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L’ “Antologia” di Giovan Pietro Vieusseux


di Andrea Serani

ANTOLOGIA

Antologia, tomo decimottavo, 1825

Indice dei capitoli

Premessa

Giovan Pietro Vieusseux

“Il gabinetto scientifico-letterario”

L’ “Antologia”

Gino Capponi

Cosimo Ridolfi e Raffaello Lambruschini

Giuseppe Montani e Niccolò Tommaseo

Argomenti e varie informazioni relativi all’ “Antologia”

Enrico Mayer

Opera di Giuseppe Montani sulla recensione del Blaquierès.

Giuseppe Pecchio

Altri saggi di natura filellenica

Gli intellettuali greci e l’“Antologia”

La soppressione dell’“Antologia”

La “Nuova Antologia”

Premessa

L’ “Antologia” di Giovan Pietro Vieusseux iniziò ad operare nel Granducato di Toscana a partire dall’anno 1821 e fu soppressa dalle autorità granducali nel 1833.

Precedentemente vi erano state altre riviste a carattere culturale. La principale fu il “Saggiatore” il cui primo numero uscì in Toscana il 3 aprile 1819. Il più importante ideatore di tale rivista fu Lorenzo Collini, amico del Foscolo nonché segretario dell’“Accademia della Crusca”, quest’ultima con sede a Firenze.

Vicino alla rivista era anche Gino Capponi (di cui parlerò più diffusamente in seguito), che si era preoccupato di procurarle l’emblema, una civetta con una bilancia nel becco, fatta incidere appositamente a Parigi (vedasi Romano Paolo Coppini, Il Granducato di Toscana. Dagli “anni francesi all’unità”, Utet Torino, 1993, pag.230).

La rivista di Collini anticipò anche alcuni temi quali l’attenzione per le scuole di reciproco insegnamento e per le casse di risparmio. Proprio nel “Saggiatore” Cosimo Ridolfi, del quale avrò modo di parlare più diffusamente in seguito, per la prima volta, nel 1819, fece conoscere in Toscana la neonata Cassa di Risparmio di Parigi, auspicando la necessità di crearne una analoga nel Granducato.

Le discussioni alla ben nota “Accademia dei Georgofili” (fondata a Firenze nel 1753 allo scopo di contribuire al progresso delle scienze e delle loro applicazioni all’agricoltura) furono seguite sulle pagine del “Saggiatore” con grande attenzione venendo pubblicati ampi resoconti sugli scritti inerenti alla scienza statistica relativa all’ambito agricolo-economico. È bene precisare che la suddetta Accademia nacque nello spirito cosmopolita dell’illuminismo e seppe ravvivare nel tempo i legami tra la cultura agraria nazionale e quella internazionale.

Il “Saggiatore” si occupò pure di questioni letterarie; a tal proposito ricordiamo, a titolo di esempio, che fu presa in esame l’opera di Vittorio Alfieri. Nel marzo del 1820 tuttavia la rivista cessò la sua attività per mancanza di fondi.

Altra rivista di cui l’“Antologia” può dirsi erede è il “Conciliatore”, con sede a Milano e diffusa dal settembre 1818 all’ottobre del 1819. Tale rivista si occupò di problemi economici dando informazioni sulle scienze, sulla tecnica, sulla statistica e sulla geografia; ma soprattutto i problemi letterari finirono per avere una prevalenza rispetto agli altri. Il “Conciliatore” fu l’organo del gruppo liberale-moderato lombardo ed ebbe una caratterizzazione culturale romantica, ma non, comunque, antilluminista.

Collaboratori della rivista furono tra gli altri due aristocratici lombardi, il conte Luigi Porro Lambertenghi ed il conte Federico Confalonieri. Altri autori di saggi furono il giurista, filosofo ed economista Giandomenico Romagnosie Giuseppe Pecchio (di quest’ultimo parlerò più avanti); altri nomi di collaboratori furono letterati quali Silvio Pellico, Giovanni Berchet, Pietro Borsieri, Ermes Visconti, ecc. Il periodico, nonostante i suoi intenti non radicali ma moderati, ebbe dei guai con la censura austriaca e ciò causò la sua fine dopo poco più di un anno.

Giovan Pietro Vieusseux

Giovan Pietro Vieusseux (1779 – 1863)

Giovan Pietro Vieusseux (1779 – 1863)

A questo punto vediamo di ricostruire la figura dell’editore dell’Antologia, Giovan Pietro Vieusseux.

Egli nacque ad Oneglia nel 1779. Il nonno paterno, Giacomo, che aveva ricoperto incarichi politici importanti a Ginevra, fu costretto, per ragioni anch’esse politiche, a lasciare la sua città rifugiandosi ad Oneglia dove si trovava già il figlio Pietro per ragioni commerciali. La ditta Vieusseux si occupava in particolare del commercio dell’olio, del vino e dei grani ed era in contatto con la casa Senn di Livorno.

Una sorella di Giovan Pietro sposò proprio un esponente di quest’ultima famiglia, Pietro. Giovan Pietro Vieusseux, sempre per ragioni di affari, dopo aver passato un periodo di carcere per aver violato le disposizioni napoleoniche sul blocco continentale, finì, dal 1814, per lavorare a Livorno, al seguito del cognato. Dopo una serie di viaggi in giro per l’Europa, sempre di natura commerciale, nel 1819 tornò a Livorno e da qui si spostò a Firenze dove ebbe l’idea di aprire un gabinetto letterario, mostrando, anche in questa circostanza, la sua eclettica mentalità imprenditoriale.

“Il gabinetto scientifico-letterario”

“Il gabinetto scientifico-letterario”, di cui nel 1819 il Vieusseux chiese alle autorità granducali l’autorizzazione all’apertura, nacque effettivamente nel gennaio del 1820.Inizialmente fu soltanto un gabinetto di lettura di giornali e di riviste, provenienti anche dall’estero, ma in seguito divenne anche un centro di cultura e di incontro per intellettuali che giungevano da tutta l’Italia. Basti pensare che tra i suoi più illustri frequentatori ebbe anche Alessandro Manzonie Giacomo Leopardi. La sede del cosiddetto Gabinetto Vieusseux fu nel Palazzo Buondelmonti a Firenze.

L’ “Antologia”

Animato dallo stesso scopo con cui aveva dato vita al Gabinetto, un anno dopo, e precisamente nel gennaio del 1821, Vieusseux fondò una rivista, l’“Antologia”, che fu l’ideale continuatrice del “Conciliatore” e del “Saggiatore”.

Inizialmente, considerando la difficile situazione politica ed economica del momento, che poco tempo prima aveva portato alla chiusura di iniziative simili, di cui ho già parlato, alcuni suoi amici cercavano di dissuaderlo a ripetere un’esperienza analoga.

Tuttavia Vieusseux, animato dal noto spirito imprenditoriale, non si lasciò influenzare dalle avversità e con coraggio fondo questa nuova rivista che usciva in fascicoli mensili e che pubblicò dapprima quasi solo traduzioni di articoli provenienti dall’estero. Successivamente, dal gennaio 1822, iniziò ad ampliare le sue finalità presentando saggi di diverso genere e accurate recensioni.

Gino Capponi

Una figura di rilievo, che contribuì in modo particolare allo sviluppo e alla realizzazione di questa rivista, fu il marchese fiorentino Gino Capponi, divenuto il migliore amico di Vieusseux e il principale collaboratore nelle sue iniziative.

Il marchese era rientrato in quel periodo da un viaggio in Inghilterra, dove aveva incontrato Ugo Foscolo, allora esule in essa; con lui aveva preparato un progetto di rivista allo scopo di diffondere una nuova cultura e idee di rinnovamento politico, senza voler escludere una certa collaborazione con le autorità granducali toscane. Quest’ultimo fatto era possibile in quanto la restaurazione del Granducato di Toscana si era verificata in maniera relativamente più mite rispetto agli altri stati italiani. Gino Capponi aveva un forte interesse per i problemi economici e politici, per la statistica e per l’agricoltura. Aveva forti relazioni negli ambienti intellettuali toscani ed italiani. Per questi motivi egli poté collaborare con l’attività di Vieusseux.

Cosimo Ridolfi e Raffaello Lambruschini

Divennero amici di quest’ultimo anche Cosimo Ridolfi e Raffaello Lambruschini. Il primo, cugino di Capponi, era anch’egli un marchese fiorentino e risiedeva spesso nella sua tenuta di Meleto ed era uno studioso appassionato di problemi agrari ed educativi.

Lambruschini invece aveva una tenuta presso San Cerbone. Era un prete di origine ligure, di tendenze liberali, ma risiedeva in Toscana da diversi anni ed aveva gli stessi interessi educativi ed agrari di Ridolfi.

Questi quattro uomini (Vieusseux, Capponi, Ridolfi e Lambruschini) contribuirono a fondare un primo gruppo liberale-moderato toscano che si proponeva di far uscire il Granducato dalla sua stagnante politica, senza però escludere, come ho già detto sopra, una certa collaborazione con le autorità.

Giuseppe Montani e Niccolò Tommaseo

Due collaboratori stabili dell’”Antologia” divennero anche Giuseppe Montani e Niccolò Tommaseo, entrambi di tendenza culturale romantica. Il primo, nato a Cremona, dopo aver frequentato per un certo periodo l’ambiente intellettuale del “Conciliatore”, era stato arrestato per breve tempo nel 1823 dalla polizia austriaca e, in seguito, aveva preferito recarsi a Firenze, dove strinse amicizia con il Vieusseux ed il gruppo antologico; pertanto fu relatore di molte rassegne bibliografiche e di articoli letterali.

Il secondo era nato Sebenico, nell’attuale Croazia, e aveva studiato all’università di Padova, dove si era laureato in legge. Cominciò a collaborare all’“Antologia” nel 1826 e l’anno successivo si stabilì a Firenze. La sua ideologia era animata da un forte spirito cattolico e da tendenze democratiche.

Argomenti e varie informazioni relativi all’ “Antologia”

L’ “Antologia”, a differenza del “Conciliatore”, si occupò meno di letteratura e maggiormente di economia, di statistica, di geografia, di viaggi, di scienze naturali, di pedagogia, di educazione popolare, di diritti, di filosofia, di storia; fu aperta a uomini di diversa estrazione culturale e anche politica. Vieusseux, a differenza di altri predecessori, pagava i propri collaboratori per il lavoro svolto e quindi rifiutò il loro volontariato. La rivista raggiunse oltre 500 abbonati, superando anche su questo piano il numero di abbonati di precedenti, analoghe pubblicazioni.

Lo storico Giorgio Candeloro, nella sua “Storia dell’Italia Moderna; dalla restaurazione alla rivoluzione nazionale", Feltrinelli, Milano, 1958, Vol. II, pag 140, ricorda i principali collaboratori: “Basta pensare che l’ “Antologia” pubblicò scritti del Monti, del Foscolo e del Leopardi; che vi difesero il classicismo Gian Battista Niccolini, Urbano Lampredi, Carlo Botta, Gabriele Pepe, Mario Pieri, Opprandino Arrivabene; il romanticismo e in genere le nuove tendenze letterarie, Giuseppe Montani, Niccolò Tommaseo, Giuseppe Mazzini, Francesco Forti; che vi scrissero Antonio Benci, Camillo Ugoni, Pietro Giordani, Giulio Perticari, Gaetano Cioni, Pietro Colletta, Silvestro Centofanti, Francesco Domenico Guerrazzi, Giuseppe Montanelli, Vincenzo Salvagnoli; che vi pubblicarono articoli di filosofia Gian Domenico Romagnosi, Carlo Cattaneo, Terenzio Mamiani; di storia e di diritto Pietro Capei, Francesco Forti; di economia agraria il Capponi e il Ridolfi; di pedagogia e di educazione popolare il Ridolfi, il Lambruschini, il Mayer; di scienze naturali Vincenzo Antinori, Giovanni Inghirami, Giuseppe Gazzeri e molti altri”.

L’“Antologia ebbe il merito di sprovincializzare e di unificare la cultura italiana collegandola a quella europea.

Si deve notare che in quegli anni a Firenze, oltre a uomini venuti dai centri culturali del Nord, come Giordani, Montani e Tommaseo, vi erano esuli meridionali a causa del fallimento dei moti del 1820/21, come Pietro Colletta, Gabriele Pepe e Giuseppe Poerio.

L’attività della rivista fiorentina non passò comunque inosservata alla censura preventiva. Su quest’ultima è stato pubblicato recentemente un testo, ricco di interessanti documenti, di Gabriele Paolini: “Pugno di ferro in guanto di velluto. La censura e l’“Antologia” di Vieusseux, Ed. Polistampa, Firenze, 2021”. Finora il tema della censura era stato principalmente affrontato solo da Achille De Rubertis in “L’Antologia di Gian Pietro Vieusseux, Foligno, Ed. Campitelli, 1922”.

La maggior parte dell’opera di revisione degli articoli e delle recensioni, che si intendevano pubblicare sull’ “Antologia”, era svolta dal regio censore, Padre Mauro Bernardini. Nato a Cutigliano (Pistoia) nel 1776, Giuseppe Bernardini nel 1790 era entrato nell’ordine di San Giuseppe Calasanzio assumendo in religione il nome di Mauro. A partire dal 1814 svolse la sua opera di censore consultandosi, nei casi dubbi, con il Presidente del Buon Governo (Ministero di Polizia), Aurelio Puccini. Quest’ultimo, a sua volta, nei casi estremamente incerti, ricorreva al principe Neri Corsini, Segretario di Stato.

La censura, sebbene più mite di quella degli altri stati italiani, provocò diverse preoccupazioni a Vieusseux. A titolo di esempio fu censurata la pubblicazione della famosa ode “Il cinque maggio” di Manzoni. In particolare furono attenzionati gli scritti riguardanti, in modo più o meno diretto, la rivoluzione greca, scoppiata nel 1821 contro il dominio ottomano e conclusasi nel 1830 con l’indipendenza della stessa. Di essi intendo parlare diffusamente, dal momento che furono argomento della mia tesi di laurea.

Enrico Mayer

Gli avvenimenti ellenici segnarono, fra l’altro, il battesimo politico di un giovane diciannovenne, destinato ad acquisire fama soprattutto in campo pedagogico: Enrico Mayer, nato a Livorno nel 1802. Nella città labronica molto numerosi erano gli echi dell’insurrezione greca per la presenza di una fiorente comunità ellenica, formata in gran parte da uomini di affari, con molti dei quali i Mayer, commercianti di origine tedesca, erano probabilmente in relazioni economiche.

Il giovane Enrico ebbe infatti rapporti con famiglie greche, ed aveva avuto un maestro di tale nazionalità. Particolarmente significativa fu l’amicizia con la poetessa Angelica Palli, figlia di un epirota. Questa poetessa risulta essere stata l’unica donna frequentatrice del Gabinetto Vieusseux, poiché pare che quest’ultimo non ammettesse in genere presenze femminili nello stesso.

Nel clima di casa Palli, luogo di riunione del filellenismo livornese, nacque il “Ditirambo alla Grecia”, di cui Mayer tentò la pubblicazione sul fascicolo dell’“Antologia” del novembre del 1821, con lo pseudonimo di Ellenofilo. La composizione era in realtà, come lo stesso autore avrebbe poi ammesso, non grossa cosa, ma, come doveva avvenire per altri scritti su tale argomento, riscosse un successo e ne diede un giudizio favorevole lo stesso Byron dovuto più che altro all’attualità e all’interesse dei temi trattati. Il padre Mauro Bernardini notò nei seguenti versi:

Feroci tiranni! Tremate! Tremate!

Per voi l’ora di morte in Ciel suonò

un’allusione di carattere generale ai governi europei, che andava in sostanza al di là delle condanne nei riguardi dei turchi. Inoltre, all’inizio del ditirambo vi erano espressioni che collegavano chiaramente la rivoluzione greca con i moti italiani del 1820/21. Infatti Mayer così scriveva:

Chi sulla greca terra,

Di gloria e di valor già cuna e tomba,

Torna a dar fiato alla guerriera tromba?

È forse l’eco che al clamor risponde

Che invano chi surse dall’ausonio lido?

Il padre Bernardini pareva tuttavia propenso, con opportuni tagli, alla pubblicazione, rimettendosi comunque per il giudizio finale alle decisioni del Buon Governo (ottobre 1821). Il presidente di quest’ultimo, Aurelio Puccini, rigettò invece completamente l’opera, invitando la censura a fare altrettanto con qualsiasi scritto che riguardasse l’insurrezione greca.

Ellenofilo comunque non si dette per vinto: nel dicembre del 1821 apparve per la prima volta sulla rivista fiorentina un suo articolo, sia pure dopo aver subito una piccolissima modifica da parte della censura (Ellenofilo, Cenni sulla lingua greca, fascicolo XII, pagg. 438 – 454).

Vieusseux, cosciente dei pericoli incontro ai quali andava la sua rivista, nel gennaio del 1822, riteneva opportuno ribadire ai suoi lettori gli scopi della sua intrapresa (fascicolo XIII, pagg. 3 – 15). In realtà i suoi principali interlocutori erano il padre Mauro e il Puccini, di fronte ai quali l’editore dell’“Antologia” affermava, in modo moderato ma anche abbastanza fermo, il diritto della sua rivista ad interessarsi in alcuni casi di politica:

“A noi non pertiene di parlare della politica propriamente detta: ma se certi grandi avvenimenti, come quelli che si sono manifestati nell’impero turco e nell’America, possono direttamente influire sulla civiltà, sulle arti, sul commercio, sull’agricoltura, sulle scienze (…), allora la politica diverrebbe di nostra pertinenza”. (pag. 12)

Le vicende greche dunque potevano avere degli effetti positivi sulla civiltà; potevano in definitiva servire di esempio all’Italia.

Giova ricordare come, all’incirca in questo periodo, andasse maturando nel Vieusseux il progetto di una confederazione italiana, che avrebbe poi esposto al ministro austriaco a Firenze, Luigi Filippo di Bombelles, alla vigilia della partenza di questi per il congresso di Verona.

La morte di George Byron, avvenuta in Grecia nella primavera del 1824, avrebbe dovuto essere per l’ “Antologia” l’occasione per esprimere il proprio filellenismo. L’occasione fu invece in parte mancata a causa della censura.

Mayer volle rendere omaggio al poeta inglese, che aveva avuto occasione di conoscere personalmente a Livorno, con il suo lavoro “In morte di Lord Byron, ode alla Grecia”. Anche in tal caso l’intervento della censura impedì la pubblicazione dell’ode. Infatti il 31 agosto del 1824 il censore Bernardini dava parere contrario alla sua stampa.

Comunque, in genere, Vieusseux in cuor suo non gradiva molto le opere poetiche, piuttosto lontane dalla sua mentalità, sempre volta al concreto, nella quale rimaneva lo spirito dell’uomo di affari; e quanto a poesie, la sua rivista ne pubblicò sempre in numero limitato.

Opera di Giuseppe Montani sulla recensione del Blaquierès.

L’ “Antologia” prestava molta attenzione a tutta la produzione culturale che in un modo o nell’altro riguardasse la Grecia. Vieusseux aveva intenzione di inserire, nel fascicolo del maggio 1825, un estratto dell’opera di Eduard Blaquierès sulla rivoluzione ellenica, lavoro che aveva suscitato molto interesse.

L’estratto, molto ampio, avrebbe poi dovuto essere seguito da una seconda parte. Tanto Bernardini che Puccini parevano propensi alla pubblicazione dell’estratto, una volta che si fossero censurati i passi più decisamente filellenici. Stavolta la decisione fu rimessa alla Segreteria di Stato, dove il ministro Neri Corsini vietò però ogni pubblicazione, malgrado le lamentele del Vieusseux.

Resta da fare una considerazione relativa all’autore dell’estratto. Quest’ultimo è firmato M., ma De Rubertis sostiene che sia Enrico Mayer, mentre Paolini ritiene che sia Giuseppe Montani. Paolini è senza dubbio dalla parte della ragione, avendo il sottoscritto sottoposto a confronto calligrafico il manoscritto al tempo delle sue ricerche per la tesi di laurea (il manoscritto si trova in Biblioteca Nazionale di Firenze “Carte Vieusseux”, cassetto 130, n°2).

Giuseppe Pecchio

Nel novembre del 1825 apparve sulla rivista un articolo anonimo concernente la situazione greca nella primavera del 1825, avendo stavolta la censura preferito lasciar correre. L’articolo, in realtà, altro non era che un estratto dell’opera di Giuseppe Pecchio “Relazione sugli avvenimenti della Grecia nella primavera del 1825” (Antologia, pagg. 125 – 134). Tale opera, in quel momento ancora inedita, fu poi pubblicata a Lugano nel 1826.

Giuseppe Pecchio, nato a Milano nel 1785, aveva scritto, come già detto, sul “Conciliatore” ed era stato condannato a morte in contumacia dal governo austriaco per i fatti del 1821. In seguito si recò anche a Londra, dove, nel 1825, venne incaricato dal comitato filellenico della città a recarsi in Grecia per consegnare un importante finanziamento agli insorti.

L’estratto di Pecchio ebbe una sua continuazione nel successivo mese di dicembre (“Antologia”, pagg. 58 – 74) e gennaio (pagg. 43 – 70).

Altri saggi di natura filellenica

Tra gli articoli di natura filellenica pubblicati, ritengo opportuno menzionare un saggio di carattere letterario scritto da Gino Capponi apparso nel fascicolo di maggio del 1828 (“Antologia”, pagg. 85 – 98). Anche in esso erano presenti alcune affermazioni di natura politica: l’unità della lingua, a giudizio di Capponi, era in relazione con l’unità politica, alludendo velatamente non solo alla situazione della Grecia ma anche a quella dell’Italia.

Nel maggio del 1830 uscì sulle colonne dell’“Antologia” (pagg.81 – 104) una recensione di una storia della rivoluzione greca. In questo scritto, opera di Gabriele Pepe, fu fatto, almeno parzialmente, un bilancio sul filellenismo e sull’insurrezione contro l’Impero Ottomano, la quale poteva dirsi ufficialmente conclusa nel febbraio del 1830 con il riconoscimento della Grecia stessa come regno indipendente

Gli intellettuali greci e l’“Antologia”

Il primo collaboratore greco della rivista fiorentina fu Costantino Polycrhoniades, il quale risiedeva a Pisa, città dove la presenza dei greci, molti dei quali esuli, era senza dubbio significativa. Il lavoro con cui Polycrhoniades iniziò a scrivere sulla rivista fu un articolo sull’isola di Scio, uscito nel fascicolo del luglio 1823 (pagg. 1 – 10), nel quale l’autore metteva in rilievo la prosperità economica e culturale che l’isola aveva raggiunto alla vigilia dell’insurrezione, prima di subire le repressioni della Turchia.

Nel novembre di quello stesso anno fu pubblicato un secondo articolo, che subì un piccolo taglio da parte della censura. Polycrhoniades si proponeva di esaminare le caratteristiche dei greci e in un secondo tempo quelle dei turchi, dal momento che riteneva che gli europei non avessero un’idea ben chiara di questi due popoli (pagg. 101- 116), essendo profondamente diversi da essi. L’articolo del novembre del 1823 ebbe un seguito nel marzo successivo (pagg. 83 – 108), infine nel giugno 1824 (pagg. 57- 73). Nello stesso anno Polycrhoniades rientrò in patria, rimanendo però in contatto con l’editore dell’“Antologia”, come ci dice Raffaele Ciampini nella sua biografia su Vieusseux (Einaudi, Torino, 1953).

Un altro collaboratore greco dell’“Antologia” fu Andrea Mustoxidi, nativo dell’isola di Corfù e residente a Venezia. Il suo apporto alla rivista del Vieusseux ebbe inizio nel marzo del 1825 con un articolo riguardante la lingua moderna dei Greci (pagg. 44 – 73). La sua collaborazione fu però piuttosto scarsa, sebbene egli fosse apprezzato dal gruppo antologico, in particolare da Montani e dal Vieusseux stesso. Nell’agosto del 1829 partì da Venezia per rientrare in Grecia.

Anche il letterato Mario Pieri era originario dell’Isola di Corfù e, per un certo tempo, fu professore all’università di Padova. Nel 1823 Pieri si trasferì a Firenze, dove frequentò “il gabinetto scientifico letterario”. Il suo primo articolo filellenico, che in effetti era un breve saggio su un’opera di Ippolito Pindemonte, poeta classicista che egli aveva avuto occasione di frequentare personalmente, apparve sull’ “Antologia” nel giugno del 1826 (pagg. 147 – 149) ed in esso non mancò di effettuare un riferimento alla situazione della Grecia di quel momento. A differenza degli altri due intellettuali soprannominati, Mario Pieri non tornò mai più definitivamente nella sua terra natia, restando a Firenze.

La soppressione dell’“Antologia”

Scrive Gabriele Paolini (op. cit., pag. 24): “Il 7 agosto 1826, a seguito di una decisione sovrana, assunta dietro le istanze del nuovo Presidente del Buon Governo (Luigi Bonci), che chiese di esserne esonerato, il controllo e la revisione delle stampe passeranno alle dirette immediate dipendenze della Segreteria di Stato.

Bernardini cominciò a corrispondere direttamente con Corsini e, nel complesso, per l’“Antologia” le cose peggiorarono. Negli anni seguenti, e soprattutto dopo l’avvento della monarchia orleanista in Francia (estate 1830), vennero per di più a sovrapporsi una tendenza della rivista a trattare argomenti politici in senso ampio e una prassi censoria maggiormente restrittiva delle autorità toscane.

Gli interventi della Segreteria di Stato, “oltre ad essere particolarmente pesanti perché sopprimevano articoli interi spesso già fatti comporre, cominciarono a determinare un ritardo nell’uscita dei fascicoli, con danni che Vieusseux tentava inutilmente di spiegare in un’accorata lettera a Corsini alla fine di aprile del 1828.

Per ovviare almeno in parte a tali problemi, il direttore prese ad accentuare una tendenza che aveva fatto la sua comparsa anche prima, ma sporadicamente; quella cioè di presentare alcuni articoli in via ufficiosa a Bernardini, (…) su temi che sapeva destinati a incontrare notevoli ostacoli. Purtroppo, in questo modo non è rimasta traccia nella documentazione archivistica, se non in qualche lettera coeva; il numero degli articoli respinti è dunque da considerare ancora più ampio.” (Paolini, op. cit., pag. 25).

Nel 1832 il fascicolo doppio dei mesi novembre e dicembre, a lungo trattenuto dalla censura, fu anche l’ultimo ad essere pubblicato.

Vieusseux stava preparando e sottoponendo a Bernardini i contenuti del fascicolo del gennaio 1833, sia pure in notevole ritardo; nel frattempo la rivista reazionaria modenese “Voce della verità” stava effettuando già da un po’ una forte campagna di stampa contro l’“Antologia”. In particolare nel marzo del 1833 il foglio modenese denunciò alcune espressioni di critica all’Austria e alla Russia, effettuate tuttavia in modo moderato, in due saggi del fascicolo di novembre e dicembre 1832, saggi che erano usciti indenni dalle censure. I due articoli erano firmati con pseudonimi (L. e K.X.Y.) come la maggioranza degli articoli dell’“Antologia”.

La spiegazione dell’uso degli pseudonimi è stata data da Paolo Prunas (L’Antologia di Gianpietro Vieusseux, Società Editrice Dante Alighieri, Roma – Milano, 1906). In realtà gli autori dei due saggi erano rispettivamente Luigi Leoni e Niccolò Tommaseo. Le autorità granducali inizialmente non erano intenzionate a sopprimere la rivista, ma soltanto a punire i due autori soprannominati, di cui però non conoscevano l’identità. Pertanto Vieusseux fu interrogato ripetutamente dalle autorità di polizia affinché svelasse i nomi degli autori, ma piuttosto che rivelarli preferì orgogliosamente e nobilmente tacere ogni cosa. Di conseguenza fu decisa la soppressione definitiva dell’“Antologia”.

La “Nuova Antologia”

Vieusseux fu editore di altri giornali quali il “Giornale Agrario Toscano”, la “Guida dell’Educatore” e dell’“Archivio Storico Italiano”, nati in anni diversi, ma l’“Antologia” non risorse più.

Nel 1866, quando Firenze era capitale del Regno d’Italia e Vieusseux era morto da quasi tre anni, nacque nella città la “Nuova Antologia”, un periodico trimestrale di lettere, scienze ed arti, il cui primo fascicolo uscì nel gennaio di quell’anno.

Ritengo opportuno farne una breve storia traendo spunto dall’enciclopedia digitale Wikipedia (voce “Nuova Antologia”).

Questa rivista, che ebbe come primo direttore Francesco Protonotari, professore di economia politica all’Università di Pisa, fu l’ideale continuazione del periodico di Vieusseux. Nei suoi saggi infatti essa conteneva commenti sulla politica italiana e voleva unire il sapere scientifico a quello umanistico. Nei primi anni ebbe come collaboratori anche Alessandro Manzoni, Niccolò Tommaseo e Terenzio Mamiani.

Nel gennaio del 1878 la sede del periodico, che intanto da mensile era diventato quindicinale, passò a Roma, sempre sotto la direzione di Protonotari, che la tenne fino alla morte, avvenuta nel 1888. Gli successe il fratello Giuseppe Protonotari. Più tardi la rivista, guidata da Maggiorino Ferraris (1897 – 1926), ebbe illustri collaboratori, quali Labriola, Croce, Carducci, Pascoli e altri. Sempre in questo intervallo temporale legato a Ferraris, la rivista pubblicò opere di De Sanctis, Verga, Pirandello, De Amicis, ecc.

Nel corso della prima guerra mondiale il periodico interruppe le pubblicazioni, per poi riprenderle alla fine del conflitto.

Durante il regime fascista la rivista fu affidata per 11 anni a Luigi Federzoni (1932 – 1943), uno dei nomi più in vista di quell’epoca.

Nel secondo dopoguerra, sebbene la diffusione fosse limitata a poche migliaia di copie, probabilmente a causa degli sconvolgimenti avvenuti in seguito ai due conflitti, il periodico poté ancora fregiarsi di illustri firme. Da ricordare in particolare Giovanni Spadolini che ne fu direttore di fatto sin dal 1956. Egli, visto che negli anni 70 la rivista rischiava di chiudere per mancanza di fondi, si prodigò nel salvarla e riuscì nell’intento. Inoltre trasferì nuovamente a Firenze la sede del periodico, che divenne trimestrale.

Nel 1980 nacque la “Fondazione Nuova Antologia”, società tuttora proprietaria della rivista.

Dopo la morte di Spadolini, avvenuta nell’agosto del 1994, la direzione è passata a Cosimo Ceccuti (allievo dello stesso Spadolini) che ne mantiene ancora la guida.

Santena, 6 Novembre 2024