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La figura di Cavour e il liberalismo nel pensiero dottrinario di Enrico Corradini


di Matteo Boniello

Per sviluppare l’argomento posto in oggetto di trattazione, si intende prima fornire una breve descrizione degli sviluppi del movimento nazionalista italiano e un breve profilo di colui che fu la figura più rappresentativa, in termini organizzativi e dottrinari, fra i suoi fondatori: Enrico Corradini.

Il rapporto fra liberalismo e nazionalismo italiano è sicuramente complesso e non è possibile poter approfondire al momento tale tematica per ragioni legate allo spazio presente questa sera. Ai fini dell’inquadramento della questione da noi qui toccata, è certamente utile affermare che il nazionalismo italiano di fine Ottocento nacque e venne alla luce essenzialmente, e sostanzialmente, dall’interno del mondo liberale, le cui personalità e figure, pur nelle loro diversità e divergenze (al punto che un importante storico italiano come Gioacchino Volpe giunse a definirlo “il vario nazionalismo italiano”), ritenevano comunque e in ogni caso la classe liberale e il sistema politico liberale che reggeva la monarchia sabauda incapaci di rispondere alle sfide che il nuovo secolo presentava, con l’espansione dell’ideologia marxista e delle nuove correnti politiche democratiche, che tentavano una configurazione certamente nuova e differente dei rapporti internazionali. Un rapporto di amore e odio con il liberalismo che caratterizzerà anche l’elaborazione culturale e dottrinaria di Enrico Corradini.

Per ragioni di tempo non è possibile poter svolgere qui un’analisi più o meno dettagliata del movimento nazionalista e le sue correnti interne, con le diverse frange favorevoli e contrarie a progetti imperialistici e quelle favorevoli e contrarie alle istanze irredentistiche, a completamento dello Stato nazionale sorto nel 1861, piuttosto che l’influenza che il positivismo di fine Ottocento ebbe nei confronti del movimento politico preso in esame.

Ci limitiamo, però, a dare qualche nozione di inquadramento. Nato come movimento culturale alla fine dell’Ottocento, precisamente con la nascita della rivista “Il Marzocco” il 2 febbraio 1896, un mese prima della sconfitta di Adua, si costituì successivamente come movimento politico nel 1910, con la nascita dell’Associazione Nazionalista Italiana ed ebbe un ruolo niente affatto marginale in occasione dei due interventismi. Quello del 1911, contro l’Impero Ottomano e quello del 1914-1915, con lo scoppio della cosiddetta Grande Guerra. Con gli sviluppi storiografici nel corso del Novecento, si è quindi approfondita la base concettuale da cui nacque il nazionalismo, con l’analisi della destra liberal-Conservatrice di fine Ottocento, le venature autoritarie dei seguaci di Sidney Sonnino e di figure come quella del napoletano Pasquale Turiello. Centrale, in ogni caso, nell’unità del movimento nazionalista era l’idea di nazione, e, in particolare, il superamento e l’allargamento del concetto di nazione del liberalismo italiano, con la concezione fondamentale dell’inserimento delle masse all’interno della vita attiva nazionale. Concezione, appunto, che sarà propria anche di una delle figure più importanti del pensiero filosofico del Novecento italiano, come Giovanni Gentile.

Pertanto, arriveremo ad affrontare, per lo spazio a disposizione, il tema di questa sera che consiste appunto nella visione del liberalismo storico italiano (toccando anche la figura del conte Camillo Benso di Cavour) da parte di Enrico Corradini. Corradini nacque il 20 luglio 1865 a Samminiatello di Montelupo Fiorentino e dal 1897 fu direttore della rivista “Il Marzocco”, che avevamo, infatti, citato in precedenza, e fu fondatore dell’ulteriore rivista nazionalista “Il Regno” nel 1903 e dell’”Idea Nazionale” nel 1911, oltreché collaboratore del “Corriere della Sera” fra il 1908 e il 1912, sotto la direzione del liberal-conservatore Luigi Albertini. L’intellettuale toscano fu, poi, fra i fautori dell’avvicinamento del nazionalismo italiano verso il fascismo, che troverà la sua effettiva concretizzazione con l’inserimento dell’ANI nei ranghi del Partito Nazionale Fascista nel 1923. Corradini, infine, fu membro del Gran Consiglio del Fascismo dal 1925 al 1929 e morì a Roma il 10 dicembre 1931, non rompendo mai con il nascente regime, ma esprimendo in alcune lettere private un certo dissenso per una deriva definita “Bonapartista”, nei confronti del cesarismo mussoliniano.

Corradini, comunque, occupa una posizione di rilievo nella storia del pensiero del Novecento anche come intellettuale di formazione letteraria, che sosteneva che il superamento della “questione sociale” dovesse avvenire soltanto nell’ambito della conquista dell’idea di nazione da parte del proletariato. I suoi romanzi “La patria lontana” e “La guerra lontana” testimoniano l’intuizione corradiniana fondata sul superamento della lotta di classe in una più vasta articolazione sociale e culturale: la comunità organica e sociale.

Dall’idea di disfacimento del tessuto nazionale italiano, prese corpo in Corradini l’idea che i partiti politici presenti nell’arco parlamentare stessero esasperando l’antagonismo e la divisione tra gli italiani. Relativamente al rapporto con il socialismo, Corradini lamentava che questo non sarebbe mai riuscito nell’intento di promuovere l’emancipazione delle classi meno abbienti perché, quanto meno a livello programmatico, le proiettava contro una parte della nazione alla quale avrebbero dovuto sottrarre ricchezza e potere, quando era invece necessario puntare su un rafforzamento e un compattamento della comunità sociale, nell’ottica di una maggiore produzione nazionale. L’ostilità al socialismo di Corradini lo portava a considerare la lotta al proletariato per l’emancipazione proiettata su uno scenario tutto nuovo che non mancò di destare un vivo interesse fra gli osservatori politici del proprio tempo. Corradini, infatti, non era un paladino delle classi dominanti, per quanto da fondatore dell’ANI sfruttò i finanziamenti di imprenditori legati all’industria pesante, e riteneva il proletariato una delle componenti essenziali della vita e del progresso della nazione, per cui si convinse che soltanto chiudendo la lotta delle classi disagiate negli argini dell’economia nazionale essa avrebbe potuto avere un senso.

Da questa avversione, nasce, paradossalmente, l’avvicinamento di Enrico Corradini al sindacalismo. Quello che possiamo definire come il primo atto di simpatia del fondatore del nazionalismo nei confronti del sindacalismo fu manifestato in occasione di un discorso pronunciato a Trieste nel dicembre 1909. Corradini, infatti, sottolineò proprio le analogie d’intenti fra i due movimenti: “Il sindacalismo sta tutto quanto in queste tre cose: unione dei sindacati, o corporazioni di mestiere, azione diretta, sciopero generale. Le corporazioni di mestiere sono l’esercito combattente, l’azione diretta è la maniera di combattere, lo sciopero generale è la gran battaglia finale alla cui preparazione vittoriosa deve essere diretto tutto lo sforzo della guerra. Il nemico, come voi sapete, è il presente regime capitalista. Dopo la vittoria dello sciopero generale, la società nuova: il Dio Lavoro ha preso possesso del mondo, cacciandone il Dio Capitale, le classi sono state abolite, una sola ne resta in tutto il mondo, quella dei lavoratori: tutti gli uomini sono lavoratori.

E quando il sindacalismo dice lavoratori: lo dice in un senso più esclusivo del socialismo, perché il sindacalismo è una riforma del socialismo marxista ed è, come tutte le riforme, una regola più stretta.”

L’intellettuale toscano non mancava, ad ogni modo, di sottolineare il carattere aristocratico del sindacalismo e, per questo, i punti di contatto con l’antiparlamentarismo che animava i nazionalisti. Per quanto Corradini non condividesse sino in fondo l’anticapitalismo che il sindacalismo prometteva, per quanto ne prevedesse una profonda riforma dall’interno, egli lo considerava comunque una scuola di solidarietà come all’epoca non ce n’erano altre in Italia. Inoltre, per la forte “volontà di potenza” che il sindacalismo esprimeva, Corradini non poteva non considerarlo come una sorta di via all’imperialismo: “Tutti gli imperialismi sono stati sempre, o negli scrittori dottrina, o nei popoli volontà di conquista e dominio. Così essendo, già non vi si presenta lo stesso sindacalismo come una forma di imperialismo? Non potreste definirlo l’ultimo imperialismo della storia, il più grandioso imperialismo di classe, l’imperialismo operaio?”.

Sindacalismo, nazionalismo e imperialismo rappresentavano per Corradini “un rinascimento dei valori della vita collettiva”. Le tre dottrine, infatti, gli apparivano “come una riaffermazione del prolungamento della vita individuale nella vita di società umane, più o meno grandi sulla Terra: nella vita della classe, della nazione, dell’Impero. Torna la religione dell’uomo collettivo. La Rivoluzione francese, proclamando il dogma dell’uguaglianza degli uomini, ultimo fior del Cristianesimo, distrusse, senza saperlo e senza volerlo, la stessa ragion d’essere della vita collettiva che è la diversità degli individui. Invece oggi il sindacalismo proclama la disuguaglianza delle classi e la superiorità d’una su tutte, e l’imperialismo fa lo stesso per le nazioni, e il nazionalismo tende a far una nazione diseguale alle altre in superiorità. E perciò il sindacalismo, il nazionalismo, l’imperialismo sono tre scuole di solidarietà per uguali dinanzi al termine loro antitetico: i diseguali”.

Con tali premesse, nazionalismo e sindacalismo per Corradini non potevano marciare divisi e men che meno in contrasto nell’edificazione di un ordine nuovo. Naturalmente, lo scrittore e politico apportò delle modifiche al suo originale antisocialismo e, pur senza tradirlo, cominciò a osservarlo con maggior freddezza, al fine di non irritare la componente sindacalista rimasta ancora legata al partito socialista.

La posizione nei confronti del socialismo italiano da parte dell’intellettuale toscano è ben testimoniata da una lettera che Corradini scrisse a Mario Viana, fondatore a Torino del primo gruppo nazionalista italiano e direttore del settimanale “Il Tricolore” il 7 luglio 1909: “Io sono antisocialista ora come quando nacqui all’uso della ragione e più se fosse possibile. Né ora voglio puttaneggiare, scusi il termine, coi socialisti. Soltanto, voglio persuadervi a combatterli meno, perocché ora valgono meno. Cinque anni fa facevamo della dottrina acerrima contro un partito in forze; ora noi facciamo della politica, cioè qualcosa di più opportunistico per se stesso, e già quel partito è stremato. Noi dobbiamo ora costruire il nostro edifizio, incuriosi di perder tempo a demolire l’altrui che già crolla […]. Vorrei che lo statuto contenesse un esplicito articolo in cui il gruppo nazionalista dichiarasse come pronto ad agire come arbitro in tutte le lotte fra capitale e lavoro […]. Si tratta di liberare il mondo operaio dalla tirannide demagogica, democratica (anzi oclocratica) e socialista, per poi, dopo liberatolo, averlo alleato nella grande impresa della nazione imperialista […]. Le segnalo un libro francese uscito ora, “La monarchie et la classe ouvriere”, in cui si sostiene, anzi, s’intravede, la necessaria unione fra i sindacati, antidemocratici, antiparlamentari e la monarchia”.

Nella concezione corradiniana i sindacati erano compresi come i motori, infatti, della nuova potenza italiana, cui l’Italia liberale veniva giudicata incapace di fornire forma. I sindacati venivano concepiti come un elemento fondamentale della nuova Italia, capitalistica sì, anche se di un capitalismo profondamente riformato, subordinato all’interesse nazionale.

Per Corradini i lavoratori costituivano l’anima della nazione. A differenza della borghesia, interessata soltanto alla difesa dei propri interessi, la classe operaia, nella più vasta accezione, si riconosceva nella Patria comune, per quanti sforzi facessero “le forze della divisione e dell’eversione” per cancellare il sentimento che la teneva intimamente unita a una storia, a una cultura, a una passione avvertite quasi inconsciamente.

Procediamo ora con la lettura di un’orazione di Corradini tenutasi nelle piazze di Venezia, Genova, Torino e Napoli del dicembre 1913. Per quanto riguarda la nostra trattazione, ho ritenuto importante fare riferimento a questo discorso tenuto da Enrico Corradini, in cui emerge in una maniera sufficientemente esplicativa la concezione del liberalismo che possedeva il fondatore del nazionalismo italiano. Per Corradini, infatti, il liberalismo era concepito come pessimo combattente contro il socialismo, senza coraggio e senza intelligenza. L’idea era che il liberalismo italiano sarebbe dovuto andare oltre la difesa della borghesia, in quanto il socialismo italiano colpiva la nazione stessa. Procediamo ora con la lettura: “Ma i liberali dichiarano sempre, e prima, e subito dopo le elezioni, che bisogna riorganizzare il loro partito, e nulla di più, non pensano a nulla di più intimo. Quando le elezioni vanno male, i liberali, i monarchici, quelli del cosiddetto partito dell’ordine, insomma, concludono sempre le loro lamentele con la solita accusa contro il corpo elettorale, il loro corpo elettorale, che ha disertatole urne per indolenza, mentre gli elettori dei socialisti sono accorsi alle urne compatti. Non sospettano, i liberali, i monarchici e simili, che la causa dell’indolenza dei loro elettori, hanno dimenticato il motto latino: spiritus intus alit, e la sua spiegazione italiana che è questa: c’è dentro un’anima, o si muore.

Non è mio proposito far qui il compiuto quadro che il liberalismo sta dando di sé, è mio proposito ricercare piuttosto le cause di ciò. Perché il liberalismo è venuto in questa presente decadenza?

Perché, rispondo subito, fu un pessimo combattente contro il socialismo. Un combattente, mi si permetta la sincerità che sola e utile, senza coraggio e senza intelligenza. Questa è la verità nuda e cruda. Sorto il Partito Socialista, i liberali, se volevano, continuare a essere della vita nazionale i conduttori validi, avrebbero dovuto veder subito in quello il loro nemico, non un disturbatore da tenere a bada, ma il loro nemico antagonista da combattere acerrimamente e senza quartiere.

Anzitutto, voi mi domandate, perché il Partito Socialista si presentava a dichiarare la guerra alla borghesia, in nome del proletariato? E perché no? Perché il liberalismo non avrebbe dovuto ricordarsi di essere uscito dalla borghesia, di essere una concezione, una creazione, uno stato storico e politico della borghesia, sin dal primo salire di questa al potere, sino, cioè, dalla Rivoluzione Francese? E, per conseguenza, perché non avrebbe dovuto essere della borghesia il difensore? Era il socialismo secondo le condizioni storiche che gli avevano dato materia e dinamica, era, o no, una forza nuova che tentava di espropriare economicamente e di spossessare economicamente la borghesia? E dunque, o signori, perché non avrebbe dovuto venire a porglisi di fronte un’altra forza combattente per la proprietà borghese e per la supremazia borghese? Ma una forza energica, vogliamo dire, ferma, coraggiosa e intelligente, compresa nel suo diritto da mantenere, come il nemico era compreso del suo diritto da conquistare? Questo, però, della difesa borghese, avrebbe dovuto essere soltanto il programma minimo dei liberali, e ben altro avrebbe dovuto essere il loro maggior programma[1]. Il liberalismo avrebbe dovuto procedere ben oltre la difesa borghese. Avrebbe dovuto procedere a mettersi, con più coraggio, e intelligenza ancora, a mettersi di fronte al socialismo, non in quanto il socialismo colpiva la borghesia, ma in quanto per colpire la borghesia colpiva la nazione[2]. Allora, sì, il liberalismo italiano avrebbe preso la sua grande posizione storica. Ma per far questo il liberalismo avrebbe dovuto avere la coscienza piena ed energica, ferma, coraggiosa e intelligente, di una cosa che non era piccola: dell’unione organica esistente fra borghesia e nazione, unione di organo a corpo, e di organo con funzione direttiva. E avrebbe dovuto avere coscienza risoluta a qualunque azione pur di provare a luce meridiana che era esso l’agente politico, il partito, di quella classe direttiva. E allora, mentre ricongiungeva l’organo al corpo, la borghesia alla nazione, gli interessi parziali della borghesia all’interesse totale della nazione, mentre, cioè, subordinava quelli a questo, come si fa della parte col tutto, il liberalismo sarebbe venuto a concepire in se medesimo un’anima nazionale nuova che gli avrebbe dato forza a prendere quella che abbiamo chiamato la sua grande posizione storica, di fronte alle due posizioni del Partito Socialista ostili alla nazione e che erano, all’interno della lotta di classe, e per il di fuori l’internazionalismo di classe.

Invece, di contro alla lotta di classe che fece il Partito Liberale[3], il governo liberale, lo Stato liberale? Si esaurirono tutti quanti in una dichiarazione, nella dichiarazione, cioè, della libertà di sciopero e di lavoro. E avrebbero potuto fare qualcosa di più. Qualcosa di più di una simile politica passiva, statica, inerte, di semplice testimone, che si nega il diritto d’intervento. Avrebbero potuto fare una politica non di dichiarazione, ma d’azione, non di dichiarazione, ma di contenuto.

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[1] Qui l’intuizione di Corradini sulle mancanze del liberalismo italiano, e il delineamento del programma nazionalista.

[2] Da qui si intuisce anche come per l’intellettuale toscano il nazionalismo non poteva essere concepito essenzialmente come il partito della borghesia.

[3] Il termine “Partito” è qui inteso in un’ottica informale, come aggregazione, poiché ufficialmente nacque solo nel 1922.

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Di contenuto nazionale contrapposto al contenuto socialista. Il contenuto socialista era economico, era di lotta di classe, insomma, per una diversa distribuzione della ricchezza? E il liberalismo avrebbe dovuto riempire i vuoti fatti dal tempo nel suo programma con tutta una nuova fornitura di contenuto economico, di questo contenuto economico[4]: cooperazione delle classi per una maggiore produzione di ricchezza nazionale. Ecco l’azione contrapposta all’azione, lo scopo contrapposto allo scopo, il resultato contrapposto al resultato, e non secondo escogitazioni di uomini e deliberazioni di partiti, ma secondo le precise indicazioni e le necessità insopprimibili del periodo storico che s’attraversava! Invece il liberalismo nulla fece di tutto ciò. Fece soltanto una politica di riforme, una politica di assistenza sociale[5], e spesso era bene, spesso era giusto farla; ma questa politica era soltanto ciò che esso – per la sua debolezza organica – concedeva al socialismo, ciò in cui esso – per la sua timidità organica – cedeva al socialismo, non era ciò in cui di sua virile iniziativa costruiva. Per costruire avrebbe dovuto essere, per esempio, autore di tutta una legislazione intesa a favorire l’aumento di produzione della ricchezza, come dicevamo, di tutta una legislazione industriale e commerciale, o signori. Ma il liberalismo politico, per una specie d’inerzia, per incapacità di sviluppo e per altro, si tenne sempre lontano dalle industrie e dai commerci e dalla fortuna loro, non ispirò un governo a favorirli, e tanto meno lo Stato.

Forse ispirò a danneggiarli. Certo il liberalismo politico si conservò sempre grettamente politico e basta, non capì mai che intorno aveva avversari politici, fortissimi di contenuto economico. Egli si accontentò di restare una veste dove altri avevano un corpo. E ora, venendo alla seconda posizione antinazionale del socialismo, al suo internazionalismo, ci domandiamo:” Quale avrebbe dovuto essere il compito storico dei liberali italiani? Quale il loro compito storico di contro alla concezione socialista di tutti i lavoratori del mondo uniti in un solo grande corpo organico che di conseguenza veniva ad abolire le vecchie unità nazionali? Quale il compito dei liberali?.

Come all’interno la necessaria reazione storica contro la lotta di classe che il socialismo aveva proclamato, così per la vita esterna della nazione quella reazione mancò contro l’internazionalismo che il socialismo aveva impiantato su un fondamento economico. […] Era il colonialismo europeo che conquistava e trasformava l’Africa e l’Asia. Su tale argomento i liberali italiani, cioè, il maggiore partito di governo e della nazione, restarono in quello stato di cecità in cui si trovava il resto del volgo d’Italia, la plebe della cultura universitaria e l’analfabetismo popolare. […] Francesco Crispi o fu avversato, o tolte poche eccezioni individuali, fu seguito di mala voglia, e quando cadde, quella aurora della grandezza della Terza Italia, si lasciò travolgere dall’orribile congiura. E dopo perseverò nelle vecchie idee ottimiste circa l’emigrazione, la quale, come voi, signore e signori, sapete, è al contrario il modo con cui praticano il grande colonialismo moderno quelle nazioni che hanno tanto proletariato povero, da doversi considerare esse stesse tutte quante povere e proletarie. È il modo di colonizzazione dei popoli avanti la loro redenzione su quello che sarà il campo del loro sforzo e della loro potenza futura. […] Insomma, nel periodo che va da Adua a Tripoli, in una parte dell’anima italiana, come voi, signore e signori, sapete, si formerà una nuova coscienza, o meglio si tornerà al concetto di buon senso antico, che la nazione non è fine a se stessa nella sua vita interna, ma i suoi fini sono al di fuori, nel mondo. Si tornerà a riconoscere e a riaffermare la subordinazione della politica interna alla politica esterna, e ciò ancora in antagonismo col socialismo e secondo le chiare indicazioni del periodo storico. […] Ecco la dottrina, ecco finalmente, o signori, la dottrina che lo stesso liberalismo ha reso necessaria venendo meno ai compiti che avrebbero dovuto essere suoi! Ecco il nazionalismo, ecco i nazionalisti nati, come dicemmo, nella solitudine, raccoltisi in dieci, cresciuti in cento tra il riso, le negazioni, le accuse, l’ignoranza, ma sempre avanzando! Subito, appena nati, per atto quasi di nascita, essi riconoscono le posizioni storiche che avrebbero dovuto essere occupate dai liberali, e le fanno loro. E subito, di piena coscienza

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[4] In questo passo emerge quello che per Corradini dev’essere il programma nazionalista e la sua concezione organicista dell’ordine sociale.

[5] Si rammenta qui che anche nel liberalismo conservatore che faceva riferimento alla figura di Salandra era presente una forte tradizione di impegno politico nell’implementare l’assistenza sociale.

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e con deliberata volontà, si collocano in reciso antagonismo contro il socialismo, di fronte, per ferirlo di fronte, non di sbieco. E lo attaccano nelle sue due posizioni collegate, in quella della lotta di classe e in quella dell’internazionalismo di classe, risvegliando l’amor di patria che da loro si apprende agli altri, sviluppando la dottrina della nazione, delle leggi semplici e immutabili che conducono i popoli a operare la storia loro e la storia del mondo.”

Passiamo ora alla lettura delle parti salienti di un successivo discorso tenuto da Corradini, riportato in questa sede. Si tratta del discorso del 14 febbraio 1914, tenutosi nella sede del gruppo nazionalista a Roma. Ho scelto di riportare la lettura anche di quest’orazione per porre in risalto le differenze, nella concezione del politico toscano, fra Stato liberale e Stato nazionale, nonostante la riconosciuta affinità con i liberali italiani e la vicinanza di epoca storica. Ma, per Corradini, il liberalismo era comunque una creatura politica nata dalla Rivoluzione Francese, padre dei diritti individuali e non dei diritti della nazione, per quanto si riconosca quanto costruito dal liberalismo per la costituzione dello Stato nazionale italiano. Nell’articolo emerge infatti l’idea che il liberalismo possa continuare a vivere con il suo lascito attraverso la rinascita nel nazionalismo e la sua dottrina di Stato nazionale, entro cui vive la spiritualità della nazione. Procediamo, pertanto, con la lettura: “Ebbene, quanto c’è di vero nella sopraddetta affinità tra liberali e nazionalisti? Se voi date ascolto ai nostri amici e alleati, siamo presso a poco la stessa cosa. Mentre un capo del liberalismo pubblicamente negava la nostra ragione di essere, perché ci sono loro, i liberali, un altro capo diceva a me in privato:” Io vi considero come la mia estrema destra”. E dappertutto, da Venezia a Milano, da Milano a Torino, da Torino a Genova, da Genova a Napoli, mi son sentito ripetere che noi siamo la loro avanguardia, una avanguardia bene accetta, specie da quando abbiamo dato prova di qualche valore nelle campagne elettorali. Al contrario […] tutti noi sentiamo che non è precisamente la stessa cosa. E se alla giovanissima generazione nazionalista, a quella che è nazionalista per privilegio di nascita e mena volentieri le mani coi socialisti, io dicessi “Voi siete una sezione, alquanto più vivace, dei liberali”, essa mi guarderebbe male e si meraviglierebbe di me.

Quanto c’è dunque di vero nell’affermata affinità tra i nostri amici e noi?

Ebbene, crediamo che si possa stabilire questo: che i liberali e nazionalisti sono vicini, ma soltanto come una gente d’un’epoca storica che si conclude, può essere vicina a una gente d’un’epoca storica che s’inizia. Liberali e nazionalisti sono a contatto nel tempo e nello spazio, sono avvenuti fra loro e avvengono molti scambi spirituali e politici per cui può apparire una certa loro maggiore o minore omogeneità, ma in realtà fra gli uni e gli altri, come tra gente d’un’epoca storica che finisce, e gente d’un’epoca storica che incomincia, c’è pure un che d’antitetico.

Qual è la parte antitetica fra il nazionalismo e il liberalismo? Quale la parte antitetica fra l’anima dell’epoca che sta finendo e da cui uscì il liberalismo, e l’anima dell’epoca che sta cominciando e da cui uscì il nazionalismo[6]?

Sicché, quando i tempi sono maturi, anche in Italia, in questa nostra Italia così vicina alla Francia, così pervasa d’idee francesi e di dominio napoleonico, in questa nostra Italia che non potrà mai cessare di essere francese se non a patto di soverchiare, quando i tempi sono maturi, i due fatti la liberazione sociale dell’uomo e la liberazione nazionale del popolo italiano dallo straniero, si abbinano, o meglio si confondono.

Come la terra di atmosfera, così la cosiddetta rivoluzione italiana è fasciata di tutto lo spirito della Rivoluzione Francese. Non ho bisogno di rammentare a voi come i nostri uomini maggiori e minori, uomini di pensiero e di

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[6] Qui Corradini sottolinea, infatti, come il liberalismo tragga origine dallo spirito della Rivoluzione Francese e dalla religione dell’individuo dell’89 e prosegue su come tutto ciò si sia traslato sulla Penisola italiana.

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azione, di congiura e di guerra, statisti e re, fossero padri della rivoluzione nostra, massimamente in quanto erano figli della rivoluzione straniera[7].

[…] Avere appunto il liberalismo individualista alle radici della sua costituzione. L’Italia era ancora estremamente debole, era nel periodo più debole della sua esistenza, in quello del suo riscatto e della sua primissima formazione, e già veniva attaccata dalle idee dissolventi. Anzi, come dicemmo, la nostra patria massimamente risorse in nome delle idee dissolventi. Fu questa la sua triste fortuna e il suo danno.

Né il genio di Cavour, né l’avere quel sommo nostro padre data tutta la sua vita alla sua santa causa, né l’avere tanti altri uomini venerandi fatto lo stesso, né la religione della patria che Mazzini irradiava dal sublime pensiero, né l’ardore di più generazioni, né il sangue sparso, poterono vincere lo spirito del tempo che era in loro e fuori di loro. Essi, quando bisognava fare l’Italia, dettero genio, anima, averi, vita, per fare l’Italia senza pensare ad altro, fecero l’Italia e non pensarono ad altro, ma non poterono vincere lo spirito del tempo. Il quale era quello della Rivoluzione Francese, […] per cui la ricostituzione di popolo si fece sul principio della libertà del cittadino.”

Nell’elaborazione dottrinaria e concettuale nazionalista Cavour assurge, infatti, ad una figura comunque positiva, come negli scritti del giornalista napoletano Francesco Coppola. Per Coppola, infatti, Cavour emerge come il vero e proprio demiurgo dello Stato italiano, che si servì delle istanze culturali del proprio tempo per il fine unitario, che costituiva il suo vero obiettivo.

Ma, tornando a Corradini, a differenza della visione liberale cavouriana, la libertà dello Stato non era in contrapposizione alla libertà del cittadino, ma le due procedevano di pari passo in nome del superiore interesse nazionale. Questa l’idea di Stato Nazionale del fondatore toscano del nazionalismo: “Libero cittadino subordinato a libero Stato” è la formula corradiniana. Dal discorso qui preso in esame, così il politico toscano spiega tale massima e si evince la sua concezione di ordine sociale:” E chi crede che fra la subordinazione del cittadino allo Stato e la sua libertà ci sia contraddizione, è in errore.

Molti pensano che ricorrere alle cose antiche per giudicare del presente sia un altare dalla realtà nella retorica, ma al contrario nella retorica restano loro. Nulla quanto l’esempio di Roma vale a far capire come possano coesistere la libertà del cittadino e la libertà dello Stato nella giusta subordinazione della prima alla seconda.

Le nostre idee classiche, quali vigono nel comune volgo della cultura, sono in gran parte da rivedere e correggere. Una è quella circa le relazioni fra cittadino e Stato: la gente si raffigura lo Stato antico, lo Stato classico, in atto di assorbire una volta per sempre quella sua unità costitutiva che è il cittadino. Ma in realtà uno Stato antico non è mai esistito, sono esistiti molti e diversi Stati antichi, e Roma non fu mai simile a Sparta, non assorbì mai i cittadini romani. Il cittadino romano aveva libertà di proprietà assoluta, […] mentre il cittadino moderno non l’ha. La proprietà privata moderna va, cioè, sempre più sviluppando un suo lato di uso, vale a dire, di dominio pubblico. Il cittadino romano aveva libertà di famiglia assoluta, […] il che è ben lungi dal codice moderno.”

Per Corradini, pertanto, era lo Stato in sé ad elaborare i suoi fini e la concezione organica dell’ordine sociale veniva pertanto ad anticipare il dibattito sull’idea di società corporativa che nei prossimi anni sarebbe esplosa nel continente europeo, distanziandosi nettamente dal liberalismo, che per l’intellettuale toscano avrebbe avuto una funzione ancora positiva nello spazio nazionale italiano solo se avesse confluito nel nuovo fiume nazionalista.

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[7] E qui, arrivando alla figura di Cavour, compreso fra gli statisti dello Stato risorgimentale, emerge e trapela il giudizio di Corradini in merito. Un giudizio che non è negativo, in quanto fra i costruttori dello Stato unitario, ma figlio di una cultura, trasmessa al nuovo Stato, diversa da quella concezione organica che il nazionalismo intendeva propugnare.

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Santena, 13 maggio 2026