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Storia e storie della scuola italiana – Parte quarta.
Dai Programmi della Scuola Elementare del 1955, alla Scuola Media Unica del 1962 ai Nuovi Programmi della Scuola Primaria del 1985
di Carla Eandi
Indice
NUOVI PROGRAMMI DELLA SCUOLA ELEMENTARE DEL 1955
I Programmi Ermini (1955): Tradizione e Spiritualismo
Influenza della pedagogia di Dewey e Decroly sui Programmi del 1955
LA SCUOLA MEDIA UNICA (1962/1963)
Successive modifiche e sviluppi
VERSO UNA NUOVA DIDATTICA: GLI ANNI '70
I NUOVI PROGRAMMI DELLA SCUOLA PRIMARIA (1985)
Contributo di Don Milani e la Scuola di Barbiana
CITAZIONI CHIAVE DALLA "LETTERA A UNA PROFESSORESSA"
INTRODUZIONE
La storia della scuola italiana tra il 1955 e il 1985 rappresenta il passaggio cruciale da un sistema sociale d'élite, ancora legato a retaggi pre-bellici, a una scuola democratica e di massa. Questo trentennio riflette le profonde trasformazioni sociali del "boom economico" e la necessità di alfabetizzare un Paese in rapida crescita.
Perché ho scelto di trattare questo periodo della Storia della scuola italiana: perché è stato uno dei periodi più fervidi e innovativi della scuola italiana in cui sono state introdotte per legge importantissime novità come l’integrazione scolastica Il primo passo tangibile verso l'integrazione avviene con la Legge n. 118/1971, nella quale si stabilisce che l’istruzione dell’obbligo dei soggetti portatori di handicap deve avvenire nelle classi normali della scuola pubblica, ma un forte avanzamento lo si deve alla Legge 517/77, che stabiliva con chiarezza presupposti, condizioni, strumenti e finalità per l’integrazione scolastica degli alunni con disabilità, in un quadro di riforma della scuola: la programmazione, la flessibilità, le attività integrative, la funzione formativa della valutazione, l’abolizione degli esami di riparazione.
Successivamente venne superata dalla LEGGE 5 febbraio 1992, n. 104 Legge-quadro per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate.
Altre innovazioni riguardano la sperimentazione di metodologie innovative (a Torino De Bartolomeis, MCE, CIDI-Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti) per l’insegnamento /apprendimento, l’approccio ad una scuola attiva e sperimentale, il tempo pieno L 820 del 1971, l’espansione della scuola materna statale e l’idea che fosse vera scuola, la scuola per tutti con la scuola media unica, la partecipazione democratica nella scuola con i Decreti Delegati del 1974, la lotta alla selettività e al nozionismo.
- Perché è stato il periodo storico in cui più di ogni altro i Programmi si basavano su un’Idea di scuola in cui la cornice pedagogica e l’impianto metodologico-didattico da mettere in atto erano coerenti e coordinati con l’analisi della società del tempo e con il dettato costituzionale, questo fino alla Riforma Moratti
- Perché è stato un periodo ricco di eventi e di personaggi che hanno lasciato il segno nella storia della scuola e della società, come Don Milani.
- Perché è stato un periodo storico in cui i cambiamenti sociali stimolavano la libertà di sperimentazione e la coerenza con le migliori ricerche psicopedagogiche del tempo, tutto ciò era agganciato con la realtà nella realizzazione delle indicazioni programmatiche. Ora, nell’era digitale, i cambiamenti sono rapidissimi e la scuola arranca a capire la direzione da prendere
NUOVI PROGRAMMI DELLA SCUOLA ELEMENTARE DEL 1955
I Programmi Ermini (1955): Tradizione e Spiritualismo
I Programmi Scolastici Elementari del 1955 (Programmi Ermini) furono un importante rinnovamento, posero la religione cattolica come fondamento e coronamento dell’istruzione, si ispiravano ai principi dell’attivismo pedagogico (Decroly, Dewey) e alla gradualità, partendo dall'esperienza concreta del bambino. La scuola elementare venne strutturata in due cicli (I ciclo –i primi due anni e II ciclo –successivi tre anni) con materie definite, restò in vigore per quasi 30 anni, fino al 1985.
Nel 1955, sotto il ministro Giuseppe Ermini, vennero emanati i nuovi programmi per la scuola elementare. Erano un importante aggiornamento, ma ancora fortemente influenzati dalla visione pedagogica cattolica e spiritualista.
- L’ispirazione religiosa: La religione cattolica è posta a "fondamento e coronamento" dei programmi dell'istruzione primaria.
- Visione del bambino: Il fanciullo è visto come "tutto intuizione, fantasia e sentimento". L'insegnamento è basato sul concetto di globalità, per evitare una frammentazione eccessiva delle materie.
- Limiti: Nonostante l'attenzione alla psicologia infantile, la struttura rimaneva rigida e poco aperta alle sfide scientifiche e sociali del tempo.
Influenza della pedagogia di Dewey e Decroly sui Programmi del 1955
I Programmi Scolastici del 1955 (Programmi Ermini) in Italia riflettono l'influenza di John Dewey. Lo sviluppo del bambino viene posto al centro, si stimola l'apprendimento attraverso l’esperienza e la gradualità dell’insegnamento/apprendimento, ma questi principi vengono influenzati da una forte componente cattolica e psicologica. Nei programmi del ‘55 vengono anche considerati gli studi di Piaget sullo sviluppo evolutivo del bambino, in effetti la divisione in due cicli tenta di recepire gli stadi di sviluppo del bambino enunciati dallo psicopedagogista svizzero. I Programmi del '55, pur accogliendo l'idea di "scuola attiva" e la proposta dei "centri di interesse", cercano un equilibrio tra Dewey, Decroly, la tradizione spirituale e le esigenze della società italiana postbellica.
L’influenza della pedagogia attiva di John Dewey si riferisce principalmente a:
- Centralità dell'alunno: il bambino è visto come figura centrale e non passiva con attenzione alla sua crescita e alle sue esigenze
- Apprendimento attivo e basato sull’esperienza: viene promossa l'idea di "scuola come laboratorio" dove si collega l'esperienza diretta alla vita sociale e al pensiero, superando l’apprendimento libresco
- Gradualità e cicli: l'influenza di Dewey e di Piaget si manifesta nella divisione della scuola elementare in cicli, per rispettare le diverse fasi di sviluppo del bambino e rendere l'apprendimento più graduale.
L’influenza della pedagogia attiva e scientifica di Ovide Decroly si riferisce principalmente a: Pedagogia di Decroly
- Concetto chiave: L'educazione deve partire dai bisogni fondamentali dell'uomo (nutrirsi, difendersi, ecc.) e dagli interessi naturali del bambino.
- Scopo: Preparare l'individuo all'adattamento positivo all'ambiente, realizzando pienamente la propria personalità.
Didattica di Decroly
- Centri di Interesse: Struttura l'apprendimento attorno a nuclei tematici che rispondono ai bisogni e agli interessi (es. "la casa", "la famiglia"), collegando diverse discipline.
- Globalizzazione: Si parte dal complesso (la frase, l'insieme) per arrivare al semplice (la sillaba, la lettera), sia nella lettura che nella conoscenza generale.
- Sperimentazione: La scuola diventa un laboratorio dove si sperimenta direttamente con la psicologia e la biologia, non solo teoria, ma soprattutto pratica.
- Metodo Globale: Applicazione specifica nella lettura/scrittura (frase intera -> sillabe -> lettere).
Decroly è un pedagogista che ha definito una didattica innovativa, rendendo la teoria pedagogica applicabile e scientificamente fondata attraverso pratiche didattiche concrete
LA SCUOLA MEDIA UNICA (1962/1963)
Fino al 1962, dopo la frequenza della scuola elementare, i bambini dovevano scegliere tra la "scuola media" che dava accesso ai licei e all’università e l’”avviamento professionale" che precludeva gli studi superiori. Questa divisione cristallizzava le differenze di classe sociale già all’età di 11 anni.
Con la Legge n. 1859 del 31 dicembre 1962, nasce la Scuola Media Unica i cui principi ispiratori sono:
- Fine del dualismo: Viene eliminato l'avviamento professionale. Tutti i ragazzi dagli 11 ai 14 anni seguono lo stesso percorso.
- Democratizzazione: La scuola diventa davvero "di massa" ossia di tutti e per tutti. L'obbligo scolastico fino a 14 anni (già previsto dalla Costituzione) viene finalmente attuato.
- L'impatto sociale: La scuola media diventa il terreno di scontro tra la vecchia didattica selettiva e la nuova necessità di inclusione. Celebre, in questi anni, è la critica di Don Lorenzo Milani con Lettera a una professoressa (1967), che denunciava come la scuola continuasse a bocciare i figli dei poveri.
La riforma della scuola media unica, indica l'istituzione di un nuovo modello di scuola media introdotto con la legge 31 dicembre 1962, n. 1859. Emanata durante il governo Fanfani IV e firmata dal Ministro della Pubblica Istruzione Luigi Gui, portò alla sostituzione di ogni tipologia di scuola secondaria inferiore con un percorso unico, gratuito e obbligatorio per tutti i ragazzi e le ragazze dagli 11 ai 14 anni.
In considerazione dell’art. 34 della Costituzione, che prescrive l’obbligatorietà e la gratuità della scuola inferiore, la creazione di un percorso unitario per la scuola media si rese necessaria come naturale continuazione verso un’istruzione più egualitaria. La prima proposta di riforma del dopoguerra riguardante la scuola media è il disegno di legge promosso da Guido Gonella nel 1951, che seguiva una grande inchiesta sulle questioni scolastiche, e proponeva una scuola articolata in quattro sezioni.
Tale proposta era il frutto del compromesso tra un orientamento unitario e uno differenziale, proprio come proponeva la commissione presieduta da Giovanni Calò. Infatti, nel 1956 tale commissione produce un rapporto in cui si delineava una scuola secondaria triennale unitaria, con al suo interno la possibilità di fare delle scelte differenziate. Di segno diverso fu il disegno di legge del senatore comunista Ambrogio Donini del 1959, che porta avanti un progetto di scuola triennale unica senza latino. Nello stesso anno veniva anche proposto un progetto di legge dell’allora Ministro della Pubblica Istruzione (governi Segni II, Tambroni) Giuseppe Medici. Questo prevedeva una scuola media unica distinta in “sezioni” e l’accesso alla scuola secondaria superiore sulla base di tali sezioni: quindi formalmente unitaria, ma nei fatti ancora differenziale.
Di grande importanza fu anche l’esperimento condotto dal democristiano Giacinto Bosco (governo Fanfani III), che consisteva nell’istituzione di alcune “classi sperimentali” di scuola media unificata per l’anno scolastico 1960/61. Questo esperimento contribuì a superare lo stallo parlamentare, nel contempo aveva lo scopo di far considerare la scuola media unica come un fatto compiuto, che attendeva solo la ratifica della legge.
Infine, sarà il ministro democristiano Luigi Gui (Fanfani IV) che si occupò del progetto di legge sulla riforma della scuola media che diventerà definitivo nel dicembre del 1962. La discussione parlamentare si aprì nel 1961 e, nonostante il generale consenso intorno alla scuola media unica, si aprirono alcune controversie intorno ad alcuni punti fondamentali tra cui:
- L'unicità reale dell'iter formativo, come premessa di eguaglianza sociale e di formazione democratica del cittadino
- il rapporto tra la scuola di base e i successivi gradi di scuole secondarie.
- L'eliminazione di ogni residuo di quella concezione di privilegio agli abitanti delle città rispetto a quelli delle campagne.
- La “questione del latino”, in cui si delinearono parti contrapposte sulla convenienza o meno di mantenere il latino nella scuola secondaria inferiore, e soprattutto in che forma. Il Partito Comunista Italiano mantenne una opposizione netta sulla convenienza di abolire il latino dalle medie. Il Partito Socialista invece, nonostante fosse contrario, mantenne una posizione più dialogante con la Democrazia Cristiana, che invece proponeva anche in questo caso una forma di compromesso.
La legge comprendeva soltanto 25 articoli e rivoluzionò profondamente il sistema scolastico italiano. In primo luogo (art. 1), la legge realizzava i principi dell’articolo 34 della Costituzione che afferma, oltre all’obbligatorietà e alla gratuità, che «La scuola è aperta a tutti». Infatti, venne stabilito che entro il 1966 si sarebbe istituita una scuola media in tutti i Comuni con popolazione superiore ai 3.000 abitanti (art. 10). Inoltre, venne affermato il principio orientativo della scuola media rispetto alle attività scolastiche successive per superare il modello selettivo precedente.
La struttura organizzativa della nuova Scuola media unica prevedeva i seguenti insegnamenti obbligatori (art. 2):
- religione;
- italiano;
- storia ed educazione civica, geografia;
- matematica, osservazioni ed elementi di scienze naturali;
- lingua straniera;
- educazione artistica;
- educazione fisica. Le materie obbligatorie nella prima classe che diventano facoltative nelle classi successive:
- applicazioni tecniche;
- educazione musicale.
La questione dell’insegnamento del latino, centrale nel dibattito della legge, verrà risolto con un compromesso che prevedeva, nella seconda classe, l’integrazione all’insegnamento d’italiano di conoscenze preliminari della lingua latina. A questo si aggiungeva un insegnamento autonomo di latino nella terza classe, come materia facoltativa (art. 2). Questa norma si relaziona all’articolo 6, che prevede la promozione ad un esame di latino per poter accedere al liceo classico.
La legge stabiliva che l’orario complessivo non doveva superare le 26 ore settimanali, ma venne data la possibilità di istituire un doposcuola facoltativo e gratuito sulla base delle possibilità locali (art. 3). Alla fine del percorso venne posto un «esame di licenza» (art. 5), che però era anche «esame di Stato» e per questo dava la possibilità di accesso a tutte le scuole secondarie superiori, ad eccezione del classico che necessitava dell’esame integrativo (art. 6). Sebbene con questa riforma venisse istituito un percorso unico, al suo interno vennero previste delle forme di differenziazione, in quanto, al percorso principale vennero aggiunte le “classi di aggiornamento” (art. 11) e le “classi differenziali” (art. 12). Le prime si affiancavano alla prima e alla terza (classi ordinarie). La prima classe di aggiornamento era prevista per gli «alunni bisognosi di particolari cure», mentre la terza classe di aggiornamento serviva per coloro che erano stati respinti all’esame finale (art. 11). Le “classi differenziali” erano invece istituite per i cosiddetti «alunni disadatti scolastici» e si prevedeva la presenza di due medici, uno esperto di pedagogia, l’altro in neuropsichiatria, in psicologia o affini (art. 12).
Successive modifiche e sviluppi
L’istituzione della legge sulla scuola media unica fu un momento di grande importanza per lo sviluppo del sistema scolastico italiano, ma erano ancora molti gli elementi di fragilità e gli ambiti su cui era necessario intervenire. Infatti, all’approvazione della legge del 1962 seguirono nuovi provvedimenti che modificarono e integrarono tale riforma. Tuttavia, nonostante questi adeguamenti, la scuola media unica non portò agli effetti sperati a causa della sua nascita ed attuazione per compromesso politico e della mancanza di un progetto di formazione e aggiornamento della preparazione professionale e culturale degli insegnanti.
Legge 16 giugno 1977, n. 348
Dopo un acceso dibattito in cui vennero toccati molti temi già sollevati nel 1962, si arrivò ad una legge che introduceva centrali cambiamenti disciplinari e di ordinamento:
- venne abolito l’insegnamento del latino;
- venne potenziato l’insegnamento della lingua italiana;
- la disciplina di “applicazioni tecniche” venne sostituita da quella di “educazione tecnica”, resa obbligatoria;
- la disciplina di “educazione musicale” divenne obbligatoria;
- la disciplina di “Matematica, osservazioni ed elementi di scienze naturali”, veniva sostituita da “Scienze matematiche, chimiche fisiche e naturali” Inoltre, l’orario venne portato a 30 ore e non oltre. Mentre l’esame di licenza media venne riordinato in tre prove scritte e in un colloquio su tutte le materie d’insegnamento.
Legge 4 agosto 1977, n. 517
Con questa norma vennero apportate le seguenti modifiche:
- venne soppressa la sessione autunnale dell’esame di riparazione;
- le classi differenziali vennero abolite;
- le classi di aggiornamento vennero abolite;
- venne introdotta la scheda personale dell’alunno;
- venne reso obbligatorio un piano annuale di attività;
- vennero invitate le scuole ad attuare forme di integrazione per gli alunni disabili.
La riforma della scuola media del 1962 generò una ampia richiesta di istruzione che portò ad un forte aumento del numero delle insegnanti-donne. Inoltre, si registrò anche una più alta frequenza femminile e la diffusione delle classi miste. Nonostante questi cambiamenti, non si arrivò ad una completa equiparazione dei percorsi educativi tra i sessi: per quanto riguarda alcune attività rimasero forme di differenziazione, come nel caso dell'educazione fisica.
La legge avviò inoltre, un «processo di scolarizzazione di massa, che pur procedendo con grande lentezza tra difficoltà e resistenze, ha portato a un più profondo cambiamento della società italiana
VERSO UNA NUOVA DIDATTICA: GLI ANNI '70
Prima di arrivare ai programmi dell'85, ci sono state tappe intermedie fondamentali che hanno scardinato la precedente impostazione della scuola italiana:
- Legge 444/1968: Istituzione della Scuola Materna Statale.
- Legge 820/1971: Introduzione del Tempo Pieno, che permette alla scuola di diventare un centro di aggregazione e sperimentazione.
- Decreti Delegati (1974): La scuola apre alla partecipazione di genitori e studenti nella gestione (Consigli di classe, di istituto, ecc.).
- Legge 517/1977: Una legge rivoluzionaria che abolisce le classi differenziali e favorisce l'integrazione dei disabili, introducendo la valutazione narrativa al posto dei voti numerici nelle elementari e medie.
LA SCUOLA MATERNA STATALE
Con la legge n°444 del 1968, venne istituita la scuola materna statale gratuita e non obbligatoria e, l’anno dopo, 1969, vennero varati gli Orientamenti con le indicazioni pedagogiche e didattiche. L’approvazione della legge 444 del 1968 ha rappresentato un momento rilevante della storia della scuola italiana e ha gettato le basi per un sistema educativo rivolto all’infanzia, sempre più generalizzato e di qualità, caratterizzato dal pluralismo delle idee pedagogiche e da azioni concrete. Oggi la progressiva diffusione della scuola dei 3-6 anni ha consentito di raggiungere quasi tutte le località del nostro Paese e di garantire un’offerta formativa ad oltre il 95% delle bambine e dei bambini di età tra 3 e 6 anni. La nascita della Scuola materna statale è stato un processo di evoluzione e miglioramento costante che è tuttora in atto.
Il contesto Storico e Normativo della Scuola Materna statale si riferisce alla Legge 444/1968 che istituì la Scuola Materna Statale, trasformando ciò che prima erano prevalentemente asili gestiti da enti religiosi o aziendali in un vero e proprio segmento del sistema scolastico pubblico e al Decreto 647/1969 che fornì le direttive pedagogiche per l'attività educativa, basandosi sulla legge del '68 e riconoscendo la necessità di un'educazione strutturata per i bambini dai 3 ai 6 anni.
Principi Chiave degli Orientamenti
- Finalità della Scuola Materna: Affermare il ruolo della scuola materna come luogo di sviluppo globale della personalità infantile, in sinergia con la famiglia.
- Centralità del Bambino: Considerare il bambino come un individuo con dotazioni native e influenzato dall'ambiente, bisognoso di un ambiente stimolante e di rapporti equilibrati.
- Ruolo dell'Educatrice: Sottolineare l'importanza del rapporto educatrice-bambino e la libertà d'insegnamento, pur nel rispetto delle direttive generali.
- Scuola e Famiglia: Necessità di un forte legame tra scuola materna e famiglia, vista l'evoluzione della società contemporanea.
- Scuola Materna nella Società: Riconoscere il ruolo della scuola materna in una società in rapida industrializzazione, preparatoria alla scuola elementare.
Gli Orientamenti segnarono una svolta perché si passò da un'idea di "custodia" a un progetto educativo, gettando le basi per la futura Scuola dell'infanzia e per la pedagogia infantile in Italia che portò ai nuovi Orientamenti del 1991.
I NUOVI PROGRAMMI DELLA SCUOLA PRIMARIA (1985)
Se i programmi del '55 guardavano al passato, quelli del 1985 (D.P.R. 104) guardano al futuro e alla complessità della società moderna. Sono figli del lavoro di una commissione tecnica guidata da pedagogisti come Mauro Laeng e influenzati dalle teorie di Jean Piaget e Jerome Bruner e Howard Gardner.
Gli aspetti principali riguardano:
- Superamento del "bambino del sentimento": il bambino è ora visto come un soggetto attivo, dotato di capacità cognitive da sviluppare. Si parla di alfabetizzazione culturale.
- Pluralismo e laicità: la religione non è più il fondamento di tutto il programma; si riconosce il valore delle diverse culture e delle diverse intelligenze.
- Nuove discipline: vengono introdotte materie come l'educazione all'immagine, l'educazione motoria e, soprattutto, l'informatica e la lingua straniera
- Dall'insegnante unico al modulo: Questi programmi preparano il terreno per la riforma del 1990, che sostituirà il maestro unico con il "team" di tre docenti su due classi (il modulo educativo).
LA NUOVA PEDAGOGIA
I pedagogisti ispiratori dei Programmi Scolastici Italiani dell'85 sono principalmente Jerome Bruner, con il suo approccio costruttivista centrato sulla scoperta, l'apprendimento a spirale e il pensiero produttivo e Howard Gardner, il cui concetto di intelligenze multiple ha influenzato la visione di una didattica più inclusiva e personalizzata.
Jerome Bruner (Influenza principale per gli anni '80)
- Apprendimento come scoperta: L'alunno deve essere protagonista, non ricevitore passivo, costruendo attivamente la conoscenza.
- Strutturalismo e spirale: Riproporre i concetti chiave del curriculum più volte, a livelli di complessità crescente (programma a spirale).
- Pensiero produttivo: Sviluppare la creatività e la capacità di risolvere problemi, superando la dicotomia tra culture umanistiche e scientifiche.
- Scaffolding (Impalcatura): Il ruolo dell'insegnante come mediatore che sostiene l'apprendimento, collegando l'adulto al bambino.
Howard Gardner (Influenza successiva, ma rilevante)
- Intelligenze multiple: Sebbene non direttamente citato nei programmi dell'85, la sua teoria (pubblicata negli anni '80) ha supportato l'idea di valorizzare i diversi talenti e modalità di apprendimento degli studenti, un tema che si sposa bene con la visione umanistica di Bruner.
I Programmi dell'85 hanno recepito questi ideali ponendo l'alunno al centro, promuovendo l'autonomia, la scuola attiva, il superamento della frammentazione disciplinare e l'integrazione tra scienze e cultura umanistica, ispirandosi a Bruner per un'educazione che sviluppasse il pensiero critico e la scoperta.
Questa evoluzione riflette il passaggio dell'Italia da un paese rurale e gerarchico a una democrazia industriale complessa, dove l'istruzione è diventata lo strumento principale di mobilità sociale.
Contributo di Don Milani e la Scuola di Barbiana
Il ruolo di Don Lorenzo Milani e dell'esperienza della Scuola di Barbiana è stato fondamentale per la pedagogia italiana, agendo come una potente forza critica che ha preparato il terreno culturale per i Programmi del 1985. Sebbene Don Milani sia morto nel 1967, molto prima della riforma dell'85, il suo pensiero è penetrato nelle istituzioni attraverso un lungo processo di "metabolizzazione" delle sue idee.
Nel celebre testo "Lettera a una professoressa" (1967), i ragazzi di Barbiana denunciavano una scuola che "curava i sani e respingeva i malati", ovvero una scuola selettiva che bocciava i figli dei poveri.
- Influenza nei Programmi '85: I Programmi del 1985 segnano il passaggio definitivo da una scuola che seleziona a una scuola che include. Ci si riferisce al famoso motto I CARE di Don Milani appeso alla porta della sua scuola. L'obiettivo non è più premiare chi ha già gli strumenti culturali a casa, ma fornire a tutti quegli strumenti. Si passa da una didattica trasmissiva (il maestro parla, l'alunno ripete) a una didattica della ricerca, dove l'alunno è protagonista.
Per Don Milani, la povertà non era la mancanza di soldi, ma la mancanza di parole: "È solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l'espressione altrui". Senza il possesso del linguaggio, il povero non può partecipare alla democrazia.
- Influenza nei Programmi ‘85: I programmi del 1985 pongono l'educazione linguistica al centro di ogni disciplina. Non si insegna più solo la grammatica formale, ma la lingua come strumento di comunicazione e di cittadinanza.
Don Milani ha criticato il ruolo del "Maestro Unico" e ha aperto la scuola alla realtà, rifiutando l'idea di un programma rigido e calato dall'alto. A Barbiana si leggevano i giornali, si discuteva dei problemi del mondo e si lavorava in gruppo.
- Influenza nei Programmi '85: La riforma del 1985 supera la figura del maestro "onnisciente" dei programmi del '55. Introduce la pluralità dei docenti (il modulo) e incoraggia la collegialità. Il maestro non è più un trasmettitore di dogmi, ma un facilitatore che aiuta i bambini a interpretare la realtà circostante (storia, scienze e geografia diventano strumenti di indagine del mondo reale).
Il motto di Barbiana, "I Care" (mi sta a cuore), si opponeva al "me ne frego" fascista. Per Don Milani, lo studio doveva avere un fine sociale: doveva servire per aiutare gli altri e per non essere ingannati dal potere ed evitare la selezione sociale.
Mentre i programmi del 1955 erano ancora legati a una visione dell'infanzia come "età dell'innocenza" e della scuola come luogo di indottrinamento morale, i Programmi del 1985 accolgono la lezione di Barbiana:
- Riconoscendo che ogni bambino ha un background diverso che la scuola deve valorizzare.
- Sostituendo il nozionismo con il metodo critico.
- Ponendo la Costituzione e i diritti umani come bussola dell'insegnamento.
Senza la "scossa" provocata da Don Milani negli anni '60, probabilmente la scuola italiana del 1985 sarebbe stata molto meno attenta alla giustizia sociale e al pluralismo culturale.
CITAZIONI CHIAVE DALLA "LETTERA A UNA PROFESSORESSA"
- Sull'ingiustizia della scuola: "Non c'è nulla che sia ingiusto quanto far le parti eguali fra disuguali". "La scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde".
- Sulla figura del maestro e l'impegno: "Se ognuno di voi sapesse che ha da portare innanzi a ogni costo tutti i ragazzi e in tutte le materie, aguzzerebbe l’ingegno per farli funzionare".
- Sulla lingua e la democrazia: "La ricchezza linguistica, il possesso delle parole, la comprensione dell’italiano sono fondamento di democrazia".
Santena, 18 febbraio 2026
NB: Chi volesse documentarsi sulla prima parte della Storia della scuola italiana e sulle pubblicazioni successive può cliccare qui in basso: