Incontri Cavouriani

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Pietro De Rossi di Santarosa


Poeta, letterato e uomo di Stato

Uno dei primi e più fidi amici di Cavour

di Paolo Brancatelli

01 - Pietro di Santarosa

Pietro De Rossi di Santarosa, 1805-1850

Indice

Premessa

Le opere

Viaggio in Italia di Pietro di Santarosa

Viaggio in Europa di Pietro di Santarosa con Camillo Cavour

Il Risorgimento e le circostanze che indussero Pietro a entrare in politica

La morte di Pietro Derossi di Santarosa

Bibliografia

Premessa

All’indomani della morte di Camillo Cavour, molte pubblicazioni attribuirono al medesimo il merito di aver procurato al Piemonte, nel 1848, la Costituzione Albertina. A questo importantissimo fatto, anche se non esplicitamente menzionato, prese parte attiva Pietro di Santarosa, cugino di Santorre, uno dei protagonisti dei moti rivoluzionari del 1821 in Piemonte, politico, militare e patriota italiano, eroe del Risorgimento italiano e della guerra d’indipendenza greca, nella quale morì, nel 1825.

Sempre in quel contesto, a Torino, si diede inizio alla pubblicazione delle “Vite degli illustri Contemporanei”. Ebbene, fra essi non compare Pietro di Santarosa, pur essendo le sue opere molto apprezzate dai lettori. Egli fu poeta, letterato e uomo di Stato, la cui presenza sulla scena politica ebbe un ruolo rilevante.

“Pietro De Rossi di Santarosa fu uno dei primi e più fidi amici di Cavour, ma di idee e di indole alquanto diverse, incline piuttosto al filantropismo e al cattolicesimo liberale. Laureato in legge nel 1826, compì molti viaggi in Italia e all'estero, tra cui uno in Francia e in Inghilterra in compagnia di Camillo, durato ben 5 mesi, e scrisse alcune opere storiche e narrative a sfondo storico. Decurione (consigliere municipale nobile) della città di Torino dal 1840, nel 1848 fu uno dei promotori della richiesta dello Statuto a Carlo Alberto. Collaboratore di Camillo al giornale «Risorgimento», Deputato del Parlamento Subalpino, divenne ministro dei Lavori Pubblici e poi di Agricoltura e Commercio. Morì di tisi all’età di 45 anni, il 5 agosto del 1850. Il rifiuto dei sacramenti alla sua prematura morte provocò agitazioni in Torino e il noto processo al vescovo Fransoni”.

Nato a Savigliano il 5 aprile 1805, fu mandato in collegio a Carignano prima e a Pinerolo poi. Nulla si sa di molto rilievo intorno a questi studi e neppure dei primi anni della sua gioventù.

La malinconia radicata nel suo temperamento e alimentata da precoci patimenti fisici, occupò la gioventù di Pietro, Il quale, altresì in gioventù, patì la prematura perdita della madre amatissima, perfetto esempio e possente incitatrice in lui dei più forti sentimenti e delle più sante virtù.

Tutto ciò concorse a renderlo schivo coi compagni di gioventù e di studi. Taciturno e solitario, orgoglioso, scontroso, restio ad allacciare amicizie, si legò d’amicizia con quei pochi che, al pari di lui, sentivano l’importanza della vita: Vincenzo Gioberti, Cesare Balbo e Camillo Cavour fecero parte della sua ristretta cerchia di amici.

In molte cose tanto reali che ideali, sia pratiche che speculative, si travagliò l’ingegno di Pietro di Santarosa: poeta lirico e tragico, romanziere, storico, amministratore, uomo di Stato, politico. Molte di queste attività in cui egli si applicò ebbero il loro fine; mentre invece molte delle opere non furono, per suo volere, pubblicate o rimasero incompiute; non desta meraviglia quindi che la sua fama sia al disotto di quello che certo meriterebbe. Le sue opere dimostrano che Pietro produsse cose eccellenti e sarebbero già sufficienti ad annoverarlo tra i personaggi illustri della letteratura e degno di essere ricordato.

Pietro scelse di iscriversi alla facoltà di Legge all’Università di Torino, applicandosi con grande diligenza, nonostante la sua indole lo inclinasse verso la letteratura. Gli studi in legge aprivano un varco verso una facile carriera mentre le lettere sottostavano all’incertezza, alla precarietà e all’eventualità.

Laureatosi in Legge, nel 1826, Pietro guardò ai pubblici impieghi ma l’aggravarsi della malattia della madre lo costrinse a rinunciarvi. Scelse dunque di confortare, con la sua assidua presenza e le pietose cure, gli ultimi anni di vita della madre travagliati dalla dura malattia e di coltivare con quella opportunità la sua propensione alla letteratura. In breve tempo la madre morì, lasciandolo padrone di una sufficiente eredità. Rimosso ogni pensiero per un impiego statale, si dedicò alla letteratura, senza nulla lasciare d’intentato, stante l’ingegno suo versatile, tra le diverse forme letterarie: Storia, Novella, Romanzo storico, Romanzo sentimentale, Poesia, Prosa, Poesia lirica, Poesia tragica, Narrativa, Satira; abbracciò tutti i generi della letteratura.

Per fermare fruttuosamente nella mente le cose imparate bisogna scriverle e Pietro Santarosa sembrava avesse imparato questa massima, poiché fin da giovanetto usava scrivere su quaderni ciò e su ciò che formava materia dei suoi studi giovanili, tra i quali, Prospetto del Piemonte nell’anno 1814; Rapida scorsa delle cose del Piemonte dal 1814 al 1821; Stato dell’Università degli studi di Torino nel 1827.

LE OPERE
02 - Opere di Pietro di Santarosa

In quel tempo l’oggetto preciso dei sui studi non pareva fosse ancora fisso nella sua mente, come avvenne successivamente quando si dedicò, con tutto il vigore, a conoscere e ad illustrare quella storia d’Italia, al cui culto furono consacrati i suoi due più famosi racconti: Scene istoriche del Medio Evo d’Italia (1835) e la storia del Tumulto dei Ciompi (1843).

Una cospicua parte dei suoi lavori giovanili, purtroppo, è andata distrutta. Tra i sopravvissuti alla distruzione troviamo riassunti, saggi, alcuni appunti, schemi, raccolte di classici italiani trascritti, classici francesi, studi vari, raccolte di passi di poeti classici, moltissimi appunti sulla democrazia, l’aristocrazia, la monarchia e sull’economia politica, tratti dal patriarca Adamo Smith. Un volume di Estratti di autori latini, italiani, francesi e greci, o d’altri popoli nelle loro versioni intorno ad ogni qualsivoglia materia filosofica, politica, storica o letteraria datato novembre 1827. Pietro aveva un interesse morboso per i fatti e storie antiche, come risulta dalla varia raccolta che riuscì a procacciarsi tra i quali i libri di Tacito, di Erodoto, di Cesare, da lui interamente trascritti, in cui si parla di filosofia, leggi, politica e simili materie.

Tra gli innumerevoli lavori giovanili di Pietro, trovano spazio molti fogli che portano l’impronta della consuetudine di scrivere su carta le sue meditazioni. Pensieri sciolti di vario intento, ma specialmente religioso, morale, psicologico. La sua intenzione era che in gran parte rimanessero celate. Fortunatamente alcuni di questi pensieri sono giunti ai nostri giorni, come ad esempio i Saggi poetici” adolescenziali di Pietro che contemplano le meraviglie della natura, ardenti aspirazioni di un cuore generoso verso un ideale mai riuscito ad afferrare; lo sconforto per i mali di cui è piena la terra; l'orrore che si desta nell'animo del poeta al cospetto della tristezza degli uomini; il grave senso dei suoi mali fisici, che ponevano ostacolo all'attuare i grandi concepimenti della mente. Questi i significativi soggetti di codeste liriche.

Fu nei frequenti soggiorni nelle sue terre natie, che sgorgarono per lo più le sue poetiche ispirazioni, che sono la sintesi del suo poetare, come ad esempio: “Il Tramontare”, in bei versi sciolti, ove domina l'immagine della defunta madre. O altri versi espliciti sulla malattia che lo afflisse fin dall’età di 17 anni e per tutto il resto della sua breve vita. Le sue prime opere ritraggono sempre e fortemente i dolori che costantemente amareggiarono la sua gioventù. Consapevole di questa condizione, accettò il suo dolore con pia e cristiana rassegnazione e con i più puri sentimenti di fede. In età più matura, un affettuoso pensiero domestico lo spinse a trascriverne una parte e, ridottala in volume, consegnarla a sua moglie con questa dedica:

«Dato alla mia Luisa come raccolta di pensieri della mia poco lieta gioventù».

Alcuni fatti politici ragguardevoli diedero origine a Pietro di comporre una canzone e un sonetto dal titolo “La Vittoria di Navarino” e “Ai Polacchi nel 1831”, e alcuni componimenti satirici in dialogo, intitolati: Frammento di poesia drammatica; Vita torinese dei miei tempi e Satira. L'Italia, questa nostra terra così poetica, tanto amata e celebrata dai suoi poeti, gli ispirò un componimento poetico popolare dal titolo “Canto”, che magnificava la sua grandiosità, da Roma sino alla Lega Lombarda.

Scrisse, inoltre, molte altre poesie liriche, ma la più ardua fra le prove poetiche da lui scritte furono le tragedie, una difficilissima materia tentata in così tenera età, per Pietro un titolo di gloria, del quale a pochissimi talenti è dato fregiarsi.

Ne scrisse cinque. Una è di argomento greco, intitolata EUMENE, scritta negli anni 1823 e 1824, e ricorretta nel 1827, il che significa che fu scritta tra il 18º ed il 22º anno della sua età. Le altre quattro sono d'argomento italiano, CORSO DONATI, composta intorno all'anno 1826; PAOLO VITELLI, terminata il 30 maggio 1827; COLA DI RIENZO, finita nel settembre 1829; EZZELINO DA ROMANO, non datata.

Le sue tragedie non furono mai rese pubbliche, sono però state ritrovate in quaderni puliti e trascritte con diligenza, così da ritenere che fossero tenute in qualche conto dall'autore. Una di queste tragedie, il “Corso Donati”, fu in seguito rappresentata in un teatro di Torino, con un infelicissimo esito.

Il valore poetico di Pietro di Santarosa, e particolarmente nel genere tragico, ebbe molti estimatori. Cesare Balbo si compiaceva della sua “arte divina” dopo aver letto l’ultima sua tragedia. Balbo così si esprimeva: «…. della molta stima in che tengo lei i di lei lavori. Ella ha toccato dal Cielo il bel dono di fare de' bei versi, ed ha poi coi buoni studi, e principalmente con quello del nostro sommo tragico, fatta fruttare tal disposizione naturale a segno da potersi chiamare, come direbbesi in musica, padrone dello strumento sul quale ella ha poi ad immaginare ed eseguire i suoi canti…... Balbo pone fine al suo ragionamento con le seguenti parole: «Ella più felice progredisce nella pratica, sola buona ed ultima definitrice d'ogni lite; e s'apparecchia, a quello che io credo poter profetare senza pericolo, un trionfo certissimo. E questo poi le darà meglio che non niuna parola mia, il solo consiglio che non mi sconvenga darle; quello di osare». Credo che nessuno dirà, spero, che Cesare Balbo scrittore tutto prosaico, non s'intendesse di poesie; e nemmeno che fosse tollerante ed elargisse encomi a chi non meritava di riceverli.

Col crescere dell’età, si sviluppò l’ingegno e l’animo di Santarosa; gli studi storico-letterari e le opere che verranno, dimostrano il proposito, dell’autore, di indirizzare le sue fatiche ad un fine preciso e mirato.

Il Piemonte, mezzo italiano e mezzo francese, formò pur tuttavia uno Stato omogeneo autonomo, piemontese. Sedendo a cavallo delle Alpi, con un piede in Italia e l’altro in Francia, italiano e francese, o piuttosto né l’uno né l’altro. La Casa dei Savoia non poteva imprimere al Piemonte, che così strettamente le aderiva, altro carattere che il suo. Il successivo formarsi della coscienza italiana in Piemonte, il suo ruolo di nazione, si possono trovare cercandoli nella sua storia, anche sotto l’aspetto politico e letterario.

Si spiega così, perché la Casa di Savoia, per ragioni proprie di Stato e politiche, con mirabile entusiasmo, abbracciò, per poi attirarle nelle sue aspirazioni italiche, quell’eletta schiera di scrittori che, cominciando forse propriamente da Vittorio Alfieri, fino a quei tempi, si identificarono con le aspirazioni della nazione. In questa folta schiera di scrittori non poteva certo mancare Pietro di Santarosa che rivolse il suo pensiero e l’ingegno alla lingua e alla letteratura storica italiana. L’abbondante materiale e i libri che egli fornì alla stampa e ai posteri, sono una piena ed illustre testimonianza. Cito alcuni titoli: Frammenti di Storia dei Longobardi in Italia; Studi per definire lo stato d’Italia al tempo che fu conclusa la pace di Costanza; Studi per la Storia d’Italia dal 1183 al 1266, cioè dalla pace di Costanza a Carlo d’Angiò; Sommario della storia d’Italia dalla caduta dell’Impero Romano a quello dell’Indipendenza italiana.

Per realizzare tali opere, Pietro dovette minuziosamente studiare di proposito i fatti: un lavoro copioso, assiduo, severo, a volte sgradevole, pensando che a suscitare ai lettori l'amore della storia italiana, a formare quella coscienza italiana, al giudizio poetico e drammatico dei fatti dell'Italia, valessero di più i racconti abbelliti dalle lusinghe dell'immaginazione piuttosto che le nude e crude storie.

Oltre ai lavori sui tempi prossimi alla Pace di Costanza, sia prima che dopo di essa, rimangono altri quaderni: Annotazioni storiche tratte dalla Storia dei Sanesi di Orlando Malavolti; Brani di Autori riguardante il fatto di Giovanna II Regina di Napoli; Illustrazioni e Brani storici intorno alla Crociata contro Ezzelino da Romano; Raccolta di alcuni documenti riguardanti gli usi, il modo di vestire degli Italiani nel medio evo.

Uno studio scrupoloso messo da Pietro di Santarosa nella parte storica dei suoi racconti e l’amorosa cura da lui adoperata nell’idioma italiano nelle novelle e commedie, in varia forma che furono date alla stampa. Così avvenne che il Ser Gianni Caracciolo, stampato in forma narrativa nei due Episodi, era in realtà impostato in forma di dramma storico; e la Storia del Tumulto dei Ciompi, uscita come storia, fu poi ripresa sotto le sembianze di romanzo storico. Rimasero incompiute: La Crociata della Marca Trivigiana; Una Novella, ambientata in Piemonte nell'epoca della dominazione francese, nel periodo dell'infelice campagna di Russia (1812). Questo fu uno degli ultimi lavori di Pietro, poco prima ch'egli entrasse a fare quella sua breve ma illustre comparsa sulla scena politica. E questi anni furono anche quelli in cui fu più spesso e duramente travagliato da quei malori che cosi andavano scavandogli la tomba! Proseguendo la rassegna, troviamo: Una Commedia, cui ben poco manca ad esser finita; e un’altra commedia intitolata L'Avvocato Piemontese.

Questo è quanto circa la storia generale, quella d'Italia, dei suoi Racconti storico romantici, delle Poesie e dei molteplici altri lavori letterali di ogni genere, sia finiti che incompleti, che furono trovate fra le sue carte. Pietro di Santarosa è principalmente ricordato per i suoi due più famosi racconti: Scene istoriche (1835) e la Storia del Tumulto dei Ciompi (1843).

Viaggio in Italia di Pietro di Santarosa

Apro ora un capitolo a Pietro tanto così caro: viaggiare per acquisire quell'esperienza e la conoscenza che solamente i viaggi possono dare.

Pietro aveva posto troppa importanza a conoscere nel passato l’Italia, perché non fosse desideroso di conoscerla nel suo presente. E fu così che il 30 ottobre 1833 intraprese il lungo viaggio in Italia alla scoperta del bel paese.

Non intraprese questo viaggio da solo; fu accompagnato da un amico, un giovane diciottenne, di cui non menziona il nome. Il viaggio si snodò da nord a sud verso importanti città e luoghi quali Alessandria, Genova, la riviera di Levante, La Lunigiana. Poi Lucca, Pescia, Pistoia, Prato e infine la desideratissima Firenze. Toccando le città del Modenese e della Toscana di quei tempi, i sentimenti che nota il viaggiatore sono di due specie. Da un canto le bellezze artistiche dei monumenti e dei paesaggi, dall’altro le dominazioni straniere cui sono sottoposte e soprattutto quella manifesta divisione politica del bel paese che porgono i gabellieri modenesi, che lo fecero uscire in colorite imprecazioni. Entrando in Firenze fu ancora gioco forza pagare carissimo scotto ai gabellieri toscani, i quali ti parlano pulito e dolce assai, ma ti pelano senza misericordia.

03 - viaggio italia 1833

Viaggio in Italia di Pietro di Santarosa, 1833

A Firenze, Pietro, si fermò diversi giorni. Nel Medioevo, Firenze, fu importantissimo centro artistico, culturale, commerciale, politico, economico e finanziario. Luogo d’origine del Rinascimento e della lingua italiana, grazie al volgare fiorentino usato nella letteratura. Pietro restò affascinato dalle bellezze artistiche, architettoniche, storiche, dei tanti celebri artisti, nati o che vi hanno lavorato o vissuto a Firenze, tra i quali: Dante, Boccaccio, Brunelleschi, Cimabue, Machiavelli, Michelangelo, Leonardo, Giotto, Botticelli, Galileo, Raffaello…. e molti altri.

Certamente egli vedeva qui effigiate e rappresentate le vaghe idee che da tanti anni gli aleggiavano alla fantasia e intimamente lo commuovevano. Era come un artista, il quale, dopo averle lungamente e vanamente vagheggiate le vedesse dinnanzi agli occhi vive, scolpite, perfette. L’arte italiana, la lingua, la politica, il genio, il passato e il presente, il medio evo e il moderno, i rimpianti, i desideri, le speranze; qui tutto cospirava e potentemente ed armoniosamente gli penetrava il cuore.

Lasciata Firenze, il nostro viaggiatore seguita l’itinerario: Arezzo, la città natale di Petrarca, e Cortona lo portano nelle terre degli Etruschi, la fertilissima Val di Chiana e infine il passaggio dalla Toscana agli Stati Romani. Per la terza volta dovette inciampare nell’ostacolo dei gabellieri, stavolta però Pietro mostrò alle facce indispettite dei gabellieri un foglio su cui era scritto “Lascerete passare il Sig. ecc.”; “quel foglio li fece tutti fremere e gracidare con mal garbo fra loro”, scrisse poi nelle sue memorie.

Perugia, Assisi, Foligno, Spoleto, Terni e Civita Castellana furono le tappe successive prima di giungere a Roma. Le sue più vive impressioni in questo tratto di strada sono quelle di Assisi, dove maestoso e superbo s'innalza il vasto convento dei Francescani colla triplice chiesa dedicata a S. Francesco d'Assisi, mentre a Terni egli si ferma estasiato ammirando la bellissima, strepitosa ed impetuosa cascata; un quadro meraviglioso che resta impresso nella tua mente per sempre.

Finalmente Roma. Due grandi cose operarono gli Italiani, l'impero romano, ed il papato. Non il papato spirituale creato da Cristo nella persona di Pietro, ma il papato temporale, quella potenza intellettuale predominatrice sulla forza materiale, trionfatrice della barbarie; quella potenza che salvò le reliquie dello sfasciato impero d'Occidente; che frenò la rabbia dei popoli barbarici prima, e poi diede loro legge; che fu centro di ordinamento sociale per gli Italiani in un tempo; che riscosse gli omaggi dei potenti e dominò da un polo all'altro.

Così, in seguito, descrisse Roma e gli altri luoghi: “Io sempre desiderai e ardentemente sospirai di potere un giorno visitare quella città che fu la creatrice della più meravigliosa potenza; che fu trono del mondo; che fu tomba dell’antica civiltà e culla della nuova, nata nel seno del Cristianesimo …, ma crescendo negli anni, è venuto il tempo in cui imparai che cosa fosse la patria, non la patria municipale, ma la patria nazionale. Il desiderio vivissimo che ebbi dapprima di vedere Roma si estese a tutta l’Italia, a questa bella Italia, progenitrice di eroi, madre di artisti d’ogni epoca, d’ogni scienza, d’ogni beltà; e leggendo le glorie italiane del medio evo, io posi amore ad ogni città, ad ogni castello, a tutte le zolle di questa terra sacrosanta, e allora promisi a me stesso di visitarla tutta col massimo studio e di non tralasciare tempo o fatica per cercare e contemplare le bellezze italiane”.

Finalmente Roma, la “città eterna”. Pietro di Santarosa vi si fermò per circa un mese ed ebbe l’opportunità di conoscerla a fondo. Ottenne inoltre, con il cuore che gli palpitava per la fortissima commozione, un incontro con Papa Gregorio XVI.

Chi per poco abbia conosciuto Pietro di Santarosa attraverso le sue opere, il suo impegno politico, la sua vita, non ignora quanto schietta e profonda era la sua fede religiosa e con quanta scrupolosità ne abbia, durante tutto il corso della sua breve esistenza, tenuti i dogmi ed osservate le pratiche, la venerazione e la diligenza che pone nel rimembrare e dichiarare i fasti di Roma cristiana. Pensiamo allora quale fu la commozione e i sentimenti allorché ebbe a visitare il Santo Padre e le emozioni che lo occuparono durante il pio e maestoso colloquio. Così descrisse il sublime momento della funzione religiosa: … «Apparve e difilò la processione dei prelati, dei vescovi e dei cardinali nei loro abiti pontificali, dopo i quali, portato sulla sedia gestatoria, comparì il successore di Pietro, Gregorio XVI. Al primo squillo delle trombe si fece alto silenzio nel tempio, e tutti si volsero a mirare il Pontefice che veniva a mano portato dal fondo della chiesa verso l'altare maggiore… durante la sua marcia trionfale, la più schietta modestia, la più umile afflizione… quell'aria di umile e modesto contegno e di veneranda semplicità in tanta dignità, sempre vidi in volto a Gregorio durante tutta l'augusta funzione … Un coro di sole voci armoniose cantava le lodi dell'Altissimo e risuonavano per quelle volte eternali: all'elevazione tacquero le voci e squillarono solennemente le trombe. Tutto era silenzio nella immensa e popolatissima chiesa; tutti erano prostrati dinanzi all'ostia innalzata dalle mani del Pontefice; ... fu silenzio armonioso, un altro momento di universale commozione... e più di tutti commosso era Gregorio… lo vidi piangere e singhiozzare”.

Lasciata Roma i viaggiatori raggiunsero Napoli. Pietro lascia poche e brevi riflessioni sui luoghi e monumenti ivi visitati. Poche pagine, belle ma brevi. L’intento dei viaggiatori era di spingersi sino all’estrema Sicilia, ma tal disegno non fu poi effettuato.

Poche sono le note sui paesi visitati nel ritorno in Piemonte. Probabilmente la stanchezza ha giocato un ruolo determinante. Un cumulo di impressioni anche gradevoli non poteva che prostrare un fisico gracile e di così esile costituzione. Da Padova scrive all’amico Camillo che desidera ardentemente ritornare a casa. “Il viaggio è stato bello e interessante, ma lungo e faticoso per lo spirito e per il corpo. Ho bisogno di riposare, desiderio di tranquillità tra le mura domestiche e rivedere gli amici...”.

Viaggio in Europa di Pietro di Santarosa con Camillo Cavour

L’estenuante viaggio però non ha sopito le sue aspirazioni, ed è così che il 17 febbraio 1835, Pietro giunge a Ginevra dove l’attende l’amico Camillo per intraprendere un nuovo viaggio che li porterà prima in Francia a Parigi e successivamente in Inghilterra. I due amici, partiti da Ginevra il 24 febbraio 1835, giungono a Parigi il 28 febbraio 1835. Qui si fermano per quasi due mesi e mezzo.

04 - viaggio con Camillo

Viaggio in Europa di Pietro di Santarosa con Camillo Cavour, 1835

Partiti dalla capitale francese il 9 maggio, il 12 maggio 1835 arrivano a Londra. Nella capitale britannica ebbero l’opportunità di assistere parecchie volte alle sedute della Camera dei Comuni, di frequentare la grande aristocrazia europea, gli ambienti politici, gli intellettuali più avanzati, visitare particolarmente fabbriche, manifatture, e aziende agricole di ogni genere, dando loro la possibilità di studiare da vicino le diverse realtà economiche e sociali. Oltre a Londra visiteranno altre città, quali: Windsor, Cambridge, Oxford, Stratford, Birmingham, Liverpool da dove per raggiungere Manchester utilizzarono per la prima volta il treno, che fu per loro un’esperienza straordinaria, Nottingham e il Galles. Nel viaggio di ritorno visiteranno anche il Belgio e la Germania Renana.

In questo viaggio Camillo Cavour in particolare sviluppò quella propensione conservatrice che lo accompagnerà per tutta la vita, interessandosi di questioni sociali, sviluppo economico, ma al tempo stesso sentire fortemente crescere l'interesse e l'entusiasmo per il progresso dell'industria, per le nuove tecnologie in agricoltura, per l'economia politica e per il libero scambio. Questi contatti contribuirono alla sua formazione di uomo europeo, dandogli la possibilità di studiare da vicino le diverse realtà economiche e sociali e pieno di idee da applicare alle sue tenute.

Questo lungo tour europeo, in seguito replicato, seppur non con quello stesso e spontaneo entusiasmo (nel 1836 Cavour visitò, sempre in compagnia di Pietro, il Belgio, studiando, in particolare, il sistema delle colonie agricole e di quelle dei detenuti) non solo gettò le basi europee, progressiste e liberali del pensiero cavouriano ma lasciò nel giovane un segno indelebile, una memoria che riaffiorerà in seguito quando, chiamato alla guida del Regno di Sardegna prima e dello Stato italiano poi, poté mettere in atto quanto appreso nel corso di quei viaggi all’estero, dall’ambito politico a quello economico, passando, soprattutto, per l'efficientamento della macchina amministrativa, la base della crescita di una solida nazione.

Scene istoriche del Medio Evo d’Italia e il Tumulto dei Ciompi, il primo, quando fu pubblicato, ebbe una favorevole accoglienza, tanto che fu necessario stampare una seconda edizione. Nonostante l’approvazione di Silvio Pellico e del pubblico italiano, non mancarono gli strali della critica a pungerlo e ad amareggiargli la gioia. Sulle pagine della Gazzetta Piemontese, l’11 settembre 1835, il critico Felice Romani, prendendo occasione dalla seconda edizione fatta a Torino, sottopose l’opera ad una severa disanima. Il Romani era un appassionato cultore del genere classico: secondo lui l’opera di Pietro era troppo romantica e molestava il genere classico. Malgrado i difetti, il severo critico, non nascose però i pregi di Pietro qualificandolo come uomo d’ingegno e capacissimo di far bene. Le critiche e le lodi di chi le porgeva acquistavano grande valore e si può pertanto dire che l’autore non fallì del tutto il suo scopo.

Sono quattro racconti, le Storie istoriche: “Un frate; Un Traditore; Un Barone; Un Principe”.

05 - scene istoriche

Scene Istoriche del Medio Evo d’Italia, 1835

il primo, Un Frate, versa intorno alla celebre, anche se breve pacificazione della Marca Trivigiana (le terre conquistate dai veneziani nel XIV secolo, l’attuale provincia di Treviso), promossa e predicata dinanzi ad una sterminata partecipazione di popolo, nel piano detto di Paquara, dal frate domenicano, Giovanni da Vicenza.

Il secondo, Un Traditore, un drammatico quadro della battaglia di Monteperti, tra guelfi fiorentini e ghibellini senesi. I guelfi rimasero tanto duramente sconfitti, grazie all’efficacia della cavalleria dei ghibellini, mandati da Manfredi di Svevia, e al tradimento di Bocca degli Abati. Le fanterie dei guelfi si immolarono facendosi massacrare intorno al carroccio per consentire alla cavalleria di ricostituirsi e tornare all’attacco, ma il sacrificio fu inutile, le forze guelfe non riuscirono nella manovra controffensiva. Firenze fu poi messa a ferro e fuoco dai ghibellini.

Il terzo, Un Barone, un breve ritratto, serrato, arido di particolari, scevro di episodi, di uno di quei fieri baroni, di quelle maschie tempre: Tale Pier Saccone de' Tarlati, sui novantasei anni, decrepito ma non pronto a morire prima di aver portato a termine un'ultima impresa atta a rendere, secondo lui, terribile il nome dei Tarlati. Il figlio Marco, al quale egli affida il compito, non riesce a portarla a termine, e in quella notte stessa della disfatta, non reggendo all'ira della vergogna, Pier Tarlati muore.

Il quarto, Un Principe, ci porta a Milano nella reggia di Luchino Visconti, ad assistere alle peripezie di quel dramma, che si concluse con la sua morte, avvelenato dalla sua bella consorte, Isabella del Fiesco, al fine di scansare il supplizio cui era certa di essere destinata dall'inesorabile consorte in pena e a vendetta per la sua infedeltà.

Queste Scene istoriche costituiscono una legittima novità tanto nella letteratura in generale come nella nostra in particolare: non sono romanzi, né novelle, ne racconti.

Il Tumulto dei Ciompi fu una rivolta popolare che ebbe luogo a Firenze il 20 luglio 1378 quando i Ciompi, cioè i salariati delle diverse Arti, in particolare quelli dipendenti dall’Arte della lana, sottoposti a forte pressione economica e sociale, e privi di diritti politici, si ribellarono e presero il controllo della città, rivendicando l’istituzione di una loro Arte, cui fosse riservato un quarto delle cariche del Comune. Insediato nel palazzo dei Priori un loro sindaco, elaborarono una riforma per creare tre nuove Arti del popolo minuto (o popolo di Dio), con diritto a un terzo delle magistrature: due comprendevano i piccoli artigiani e una i Ciompi veri e propri.

06 - Il tumulto dei Ciompi

Il tumulto dei Ciompi avvenuto a Firenze l’anno 1378, 1843

Ma il 31 agosto la reazione delle altre Arti coalizzate costrinse molti dei Ciompi a lasciare Firenze, gli altri restarono isolati e l’insurrezione fu soppressa nel sangue. Le successive vicende della storia della città videro la scomparsa dei Ciompi come forza politica.

Come abbiamo visto, nulla ha lasciato d'intentato fra le diverse ragioni dell'ingegno letterario. Pietro abbracciò tutti i generi della letteratura.

E possiamo ancora vederlo in seguito far bella prova delle sue egregie facoltà nella prosa e nell'eloquenza civile di Pietro di Santarosa, avvocato e uomo politico.

Determinato a risolvere per sempre ora che aveva soddisfatto le proprie aspirazioni, un cruccio però attanagliava Pietro: la sorte del suo avvenire. Pietro si arrovellava su questo pensiero e non sapeva come risolverlo. Chi più di lui a questo mondo aveva concepita la felicità del matrimonio? Purtroppo il passato del suo stato di salute gli fu da ostacolo e lo trattenne: ora che attraverso i viaggi, in Italia e in Europa, aveva appagato le sue aspirazioni; ora che non anelava altro che la quiete domestica, dove poter occuparsi di utili studi o di utili opere, doveva forse finalmente avere una famiglia non propria ma d’adozione? Era condannato al celibato senza aver la vocazione al sacerdozio?

Le cose non andarono così: infatti, il 7 agosto 1837, prese in moglie Luisa dei marchesi Della Valle di Clavesana. Persona, dotata del pregio della bellezza e dell'affetto, moglie onesta e devota; solerte della famiglia e della cosa famigliare; non solo riusciva nel più valido e caro conforto alla travagliata vita di Pietro, ma nei fatali e terribili momenti della sua morte fece prova di una fortezza d'animo degna della migliore consorte che si potesse desiderare.

Pietro dedicò alla sua dolce compagna l’epigrafe che sta in capo al libro “Due Episodi”:

«A TE MIA DILETTA LUISA, INSEPARABILE COMPAGNA DE' GIORNI MIEI

DEDICO QUESTO LIBRO CH'IO SCRIVEVA PENSANDO A TE,

MENTRE COL TUO AMORE RALLEGRAVI E FACEVI FELICE LA MIA SOLITUDINE».

Da questo matrimonio nacquero sei figli: il primo, un maschio, morì alla nascita; una femmina e quattro maschi in appresso, cioè: Laura, Filippo, Teodoro, Massimiliano e Cesare. Laura, la seconda non ebbe che due giorni di vita; il Santarosa gli dedicò questo breve sonetto: «Cara Angioletta, che due giorni appena respirasti le impure aure di vita. E, fuggendo i dolor della terrena Valle, sei tosto in grembo a Dio salita,… Or di lassù deh! volgi un tuo sorriso a noi che ancor peregriniam, frattanto che tu lieta ti godi il Paradiso».

Anche il quintogenito Massimiliano morì in età giovanile, pochi anni dopo la scomparsa del genitore. La sua morte fu un lutto generale del Collegio delle scuole pie in Savona, dove compi il suo breve soggiorno fra il generale rammarico di vedere così immaturamente troncata una vita che dai suoi primordi prometteva una riuscita simile a quella dell’illustre genitore.

Nel 1839, il re Carlo Alberto, su proposta del conte di Pralormo, allora ministro dell'interno, crea una Commissione superiore di Statistica, destinata a raccogliere e pubblicare le informazioni statistiche sugli Stati del Regno. Carlo Alberto non chiese delle loro opinioni politiche; volle soltanto che fossero uomini onorevoli e stimati.

07 - attività extra letterarie

All'alta direzione fu posto il primo segretario di Stato per gli affari dell'interno, conte di Pralormo, poi nominato presidente, il barone Giuseppe Manno, col titolo di vice -presidente. Gli altri membri erano: il marchese Cesare Alfieri, il sacerdote Genevois,

il cavaliere Despine, il conte Avogadro di Quaregna, il cavaliere Bonafous, l'intendente Eandi, il generale Alberto della Marmora, il cavaliere Bon-Compagni, il conte Camillo Cavour, il maggiore Felice Muletti, il dottore Bonino. Segretario era l'intendente Ghia. Questi sopracitati costituivano la sua prima fondazione; ma quattro anni dopo, nel 1843, furono aggiunti il professore Giulio, il barone Duport, il conte Francesetti, e Pietro di Santarosa.

Nel finire del 1840, per libera elezione, come si usava per i membri di quella magistratura, Pietro era stato assunto all’ufficio di Consigliere Municipale, o come si diceva allora Decurione della città di Torino. Appena introdotto alla municipale magistratura della sua città, la fama di letterato lo designava chiaramente a doversi occupare nel ramo delle scuole popolari. A questa viene destinato, occupandosi in modo specifico all’istruzione primaria della gioventù, provvedere in special maniera al primo grado di istruzione, ai primi avviamenti, all’educazione dei fanciulli nelle scuole e negli asili infantili.

Pietro ebbe l'incarico di preparare alcuni quadri statistici relativi all'istruzione pubblica negli Stati del Regno. Su mandato della Commissione mise mano a un vasto concetto sulla Statistica Medica, elaborato dal collega il dottore Bonino, che consisteva in deduzioni e riflessioni sullo stato sanitario della popolazione delle provincie della terraferma.

Giovandosi degli elementi fornitigli dalla Commissione per portare a termine i molti lavori a cui si dedicò, Pietro svela i mali e suggerisce i rimedi: Aprire le vie all'industria; cessare i monopoli; realizzare grandiose opere pubbliche; offrire al popolo istruzione; accogliere i figli negli asili d'infanzia; casse di risparmio; banchi di credito; tutti insomma quei temi della civiltà contemporanea per procurarsi il benessere senza nuocere ai ricchi ... (Qui si nota l’influenza e il frequente ed aperto scambiarsi delle idee che interveniva fra lui e Camillo Cavour).

Fissando ora dall’alto e sinteticamente i punti percorsi da Pietro di Santarosa, si vede come avendo egli incominciato con la poesia, passò alla prosa; alla storia; alla filosofia della storia. Dalla filosofia della storia andando alla statistica applicata. E ancora alla esperienza nei viaggi, nelle pubbliche gratuite amministrazioni, nelle opere di Stato.

Il Risorgimento e le circostanze che indussero Pietro a entrare in politica

Nel 1846 muore il pontefice Gregorio XVI, lo Stato pontificio era in rovina; la Romagna in subbuglio per le recenti sommosse; i popoli sdegnati per le ultime persecuzioni e processi. Napoli fremente e ancora atterrita dalle stragi di Cosenza; la Toscana bollente d'umori fra la incerta e poco sincera condotta del granduca; la Lombardia e Venezia bramose di scuotere l'insopportabile giogo straniero. Lucca, Parma, Modena niente meno agitate, così anche Torino, Genova, Casale e altre provincie si agitavano, a Napoli crescevano i moti; tutta l'Italia in fermento, in attesa, speranzosa.

Vincenzo Gioberti, Cesare Balbo, Il generale Giovanni Durando, Massimo D’Azeglio e altri, educavano coi loro scritti all’agognata libertà e all'indipendenza nazionale; e preparavano un'opinione politica possibile in Italia.

In questo contesto, il successore di Gregorio XVI, papa Pio IX, con inaudito esempio, si mostra anch'esso investito dallo spirito agitatore del tempo; partecipa al sentimento di riforma di cui l’Italia è compresa; dà il segno dell'avviamento a quella libertà cui, non solo l’Italia, ma l’Europa tutta con smania affannosa anelava: Pio IX, il 16 luglio 1846, un mese dopo la sua elezione a pontefice, concedeva un'amnistia generale ai condannati politici; costituiva la Guardia Civica per il mantenimento dell'ordine; pubblicava un Editto sulla stampa, che permetteva una certa libertà.

Il Piemonte, Stato florido, iniziatore di strade ferrate, munito di risorse proprie ragguardevoli, che si reggeva sotto la paterna mano di Carlo Alberto. È dal Piemonte che il suo re volgeva lo sguardo verso l'Italia e l'Europa; e ben lo dimostravano le ovazioni cui ad ogni propizia occasione, e particolarmente nel suo viaggio ad Alessandria e Valenza, veniva fatto segno il re. Carlo Alberto, nell’autunno del 1847 concede ampie riforme tra le quali: Libertà di stampa del 29 ottobre, Regio Editto col quale S.M. stabilisce un Magistrato di Cassazione del 30 ottobre, e la Lega Doganale tra il Regno di Sardegna, gli Stati della Chiesa e il Granducato di Toscana del 3 novembre.

Venuta l’epoca prestabilita dagli usi decurionali, in cui doveva cessare dal far parte della Deputazione delle scuole, Pietro venne aggregato a quello dei lavori pubblici, nella quale durò sino al 1848.

Era finalmente giunto il tempo che le conferenze, le chiacchiere ristrette nel cerchio dell’amicizia e ad essa confidate potevano pure uscire all’aria aperta e spaziarvi, e le vaghe aspirazioni e i propri progetti aerei sperare di fondarsi per conseguire un effetto. Sappiamo come tra i primi effetti politici, cui la libertà di stampa abbia dato facoltà di venire alla luce in Torino, sia quella che opportunamente s’intitolò il Risorgimento, a fondare la quale concorsero, tra gli altri, Cesare Balbo, Camillo Benso di Cavour, Luigi Franchi di Pont, Michelangelo Castelli, il nostro Pietro di Santarosa.

Tra le pagine del Risorgimento di quell’epoca, si possono facilmente trovare gli articoli a sua firma, tra i quali quello sulle riforme di Carlo Alberto, scritto il 3 novembre 1847, quello per la Costituzione di Napoli, quello polemico contro il Corriere mercantile di Genova a proposito della propria orazione al Corpo Decurionale per la domanda della Costituzione, quello sul rovesciamento di Luigi Filippo d’Orleans e della subentrata Repubblica di febbraio. Vari altri articoli scrisse inoltre, nell’intento di combattere le manovre equivoche dei repubblicani, e i loro consigli e le loro insinuazioni contro la lealtà di re Carlo Alberto guerreggiante in Lombardia. Oltre a quelli per il Risorgimento, dettò altri articoli per diversi periodici, quali il Mondo Illustrato e l’Antologia di Firenze.

Con l’amico Camillo Cavour chiede al re Carlo Alberto di accogliere la rappresentanza dei giornalisti torinesi per concedere la Costituzione. Premiata la petizione, il 4 marzo 1848 il re promulgherà lo Statuto Albertino.

08 - decreto albertino

Statuto Albertino, 4 marzo 1848

Dopo aver con tanto coraggio, opportunità ed esito felice domandata la Costituzione, Pietro era pronto per entrare in politica. Voleva essere eletto a far parte di quel Parlamento che tanto egli contribuì ad aprire.

Prima ancora che egli si proponesse a Deputato, il collegio di Savigliano, forte di ben centotrenta firme di eletti cittadini, gli offrirono il proprio mandato. Altrettanti li ottenne dalla frazione di Cavallermaggiore. L’elezione avvenne con un’immensa preponderanza di voti, si potrebbe dire all’unanimità di voti. Lo stesso accadde allorquando, dopo che una nuova votazione confermasse gli intenti degli elettori. Anche dopo ogni scioglimento della Camera, ed in ogni altra congiuntura che necessitasse di suffragi elettorali, sempre il voto degli elettori si manifestò prevalente a suo favore.

Il moto italiano del 1848 aveva portato l’annessione dei ducati Estensi allo Stato Sardo. Fu quindi, quale Commissario di re Carlo Alberto inviato a Reggio e Guastalla. Il 25 luglio 1848 Pietro di Santarosa fu richiamato a Torino, da Massimo D’Azeglio, per assumere l’incarico di Ministro dei Lavori pubblici e nel 1849 quello di Ministro dell’Agricoltura e del Commercio.

Durante il suo mandato entrò in vigore il Sistema metrico decimale, (S.M.D.), che deve il suo nome al fatto che: - il metro è l'unità di misura di riferimento utilizzata per definire tutte le altre; - è un sistema in base 10, ossia il rapporto tra multipli e sottomultipli di ogni sua unità di misura è sempre 10 o una potenza di 10. Sono esclusi dal sistema in base 10 alcune categorie quali ad es: le unità di tempo e gli angoli.

Già dal 1791 una commissione a cui apparteneva il famoso fisico e studioso Lagrange, aveva stabilito di unificare il sistema esportandolo in quasi tutta l’Europa e naturalmente anche in Italia con l’arrivo di Napoleone ed il suo ormai famoso Codice Civile dei francesi, che ancora oggi è la base del diritto nei paesi democratici. Ma con la sconfitta di Napoleone e l’avvento della Restaurazione tale sistema venne abolito ed anche il Piemonte si dovette arrendere ai voleri del ritornato Re di Sardegna, Vittorio Emanuele I, che nel 1818 spazzò via con un tratto di penna sul decreto, firmato il 4 luglio di quell’anno, di tutte quelle “modernità giacobine” invise alla vecchia aristocrazia, e tra queste anche l’innovazione sugli studi di Lagrange.

Nel 1848 il Re di Sardegna Carlo Alberto reintrodusse il sistema metrico che entrò in vigore nel 1850. In quello stesso anno, la stamperia degli artisti tipografi di Torino, per ordine del Ministro dell’Agricoltura e del Commercio Pietro di Santarosa, fautore dell’introduzione del SMD, pubblicò un piccolo vademecum dal titolo "Lezioni popolari sul sistema metrico”, per la diffusione del nuovo sistema dei pesi e delle misure nei Regi Stati. Questo libricino era un estratto dalla norma teorico-pratica per l’insegnamento del sistema metrico. I parroci dei paesi furono coloro che, finita la messa domenicale, fermavano i giovani ed in particolar modo i capifamiglia, per insegnar loro (il tasso di alfabetizzazione era all’epoca drammaticamente basso, assieme alla vita media che sfiorava i 40 anni) che da quel momento non si doveva più ragionare per trabucchi e miglio per la distanza, ma metri e chilometri, non era più possibile vendere un emina di riso, bensì lo stesso prodotto in chilogrammi, non si poteva più vendere una brenta di vino ma l’equivalente in litri, e non si affittavano più due giornate di terreno coltivabile, ma si doveva redigere il contratto in aree e ettari.

09 - sistema metrico decimale

Sistema Metrico Decimale, introdotto da Carlo Alberto nel 1848

LA LEGGE SICCARDI
10 - Giuseppe Siccardi

Giuseppe Siccard1, 1802-1857

Con l'appoggio di Vittorio Emanuele II, il governo D'Azeglio aveva attuato un programma di riforme degli istituti giuridici del Regno di Sardegna, portando a compimento le innovazioni iniziate nel 1848. In questo contesto storico il guardasigilli Giuseppe Siccardi aveva proposto le leggi separatiste n.1013 del 9 aprile 1850 e n.1037 del 5 giugno 1850 dell'allora Regno di Sardegna che abolivano i privilegi goduti fino ad allora dal clero cattolico, allineando la legislazione piemontese a quella degli altri stati europei.

Le leggi stabilivano infatti l'abolizione di privilegi che il clero godeva nel Regno quali:

  • il foro ecclesiastico (un tribunale separato che sottraeva alla giustizia laica gli uomini di Chiesa accusati di reati comuni),
  • il diritto di asilo (l'impunità giuridica di coloro che trovavano rifugio nelle chiese),
  • la manomorta (l'inalienabilità dei possedimenti ecclesiastici).

11 - obelisco legge siccardi

Obelisco alle Leggi Siccardi in piazza Savoia a Torino, 1853

Le leggi, nonostante le resistenze dei conservatori più legati alla Chiesa cattolica, furono subito approvate a gran maggioranza dalla Camera con il voto favorevole di Pietro di Santarosa. Per questo egli, uomo moderato e pio, caduto gravemente malato si vide rifiutare sul letto di morte il viatico e gli furono negate in un primo momento le esequie religiose dal parroco di San Carlo, il servita Pittavino. Ne nacque uno sdegno popolare che convinse l'arcivescovo di Torino, Luigi Fransoni, a farle celebrare. Ciò non gli evitò l'arresto nell'agosto 1850 per la negata assoluzione al ministro.

12 - Luigi Fransoni - Arcivescovo di Torino (1832-1848)

Luigi Fransoni arcivescovo di Torino dal 1832

La riprovazione popolare seguita a questi avvenimenti e il fatto che le Leggi Siccardi erano considerate dalla Chiesa una violazione unilaterale del Concordato stipulato dalla Santa Sede e dal Regno di Sardegna nel 1841 segnarono l'inizio tra il regno sabaudo ed il Papato di un lungo attrito che si accentuò nel 1852 con il progetto di istituire il matrimonio civile e, successivamente, con la Crisi Calabiana.

LA MORTE DI PIETRO DEROSSI DI SANTAROSA

Pietro sentiva avvicinarsi la morte; e là lo attendeva quella rabbia nemica che non perdona. Le assidue cure, i lunghi e faticosi travagli avevano maggiormente logorata la sua salute già fatta gracile e cagionevole per il letale malore che da più anni lo rodeva lentamente. L’infezione che gli serpeggiava nel petto avevano indebolito il corpo e la trepida moglie, cara e diletta parte della sua esistenza, ne era inquieta ed agitata, colma di tremenda paura. Coraggiosamente, Pietro, rassicurava la diletta, ma, poiché sentiva acuire il male, chiese i conforti religiosi. Da lui si voleva una ritrattazione per l’approvata legge Siccardi e lo si minacciava di negargli gli ultimi sacramenti. Santarosa, forte del suo proposito e dal sentirsi puro, resistette alla minaccia ed ebbe il desiderato conforto. Questo umano gesto spirituale e moralmente fermo rese sbalorditi i suoi avversari politici, i quali già pregustavano trionfalmente la ottenuta e risonante ritrattazione.

In uno degli ultimi interventi in Parlamento, Pietro pronunciò precise parole che a molti sembrarono un passaggio di testimone: … “Io considero la bandiera tricolore che fu portata con tanta gloria sulle rive dell'Adige come la sacrosanta bandiera del nostro paese, a cui dobbiamo tutto l'onore, e per cui dobbiamo sacrificare gli averi e la vita…. Se è necessario il sacrificio della mia vita, della mia riputazione politica a cooperare alla formazione di un Ministero, e in coscienza accettare e sottoscrivere il programma politico a cui dovrei associarmi, lo farò. Ma coprire la carica di ministro delle Finanze è cosa al tutto impossibile per me: ove avessi la folle pretensione di aderire a tale proposta, io mi troverei simile al ranocchio che, gonfiandosi, volle ingrossare al pari del bue, e ne farei in pochi giorni il tristissimo fine, compromettendo la causa d'Italia, l'onore del Re, l'esistenza del Ministero e la mia povera riputazione, di cui sono pronto a fare strazio, ma almeno in un modo che mi appaia possibile… So che in un Ministero costituzionale si vuole anzitutto l'omogeneità d'opinioni: forse per questo non potrà esser chiesto a farne parte l'amico mio intimo, Camillo Cavour. Ma ove potessero lor signori venire a transazioni reciproche e a reciproche concessioni, potrebbero forse intendersi. Io che conosco quale sia il mio amico, so che miglior ministro di Finanze non potrebbero trovare in fuori di lui”.

È giunta l’ora dell’addio. Pietro ha mesto, ma sereno lo sguardo, come si addice al giusto che sa di aver compiuta sulla terra la sua onorata missione. La dolcissima moglie, i figli, e gli altri cari congiunti assistono impotenti. Accanto al capezzale del sofferente, sta, consolatore pietoso, un integerrimo sacerdote; egli inchina l’orecchio al labbro scolorato dell’infelice così da udirne le estreme confessioni, gli mormora poche confortevoli parole e benedicendolo lo assolve in nome di Dio. Pietro atteggia il volto alla serenità dell’uomo pio, è, giunte le tremule mani, riceve il mistico lavacro. Alle 9 della sera del 5 maggio 1850 esalava l’ultimo respiro.

E spirava, dando con la sua morte un'ultima solenne testimonianza a quella verità al cui culto era stata consacrata tutta la sua vita. Dando un ultimo solenne esempio di quella perfetta conformità delle sue azioni alla voce della coscienza, che risplendette sempre in ogni momento della sua vita. Non lasciò ai suoi figli un nome disonorato: anzi lo lasciò onorevolmente carico di gloria. Pietro fu integerrimo come deputato del popolo, onore cui venne elevato per ben quattro volte, fu saldo come ministro, fu onesto come italiano.

Camillo Cavour e Pietro di Santarosa, amici sinceri, accomunati da un tragico destino ebbero infatti entrambi vita breve (quasi 51 anni il primo, e 45 il secondo). Ambedue lasciarono un vuoto incolmabile nel panorama politico e culturale italiano agli albori dell’Unità d’Italia. Molto avevano ancora da dare, da realizzare, da portare a termine…

Bibliografia

Santena, 22 gennaio 2025