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Storia e storie della scuola italiana- Parte terza Dalla Legge Coppino del 1877 alla Riforma Gentile


di Carla Eandi

Indice

1911 – Legge Daneo-Credaro

Chi era Giovanni Gentile

- Rapporti con la cultura cattolica

- Rapporti col regime

- Il Discorso agli Italiani

- Uccisione da parte dei GAP

1923 – La Riforma Gentile

- Obiettivi della riforma

- Le norme

- Tre gradi del ciclo unico di scuola

- Religione di Stato (cattolica)

- Minoranze linguistiche

Programmi del grado preparatorio (r.d. 2185/1923 art. 7)

- Scuola dell’infanzia

- Programmi del grado inferiore (art. 8)

- Programmi delle classi dalla sesta all'ottava

- Scuola media e secondaria

- Aumento delle tasse scolastiche

Effetti della riforma sulla popolazione scolastica

Conclusioni

Modifiche successive

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1911 – Legge Daneo-Credaro

La legge fu presentata la prima volta nel 1910 dal ministro della pubblica istruzione Edoardo Daneo e approvata l’anno successivo dal nuovo ministro Luigi Credaro. La legge suddivideva le scuole in due categorie: scuole dei capoluoghi di provincia, ancora in gestione diretta ai Comuni; scuole di tutti gli altri Comuni, poste alle dipendenze dei Provveditorati agli studi. Lo Stato era direttamente impegnato nell’organizzazione e nella gestione dell’istruzione elementare nei territori economicamente e socialmente più deboli

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Chi era Giovanni Gentile

Giovanni Gentile (Castelvetrano, 29 maggio 1875 – Firenze, 15 aprile 1944) è stato un filosofo, pedagogista e politico italiano.

Fu, insieme a Benedetto Croce, uno dei maggiori esponenti del neoidealismo filosofico e dell'idealismo italiano, nonché tra i più importanti protagonisti della cultura italiana nel XX secolo, cofondatore dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana e, da ministro, artefice, nel 1923, della riforma della pubblica istruzione nota come Riforma Gentile. La sua filosofia è detta attualismo.

Di formazione liberale, fu inoltre figura di spicco del fascismo italiano, del quale contribuì a orientarne l'ideologia. In seguito alla sua adesione alla Repubblica Sociale Italiana, fu ucciso durante la seconda guerra mondiale da alcuni partigiani dei GAP.

Biografia

«Era un omone che ispirava grande simpatia; con la pancia incontenibile, i bei capelli brizzolati sopra un faccione rosso acceso, di carnale cordialità. Tutto fuorché un filosofo: così mi apparve, benché fossi pieno di entusiasmo per i suoi Discorsi di religione, freschi di lettura. Bonario, familiare (paternalista), mi fece l'impressione di un vigoroso massaro siciliano, che fonda la sua autorità sull'indiscusso ruolo di patriarca…»

(Geno Pampaloni, Fedele alle amicizie, 1984)

Ottavo di dieci figli, Gentile nasce nel 1875 a Castelvetrano, nel trapanese, da Giovanni Gentile senior, farmacista, e Teresa Curti, figlia di un notaio. Frequenta il ginnasio/liceo "Ximenes" a Trapani. Vince quindi il concorso per quattro posti di interno della Scuola normale superiore di Pisa, dove si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia: qui ha come maestri, tra gli altri, Alessandro D'Ancona, professore di letteratura, legato al metodo storico e al positivismo e di idee liberali, Amedeo Crivellucci, professore di storia, e Donato Jaja, professore di filosofia, hegeliano seguace di Spaventa.

Dopo la laurea nel 1897, con massimo dei voti, Gentile ottiene una cattedra in filosofia presso un liceo a Campobasso e poi a Napoli.

Nel 1901 sposa Erminia Nudi, conosciuta a Campobasso: dal loro matrimonio nasceranno sei figli: Teresa (1902), Federico (1904), i gemelli Gaetano e Giovanni junior (1906), Giuseppe (1908) e Tonino (1910).

Nel 1902 ottiene la libera docenza in filosofia teoretica e l'anno successivo quella in pedagogia. Ottiene poi la cattedra universitaria all'Università degli Studi di Palermo (1906-1914, storia della filosofia). Nel 1914 è all'Università di Pisa (fino al 1919, filosofia teoretica) e infine alla Sapienza di Roma .

Giovanni Gentile nel 1910Diapositiva1

Giovanni Gentile nel 1910

È stato professore ordinario di Storia della filosofia e di Filosofia Teoretica all'Università di Palermo, all'Università di Pisa e all'Università di Roma

Durante gli studi a Pisa incontra Benedetto Croce con cui intratterrà un carteggio continuo dal 1896 al 1923. Gli argomenti trattati furono, dapprima la storia e la letteratura, poi la filosofia. Uniti dall'idealismo (su cui avevano comunque idee diverse), contrastarono assieme il positivismo e le degenerazioni, a loro dire, dell'università italiana. Insieme fondano nel 1903 la rivista La Critica, per contribuire, in base alle loro idee, al rinnovamento della cultura italiana: Croce si occupava di letteratura e di storia, Gentile, invece, si dedicava alla storia della filosofia. In quegli anni Gentile non aveva ancora sviluppato il proprio sistema filosofico. L'attualismo avrà una configurazione sistematica solo alle soglie della prima guerra mondiale. Sarà inoltre dal 1915 che Gentile divenne membro del Consiglio superiore della pubblica istruzione, fino al 1919.

All'inizio della prima guerra mondiale, Gentile si schiera a favore dell'intervento in guerra come conclusione del Risorgimento italiano. In quel tempo rivelò a sé stesso la passione politica che provava e assunse una dimensione che non era più soltanto quella del professore che parla dalla cattedra, ma quella dell’intellettuale militante, che si rivela al grande pubblico attraverso i giornali quotidiani.

Nel 1920 fonda il Giornale critico della filosofia italiana. Nel 1922 diviene socio dell'Accademia dei Lincei. Fino al 1922 Gentile non mostra particolare interesse nei confronti del fascismo. Fu solo allora che prese posizione in merito, dichiarando di vedere in Mussolini un difensore del liberalismo risorgimentale nel quale si riconosceva.

Il 31 ottobre, all'insediamento del regime viene nominato da Mussolini ministro della pubblica istruzione (1922-1924, per dimissioni volontarie), attuando nel 1923 la riforma Gentile, fortemente innovativa rispetto alla precedente riforma basata sulla legge Casati di più di sessant'anni prima (1859). Durante il suo ministero si rende responsabile di vari casi di persecuzione politica di insegnanti o funzionari antifascisti, sotto forma sia di licenziamenti o prepensionamenti di tipo discriminatorio, sia di ispezioni ministeriali e provvedimenti disciplinari contro persone politicamente non allineate col governo.

Il 5 novembre 1922 diviene senatore del Regno. Nel 1923 Gentile si iscrive al Partito Nazionale Fascista (PNF) con l'intento di fornire un programma ideologico e culturale.

Dopo la crisi Matteotti, rassegna le dimissioni da ministro, Gentile viene chiamato a presiedere la Commissione dei Quindici per il progetto di riforma dello Statuto Albertino

Incipit del Manifesto degli intellettuali fascisti

Incipit del Manifesto degli intellettuali fascisti

Gentile resta fascista e nel 1925 pubblica il Manifesto degli intellettuali fascisti, in cui vede il fascismo come un possibile motore della rigenerazione morale e religiosa degli italiani e tenta di collegarlo direttamente al Risorgimento. Questo manifesto sancisce l'allontanamento definitivo di Gentile da Benedetto Croce, che gli risponde con un Antimanifesto. Nel 1925 promuove la nascita dell'Istituto Nazionale Fascista di Cultura (INFC), di cui è stato presidente fino al 1937.

In virtù della sua appartenenza organica al regime, Gentile consegue un forte arricchimento in termini economici e già all'inizio degli anni Trenta la sua famiglia si attesta su un tenore di vita parecchio elevato. Gentile realizza anche un notevole accumulo di cariche culturali, accademiche e politiche, grazie alle quali esercita durante tutto il ventennio fascista un forte influsso sulla cultura italiana, specialmente nel settore amministrativo e scolastico.

Gentile e Benito Mussolini mentre esaminano i primi volumi dell'Enciclopedia Italiana

Gentile e Benito Mussolini mentre esaminano i primi volumi dell'Enciclopedia Italiana

È il direttore scientifico dell'Enciclopedia Italiana dell'Istituto Treccani dal 1925 al 1938, e vicepresidente di tale istituto dal 1938, dove accolse numerosi "collaboratori non fascisti" come il socialista Rodolfo Mondolfo]. A Gentile si devono in gran parte il livello culturale e l'ampiezza della visione dell'opera: invitò infatti «a collaborare alla nuova impresa 3.266 studiosi, di diverso orientamento», poiché «nell'opera si doveva coinvolgere tutta la migliore cultura nazionale, compresi molti studiosi ebrei o notoriamente antifascisti, che ebbero spesso da tale lavoro il loro unico sostentamento».

Egli riesce in tal modo a mantenere una relativa autonomia, nella redazione dell'enciclopedia, dalle interferenze del regime fascista. La collaborazione di antifascisti all'enciclopedia suscita critiche fra le gerarchie, cui Gentile risponde rassicurando Mussolini in una lettera del luglio 1933, in cui scrive fra l'altro che ai non iscritti al partito nazionale fascista «non è dato di inserire di proprio una sola parola nel testo della Enciclopedia», e che «nessun collaboratore, in nessuna materia, ha mano libera; e tutti gli articoli sono soggetti a rigorosa revisione». Tutte le voci dell'enciclopedia che riguardano il fascismo sono sottoposte all'approvazione preventiva di Mussolini.

Nel 1928 Gentile diventa regio commissario della Scuola Normale Superiore di Pisa, e nel 1932 direttore. Nel 1930 diventa vicepresidente dell'Università Bocconi. Nel 1932 diventa Socio Nazionale della Reale Accademia Nazionale dei Lincei. Lo stesso anno inaugura l'Istituto Italiano di Studi Germanici, di cui diviene presidente nel 1934. Nel 1933 inaugura e diviene presidente dell'Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente. Nel 1934 inaugura a Genova l'Istituto mazziniano. Fu direttore della Nuova Antologia e accolse "collaboratori non fascisti" come il socialista Rodolfo Mondolfo. Nel 1937 diventa regio commissario, nel 1938 presidente del Centro nazionale di studi manzoniani e nel 1941 è presidente della Domus Galileiana a Pisa.

Promosse l'istituzione dell'obbligo del giuramento di fedeltà al fascismo da parte dei docenti universitari. Sostenuto pubblicamente già nel 1929 da Gentile che lo definì «una nuova formula di giuramento, in cui gl'insegnanti sarebbero invitati a giurare fedeltà anche al Regime», nell'ottica di Gentile esso avrebbe dovuto condurre al superamento della divisione, creatasi nel 1925, tra i firmatari del suo Manifesto degli intellettuali fascisti e coloro che invece avevano aderito al Manifesto degli intellettuali antifascisti, redatto dal suo ex amico e rivale Benedetto Croce. Introdotto nel 1931, questo provvedimento - tipico di un modo d'agire «drasticamente autoritario e repressivo» del regime fascista rispetto al mondo della cultura - causò l'allontanamento di alcuni illustri accademici dall'Università italiana e suscitò una diffusa riprovazione nell'opinione pubblica fuori d'Italia.

Rapporti con la cultura cattolica

Non mancano comunque i dissensi col regime: in particolare la sua influenza all'interno del regime subisce un duro colpo nel 1929, alla firma dei Patti Lateranensi tra Chiesa cattolica e Stato Italiano: sebbene Gentile riconosca il cattolicesimo come forma storica della spiritualità italiana, ritiene di non poter accettare uno Stato non laico. Questo evento segna una svolta nel suo impegno politico militante; è inoltre contrario all'insegnamento della religione cattolica nelle scuole medie e superiori, mentre riteneva giusto - avendolo inserito nella sua riforma - quello nelle scuole elementari, in quanto lo riteneva una preparazione alla filosofia adatta ai bambini.

Nel 1934 il Sant'Uffizio mette all'indice le opere di Gentile e di Croce, a causa del loro riconoscimento, nel solco dell'idealismo, del cristianesimo cattolico come mera "forma dello spirito", ma considerato inferiore alla filosofia, come Gentile spiega nel discorso del 1943 La mia religione, in cui vi sono anche alcune velate critiche al papato storico, ispirate da Dante, Gioberti e Manzoni.

Degna di nota anche la sua difesa di Giordano Bruno, il filosofo eretico condannato al rogo dall'Inquisizione nel 1600, al quale dedica un saggio, impegnandosi anche presso Mussolini perché la statua del pensatore nolano - eretta in Campo de' Fiori nel 1889 e opera dello scultore anticlericale Ettore Ferrari - non fosse rimossa, come richiesto da alcuni cattolici.

Rapporti col regime

Il 21 dicembre 1933, nel corso della giornata inaugurale dell'Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente prese posizione contro le teorie razziste che si stavano propagando nella Germania nazista.

Gentile, personalmente, non condivise le leggi razziali del 1938, come si evince da un carteggio con Benvenuto Donati durato per tutto il periodo tra il 1920 ed il 1943. Benché sia stato indicato da taluni come uno dei firmatari del Manifesto della razza, si tratta di una diceria, in quanto Gentile non lo firmò mai. Soprattutto dopo la promulgazione delle leggi razziali in Italia, si susseguirono gli interventi di Gentile a favore di colleghi ebrei come Mondolfo, Gino Ariase, Arnaldo Momigliano.

Il Discorso agli Italiani
Il Discorso agli Italiani

Il Discorso agli Italiani

"Il discorso agli Italiani" del 24 giugno 1943

Gli ultimi interventi politici sono rappresentati da due conferenze nel 1943. Dopo un incontro avvenuto il 17 novembre 1943 con Benito Mussolini sul lago di Garda si convinse ad aderire alla Repubblica Sociale Italiana

Uccisione da parte dei GAP

Il 30 marzo 1944, ricevette diverse missive contenenti minacce di morte. In una, in particolare, era riportato: "Tu come esponente del neofascismo sei responsabile dell'assassinio dei cinque giovani al mattino del 22 marzo 1944". L'accusa era riferita alla fucilazione di cinque giovani renitenti alla leva rastrellati dai militi della RSI il 14 marzo dello stesso anno (fucilazione orchestrata dal maggiore Mario Carità, che detestava Gentile, ricambiato; il filosofo aveva infatti minacciato di denunciare le eccessive violenze del suo reparto allo stesso Mussolini). Il governo fascista repubblicano gli offrì quindi una scorta armata che però Gentile declinò

Lapide nei pressi della tomba di Giovanni Gentile, basilica di Santa Croce

Lapide nei pressi della tomba di Giovanni Gentile, basilica di Santa Croce

Considerato in ambito resistenziale come uno dei principali teorici e responsabili del regime fascista, "apologo della repressione" e di "un regime ostaggio di un esercito occupante", fu ucciso il 15 aprile 1944 sulla soglia della sua residenza di Firenze, la villa di Montalto al Salviatino, da un gruppo partigiano GAP di ispirazione comunista.

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1923 – La Riforma Gentile

La riforma Gentile è una serie di atti normativi del Regno d'Italia che costituì una riforma scolastica organica.

Prese il nome dall'ispiratore, il filosofo neoidealista Giovanni Gentile, ministro della pubblica istruzione del governo Mussolini nel 1923. Gentile la elaborò con la collaborazione di Giuseppe Lombardo Radice.

Mussolini la definì «La più fascista» delle riforme; rimase in vigore nelle sue linee essenziali anche dopo l'avvento della Repubblica, fino a quando il Parlamento italiano, con la legge 31 dicembre 1962 n. 1859, abolì la scuola di avviamento professionale creando la cosiddetta scuola media unificata.

Obiettivi della riforma

I presupposti essenziali della politica scolastica e sociale di Gentile, cui si ispirerà la riforma del 1923, sono già chiaramente esposti nel suo saggio del 1902 L'unità della scuola media e la libertà degli studi. In questo scritto Gentile propugnava una concezione elitaria, antimoderna e dichiaratamente antidemocratica dell'istruzione superiore, il cui accesso, secondo il filosofo, doveva rimanere riservato agli allievi di maggiore talento oppure a quelli di famiglia facoltosa:

«Gli studi secondari sono di lor natura aristocratici, nell'ottimo senso della parola: studi di pochi, dei migliori [...]; perché preparano agli studi disinteressati scientifici; i quali non possono spettare se non a quei pochi, cui l'ingegno destina di fatto, o il censo e l'affetto delle famiglie pretendono destinare al culto de' più alti ideali umani»

Fra gli obiettivi della riforma dichiarati dallo stesso filosofo vi era la riduzione del numero complessivo degli allievi nelle scuole medie e superiori. In un'intervista del 1923 Gentile così rispondeva alle preoccupazioni diffuse, al riguardo, fra i genitori degli alunni:

«Alla domanda, un po' irosa: - Come si fa a trovar posto per tutti gli alunni? - io rispondo: - Non si deve trovar posto per tutti. - E mi spiego. La riforma tende proprio a questo: a ridurre la popolazione scolastica.»

Uno dei cardini della politica scolastica di Gentile, appena assunta la carica di ministro della pubblica istruzione nel 1922, fu di rivalutare nelle scuole e nelle università «quei principi che erano stati profondamente scossi nel disordine politico degli anni precedenti: rispetto della legge, ordine, disciplina, obbedienza all'autorità dello Stato.»

Infatti la riforma Gentile era improntata all'autoritarismo e al classismo, ma anche a un accentuato maschilismo. Secondo i critici, l’aumento della popolazione femminile nelle scuole pubbliche medie e superiori, verificatosi già a partire dagli ultimi decenni dell'Ottocento, costituiva per Gentile «una minaccia per il modello sociale da lui difeso, nel quale una rigorosa divisione dei ruoli e del lavoro fra i ceti sociali e fra i due sessi era uno degli elementi indispensabili». Già nel 1918 Gentile aveva paventato che la scuola media pubblica sarebbe stata rovinata dall'afflusso di allieve di sesso femminile, che il filosofo riteneva moralmente e intellettualmente inferiore a quello maschile, ossia che detta scuola sarebbe stata

«…invasa dalle donne, che ora si accalcano alle nostre università, e che, bisogna dirlo, non hanno e non avranno mai né quell'originalità animosa del pensiero, né quella ferrea vigoria spirituale, che sono le forze superiori, intellettuali e morali, dell'umanità»

I critici commentano scrivendo che la pedagogia di Gentile era una pedagogia patriarcale e retrograda.

Fecero parte di questa riforma anche alcune disposizioni di carattere più progressista, rivolte soprattutto all'infanzia e alla preadolescenza, come l'istituzione della scuola materna e l'innalzamento dell'obbligo scolastico, ma anche l’estensione dell'obbligo scolastico ai ciechi e ai sordomuti per la cui istruzione il ministero mise a disposizione annualmente fondi abbastanza cospicui.

Le norme

La riforma prese le mosse dalla legge n. 1601/1922, la c.d. legge dei pieni poteri, che per un anno conferiva al Governo il potere di emanare decreti di rango legislativo con una sinteticissima indicazione dei principi guida da seguire ("ridurre le funzioni dello Stato, riorganizzare i pubblici uffici ed istituti, renderne più agili le funzioni e diminuire le spese").

  • Legge 3 dicembre 1922, n. 1601 (delega per la riforma della pubblica amministrazione);
  • R.D. 16 luglio 1923, n. 1753 (Ministero dell'istruzione);
  • R.D. 31 dicembre 1923, n. 3126 (obbligo scolastico);
  • R.D. 31 dicembre 1923, n. 3106 (scuola materna);
  • R.D. 1º ottobre 1923, n. 2185 (scuola elementare);
  • R.D. 6 maggio 1923, n. 1054 (scuola media di 1º e 2º grado e convitti nazionali);

R.D. 30 settembre 1923, n. 2102 (scuola superiore e università). In attuazione della riforma, fu approvato con regio decreto un nuovo regolamento universitario, con R.D. 6 aprile 1924, n. 674. Successivamente, ciascun ateneo si dotò di un nuovo statuto, ciascuno approvato con regio decreto avente sempre valore regolamentare (ad es. l'Università di Roma si dotò di un nuovo statuto approvato con R.D. 14 ottobre 1926, n. 2319).

Tre gradi del ciclo unico di scuola

La scuola elementare si distingueva in un ciclo unico con tre gradi: grado preparatorio (3 anni), inferiore (3 anni), superiore (2 anni).

La riforma (con il R.D. n. 3106/23) trasformò gli asili d'infanzia, ora chiamati scuole materne, facendone istituzioni di preparazione alla scuola elementare; ne fu potenziato lo sviluppo con un apposito stanziamento annuale di cinque milioni di lire.

L’ educazione prescolastica aveva un carattere prevalentemente ludico-creativo, promuoveva lo sviluppo della personalità del bambino, incoraggiando la spontanea espressione dell'esperienza estetica del suo mondo. Nello stesso tempo si dovevano costruire i primi elementi del sapere e correggere cautamente i pregiudizi e le superstizioni popolari. Il personale insegnante delle scuole materne doveva essere formato in sei scuole di metodo statali.

Il ciclo unico elementare terminava all'età di 14 anni. Tuttavia, il nuovo obbligo scolastico restava non attuato in gran parte del territorio. Era previsto un esame con certificazione finale (art. 13): alle classi terza e quinta, ed uno di adempimento dell'obbligo scolastico e speciale idoneità al lavoro nell'ultimo anno frequentato.

L'anno scolastico durava dieci mesi, con almeno 140 giorni (oggi sono 110) di docenza effettiva e completa per maestro. L'istruzione era impartita a turni, le ore erano dimezzate, e se le sezioni erano più di due con diverso programma erano ulteriormente ridotte a cinque ore per turno.
Calendario ed orario delle lezioni, periodi di vacanza erano decisi dai direttori dei circoli didattici, in base alle esigenze locali.

Le scuole erano separate in maschili e femminili: a queste ultime era aggiunto in tutte le classi il lavoro donnesco, e nel ciclo superiore l'economia domestica accompagnata da opportune esperienze.

Le classi dopo il quinto anno avevano il nome di classi integrative di avviamento professionale (dalla sesta alla ottava).
La classe sesta era l'ultimo anno del ciclo inferiore, ma aveva programmi e organizzazione comune (spesso in pluriclassi e maestro unico) con il ciclo superiore di due anni (classe settima e ottava).
Dal quinto anno valevano maestro unico e pluriclassi (non miste), con unico orario e programma, salvo eccezioni numeriche non regolate per legge, divise soltanto per le esercitazioni nelle materie professionalizzanti.

Religione di Stato (cattolica)

A fondamento e coronamento dell'istruzione elementare in ogni suo grado era previsto l'insegnamento della religione cattolica, materia obbligatoria a partire dalla prima classe, tramite docenti dichiarati idonei dall'autorità ecclesiastica, eccetto il caso in cui i genitori dichiarassero di volervi provvedere personalmente.

I primi due anni d'indottrinamento cattolico durante il ciclo inferiore (quarta e quinta elementare) avevano in programma, sotto la vigilanza sacerdotale in classe, un intenso studio della religione: dogmi e morale con riferimento al Vangelo, sacramenti e rito, elementi della prassi religiosa.

Il diritto di rinuncia quindi era inteso come facoltà di scelta per una educazione familiare all'unica religione di Stato. Non era previsto l'insegnamento di altre confessioni religiose, oppure di corsi sostitutivi nell'orario di religione, perciò l'alunno doveva rimanere in classe durante l'ora di religione.

Minoranze linguistiche

L'insegnamento di tutte le materie poteva essere svolto esclusivamente in lingua italiana.

Per gli alunni alloglotti era obbligatorio l'insegnamento della seconda lingua in ore soprannumerarie, su richiesta della famiglia (artt. 4 e 17). Dopo l'anno scolastico 1928/29 non esistette più l'insegnamento delle lingue slovena e croata nella Venezia Giulia e della lingua tedesca in provincia di Bolzano.

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Programmi del grado preparatorio (r.d. 2185/1923 art. 7)

Scuola dell’infanzia

L'istruzione del grado preparatorio aveva carattere ricreativo e tendeva a disciplinare le prime manifestazioni dell'intelligenza e del carattere del bambino. Si fondava su queste attività:

  • canto e audizione musicale;
  • disegno spontaneo;
  • giochi ginnici;
  • facili esercizi di costruzione, di plastica e di altri lavori manuali: giardinaggio e allevamento di animali domestici;
  • rudimenti delle nozioni di più generale possesso e correzione di pregiudizi e superstizioni popolari.

A conclusione di ognuno dei cicli vi era un esame: detto di promozione.

Programmi del grado inferiore (art. 8)

L'accento era posto su canto, disegno interdisciplinare e ginnastica. Erano previsti l'aritmetica elementare e il sistema metrico, la traduzione del dialetto, il dettato, letture e scritture (anche Vangeli e storia sacra), rudimenti di geografia, inni nazionali e poesie apprese a memoria, storia del Risorgimento (se non era attivo il ciclo superiore).

Nei primi due anni era prevista una maggiore istruzione pratica: disegno applicato, educazione sanitaria ed elementi di scienze, letture per la vita domestica e sociale.
La geografia comprendeva nozioni sull'ordinamento centrale e locale dello Stato, geografia agricola ed economica, mercato del lavoro nei luoghi oggetto di flussi migratori interni.

Programmi delle classi dalla sesta all'ottava

Oltre alle materie del quarto e del quinto anno, oggetto di ampie letture, era prevista la frequenza di almeno tre materie biennali, formate da esercitazioni pratiche. I corsi erano scelti dagli studenti entro una rosa di materie programmate centralmente a livello nazionale, e finanziate dallo Stato per tramite dei Provveditorati (art. 2).

I corsi a scelta erano: disegno applicato ai lavori; plastica; elementi di disegno per le arti meccaniche; nozioni ed esercizi elementari di apparecchi elettrici di uso domestico; agraria ed esercitazioni agricole; esercizi fondamentali di apprendistato in un'arte manuale; nozioni ed esercizi marinareschi; taglio e cucito; cucina ed esercizi della buona massaia; ricamo; nozioni e pratica di contabilità.
A questi potevano aggiungersi i corsi istituiti da comuni, provincie e privati.

Scuola media e secondaria

Poteva presentarsi all'esame di ammissione chi aveva compiuto almeno dieci anni di età (art. 72), scegliendo:

  • il ginnasio, quinquennale (tre anni di corso inferiore, e due anni di corso superiore, con esame intermedio di ammissione), che dava l'accesso al liceo (quello che sarebbe stato in seguito denominato liceo classico di 3 anni)
  • il liceo scientifico (4 anni)
  • il liceo femminile (3 anni)
  • l'istituto tecnico, articolato in un corso inferiore, quadriennale, seguito da corso superiore, quadriennale;
  • l'istituto magistrale, articolato in un corso inferiore, quadriennale, e in un corso superiore, triennale, destinato alla preparazione delle maestre di scuola elementare;
  • la scuola complementare di avviamento professionale, triennale, al termine della quale non era possibile iscriversi ad alcun'altra scuola (riordinata con legge n. 889 del 15 giugno 1931).

I contenuti principali del Regio Decreto n. 1054 del 6 maggio 1923 erano in sintesi:

  • disciplina dei vari tipi di istituzioni scolastiche, statali, private e parificate;
  • creazione dell'istituto magistrale della durata di 4 anni, per la formazione dei futuri insegnanti elementari, sostituendo le scuole normali;
  • all'istituto magistrale: assenza di un periodo di tirocinio scolastico con l'assistenza di docenti già abilitati al ruolo, unione delle cattedre di pedagogia e filosofia in un'unica docenza, mentre la psicologia non era più materia di insegnamento;
  • voti di profitto e di condotta deliberati dal Collegio dei Professori a Gennaio e Giugno (art. 80)
  • obbligo di una valutazione di 6/10 in ogni materia o in ogni gruppo di materie affini (e di un voto in condotta pari ad almeno 8/10) per l'ammissione e per il superamento degli esami di licenza/ idoneità/ maturità (art. 81 e 82)
  • l'ammissione ad un esame durante la sessione autunnale, comunemente chiamato Esame di riparazione : chi nello scrutinio finale per la promozione o in qualsiasi esame del luglio abbia conseguito meno di sei decimi in due materie o gruppi di materie o non abbia potuto nel luglio cominciare o compiere l'esame scritto o presentarsi all'orale, è ammesso a sostenere o ripetere le relative prove nella sessione autunnale (art. 83).
  • una classe poteva essere frequentata al massimo per due volte (art. 84), per un numero massimo di due bocciature
  • esonero totale o parziale dalle tasse scolastiche per più bisognosi (art. 96)

Nel nuovo sistema scolastico così disegnato, l'accesso all'università era consentito dal liceo classico o dal liceo scientifico: dallo scientifico non si poteva accedere a Lettere e Filosofia ed alla Facoltà di Giurisprudenza, mentre dal classico era possibile accedere a qualsiasi facoltà ed ateneo italiano.

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Aumento delle tasse scolastiche

La riforma portò a un aumento delle tasse scolastiche per gli studenti medi.

Alla fine del 1923, con la bozza di decreto che portava al quattordicesimo anno di età l'obbligo scolastico, Gentile propose di introdurre una tassa scolastica annuale di 10 lire, da cui erano esentati solo i figli delle famiglie indigenti (pari a circa un quarto degli alunni delle scuole elementari). La proposta venne bocciata perché prevedibilmente impopolare, ma due anni e mezzo più tardi il progetto di Gentile fu realizzato per vie traverse, tramite cioè l'introduzione della pagella scolastica, che si doveva acquistare pagando una tassa di cinque lire.

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Effetti della riforma sulla popolazione scolastica

L'obiettivo di Gentile di ridurre la popolazione scolastica nelle scuole medie e superiori fu ampiamente conseguito. Al momento dell'entrata in carica di Gentile, le scuole secondarie pubbliche erano frequentate da un totale di 277.686 alunni, nell'anno scolastico 1923-24 il loro numero passò a 223.840 e in quello seguente a 185.674, diminuendo cioè rispettivamente del 19,4 e del 17,1%».

Fra il 1925-26 e il 1928-29 anche le iscrizioni all'università diminuirono del 10,7%.

Alla fine degli anni Venti era invece aumentato (dal 76,5% del 1921-22 all'86,8% dei sottoposti all'obbligo scolastico) il numero degli iscritti alle scuole elementari; tuttavia ancora all'inizio degli anni Trenta circa un quarto dei bambini di età compresa fra i 6 e i 14 anni non frequentava regolarmente la scuola. Gli effetti furono più modesti di quelli attesi anche perché non furono aumentati i finanziamenti per l'insegnamento elementare come sarebbe stato necessario.

Ebbe, invece, uno sviluppo positivo l'educazione prescolastica. Nel 1929 il numero degli asili infantili era aumentato del 62% rispetto al numero rilevato prima della riforma, mentre il numero dei bambini iscritti era aumentato del 53%.

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Conclusioni

La riforma promossa da Gentile intendeva ridare una fondazione in senso idealistico della pedagogia, negandone i rapporti con la psicologia e con l'etica: nel suo pensiero l'educazione doveva essere intesa come un divenire dello spirito stesso, il quale realizzava così la propria autonomia.

Si trattava di un sistema che riprendeva molti aspetti della vecchia legge Casati, anche per quanto riguarda l'accesso all'università: solo i diplomati del liceo classico avrebbero potuto frequentare tutte le facoltà universitarie, mentre ai diplomati del liceo scientifico sarebbe stato possibile accedere alle sole facoltà tecnico-scientifiche (erano quindi precluse le facoltà di giurisprudenza e di lettere e filosofia). Per quanto riguarda gli altri diplomati, quelli dell'istituto tecnico potevano accedere alle facoltà di Economia, Agraria e Scienze statistiche, i diplomati magistrali accedevano alla Facoltà del Magistero. Alla base di questa impostazione c'era una concezione aristocratica della cultura e dell'educazione: una scuola superiore riservata a pochi, considerati i migliori, vista come strumento di selezione della futura classe dirigente. Una prima critica rispetto a questa impostazione elitaria provenne nel 1925 dal senatore Luigi Credaro, già Ministro della pubblica istruzione del Regno d'Italia nel periodo 1910-1914.

L'antifemminismo della riforma spicca nella istituzione del liceo femminile, che «aveva il compito di perfezionare la cultura generale delle giovani che avevano frequentato quattro anni di scuola media di primo grado, ma non offriva né un diploma utilizzabile nella vita professionale, né la possibilità di accedere agli studi superiori». Questa scuola fu un vero fiasco e non costituì mai un'alternativa ai licei veri e propri o all'istituto magistrale. Furono realizzate solo dieci scuole delle venti progettate, ma anch'esse furono presto chiuse per la scarsità delle iscrizioni e scomparvero del tutto nell'anno scolastico 1928-29.

Il maggiore spazio dato nella scuola gentiliana alle materie umanistico-filosofiche a scapito di quelle scientifiche, venne criticato anche al tempo della sua approvazione, sia da parte di oppositori del regime sia da parte di studiosi: contrari furono per esempio diversi membri dell'Accademia dei Lincei, che ritenevano un errore allontanare gli allievi, soprattutto i più giovani, dal rigore e dalla precisione insita nelle materie scientifiche, per far seguire loro invece una visione più astratta e non ben definita legata alle varie correnti del pensiero filosofico.

Era previsto che la religione cattolica fosse insegnata obbligatoriamente a livello primario; Gentile riteneva infatti che tutti i cittadini dovessero possedere una conoscenza religiosa, soprattutto egli sosteneva che la dottrina religiosa fosse il maggior traguardo intellettuale per le classi popolari per le quali era sostanzialmente concepito il ciclo della scuola elementare. Gentile tuttavia, riteneva che per la formazione delle élites della nazione, compito affidato ai licei, non servisse più lo studio della religione (relegata al rango di cultura popolare) ma fosse necessario lo studio della filosofia che rappresentava il più alto traguardo intellettuale nell'educazione di un cittadino della futura classe dirigente; per questo nei licei venne reso obbligatorio lo studio della filosofia e non quello della religione. Tuttavia nel 1929 dopo la firma dei Patti Lateranensi, la Chiesa ottenne che lo studio della religione cattolica (divenuta con tale concordato religione di Stato) fosse esteso anche ai licei, contrariando lo stesso Gentile.

Dal punto di vista strutturale Gentile concepisce l'organizzazione della scuola secondo un ordinamento gerarchico e centralistico. Dal punto di vista didattico, i nuovi programmi si fondavano su una gerarchia delle materie, che attribuiva una posizione di preminenza all'italiano e al latino davanti alla storia e alla filosofia, mentre alle discipline scientifiche veniva lasciato l’ultimo posto anche nel liceo scientifico. L'introduzione del latino come materia fondamentale anche nelle scuole tecnico-professionali aveva soprattutto una funzione selettiva.

Per i critici, Gentile aveva concepito un sistema scolastico che non teneva sufficientemente conto della realtà economica di una società industriale di massa in via di sviluppo. Il suo ordinamento scolastico era rivolto alle esigenze dell'élite borghese. La riforma, cercando di frenare la mobilità sociale dei ceti medio bassi attraverso la scuola, colpiva anche le aspirazioni della media e piccola borghesia che rappresentava un'importante base di consenso per il regime; perciò negli anni successivi il regime attuò una serie di modifiche alla riforma.

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Modifiche successive

La riforma Gentile per come fu approvata nel 1923 sopravvisse pochi anni. Dopo i Patti Lateranensi le idee del filosofo vennero considerate troppo laiche e Mussolini la considerò "un errore dovuto ai tempi e alla forma mentis dell'allora ministro", in quanto era una scuola che trasmetteva ideali borghesi e sfornava troppi laureati. L'opera di smantellamento dei vari decreti era già ben avviata nell'autunno del 1928 tanto che lo stesso ex ministro pubblicò una propria presa di posizione sul Corriere, ma questo non servì a molto: i "ritocchi" come definiti dall'Osservatore Romano si protrassero sino al luglio del 1933.

Anche questa sistemazione, giudicata "definitiva" dallo stesso Mussolini, non sopravvisse al cambiamento di mentalità del dittatore I cambiamenti che si volevano apportare furono delineati ne "La carta della scuola" (1939), una proposta di riforma complessiva del sistema scolastico dovuta all'allora ministro della pubblica istruzione Giuseppe Bottai che, a causa dello scoppio della seconda guerra mondiale, rimase in gran parte sulla carta. Solo dopo la Liberazione e dopo vari anni dalla fondazione della Repubblica italiana fu varata la legge n.1859 del 31 dicembre 1962, che riformava in modo complessivo la scuola media e l'istruzione professionale.

Santena, 5 Febbraio 2025