Incontri Cavouriani

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I SINDACI DI TORINO DAL 1851 AL 1900


di Flavio Rainero

Torino, Piazza Castello nell’Ottocento

Torino, Piazza Castello nell’Ottocento

PRIMA DELL’UNIFICAZIONE

Elenco dei Sindaci di Torino, nominati con Regio decreto (1848-1861)

Dopo il mandato di Carlo Pinchia (dal 1849 al 1850) furono eletti Giorgio Bellono, dal 1850 al 1852 e successivamente Giovanni Notta, il terzo più duraturo nella storia dei Sindaci di Torino, che rimase in carica dal 1853 al 1860. Poi fu eletto Augusto Nomis di Cossilla, dal 1860 al 1861. Parallelamente, ad imitazione del modello francese, trova il suo primo inserimento nell’organizzazione amministrativa il Consiglio Comunale.

Degno di essere ricordato è il mandato di Giovanni Notta, avvocato e politico. Durante il suo incarico, iniziato nel 1853 e prolungato con due decreti reali nel 1856 e nel 1859, ha dovuto fronteggiare una serie di eventi drammatici come la carestia dei cereali del 1853 e l’epidemia di colera del 1855 – 1856, la quale provocò 1402 decessi.

DOPO L’UNIFICAZIONE E REGNO D’ITALIA

Elenco dei Sindaci di Torino, nominati dal governo (1861-1889)

Il nuovo Regno d’Italia venne proclamato il 17 marzo 1861 a seguito della seconda guerra d’indipendenza e della Spedizione dei Mille. È Emanuele Luserna di Rorà il primo sindaco di Torino all’indomani dell’unificazione nazionale. Durante il suo mandato, dal 1862 al 1865, Torino perse lo status di Capitale d’Italia in favore di Firenze. Fu un duro smacco per il capoluogo piemontese che, dopo la decisione, perse 32.000 dei 124.000 abitanti e le proteste in Piazza San Carlo vennero represse nel sangue (52 morti). A seguito di questo evento il Sindaco Luserna di Rorà rifiutò l’indennizzo offerto dal governo italiano dichiarando: “Torino non è in vendita”.

Per ridare lo slancio e il prestigio danneggiati, il Luserna decise di concentrare gli sforzi della città in un intenso programma di industrializzazione (poi seguito dai suoi successori) che contribuì a portare Torino all’avanguardia dell’industria italiana.

Degno di nota è il mandato di Felice Rignon che ricoprì la carica la prima volta dal 20 novembre 1870 al 31 dicembre 1877 e nuovamente per periodi più brevi tra 1895 e il 1898 per un totale di 10 anni. Ad oggi è il sindaco più longevo della storia torinese ed è ricordato anche per le opere filantropiche. Ha infatti donato alla città di Torino un fondo, in via Massena, su di cui il Comune ha costruito nel 1890 la scuola elementare che tuttora porta il suo nome. Nel 1912 donò alla città di Torino lo storico parco Rignon in corso Orbassano.

NUOVA LEGGE ELETTORALE E SUFFRAGIO UNIVERSALE MASCHILE

Con la legge n. 999/1882 si ammisero all’elettorato tutti i cittadini maggiorenni che avessero superato l’esame del corso elementare obbligatorio oppure pagassero un contributo di lire 19,80. In tal modo si realizzò un cospicuo allargamento del corpo elettorale del Paese che passò da circa 628.000 ad oltre 2.000.000 di elettori. Fu certamente un passo avanti ma bisognerà aspettare poco più di un quarto di secolo per il suffragio universale maschile che fu introdotto dal governo Giolitti con la legge del 30 giugno 1912 n. 666. La legge estese l’elettorato attivo a tutti i cittadini maschi di età superiore ai 30 anni senza alcun requisito di censo né di istruzione. Il corpo elettorale nazionale passò da 3.000.000 a 8.443.205 elettori, di cui 2.500.000 analfabeti, pari al 32,2 % della popolazione.

Elenco dei Sindaci di Torino, nominati dal Consiglio Comunale (1889-1926)

EMANUELE LUSERNA DI RORA’

Marchese Emanuele Luserna di Rorà, 1815 –1873

Marchese Emanuele Luserna di Rorà, 1815 –1873

Il marchese Emanuele Luserna di Rorà (Torino, 21 agosto 1815 – Torino, 15 maggio 1873) fu sindaco di Torino dalla fine del 1861 al 1865. Figlio di Maurizio, senatore del Regno sardo, e di Adelaide Oreglia di Novello, sposò nel 1841 Giulia Visconti d’Aragona (sorellastra della principessa Cristina di Belgioioso) da cui avrà tre figlie: Maria, Adelaide e Vittoria.

Giulia Visconti d’Aragona, moglie di Emanuele Luserna di Rorà

Giulia Visconti d’Aragona, moglie di Emanuele Luserna di Rorà

Deputato dal 1857 (nella VI legislatura) nelle file del liberalismo moderato, in cui uno dei massimi esponenti era il conte Camillo Benso di Cavour, nel febbraio 1860 fu eletto consigliere comunale di Torino e l’anno successivo, a 46 anni, divenne sindaco della città, subentrando al conte Augusto Nomis di Cossilla.

Il primo periodo del suo mandato fu sereno e costruttivo, caratterizzato da una serie di cambiamenti messi in atto nei primi mesi del suo incarico. Si ricorda, per esempio, il miglioramento delle condizioni igieniche della città, la riqualificazione dei servizi essenziali, la ripresa edilizia.

Il secondo periodo invece fu di grande difficoltà, a seguito della perdita per Torino del suo ruolo di Capitale d’Italia, assegnato a Firenze nel 1864. La città perse inevitabilmente il suo ruolo di prestigio. In quei giorni di gravi scontri, il sindaco Luserna di Rorà cercò fin dai primi momenti di mantenere la calma nella popolazione agitata e cercò di ristabilire la tranquillità e mantenere l’ordine con diversi appelli alla cittadinanza.

Il “Giornale delle cose importanti successe in occasione dell’annuncio del trasporto della capitale a Firenze” fu una sorta di diario che il Marchese di Rorà scrisse da sabato 17 settembre 1864 a martedì 20, redigendo i fatti così come stavano accadendo. Infine rifiutò l’indennizzo offerto dal governo italiano alla città, dichiarando che Torino non era in vendita. Convinto della necessità di dover trovare una nuova vocazione e via di ripresa per la città a seguito dei tumultuosi fatti, puntò sul miglioramento dei trasporti, dell’industria e del commercio, sull’istruzione e stabilimenti educativi e le attrattive del soggiorno a Torino.

Lo spostamento della Capitale del Regno provocò la perdita non solo di prestigio ma anche di posti di lavoro: solo nel primo anno Torino perse 32.000 dei suoi 224.000 abitanti.

“Signori […] non abuserò del vostro tempo ad annoverare i danni che tutte le classi dei cittadini avranno a soffrire per l’allontanamento della sede del Governo da Torino […] Ma piacemi constatare che in presenza d’un fatto simile la popolazione […] non si sta inoperosa a piangere sui danni sofferti e temibili, locché sarebbe la morte della nostra città, ma si agita animosa e tende a sviluppare vieppiù la sua vitalità con estendere la sfera dell’attività sua”.

In Italia qualcuno sostenne che i sanguinosi eventi di Torino erano stati provocati “dalla condotta dissennata di quel Municipio, dalla imprevidenza dell’autorità, e dalla convinzione che il Re fosse contrario al trasporto della capitale”. Fu inutile smentire, in modo chiaro e documentato, accuse e calunnie. I fatti furono ben presto circondati da una sorta di congiura del silenzio, anche se un dibattito e una polemica strisciante sopravvissero e sopravvivono.

Sembra molto probabile e, da alcuni angoli d’osservazione del tutto certo, che ministri e politici avessero preso la mano al Re, ponendolo sostanzialmente di fronte al fatto compiuto. D’altronde non era una gran novità il fatto che i Savoia, estinto il ramo primogenito, che percorreva (e avrebbe percorso) strade assai dissimili da quelle imboccate dai Carignano, fossero, in alcune scelte, non esclusivi e autocratici protagonisti, ma comprimari, quando non addirittura ostaggio delle “sette rivoluzionarie” che del percorso risorgimentale e unitario avevano disegnato un tracciato, certo non l’unico che avrebbe potuto essere seguito. Vittorio Emanuele II era effettivamente contrario al trasferimento della capitale, ma ciò non significava che potesse opporsi ad essa, dopo che i suoi rappresentanti avevano firmato il trattato.

Dopo i fatti di Torino il Re chiese le dimissioni del governo, con un telegramma laconico e senz’appello indirizzato a Minghetti, in quanto Primo Ministro, ma neanche il suo licenziamento poteva cambiare, ormai, il corso degli eventi.

La sua città ha intitolato al Sindaco Emanuele Luserna di Rorà una via nel quartiere Cenisia.

EMANUELE LUSERNA DI RORA’, SINDACO DI TORINO: I GIORNI DELLA “DINIEGATA GIUSTIZIA”

DI ROSANNA ROCCIA

Excursus sulle azioni e decisioni del sindaco Rorà a seguito della notizia del traslocamento della capitale a Firenze

Il marchese Emanuele Luserna di Rorà (1815-1873), figlio di Maurizio, senatore del Regno sardo, e di Adelaide Oreglia di Novello, aveva sposato nel 1841 Giulia Visconti d’Aragona. Deputato dal 1857 (VI legislatura) nelle file del liberalismo moderato, che annoverava tra i massimi esponenti il conte di Cavour, nel febbraio 1860 era stato eletto consigliere comunale di Torino: città della quale sul finire del 1861, all’età di 46 anni, era divenuto sindaco, subentrando al dimissionario conte Augusto Nomis di Cossilla; confermato nella carica nel gennaio 1863, il 31 dicembre 1865 aveva ceduto a sua volta lo scanno all’avvocato Filippo Galvagno.

Rorà era dunque rimasto al vertice dell’amministrazione cittadina quattro anni, caratterizzati da due fasi, tra le quali s’era frapposto l’evento che aveva determinato il passaggio più arduo del suo mandato. Il primo periodo, sereno e costruttivo, era stato connotato dall’impulso che, sin dalle prime battute, l’aristocratico piemontese aveva dato alla riconversione di Torino da città dei servizi a città dell’industria. In apertura alla tornata amministrativa di primavera (22 aprile) del 1862, egli aveva ragguagliato il Consiglio cittadino con l’usuale relazione, elencando una serie di dati positivi in parte ereditati dal predecessore, in parte riferiti ai primi mesi del suo sindacato.

Fra questi spiccavano il miglioramento delle condizioni igieniche della città, la ripresa edilizia, l’avanzamento dei lavori allo scalo ferroviario, i progetti per «un nuovo piano d’ingrandimento verso il Valentino e al di là di piazza d’Armi verso la Crocetta», gli studi per la costruzione di un «carcere giudiziario centrale», l’apertura del dialogo con lo Stato sulla concessione di terreni demaniali e, non ultima, la riqualificazione di servizi essenziali, quali la polizia municipale.

Ulteriori opere «tutte degne della città», attendevano di essere compiute. Fra queste la costruzione di una caserma di cavalleria, di un nuovo ammazzatoio e di lavatoi pubblici, lo stabilimento di un istituto musicale, la prosecuzione dei murazzi lungo il Po, la sistemazione del corso del Re, l’istituzione di nuovi mercati: urgenze cui non corrispondeva peraltro una disponibilità adeguata di mezzi finanziari causa lo «stato di incertezza» sui destini della capitale, «che in modo tanto manifesto» pesava negativamente «sulle proprietà» e sulle «speculazioni private». Pragmatico e lungimirante, Rorà additava nello sviluppo industriale il nuovo «indirizzo» che l’amministrazione avrebbe dovuto perseguire, allo scopo di preparare alla città, «indipendentemente dai rivolgimenti politici, un avvenire degno della sua storia, della sua importanza e della virtù de’ suoi abitanti».

La ricchezza di risorse naturali, ossia l’abbondante e «forte caduta» delle acque da cui trarre «una considerevole forza motrice», e di risorse umane, vale a dire l’attitudine di «operai robusti, intelligenti, attivi, morali, dotati di sentimenti d’ordine e di disciplina», a suo parere rendeva percorribile quella strada e dunque «meno incerte le sorti future» di Torino. La relazione inaugurale della tornata d’autunno ribadì la volontà di assicurare l’avvenire della città «mercé un certo sviluppo dell’industria e del commercio», quale compensazione «del danno» che essa avrebbe risentito «dal trasporto a Roma della capitale del regno, a seconda del voto espresso dal Parlamento».

La forza della capitale “moritura” risiedeva del resto nella «superiorità» e nell’intraprendenza degli imprenditori locali, «dovuta in gran parte al libero scambio» propugnato da Cavour, alla memoria del quale Luserna di Rorà rendeva omaggio, guardando con discreto ottimismo al futuro. Con una vena di orgoglio tutto subalpino il nostro sindaco insisteva: «il fatto politico è contrario agli interessi materiali di Torino, ma il fatto economico, che nessuno può distrurre, della superiorità acquistata in 14 anni di vita libera e in 12 di libero scambio, dà origine ad una nuova e favorevole condizione, della quale la nostra attiva e intelligente popolazione, invece di piangere neghittosa sulle sue sorti, saprà trarre ogni maggior profitto». Dodici mesi dopo (autunno 1863) i «germi di prosperità» che il pragmatismo di Emanuele di Rorà aveva colto, continuavano a dare segnali confortanti.

Il Municipio si proponeva di offrire servizi sempre più consoni ai bisogni della nuova dimensione urbana. A questo scopo lavoravano assiduamente gli amministratori pubblici, stimolando l’iniziativa privata. In vista della perdita del ruolo plurisecolare (ma al momento Roma appariva geograficamente e soprattutto politicamente alquanto lontana), il capoluogo subalpino era tutto un fervore di opere e di progetti: la ferrovia di Savona, il deposito doganale e commerciale, il Foro frumentario, l’arsenale del genio, la Borsa, il Museo industriale, il giardino pubblico in riva al Po. I capitalisti stranieri cominciavano ad assumere carichi onerosi, come la società inglese, che impegnandosi nella «fabbricazione» di piazza Statuto, aveva dato «segno di credito e di fiducia».

Nell’inaugurare la sessione di primavera 1864 l’ottimismo di Rorà subì una flessione. La situazione politica europea, e specialmente «le voci di guerra e la crisi monetaria», ostacolavano l’auspicato processo di «associazione» dei capitali piemontesi «ai capitali esteri», indispensabile «per dotare la città di grandi ed utili stabilimenti». Dunque i progetti per assicurare a Torino un «avvenire prospero e indipendente» erano in una situazione di stallo. Su Torino e su Rorà, in questa fase delicata e incerta, sul finire dell’estate si abbatté un fatto inatteso. Il 15 settembre a Parigi fu siglata una Convenzione, «negoziata alla chetichella all’insaputa del Parlamento», tra l’Imperatore dei francesi e alcuni ministri italiani (Minghetti, Peruzzi e Visconti Venosta), coadiuvati a Parigi da Gioacchino Pepoli e Costantino Nigra.

Essa prevedeva che la Francia sgombrasse entro due anni il territorio papale presidiato dalle sue truppe e che l’Italia non attaccasse e non fosse attaccata dallo Stato pontificio. Gli accordi avrebbero avuto valore dopo che da parte italiana si fosse decretato il trasporto della capitale da Torino in altra città, entro sei mesi. Il Re, informato di tale clausola in un secondo tempo, pare fosse stato indotto ad accettarla. Il 18 settembre una commissione di generali d’armata (Cialdini, Durando, Della Rocca, De Sonnaz, Persano) stabilì all’unanimità essere Firenze la sola capitale, militarmente parlando, la più strategica d’Italia.

L’opzione per Firenze capitale, beninteso in alternativa a Roma, non era nuova, essendosi palesata, alcuni anni innanzi, soprattutto in Inghilterra, come attestano alcune missive di Emanuele d’Azeglio. Questi da Londra, il 24 settembre 1860 aveva riferito a Cavour l’opinione dei salotti inglesi. Questa opinione veniva ribadita il 9 ottobre 1860, riportando il pensiero di Lord Shaftesbury, esponente del movimento evangelico in Inghilterra.

Della candidatura di Firenze era stato fautore anche Massimo d’Azeglio, il quale nell’opuscolo “Questioni urgenti” (stampato a Firenze e a Venezia i primi di marzo 1861) aveva affermato: “a parer mio come sede del Governo la città preferibile a tutte la stimo Firenze. Firenze fu il centro dell’ultima civiltà italiana del medio evo. È, come fu sempre, centro della lingua; e la lingua è fra i principali vincoli che riuniscono e mantengono vive le nazionalità. È posta a giusta distanza dalle due estremità della penisola, [...] Facile a fortificarsi [...]. È inoltre popolata d’uomini ingegnosi, temperati, civili...” L’8 marzo 1861, Azeglio aveva avvertito Minghetti: “Domani ti manderò una mia brochure, nella quale tratto una questione che mi renderà molto popolare! La capitale non a Roma. Tant’è; non ho proprio potuto tenermela in gola, e mi lapidino quanto vogliono. Quanto a Cavour e a voi ministri, credo che non mi getterete sassi troppo grossi; e del resto papà Camillo vedrà che non graffio né lui, né la sua politica”.

A questo proposito il 15 marzo 1861, da Parigi, Vimercati, allarmato, aveva scritto a Cavour. Cavour aveva replicato il 25 marzo 1861 in un vibrante notissimo discorso alla Camera dei deputati. Egli in quella seduta aveva sostenuto che il ruolo di capitale spettasse a Roma, ed era tornato sull’argomento il 27 marzo; il suo assunto, compendiato in un ordine del giorno del Boncompagni, ov’era «assicurata la dignità, il decoro e l’indipendenza del Pontefice e la piena libertà della Chiesa», era stato approvato quel giorno stesso «quasi» all’unanimità; lo statista era poi intervenuto sulla questione il 9 aprile, anche in Senato; l’assemblea aveva votato favorevolmente a larga maggioranza (CAMILLO : persone illuminate ed anche dotate di molto ingegno, ora sostengono o per considerazioni storiche, o per considerazioni artistiche, o per qualunque altra considerazione, la preferenza a darsi a questa o a quell’altra città come capitale d’Italia [...] Roma, Roma sola deve essere la capitale d’Italia.

Né aveva mancato di sottolineare: sarà per me un grande dolore il dover dichiarare alla mia città nativa che essa deve rinunciare risolutamente, definitivamente ad ogni speranza di conservare nel suo seno la sede del Governo [...] io vado a Roma con dolore [...] E quando l’Italia [...] avrà stabilita la gloriosa sede del suo Governo nell’eterna città, essa non sarà ingrata per questo paese [il Piemonte] che fu culla della libertà). Ormai da un triennio la voce autorevolissima di Cavour tuttavia s’era spenta. E i destini di Torino parevano ora minacciati da una soluzione inattesa e imprevedibile.

A Luserna di Rorà sindaco si prospettavano giornate ardue e dolorose. Seguiamone dunque la cronaca dall’osservatorio del Palazzo di Città, dal momento in cui la notizia di una risoluzione imprevedibile si insinuò nelle sale auliche del governo comunale, sconvolgendo i ritmi di una ordinaria amministrazione di fine estate. Il 18 settembre 1864 Rorà dovette annunciare alla Giunta municipale che «informazioni autorevoli» l’avevano edotto circa la clausola della Convenzione relativa al trasferimento della capitale da Torino a Firenze (notizia peraltro resa pubblica il giorno stesso dalla «Gazzetta del Popolo»). Egli riteneva che il Municipio dovesse tenere una linea di condotta «ferma, legale e dignitosa a un tempo», consona a una città che aveva dato «continue e splendide prove di patriottismo», e che si vedeva ora colpita da un provvedimento dalle conseguenze «fatali».

La Giunta approvò la proposta del sindaco di riunire il Consiglio e di indirizzare formale protesta al Governo del Re. Il 19 settembre il sindaco chiese al prefetto di autorizzare la convocazione del Consiglio, che infine il 21 si riunì. Rorà comunicò la notizia avuta da «persona amica», confermatagli «di poi [...] in via officiosa» circa il trasferimento della capitale contro un eventuale risarcimento materiale, e riferì: «Risposi ricusando recisamente le proposte di compensi, cui io non mi aspettavo; risposi che la città di Torino aveva troppo alto concetto dell’Italia e di sé per vendersi».

E poiché la popolazione la sera precedente era scesa in strada per manifestare il suo dissenso, il Consiglio approvò il proclama del sindaco, mirato a rassicurare la cittadinanza e a riportare ordine: “Concittadini Il Consiglio comunale è altamente penetrato dell’estrema gravità della proposta, il cui annunzio ha così dolorosamente commosso gli animi vostri. Il Consiglio ha pienamente compreso quanto fossero preziosi gli interessi che deve tutelare, quanto sacri i diritti che gli spetta di difendere. A questo compito Egli sente essere suo debito di consacrare tutte le sue forze, tutti i suoi mezzi che gli consente la legge; ma sente del pari che grande aiuto verrà all’opera sua dal contegno severamente ordinato della popolazione.

In altre occasioni il popolo torinese ha veduto pesare sulla bilancia dal lato del buon diritto la opinione sua, perché pacatamente manifestata; e non sarà questa la prima volta che avrà provato come, anche quando i suoi municipali interessi non vi siano estranei, le deliberazioni dei Poteri della Nazione possano nelle sue mura emanar sempre con tutta libertà d’opinione e di parola. Il vostro Municipio ha fede in Voi, ora massimamente che si tratta di scansare non tanto un danno agli interessi municipali quanto un pericolo alle sorti d’Italia. Voi abbiate fede nei vostri Rappresentanti, i quali soprattutto non vorranno mai aver meritato il rimprovero di non aver fatto il proprio dovere”.

Per il Consiglio comunale, meno rassicuranti parvero ai convenuti gli «schiarimenti» di «carattere confidenziale» del ministro e consigliere Menabrea, che diedero luogo a un acceso dibattito, interrotto a un tratto dal sindaco, il quale, informato di disordini in piazza San Carlo, delegava alcuni consiglieri a recarsi sul posto onde «invitare i tumultuanti a rientrare nella solita quiete». La ripresa della discussione non smorzò i toni: chi intravvedeva nella Convenzione «del tutto falsato il programma del conte di Cavour», chi manifestava il timore che le velleità imperiali mirassero a fare di parte del Piemonte un dipartimento francese, chi accusava il ministro Minghetti di aver indotto con l’inganno i torinesi «a fare spese che non avrebbero fatte». Sovrastava ogni altra voce il giudizio severo di Quintino Sella, convinto che il Governo avesse «commesso una serie di sconvenienze veramente inaudite nel modo e nelle vie tenute nel far conoscere al pubblico l’esistenza e le condizioni del trattato», ma che riteneva pericoloso e assurdo che in seno al Consiglio si paventassero cessioni territoriali.

Votato un ordine del giorno che affidava alla legge la tutela degli «interessi municipali» intimamente «connessi alle sorti della patria italiana», dichiarata la Giunta in seduta permanente e sciolta l’adunanza consiliare, il sindaco si affacciò al balcone del Palazzo e arringò la moltitudine dei manifestanti confluita nel frattempo sotto il Municipio con una «orazion picciola», spontanea ed efficace: “Il Consiglio municipale farà il debito suo, ma è mestieri che nessuno porga pretesto ai nostri nemici di calunniare Torino. Che cosa direbbesi di noi se ricorressimo al disordine per sostenere le nostre ragioni. Ecco, esclamerebbesi, la calma tanto decantata di Torino! Anche i torinesi sono come tutti gli altri e all’uopo tumultuano essi pure. Come potremo conservare in Torino la capitale se le opinioni non vi sono più libere, se l’anarchia è nelle vie? Così direbbero i nostri avversari appunto per colorire più facilmente i disegni ostili. Importa che Torino non dia loro occasione di darsi questo gusto. Anch’io ho il sangue nelle vene, ma so che non dobbiamo guastare le nostre ragioni con improntitudine. Scioglietevi dunque con quella calma dignitosa che vi fu sempre propria, ed impedite che le dimostrazioni si rinnovino, perché invece di esser utili tornerebbero funeste alla città”.

La folla plaudì e, fiduciosa e obbediente, si ritirò; nel mentre giungevano da piazza Castello colpi di arma da fuoco. Il 22 settembre, sotto l’impressione della «dolorosa catastrofe» della sera precedente (gli eccessi delle guardie di pubblica sicurezza in piazza San Carlo e l’imprevidenza degli allievi carabinieri in piazza Castello avevano prodotto una sessantina di vittime, tra cui alcuni morti sul campo) il Consiglio prese atto del «divisamento del sindaco», avallato dalla Giunta mattutina, di pubblicare un nuovo vibrante appello al senso civico individuale dei cittadini e alla cooperazione consapevole della Guardia nazionale, della quale gli organi del Governo centrale avevano sinora limitato l’azione: “Concittadini! Luttuosi avvenimenti ignoti prima d’ora alla nostra città l’hanno ieri purtroppo funestata. Le esortazioni che il vostro Municipio testé vi dirigeva, ve le ripeto io con tanta maggior instanza ora che importa non si faccia ricadere sulla popolazione torinese la colpa di quei deplorabili casi. Concorra ciascuno coi mezzi che ha in poter suo a ristabilire la tranquillità e mantenere l’ordine. A voi specialmente Uffiziali e Militi della Guardia Nazionale rivolgo con tutto l’ardore questo invito, a Voi, ai quali è dalla Legge affidato tale compito, e Voi saprete fedelmente adempierlo, non solo perché è un dovere, ma soprattutto perché voi comprendete che da questo adempimento dipendono in gran parte le sorti della vostra città e della patria comune”.

Il Sindaco Rorà accolse inoltre la proposta di aprire un’inchiesta amministrativa sui fatti criminosi che tanto avevano «commosso gli animi» e affidò l’incombenza al consigliere Casimiro Ara. Ma, nonostante i molti richiami pubblici e privati, la tensione salì ancora e riesplose in serata in piazza San Carlo in nuovi e più tragici scontri con le forze dell’ordine, che lasciarono sul terreno oltre 130 vittime circa, tra morti e feriti. Il 23 settembre, con il consenso della Giunta, il sindaco, contristato e stanco, alle 10 del mattino affidò a un nuovo proclama il suo sdegno, scindendo le responsabilità del Municipio da quelle dei ministri del Re: “Concittadini! Il vostro Municipio ha la coscienza di aver fatto, nei limiti delle sue attribuzioni, quanto stava in lui per servire alla causa dell’ordine e degli interessi che gli sono affidati. Pur tuttavia i luttuosi avvenimenti si sono ieri in modo troppo più grave rinnovati. La responsabilità a cui tocca! Col cuore profondamente esulcerato noi ci uniamo a voi nel lamentare il sangue versato. Ancora una volta il vostro Municipio vi scongiura a pensare ai mali estremi che minaccerebbero le vostre famiglie se non si evitasse qualunque atto che potesse darvi occasione o pretesto. A questo fine rinnovi il suo concorso la Guardia Nazionale e lo rinnovino pure quei benemeriti Cittadini che con tanta abnegazione si associarono all’opera nostra in questi deplorevoli eventi”.

Il Sindaco Rorà assegnato al collega avvocato Ara l’incarico di estendere l’inchiesta anche ai fatti del 22 settembre, sul mezzogiorno, persistendo lo stato di «agitazione», rivolse ancora ai cittadini un appello accorato: «Risparmiamo nuovo sangue! Ad evitare conflitti è necessità che ogni cittadino, a sera, rimanga nella propria casa. Di questo vi scongiuro, confidiamo tutti che il Parlamento salverà l’Italia». Non il Re, che da troppo tempo taceva, ma il Parlamento, dacché il vincolo antico tra la città e la dinastia appariva ormai incrinato. Alle 17 giunse la notizia delle dimissioni del Governo accolte dal sovrano, che aveva conferito a La Marmora l’incarico di costituire il nuovo Gabinetto.

Il 24 settembre, alle 8 del mattino il sindaco prese atto che la città era tornata tranquilla e affidò un ultimo messaggio ai cittadini: “Mercè il vostro senno e patriottismo non furono vane le esortazioni di chi vi consigliava a confidare. La calma della notte passata è sicuro presagio dell’avvenire. La Guardia nazionale corrisponderà oggi come sempre alla fiducia del paese”. Che i fatti di Torino avessero alimentato l’ondata di antipiemontesismo serpeggiante da tempo è noto. E non stupisce dunque che alcuni Comuni addirittura respingessero l’inchiesta amministrativa di Casimiro Ara, puntigliosamente compiuta, letta, discussa, tempestivamente stampata e distribuita a tutti i membri del Parlamento e a tutti i Municipi dello Stato, per deliberazione della Giunta del 5 ottobre 1864.

Con pochi altri luoghi, Napoli si distinse invece dalle molte “città rivali”, con un «indirizzo» riconoscente e commosso che Rorà il 29 settembre volle partecipare alla Giunta: «Gli italiani di Napoli inviano un saluto fraterno in rendimento di grazie solenni per avere mantenuto inviolato fra loro durante dodici anni il palladio della libertà e dell’indipendenza italiana, ed in segno di profondo rammarico degli ultimi casi dolorosissimi».

Il 23 ottobre 1864, vigilia della riapertura della Camera, Luserna di Rorà affidò ai cittadini un messaggio che rievocava episodi da consegnare alla storia, e sottolineava il merito tutto torinese del rispettoso contegno tradizionalmente tenuto nei confronti delle istituzioni: “Concittadini! Domani il Parlamento ripiglierà i suoi lavori. I Poteri dello Stato sedendo in questa città sanno come la securità delle loro deliberazioni sia raccomandata soprattutto a quel rispetto della legge, a quell’amor della Patria, a quei sentimenti d’onore che informano il popolo di Torino, ed ognuno che conosca questo popolo sa che a tale fiducia esso non ha fallito giammai. Se luttuosi fatti hanno testé rattristata la nostra città, il vostro contegno stesso d’allora in poi è l’arra più sicura dell’ordine perfetto che sarà da Voi mantenuto durante le gravi discussioni parlamentari che stanno per intraprendersi. Alla Guardia nazionale non è d’uopo di rammentare il suo dovere; essa ha pur sempre mostrato di saperlo pienamente adempiere. Torinesi! Se vi fu chi ha osato calunniarvi nella sventura, risponderà alle calunnie il vostro dignitoso contegno; sia questo il modo migliore di confondere i detrattori e di confermare in faccia a tutti i vostri sentimenti per la Patria comune. Per la Giunta, il Sindaco Rorà”.

Nel silenzio incomprensibile del Re, perdurava una malcelata disarmonia tra la città, cui andava financo il favore della «Rosina», e la Corona: che si palesò con tutta evidenza il 30 gennaio dell’anno seguente, 1865. Gli Atti municipali ne danno testimonianza secondo gli schemi or ora seguiti. Più immediata la narrazione dei fatti affidata dallo stesso marchese di Rorà al Giornale delle cose importanti successe in occasione dell’annunzio del trasporto della capitale a Firenze, una sorta di diario ch’egli redasse da sabato 17 settembre 1864 a martedì 20; riprese giovedì 12 gennaio 1865, e compilò continuativamente, da martedì 24 gennaio a sabato 11 febbraio.

Tra autunno e inverno non erano mancate espressioni di malcontento da parte di studenti e di operai disoccupati e Rorà aveva confidato al suo Giornale l’irritazione di La Marmora contro gli istigatori delle braje ëd tèila rimaste senza lavoro (27 gennaio); con il consenso della Giunta aveva rivolto al solito un appello formale alla cittadinanza: “Torinesi! Voi foste degni di ammirazione nel tempo in cui durarono le ultime discussioni in Parlamento. Dopo il voto della Rappresentanza legale della nazione ogni dimostrazione male interpretata può condurre a disordini. Il vostro Municipio, che ha creduto di stare fermo al posto assegnatogli dalla popolare fiducia, vi fa calda preghiera acciocché sia da tutti mantenuta quell’osservanza delle leggi che il Governo ha il diritto e dovere di tutelare. La guardia nazionale è chiamata ad assicurare la tranquillità e l’ordine. A noi tutti Io agevolarne il compito. Torinesi! La città nostra ha bisogno d’evitare ogni fatto che renda meno facile all’operosità dei suoi abitanti lo assicurarne le sorti”-

Il pretesto per nuovi più gravi tumulti fu dato dall’infelice decisione del Re di confermare il ballo di carnevale a Corte, la sera di lunedì 30 gennaio: il consueto divertissement di una élite privilegiata, che Rorà in quei frangenti aveva ritenuto inopportuno, tanto da consigliare a Nigra, venuto da Parigi a Torino, «la sospensione del medesimo unitamente ad un soccorso dato alle Congregazioni di Carità», cosa che a parer suo «avrebbe fatto ottimo effetto». Il suggerimento non fu accolto, e Rorà, irritato, vergò nel suo calepino un eloquente «tanto peggio per loro»!

Al ballo non parteciparono né l’amministrazione municipale, che era in lutto per i morti di settembre, né la rappresentanza della Guardia nazionale, allertata onde sedare eventuali disordini. Una lettera anonima aveva rivelato al questore che v’era l’intenzione di «offendere» gli ospiti regali «con acquaragia ed altri corrosivi». Se gesti criminosi di tal fatta non ebbero a verificarsi, non mancarono «parziali atti di violenza» contro le carrozze e i cavalli, imbizzarriti a causa del gran frastuono; fischi e lazzi accompagnarono inoltre i rari convitati sin dentro le sale del Palazzo reale e fino a notte fonda.

La «dimostrazione della piazza» e l’assenza «dell’alta classe», che aveva disertato il ballo, furono ritenute «un insulto alla Corona in presenza dell’Italia e dell’Europa». Era d’uopo presentare a Corte immediate formali scuse, cui tuttavia la vecchia orgogliosa capitale spodestata, «danneggiata nei suoi materiali interessi e moralmente vituperata dalle altri parti d’Italia», non intendeva piegarsi. Il Re indispettito da quell’atteggiamento irriverente, il 3 febbraio, di prima mattina, abbandonò senza preavviso Torino per Firenze.

Lo sconcerto generale per l’offesa inflitta alla città fu grande. Paventando nuove manifestazioni contro la Corona, il ministro dell’Interno Lanza, che non aveva avuto la sensibilità di sconsigliare la festa, lasciò intendere a Rorà che conveniva «assolutamente finirla con un indirizzo al Re»; e questi annotò nel diario: «Ciò è più facile dirlo che farlo, poiché per parte del Municipio è una vera reculade». Tuttavia dall’alto del suo scanno seppe convincere l’aula e affidò al conte Federigo Sclopis di Salerano - il consigliere che alla notizia della Convenzione di settembre s’era immediatamente dimesso da presidente del Senato - la redazione di una bozza da sottoporre all’assemblea.

Il testo stilato con tutta prontezza dallo Sclopis, «trovato da tutti bellissimo ma però sempre una grande concessione», era severo: “Sire, Se duole sempre alla città di Torino l’essere priva della presenza del Re più dolorosa le torna la partenza di V.M. mentre può supporre che Ella ci lasci sotto la funesta impressione di fatti che il Municipio avrebbe vivamente desiderato che si fossero potuti impedire e che altamente riprova. Ma l’equità Vostra, o Sire, bene saprà discernere cotesti fatti deplorabili e riprovati dai sentimenti della popolazione quali si rivelarono nella abituale compostezza degli abitanti e dal contegno della Guardia nazionale, lodevole sempre, ed in alcune circostanze ammirabile per abnegazione. La Città di Torino, permettete o Sire che con onesta e rispettosa franchezza ve lo diciamo, è profondamente afflitta perché ricorda le sanguinose giornate di settembre, e la resistenza opposta a quel compimento di giustizia che le era stato promesso ed a cui crede di avere ragione, ma essa mantiene inalterata la sua antica fede politica, né menomamente è scemata in lei la devozione al Trono che qui ebbe sempre il suo più fermo appoggio. Essa non si staccherà mai da quel riverente affetto che la stringe alla M.V. a cui si gloria di aver dato la culla, e confida che V.M. non sarà per istaccarsi dalla memoria di quel vincolo che avemmo in retaggio dai nostri maggiori e che tramanderemo ai nostri tigli. Degnatevi, Sire, di accogliere colla consueta benignità Vostra l’espressione di questi sentimenti provocata dal dolore ed accompagnata dalla fiducia di un popolo di cui conoscete il cuore e la fede”.

Recato in lettura al ministero, Lanza e colleghi dichiararono di non poter accettare il passaggio relativo alla «diniegata giustizia», perché in quel paragrafo si dava «uno schiaffo alla Camera ed al Governo». Sulla necessità di temperare i toni il Consiglio comunale si divise, con disagio profondo di Rorà che confidò al proprio diario: «Triste situazione è quella che rompe il fascio del nostro accordo che è la forza della città nostra non solo, ma altresì la nostra forza politica». La sua regìa accorta fu comunque capace di dirigere un frenetico lavoro di rifacimenti, verifiche, sfumature e ritocchi, poiché ogni parola rivolta al Re in quella circostanza pesava come un macigno.

Pervenuto infine a un esito ritenuto soddisfacente dai vertici del Governo, il sindaco ritenne doversi recare con una piccola delegazione assessorile a Firenze, per deporre egli stesso nelle mani del sovrano l’indirizzo unanimemente approvato dall’assemblea: “Sire! Rappresentanti di una popolazione che diede ognora solenni prove della sua devozione alla Regale Stirpe Sabauda ed alla causa nazionale, noi veniamo dalla città, che la vostra improvvisa partenza ha grandemente commosso, ad offrirvi il tributo del nostro riverente affetto e la sincera espressione dei nostri voti. Noi siamo dolenti, o Sire, che siasi con deplorabili fatti recata offesa al vostro cuore; ma l’equità vostra ben saprà discernere le riprovevoli manifestazioni di pochi dai sentimenti del popolo, quali si rivelarono nella calma dignitosa della città e nell’atteggiamento della Guardia nazionale lodevole sempre, ed in questi ultimi tempi ammirabile per abnegazione. La città di Torino, permettete, o Sire, che con onesta e rispettosa franchezza ve Io diciamo, è immersa in profonda mestizia per una serie di dolorosi avvenimenti, che noi non potremmo enumerare senza timore di affliggere l’animo vostro, e senza funestare l’atto solenne che per noi si compie. Tuttavia la sua fede politica non è venuta meno: essa non sarà mai per cancellare un glorioso passato, né per interrompere la tradizione di otto secoli, e non fia che infranga od allenti quel vincolo che lega i suoi destini con quelli della Patria comune. Degnatevi, o Sire, di accogliere coll’usata vostra benignità l’espressione di questi sentimenti inspirata dal dolore e accompagnata dai voti di un popolo, che ha fede incrollabile in Voi, ed aspira di cooperare pur sempre alla salvezza e libertà d’Italia raccolta sotto lo scettro costituzionale dell’Augusta Vostra Dinastia”.

A questo punto tra la Toscana e il Piemonte iniziò un altro balletto, intercalato da giustificazioni fittizie e da autentici sgarbi regali mirati a rinviare l’udienza ai torinesi. L’8 febbraio si seppe che il Re, che si dichiarava indisposto, «aveva dato un gran pranzo a Firenze»: senza ulteriori indugi Rorà, persuaso di non godere più della fiducia da questi accordatagli, registrò nel diario «questa sera alle 11 ho preparato le mie dimissioni da essere inviate domani al Prefetto, quindi ho dato ordine a tutte le carte che avevo nella mia sala». La lettera di dimissioni non approdò al Prefetto, poiché un frenetico andirivieni di ministri da Torino a Firenze aprì qualche spiraglio: Quintino Sella fece sapere infine che l’appuntamento col sovrano era fissato per la domenica 19. Ma Rorà, che aveva ormai speso tutte le sue energie per superare l’impasse, stizzito, replicò con un messaggio che la dice lunga.

“Dopo aver fatto si, e non senza fatica, che l’ordine del giorno tendente alla riconciliazione della popolazione colla Corona riuscisse approvato all’unanimità. Dopo aver variato tre indirizzi, e modificato anche quello stato approvato da Lanza per spirito di conciliazione. Dopo cinque giorni circa che aspettando sempre d’essere ricevuto da S.M., si sospendeva sempre la partenza dalla sera al mattino, ora dopo l’andata di Lanza a Firenze, questo ricevimento viene ancora protratto di 8 giorni. Ditemi voi se la posizione mia di Sindaco nominato dal Governo è ancora tenibile?” L’incontro, per merito dei buoni uffici del ministro Lanza, fu anticipato al 14 febbraio, a San Rossore, presso Pisa, ove il Re s’era recato per la caccia.

Rientrato dalla missione, Rorà, il 18 febbraio, ne comunicò l’esito alla Giunta, riferendo che il sovrano s’era degnato «di manifestare il suo gradimento» per l’atto compiuto «dalla rappresentanza di Torino»; ch’egli aveva compreso che «il contegno sconveniente di pochi era stato disapprovato dalla immensa maggioranza dei cittadini», e che «non senza pena» si era allontanato dalla città cui si sentiva «legato per memorie carissime di famiglia, e per prove d’affetto in ogni tempo da essa ricevute». Circostanze che «solo col tempo» si sarebbero potute giudicare «spassionatamente» avevano imposto scelte che avrebbero inflitto ai torinesi «grandi sacrifizi pel bene comune», tuttavia «l’impegno assunto di alleviare [...] i danni che le mutate condizioni» avrebbero arrecato «alla cosa pubblica» non era venuto meno.

Per cementare «l’intima unione tra la Corona» e i fedeli sudditi, ovvero per ricucire in qualche modo lo strappo tra il sovrano e «un popolo che, altrui giovando», aveva scavato «la propria tomba», la delegazione non mancò di invocare un ritorno del Re alla città natia: cosa che avvenne il 23 febbraio, in una Torino vestita a festa con gran parsimonia, dacché per l’occasione, anziché sperperare denaro in apparati effimeri, si preferì attingere dal magro bilancio comunale 6000 lire, per una «largizione» straordinaria a favore della «classe povera».

Il marchese Luserna di Rorà, che aveva saputo tenere saldo il timone in acque tempestose, in apertura della sessione ordinaria di primavera, il 23 maggio 1865, presentò il solito rendiconto dell’attività comunale, ponendo soprattutto l’accento su un certo ritrovato fervore: «la popolazione [...] non si sta inoperosa a piangere sui danni sofferti o temibili, locché sarebbe la morte della nostra città, ma si agita animosa e tende a sviluppare vieppiù la sua vitalità». Il nuovo corso tuttavia esigeva, oltre «sforzi individuali ed isolati», che pur non mancavano, «una sicura guida nella via da seguirsi». Pertanto egli ora additava, quali «risorse principali» per l’avvenire della nuova Torino, «l’industria ed il commercio, l’istruzione e gli stabilimenti educativi, gli stabilimenti militari, le attrattive del soggiorno»: ovvero la tradizione e l’innovazione ove i concetti di produttività e di scambio, con straordinaria preveggenza, si sposavano con quelli della cultura e del turismo. Tutto ciò richiedeva molto denaro. L’iscrizione nel Gran Libro del Debito pubblico di una rendita annuale di 767.000 lire a favore della città, a far tempo dal 1° gennaio 1865, senza vincoli di destinazione e di scadenza, e di una seconda rendita di 300.000 lire dall’anno successivo per la costruzione di una nuova condotta d’acqua per forza motrice, non erano sufficienti.

Il 20 ottobre fu dunque lanciato un Appello agli industriali esteri, redatto in 5 lingue, inviato, con richiesta di inserzione nei quotidiani locali, ai consoli d’Italia ad Amburgo, Parigi, Marsiglia, New York, Alessandria d’Egitto, Barcellona, nonché a Bruxelles, Anversa, Liegi, Mannheim, Colonia, Lione, Liverpool, Francoforte, Amsterdam, Lipsia e Lisbona. La relazione d’autunno (4 novembre) segnò il congedo anticipato del sindaco dall’amministrazione.

Al di là della buona volontà comune «i danni materiali» del «subitaneo trasloco della capitale» già apparivano evidenti, sia in Torino, sia nei «paesi circostanti» del Piemonte: urgeva «far muovere capitali, dar lavoro agli operai, ispirar fiducia nello avvenire [...] creare sorgenti di stabile prosperità e di ben essere». Dopo aver posto l’accento sugli sforzi compiuti riguardo alle misure igieniche, per contrastare la minaccia incombente del colera, e sulle iniziative da intraprendere riguardo alla «gradevolezza del soggiorno», onde restituire alla città «animo e vita», Rorà comunicò la sua rielezione a deputato, missione che l’avrebbe condotto in riva all’Arno, senza fargli scordare il sacrificio e le necessità della sua Torino: città «insigne e cara», della quale aveva retto le sorti per quattro lunghi anni con «ogni specie di savi ordini e di virtuosi esempi».

CARLO MARIA ERNESTO BALBO BERTONE DI SAMBUY

Ernesto Balbo Bertone di Sambuy, 1837 – 1909

Ernesto Balbo Bertone di Sambuy, 1837 – 1909

Ernesto Balbo Bertone di Sambuy nasce a Vienna il 12 aprile 1837.

Figlio di Vittorio Amedeo e Luigia Carlotta Pallavicino delle Frabose, venne dapprima educato privatamente e, in seguito, frequentò il Collège Saint Michel di Bruxelles.

Possidente, uomo di corte e Maestro delle Cerimonie di corte a Torino, Gran Croce della Corona d’Italia, Commendatore dei SS. Maurizio e Lazzaro, Cavaliere d’Onore e Devozione di Malta e ricoprì numerose cariche pubbliche: sovrintendente ai giardini pubblici di Torino (1870 – 1909), consigliere comunale di Chieri e Torino, assessore ai lavori pubblici di Torino (1867 – 1871) e sindaco di Torino dal 1883 al 1886.

Passò undici mesi (tra il 1861 e il 1862) tra i cavalli e a cavallo con una missione delle Scuderie Reali tra Torino, Bagdad e il Kuwait. La ricerca di esemplari arabi di qualità si svolge mentre l’Italia unita fa i suoi primi passi e lungo un percorso dove sono appena finiti i sanguinosi tormenti interreligiosi e dove continuano le turbolenze delle indomite tribù arabe.

Nelle brevi note giornaliere, stese con la punta metallica su di un taccuino tascabile, il ventiquattrenne Ernesto Balbo Bertone di Sambuy annota i percorsi e le fatiche. Confronta la sua sperimentatissima conoscenza del cavallo con l’osservazione degli usi arabi. Verifica le sue conoscenze della storia, dell’arte, della geografia politica con le osservazioni e i colloqui. Undici mesi in cui le settimane della fatica si alternano a quelle dell’attesa in cui la nostalgia lo chiama verso il Piemonte e verso quella sua Torino che lo avrà sempre cittadino devoto e amministratore illuminato.

Il 4 novembre 1865, a Étang-sur-Arroux in Francia, sposò Anne Bonne Fougerette (*1842 †1912), dei marchesi de Ganay, nipote del banchiere James-Alexandre de Pourtalès. La coppia ebbe 8 figli.

Anne Bonne Fourgerette, moglie di Ernesto Balbo Bertone di Sambuy

Anne Bonne Fourgerette, moglie di Ernesto Balbo Bertone di Sambuy

Inizia ad occuparsi delle sue consistenti proprietà terriere e delle relative attività agricolo-produttive sulle orme degli zii Emilio e Manfredo, agronomi di fama. Si avvicina all’ambiente politico dei liberali moderati, coltiva ed approfondisce interessi e contatti con l’ambiente della cultura artistica torinese.

Esperto di giardini e di aree verdi, si è occupato personalmente di ornare e decorare alcune zone della città di Torino. Dapprima come Soprintendente ai giardini pubblici (1870) e poi come assessore ai Lavori Pubblici, in collaborazione con Marcellino Roda, direttore dei Giardini Reali dal 1869 e gli “squares” di piazza Cavour e piazza Statuto.

Tra il 1871 e il 1876 progettò l’ampliamento verso sud del parco del Valentino, per meglio ospitare la Regia Scuola di Applicazione per gli Ingegneri, che, dal 1861, si era insediata nel castello stesso. Incrementò i servizi per lo sport, lo svago e il divertimento della cittadinanza facendo allestire una pista di pattinaggio a rotelle e permettendo che d’inverno il laghetto potesse essere usato come “patinoir”.

Si dedicò attivamente anche alla vita artistica torinese: si iscrisse al Circolo degli Artisti nel 1864 ed espose alla Società Promotrice delle Belle Arti nel 1880 quattro pergamene miniate tra le quali il “Diploma del Foro torinese a S.E. il conte Federigo Sclopis”. Anche la moglie Bona espose nello stesso anno alla Promotrice. Attivo nel consiglio direttivo della Società Promotrice dal 1863 al 1865, nel 1866 fu nominato vicepresidente fino al 1871 e poi presidente dal 1887 fino alla fine degli anni ’90, coadiuvato dal vicepresidente Gioachino Toesca di Castellazzo. Fu molto criticato da artisti come Marco Calderini ed intellettuali come Giovanni Cena, che lo indicarono come “una cariatide dell’arte piemontese” per la sua posizione ritenuta “accademica” e avversa alle tendenze innovatrici dell’arte, anche se cercò in realtà di mantenere alta nell’Italia riunificata la vocazione e la tradizione artistica del Piemonte sul finire del secolo XIX.

Fu presidente dell’Esposizione Nazionale del Valentino nel 1884 e del comitato artistico alla 1° Esposizione Quadriennale di Torino del 1902. Venne nominato anche presidente dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino dal 1886 al 1898, succedendo al conte Marcello Panissera di Veglio. Fece pubblicare i nuovi Statuti e Regolamenti della Regia Accademia Albertina e nel 1890 il corpo insegnante risultò, per merito suo, al completo con l’incarico affidato allo scultore Odoardo Tabacchi e al pittore Giacomo Grosso. Fu membro del consiglio della Società di Archeologia e Belle Arti. Nel 1889 fu eletto presidente della Società Fotografica Subalpina.

Iscritto alla Società degli Acquafortisti (1874), lasciò poche incisioni databili tra il 1870 e il 1871, ispirate al vedutismo romantico e alla lezione di Agostino Lauro, docente all’Accademia Albertina, come Da Adorno ad Oropa del 1871.

Il conte, con il suo carattere deciso e la sua competenza in materia, con l’onesta e perseverante volontà di migliorare la città, imprime una svolta sostanziale alla gestione e allo sviluppo del settore parchi, giardini e aree verdi che, fino ad allora, si era basato su incarichi affidati a specialisti chiamati dalla vicina Francia e che Sambuy riconduce, invece, in mani piemontesi.

L’interesse al tema dei giardini emerge già agli albori della sua elezione in seno al Consiglio Comunale. Nel giugno del 1868 solleva il problema della pessima manutenzione dei giardini proponendo di abbandonare il sistema degli appalti a favore di una gestione diretta. Nell’occasione, segnala l’opportunità di consultare Giuseppe Roda, già giardiniere di corte per Carlo Alberto insieme al fratello Marcellino. I documenti d’archivio attestano contatti fra i due fin dal 1857, quando Giuseppe Roda si occupava del parco e dei giardini del Castello di San Salvà, una delle più estese proprietà del Conte situata a Santena, nei pressi di Torino.

L’articolata proposta di Giuseppe Roda sull’organizzazione di un servizio giardini e sulle modalità di gestione delle aree verdi cittadine viene approvata dal Consiglio Comunale il 20 ottobre 1869. Dall’inizio dell’anno successivo, al fianco di Marcellino Roda, nominato Direttore del sevizio, troviamo Ernesto di Sambuy, in qualità di Soprintendente. La collaborazione procede negli anni serena e fattiva con notevoli risparmi di spesa e grandi soddisfazioni per le condizioni sempre più “rigogliose” delle aree verdi cittadine.

Dal 1871 l’impegno dei due è indirizzato alla progettazione e realizzazione dell’ampliamento del parco del Valentino a sud del Castello, grazie al risvegliato interesse della Municipalità per il completamento dell’opera faticosamente avviata con Barillet-Deschamps dieci anni prima nell’area a nord. Il parco nel suo complesso, viene così a rappresentare i due caratteri fondamentali del parco pubblico ottocentesco: quello estetico, con la parte nord sottesa a istanze di decoro legate alle aspettative di una città capitale, e quello funzionale, con la parte sud risolta secondo i più moderni concetti di uso igienico-sociale del parco che vedevano indispensabile l’introduzione di attrezzature per lo sport, lo svago e il divertimento. Il tutto legato da un sapiente disegno dei percorsi attraverso il quale, ancora, Sambuy dimostra di aver pienamente acquisito, e saputo sviluppare, le potenzialità legate al mutato ruolo degli spazi verdi a servizio del tessuto urbano.

Il binomio Sambuy – Roda si interromperà solo nel 1882 alla morte di Marcellino.

Sambuy entra a far parte del Consiglio Comunale di Torino il 27 giugno 1867 e rimarrà al governo della città in qualità alternativamente di consigliere, assessore e sindaco fino alla morte, ricoprendo un ruolo particolarmente attivo nell’ambito dei dibattiti sui problemi sociali, economici e culturali che investivano la città negli anni delicati della transizione dal ruolo di capitale ad una nuova entità. In virtù delle numerose cariche, avvia e coltiva contatti con le personalità più rappresentative della cultura del suo tempo, rapporti che di certo incidono profondamente sulla formazione e sull’evoluzione di un personaggio la cui versatilità assumerà aspetti sorprendenti.

Durante il suo mandato di Sindaco (1883 – 1886), nel 1885, fu promotore del progetto di risanamento del centro storico medievale di Torino, allo scopo di rettificare le vie XX Settembre e San Francesco d’Assisi e procedere al taglio delle diagonali vie Pietro Micca e IV Marzo, decretando irrimediabilmente la scomparsa di gran parte della Torino medievale. Zelante, amante delle arti e delle ferrovie, innovativo nel campo industriale, ha arricchito molto la città di Torino, sia negli anni da consigliere comunale, sia negli anni da Primo Cittadino.

Fu più volte deputato (1869, 1874, 1876, 1880, 1882), nominato senatore nel 1883 nella XV legislatura, e vicepresidente del Senato nel 1900. Durante l’incarico in Senato, Ernesto di Sambuy ha contribuito al ritiro della pratica del “duello”, a sue parole definito “disumano pregiudizio medioevale, istituto incivile e barbaro”.

Ricoprì un ruolo anche all’interno dell’Esposizione Universale del 1911 (che purtroppo non vedrà), come uno dei vicepresidenti del Comitato Generale.

Nel 1902 risulta abitare in via Magenta 29 a Torino. Il Balbo Bertone commissiona il progetto di edificazione della sua palazzina (tuttora esistente, in corso Galileo Ferraris 41 a Torino) all’ingegnere Enrico Petiti, affermato progettista che nel 1878 presenta il progetto in Comune e nel 1880 progetta anche una veranda in aggiunta.

La residenza di campagna della famiglia con le scuderie, parco, cascine e tenuta agricola si trova appena fuori Santena, verso Poirino.

A Torino in piazza Carlo Felice è stato eretto un busto in marmo del conte di Sambuy e il giardino porta il suo nome.

Anche il figlio Luigi fu Podestà di Torino nel periodo fascista.

Nel 1902, malato e in precarie condizioni di salute, rifiuta la rinomina alla carica di Sindaco di Torino. Muore il 24 febbraio 1909. La salma del conte Carlo Maria Ernesto Balbo Bertone di Sambuy è tumulata nella cappella di famiglia nel cimitero antico di Chieri.

Fonti:

  • La storia dei Sindaci di Torino - Electomagazine
  • Wikipedia – Siti specifici
  • www.torino1864 - Emanuele Luserna di Rorà
  • Prove di Risorgimento su uno scenario europeo - Emanuele Luserna di Rorà -
    la famiglia e il suo tempo – Asti Libri
  • Emanuele Luserna di Rorà, sindaco di Torino: i giorni della “diniegata giustizia” – Rosanna Roccia

Santena, 5 Novembre 2025

Per leggere la prima parte dei Sindaci di Torino dal 1800 al 1850 cliccare qui.