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I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni e la lingua italiana
di Irma Eandi

La copertina de I Promessi Sposi
Tutti abbiamo in mente almeno un personaggio, un episodio, una battuta de I Promessi sposi: il romanzo è nella memoria degli Italiani.
Per obbligo e per piacere, quasi tutti abbiamo letto questo romanzo. Questo di Alessandro Manzoni è un romanzo che fa parte della nostra formazione e che non ha bisogno di presentazioni, perché durante il percorso scolastico ognuno di noi si è trovato a leggerlo e studiarlo. Ma lo abbiamo veramente capito, apprezzato, e ne abbiamo valutato la portata sull'immaginario collettivo e sulla formazione della nostra identità nazionale? Forse perché ne affrontiamo la lettura troppo presto o la viviamo come un obbligo scolastico, molti di noi avrebbero bisogno di rileggerlo, riscoprirlo, riprendendolo in mano con occhi diversi, senza i pregiudizi che spesso lo accompagnano.
La sua enorme diffusione ha reso i personaggi, i tanti episodi, le espressioni tipiche familiari, anzi proverbiali, ormai parte del nostro linguaggio. Un romanzo che ha davvero fatto l’Italia, almeno nei suoi aspetti migliori, grazie a un messaggio politico e pedagogico che forse è tempo di riscoprire.
Se vogliamo che questa rilettura sia ancora più illuminante, possiamo farci guidare da Romanzo popolare. Come i «Promessi sposi» hanno fatto l'Italia, interessante saggio scritto dallo storico Roberto Bizzocchi, che ci offre un'interpretazione meno letteraria e più politica del classico manzoniano.
L’autore ci guida ad una riscoperta del Manzoni pensatore in grado di dialogare con il circolo intellettuale che ruotava intorno alla figura di Madame de Staël, che Stendhal descrisse come "il quartier generale del pensiero europeo"; ancor più rilevante fu che lo fece da un Paese, l’Italia, non ancora Nazione, frazionato in vari regni, tra cui quello Lombardo-Veneto dove Manzoni viveva, soggiogato a quell’impero Austro-Ungarico definito “prigione dei popoli”.
Manzoni è un pensatore radicale, animato da forti passioni politiche e consapevole di vivere a cavallo di due secoli: il '700 Illuminista, razionalista e rivoluzionario, che ha forgiato una nuova coscienza di “cittadino” non più suddito, e l’800 della Restaurazione del Congresso di Vienna. Egli è profondamente imbevuto del razionalismo illuminista, che traghetta nel nuovo secolo, perché portatore di un'eredità imprescindibile, cui fa da contraltare la sua altrettanto profonda religiosità cattolica, che non scade però nella deriva bigotta e restauratrice dell'inizio dell'800. Egli è un "patriota non nazionalista”, come lo definisce Bizzocchi: pur essendo il primo dei Romantici italiani, non si fa trascinare nella visione romantica del “nazionalismo del sangue” e nell'idea delle Nazioni come realtà contrapposte e in guerra tra loro, che in modo tanto funesto peserà poi sugli sviluppi futuri dell’Europa.
Per capire e apprezzare la profondità del pensiero manzoniano, sarebbe bene farne la conoscenza attraverso le opere cosiddette “minori” nelle quali prende forma e spessore, non sempre in modo lineare, la riflessione che trova poi suo pieno compimento nel romanzo.
Ed è qui che Manzoni rivela il suo essere pensatore tutt'altro che moderato. Ne I Promessi sposi egli dà vita ad un’operazione propagandistica colossale, racchiudendo nel romanzo un progetto politico innovativo e rivoluzionario di un'Italia unita da un’identità pubblica in chiave cosmopolita e non nazionalista, guidato da una morale privata basata sulla libertà di scelta e sulla responsabilità individuale.
E lo fa spostando per la prima volta il focus della narrazione storica dagli eventi e dai personaggi cosiddetti “alti” ad una narrazione della storia del popolo e delle genti: gli eroi del romanzo sono due popolani, attraverso la cui storia travagliata il lettore guadagna una percezione acuta dell’ingiustizia dei contesti sociali, degli abusi del potere, della cialtroneria di certi governanti e dell'importanza morale delle scelte e azioni dei singoli. Aggiungendo, inoltre, una visione piuttosto nuova del ruolo della donna, dalla cui parte Manzoni si schiera e a cui attribuisce una forza e capacità di autodeterminazione decisamente moderna rispetto ai tempi in cui scrive e rispetto al '600 in cui ambienta la narrazione.
La stessa forma stilistica del romanzo concorre al progetto. Non a caso l’opera avrà più stampe e revisioni linguistiche al fine di renderla un’opera sul popolo per il popolo. Manzoni abbandona il linguaggio aulico e classico degli intellettuali dell’epoca per scrivere un’opera comprensibile per il popolo, rivedendone l’impianto stilistico a più riprese, sino a giungere a compimento con l’edizione del 1840 riscritta, per così dire, in dialetto fiorentino, scelto per il suo lessico pratico e realistico parlato da nobili e popolani, che lo rendeva una lingua più efficace e universale. Una scelta che avrà grandissimo influsso sulla nascita della lingua italiana del futuro Regno d’Italia.
E questo ci porta ad un'idea cardine del pensiero manzoniano, secondo cui la lingua e non il sangue è il vero collante identitario di un popolo. Già solo da questo si coglie quanto sia ancora attuale il progetto politico del Manzoni, dato che a distanza di poco meno di due secoli dalla prima edizione de I Promessi Sposi ancora oggi in Italia si discute di Ius sanguinis, Ius soli e Ius scholae.
Manzoni ha parlato agli Italiani della loro storia e della loro identità, ponendo problemi che restano centrali e indicando soluzioni che ancora ci riguardano, noi tutti e non meno degli altri i più giovani fra noi.
COME NASCE L’OPERA

La prima pagina de I Promessi Sposi
L’opera nacque in una stagione storica in cui si poneva il problema dell’identità italiana, in una penisola divisa in tanti Stati. Manzoni cominciò a lavorarci il 24 aprile 1821 (con il titolo di Fermo e Lucia), quando sembrava che la rivoluzione piemontese dovesse estendersi alla Lombardia. Ma gli italiani all’inizio dell’Ottocento erano ben lontani dall’immagine manzoniana di una gente “una”. Solo per gli intellettuali esisteva una specie di «repubblica delle lettere», insomma una coscienza letteraria italiana, ma senza caratteri politici.
Manzoni guarda a un mondo di gente umile. Parla di loro. I protagonisti dei Promessi sposi, Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, sono povera gente, come tanti italiani anonimi, abituati alla sofferenza di una storia più grande di loro, che non dominano, non capiscono nella sua dinamica e non possono trasformare. La prepotenza dei “grandi” irrompe nella piccola storia d’amore dei due “promessi sposi”: ed è quella di don Rodrigo, dell’Innominato, del conte zio, dei bravi. Gli umili subiscono la storia che si avventa senza motivo apparente su di loro. La gente umile, nel Seicento, ma anche nell’Ottocento, non fa la storia, come vorrebbero invece, in uno slancio di volontarismo politico, molti promotori del Risorgimento nazionale.
E qui è la prima particolarità de I Promessi sposi, che pur si collocano nel clima risorgimentale. Non si tratta di una vicenda di riscatto dalla tirannia, di una storia prepotente e senza senso. Alla fine del libro si vede che Renzo, “moralista”, vuol trarre una lezione dalle sue vicende dolorose. Ne discute con Lucia, che non accetta il suo moralismo. Il “sugo di tutta la storia” —così emerge dalla conversazione tra Renzo e Lucia, quando hanno ormai una famiglia e un’impresa — è “che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani, e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore”.
Giuseppe Mazzini, in una recensione del 1837, notò come nelle pagine del romanzo non si ritrovasse quella passione che si risolve in forza ed eroismo, insomma nella rivolta. Il cristianesimo dell’autore spingeva a guardare verso il cielo, meno alla terra. La fede cristiana non aveva educato alla rassegnazione di fronte al gran gioco della storia?
Manzoni non credeva alla forza delle rivolte. La nazione italiana è “un’immensa moltitudine d’uomini, una serie di generazioni, che passa sulla terra, sulla sua terra, inosservata”. Ma lo scrittore la osserva e rende appassionante la storia di questa moltitudine. Non si sente nell’opera manzoniana la strumentalità politica ed educativa dell’”intellettuale impegnato “, come si sarebbe detto in tempi recenti. Manzoni scrive un libro di letteratura, frutto del suo “genio”, per utilizzare l’espressione del Cinque Maggio, forgiata sul latino ingenium, nel significato di qualità, intelligenza, capacità, segnato dalla conversione religiosa e da quella letteraria al romanticismo. Fa la scelta di un genere letterario minore rispetto alla poesia. Egli non intende parlare di Unità, di nazione, di rivoluzione, di federalismo o altro. Gli intenti politici non sono nemmeno adombrati. Non c’è una proposta politica del romanzo.
Ciononostante I Promessi sposi ebbero un grande successo nazionale e furono un’opera letteraria di carattere nazionale. Dal 1827, data della prima edizione in tre volumi, al 1870, l’opera vendette circa 250.000 copie e fece più di settanta edizioni e ristampe. Si tratta di un successo editoriale immenso nel limitato pubblico dei lettori italiani di allora. Il successo dell’opera si deve al suo valore intrinseco, che la collocò come un grande romanzo europeo nella tradizione letteraria italiana che, a differenza di altre, non conosceva questo genere.
COSTRUIRE LA LINGUA DEGLI ITALIANI
I Promessi sposi non aspirano a una funzione pedagogica nazionale, eppure sono centrali nella storia d’Italia, come lo è la figura di Manzoni. Questi è un intellettuale europeo, nato nel 1785 a Milano, profondamente lombardo. Sceglie l’italiano modellato sul toscano, perché l’opera gli appare incompleta senza la cosiddetta «risciacquatura» in Arno.
Nei primi decenni del XIX secolo la maggior parte degli italiani, il popolo, parla il dialetto (ci sono anche esempi di poesia dialettale, come Carlo Porta o Gioacchino Belli). L’italiano è la lingua scritta delle opere letterarie, quella degli intellettuali, eccetto che a Firenze o in Toscana. In Lombardia o in Veneto è il dialetto la lingua della vita sociale che convive con l’uso del francese, lingua di comunicazione europea. Manzoni è un uomo del Nord, lombardo ed europeo, che non conosce l’Italia meridionale e centrale. Tuttavia sente la necessità di procedere all’unificazione politico-culturale tramite la scelta di una lingua che si modelli su quella letteraria e sul toscano.
Non c’è cultura nazionale senza lingua. L’Italia, come Paese, non esiste senza una cultura nazionale che si esprima in una sua lingua. Manzoni investe sull’italiano. Questo è il grande contributo de I Promessi sposi: è una storia degli umili, in anni tempestosi di anarchia e decadenza, che parla italiano ed è scritta per gli italiani, mentre, allo stesso tempo, si qualifica come un’opera italiana di grande rilievo in Europa. La realtà è, però, che I Promessi sposi fu il grande libro italiano, il testo della lingua unitaria per eccellenza, su cui imparare a scrivere, da memorizzare e da imitare. Questa è la funzione nazionale che, prima e dopo l’Unità, venne svolta dal romanzo storico di Manzoni. I Promessi sposi sono, in un certo senso, il libro della nazione.
Manzoni inoltre non fu solo l’autore di uno dei primi romanzi in lingua italiana, ma fu anche un importante membro del Senato del nascente Regno d’Italia. Allo scrittore lombardo venne, infatti, affidato il compito di risolvere la “questione della lingua” in un’Italia unita dove, però, non esistevano ancora gli italiani.
Manzoni cercò fin da subito di compensare l’italiano formale dei testi ufficiali con quello regionale e volgare parlato quotidianamente dalla popolazione, che mai si era posta il problema di parlare una lingua comune con i cugini del sud o del nord. Al popolo bastava esclusivamente il suo dialetto.
Ma quale “italiano” era l’italiano “giusto”, l’italiano di koinè? Quello, insomma, da prendere come modello per formare una lingua nazionale?
Manzoni ritenne che il volgare più importante nella penisola fosse quello fiorentino. Ma non il fiorentino ricercato dei puristi, piuttosto quello parlato dall’alta e media borghesia. Insomma, quello utilizzato anche da Dante, sia pur trasposto di vari secoli. Dante, il primissimo letterato che si interessò della questione della lingua nel “De vulgari eloquentia”, è, secondo Manzoni, il modello assoluto per la letteratura italiana di tutti i tempi. Il lavoro di Manzoni di “sciacquare i panni in Arno” inizia con la revisione del suo capolavoro volta a modificare i vocaboli del testo per creare un linguaggio comprensibile da tutti i lettori, sia colti sia popolari, che fosse aperto, ma non troppo, ad influssi regionali e stranieri, quindi latinismi, venetismi ma anche francesismi e altri ancora. Ovviamente doveva risaltare l’italiano, quindi l’uso di queste variabili venne molto limitato.
Il lavoro di Manzoni fu fondamentale per la creazione di un’unità linguistica. Per questo, da allora I Promessi sposi e l’altro modello di perfezione linguistica la “Divina Commedia” divennero testi di studio obbligatori nelle scuole, per insegnare alle giovani generazioni di italiani la nuova lingua.
Manzoni stesso intervenne affinché il ministro dell’Istruzione del Regno, Emilio Broglio, affidi l’insegnamento della lingua italiana a maestri e professori toscani. Sollecitò il ministero anche alla creazione di piccoli “grand tour” affinché gli studenti di tutta Italia potessero visitare la Toscana alla scoperta dell’italiano perfetto.
Manzoni fu uno dei primi che lottò per la realizzazione e la divulgazione nelle scuole di un vocabolario della lingua italiana. Il Ministro Broglio si impegnò personalmente alla redazione di tale opera assieme al genero di Manzoni, Giovan Battista Giorgini, e crearono il “Novo vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze” basato sul fiorentino in uso nella Firenze di fine ottocento.
L’intento di Manzoni era molto nobile in quanto, cosciente del fatto che l’Italia viveva nel più completo analfabetismo, voleva rendere autonoma, almeno in ambito puramente espressivo, la produzione vocale e scrittoria del popolo italiano. Insomma, combattere l’analfabetismo e creare una coscienza di Stato comune che fino ad allora non era mai nemmeno passata per l’anticamera del cervello a nessun contadino o operaio, ma nemmeno a nessun politico dello stivale.
CHI ERA ALESSANDRO MANZONI

Ritratto di Alessandro Manzoni, Francesco Hayez (1841)
Pinacoteca di Brera
Alessandro Manzoni nacque a Milano nel 1785 da Giulia Beccaria, figlia dell’illuminista Cesare Beccaria, al tempo della nascita di Alessandro sposata con Pietro Manzoni, esponente della piccola nobiltà lombarda. Voci diffuse già all’epoca ritenevano però che il padre naturale fosse Giovanni Verri, fratello minore di Pietro, scrittore e filosofo milanese. I genitori si separarono nel 1792 e il giovane Manzoni trascorse l’infanzia e l’adolescenza, fino al 1801, tra la casa di campagna della famiglia paterna e i collegi religiosi dei padri Somaschi (prima a Merate, poi a Lugano) e Barnabiti (a Milano), dove ricevette una buona educazione classica e dove cominciò a sviluppare la sua passione per la poesia, in crescente contrapposizione con un ambiente conservatore, sospettoso e ostile ai grandi cambiamenti che in quegli anni sconvolgevano l’Europa.
Quando a sedici anni uscì dal collegio con idee razionaliste e libertarie, si trovò rapidamente in sintonia con la cultura milanese del periodo napoleonico. Nel 1805, dopo la morte di Carlo Imbonati, che dal 1795 conviveva Parigi con Giulia Beccaria, raggiunse la madre in Francia e vi rimase fino al 1810, sviluppando in quegli anni, in un contesto intellettuale e sociale estremamente ricco e variegato, quelle posizioni sulla politica, la letteratura e la religione che l’avrebbero accompagnato per il resto della sua vita.
L’inizio del periodo parigino fu soprattutto segnato da un ritrovato rapporto con la madre, figura sino ad allora sempre distante, con la quale si creò rapidamente un’intensa relazione affettiva. A Parigi frequentò gli ambienti intellettuali degli illuministi e degli ideologi, ma il rapporto forse più importante fu quello con Claude Fauriel, che divenne un punto di riferimento per la sua attività di scrittore. Gli anni parigini videro anche i primi contatti con ecclesiastici di orientamento giansenista che, ancora prima dell’incontro a Milano con Enrichetta Blondel, destinata a divenire sua moglie nel 1808 con il rito calvinista, influenzarono certamente il suo orientamento religioso e contribuirono a quella che viene definita la sua «conversione».
Anche la Blondel affrontò con grande rigore una profonda riflessione sulle sue convinzioni religiose, avvicinandosi al cattolicesimo, convincendo il marito a risposarsi con rito cattolico. Nel 1810 Manzoni tornò definitivamente a Milano. La sua visione del mondo e del ruolo della letteratura nella società era ormai organicamente interna al cattolicesimo e anche i suoi riferimenti politici ne erano fortemente condizionati. Compose in questi anni gli Inni sacri (1812-1815).
In Italia Manzoni condusse la vita del possidente, dividendosi tra la casa milanese e la villa di Brusuglio, dedicandosi allo studio, alla scrittura, alla pratica religiosa, alla famiglia. Vicino al movimento romantico milanese, ne fu parte attiva, promuovendo anche riunioni nella sua abitazione, ma mantenne un costante distacco dalle polemiche con i classicisti e non partecipò all’esperienza del «Conciliatore».
Non dissimile fu il suo atteggiamento nei confronti della politica, contrassegnato da un sincero sentimento patriottico, ma alieno da un coinvolgimento diretto, come se Manzoni fosse piuttosto interessato a far parlare i protagonisti delle sue opere e a investirli di una missione culturale e civile: sono questi infatti gli anni in cui nacquero i componimenti Aprile 1814, Il proclama di Rimini, Marzo 1821, Il cinque maggio, le tragedie Il conte di Carmagnola (1820) e Adelchi (1822), le prime versioni dei I Promessi sposi (con il titolo Fermo e Lucia) per arrivare nel 1827 alla pubblicazione della prima edizione de I promessi sposi.
Con il 1827 si può considerare conclusa la fase più fertile della sua creatività letteraria, anche se Manzoni, con il rigore e lo scrupolo che lo caratterizzavano, si impegnò in una radicale revisione linguistica e stilistica del suo capolavoro che si protrasse dal 1827 al 1839; la «risciacquatura in Arno» che, nel depurare il romanzo da qualsiasi inflessione regionale lombarda, rappresentò il riuscito tentativo di dare una lingua nazionale all’Italia avviata verso l’unità politica.
L’edizione definitiva dei I Promessi sposi fu infine pubblicata tra il 1840 e il 1842. La poesia veniva ormai considerata da Manzoni «falsa» rispetto al «vero storico e morale» e gli interessi dello scrittore, anche in seguito al prolungato sforzo critico che aveva condotto sulla sua opera, divenivano quelli linguistici, storici e filosofici. In questa prospettiva all’amicizia con Claude Fauriel si sostituì quella con Antonio Rosmini, che divenne un interlocutore privilegiato e una guida spirituale.
Una salute malferma si associò a una serie di lutti familiari con la morte della amatissima moglie Enrichetta nel 1833 e quella della primogenita Giulia Claudia nel 1834. Nel 1837 si risposò con Teresa Borri Stampa, che, più giovane di venti anni, morirà però nel 1861.
Nonostante un atteggiamento sempre schivo e appartato, il successo letterario e l’attività pubblicistica, avevano ormai trasformato Manzoni in un personaggio pubblico, l’interprete di un vero progetto culturale con il quale offriva alla nuova Italia borghese omogeneità e consapevolezza della propria funzione. Durante le Cinque giornate, nel 1848, si schierò con nettezza, anche se con l’abituale distacco, su posizioni patriottiche e democratiche dando alle stampe Marzo 1821, che per anni aveva tenuta nascosta, e divenendo un punto di riferimento per l’area cattolico-liberale. Il nuovo Stato non tardò a riconoscere il suo ruolo e i suoi meriti: nel 1859 gli fu assegnato da Vittorio Emanuele II un vitalizio e, nel febbraio del 1860, gli conferì la nomina di senatore, che gli giunse accompagnata da una lettera del Ministro degli Interni Camillo Benso di Cavour.
Successivamente in un discorso al Senato del 5 aprile 1861, il Conte di Cavour, commemorando Rosmini e Gioberti, parla così di Manzoni:
“In Italia i grandi pensatori (non parlo de’ tempi andati, ma di quelli del secolo presente) si sono affaticati per conciliare lo spirito di libertà col sentimento religioso: ed io posso tanto più proclamare questa verità innanzi a voi in quanto che la maggior gloria letteraria d’Italia, l’uomo illustre che voi vi onorate d’annoverare fra i vostri colleghi, il primo poeta vivente d’Europa, ha sempre cercato di conciliare questi grandi princìpi […]”.
Nel dicembre 1864 Manzoni andò a Torino per votare in Senato il trasferimento della capitale d’Italia a Firenze, in attesa che potesse essere portata a Roma. Manzoni, nel suo cattolicesimo laico e rigoroso, era infatti contrario al potere temporale della Chiesa, e favorevole a Roma capitale, tanto da accettarne nel 1872 la cittadinanza onoraria, con grande scandalo dei cattolici tradizionalisti.
Un ruolo centrale ebbe Manzoni nel complesso dibattito che nell’Ottocento si sviluppò sulla questione della lingua, essendo l’unificazione linguistica considerata strumento fondamentale di coesione nazionale. La teoria manzoniana, che tanta influenza esercitò nel corso del secolo, fu quella fiorentinista, che prevedeva di assumere quale lingua nazionale il fiorentino vivo, attuale, parlato dai ceti colti, ovvero una lingua antiaccademica, «strumento vivo di una società viva», in sostanza una lingua non confinata nella sfera letteraria, ma strumento della comunicazione sociale.
Alla sua morte, il 22 maggio 1873, gli furono tributati solenni funerali e fu sepolto nel famedio del Cimitero monumentale di Milano. A un anno dalla morte Verdi gli dedicò la sua Messa da Requiem eseguita nella chiesa di San Marco e poi alla Scala.
I PROMESSI SPOSI ILLUSTRATI DA GONIN

Renzo e Lucia, illustrati da Francesco Gonin
La genesi de I Promessi Sposi risale alla primavera 1821 quando Alessandro Manzoni rientra da Parigi per stabilirsi nella sua villa di Brusuglio a Milano.
Inizia così un lavoro per la prima stesura del romanzo che conclude nel settembre 1823 ed intitola Fermo e Lucia.
Lo scrittore poi inizia a lavorare ad una complessiva revisione del romanzo, modificandone la struttura e la lingua e abolendo lunghe digressioni. Si perviene così all’edizione Ventisettana, proprio perché pubblicata nel 1827 dall’editore Ferrario di Milano, dal titolo I promessi sposi, che ebbe un grande successo in Italia.
Ma Manzoni ancora non è soddisfatto del suo romanzo dal punto di vista linguistico, vuole “pulire” la lingua ibrida utilizzata, che definisce lui stesso essere “un composto indigesto di” toscano, lombardo, latinismi e francesismi per avere una lingua unitaria. Inizia così la fase toscano-milanese. Tutti ricordiamo la frase che i professori dicono ovvero che Manzoni andò “a sciacquare i panni in Arno”. È un’immagine emblematica che resta impressa e che si rifà alla questione della lingua di Manzoni.
Questa revisione linguistica dei Promessi Sposi porta lo scrittore a redigere l’edizione Quarantana, pubblicata a dispense a partire dal 1840 e fino al 1842. Cosa caratterizza e contraddistingue questa edizione dalla precedente, revisione linguistica a parte?
L’ultima edizione dei Promessi Sposi è impreziosita ed arricchita da illustrazioni ad opera dell’illustratore Francesco Gonin.
Inizialmente Manzoni aveva pensato ed affidato l’incarico al pittore ed amico Francesco Hayez, ma ci fu un contrasto sulle scelte, in quanto il pittore voleva avere libertà di espressione, mentre lo scrittore aveva idee molto chiare in testa su come personaggi e ambientazione dovessero venire raffigurati. Lo “scontro” espressivo tra i due, diciamo così, aprì la strada a Gonin, che sotto le direttive dello scrittore, produsse in maniera dettagliata e precisa i personaggi, i paesaggi, le vicende del romanzo.
È a Francesco Gonin che dobbiamo l’immagine iconografica primigenia de I Promessi Sposi, il primo romanzo della letteratura italiana.

Don Abbondio e i bravi
Nel 1839 egli cominciò a lavorare per l’edizione illustrata de I Promessi Sposi: la produzione di xilografie durò fino al 1842. Si trattava di un difficile processo d’équipe: Gonin eseguiva a Torino direttamente sul legno di bosso le illustrazioni, poi le inviava a Milano a Manzoni, che sorvegliava personalmente tutto il lavoro di stampa. Secondo un’altra fonte Gonin eseguiva gli schizzi, che poi venivano realizzati su legno da intagliatori esperti. In ogni caso, sovente vi erano ritardi e vi sono lettere di Manzoni in cui chiede, scherzosamente, ma non troppo, di non farlo attendere.
Anche perché il Manzoni aveva deciso di farsi imprenditore, pubblicando in prima persona l’edizione definitiva ed illustrata della sua opera più famosa, per scoraggiare le contraffazioni, ovvero le edizioni pirata.
Sono note le “Lettere di istruzione” al Gonin in cui lo scrittore dettava all’illustratore il suo immaginario, trasformando per la prima volta un romanzo in un’opera anche visiva: dettagliò arredamenti, scena, posture dei protagonisti e molti altri particolari.
L’opera uscì a dispense, 108 in totale, tra il 1840 e il 1842, per questo è conosciuta come edizione "Quarantana". In totale le illustrazioni furono 508, di cui 443 per I Promessi Sposi e 65 per Storia della colonna infame.

“Addio ai monti” di Lucia
Bibliografia e sitografia
Roberto Bizzocchi – ROMANZO POPOLARE Come i Promessi Sposi hanno fatto l'Italia Edizioni Laterza
https://www.alessandromanzoni.org/manoscritti/624
Santena, 23 ottobre 2024