Incontri Cavouriani

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CAMILLO CAVOUR. IMPRENDITORE E RIFORMATORE AGRARIO


di Paolo Brancatelli

INDICE

Premessa

L’adolescenza e la giovinezza

Assume l’amministrazione della tenuta di Grinzane

Assume l’amministrazione di Leri

Santena e l’asparago

Appendice

Fonti

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Premessa

Le vicende storiche della prima metà ottocento ci ricordano principalmente che Camillo Cavour, nato a Torino il 10 agosto 1810, è stato uno dei principali protagonisti del Risorgimento italiano nonché un grande statista piemontese e primo ministro del Regno d’Italia. Ma egli è stato anche un abile imprenditore agricolo e fautore di innovative tecniche di coltivazione nei possedimenti di famiglia, ottenendo ragguardevoli successi. Camillo Cavour ebbe una chiara consapevolezza della rivoluzione agraria avviata nelle regioni dell’Europa nord-occidentale e il suo obiettivo principale fu costantemente quello di rivoluzionare il concetto di attività agricola, rendendola un’attività d’impresa, legata ai principi economici e di mercato.

Così scriveva Camillo nel 1845: “L’agricoltura è per me una vera passione”.

Lo spirito dell’innovatore agricolo contrassegnò Cavour per tutta la vita, prima come imprenditore, poi come uomo politico. Anche se in modo diverso, in entrambe le fasi Cavour contribuì notevolmente al progresso dell’agricoltura a livello generale.

La relazione che porto a vostra conoscenza, pur in modo sintetico, vuole mettere in risalto questi aspetti che hanno fatto di Cavour un illuminato riformatore agrario.

L’adolescenza e la giovinezza

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Figlio cadetto di Michele e di Adele de Sellon, fu, dall’età di dieci anni, destinato alla carriera delle armi, dal luglio 1824 paggio di Carlo Alberto principe di Carignano, licenziato da corte nel 1826, per insofferenza alle discipline, alle regole e per il dichiarato liberalismo. Ufficiale del genio dal 1827, prende servizio presso la Direzione dell'Arma di Torino ed è destinato di guarnigione prima a Ventimiglia, poi al forte di Exilles, successivamente al forte di L'Esseillon, vicino a Modane, ed infine a Genova nel 1830. Richiamato a Torino, per aver manifestato consenso alla rivoluzione di luglio 1830 in Francia, nel 1831, è inviato per punizione al forte di Bard. Nell'isolamento in cui è stato confinato, chiese al padre il permesso di congedarsi. A malincuore, il padre, accondiscese a quel desiderio. Le sue dimissioni furono accettate il 12 novembre 1831.

Seguono periodi difficili per Camillo, la convivenza in famiglia è tutt’altro che serena. Sono frequenti gli scontri col padre e con il fratello, causati dai forti dissensi ideologici e dalla totale dipendenza economica dal padre. Obbligato a restare all’ombra del fratello, la sua condizione di cadetto non gli consente nemmeno di contare in futuro sul patrimonio di famiglia, destinato al primogenito Gustavo.

Assume l’amministrazione della tenuta di Grinzane

Per allentare le tensioni familiari e tenerlo fuori dai guai, il padre, lo manda a Grinzane con l'incarico di gestire la tenuta degli zii Vittoria de Sellon, sorella della madre Adele, e del marito, il marchese Aynard Clermont-Tonnerre. In questo piccolo centro delle Langhe, in cui assunse la carica di sindaco per diciassette anni, dal maggio 1832 al febbraio 1849, Cavour inizia il suo tirocinio agrario, dedicandosi alla nuova attività con energia ed entusiasmo, integrando la preparazione economica con studi di agronomia.

Ventiduenne, giovane, intelligente, dinamico e, come si vedrà in seguito, dalle idee innovative, Camillo dovette scontrarsi con una realtà non semplice da amministrare a causa di numerose problematiche.

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La vasta tenuta degli zii, si estendeva su 542 giornate piemontesi (circa 200 ettari), pari a oltre metà di tutto il territorio di quel comune, coltivati prevalentemente a vite e cereali, con il castello, il mulino, cinque cascine a mezzadria e due a conduzione diretta.

I campi erano coltivati con seminativi, in primis il grano, secondariamente il mais, il miglio e la segale, e adibiti al pascolo del bestiame. Tutti gli anni venivano venduti capi di bestiame così come brente di vino, rosso e bianco per il consumo da tavola. Cavour aveva ben compreso le potenzialità naturali del territorio e decise di incrementare la viticoltura. Nella tenuta si vinificavano allora insieme al nebbiolo anche dolcetti e bianchi e venivano prodotti anche grappa e vermouth, un prodotto piacevole, dolce, balsamico, ricco di note aromatiche e facilmente conservabile, apprezzata anche al di fuori dei confini nazionali, particolarmente dall’America Latina e dagli Stati Uniti. Ma il desiderio di Cavour era di arrivare a creare anche un vino elevabile allo stesso rango dei vini Bordeaux e di Borgogna, allora molto in voga, un vino che fosse possibile anche esportare e far conoscere al mondo. In quest’attività Camillo fu seguito dal generale Paolo Francesco Staglieno fino al 1840, e successivamente dal santenese Giovanni Bosco e dall’enologo francese Louis Oudart. Giovanni Bosco era il fattore della tenuta di Grinzane tra il 1845 e il 1853, si occupava della gestione e delle attività agricole, in particolare della produzione del vino. In questo ruolo, scriveva lettere (sono oltre 300) a Carlo Rinaldi, segretario di Cavour, per comunicare dettagli sulla gestione della tenuta, inclusi aspetti legati alla produzione vinicola, come ad esempio l'invio di campioni di vino per l'approvazione del Conte e l’intero processo, dal piantamento delle viti alla potatura fino alla vendemmia, dalla pesatura delle uve alla vendita dei vini, alla distillazione di acquavite e vermouth. Lo scambio epistolare riflette l'interesse di Cavour per la produzione di vino di qualità nella sua tenuta, con riferimenti a vini "vecchi" e a botti provenienti dalla Francia.

Guidato dai consigli dell’amico generale Staglieno, da Giovanni Bosco è da quanto appreso nei suoi viaggi all’estero, Camillo introdusse grandi innovazioni tecniche nella viticultura e nella vinificazione.

Stabilì che l’uva raccolta nelle cassette dovesse essere portata nella tinaia, un ambiente pulito, isolato e protetto dagli agenti atmosferici. Lì l’uva doveva essere pigiata e diraspata per ricavarne il mosto, che avrebbe riposato al buio, a temperatura fresca e costante.

Poi stabilì che dovesse essere operata la follatura: durante la fermentazione, i graspi e le bucce spinti in superficie dall’anidride carbonica si riunivano in una massa compatta che doveva essere rotta mescolando il mosto con un lungo bastone di legno e spingendo le vinacce verso il basso. In questo modo si favoriva l’ossigenazione del mosto, arricchito dal rilascio del colore e della parte zuccherina delle vinacce.

Il vino doveva essere travasato di frequente, per essere depurato dalle sostanze che si depositano sul fondo e che spesso sono causa di cattivo odore.

Infine doveva essere lasciato a riposare in botti di rovere, appositamente lavate e strofinate all’interno con un infuso ottenuto facendo bollire nell’acqua mazzi di foglie di noce, di pesco e di un’erba amara detta carèra insieme alle graspe dell’uva.

Dopo vari esperimenti, Cavour puntò sul nebbiolo, il vitigno più antico, già conosciuto in epoca romana e diffuso nei territori delle Langhe e del Roero. Fece importare il guano dal Perù per fertilizzare le viti ed introdusse l’uso dello zolfo per curarne le malattie.

La produzione del vino fu aumentata al punto da poterlo esportare e vendere, oltre a soddisfare il fabbisogno locale, giovando all’economia: assieme ai contadini, trovarono lavoro bottai e maniscalchi

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La bontà delle migliorie imposte da Cavour fu tale che anche la sua cara amica, la Venerabile Marchesa Giulia di Barolo, le adottò nelle tenute comprese tra Castiglione Falletti e Serralunga d’Alba, arrivando ad affidarsi allo stesso enologo del Conte. Stava nascendo il Barolo come lo conosciamo oggi, un vino strutturato, dal colore rosso rubino e dai profumi e sapori ben distinti. La crescente fama del vino Barolo incuriosì perfino re Carlo Alberto, che ne chiese conto alla Marchesa. - Un giorno che la Marchesa si trovava a Corte, Re Carlo Alberto in tono scherzoso le disse: “Marchesa, sento tanto celebrare il vino delle sue tenute: quand’è che ce lo farà assaggiare? Vostra Maestà sarà presto accontentata, rispose la Marchesa” -. La Venerabile Giulia gliene inviò in dono trecentoventicinque botti, una per ogni giorno dell’anno, esclusi quelli di quaresima, durante i quali bisognava astenersi dal bere vino. Le cronache dell’epoca raccontarono la lunga fila di carri trainati da buoi bianchi che procedevano con passo cadenzato verso Palazzo Reale, “riversando in strada una moltitudine di torinesi incantati”

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Il Re già al primo sorso rimase talmente entusiasta che successivamente acquistò le proprietà di Verduno e Pollenzo affidando al generale Staglieno la cura dei vigneti e la produzione nei vari possedimenti. Fu così che il Barolo diventò il vino ufficiale di corte e si fece strada anche nelle altre corti europee, nacque così il famoso detto: “il vino dei Re, il Re dei vini”.

È così che la storia del Barolo si intreccia con la storia del Risorgimento e dell’Unità d’Italia. Cavour, Silvio Pellico, Carlo Alberto, Vittorio Emanuele II, i conti di Mirafiori figurano infatti tra gli artefici o tra gli appassionati estimatori del Barolo, concorrendo a vario titolo alla nascita e all’affermazione di questo grande vino, prodotto da un’unica uva, il nebbiolo dalle colline di Langa, capace di reggere il confronto con i blasonati francesi che videro nel dinamico Cavour uno dei protagonisti.

Ma, non solo il vino ......

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Tante erano le risorse di questi possedimenti che Cavour seppe sfruttare al meglio. Quando assunse l’amministrazione di Grinzane, Cavour acquistò e mise a dimora ben 300 piante di gelso. I bozzoli, derivati dall’allevamento del baco da seta, venivano venduti a caro prezzo, sia a Grinzane, sia a Leri. Nel 1834 Cavour fornì ai suoi dipendenti informazioni su come migliorare la produzione e di essere informato sulla salute dei bachi da seta e sui gelsi impiantati. Ogni anno Cavour ordinò nuovi piantamenti di gelsi. I raccolti si presentavano sempre molto incoraggianti e, costituivano per entrambe le tenute una fonte di reddito importante. Foglie e bozzoli partivano da Grinzane alla volta di diversi mercati, soprattutto quello di Alba; queste merci erano però entrambe soggette a variazioni di prezzo, per cui Cavour indicava esattamente le modalità e i tempi con cui venderle per trarne il maggiore profitto

Altre coltivazioni praticate a Grinzane erano il noce e in maniera limitata la canapa: il legno dell’albero di noce era utilizzato come combustibile e nell’artigianato, mentre i frutti, sgusciati, venivano consumati o lavorati per l’estrazione dell’olio. I primi risultati sperimentali si presentavano buoni e confermavano quanto era stato messo in pratica in Inghilterra e in Francia, dove questa specie veniva già coltivata con successo, così come avvenne a Grinzane.

Oltre all’olio vennero confermate le qualità di questa utilissima pianta: il legno, non soggetto al tarlo e resistente alle sollecitazioni meccaniche, aveva anche altre proprietà, come quella di scurirsi a contatto con l’aria. Questo carattere era particolarmente apprezzato dai falegnami e soprattutto dagli intarsiatori.

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La canapa era coltivata solo in alcune isolate realtà, in quanto erano rari gli imprenditori agricoli che utilizzavano la rotazione colturale come normale pratica agronomica. Cavour fu uno di questi, riuscendo a migliorare notevolmente le rese produttive delle colture praticate, che diventarono una fonte notevole di reddito per l’azienda agricola.

I buoni risultati ottenuti nonché l’impegno dimostrato nell’amministrare la tenuta di Grinzane gli valsero il consenso del padre che lo premiò inducendolo ad intraprendere un lungo viaggio.

Tra dicembre del 1834 e luglio del 1835 visita la Svizzera, la Francia, l'Inghilterra e il Belgio, entrando in contatto con l’élite europea e con gli intellettuali liberali più avanzati. A Parigi frequenta salotti, ma anche lezioni alla Sorbona e sedute del Parlamento. A Londra visita scuole, orfanotrofi, ospedali, prigioni, tribunali, ferrovie, fabbriche ed officine, spinto dal suo interesse per i fatti sociali e per le condizioni di vita dei lavoratori inglesi.

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Le esperienze vissute in questo e nei successivi viaggi all'estero, contribuiscono alla sua formazione di uomo europeo e rafforzano le sue idee liberali, dandogli la possibilità di studiare da vicino le diverse realtà economiche e sociali e di conoscere le trasformazioni indotte dalle nuove tecnologie applicate ai trasporti ferroviari e alle navi a vapore.

Assume l’amministrazione di Leri

La tenuta di Leri già di proprietà di Napoleone Bonaparte il quale, con un decreto del 1807, la vendette al cognato, il principe Camillo Borghese, marito della sorella Paolina, a compenso della cessione di un quarto della galleria omonima allo stato francese. Fu nel 1822 che Leri passò in proprietà al marchese Michele Benso di Cavour, padre di Camillo. I Benso trasformarono la tenuta, comprendente oltre ai 380 ettari del complesso principale, anche i 365 di Montarucco e i 318 di Torrone, in un'azienda agricola all'avanguardia per i tempi, intervenendo architettonicamente sugli edifici più vetusti. Intorno rimanevano i trenta ettari circa della zona di San Basilio e gli ottanta del vicino bosco di Trino, per un totale di circa 1.170 ettari.

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Ad agosto 1835, Camillo, assume l’amministrazione della tenuta di Leri per conto del padre Michele Benso e del fratello Gustavo. Il padre Michele, impegnato come vicario e sovrintendente generale di politica e di polizia a Torino, ad agosto 1835, decise di trasferire a Camillo, la gestione della tenuta.

Cavour accetta l'incarico con entusiasmo, perché gli dà l'opportunità di applicare le moderne teorie agrarie nelle risaie, con l'utilizzo di concimi, macchine agricole e nuovi sistemi di irrigazione e di rotazione delle colture.

Si appresta non solo ad amministrare, ma a trasformare le tenute di famiglia in imprese redditizie, introducendo nuove tecniche e sperimentazioni non solo in ambito agricolo, con nuove coltivazioni, ma anche zootecnico, meccanico e chimico: asparagi a Santena, nuovi vitigni a Grinzane, riso e barbabietole a Leri; ma anche foraggi che gli consentono di allevare bovini da carne e da latte.

Cavour è un convinto sostenitore della necessità di introdurre innovazioni nelle coltivazioni per rimodernare l'agricoltura piemontese e aumentare la produttività dei terreni. È lui a volere fortemente la costruzione di quella che viene ancora oggi considerata la più grande opera di ingegneria idraulica mai compiuta in Italia: il Canale Cavour, che sarà inaugurato nel 1866, dopo la sua scomparsa.

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I soggiorni a Leri da allora si moltiplicarono, tra un fervore di iniziative, di riflessioni e di attività che venne crescendo con gli anni. Anche a quei soggiorni si alterneranno numerosi viaggi, a Grinzane a Santena e a Torino, nel Lombardo-Veneto, poi in Francia ed Inghilterra, per approfondire i suoi interessi economici, istituzionali e sociali e per studiare i progressi della tecnologia e dell'agronomia. Anche se nuove attività verranno ad aggiungersi a quella agricola, Leri occuperà sempre un posto di rilievo nella vita di Cavour tornandovi in tutti i momenti più difficili, assumendo ai suoi occhi quel valore di rifugio e di soggiorno atto a ritemprare lo spirito dalle prove degli affari prima, e della politica poi, che ha legato indissolubilmente il nome della grande tenuta a quello dello statista, come a Grinzane, sua prima esperienza agraria, così come anche il grande affetto che egli nutriva per Santena, a ricordo dei lunghi periodi giovanili e spensierati ivi passati, tanto che lo stesso Camillo aveva disposto di essere li sepolto, vicino al nipote Augusto

Nasceva così, in questi anni, il Cavour agricoltore, convinto, com'egli dirà nel 1841, che «L'agricoltura è l'occupazione più piacevole e adatta a questo secolo».

Rilevante è stato l’impegno di Cavour nell’introdurre sistemi e tecniche di conduzione innovative. Egli era convinto che l’agricoltura basata sul letame non avesse futuro in quanto la disponibilità era evidentemente legata al carico di bestiame. Per questo, visto i buoni risultati ottenuti in Inghilterra con l’impiego del guano, ne attuò l’importazione dal Perù. Operazione, questa, che gli dette ottimi risultati non solo per l’aumento delle produzioni nell’azienda di Leri, ma anche per il vantaggioso commercio che fece dello stesso.

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Nel 1842 fu tra i fondatori dell’Associazione Agraria Subalpina, di cui contribuì a redigerne lo statuto, che si proponeva di promuovere le migliori tecniche e politiche agrarie. Pubblica articoli su temi agrari, commerciali e ferroviari, caldeggiando l'iniziativa imprenditoriale individuale, favorita da interventi governativi mediante leggi che liberalizzino il mercato.

Col tempo, la necessità di incrementare la produzione agricola e l’esigenza di facilitare la circolazione delle merci sul territorio, spingono Cavour verso altre attività. Cavour nell'autunno 1843, grazie alla collaborazione di Giacinto Corio, agronomo, persona di fiducia e socio del conte, iniziò un'attività di miglioramenti nei settori dell'allevamento del bestiame, dei concimi e delle macchine agricole. In sette anni (dal 1843 al 1850) la sua produzione di riso, frumento e latte crebbe sensibilmente, e quella di mais addirittura risultò triplicata.

Nel corso dell’800 molti sono stati i protagonisti della meccanizzazione agricola, favoriti dalla crescita del settore manifatturiero e dalla molteplicità delle operazioni agricole da meccanizzare. Tra queste, al primo posto, vi era l’aratura e cioè il più gravoso dei lavori campestri. È dall’Inghilterra che parte la spinta del rinnovamento che però ben presto si estende alla Francia, al Belgio, alla Germania varcando poi l’oceano Atlantico. Cavour, nei viaggi che fece in Inghilterra e Francia, colse questa spinta al rinnovamento e alla modernizzazione e, nella sua tenuta di Leri, ne divenne un protagonista ottenendo risultati di rilievo, anche soprattutto all’impiego di nuovi macchinari, come ad esempio l’aratro Ridolfi-Sambuy, già sostanzialmente modificato per migliorarne le prestazioni e gli impieghi per le condizioni dei terreni Piemontesi e in seguito ulteriormente migliorato da Cavour e Corio per renderlo adatto ai terreni delle risaie.

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Sempre nel campo delle operazioni agricole gravose, non solo per la fatica, ma anche per il tempo che richiedevano con le tecniche dell’800, rientravano le operazioni di mietitura e trebbiatura del grano e del riso, per le quali Cavour introdusse significative innovazioni.

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L’operazione tradizionale di trebbiatura del riso, chiamata “tresca”, era non solo molto faticosa e costosa, ma anche molto lunga. In essa veniva impiegata, oltre alla manodopera, un gruppo costituito da 8-10 cavalli che calpestava, per tre ore continuative, i covoni posti in file concentriche. L’operazione veniva ripetuta due o tre volte seguita poi dal lavoro manuale di pulitura.

Cavour importò dalla Scozia una trebbiatrice da grano e affidò all’ingegnere Rocco Isidoro Colli il compito di adattarla al riso. Cavour intervenne direttamente nelle fasi di modifiche e di prova facendo inserire prima un lancia-paglia, poi un ventilatore, allo scopo di rendere più efficiente la separazione e la pulizia del risone

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Il trebbiatoio del Colli fu premiato con medaglia d’oro all’esposizione internazionale di Torino del 1844. La sua validità è testimoniata dal fatto che l’impostazione costruttiva e funzionale era ancora in vigore nel primo quarto del secolo scorso.

Cavour aveva l’abitudine di indicare puntualmente le operazioni colturali da condurre, con precise modalità e tempistiche: dopo aver dato chiare istruzioni ai suoi fattori, amava seguire, sia in prima persona, sia tramite i rapporti epistolari con loro, l’andamento dei lavori e i risultati conseguiti. Le sue sperimentazioni non si limitarono infatti ai campi agronomici e zootecnici, ma ampliarono anche le conoscenze chimiche e meccaniche. Tali innovazioni, volte al perfezionamento dei sistemi di coltivazione e all’introduzione di nuove colture nel sistema agricolo, avevano l’obiettivo di incrementare la produzione, migliorare la produttività dei terreni, creare le condizioni necessarie per una vera efficienza produttiva. Cavour, collaborando strettamente con i fattori, promosse le rotazioni colturali e fece condurre prove su nuovi macchinari, su concimi e su nuove colture da inserire nei cicli produttivi. Non tutto andò per il verso giusto: talvolta, Cavour manifestò momenti di sconforto, sottolineando ai suoi collaboratori l’imperfezione di alcuni sistemi adottati e mostrando chiara consapevolezza dei fallimenti e delle sconfitte a cui andarono incontro alcune delle sue sperimentazioni, egli dimostrò però sempre anche il desiderio e la volontà di continuare, conducendo ulteriori prove sperimentali per migliorare i risultati ottenuti.

Ad integrare le innovazioni della produzione agricola, Camillo Benso intraprese anche delle iniziative di carattere industriale: impianta la manifattura di prodotti chimici Rossi e Schiapparelli,

partecipa alla fondazione della Banca di Torino, che nel 1849 diventerà Banca Nazionale per la fusione con la Banca di Genova, finanzia le costruzioni ferroviarie, dà il via ad un servizio postale di battelli a vapore sul lago Maggiore.

Le estese relazioni d'affari a Torino, Chivasso e Genova e soprattutto l'amicizia dei banchieri De La Rüe, consentirono inoltre a Cavour di operare in un mercato più ampio rispetto a quello usuale degli agricoltori piemontesi cogliendo importanti opportunità di guadagno. Nell'anno 1847, ad esempio, realizzò introiti assai cospicui approfittando del pessimo raccolto di cereali in tutta Europa che diede luogo ad un aumento della richiesta spingendo i prezzi a livelli inconsueti.

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Con i suoi molteplici interessi, Camillo Cavour dimostra di essere un impareggiabile uomo d'affari: i possedimenti agricoli danno alla famiglia rendite cospicue; le partecipazioni azionarie e la tenuta di Grinzane, ereditata dalla zia Vittoria, assicurano anche al cadetto un patrimonio consistente

Grazie ad un inventario dei beni del 1856, sappiamo che il patrimonio indiviso della famiglia ammonta a 7.300.000 di lire ed è costituito in buona parte da proprietà fondiarie (cascine e terre di Leri, Grinzane, Santena, Cavour, Cellarengo, Isolabella, Trofarello e da case, castelli e palazzi in Torino), ma anche da beni mobiliari (titoli pubblici e azioni di società private).

Santena e l’asparago

Storicamente legato a Camillo Benso conte di Cavour, è l’asparago di Santena e delle Terre del Pianalto. Questa particolare varietà di asparagi è riconoscibile alla vista da turioni con apice appuntito di colore verde intenso con varie sfumature violacee. Un prodotto di eccellenza della orticoltura e della cucina italiana, piemontese e torinese, posizione conquistata con il lavoro e la costanza di contadini che, di generazione in generazione, hanno selezionato, prodotto e promosso il prelibato turione, Re della tavola di primavera.

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L’asparago, sorgente della prosperità di Santena, deve la sua fama al sapore dolce e delicato e alla scarsa fibrosità, frutto della freschezza e delle terre permeabili e sabbiose in cui cresce coltivato in modo tradizionale fuori serra, secondo le indicazioni lasciate da Camillo Cavour, che in quest’area sviluppò l’opera di insigne agronomo, attento alla coltura del gustoso prodotto, e che amava così tanto il vitaminico “turione” al punto tale da ingaggiare i migliori scienziati affinché potessero garantirne prosperità e lunga vita nel regno orticolo.

Da allora il binomio Asparago-Camillo Cavour è sinonimo di qualità.

Se esiste un ortaggio che rappresenta la primavera con il suo verde brillante e il suo turgore, quello è l’asparagus officinalis, e sua

maestà l’asparago di Santena con il suo portamento eretto, misterioso, fiero, imperturbabile apre le danze al risveglio primaverile. Sono circa un centinaio le aziende che coltivano questa eccellenza del territorio piemontese ed in particolare nel santenese.

Confidando nei molti estimatori che verranno per onorarlo e omaggiarlo, Santena, ogni anno accoglie il Re degli ortaggi a braccia aperte. Da fine marzo a metà giugno i preparativi fervono. Il Comune, la Pro-loco, l’Associazione Amici di Camillo Cavour, l’Associazione dei Produttori dell’Asparago di Santena e delle Terre del Pianalto e i Ristoratori locali preparano cerimonie, manifestazioni e intrattenimenti all’altezza del suo rango. Visto il rilievo nazionale, la visita Reale diventa occasione di promozione e di valorizzazione di Santena, dei suoi prodotti orticoli, dei ristoranti, del commercio, del Castello, del parco, della Tomba del principale protagonista dell’Unità d’Italia.

Il Re di primavera è intrecciato indissolubilmente con Santena, la Città di Camillo Cavour.

A maggio, ogni anno, la quasi centenaria Sagra dell’Asparago di Santena (che si svolge nella seconda metà del mese, e che dura 10 giorni), celebra il legame tra la tradizione, la storia e la cultura del luogo.

Se il Re dell’orto oggi è apprezzato un motivo c’è. Circa 20 anni fa un gruppo di coltivatori santenesi, preoccupati per il suo stato di salute, si sono dedicati anima e corpo alla sua cura. La produzione languiva, la redditività calava, dopo un passato glorioso l’Asparago, il germoglio italiano per eccellenza, rischiava di cedere il campo. Da veri eredi cavouriani, gli orgogliosi asparagicoltori e cultori interpellarono i migliori specialisti perché intervenissero a sanare gli acciacchi che avevano aggredito il corpo del Sovrano. Dopo tanto lavoro, esperimenti e fatiche oggi i risultati si vedono. Il germoglio è in buona salute e fa onore alle tavole portando una ventata di freschezza, di sapori e di gusti ineguagliabili. L’Asparago di Santena e delle Terre del Pianalto, il Re della tavola di primavera, ha recuperato il suo ruolo al vertice della produzione di qualità, ma non solo, a tutela e garanzia della sua tipicità si è dotato di un marchio che garantisce al consumatore la provenienza del prodotto, ha aggiunto un nuovo titolo: è un PAT (Prodotto Agroalimentare Tradizionale), eccellenza dell’agricoltura e della cucina piemontese e italiana.

Inoltre un altro prestigioso attestato ha arricchito il palmares: pochi giorni fa il 16 marzo scorso, nell’aula del Senato della Repubblica a Roma la Sagra dell’Asparago di Santena ha ricevuto il riconoscimento di “Sagra di Qualità”.

Appendice

L'agricoltura moderna si differenzia radicalmente da quella del periodo risorgimentale per l'intensificazione produttiva, resa possibile da macchinari, fertilizzanti chimici e ingegneria genetica, ma che ha portato a un impatto ambientale significativo. Al contrario, l'agricoltura pre-industriale, pur meno produttiva, era più sostenibile, basata su attrezzi manuali o trainati da animali, rotazioni colturali che non sfruttavano intensamente il suolo e una minore dipendenza da input esterni.

Agricoltura nel periodo risorgimentale

  • Bassa intensità produttiva: Si basava su tecniche manuali e l'uso di animali da tiro (principalmente buoi o cavalli).
  • Rotazione delle colture: Le rotazioni triennali e l'utilizzo di colture come il trifoglio per arricchire il terreno erano comuni, ma il rendimento era limitato.
  • Dipendenza da fattori naturali: La produzione era strettamente legata a fattori naturali e soggetta a imprevedibilità.
  • Minor impatto ambientale: L'impatto sull'ambiente era contenuto rispetto a oggi, anche se pratiche come la deforestazione per creare nuove aree coltivabili erano presenti.

Agricoltura oggi

  • Intensificazione e tecnologia: Si avvale di macchinari complessi, fertilizzanti chimici, pesticidi e sementi ibride o geneticamente modificate.
  • Rivoluzione verde: L'aumento drastico della produzione agricola negli ultimi decenni è stato reso possibile dalla cosiddetta "rivoluzione verde".
  • Impatto ambientale: Questa intensificazione ha causato notevoli problemi, come l'inquinamento delle falde acquifere, la perdita di biodiversità e l'erosione del suolo.
  • Meccanizzazione: L'uso di macchine agricole ha ridotto la necessità di manodopera, portando a una diminuzione degli addetti del settore agricolo, sebbene le dimensioni delle aziende agricole siano variate, con la presenza di grandi imprese industriali e microimprese.
  • Sostenibilità: Si assiste a un crescente interesse per l'agricoltura sostenibile, che cerca di conciliare produttività e rispetto dell'ambiente, attraverso tecniche come l'agricoltura biologica, il risparmio idrico e la lotta integrata.

In sintesi, il passaggio dal periodo risorgimentale all'agricoltura moderna è stato caratterizzato da un enorme aumento della produttività attraverso l'innovazione tecnologica, con conseguente impatto ambientale negativo. L'agricoltura moderna presenta sia sfide che nuove opportunità per trovare un equilibrio tra produzione, sostenibilità e benessere sociale.

Santena, 1 aprile 2026