Incontri Cavouriani
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I viaggi di Carlo Vidua 2° e 3°.
di Gianfranco Bordin

I viaggi di Carlo Vidua
Indice
IL SECONDO VIAGGIO: STATI UNITI E MESSICO
Viaggio negli Stati Uniti e Canada
TERZO VIAGGIO. INDIA ESTREMO ORIENTE
Viaggio in Nuova Guinea e ritorno in Indonesia
IL SECONDO VIAGGIO: STATI UNITI E MESSICO
Tutte le notazioni che abbiamo del personaggio ci fanno intravvedere quanti e quali fossero gli interessi e gli obiettivi che lo smuovevano atti a soddisfare, con il “viaggio”, il suo compulsivo desiderio di conoscenza. La raccolta di notizie, testimonianze, documenti, libri acquistati in grande quantità, la partecipazione diretta ad operazioni di scavo in Egitto ed ancora i contatti diretti con abitanti di ogni ceto sociale in zone del globo poco o non ancora conosciuto dovevano servire a garantirgli inedite e sufficienti conoscenze per portare a compimento il suo progetto di vita da tempo immaginato, cioè procurarsi una gloria letteraria in sintonia con il suo sogno romantico di libertà, da sempre coltivato, accanto alla determinazione di sfuggire al “carcere natio”.
Il viaggio in America, da questo punto di vista, rende ancora più evidente la sua vocazione a più approfondite conoscenze del contesto americano in cui l’analisi politica e socio-economica della multiforme società dell’ex colonia britannica diventa prevalente sullo studio del solo ambiente fisico e della sua geografia umana.

Carlo Vidua conte di Conzano, Casale Monferrato 1785 – Indonesia 1830
Così Cesare Balbo in “Vita di Carlo Vidua - Lettere del Conte Carlo Vidua - Torino 1834: “In ogni paese che visitava(...)raccoglieva senza risparmio quanti libri e documenti poteva di storia moderna e talora antica, di politica, economia, statistica, finanze, commercio e simili e poi disegni carte, monete, medaglie e talor abiti, armi e curiosità di ogni sorta (...) e con grandi raccomandazioni li rimandava in patria”. (Didascalia memoriale - Gipsoteca Bistolfi).
Nei tre anni trascorsi dall’arrivo a Marsiglia, dopo la fine del suo primo viaggio in Europa, Medio Oriente ed Egitto, prepara, in modo al solito molto meticoloso, la sua prossima avventura: Il viaggio molto vagheggiato alla scoperta dell’America, progetto che aveva accantonato nel 1818.
I preparativi gli consentono anche di tenere a bada l’insistenza della famiglia che lo vorrebbe sposato per perpetuare “la lignée”. All’amico Cesare Balbo confida di non essere minimamente disposto a sposarsi: “se mai fo questo passo, addio libertà”
Assume informazioni, raccoglie notizie, legge molti libri, per giorni interi trascura ogni altra attività che non sia lo studio, ma trova comunque anche il tempo per sistemare gli affari riguardanti i suoi possedimenti nel Vercellese e nel Monferrato. Ottiene le necessarie lettere accomandatizie tramite l’Ambasciatore del Regno di Sardegna a Parigi il Marchese Cesare Alfieri di Sostegno ed il Plenipotenziario a Londra il Conte S. Martino d’Agliè.
Nel febbraio del 1825 a Parigi conosce Alexander Von Humbold documentato conoscitore del Nuovo Continente, da lui già visitato tra il 1799 ed il 1804, e autore di libri di viaggio che gli avevano procurato fama e onori. Testi, questi, che risulteranno fondamentali per i successivi suoi approfondimenti insieme a quelli pubblicati da altri studiosi dell’epoca in tema di ambiente ed ecologia.

Alexander von Humboldt (1769-1859), geografo, naturalista e botanico tedesco
Da Humbold ottiene ancora altre lettere di presentazione che gli serviranno per avere udienza presso le autorità e i personaggi della politica che avrebbe incontrato. Il naturalista prussiano lo ricorderà più tardi nel 1858 in un suo scritto come “un infaticabile viaggiatore, libero osservatore della natura, il mio amico piemontese, il Conte Carlo Vidua o più poeticamente viaggiatore dalle molte peregrinazioni e libero ricercatore”

I viaggi di Alexander von Humboldt
Il 25 febbraio 1825 si imbarca a Le Havre su una nave americana, la Stephania, un bastimento postale, al comando del Capitano Macy. Sulla nave la posizione di Carlo Vidua, insieme a quella di altri nobili e persone altolocate, i “viaggiatori”, è ben diversa da quella di coloro che da “migranti” intraprendono un viaggio della speranza, soprattutto dal Meridione d’Italia verso il Nord America.

Il viaggio di Carlo Vidua in America
Nella letteratura vengono ricordati i personaggi famosi quali Lorenzo Da Ponte, letterato e librettista di Mozart, o Filippo Mazzei, volontario nella guerra di indipendenza americana e padre fondatore degli Stati Uniti, suo è anche il merito d’aver introdotto nel paese la coltivazione della vite, dell’ulivo e del baco da seta. Vengono invece trascurate le vicende di vita di quei migranti che dalla metà del ‘700 partecipano da protagonisti allo sviluppo della Confederazione Americana.
Dopo 43 giorni di navigazione in un mare tempestoso e venti contrari, il 9 aprile sbarca a New York. Scrive sul diario: “Ho avuto cattivo tempo sulla Manica, poi al di là delle Azzorre, una tempesta il 6, un’altra il 16 di marzo, poi ancora una il 20, una delle più terribile affrontate in mare...infine gli ultimi 20 giorni della mia traversata sono stati una continua tempesta”.

Itinerario di Carlo Vidua negli Stati Uniti
Qualche giorno dopo lo sbarco, il 12 aprile, parte per Filadelfia: un viaggio su un battello a vapore che gli consente di arrivare nella città alle 6 di sera, dopo appena 12 ore. Alla lettera indirizzata al padre, nella quale descrive questa nuova esperienza, allega una memoria da consegnare al Marchese di Cavour Michele Antonio Benso. “Le compiego una lettera pel Marchese Cavour. Questi avea il progetto di unir una compagnia di capitalisti per stabilire un battello a vapore sul Po e un altro sul Lago Maggiore. L’idea sarebbe utile. Gli scrivo per offrirgli di prender tutte le informazioni, che gli sarebbero necessarie per eseguire si vantaggioso stabilimento”.
La sua non è esattamente una vacanza. Scrive al Drovetti, con il quale mantiene regolari contatti epistolari, e lo informa della sua intensa attività: sono giornate piene, dedicate ad incontri con persone importanti, uomini politici, membri del Congresso. Le lettere accomandatizie gli aprono le porte della alta società e gli consentono di partecipare alla vita mondana della città, la quale accoglie volentieri questo giovane brillante, spontaneo, curioso di novità e irrefrenabile ricercatore di libri e documenti sugli aspetti politici e socio-economici del Paese.
Il 22 maggio si trasferisce a Washington ed il giorno 30 viene ricevuto dal Presidente neo eletto John Quincy Adams il quale, nonostante il suo carattere difficile ed austero, si mostra attento alle richieste di informazioni di Vidua, del quale, in una sua annotazione del 1° giugno, dice “The Count ...is now a traveller of curiosity in this hémisphère : Appears to be a person of much intelligence and information”.

John Quincy Adams, 6° Presidente degli Stati Uniti
Lo invita a cena qualche giorno dopo, il 4, risultando ancora la personalità più apprezzata dal presidente tra tutti gli invitati, e con il quale si intrattiene in un lungo colloquio in francese anche quando gli altri commensali sono stati congedati. Il giorno 7 giugno è ancora invitato da Adams e con lui ha una lunga conversazione sui temi che lo interessano maggiormente: il futuro dell’Unione, la religione, la Costituzione, che considera improponibile agli stati europei, la schiavitù. La serata risulta veramente eccezionale e ne abbiamo prova dalle concise annotazioni del presidente sul suo diario: “June 1825, 7. On returning home had visits from Count Vidua and M. Visher and W. Cutts and John Waterhouse. The Count is very inquisitive concerning the Literature, History and Political Institutions of this Country.He is a fine performer on the piano and played for us two or three airs”.
Gli spostamenti del conte diventano allora quasi frenetici: l’8 dello stesso mese lascia Washington e si consente un breve giro in Virginia. A Mount Vernongiunge il 9, qui visita la casa di campagna e le vaste proprietà terriere appartenute a George Washington, morto nel 1799 e del quale non manca di visitare la tomba.
L’11 giugno è a Montpellier nel Vermont, invitato e ospite di James Madison già quarto presidente, dove incontra anche James Monroe, quinto presidente della Confederazione, in visita di cortesia al suo predecessore.

James Madison e James Monroe, rispettivamente 4° e 5° Presidente degli Stati Uniti
Madison non vorrebbe lasciarlo partire, vorrebbe anzi trattenerlo più giorni, ma ha modo di rincontrarlo qualche giorno dopo, il 14, a Charlottesville presso la residenza di Thomas Jefferson, terzo successore di George Washington.

Thomas Jefferson, 3° Presidente degli Stati Uniti
Qui a Monticello si verifica una congiunzione memorabile per la singolarità pressoché irripetibile dell’ evento: si trova in compagnia, oltre che del padrone di casa anche di James Madison e di John Quincy Adams, il presidente in carica, e ancora di James Monroe: ben quattro presidenti dell’Unione ( incontrerà il quinto, e secondo presidente dell’Unione John Adams, più tardi il 2 settembre), tutti insieme disponibili ad interloquire con Vidua, che diventa in qualche modo il regista di questo evento, l’animatore dell’incontro per i molteplici e circonstanziati quesiti che pone ai presenti e dai quali ottiene le risposte più franche. “I momenti che si passano con uomini di questa sorta sono preziosi, ma ordinariamente perduti perché la presenza di altre persone, e la circospezione impediscono di interrogare e di rispondere.
Qui invece eravamo in villa, eravamo soli, io straniero, essi ritirati dagli affari, sicché la conversazione non poté essere né più libera, né più interessante. E siccome essi non si mostravano più schivi di rispondere, io non mostrai paura di interrogare, e condussi a poco a poco il discorso sopra a molte e diverse questioni d’alta politica come sarebbe a dire le seguenti:
Se la separazione delle colonie Spagnole dee riguardarsi come irrevocabile?
Che credere della stabilità della loro attuale organizzazione?
Se potranno sussistere in forma di repubblica?
Quanto tempo è credibile, che duri la loro propria senza separarsi? O senza cambiare?
Se la molteplicità delle sette non produrrà una totale indifferenza in materia di religione?
Se e quando sarà abolita la schiavitù de’ Neri?
Che pensare del gran cambiamento che or si fa nel sistema di finanze dell’Inghilterra?
Che effetto farebbe il governo Americano trasportato in Europa?
Dei quattro uomini incontrati dice “Se mi fosse chiesto il paragone fra questi quattro personaggi direi che l’ingegno di Jefferson mi è sembrato il più brillante, quello di Madison il più profondo, di Monroe il meno acuto e l’ingegno dell’attuale Adams il più coltivato”. Questo incontro può dirsi sicuramente un evento clamoroso: nessun altro viaggiatore aveva in precedenza assistito ad un simile meeting tra così importanti personaggi, con i quali manterrà anche in futuro un rapporto di rispettosa amicizia.
Di questo suo appassionato, quasi empatico, approccio con la realtà socio-politica americana unito ad una capacità analitica di evidenziare ogni possibile aspetto dei problemi trattati, anche il meno appariscente agli occhi del ricercatore, ci fornisce ancora testimonianza il sindaco di Boston che lo ricorda così nel suo diario :”Riguardo alla politica osservò che niente l’aveva così impressionato come il destino futuro degli Stati Uniti”
Riparte per New York il 4 luglio e nei mesi successivi si sposta a Philadelfia, dove acquista molti libri destinati ad arricchire la sua già fornita biblioteca americana. Poi è a Boston, una prima volta dal 26 al 28 agosto, proveniente da New York e vi soggiornerà una seconda volta in settembre. A Boston, la più europea delle città americane, grazie alle immancabili lettere di raccomandazione, viene accolto dalle autorità dell’amministrazione civica e suscita la curiosità e l’interesse dei giornali locali per i suoi importanti acquisti di libri e documenti riguardanti la Confederazione. Josiah Quincy, sindaco della città di Boston, nel suo diario il 17 settembre lo descrive come “analitico, curioso. Intelligente, collezionista di tutto ciò che riguarda la storia di questo Paese...Vidua è intento in modo non comune nella ricerca della storia e dello stato attuale di questo Paese”.
Nell’ ottobre del 1825 è a New York. per un terzo soggiorno e qui si ferma per due settimane, avendo cura di acquistare e recuperare ancora libri e documenti, mosso dal desiderio di conoscere persone celebri, tra le quali James F. Cooper l’autore de “L’ultimo dei Mohicani”
Dal suo diario: “Il gran canale (da lui navigato per due settimane) è un’opera che farebbe onore a qualunque potente nazione. Si estende da Albany fino a Buffalo nel lago Erie vicino a Niagara per lo spazio di 360 miglia inglesi. Di quest’opera di 584 km., iniziata nel 1817 ed inaugurata il 26 ottobre 1826 realizzata a spese dello stato di New York, si sofferma a considerare oltre che i termini dell’impegno finanziario sostenuto anche le ricadute economiche che avrebbero consentito allo stato di ottenere importanti introiti dopo il periodo di ammortamento di “sette od otto anni”.

Il canale da Albany a Buffalo
Rivela con questo ancora una volta il suo profondo interesse e la marcata attenzione per i complessi problemi finanziari, economici, amministrativi, sociali e culturali dei luoghi visitati. “Questa città è ricca e aristocratica. In generale questa parte del paese è la più avanzata negli studi e nella cultura ... Vi sono parecchie istituzioni di carità, scuole per poveri, il sistema delle prigioni fu assai migliorato. I Quaccheri si sono occupati moltissimo per migliorare questi pubblici stabilimenti...Il sig. Tommaso Eddy, promotore e direttore della maggior parte di essi, mi ha condotto da per tutto facendomi osservare attentamente ogni cosa.
Visita, avendo come base le grandi città, la Virginia ed il Maine, alcune università, le grandi manifatture, le piantagioni di canna da zucchero, i lunghi canali di navigazione in costruzione. Ma proprio in Virginia ha modo di dichiarare la sua avversione per il nuovo sistema di potere instauratosi con la sostituzione della egemonia inglese con quella di una minoranza di proprietari terrieri La tanto sbandierata libertà si rivela essere un privilegio di pochi ottenuta a spese delle popolazioni di colore ridotte in schiavitù e dei nativi considerati selvaggi. Tutto questo è rimarcato in una lettera scritta a Roberto d’Azeglio al suo ritorno in Europa:
“Una tranquillità perfetta che continuerà tanto che non ci abbia sovrabbondanza di popolazione, una sicurezza personale illimitata e indipendente dal capriccio de’ governanti, una libertà intera di vivere e scrivere...nessun timore di potere arbitrario, questi sono beni reali e preziosi e certo questi beni si godono in America dai cinque sesti degli abitanti. Ma lo spettacolo dell’altro sesto, cioè di due milioni di creature umane, staffilate, vendute, affittate come bestie sol perché non hanno la pelle bianca, mi amareggiava continuamente il soggiorno sì vantato della terra di libertà. E tanto più mi amareggiava pensando che non si vede un termine a questo male: poiché i più accaniti democratici sono i più accaniti difensori della schiavitù”.
Il 22 ottobre parte da New York e compie il lungo viaggio di 400 miglia (circa 650 km) risalendo prima il fiume Hudson fino ad Albany, poi in carrozza e ancora su steamboat e arriva a Montreal il 26 ottobre in compagnia del console inglese a New York. Qui visita orfanotrofi, ospedali, manicomi, scuole, congregazioni religiose e conosce la realtà dei nativi indiani che hanno adottato costumi di vita simili a quelli dei colonizzatori francesi, restandone deluso. Osserva quanto siano diversi questi francesi che non hanno conosciuto e non sono stati influenzati dalle “dottrine del secolo XVIII e dalla rivoluzione”.
In questa sua personale scoperta del Canada si muove in direzione nord navigando per lunghi tratti sul fiume San Lorenzo con l’utilizzo di battelli a vapore, a cui alterna lunghi percorsi su strada in carrozza.
Il 5 novembre, dopo aver effettuato all’indietro il medesimo percorso, si pone in viaggio per le cascate del Niagara, dove arriva il 19 del mese e alle quali dedica solo una breve visita. Qui si dispone ad iniziare un lungo viaggio che, dopo aver visitato l’Ovest, la Frontiera e le sue tante e piccole città, lo porterà ad attraversare l’intero Paese da nord a sud fino a New Orleans dove arriverà il 18 gennaio 1827. Da Pittsburgh la “grande città manifatturiera” a metà febbraio del 1826 inizia il viaggio verso la “Frontiera” che lo riempirà di entusiasmo e di ammirazione per questi stati che stanno nascendo grazie all’emigrazione dall’Est del Paese. “Quarant’anni fa era una selva disabitata, trent’anni fa i primi abitatori ebbero a combattere gli Indiani. E dove or sorgon città e villaggi non c’erano se non boschi e alcuni selvaggi. La terra è a buon mercato. I raccolti di due o tre anni bastano a vivere, a pagar la terra ed a fabbricar una cascina... All’età di vent’anni si prende una moglie e si va a cercar fortuna sempre più nell’ovest”. Visita, animato da questo spirito, villaggi e piccole città ancora in formazione negli stati che attraversa: Pennsylvania, Ohio, Indiana, Illinois, Missouri, Kentucky, stati che stanno uscendo dallo “stato di natura”. Le considerazioni costituiscono la perfetta sintesi e l’intuizione di ciò che è stata la storia della nascita della democrazia americana, le cui istituzioni si sono sviluppate attraverso l’interazione con la frontiera, con lo sviluppo delle sue dinamiche e i valori da essa rappresentati.
Si muove percorrendo lunghissime distanze su strada, ma anche navigando sul fiume Ohio fino a Louisville, da cui riparte poi il 16 dicembre.
Nel tragitto fino alla prossima meta, Saint Louis nell’Illinois, non sempre trova nel villaggio o città attraversati una adeguata sistemazione per la notte e allora il 17 dicembre trova ospitalità a “Ransom’ House”, cioè presso un contadino di nome Ransom “con cui feci un trattato di agricoltura” ed il giorno dopo presso il signor Foyles, “oste, giudice di pace e postiglione”. Il 22 è a Vandalia, il 23 a Edwawsville, da dove su un battello attraversa il Mississippi ghiacciato per arrivare a Saint Louis alla vigilia di Natale. Qui si imbarca non appena possibile su un steamboat ed inizia una comoda discesa, navigando sul Mississippi verso la meta successiva, New Orleans. Durante il viaggio ha modo di raccogliere le idee sull’esperienza vissuta nell’Ovest e nella lettera scritta all’amico Luigi Maistre il 17 gennaio, durante la navigazione, manifesta tutta la sua ammirazione per questo popolo tenace di pionieri e lo fa partecipe delle sue convinzioni che gli fanno presagire il “grandioso futuro che attende gli Stati Uniti in campo economico e demografico purché fosse continuata la stabilità politica” (C. Vidua - un romantico atipico. R. Coaloa e A. Testa).
Il 18 gennaio approda a New Orleans, una città ospitale, vivace, ma costosa; naturalmente partecipa a pranzi, a feste in cui conosce altri piemontesi, il console sardo e suo fratello monsignor Du Bourg, vescovo della Louisiana, noleggia carrozze per mantenere alta la sua collocazione sociale e rendere evidente lo status di appartenenza ad una nobile famiglia europea. Tutto questo in attesa di ripartire per il Messico, un viaggio che prepara, come sempre, con grande scrupolo e che gli era stato raccomandato dalle molte persone incontrate in Europa e ancora in America.

Itinerario di Carlo Vidua in Messico
Sbarca a Tampico il 14 febbraio 1826 e l’impressione che subito ne trae è di delusione per l’ambiente che incontra, per la difficoltà di muoversi, a dorso di mulo su strade scarsamente carrozzabili. Non ci sono locande, osterie in cui fermarsi o pernottare, “bisogna portarsi seco, come in Turchia, e letto, e utensili di cucina e provvisioni”. Le strade non sono sicure e occorre ancora, come qualche anno prima in Palestina, viaggiare muniti di armi. Le abitazioni di queste piccole città sono basse con il tetto di paglia, non ci sono vetri alle finestre, non ci sono mobili all’interno, “tutto si respira la povertà e la mancanza di industria” Le terre sono brulle, rari sono gli allevamenti, sono ancora evidenti i segni e le rovine conseguenti alla guerra di indipendenza contro la Spagna (1810 - 1821) “Ma che bellezza di paesaggio! Alberi stupendi coperti di fogliame verdissimo a febbraio”.
Nella seconda metà del mese si inoltra verso l’interno per raggiungere San luigi Potosi dopo una marcia di due settimane. Come già aveva mostrato visitando gli Stati Uniti, anche qui in Messico focalizza la sua grande attenzione sulla situazione politica, sulle nuove istituzioni e sul profondo spirito nazionale sorto all’indomani della guerra di indipendenza dal devastante colonialismo spagnolo. Mostra interessarsi non tanto alle vestigia delle antiche civiltà precolombiane quanto alla recente storia del Messico, al vorace colonialismo spagnolo ed ai suoi effetti sulla politica, sulla religione, sull’economia sulla società tutta.
La tappa successiva è Guanaxuato. Vi giunge a metà marzo 1826 ed utilizza il suo tempo, tra gli altri suoi interessi, per visitare la più importante miniera d’argento del mondo, già ricordata da Von Humbold, la “gran mina de Valenciana”.
Il 12 aprile inizia la marcia di avvicinamento a Città del Messico e nel percorso compiuto su strade difficili, utilizzando carri trainati da muli o a dorso di cavallo, pernottando in luoghi di fortuna, ospite anche in case di privati, visita le città che incontra: Queretaro, Celaya, Tula. “Tutto qui è diverso dagli Stati Uniti. Una delle cose che mi ha colpito è la fisionomia mezza spagnuola e mezza indiana degli abitanti, i cui capelli son neri, il colore della pelle brunissimo, la figura espressiva, ma alquanto selvaggia. Si sono fatti repubblicani per disperazione, piuttosto che essere spagnoli”. Il 21 aprile giunge a Città del Messico, dove progetta di fermarsi per alcuni mesi. Qui conosce e frequenta le persone più rappresentative della borghesia, della nobiltà e della politica messicana come il ministro di stato Lucas Alaman y Escalada, che gli fa dono di molti materiali utili alla sua ricerca. Stringe poi una forte amicizia con l’Ambasciatore degli Stati Uniti Joel Roberts Poinsett, personaggio molto influente presso il governo messicano, con il quale ha modo di approfondire la sua conoscenza ed il suo interesse per le nuove istituzioni politiche nate dopo la guerra di indipendenza, situazione che considera ormai irreversibile e stabilizzata pur di fronte ai propositi di “reconquista” spagnola di Ferdinando VII, che si pensava fosse possibile con l’aiuto delle potenze della Santa Alleanza. Non si accontenta di un’analisi a distanza di quegli avvenimenti, ma da profondo ricercatore quale ha sempre dimostrato di essere, chiede anche di conoscere e incontrare i vecchi comandanti, li porta sui campi di battaglia per farsi spiegare ciò che era accaduto in quelle giornate di furiose battaglie. Poinsett, ricorda Vidua, è “il più gentile e il più cortese degli Americani da me conosciuti. Egli vorrebbe che pranzassi sempre seco, andiamo sempre a passeggio insieme e sono sempre invitato dappertutto ove egli lo è”. A Città del Messico l’amicizia con il ministro Lucas Alman gli facilita, anche in questo caso, l’acquisto di materiale di oggetti, pitture, libri, documenti, medaglie che vanno ad arricchire la sua già ricca collezione “forse unica in Europa” di reperti di vario tipo.
A fine luglio si spinge più a ovest, fino a Guadalajara di cui visita il seminario, l’ospedale, l’università, altri stabilimenti e il lago di Chapala e a settembre si sposta a Tepic , città prossima alla costa dell’Oceano Pacifico, invitato da un ricco mercante, dove ha modo, nei due mesi successivi, di mettere ordine alle sue memorie del viaggio intrapreso sul suolo americano, in attesa di imbarcarsi per il Perù.
Non potrà mai raggiungere il Paese sudamericano perché gli giunge notizia che il padre, il conte Pio Vidua, è gravemente ammalato e quindi rinuncia a proseguire decide di ritornare in Europa. Riparte agli inizi di dicembre per raggiunge la costa atlantica e, dopo aver attraversato il Messico in un viaggio di un mese molto faticoso a cavallo, arriva a Veracruz, da cui salpa il 22 febbraio 1827. Il 7 aprile la nave attracca a Bordeaux.
Il viaggio “americano” lo aveva visto soprattutto interessato all’analisi della storia, della situazione politico-sociale ed economica del giovane paese , del quale prevede, per il futuro, una forte affermazione internazionale, ma ritenendo comunque scarsamente possibile l’estensione in Europa di un tale modello di democrazia e soprattutto rimarcando le evidenti contraddizioni presenti nel sistema, come lo squilibrio nella rappresentanza della popolazione negli organismi pubblici, nella ripartizione della ricchezza e in un reiterato modello di potere economico verticistico che ricalca quello imposto dal precedente dominio inglese. Considerazioni, queste, evidenziate nelle lettere agli amici Roberto d’Azeglio e Luigi Maistre.
Arrivato in Europa, Vidua ha un violento alterco epistolare con il padre il quale non è affatto ammalato e decide allora di non rientrare in Piemonte. Progetta invece di completare il viaggio in Sud America accompagnato da una serie di lettere di presentazione di Simon Bolivar, già sua personale conoscenza, passando però dall’Estremo Orient. A Bordeaux prepara il tragitto per il suo prossimo viaggio. Lo prepara con grande cura, come al solito, Sa che durerà più delle volte precedenti; e anche per questo progetto si procura le carte necessarie ed assume le informazioni che ritiene indispensabili oltre, naturalmente, alle lettere di presentazione che possano aprirgli le porte dei rappresentanti del potere dei luoghi visitati.
TERZO VIAGGIO. INDIA ESTREMO ORIENTE

Viaggio di Vidua in Oriente
Il 10 luglio 1827 lascia il porto di Bordeaux. Vidua è l’unico passeggero, deve circumnavigare l’Africa e si procura prima di partire anche un cembalo, che suona con maestria durante le lunghissime ore di navigazione e i quattro mesi vissuti in solitudine sul veliero. “Il capitano è d’un umor triste e silenzioso, onde mi sarei annoiato molto senza la precauzione di munirmi di un cembalo (...) al che aggiunsi l’esercizio d’imparar a far osservazioni e calcoli astronomici” (Lettera da Calcutta del 14 dicembre 1827 al padre).
Se la spedizione di Napoleone in Egitto aveva indirettamente accresciuto la curiosità e dato impulso ad approfondire in Europa la conoscenza della antica civiltà egizia, sono invece il processo di industrializzazione di quegli anni e la conquista militare di nuovi territori ricchi delle materie prime necessarie al sostegno delle attività produttive a spostare, sempre nei termini e con le finalità prima descritte, l’attenzione verso l’Oriente e segnatamente verso l’India. Una sorta di cascame e di sottoprodotto dell’imperialismo economico invasore, un turismo che si sviluppa al seguito delle rotte commerciali. Sono però anche gli anni in cui l’interesse per le opere d’arte orientali è accresciuto da una acquisita maggiore coscienza del loro valore estetico, non solo etnologico, in cui è mutato il metodo di approccio a tali culture da parte di chi ancora risente dell’eredità del mondo classico e del Rinascimento italiano.
L’India conosce allora lo sviluppo di un turismo d’élite, che spesso si accompagna ad un vorace intento di potersi procurare oggetti e manufatti destinati ad arredare le personali dimore nobiliari o ad arricchire le collezioni di gallerie o musei in Inghilterra. Queste spedizioni sono organizzate con grande impegno e notevoli spese ed il coinvolgimento di un gran numero di addetti ai servizi, di guide, di truppe armate, di interpreti. “Suscita allora qualche perplessità questo “Italian antiquary” [C. Vidua] che viaggia per pura curiosità nell’entroterra indiano...senza alcuno scopo economico o politico apparente e con un seguito che certo non corrisponde alle settecentocinquanta persone al servizio delle Clide” (Debotrah Besseghini - La modernità e l’invenzione dell’antico).

Itinerario in India
A settembre doppia il Capo di Nuova Speranza e il 17 novembre 1827 giunge a Calcutta ospite di un ricco commerciante inglese e ricevuto poco dopo dal governatore inglese Lord William Amherst. All’inizio di gennaio inizia il suo tour, che durerà sei mesi, all’interno del grande paese, percorrendo dapprima il Gange fino a Benares, la città santa del mondo induista, e poi muovendosi trasportato su una portantina da 8 uomini fino ad Agra, la città del Taj Mahal. A fine febbraio 1828 è a Delhi, ospite di un. ricco residente inglese. Qui viene presentato al Gran Mogol Akbar, prende nota puntualmente degli antichi ed elaborati rituali osservati nell’esercizio del potere, raccogliendo grandi quantità di documenti sulla civiltà indiana. Durante il tour ha modo di cavalcare un elefante, di partecipare ad una battuta di caccia alla tigre, ma anche di osservare “quell’immensa popolazione mezzo spogliata e mezzo vestita di bianco”
A metà aprile è alle pendici dell’Himalaya, una meta che un intrepido viaggiatore come lui non può lasciarsi sfuggire. A fine maggio rientra a Calcutta e fino a fine giugno resta in India. Itinerario in India
Poi è a Penang in Malaysia, e il 1° agosto a Singapore, allora colonia inglese che da “villaggio di 200 pirati è appena diventata una maraviglia del mondo commerciale”, grazie alla sua posizione e all’esenzione doganale. Sempre in estate, a bordo di un’imbarcazione spagnola, arriva a Manila nelle Filippine, dove trascorre tutta la restante parte dell’anno ospite dei frati agostiniani i quali godono di particolare influenza in questa colonia spagnola.

Itinerario in Indocina
Il 28 gennaio 1829 è nella baia di Canton. Qui in Cina acquista una intera biblioteca cinese e ancora pitture e armi e raccoglie una specie di album di figurine, commissionate ad un gruppo di pittori della città, riproducenti le differenti tipologie degli abitanti e dei lavori svolti: l’operaio, l’intellettuale, il religioso, l’amministratore, il militare, testimonianze della trasformazione socio-politica in atto dei luoghi visitati. Canton è l’unica città cinese in cui uno straniero può soggiornare e solo tra ottobre e febbraio quando attraccano le navi che commerciano tè. Canton è una città di contrabbandieri dediti al commercio dell’oppio e di armi e qui, contravvenendo alle disposizioni delle autorità, organizza spedizioni non autorizzate in compagnia di altri, tra i quali, Alexander Pearson, il medico che aveva introdotto la vaccinazione in Cina. Scaduto il periodo di soggiorno consentito, il primo marzo, si imbarca per la colonia portoghese di Macao insieme ad altri, commercianti e viaggiatori per il suo clima più salutare e meno afoso.

Itinerario in Indonesia
Nel mese di luglio di quell’anno, il 1829, dopo una breve tappa a Singapore, arriva a Batavia (Giacarta), capitale delle Indie Orientali Olandesi, e qui si fermerà nei successivi sette mesi visitando le città più importanti dell’isola di Giava: Semarang, Surabaya, Malang. Della città di Brambanan (
Prambanan) resta ammirato per le sue grandiose rovine, testimonianze di antichi riti religiosi, “considerabili del tempo in cui era dominante in Giava il culto Hindoo e de Bramini”. Il tour dell’isola di Giava è fatto per lo più a cavallo, ospite dei capi di quelle comunità ed è l’occasione per eseguire le misurazioni dei principali vulcani che punteggiano l’isola, concentrandosi ancora sullo studio della storia, della geografia e dell’economia del territorio visitato.
Il 1830 lo dedica agli ultimi suoi spostamenti. Nel mese di marzo è ad Ambon nelle Molucche olandesi, un gruppo di isole dell’attuale Indonesia. L’Olanda è in quel momento l’unico stato europeo ad aver stabilito un avamposto su quei territori. Scrive al padre “Il mio scopo nel visitare la Nuova Olanda è di osservare nella sua infanzia una colonia tutta di razza europea destinata a divenire in cento o centocinquant’anni uno stato importante. Ho veduto gli Stati Uniti d’America nell’età giovanile”.
Questo viaggiatore curioso di tutto ciò che lo circonda, affascinato dai paesaggi e luoghi “dove ben pochi viaggiatori sono stati”, interessato alla cultura ed alle tradizioni delle popolazioni incontrate e alla loro organizzazione sociale, affannato collezionista di libri e documenti che raccoglie in grande quantità, suscita e ottiene l’attenzione e l’ammirazione di coloro che incontra, compreso il capitano del veliero olandese che il 1° di luglio gli consente di approdare in Nuova Guinea. e che, per questa nuova e profonda amicizia, battezza un’isola con il suo nome: Isola Vidua. Qui Vidua diventa esploratore e antropologo. Scala da solo una montagna, si perde all’imbrunire nella foresta e ritrova il forte da cui è partito grazie ad una bussola che porta con sé e ai colpi di cannone sparati per fargli trovare la strada di ritorno. Entra in contatto con i Papoo, una popolazione sconosciuta con i quali scambia oggetti per ottenere uccelli del paradiso, armi ed altre curiosità, ne descrive i tratti somatici, il colore della pelle e lo stato di una salute precaria.
Di ritorno dal viaggio sfiancante in Guinea, il 6 di agosto è a Manado, la città più importante dell’isola di Celebes, un territorio vulcanico ricco di solfatare e di fenomeni eruttivi che lo incuriosiscono in modo particolare e catturano la sua attenzione. Ma è un territorio pericoloso, quello dominato dal vulcano Sulawesi, e forse per una sua mancata precauzione o per eccessiva sicurezza, il 16 agosto a Lahendon ha un incidente: la gamba destra finisce nella lava bollente e viene per questo trasferito prima in un centro vicino per disporre delle prime cure e successivamente nella città di Ternate. I mesi successivi di limitata mobilità lo vedono intento a riorganizzare i ricordi e le impressioni di questo suo lunghissimo viaggio iniziato dodici anni prima. Riannoda i contatti epistolari con il padre e la sorella, scrive all’amico Roberto d’Azeglio chiedendogli notizie di Cesare Balbo e del Museo Egizio, abbozza i “Piani di una Storia d’Italia”, ma soprattutto non rinuncia a programmare il suo prossimo viaggio: ritornare in Europa, toccando l’America Latina.
Scrive al padre “Pel caso guarisca in dicembre e convalescenza in gennaio, fo il seguente Budget:
1831
Feb: Ternate ad Amboina
1-2 marzo a 1-2 aprile Amboina a Giava
maggio e giugno, navigazione a Nuova Olanda, SIDNEY
luglio e agosto, da Sidney a N.S.Wales in sett.
Ott, nov, e dicembre, da Sidney navigazione a Valparaiso, Chili
1832
Gennaio veder Chili a Buenos Ayres
Marzo, dimora a Buenos Ayres
Aprile e metà maggio, da Buenos Ayres a Rio de Janeiro
dimora maggio fin di giugno
Ritorno in Europa
Muore all’alba del giorno di Natale del 1830 sulla nave che doveva riportarlo ad Ambon, lasciando incompiuto l’ultimo programmato viaggio e non realizzato l’obiettivo perseguito per una vita intera, cioè essere riconosciuto quale scrittore, storico, esploratore e ricercatore. Al governatore olandese scrive: “Ce que je regrette, est de ne pas avoir trois ans de vie de plus pour rédiger le fruit de tant de fatigues, de recherches et des travaux dans les quattre parties du monde. Que la volonté de Dieu soit faite. (Carlo Vidua - Un romantico atipico - R. Coaloa e A. Testa).

Carlo Vidua
Resta da chiedersi se questo suo peregrinare, senza senso secondo il giudizio di alcuni suoi critici contemporanei, sia stato solo un modo assolto quasi come un dovere per il solo desiderio di accumulare conoscenze e documenti e ottenerne poi una gloria imperitura o anche l’abbia praticato per ottemperare a ciò che poteva sembrare il lascito culturale ereditato di quell’epoca, cioè osservare il mondo, descriverlo e renderlo comprensibile, di fronte ad una realtà che stava cambiando sotto il controllo di autocrazie che reclamavano di imporre una propria visione del potere.
Le notizie e le citazioni sono tratte dal libro “Carlo Vidua – Un romantico atipico” di R. Coaloa e A. Testa e dalle didascalie esposte nel percorso di visita del Museo e Gipsoteca Bistolfi a Casale Monferrato. Le immagini e altre didascalie provengono dall'allestimento esistente presso la Casa-Museo di Conzano (AL), realizzato grazie al supporto scientifico dell'Accademia delle Scienze di Torino.
Santena, 19 febbraio 2025