in piazza Cavour e in piazza Maria Teresa, fino al fondo di Via Po.

Il Borgo Nuovo, evidenziato in rosso, e l’Ospedale San Giovani, evidenziato in giallo

Il Borgo Nuovo, evidenziato in rosso, e l’Ospedale San Giovani, evidenziato in giallo

Il progetto del Borgo Nuovo porta la data del 1814, mentre la costruzione dei palazzi risale agli anni Venti e Trenta. Ne risultò un borgo con edifici signorili, destinati alla nobiltà e alla nascente borghesia.

Tra le opere abbozzate da Vittorio Emanuele I ci fu la progettazione di grandi piazze d’ingresso alla città, in corrispondenza delle preesistenti porte d’accesso delle mura.

Prima fra tutte le piazze, fu progettata quella del ritorno del re, in asse con Contrada Po e il ponte in pietra. Piazza che fu poi intitolata a Vittorio Emanuele I.

Piazza Vittorio Emanuele I, oggi Piazza Vittorio Veneto, Torino

Piazza Vittorio Emanuele I, oggi Piazza Vittorio Veneto, Torino

Nell’area tra Via Po e il fiume i francesi avevano realizzato una vasta spianata con alberi disposti a ventaglio. Vittorio Emanuele I trasformò lo spiazzo semicircolare in un rettangolo, in vista della congiunzione dei palazzi della piazza con quelli del costruendo Borgo Nuovo.

Già nel 1817 partì il cantiere della piazza. La realizzazione dei palazzi porticati perimetrali avvenne tra il 1821 e il 1825. Fu l’architetto Giuseppe Frizzi a costruire i palazzi di Piazza Vittorio, riprendendo lo stile dei palazzi di Via Po. L’architetto Frizzi, con grande maestria, seppe mascherare il dislivello di 7 metri tra l’inizio della piazza e il fiume, costruendo portici sempre più alti avvicinandosi al Po.

Le altre piazze furono poi realizzate dai sovrani successivi.

Contemporaneamente a Piazza Vittorio si stava lavorando al di là del fiume alla costruzione della chiesa della Gran Madre di Dio, iniziata nel 1818 e inaugurata il 20 maggio 1831.

Un’altra opera grandiosa coinvolgeva quest’area della città: la costruzione del Canale Michelotti, per portare acqua ai mulini di Madonna del Pilone.

Canale Michelotti, Torino

Canale Michelotti, Torino

Quei mulini in origine, e per secoli, furono delle strutture galleggianti sul Po, ancorati alla riva destra da grosse catene, da cui il nome Mulini delle catene. Siccome venivano danneggiati spesso dalla furia delle piene, nel 1775 vennero ricostruiti sulla terraferma, ricavando una breve diramazione del fiume. Ma la diramazione tendeva a insabbiarsi e i mulini rendevano poco. Si pensò di realizzare un vero e proprio canale derivante dal Po, ma la portata d’acqua era troppo forte e, all’epoca, ne impedì la realizzazione.

Nel 1814, stante la pessima situazione economica, Vittorio Emanuele I dedicò molta attenzione alla questione, perché l’attività molitoria, come tutte quelle legate alle acque, era demaniale e rappresentava una ricchezza notevole per la città.

Nel 1816 l’ingegnere Ignazio Michelotti trovò la soluzione per frenare la forte corrente del fiume.

Fece costruire, a valle del ponte napoleonico, uno sbarramento per rallentare la portata dell’acqua e convogliarla verso una chiusa posta a destra, per alimentare il canale.

Traversa Michelotti sul Po a Torino

Traversa Michelotti sul Po a Torino

Il Canale Michelotti funzionò per molti decenni, finché i mulini ad acqua restarono in attività. Fu dismesso e interrato nel 1936. Invece la traversa Michelotti esiste tutt’ora.

Sempre nei primi anni della Restaurazione si trovò una nuova collocazione per la Piazza d’Armi. Sotto il regime francese la spianata in fondo a via Po veniva usata come Campo di Marte, ma ora, con la costruzione della nuova piazza Vittorio, era necessario destinare una nuova area alle esercitazioni e alle adunate militari.

Piazza d’Armi San Secondo, Torino

Piazza d’Armi San Secondo, Torino

Fu scelto un grande spiazzo periferico, a sud della città, in una zona detta di San Secondo.

Partiva dall’odierna piazza Carlo Felice, e arrivava fino alla Cittadella. Si estendeva dall’Arsenale, nell’attuale Corso Matteotti, fino a via dell’Assietta, cioè quasi fino all’odierno Corso Stati Uniti.

L’area San Secondo funzionò come piazza d’armi fino a metà Ottocento. Poi, sulla spinta dell’espansione urbanistica, fu trasferita un po’ più a sud, alla Crocetta, dove oggi c’è il politecnico.

Il re Carlo Felice, succeduto al fratello nel 1821, diede subito un forte impulso all’ampliamento della rete stradale del regno, per migliorare i collegamenti tra le città e facilitare gli scambi commerciali.

Ricordiamo la statale che collega Cagliari a Porto Torres, strada che porta il suo nome. E anche la statale Genova-La Spezia e la Genova- Nizza. A Nizza fece restaurare il porto. A Geova fece erigere il teatro lirico, a lui intitolato. Fece anche costruire alcuni ponti: uno fu il ponte di Boffalora sul Ticino.

Strada litoranea Genova-Nizza

Strada litoranea Genova-Nizza

Carlo Felice non risiedeva volentieri a Torin. Preferiva soggiornare nei Castelli di Govone e di Agliè, oppure a Nizza o a Genova. Tuttavia diede un notevole contributo all’abbellimento e all’espansione di Torino.

Seguendo le orme del fratello, si dedicò alla realizzazione delle grandi piazze d’ingresso alla città.

A sud, nell’area dove un tempo sorgeva la Porta Nuova delle mura, cominciò a delineare una piazza allo sbocco del Viale del Re da est e della Via Nuova da nord, cioè Via Roma attuale. L’area prese il nome di Largo del Re e in seguito Piazza Carlo Felice. Ovviamente all’epoca non c’erano né la ferrovia, né la stazione. Ma lo slargo era uno snodo viario molto trafficato: vi giungeva la strada da Moncalieri (Via Nizza) e quelle da Stupinigi e da Pinerolo.

Largo del Re, oggi Piazza Carlo Felice, 1822

Largo del Re, oggi Piazza Carlo Felice, 1822

Nel 1822 Carlo Felice fece erigere i due isolati d’angolo tra la piazza e la via Roma. Gli edifici, in stile neoclassico, sono disposti in obliquo e danno alla piazza una forma semiottagonale.

Gli altri palazzi sui due lati vennero costruiti trent’anni dopo, negli anni Cinquanta. Il giardino centrale è del 1861 e la stazione è stata costruita tra il 1861 e il 1868.

La terza grande piazza di Torino è quella che dà accesso alla città da Nord: Piazza della Repubblica, che in origine era Piazza Emanuele Filiberto. Carlo Felice la fece progettare a cavallo del viale tracciato dal fratello pochi anni prima, che oggi è Corso Regina Margherita.

Piazza Emanuele Filiberto, oggi Piazza della Repubblica

Piazza Emanuele Filiberto, oggi Piazza della Repubblica

Vennero anche costruiti gli edifici e le maniche allo sbocco dell’attuale Via Milano, dove furono collocate le macellerie e le ghiacciaie, che servivano il mercato delle Erbe, davanti al municipio. La piazza divenne poi sede di mercato nel 1835, quando a Torino giunse il colera e, per evitare assembramenti, il mercato della piccola Piazza delle Erbe venne trasferito in quest’area molto più grande.

La stessa Via Milano proseguì oltre la piazza, nell’attuale Corso Giulio Cesare, scavalcando la Dora con un moderno ponte in pietra: il Ponte Mosca, inaugurato nel 1830.

Ponte Mosca, Torino

Ponte Mosca, Torino

L’architetto Carlo Mosca costruì un ponte avveniristico, per l’epoca. Era in pietra, come quello napoleonico, ma aveva una sola elegante campata, lunga 28 metri. All’epoca molti esprimevano dubbi sulla sua solidità, ma il ponte è ancora oggi in perfette condizioni, nonostante il traffico intenso di Corso Giulio Cesare.

Il nuovo ponte e la nuova piazza divennero il raccordo tra la città e il borgo del Balon, che era il nucleo proto industriale di Torino, in prossimità della Dora e dei suoi canali, fonte di forza motrice.

Va ancora ricordato che Carlo Felice abbellì il centro città facendo lastricare i portici di Piazza Castello con pietre di Luserna e completando le volte per renderle uniformi.

Negli anni Trenta Torino aveva portici in Piazza San Carlo, in piazza Castello, in Via Po e di recente anche in piazza Vittorio. Via Pietro Micca non c’era ancora: risale a fine Ottocento. E la Via Nuova, cioè Via Roma, all’epoca non aveva ancora i portici.

Un’altra opera per rimodernare la città riguardava la canalizzazione sotterranea delle doire, cioè dei ruscelli che correvano al centro di alcune vie, come Via Garibaldi, detta appunto Via Dora Grossa. Le doire esistevano fin dal ‘500. Derivavano l’acqua dalla Dora, attraverso un ramo del Canale della Pellerina e, in città, correvano nelle strade del centro, quelle perpendicolari al Po, nel quale confluivano per la naturale pendenza del terreno.

Il sistema delle Doire nelle vie centrali di Torino

Il sistema delle Doire nelle vie centrali di Torino

Servivano a irrigare gli orti cittadini, a sgombrare la neve e spegnere gli incendi. Servivano soprattutto a pulire le strade e le piazze, liberandole da rifiuti e immondizia. Funzionavano come fognature a cielo aperto. Tra il 1823 e il 1830 Carlo Felice fece sostituire le doire con condotti sotterranei, tuttora esistenti, per raccogliere l’acqua piovana e gli scarichi delle case che si affacciavano sulle vie.

Solo a fine Ottocento Torino si doterà di una vera rete fognaria sotterranea.

Durante il regno di Carlo Felice la popolazione di Torino continuò ad aumentare velocemente, passando dai 90.000 del 1821 ai 121.000 del 1831.

Aumentando i vivi, aumentano anche i morti.

I due piccoli cimiteri di San Lazzaro e di San Pietro in Vincoli, risalenti al 1779, erano ormai insufficienti per le esigenze della città. Inoltre essi erano ormai stati inglobati nell’abitato: uno nel Borgo Nuovo e l’altro in Borgo Dora.

Per di più l’editto napoleonico del 1804 sulle sepolture, aveva abolito le fosse comuni e i Savoia avevano mantenuto questa regola: a ogni defunto la sua tomba. Ma nei due piccoli cimiteri lo spazio scarseggiava.

Serviva perciò un nuovo cimitero, più spazioso, e più lontano dall’abitato.

Per il nuovo cimitero venne scelta l’area alla confluenza della Dora nel Po, in Regio Parco, che all’epoca era molto lontano dall’abitato.

Cimitero di Regio Parco a Torino

Cimitero di Regio Parco a Torino

L’acquisto del terreno e la costruzione del camposanto vennero finanziati quasi per intero dal marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo, che all’epoca era sindaco di Torino.

Il cimitero monumentale verrà ampliato più volte nel corso dei decenni successivi. Dai 120.000 mq iniziali, oggi misura 600.000 mq.

Bisogna ancora ricordare un contributo di Carlo Felice alla città di Torino, un contributo non attinente all’urbanistica, ma alla cultura. Nel 1824 il re acquistò la collezione di reperti egizi di Bernardin Drovetti e fece allestire il Museo Egizio, che ancora oggi dà lustro alla città.

Il Museo Egizio di Torino, inaugurato nel 1824

Il Museo Egizio di Torino, inaugurato nel 1824

Carlo Felice morì nel 1831. Dal ritorno dei Savoia erano passati poco più di 15 anni e la città aveva già cambiato volto. Di sicuro era ancora molto austera, per il clima ultraconservatore che si respirava a corte, ma era bella da vedere, aperta e ariosa, apprezzata dai turisti di allora.

Con Carlo Felice finiva la dinastia dei Savoia e finiva un’epoca storica. Il suo successore, il nipote Carlo Alberto dei Savoia Carignano, saprà trasformare Torino nella città culla del Risorgimento.

Bibliografia e sitografia

Dalla restaurazione all’unità d’Italia, Umberto Levra, tratto dalla Rivista Museo Torino giugno 2011, pag 6

Urbanistica e architettura: la “forma” della città, di Sergio Pace, tratto dalla Rivista Museo Torino giugno 2011, pag 14

Muoversi tra le strade della capitale, di Silvia Cavicchioli, tratto dalla Rivista Museo Torino giugno 2011, pag 19

Le guide turistiche della città, di Rosanna Roccia, tratto dalla Rivista Museo Torino giugno 2011, pag 42

L’altro volto della Torino risorgimentale, 1814-1848, di Umberto Levra, Torino, 1988

Torino descritta, di Pietro Baricco, Paravia, 1869

Il Piemonte alle soglie del 1848, a cura di Umberto Levra, Torino, 1999

Una città di immigrati nell’antico regime: demografia e inurbamento a Torino nei secoli XVIII e XIX, tratto da Archivio Storico dell’Emigrazione Italiana, www.asei.eu/2007/02

Disarmo, demolizione, e ricostruzione della città a nord della contrada di Po, di Michela Righetti, Tesi di Laurea, Politecnico di Torino

Il lungo Risorgimento, Gilles Pécout, Mondadori. 2011

La grande guida delle strade di Torino, Renzo Rossotti, Newton & Compton editori, 2003

Torino e i Torinesi, Alberto Viriglio, Edilibri editori, Torino

La rivista Torino Storia,

www.museotorino.it

www.wikipedia.it

www.atlanteditorino.it

www.canaliditorino.it

Santena, 22 ottobre 2025