Tesi di laurea
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Tesi di AMISANO RICCARDO - La Giovine Italia e il Regno di Sardegna 1833-1834 Il punto sugli studi

Università degli Studi di Torino
Corso di Laurea in storia
La Giovine Italia e il Regno di Sardegna
1833-1834
Il punto sugli studi
Tesi di Laurea triennale
Relatore Montaldo Silvano
Candidato Amisano Riccardo
Anno Accademico 2024/2025.
Sommario
1831: l’anno della svolta
1.1 Carlo Alberto diventa Re di Sardegna
1.2 Mazzini e la “Giovine Italia”
1833: La congiura mai scoppiata
2.1 Il fallimento della cospirazione del 1833
2.2 La congiura ad Alessandria
2.3 La Giovine Italia in Lombardia
1834: l’invasione della Savoia
3.1 La Savoia, una realtà complessa
3.2 La preparazione della spedizione
3.5 Il ruolo di Giuseppe Garibaldi nella spedizione
I processi
Introduzione
Il testo proposto di seguito si pone l’obbiettivo di rappresentare nel modo più chiaro e preciso possibile uno spaccato della nostra storia risorgimentale poco conosciuto, ovvero la cospirazione mazziniana del 1833 e la spedizione in Savoia del 1834. Per raggiungere tale obbiettivo verranno descritte le situazioni sociali e politiche in cui i protagonisti delle vicende trattate si trovarono a operare, dando particolare spazio ai due grandi sfidanti che si contrapposero nei due tentativi insurrezionali, Carlo Alberto e Giuseppe Mazzini. È stato fatto ampio utilizzo delle citazioni, utili per aiutare ad immergerci appieno nei fatti e nell’epoca raccontata, dando la possibilità di “ascoltare” le voci di coloro che presero parte ai fatti. Lo scritto si divide in quattro sezioni tematiche, le quali esplorano, seguendo la loro linearità cronologica, gli eventi degli anni 1833 e 1834. Il primo capitolo si occupa di fornire un contesto agli avvenimenti trattati, descrivendo la situazione complessa del Piemonte e dell’Italia del periodo, definendo anche le circostanze che portarono i due sfidanti a ricoprire la loro carica di leader. Il secondo capitolo ci porta ad addentrarci maggiormente nella realtà cospirativa mazziniana. Esso racconta la fallita congiura del 1833, spiegando i motivi del suo fallimento e concentrandosi in particolare sui fatti avvenuti nella città di Alessandria, vero centro della cospirazione, compiendo però anche un piccolo excursus nella Lombardia austriaca, legata ai fatti piemontesi sia dal lato cospirativo che governativo. La terza sezione affronta l’atto successivo agli eventi del 1833, ovvero la spedizione in Savoia. Anche in questo caso se ne spiegano gli antefatti e i motivi del suo fallimento. La quarta e ultima parte dello scritto è dedicata ai processi successivi ai due falliti atti cospirativi. Essa rappresenta la parte più complessa della cronaca in quanto le fonti che ne parlano sono spesso di parte, risultando di conseguenza difficile eseguirne una corretta narrazione.
1831: l’anno della svolta
1.1 Carlo Alberto diventa Re di Sardegna
Il 27 aprile 1831, alla morte di Re Carlo Felice, salì sul trono del Regno di Sardegna Carlo Alberto, appartenente al ramo cadetto dei Savoia-Carignano. La morte di Carlo Felice generò non poche preoccupazioni, si temeva infatti che il momento di instabilità dovuto alla successione, nella quale si estinse il ramo principale della famiglia Savoia, fosse sfruttato da alcune forze antagoniste al Piemonte, come quelle austro-modenesi, per prendere il controllo del trono. Non a caso la cerimonia del giuramento al nuovo Sovrano da parte della Guarnigione Militare di Torino, al cui comando vi era il Cavalier Thaon di Revel, si svolse con una certa fretta. L’atmosfera era tale che i soldati al momento di prendere le armi loro assegnate gridavano(1):
“Andiamo alla guerra! Andiamo a Combattere i nemici di Carlo Alberto!”(2).
Anche la situazione interna al regno non era delle migliori, come dimostra il ritardo del giuramento da parte del Governatore di Genova, Conte Trincheri di Venanzone, gesto che li valse l’accusa di partigiano austro-modenese(3). Nonostante le circostanze appena descritte, la popolazione, che era accorsa in gran numero alla cerimonia di incoronazione, nutriva grandi speranze nei confronti di Carlo Alberto, il quale era percepito come un Re riformatore in grado di cancellare le ombre del suo predecessore(4). Egli in parte riuscì a soddisfare tali aspettative dando vita a un Consiglio di Stato, imperfetto ma comunque sintomo della volontà del sovrano di ascoltare i propri sudditi, riformulando la legislazione del Regno e abolendo
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1 Cfr. Ferdinando Pinelli, Storia militare del Piemonte. Epoca terza dal 1831 al 1850, Tipografia Degiorgis, Torino, 1855, pp.13-14
2 Ibid.
3 Cfr. Ivi, pp.14-15
4 Cfr. Ivi, p.1
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la tortura della ruota e delle tenaglie. Promosse anche importanti iniziative culturali utili a istruire il popolo, come la realizzazione della Galleria Reale di Torino, aperta al pubblico nel 1832, o i rinnovamenti strutturali a favore dell’Accademia delle Belle Arti della città, eseguiti nel 1833(1). Su una cosa però Carlo Alberto si concentrò con particolare attenzione, l’Esercito. Egli era un grande appassionato del mondo militare e dell’arte della guerra, nonostante qualcuno l’abbia definito
“Deficiente delle doti richieste per capitanare un’armata”(2).
Come prima cosa abolì la carica di Ispettore Generale d’Armata, il quale in caso di guerra avrebbe ricevuto il comando dell’esercito, in tale modo il Sovrano avrebbe avuto il pieno controllo su esso. Incrementò gli effettivi dello Stato Maggiore, scelta giudicata come frutto del suo egocentrismo e della volontà di apparire come un grande soldato e un potente monarca(3). Le critiche riguardanti le riforme militari di Carlo Alberto probabilmente avevano un fondo di verità, infatti quando ebbe la possibilità di guidare i suoi uomini nella guerra del 1848-49 si rivelò un pessimo comandante, sicuramente coraggioso, come già aveva dimostrato durante la spedizione contro gli insorti spagnoli del 1823, ma inadatto al ruolo di condottiero. Lo spirito riformista del Sovrano portò personaggi come Mazzini e i principali esponenti della Carboneria a vedere in lui un probabile alleato o comunque una figura con cui mediare(4). Questa loro speranza, che andò presto in fumo, era alimentata anche dal fatto che Carlo Alberto, dieci anni prima, si era avvicinato alle realtà cospiratrici e aveva tutelato dall’ira di Carlo Felice coloro che erano stati catturati inseguito ai moti del 1821(5). Il nuovo Re tuttavia si rivelò chiuso e ostile nei loro confronti, evitando anche la tanto sperata liberazione dei prigionieri del ‘21(6). Il suo comportamento però è facile da comprendere e da spiegare, egli si era trovato a capo di un Regno instabile, circondato da grandi potenze, come Austria e Russia, le quali aspettavano un suo solo passo falso per strapparli il potere, è quindi normale che agisse con cautela nei confronti dei suoi vecchi “compagni”.
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1Cfr. Ivi, p.18
2Ivi, p.24
3Cfr. Ibid.
4Cfr. Ivi, p. 37
5Cfr. Ivi, p. 39
6Cfr. Ibid.
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1.2 Mazzini e la “Giovine Italia”
Nel luglio del 1831, quattro mesi dopo la proclamazione di Carlo Alberto a nuovo Re di Sardegna, il ventiseienne Giuseppe Mazzini fondò, mentre era in esilio a Marsiglia, un movimento destinato a cambiare la nostra storia nazionale, la Giovine Italia. Grazie a esso Mazzini ebbe la possibilità di propagandare i suoi ideali di libertà e democrazia in modo del tutto nuovo e diverso delle vecchie realtà settarie come la Carboneria, di cui lui stesso aveva fatto parte e dalla quale si distaccò giudicandone i rituali troppo ridicoli e materialistici(1).
“Se invece di perdersi in quei simboli, i veri repubblicani si fossero uniti davvero alla ricerca dei mezzi e delle armi i nostri non sarebbero caduti vittime, mentre noi stavamo facendo de’protocolli”(2).
Con la Giovine Italia Mazzini fu in grado di creare una realtà capace di trascendere le divisioni regionali tipiche del nostro paese, dando vita alla prima “agenzia di nazionalizzazione” per le nuove generazioni italiane, individuando l’associazione come luogo di formazione e di scambio di primordiali idee democratiche, capaci di affiancarsi e poi di sostituirsi alle realtà di Antico Regime(3). Seguendo questo concetto di associazione, radice di ogni forma di democrazia moderna, Mazzini sviluppò una rete cospirativa ramificata e ben organizzata, riuscendo per la prima volta a dare una struttura operativa agli esuli italiani sparsi per tutta Europa, in precedenza divisi da idee politiche contrastanti e divergenze territoriali(4). Il gruppo era composto da congreghe provinciali, una per ogni provincia
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1Cfr. Giovine Italia, Treccani, Mario Menghini, https://www.treccani.it/enciclopedia/giovine-italia_(Enciclopedia-Italiana)/ (ultimo accesso: 1° settembre 2025)
2Salvo Mastellone, Mazzini e la “Giovine Italia (1831-1834) Volume II, Pisa, 1960, p. 182
3Cfr. Roberto Balzani, Il problema Mazzini, Il Mulino-Rivisteweb [rivista on-line], 2005,https://www.rivisteweb.it/doi/10.1412/20020 (ultimo accesso: 2 settembre 2025)
4Cfr. Mastellone, Mazzini e la “Giovine Italia (1831-1834), cit., p. 201
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italiana, costituite a loro volta da tre membri propagatori. Le congreghe provinciali facevano poi riferimento alla congrega centrale che aveva sede a Marsiglia, della quale faceva ovviamente parte anche Mazzini(1). Ogni individuo doveva scegliersi un nome di battaglia e dotarsi di un vero e proprio equipaggiamento composto da: un pugnale, un fucile, cinquanta cartucce e una uniforme comprendente: blusa verde, cintura in cuoio rosso, pantaloni bianchi e berretto d’incerato con coccarda nazionale(2). Ma la Giovine Italia non deve essere percepita unicamente come un’organizzazione sovversiva, dedita semplicemente all’azione violenta e materiale, in essa trovarono spazio ideali e filosofie profonde, spesso vicine al misticismo. È lo stesso Mazzini a esaltare la forma religiosa del suo movimento utilizzando più volte il termine “Partito religioso”, da contrapporre ai semplici “Partiti politici”. I secondi muoiono o traballano ad ogni cambiamento, i primi invece si radicano nel profondo della coscienza su basi meno superficiali che ne garantiscono la solidità(3). Egli era inoltre convinto che vi fosse un parallelismo tra nazione e religione, la nazione è in grado di aggregare porzioni di umanità pur col rischio di dividere quella porzione dalle altre, mentre la religione possiede al suo interno una radice universale capace di unire tutti i popoli ma allo stesso tempo può generare corazze dogmatiche in grado di creare fratture tra gli individui(4). Per Mazzini quindi era fondamentale distillare da entrambe il meglio per condensarlo in un’unica “Religione dell’umanità” in cui ogni individuo possa riconoscersi(5). Altrettando importante era l’aspetto pedagogico ed educativo, utile per avvicinare l’uomo alla libertà e a Dio. Tutti i concetti appena descritti sono ben riassunti nel giuramento che ogni nuovo adepto doveva pronunciare prima di entrare nel gruppo.
“ Io cittadino italiano-davanti a Dio, padre della libertà, davanti agli uomini nati a gioirne, davanti a me, e alla mia coscienza, specchio delle leggi di natura-pei diritti individuali e sociali che costituiscono l’uomo-per l’amore che mi lega alla mia patria
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1Cfr. Giovine Italia, Treccani, Mario Menghini, https://www.treccani.it/enciclopedia/giovine-italia_(Enciclopedia-Italiana)/ (ultimo accesso: 1° settembre 2025)
2Cfr. Ibid.
3Cfr. Roberto Balzani, Il problema Mazzini, Il Mulino-Rivisteweb [rivista on-line], 2005, https://www.rivisteweb.it/doi/10.1412/20020 (ultimo accesso: 1° settembre 2025)
4Cfr. Ibid.
5Cfr. Ibid.
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infelice-pei secoli di servaggio che la contristano-pei tormenti sofferti da’ mie italiani fratelli- per le lagrime sparse dalle madri sui figli, spenti o cattivi- pel fremito dell’anima mia nel vedermi solo, inerte e impotente all’azione- pel sangue dei martiri della patria- per le memorie de’ padri- per le catene che mi circondano: giuro di consacrarmi tutto e per sempre con tutte le mie potenze morali o fisiche alla Patria ed alla sua rigenerazione; di consacrare il pensiero la parola e l’azione a conquistare indipendenza, unione, libertà all’Italia, di spegnere col braccio, e infamar colla voce i tiranni e le tirannide politica, civile o morale, cittadina o straniera; di combattere in ogni modo le ineguaglianze fra uomini di una stessa terra; di promuovere con ogni mezzo l’educazione degli italiani alla libertà e alla virtù, che la fanno eterna; di soccorrere coll’opera e col consiglio qualunque m’invocasse fratello; di cercare per ogni via che gli uomini della Giovine Italia ottengano la direzione della cosa pubblica, di propagandare con prudenza operosa la Federazione di cui fa parte da questo momento; di ubbidire agli ordini e alle istruzioni che mi verranno trasmesse da chi rappresenta con me la unione de’ miei fratelli; di non rivelare, per seduzioni o tormenti, l’esistenza, le leggi, lo scopo della federazione, e di distruggere, potendo, il rivelatore. Così giuro, rinnegando ogni mio interesse particolare pel vantaggio della mia Patria, e invocando sulla mia testa l’ira di Dio e l’abbandono degli uomini, la infamia e la morte dello spergiuro, s’io mancassi al mio giuramento(1)” Tuttavia, nonostante la notevole organizzazione e gli elevati valori morali, l’ideale mazziniano appariva ermetico, sfuggente e poco comprensibile, rendendolo facilmente sfruttabile anche da realtà lontane dal progetto umanitario di Mazzini, come fatto ad esempio da alcuni capipopolo romagnoli senza scrupoli che agivano spesso al limite della criminalità politica(2) o come fatto dal filosofo Giovanni Gentile, Ministro dell’Istruzione nel primo Governo Mussolini e redattore del Manifesto degli intellettuali fascisti, il quale utilizzò i principi della Giovine Italia per plasmare l’idea
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1Giovine Italia, Treccani, Mario Menghini, https://www.treccani.it/enciclopedia/giovine-italia_(Enciclopedia-Italiana)/ (ultimo accesso: 1° settembre 2025)
2Cfr. Roberto Balzani, Il problema Mazzini, Il Mulino-Rivisteweb [rivista on-line], 2005,https://www.rivisteweb.it/doi/10.1412/20020 (ultimo accesso: 1° settembre 2025)
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di nazione fascista, frutto di sacrificio e azione, giustificando l’uso della violenza come atto di rigenerazione della patria(1). Il progetto mazziniano, anche se difficile da decifrare, nella sua forma essenziale di un’Italia indipendente e repubblicane ebbe molto successo nella penisola, soprattutto in Liguria, Piemonte e Lombardia(2). Gli interessi del rivoluzionario genovese erano rivolti soprattutto al Regno di Sardegna che, dopo la salita al potere di Carlo Alberto, vedeva come un suo possibile alleato. Celebre è la lettera che egli scrisse al giovane Re, nella quale lo invitò a unirsi alla sua lotta e a diventare così il “Napoleone della libertà”.
“Sire! Se io vi credessi Re volgare, d’anima inetta o tirannica, non vi indirizzerei la parola dell’uomo libero. I Re di tal tempre non lasciano al cittadino che la scelta fra l’armi e il silenzio. Ma voi, Sire, non siete tale. La natura, creandovi al trono, vi ha creato anche ad alti concetti e a forti pensieri; e l’Italia sa che voi avete di regio più che la porpora. I Re volgari infamano il trono su cui si assidono e voi, Sire, per rapirlo all’infamia, per distruggere la nube di maledizioni di che lo aggravano da secoli, per circondarlo d’amore, non avete forse bisogno che udire la verità: però io ardisco dirvela, perché voi solo estimo degno d’udirla e perché nessuno di quanti vi stanno intorno può dirvela intera. La verità non suona che sul labbro di chi né spera né teme dell’altrui potenza. […] Ponetevi alla testa della nazione e scrivete sulla vostra bandiera: Unione! Libertà! Indipendenza! Dichiaratevi vindice, interprete dei diritti popolari, rigeneratore di tutta Italia. Liberate l’Italia dai barbari. Edificate l’avvenire. Date il vostro nome ad un secolo. Incominciate un’era da voi. Siate il Napoleone della libertà italiana. Suscitate l’entusiasmo. Cacciate il guanto all’Austriaco, e il nome d’Italia nel campo; quel vecchio nome farà prodigi. Fate un appello a quanto di generoso e di grande è nella contrada. Una gioventù ardente, animosa, sollecitata da due passioni onnipotenti, l’odio e la gloria, non viva da gran tempo che in un solo pensiero, non anela che il momento di tradurlo in azione: chiamatela alle armi. Ponete
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1Cfr. Cavour, Mazzini e il Risorgimento visti durante l’epoca del fascismo, Associazione amici della fondazione Camillo Benso di Cavour, Andrea Serani, https://www.camillocavour.com/associazione/incotri-cavouriani/cavour-mazzini-e-il-risorgimento-visti-durante-lepoca-fascista/ ( 1° settembre 2025)
2Cfr. Giovine Italia, Treccani, Mario Menghini,https://www.treccani.it/enciclopedia/giovine-italia_(Enciclopedia-Italiana)/ (ultimo accesso: 1° settembre 2025)
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i cittadini a custodia delle città, delle campagne, delle fortezze. Liberato in tal modo l’esercito, dategli il moto. Riunite intorno a voi tutti coloro che il suffragio pubblico ha proclamato grandi d’intelletto, forti di coraggio, incontaminati d’avarizia e di basse ambizioni. Inspirate la confidenza nelle moltitudini, rimovendo ogni dubbiezza intorno alle vostre intenzioni e invocando l’aiuto di tutti gli uomini liberi. Sire! Io vi ho detto la verità. Gli uomini liberi aspettano la vostra risposta nei fatti. Qualunque essa sia, tenete per fermo che posterità proclamerà in voi il primo tra gli uomini o l’ultimo dei tiranni italiani, Scegliete!”(1)
Carlo Alberto non risponderà mai alla lettera né tanto meno si schierò con il fondatore della Giovine Italia, il quale in tutta risposta gli dichiarò “guerra” tentando di prendersi il Piemonte con la forza(2)
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1Lettere nella storia: Mazzini e l’amore all’Italia, Tgposte, Carlo Di Cicco,https://tgposte.poste.it/2023/09/24/lettere-nella-storia-mazzini-italia/ (ultimo accesso: 1° settembre 2025)
2Cfr. Pinelli, Storia militare del Piemonte, cit. p.39
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1833: La congiura mai scoppiata
2.1 Il fallimento della cospirazione del 1833
L’interesse di Mazzini per il Regno di Sardegna era alimentato dal fatto che esso era l’unico stato, nel contesto preunitario italiano, a possedere un apparato militare numeroso, disciplinato e ben armato. Prendere il controllo di esso era per lui un passo necessario verso la riunificazione nazionale della penisola. Non è un caso quindi che le sue attività cospirative si concentrarono ad Alessandria, Genova e Chambery; ovvero le principali piazzeforti piemontesi(1). Mazzini descrisse così, in uno scritto del 1862, l’attività di proselitismo svolta nell’esercito: “Riuscimmo a impiantare relazioni con quasi tutti i reggimenti, nuclei attivi in alcuni e fila più numerose nell’artiglieria in Genova e Alessandria dove stava a guardia degli arsenali. Affratellammo caporali, sergenti, capitani: a contatto continuo coi loro soldati essi sono più influenti dei capi. Acquistammo in sostanza convincimento, che l’esercito osteggerebbe o no, a seconda del carattere che la prima mossa assumerebbe e sarebbe, in ogni modo, tiepido nel resistere”(2). Le idee mazziniane non si erano fatte strada solo nel mondo militare ma anche nelle realtà statali, lo dimostra un rapporto del 1831 nel quale si afferma che in alcuni raduni presso la libreria Doria a Genova, luogo conosciuto per essere sede di incontri di matrice sovversiva, erano presenti anche quattro Magistrati, dei quali uno possedeva un’alta carica nel Regio Senato della città(3). L’obbiettivo di Mazzini, dopo aver ottenuto un buon numero di sostenitori tra i militari e le cariche civili, era, da quanto emerso nei successivi processi, quello di prendere il controllo di: fortezze, caserme, arsenali e munizioni nelle tre città già citate, alle quali si aggiungeva anche Torino, in quanto
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1Cfr. Eugenio Passamonti, Nuova luce sui processi del 1833 in Piemonte, Felice Le Monnier, Firenze, 1930, p.2
2Ivi, p. 9
3Cfr., Ivi, p. 24
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sede del Potere Regio(1). Il tutto avrebbe dovuto svolgersi di domenica, giorno in cui i militari si recavano a messa disarmati(2). Ottenuto il controllo di tali punti strategici, il passo successivo sarebbe stato quello di eliminare o mettere in silenzio gli ufficiali superiori, i Magistrati, i Ministri nemici della rivoluzione e lo stesso Re. Raggiunto il predominio militare e politico le forze rivoluzionarie avrebbero mosso guerra all’Austria nel tentativo di scacciarla dai territori del Lombardo-Veneto(3). Secondo le previsioni di Mazzini tutto questo avrebbe generato imponenti rivolte in Toscana, Romagna e nell’Italia meridionale(4). Il Re e i suoi ministri, consapevoli della situazione delicata in cui si trovavano, non rimasero con le mani in mano. Il primo provvedimento preso, tra il gennaio e il marzo del 1832, fu quello di emanare disposizioni per un eventuale stato d’assedio in caso di insurrezione(5). Il Sovrano poi promosse una stretta collaborazione tra le autorità sarde e quelle austriache presenti in Italia, con le quali vi era un fitto scambio di informazioni relativo alle varie realtà cospirative, ampiamente presenti anche nei domini austriaci(6). Diffuso fu l’utilizzo di spie, le quali, dopo essersi infiltrate nei gruppi, tenevano costantemente informato il Sovrano tramite corrispondenza(7). Fu anche scelto un Ministro degli Interni d’eccezione, Antonio Tonduti de l’Escarène, esperto nella lotta anti-rivoluzionarie che si era fatto le ossa durante il regime napoleonico e per questo ritenuto la persona più adatta per le circostanze in cui versava il Regno(8). Lo stesso Carlo Alberto, come scritto in una lettera segreta datata 21 gennaio 1832 e destinata ai suoi governatori, avrebbe partecipato personalmente ad un eventuale scontro con gli insorti.
“Queste sono le istruzione del Re S.M. andrà di persona a combattere i sediziosi se essi diventassero assai numerosi da minacciare seriamente il trono e l’altare.”(9)
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1Cfr. A.F. Trucco, Congiure e cospirazioni in Piemonte nel 1831 e nel 1833, tipografia di Miglietta, Casale Monferrato,1929, p.
2Cfr. Pinelli, Storia militare del Piemonte, cit., p. 42-42
3 Cfr. Trucco, Congiure e cospirazioni in Piemonte nel 1831 e nel 1833, cit., p. 30
4Cfr. Passamonti, Nuova luce sui processi del 1833 in Piemonte, cit., p. 28
5Cfr. Alessandro Luzio, Carlo Alberto e Giuseppe Mazzini, Fratelli Bocca editori, Torino, 1923, p. 150
6Cfr. Passamonti, Nuova luce sui processi del 1833 in Piemonte, cit., p. 6
7Cfr., Ivi, p. 8
8Cfr. Passamonti, Nuova luce sui processi del 1833 in Piemonte, cit., p. 11
9Pericle Carlini, Nuova luce sui processi della “Giovine Italia” nel 1833, Tipografia S. Buttolo, Genova, 1945, p. 11
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Le misure adottate tuttavia, almeno inizialmente, non furono sufficienti a individuare le cellule insurrezionali. Questo non perché fossero inefficaci, semplicemente erano rivolte ai soggetti sbagliati. “La diffusione, non fosse altro, dei nostri iscritti, malgrado lo zelo posto dalla polizia a impedirlo, avvertiva il governo che un lavoro segreto, potente, esisteva nelle province sarde; e da più mesi era posta in opera ogni arte per discoprirne le file e il centro, ma senza successo. Cercavano quel centro dove non era, nelle alte sfere sociali e tra gli antichi cospiratori del 1821; non ideavano neppure che una associazione visibilmente numerosa e capace di eludere le instancabili inquisizioni della polizia mettesse capo a pochi giovani, di nome ignoto e ricchi d’altro che d’energia di volere e di attività senza pari. Però temendo di porre sull’avviso, col vibrar colpi in fallo, i veri cospiratori, spiavano gli indizi senza procedere. E l’insurrezione avrebbe potuto coglierli di sorpresa(1)”.
Malgrado l’organizzazione e l’estensione della rete cospirativa, l’insurrezione tanto sperata non ebbe luogo e questo non per l’impegno delle forze dell’ordine ma a causa di un passo falso compiuto dagli stessi rivoluzionari. Il 20 aprile 1833 due sergenti di stanza a Genova, Gerolamo Allemandi e Sebastiano Sacco, ebbero una lite furibonda durante la quale il Sacco riportò una lieve ferita all’occhio. Al centro della lite vi era una prostituta, Maddalena Bellando, non per una questione di gelosia ma bensì perché Allemandi aveva rivelato alla donna che il Sacco era membro di una società segreta. Interrogato dal proprio Colonnello l’Allemandi confermò che il compagno faceva parte di(2)
” una società di borghesi che tentavano di insubordinare le truppe del presidio”(3).
La notizia giunse rapidamente al Cavaliere di Castelborgo, Comandante della Divisione di Genova, il quale informò immediatamente il Governo di ciò che era
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1Passamonti, Nuova luce sui processi del 1833 in Piemonte, cit., p. 9
2Cfr. Pinelli, Storia militare del Piemonte, cit., p. 42
3Ibid.
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accaduto in città, provvedendo successivamente ad arrestare i militari sospettati di tradimento(1). I fatti di Genova resero per la prima volta le autorità consapevoli della grandezza e dell’estensione del movimento mazziniano nei territori piemontesi e soprattutto di quanto questo fosse diffuso tra le file dell’esercito, generando non poche preoccupazioni in Carlo Alberto, il quale credeva che l’intero apparato militare fosse compromesso. Gli osservatori dell’epoca danno la colpa al fallimento del 1833 alla qualità degli uomini scelti per tale compito. L’immagine che ci è stata tramandata di essi è quella di un’accozzaglia di militari di truppa e sottoufficiali ignoranti e avidi, i quali si erano uniti al gruppo per semplice tornaconto personale, sperando, così facendo, di costruirsi una fulgida carriera militare all’interno del nuovo stato, nato in seguito alla rivoluzione, grazie al titolo di “Liberatori d’Italia”(2). Di conseguenza essi, non essendo mossi da spirito politico o patriottico, una volta arrestati, denunciarono senza esitazione i propri compagni per evitare la condanna a morte o il carcere. Anche gli ufficiali facenti parte del movimento ci vengono descritti come degli individui poco affidabili pronti a tradire i loro compagni alla prima occasione. Molti furono i paragoni con gli insorti del 1821, giudicati di qualità superiore sia sotto l’aspetto morale che operativo(3). Tale narrazione rimase ampiamente in voga anche negli anni ’20 e ’30 del 1900. Esempio lampante ne sono gli scritti dello storico e archivista Alessandro Luzio. Luzio, pur essendo uno degli esponenti più in vista della realtà storiografica del regime fascista che come abbiamo detto precedentemente aveva fatto propri alcuni ideali mazziniani, fu molto critico nei confronti dell’operato del rivoluzionario genovese(4). In “Carlo Alberto e Giuseppe Mazzini”, pubblicato nel 1923, mette in risalto le pessime qualità dei congiurati del 1833, affermando che molti di essi non sapevano né leggere né scrivere e i pochi che ne erano in grado durante gli interrogatori ammisero che non avevano compreso il vero significato degli opuscoli mazziniani che avevano letto, confermando di essersi uniti al gruppo nel tentativo di scalare la gerarchia militare e
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1Cfr. Ibid.
2Cfr. Ibid.
3Ibid. 4Luzio Alessandro, Treccani, Roberto Pertici, https://www.treccani.it/enciclopedia/alessandro-luzio_(Dizionario-Biografico)/ (ultimo accesso: 2 settembre 2025)
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quindi migliorare la propria condizione economica. L’autore inoltre aggiunse che questo fu il grande errore di Mazzini, in quanto affidarsi a degli uomini poco istruiti e dalla bassa saldezza morale segnò la fine della congiura ancor prima del suo inizio(1). Altro testo dalla narrazione simile fu “Nuove luce sui processi del 1833 in Piemonte”, realizzato da Eugenio Passamonti e pubblicato nel 1930. Passamonti, all’interno del volume, analizza principalmente gli atti processuali seguiti a fatti, fornendoci importanti testimonianze, spesso poco lusinghiere, sugli uomini di Mazzini e in particolare sui suoi reclutatori, i quali facevano spesso leva proprio sulle ambizioni personali dei soldati “adescati”. Qui di seguito ne verranno riportate due, la prima fu rilasciata dal già citato Sebastiano Sacco mentre la seconda da un certo Seguret, anche lui militare e testimone chiave nei processi svoltesi ad Alessandria. Sacco, durante uno degli interrogatori a cui fu sottoposto, raccontò di come un Capitano cercò di convincerlo a unirsi al movimento promettendoli i gradi da ufficiale:
“Io credo-egli disse- di essere qui detenuto per il fatto che vado a narrare a V.S. Un mese fa circa, in un giorno di mercoledì, verso mezzodì, trovandomi a passeggiare per la città con un certo Turffs, furiere nel corpo Reale di Artiglieria, giunti fummo sulla piazza Bianchi, egli salutò un signore a me sconosciuto, il quale trovavasi su quella piazza. Questi gli rese il saluto e subito dopo, senza fare parole, il Turffs mi lasciò col detto signore dicendomi che andava al comando di Piazza, per prendere ordini; io attendessi, mentre sarebbe ritornato tra poco. Quel signore, dopo partito Turffs, si mise a discorrere meco cose indifferenti, relativamente al buono e al cattivo tempo, quindi mi chiese se volevo prendere seco lui alla Giamaica il vermutte; ma io lo ringraziai, pregandolo a dispensarmene. Allora egli mi invitò al suo pranzo, che ricusai egualmente, ed avendo insistito maggiormente e con calore, mi arresi al suo invito: gli dissi però che aspettavo Turffs: ma esso mi rispose che Turffs sarebbe venuto. Dopo ciò ci partimmo insieme, ed egli mi condusse dalla piazza Bianchi alla Trattoria milanese, che io credo situata, da quanto intesi dire, nel vicolo dei Camalli. Ivi essendo, ci mettemmo a sedere a una tavola grande, ove già trovavansi a magiare undici persone, fra le quali un prete ed alcuni chirurghi, almeno li giudicai tali perché parlavano di chirurgia. Ci fu servito un pranzo a noi soli in un angolo della detta
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1Cfr. Luzio, Carlo Alberto e Giuseppe Mazzini, cit., p. 127
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tavola, durante il quale il detto signore cominciò a dirmi che aveva servito, come capitano, Napoleone e che successivamente aveva pure quello stesso grado nelle Truppe di questi Regi Stati. Osservò poscia che eravamo in un tempo in cui non si poteva più vivere, che un po' di rivoluzione sarebbe stata opportuna, e che se io mi fossi fatto del suo partito, sarebbe stata la mia fortuna, giacché avrei subito avuto il grado di sottotenente e sarei quindi in poco tempo pervenuto ai gradi maggiori. Mi osservò che, sotto l’attuale regime, i gradi erano per i nobili e che specialmente i Bassi Ufficiali non avevano mai protezione. Mi sovvengo inoltre che egli mi chiese il mio nome, che io gli declinai. A tutte queste cose io gli risposi freddamente e gli lasciai intendere che io non volevo certamente prender parte e farmi del suo partito, mentre io era furiere ed ero contento del mio grado e non cercavo né desideravo innovazioni di governo. Io mi avvidi che lo stesso avrebbe voluto dirmi altre cose relative alla rivoluzione di cui parlava, ma avendo capito ed essendosi persuaso che io era d’opinione contraria alla sua, cambiò il discorso e si limitò a parlare delle campagne che aveva fatte sotto Napoleone, senza più ritornare sui propositi di prima […](1)”.
Mentre Seguret da prova dell’utilizzo del denaro come mezzo di reclutamento:
“[…] mi disse pure che l’ufficiale Pianavia era incaricato di attirare alla loro lega quanti bassi ufficiali avrebbero potuto ed avergli offerto dei denari […](2)”
In “Congiure e cospirazioni in Piemonte nel 1831 e nel 1833” pubblicato da A. Trucco nel 1929, si dà invece conferma dell’inaffidabilità degli ufficiali facenti parte del movimento, raccontando la vicenda del Tenente Nicola Arduino, appartenente alla Brigata Pinerolo. L’Arduino, una volta scoperto, non esitò a fuggire senza avvisare altri due Tenenti congiurati come lui, Giuseppe Thappaz ed Efisio Tola, quest’ultimo era pure compagno di camera di Arduino. L’atto meschino dell’ufficiale traditore portò alla morte di Tola per fucilazione e all’incarcerazione di Thappaz (3). Altro punto in comune che ritroviamo negli scritti in questione è l’idea secondo cui la reazione di Carlo Alberto e dei suoi funzionare fu del tutto legittima e congrua alla situazione.
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1 Passamonti, Nuova luce sui processi del 1833 in Piemonte, cit., pp. 49-50
2 Ivi, pp. 70-71
3 Cfr. Trucco, Congiure e cospirazioni in Piemonte nel 1831 e nel 1833, cit., pp. 29-30
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Va detto però che, nonostante la narrazione fatta, non tutti i congiurati del ’33 furono dei buoni a nulla dediti al tradimento, esempio di questo ne fu Andrea Vochieri, asceso al pantheon dei grandi del risorgimento grazie alla sua abnegazione. Tra gli uomini di Mazzini bisogna anche ricordare che vi erano molti ex-cospiratori del 1821, lodati per la loro fedeltà alla causa rivoluzionaria. Sbagliata è anche la convinzione secondo cui le milizie mazziniane in questione fossero composte unicamente da sottoufficiali e ufficiali inferiori, tra di esse vi erano infatti soggetti di un certo spessore militare e diversi nobili, come ad esempio il Tenente Colonello Federici e il Tenente Pietro Isola di Novi, rispettivamente aiutanti di campo dei Governatori Generali di Genova e Chambery(1); il Generale Pierre Guilliet, zio del Tenente Thappaz(2) e il Marchese Nicola Cambiaso, citato in una lettera dell’Arduino(3). In ogni caso anche se la congiura avesse avuto luogo probabilmente sarebbe fallita vista l’attenzione posta dalle autorità nel controllare il sottobosco cospirativo presente nel Regno. Mancava inoltre la motivazione a coloro che avrebbero dovuto compiere il tutto, i quali, per la maggior parte, essendo privi di un vero ideale politico e morale difficilmente avrebbero retto l’urto contro le forze regolari e probabilmente alla prima difficoltà sarebbero fuggiti, come dimostrato dalla loro poca resistenza durante gli interrogatori. D’altra parte, come sostenne Trucco, è un bene che la rivoluzione non sia avvenuta, dichiarare guerra all’Austria, la quale era ancora una potenza militare e politica di tutto rispetto nonostante l’affacciarsi della Russia sullo scacchiere internazionale, sarebbe stato un vero suicidio oltre a mostrare la “schiena” alla Francia, che sicuramente non sarebbe rimasta a guardare mentre uno stato a lei confinante collassava in preda a una rivoluzione(4). Tale ragionamento risuona ancora più importante soprattutto se pensiamo al ruolo che ebbe il Piemonte nel processo unitario(5).
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1Cfr. Trucco, Congiure e cospirazioni in Piemonte nel 1831 e nel 1833, cit., pp. 29-30
2Cfr. Carlo Cordiè, Mazzini e i repubblicani italiani. Studi in onore di Terenzio Grandi nel suo 92° compleanno, Casa editrice Paideia, Brescia, 1976, p. 77
3Cfr. Trucco, Congiure e cospirazioni in Piemonte nel 1831 e nel 1833, cit., pp. 33-34
4Cfr. Ivi, p. 27
5Cfr. Ivi, pp. 26-27
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2.2 La congiura ad Alessandria
Nel piano di congiura Mazziniano Alessandria era un caposaldo importantissimo in quanto una delle più importanti fortezze del Piemonte, ma anche perché qui gli ideali della Giovine Italia si erano insediati con forza tra i soldati della guarnigione, ancor di più che a Genova o Chambery. Inoltre, altro fatto da non trascurare, diversi alti ufficiali alessandrini avevano aderito al movimento(1). Il 29 aprile 1833, nove giorni dopo la scoperta della congiura a Genova, un sottoufficiale della Brigata Cuneo in servizio ad Alessandria riferì alle autorità cittadine della presenza di un movimento il cui scopo era quello di sovvertire il Regno. La sua confessione portò all’arresto di un furiere del 1° reggimento della Cuneo di nome Ferraris e dell’Avvocato Andrea Vochieri, all’epoca Procuratore del Tribunale della Provincia di Alessandria(2). Giuseppe Galateri, Governatore della città e Comandante della Divisione Cuneo, fu inizialmente riluttante nell’agire contro i suoi soldati.
“Posso accertare che in quanto ai militari non havvi a supporlo compromesso in qualsiasi modo, ma approfittando della circostanza che in principio di cadum mese si qualche mutazione di truppa in cittadella, nel giorno corrente ho disposto che vi segue un cangiamento di guarnigione”(3).
Fu il Ministro degli Interni in persona a spingere Galateri ad agire sfruttando le confessioni del furiere Seguret(4). Egli indicò Andrea Vochieri come la mente del movimento ad Alessandria, accusa confermata da alcuni documenti compromettenti rinvenuti nell’abitazione dell’avvocato. Essi, oltre a consentirne l’arresto e la condanna a morte, furono fondamentali per la polizia e per i funzionari regi nel comprendere la pericolosa estensione e ramificazione della Giovine Italia nei territori sardi(5). Venuto a conoscenza del tutto Galateri fece arrestare i militari denunciati da Seguret per poi
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1 Ivi, p. 35
2 Cfr. Passamonti, Nuova luce sui processi del 1833 in Piemonte, cit., p. 68
3 Ivi, p. 70
4 Cfr. Ibid.
5 Cfr. Ivi, pp. 70-71
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trasferire la guarnigione, rendendo così impossibile ogni qualsivoglia insurrezione. Testimonianza dei provvedimenti presi c’è la dà lo stesso Governatore in una lettera all’Uditore di guerra della Divisione di Alessandria:
“in seguito alle dichiarazioni fatta dal nominato Seguret sergente furiere della brigata di Cuneo di guarnigione a questa città e delle quale rimetto copia conferme qui completa alla S.V. ho fatto divenire fermo delli militari descritti qui unita copia nominativa ed ora trovansi nella cittadella alla di lei conoscenza, onde abbia ad intraprendere il più pronto procedimenti in loro odio, col manifestarle che il Procuratore Vochieri citato in detto foglio , firmato Seguret, trovasi in arresto pure in cittadella per essere poi, se vi sarà luogo e se così venga ordinato dalla superiorità, rimesso alla di Lei disposizione. Non posso sufficientemente raccontare la spedizione di questa pratica tanto interessante al bene del Regio servizio”(1).
Andrea Vochieri fu l’elemento più importante tra i cospiratori alessandrini, capace di incarnare a pieno l’ideale rivoluzionario senza vacillare nemmeno di fronte alla morte. Galateri lo considerava come il più pericoloso dei mazziniani, ritenendolo il responsabile della corruzione della guarnigione della città(2). Lo stesso Vochieri fornì prova concreta della sua taratura morale in una lettera scritta alla moglie durante la prigionia, divenuta poi suo testamento spirituale e principale prova per la sua condanna(3).
“Moglie mia, conserva questo foglio ad eterna gloria di tuo marito ed insegnalo a’ miei figli ed amici. Italiani! Fratelli! Io muoio tranquillo perché quantunque calunniato e tradito seppi tacere per non compromettere alcun dei miei tanti fratelli. Io muoio tranquillo perché non ho voluto riscattare dal tiranno piemontese la mia vita, come mi venne offerto, col tradimento e collo spergiurio. Io muoio tranquillo perché costante e fiero figlio della Giovine Italia. Infine io muoio, o italiani, coll’estrema mia voce tutti i disposti della terra e loro satelliti: muoio animandovi ad unirvi, ed a sacrificare il vostro sangue per la libertà, indipendenza, e rigenerazione dell’infelice vostra patria.
Andrea Vochieri Vostro Fratello”(4).
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1Ivi, pp. 71-72
2Cfr. Vochieri Andrea, Treccani, Silvia Cavicchioli,https://www.treccani.it/enciclopedia/andrea-vochieri_(Dizionario-Biografico)/ (ultimo accesso: 1° settembre 2025)
3Cfr. Ibid.
4Luzio, Carlo Alberto e Giuseppe Mazzini, cit., p. 162
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L’avvocato, nato ad Alessandria il 15 aprile 1796 da una famiglia piccolo borghese, era già avvezzo al mondo rivoluzionario, al quale si avvicinò dopo aver completato gli studi di giurisprudenza presso l’Università di Torino(1). Fu tra i protagonisti dei moti del 1821 ad Alessandria. Tentò addirittura, con un centinaio di federati alessandrini, di occupare il castello della vicina Casale Monferrato(2). Fallita l’insurrezione fuggì brevemente in Spagna per poi rimpatriare qualche anno dopo e grazie all’aiuto del fratello poté ritornare a svolgere la propria professione di avvocato. Aderì precocemente alla Giovine Italia e ne propagandò gli ideali fino al suo arresto, avvenuto nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio 1833(3). Vista la sua pericolosità fu rinchiuso in una piccola cella all’interno della caserma Beleno nella Cittadella di Alessandria e condannato a morte il 20 giugno dello stesso anno(4). La sua esecuzione avvenne due giorni dopo nella Piazza d’Armi cittadina. Per volere di Galateri venne scortato sul luogo dell’esecuzione da ben dodici tamburini così da evitare che il popolo ne potesse ascoltare le parole, dimostrando quanto il Governatore lo temesse(5). Secondo la tradizione il compito di svolgere materialmente l’esecuzione fu affidato a un gruppo di militari inesperti i quali non riuscirono ad ucciderlo con la prima scarica di fuciliera nonostante fosse stato raggiunto da ben undici pallottole, tanto che fu necessario il colpo di grazie alla nuca(6). Il cadavere venne poi gettato nel fossato della cittadella con l’ordine di non svolgere pubbliche dimostrazioni in onore del defunto, anche se secondo una cronaca
“[…] nel giorno seguente il suo sepolcro, malgrado la guardia gelosa, era coperto di rose”(7).
Galateri descrisse così l’esecuzione in una lettera indirizzata a Torino:
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1Cfr. Vochieri Andrea, Treccani, Silvia Cavicchioli,https://www.treccani.it/enciclopedia/andrea-vochieri_(Dizionario-Biografico)/ (ultimo accesso: 1° settembre 2025)
2Cfr. Ibid.
3Cfr. Ibid.
4Cfr. Ibid.
5Cfr. Ibid.
6Cfr.Ibid.
7Cfr. Ibid.
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“Questa mattina alle ore 7 e mezzo, ebbe luogo su questa Piazza d’armi l’esecuzione della sentenza proferta dal Consiglio di Guerra Divisionale in odio del causidico Andrea Vochieri…Sebbene tanto pel grado di reità del medesimo,…quanto per la poca o niuna considerazione di cui il condannato godeva presso gli stessi suoi concittadini (???), non s’avesse a temere il benché menomo disordine, né per parte degli abitanti e molto meno delle truppe, stimai tuttavia prudente d’ordinare, che oltre alla Compagnia ed al picchetto destinati a scortarlo al luogo del supplizio, vi si aggiungessero un tamburo Maggiore con 12 Tamburini, onde nel caso tentasse di parlare al popolo, o durante il tragitto, od al momento dell’esecuzione la sua voce fosse tosto coperta dal loro strepito; e che una riserva composta dallo stesso personale comandata per l’esecuzione de’ noti Sergenti si schierasse fuori porta Marengo su della piccola spianata esistente a poca distanza di essa, onde premunirmi da ogni sinistro attentato, affidando il Comando al Sig. Maggiore Generale Com.te la Brigata Cuneo. L’esecuzione venne compiuta da un picchetto di Gendarmi addetti alla Catena Militare da me a tal uopo comandato, senza che sia seguito il benché minimo disordine, mercè anche la somma attività spiegata dal Sig. Cav.e Caravadossi Com.te di questa Città e Provincia, al quale, trattandosi di un borghese, affidai la direzione di tale esecuzione. Il paziente ricevette i Santissimi Sacramenti con bastante cristiana rassegnazione non che gli altri Spirituali conforti di nostra Santissima religione. E nel pregare V.S. Ill.ma a voler dare comunicazione della presente all’Ill.mo Sig. Primo segretario di Guerra e Marina non che all’Ill.mo Conte di Cimelle Consigliere di Stato di S.M. ai quali per mancanza di tempo io non iscrivo, io mi fo per ultimo a parteciparle che il condannato al momento della notificanza della sentenza che udì con impassibilità d’animo, con termini presso che uguali alla memoria che sottoscritta dal suo difensore Sig. Ten. Goria ho l’onore di acchiuderle, rinnovando le proteste del mio distintissimo ossequio.
Il governatore Galateri(1)”
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1Luzio, Carlo Alberto e Giuseppe Mazzini, cit., pp. 158-159
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Vochieri divenne ben presto un simbolo di libertà, nonché un martire che muore per essa. Il primo a strumentalizzarne la figura in questo senso fu lo stesso Mazzini e dopo di lui lo fecero i democratici durante i disordini del 1870 e dopo ancora il regime fascista, che vide in Vochieri l’esempio dell’eroismo italico. Una sua riabilitazione pubblica si avrà nel 1848, seguita, undici anni dopo, dal primo monumento pubblico a lui dedicato, collocato nel cimitero cittadino(1).
2.3 La Giovine Italia in Lombardia
Anche in Lombardia, come in Piemonte, la Giovine Italia seppe attecchire con successo, in particolar modo tra i militari e giovani studenti. Le deposizioni di alcuni affiliati, seppur esagerate, forniscono un’ottima visuale sulla diffusione del movimento nei domini austriaci in Italia(2).
“Al presente si può stabilire come numero approssimativo 3.500 federati nella pura città, esclusi coloro, che benché pronti, non sono a parte del segreto […] vi sono delle bettole, delle botteghe di panettieri, macellai ecc… dove è spesso letto [il Tribuno] e commentato tanto a Milano come nei contorni di Bergamo […] oltre alla maggior parte dei negozianti, due terzi di Brescia erano federati”(3).
Come si evince dalla testimonianza, le città maggiormente intaccate dal movimento furono Bergamo, Brescia e Verona. I suoi ideali avevamo maggior forza nelle valli, in particolare quelle bergamasche e bresciane. La più importante era però la Val Tellina, strategicamente fondamentale e moralmente favorevole ad un’azione di questo tipo(4).
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1Cfr. Vochieri Andrea, Treccani, Silvia Cavicchioli, https://www.treccani.it/enciclopedia/andrea-vochieri_(Dizionario-Biografico)/ (ultimo accesso 1° settembre 2025)
2Cfr. Arianna Arisi Rota, Il processo alla Giovine Italia in Lombardia (1833-1835), FrancoAngeli s.r.l., Milano, 2003
3Ivi, p. 32
4Cfr. Ivi, p. 33
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“Molto armigera e fatta espressamente per la piccola guerra”(1). Inferiore era il supporto proveniente dalle realtà meridionali della regione(2). Pure in Lombardia i primi arresti che portarono alla scoperta della fitta rete cospirativa mazziniana avvennero nell’anno 1833. Il primo a essere arrestato fu un giovane militare di ventiquattro anni, Gaetano Rolla. Rolla, nativo di Vailate, era un soldato semplice appartenente alla Divisione Granatieri del Reggimento Geppert, di stanza a Milano. Venne arrestato l’11 agosto perché accusato di possedere libri di matrice sovversiva. Inoltre vi era chi lo accusava di aver recitato il giuramento della Giovine Italia di fronte a un parroco, figura non casuale, infatti, a differenza del Regno di Sardegna, nel Lombardo-Veneto i rivoluzionari cercarono di portare dalla loro parte i sacerdoti, soprattutto quelli più giovani(3). L’arresto di Rolla portò anche a quello di Giovanbattista Piardi, studente originario di Brescia, il quale avrebbe fornito i testi incriminati al militare. In particolare Piardi fu essenziale per le indagini in quanto, per mitigare la propria posizione, fu ben disposto a confessare. L’arresto dei due giovani fu, per le autorità austriache, il primo passo per fare chiarezza sulla struttura della Giovine Italia nei possedenti austriaci nella penisola(4). L’inchiesta fu affidata a Paride Zajotti, Consigliere d’appello del Tribunale di Milano ed esperto in processi politici(5). Le indagini e gli interrogatori rivelarono piani e strategie molto simili a quelle delle cellule piemontesi, a partire dai loro incontri che avvenivano in osterie e caffè.
“[…] li incontravamo al Caffè del fumo nella Corsia dei servi, arrivando a pronunciare frasi tipo: Bisogna andar alle corte. Si tratta di eseguire la rivoluzione, e questa avrà il suo effetto entro 15 o 18 giorni”(6).
Il piano dei cospiratori era quello di trasformare Milano, con l’aiuto dei soldati loro alleati, in un centro rivoluzionario e militare. Diverse azioni di sabotaggio e disturbo furono progettate, ma mai attuate, per raggiungere tale obbiettivo, come ad esempio l’avvelenamento delle acque del Castello Sforzesco
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1 Ibid.
2 Cfr. Ibid.
3 Cfr. Ivi., p.
4 Cfr. Ivi, p. 21
5 Cfr. Ivi, p. 23
6 Ivi, p. 22
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o l’occupazione della polveriera di Lambrate(1). L’estensione del movimento sconvolse le autorità imperiali, le quali osservavano con interesse i provvedimenti presi da Carlo Alberto e dai suoi funzionari. Lo stesso Metternich sollecitò insistentemente il rappresentante austriaco a Torino di raccoglie più informazioni possibili. Non è da dimenticare infatti che le due realtà erano in stretto contatto l’una con l’altra tramite i propri ambasciatori proprio perché consapevoli della probabile esistenza di gruppi sovversivi tra i loro confini(2). Alla fine dell’anno 1833 l’intera trama cospirativa era giunta a galla, anche se, a causa della resistenza di alcuni affiliati al gruppo, mancavano diversi tasselli e nomi utili a chiudere definitivamente l’indagine. Il problema venne risolto con la scoperta di un elenco dei corrispondenti di Mazzini sul territorio. Grazie a esso si poté procedere con nuovi arresti, oltre a confermare l’identità di chi era già stato incarcerato(3). Le disposizioni di Zajotti furono dure e volte a debellare ogni nuova forma di realtà cospirativa.
“Lo scopo della Giovine Italia era così manifesto che chiunque vi risultasse aggregato doveva automaticamente ricadere nel delitto di Alto tradimento, senza bisogno di particolare distinguo. Inoltre chi veniva accusato di ostacolare le indagini sarebbe stato punito con il carcere a vita”(4).
Tra le figure più importanti arrestate da Zajotti vi è sicuramente quella di Luigi Tinelli, nobile e ricco imprenditore nativo di Laveno, già compromesso durante i moti del 1821(5). Dai suoi compagni interrogati venne descritto come la vera mente dietro la Giovine Italia lombarda, anche se lui smentirà tali affermazioni, definendosi un semplice addetto alla propaganda(6). Probabilmente lo sminuire il suo ruolo nel
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1 Cfr. Ivi, pp. 21 e 37-38
2 Cfr. Ivi, p. 26
3 Cfr. Ivi, pp. 37-38-39
4 Ivi, p. 37
5 Cfr. Tinelli Luigi, Treccani, Arianna Arisi Rota, https://www.treccani.it/enciclopedia/luigi-tinelli_(Dizionario-Biografico)/ (ultimo accesso: 1° settembre 2025)
6 Cfr. Tinelli Luigi, Treccani, Arianna Arisi Rota, https://www.treccani.it/enciclopedia/luigi-tinelli_(Dizionario-Biografico)/ (ultimo accesso: 1° settembre 2025)
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movimento era volto a proteggere la sua famiglia e la sua attività, una fabbrica di ceramiche(1). Nonostante i tentativi di presentarsi come una figura di secondo piano, nel 1835 venne condannato alla pena di morte per tradimento, pena poi commutata a venti anni di carcere e successivamente in esilio. Terminati i processi vi furono: 19 condanne a morte e 1 condanna a pena detentiva temporanea. Per coloro i quali non furono trovate prove sufficienti non si eseguì nessun procedimento penale e ai congiurati di giovane età fu data una pena ridotta(2). Un provvedimento curioso fu quello di proporre come alternativa al carcere l’esilio negli Stati Uniti. Chiunque avesse scelto tale opzione avrebbe perso ogni titolo, ogni privilegio e ogni proprietà unito al divieto di rientrare in Europa(3). Tinelli scelse proprio questa opzione, salpato da Trieste il 6 agosto 1836 giunse a New York il 17 ottobre dello stesso anno. La partenza per Tinelli fu estremamente dolorosa, dovendo abbandonare l’attività, la moglie e i figli, i quali, avendo lui perso ogni diritto in patria compreso quello della patria podestà, non erano più riconosciuti come tali. Negli Stati Uniti si ricostruì rapidamente una carriera, ben accolto sia dalle autorità americane che dagli altri esuli italiani, divenendo anche, dopo aver ricevuto la cittadinanza statunitense nel 1841, Console degli Stati Uniti a Oporto(4). Durante la sua permanenza in Portogallo strinse una singolare confidenza con l’allora ex-Re Carlo Alberto lì in esilio. Sarà lo stesso Tinelli e redirigere l’atto di morte del vecchio sovrano piemontese(5). Fece brevemente ritorno in Italia nel 1848, quando si recò a Milano durante le “Cinque giornate”, alle quali suo figlio Ferdinando partecipò attivamente nella “Colonna Tinelli”(6). Rientrato in America si impegnò a difendere gli interessi degli emigrati italiani fino allo scoppio della guerra civile americana, durante la quale, insieme ad altri ufficiali, fondò il 39° Reggimento Fanteria, conosciuto come “Garibaldi Guards” e composto per la maggior parte da italiani(7).
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1Cfr. Tinelli Luigi, Treccani, Arianna Arisi Rota, https://www.treccani.it/enciclopedia/luigi-tinelli_(Dizionario-Biografico)/ (ultimo accesso: 1° settembre 2025)
2Cfr. Arisi Rota, Il processo alla Giovine Italia in Lombardia (1833-1835), cit., pp. 143-144
3Cfr. Ivi., p. 146
4Cfr. Tinelli Luigi, Treccani, Arianna Arisi Rota, https://www.treccani.it/enciclopedia/luigi-tinelli_(Dizionario-Biografico)/ (ultimo accesso: 1° settembre 2025)
5Cfr. Tinelli Luigi, Treccani, Arianna Arisi Rota, https://www.treccani.it/enciclopedia/luigi-tinelli_(Dizionario-Biografico)/ (ultimo accesso: 1° settembre 2025)
6Cfr. Tinelli Luigi, Treccani, Arianna Arisi Rota, https://www.treccani.it/enciclopedia/luigi-tinelli_(Dizionario-Biografico)/ (ultimo accesso: 1° settembre 2025)
7Cfr. Tinelli Luigi, Treccani, Arianna Arisi Rota, https://www.treccani.it/enciclopedia/luigi-tinelli_(Dizionario-Biografico)/ (ultimo accesso: 1° settembre 2025)
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sessant’anni di età combatté in numerose battaglie fino a raggiungere il grado di Colonello. Dovette ritirarsi dal sevizio nel 1863 a causa di una febbre malarica contratta probabilmente operando nei territori paludosi della Florida. Ritornato alla vita civile riprese la sua attività notarile e di supporto agli emigrati italiani. Il 25 marzo 1873, all’età di 74 anni, morì a causa di alcune complicazioni(1). Ancora oggi riecheggiano le parole che Tinelli pronunciò nel suo processo, parole che rappresentarono con estrema lucidità i grandi cambiamenti che l’Europa della sua epoca stava affrontando:
“Poche cose or mi rimane da dire sulle prepotenti cagioni dei deplorati e reiterati tentativi rivoluzionari in Italia […] L’Europa tutta, anzi lintiera Terra è agitata da uno stato di crisi, lo spirito di riforma, di progresso e di miglioramento è dappertutto, è penetrato in ogni ceto, in ogni paese. Le finanze, i lumi, il commercio, i nuovi ritrovamenti, le fratellevoli relazioni di popolo a popolo hanno creato un nuovo mondo, dalle sorgenti del Reno alle cateratte del Nilo, dal Mississippi al Baristeno e un moto, una vita, un sorgere da per tutto […] L’Italia la vetterana della civilizzazione non restò immobile a tali scosse, e forse anche se risentì i primi sintomi: che le comuni sventure lo sprezzo che ci profondano gli stranieri ed un sentimento di nazionale fratellanza ad una gran tempo ridotti hanno gli animi ad un concorde desiderio. L’unione politica degli Stati d’Italia non si presenta che come una brillante utopia all’occhio freddamente sintetico dello statista, ma non così alla mente vulcanica dei giovani italiani, la cui fervida immaginazione è pronta a ogni momento a ricevere le esterne impressioni e facile a infiammarsi secondata dal vasto incendio che la circonda(2)”.
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1Cfr. Tinelli Luigi, Treccani, Arianna Arisi Rota, https://www.treccani.it/enciclopedia/luigi-tinelli_(Dizionario-Biografico)/ (ultimo accesso: 1° settembre 2025)
2Arisi Rota, Il processo alla Giovine Italia in Lombardia (1833-1835), cit., p. 139
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1834: l’invasione della Savoia
3.1 La Savoia, una realtà complessa
La Savoia è una regione di confine tra Italia, Francia e Svizzera e come tante altre regioni di confine la sua storia e la sua gestione sono sempre state complesse, soprattutto nel XIX secolo. Essa era contesa tra Francia, Svizzera e Regno di Sardegna, a cui apparteneva. La Francia era interessata ai suoi territori occidentali che perdette dopo il 1815(1), mentre la Svizzera bramava i suoi territori settentrionali, storicamente e culturalmente più vicini alla Confederazione Elvetica che al Piemonte, tanto che al crollo dell’impero napoleonico i suoi abitanti espressero la volontà di unirsi ad essa. Non è un caso quindi che la maggior parte dei cospiratori savoiardi provenisse proprio da lì(2). La Savoia aveva un alto valore simbolico per i regnanti piemontesi in quanto culla della loro dinastia. Dopo quest’ultima affermazione si potrebbe pensare che la Savoia e i suoi abitanti fossero tra i sudditi più fedeli del Regno, legati alla casata dei Savoia da un forte legame, ma in realtà non era affatto così. Tra i savoiardi serpeggiava un certo malcontento, alimentato dalla prepotenza dei funzionari governativi e dal fatto che l’amministrazione sabauda privilegiasse i piemontesi all’interno di polizia, esercito e nelle cariche pubbliche(3). Inoltre era ancora ben impresso nella memoria degli abitanti della regione la carestia del 1816-1817, durante la quale gli aiuti da Torino arrivarono con un certo ritardo(4). Lo stesso Carlo Alberto dubitava della lealtà dei savoiardi, in quanto li considerava sempre più vicini alla sfera d’influenza francese(5). Effettivamente Carlo Alberto non aveva tutti i torti a temere questo, la Francia infatti era ben più pericolosa della Svizzera all’interno della lotta per il controllo della Savoia, sfruttando spesso l’arma della propaganda a proprio vantaggio. Gli strumenti più potenti in tale contesto furono i libri, a Parigi ne vennero pubblicati
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1 Cfr. Mastellone, Mazzini e la “Giovine Italia” (1831-1834), cit., p. 148
2 Cfr. Cordiè, Mazzini e i repubblicani italiani, cit., pp. 78-79-80
3 Cfr. Ivi, p. 148
4 Cfr. Ivi., p. 71
5 Cfr. Ibid.
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diversi nei quali il Ducato di Savoia era rappresentato come una realtà oppressa dal dominio dispotico del Piemonte e dove i contadini non osavano ribellarsi perché sobillati dal clero, a differenza invece dei borghesi che erano ben disposti a farlo al momento giusto, alimentando quindi l’idea di una possibile insurrezione di matrice repubblicana(1). I giovani che l’abbandonavano venivano poi dipinti come dei perseguitati politici che fuggivano dalla propria terra natia per raggiungere la tanto agognata libertà. A rafforzare questa immagine contribuirono anche gli esuli politici dal Ducato(2). Testimonianza concreta dell’instabilità di tali territori sono alcuni disordini avvenuti a Chambery tra il 1831 e il 1832, i quali, seppur sedati facilmente dal Governatore, preoccuparono non poco il Sovrano, perché da semplice dibattito tra Gesuiti e studenti assunsero una connotazione politica, portando moderati e conservatori allo scontro(3). Fu invece tenue la partecipazione ai moti del 1833 dove Chambery, a differenza di Alessandria e Genova, ebbe un ruolo marginale. Tuttavia Carlo Alberto, convinto che vi fosse anche nel capoluogo savoiardo una fitta rete rivoluzionaria, volle agire con egual forza come fatto negli altri centri cospirativi, cosa che rese i rapporti tra le due realtà ancora più tesi(4).
3.2 La preparazione della spedizione
Furono queste le premesse che portarono Mazzini a vedere il Ducato di Savoia come un terreno di gioco a lui favorevole. Egli aveva già tentato di invadere la Savoia nel 1831 senza però riuscirci concretamente a causa della mala organizzazione del tutto(5). Ciononostante l’insuccesso della congiura del 1833 e l’inasprirsi dei rapporti tra savoiardi e piemontesi indussero Mazzini e i suoi a ritentare l’impresa. Per il successo della missione il primo passo da compiere era quello di ottenere il maggior supporto possibile dalle varie realtà repubblicane e rivoluzionare. In particolare Mazzini sperava di guadagnarsi l’appoggio dei democratici svizzeri, gli
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1Cfr. Mastellone, Mazzini e la “Giovine Italia” (1831-1834), cit., p. 149
2Cfr. Ibid.
3Cfr. Cordiè, Mazzini e i repubblicani italiani, cit., p. 77
4Cfr. Ivi, pp. 77-78
5Cfr. Cordiè, Mazzini e i repubblicani italiani, cit., p. 73-74
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unici in grado di far chiudere un occhio alle autorità elvetiche sui movimenti degli esuli italiani(1). Per raggiungere il suo obbiettivo Mazzini non esitò a sfruttare a proprio vantaggio le pretese svizzere sulla Savoia, supportando il progetto della “Grande Confederazione delle Alpi” per la cui realizzazione mancavano solo la Savoia e il Tirolo. A tale scopo collaborò con il giornale “Europa centrale”, stampato per la prima volta il 17 dicembre 1833(2). Tra le tante cose che esso propugnava vi era l’idea di una Savoia libera ed emancipata, non è un caso infatti che uno degli articoli più importanti del primo numero fosse intitolato proprio “Savoie”. Lo stesso Mazzini espresse la sua vicinanza alla causa elvetica con queste parole:
“A chi mi domandava quali erano le sorti serbate, in caso di riuscita [alla Savoia], io rispondevo: che sarebbe lasciato al voto della popolazione di serbarsi all’Italia o dichiararsi francese o congiungersi alla confederazione svizzera; e che quanto a me, avrei desiderato scegliesse il terzo”(3).
Ma il motivo più importante per avere la Svizzera, o meglio alcune delle sue realtà politiche, dalla propria parte era che essa ospitava un cospicuo numero di profughi politici provenienti da tutta Europa, i quali avrebbero potuto contribuire al buon esito della spedizione(4). Tra di loro i più famosi erano i polacchi. Fuggiti dopo la caduta di Varsavia, si erano rifugiati prima in Germania e poi a Parigi dove, nel 1831, avevano fondato un proprio comitato, il quale dichiarava di essere pronto a combattere insieme ai popoli che ricercavano la libertà(5). Poco dopo il loro arrivo in Francia furono però espulsi perché considerati elementi pericolosi e sovversivi(6). Quattrocento di loro si stabilirono in Svizzera dove diedero vita a un vero e proprio corpo militare diviso in otto compagnie e dotato di uno Stato Maggiore. Inoltre il gruppo, così composto, fungeva anche da “Repubblica” ambulante, al cui governo vi era proprio lo Stato Maggiore(7). I polacchi, grazie alla loro organizzazione e alla loro esperienza, divennero
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1Cfr. Mastellone, Mazzini e la “Giovine Italia” (1831-1834), cit., pp.161-162
2Cfr. Ibid.
3Ibid.
4Cfr. Ivi., pp. 163-164
5Cfr. Ibid.
6Cfr. Ibid.
7Cfr. Ivi., pp.165-166
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ben presto tra le milizie più ricercate e prestigiose all’interno delle realtà rivoluzionarie, non è un caso quindi che lo stesso Mazzini abbia cercato di coinvolgerli nella propria causa(1). Gli esponenti della Giovine Italia ebbero un primo incontro, poco fruttuoso, con i comandanti polacchi nel giugno del 1833. Solo pochi di loro erano disposti ad unirsi alla spedizione, convinti che
“Un corpo di qualche centinaio di polacchi poteva influire molto poco su un’impresa assecondata dalla numerosa nazione italiana”(2).
Tuttavia, come constatato dallo stesso Mazzini, era importante che tutto il contingente si unisse a loro, grande infatti era l’entusiasmo che essi suscitavano tra i rivoluzionari, anche esso fattore importante per la buona riuscita dell’invasione(3). Le circostanze cambiarono quando la difficile situazione della Savoia divenne di interessa internazionale, si pensava infatti che massicci disordini nella regione avrebbero potuto scatenare un effetto a catena in grado di gettare nel caos l’intera Europa. Questo portò diverse realtà rivoluzionare europee a sostenere la causa di Mazzini, in particolare i polacchi videro nella sua impresa la chiave di volta per raggiungere i loro obbiettivi. La Giovine Italia si faceva così carico delle speranze di tutti i partiti d’opposizione d’Europa(4).
“A me sorrideva l’idea d’inanellare colla causa d’Italia quella delle altre nazioni oppresse e impiantare sulle nostre alpi una bandiera di fratellanza europea. La Giovine Europa era nella mia mente uno sviluppo logico del pensiero che informava la Giovine Italia. E i primi ridestarsi d’Italia doveva essere a un tempo atto d’iniziativa, una consacrazione dell’alto ufficio che le spettò nel passato, e le spetterà, confido, nell’avvenire. La federazione dei popoli doveva trovare il suo germe nella nostra legione”(5).
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1Cfr. Ibid.
2Ivi, pp. 167-168
3Cfr. Ibid.
4Cfr. Ibid.
5Ivi, p. 169
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Fioriva in questo modo, dalle radici della Giovine Italia, la Giovine Europa, capace di incarnare i sogni e le aspettative degli europei che, come Mazzini, bramavano l’indipendenza e la libertà delle proprie terre. Il primo passo di questo cammino verso la libertà sarebbe stato proprio l’emancipazione della Savoia. Certi di ottenere l’appoggio di tutti i cospiratori d’Europa, c’era ancora una domanda a cui bisognava dare risposta, chi avrebbe guidato la spedizione? A tal proposito vi furono diverse proposte, tra cui: il Generale Damas, il quale si vantava di poter organizzare una propria milizia di trecento uomini; Giacomo Antonini, novarese che aveva combattuto durante la rivoluzione polacca tanto che tra i profughi di quella nazione era definito come “Notre compatriote” e il Generale Gerolamo Ramorino(1). Ramorino superava tutti gli altri in notorietà, era ben visto dai bonapartisti, dai costituzionalisti e anche lui aveva combattuto insieme ai polacchi ed era molto popolare tra di loro, oltre che tra i genovesi e tra gli stessi savoiardi(2). Furono queste le motivazioni che lo portarono a essere nominato comandante della spedizione(3). Nei primi mesi del 1833 a Parigi venne pubblicata una biografia sul generale nella quale venivano narrate le sue imprese militari(4). In essa vi era scritto che Ramorino nacque a Genova nell’anno 1792. Giovanissimo, fu destinato alla scuola militare di Saint-Cyr dalla quale uscì con il grado di Sottotenente. Nel 1809, all’età di soli 17 anni, prese parte alla campagna napoleonica contro l’Austria e successivamente anche a quella contro la Russia. Durante i Cento giorni combatté al fianco di Napoleone per poi ritirarsi a vita privata in seguito alla definiva caduta dell’impero. Dopo un breve soggiorno in Savoia, dove risiedeva il fratello, nel 1821 prese parte ai moti avvenuti in Piemonte, terminati i quali si recò in Polonia mentre era in corso una rivolta contro il dominio russo. Qui, con il grado di Colonello di brigata, prese parte a innumerevoli scontri al fianco dei rivoltosi polacchi. Sedata la rivolta Ramorino fuggì in Francia(5). La biografia si concludeva con questo augurio:
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1 Cfr. Ibid.
2 Cfr. Ivi, pp. 173-174-175
3 Cfr. Ivi, p. 169
4 Cfr. Ivi, p. 172
5 Cfr. Ramorino Gerolamo, Treccani, Alberto Baldini, https://www.treccani.it/enciclopedia/gerolamo-ramorino_(Enciclopedia-Italiana)/ (1° settembre 2025)
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“È da notarsi che mai non gli sfuggì occasione per addimostrare il vero e deciso attaccamento alla troppo infelice Polonia, e per mantenere sempre viva nei buoni la santa fiamma della libertà. Ma più gloriose gesta attende la cara sua patria, l’Italia, oppressa da troppo lungo servaggio, quando giunto il momento, lo invocherà duce supremo nella terribile lotta, che andrà a formare un’era novella pei destini di Europa tutta”(1).
Nonostante il buon biglietto da visita, intorno alla figura di Ramorino iniziarono ad aleggiare diverse voci non rassicuranti, riguardanti soprattutto la sua affidabilità. Anche lo stesso Mazzini era titubante nel lasciare a lui il comando, tuttavia dovette piegarsi alla volontà dei suoi sostenitori, i quali senza il Generale non si sarebbero mossi(2). Ramorino rispose favorevolmente alla chiamata.
“Ramorino è pronto, ma vuol denaro per organizzare, armare i suoi etc., ed ha ragione”(3).
Il comandante chiese 40.000 franchi per armare mille uomini che avrebbe reclutato a Lione, città dove lui aveva una certa fama e che considerava vicina agli ideali rivoluzionari. Giunto a Lione, tuttavia, si trovò davanti ad una situazione nettamente diversa da quella che aveva previsto. La polizia infatti era molto attenta a evitare la partenza di eventuali volontari e questo perché, come già detto, la Savoia era una regione di tensione internazionale e un tacito assenso da parte della Francia alla spedizione avrebbe sicuramente inasprito ancora di più la situazione, oltre a divenire un probabile “casus belli” per la Santa Alleanza(4). Il Generale quindi si recò a Parigi per capire il perché di questo improvviso cambiamento, nella capitale li furono spiegate le motivazioni appena descritte e il suo imbarazzo si trasformò ben presto in angoscia, egli d'altronde aveva dato la sua parola da militare e quindi era in gioco
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1Mastellone, Mazzini e la “Giovine Italia (1831-1834), cit., pp. 172-173
2Cfr. Ivi., p. 173
3Ibid.
4Cfr. Ivi., p.178
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anche il suo stesso onore. Trovatosi di fronte a questi ostacoli per lui insormontabili, in tutto il mese di ottobre non diede sue notizie(1).
“Spronato, rimproverato ei chiese tempo, allegando ostacoli impreveduti al lavoro”(2).
All’immobilità del Generale Mazzini rispondeva con attività affannosa.
“Qui vi sono Generali, trattative col Comitato, pretese, abiti, fucili molti, arruolamenti, protocolli e maledizioni”(3).
Egli, non fidandosi di lasciare il completo comando a Ramorino, aveva creato il Comitato d’insurrezione, grazie al quale fu possibile prendere contatti con i rivoluzionari in Savoia, i quali assicurarono, all’atto dell’invasione, moti a Bonneville e Chambery(4). Nonostante il lavoro continuo la spedizione continuava ad essere rimandata, sia a causa degli imprevisti avuti a Lione ma anche per le innumerevoli defezioni, tra cui quella del Generale Damas, il quale affermava di abbandonare la spedizione perché gli era stato negato l’utilizzo della bandiera francese come stendardo del corpo di spedizione e perché non voleva Ramorino come suo superiore. La verità è che in realtà neppure lui era stato in grado di reclutare gli uomini promessi(5). Mazzini ai suoi compagni preoccupati per i continui rinvii disse:
“Io non so che farvi; ma i ritardi vi sono, derivano dal generale, e nessuno può far che non siano”(6).
Quindi anche il mese di novembre passò senza un nulla di fatto(7). Solo a Dicembre Ramorino si fece vivo, affermando che
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1Cfr. Ibid.
2Ibid.
3Ivi, pp. 178-179
4Cfr. Ivi, pp. 176-177
5Cfr. ivi, p. 179
6Ibid.
7Cfr. Ivi, pp. 179-180
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“Gli riusciva impossibile d’ordinare anche cento dei mille uomini promessi; che la polizia parigina informata, l’aveva interrogato sul disegno, ch’ei s’era valentemente schermito, ma che invigilato, adocchiato in ogni passo, ei non poteva ormai più adempiere alle sue promesse e mi rimandava 10.000 sui 40.000 franchi affidatigli”(1).
I rallentamenti e i continui abbandoni avevano portato con sé un forte sconforto tra i congiurati.
“Scorati e diffidenti pei lunghi indugi e per le promesse ripetute e sempre fallite, perdevano ogni senso di disciplina, partivano, tornavano s’allontanavano senza dir dove in cerca di occupazioni”(2).
Come se non bastasse Carlo Alberto era a conoscenza dei loro piani, cosa dimostrata da una lettera scritta da lui al Duca di Modena(3). Mazzini, cosciente di questo, ideò uno stratagemma ingegnoso per ingannare le autorità:
“Ampliare la sfera tanto che i deboli governi svizzeri la vedessero dappertutto, e impaurissero, parlar di moto ogni cinque giorni, onde tutte le polizie s’avessero a forza di delusioni a non crederci più, e non sapessero la verità del quando, onde tutti ciarlatori, che abbandonano in ogni impresa, parlando sempre di moto non ottenessero più fede, e rimanessero screditati”(4).
Le notizie che faceva trapelare erano spesso esagerate e appositamente costruite per forviare le ricerche, come alcune lettere false che parlavano di un’insurrezione generale nel Regno delle due Sicilie(5). Vi era però un altro problema, forse ben più grave, la presa di posizione della Carboneria e in particolare di uno dei suoi più importanti esponenti, Filippo Buonarroti. Tra lui e Mazzini vi erano stati diversi dissapori oltre a essere in disaccordo sui progetti politici di una futura Italia
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1Cfr. Ivi, pp. 179-180
2Ivi, p. 191
3Cfr. Ivi, p. 181
4Ibid.
5Cfr. Ivi, p. 182
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unita(1). Buonarroti utilizzò la propria influenza per persuadere i carbonari a non unirsi all’impresa, adducendo come motivazione che
“Le formidabili forze austriache in Italia, alle quali bentosto si unirebbero quelle del governo francese, che oggi è contrario a qualunque insurrezione di popolo, non permettono ora di sperare alcun favorevole successo da un simile tentativo in un paese dove, seppur una parte degli abitanti affretta cò voti un qualsiasi mutamento politico, un’altra invece è avvilita dal terrore, e dove la maggioranza oggi incerta potrà in una propizia occasione ricevere un utile impulso. Per il momento la speranza d’una prossima rivoluzione in Parigi e in Francia è una chimera. Le numerose esagerazioni onde la Giovine Italia si lusinga di eccitare e spingere un moto insurrezionale non fanno che ispirar la diffidenza ed accrescere i sospetti, dui dà necessariamente origine il carattere più che dubbio di alcuni capi, ai quali la Giovine Italia affida la direzione suprema dei suoi uomini”(2).
Tale affermazione suonò come una vera e propria scomunica per Mazzini, la quale ebbe conseguenze negative sul suo operato.
“Tutti gli elementi svizzeri che m’erano indispensabili erano affratellati alla Carboneria…io mi trovava a un tratto minato nelle parti vitali del mio lavoro, e sentiva tutte le ruote del congegno arrestarsi, senza poterne indovinare il perché”(3).
Molte erano anche le spie all’interno del gruppo, una di queste fu Luigi Caire, ex furiere dell’Esercito sardo che era riuscito ad infiltrarsi tra gli esuli a Marsiglia e a ottenere la loro fiducia. Egli, in cambio della sua riammissione nell’esercito e a un aumento di grado, forniva utili informazioni riguardanti i capi del movimento, i depositi di armi e i loro spostamenti(4).
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1Cfr. Ivi, pp. 184-185
2Ibid.
3Cfr. Ivi, pp. 188-189
4Cfr. Ivi, pp. 190-191
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Malgrado le difficoltà incontrate Mazzini riuscì a convincere il titubante Ramorino ad agire, fissando l’inizio della spedizione ai primi giorni di febbraio del 1834(1).
3.3 La spedizione in Savoia
Nonostante vi fosse una data di inizio per la spedizione e un comandante pronto a guidarla, la situazione non era idilliaca. Innanzitutto il numero di uomini facenti parte del corpo di spedizione era molto più esiguo di quello progettato inizialmente, esso era composto da: 300 svizzeri nativi di Carouge, 200 polacchi, 150 tedeschi espulsi dal Ducato di Baden e qualche centinaio di esuli italiani a cui poi si unirono diversi francesi e savoiardi(2). L’apparato logistico, fondamentale per un’azione militare di questo tipo, era pressoché inesistente tanto che i cospiratori furono costretti a trasportare tutta la loro attrezzatura a mano perché sprovvisti di animali da soma(3). Anche l’esiguo entourage con cui il Generale si recò in Svizzera rispecchia molto bene l’imprepazione dell’impresa, Ramorino difatti si presentò senza armi o uomini per rafforzare il suo contingente, senza un cavallo e con al suo fianco solo due generali e un medico(4). Mazzini, disposto a raggiungere il suo obbiettivo a ogni costo, decise di agire ugualmente nonostante le evidenti lacune che caratterizzavano il suo piccolo corpo di spedizione. Secondo il progetto elaborato dai vertici della Giovine Italia l’invasione avrebbe dovuto svilupparsi su quattro direttive, ad ogniuna delle quali corrispondeva una determinata colonna armata. La colonna più importante e numerosa era guidata dal Generale Ramorino in persona e comprendeva al suo interno l’intero Stato Maggiore militare e politico(5). Le tre rimanenti, guidate rispettivamente da un ufficiale delle guardie svizzere di Carlo X di nome Sachmann; da Nicola Arduino e Michele Allemandi entrambi ex militari dell’Esercito sabaudo e da Gaspare de Rosales, erano
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1 Cfr. Ivi, pp. 196-197
2 Cfr. Pinelli, Storia militare del Piemonte, cit., p. 60
3 Cfr. Ivi, p. 64
4 Cfr. Mastellone, Mazzini e la “Giovine Italia (1831-1834), cit., pp. 196-197
5 Cfr. Cordiè, Mazzini e i repubblicani italiani, cit., pp.80-81
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più piccole e composte da elementi raccogliticci, il cui compito era quello di fungere da diversivo per la colonna principale e di infiammare la rivolta tra i savoiardi(1). Allo stesso tempo avrebbero dovuto occupare i centri di Lassaud, Les Echelles e Seyssel mentre la colonna principale, partendo dalla zona del ginevrino, aveva il compito conquistare St. Julien per poi spingersi ad Annecy e in fine a Chambery(2). A supporto dell’invasione terrestre alcuni congiurati, tra cui Giuseppe Garibaldi, avevano il compito di provocare un’insurrezione anche a Genova, principale porto piemontese(3). Ramorino iniziò la propria avanzata 1°febbraio(4), contemporaneamente diede ordine ai polacchi, acquartierati a Nyons, di spostarsi a Plan des Outtes, piccola pianura vicino a St. Julien, dove lui li avrebbe raggiunti e così riuniti si sarebbero diretti verso il loro obbiettivo. Tuttavia i polacchi, che avrebbero dovuto muoversi sul fiume Rodano sfruttando delle chiatte, furono intercettati e bloccati dalle autorità svizzere. La Svizzera infatti, pur essendo in conflitto con il Regno di Sardegna proprio a causa della Savoia, decise di intervenire per conservare almeno una parvenza di neutralità, temendo eventuali ritorsioni da parte di Francia e Austria(5). Il mancato ricongiungimento con il contingente polacco portò l’insicuro Ramorino a ipotizzare l’abbandono della missione, in quanto riteneva impossibile proseguire con essa senza il loro fondamentale aiuto(6). A fargli cambiare idea ci pensò un congiurato savoiardo che lo rassicurò, promettendogli che giunti alla frontiera francese, nei pressi di Faucigny, un gran numero di svizzeri e savoiardi si sarebbero unito a loro(7). Giunti al piccolo paese di montagna, solo uno scarsissimo numero di uomini, mossi non da volontà politica ma dalla paga promessa loro, si unì al gruppo. L’esiguo drappello, pur procedendo nella sua avanzata, cambiò direzione. Il Generale riteneva infatti l’attacco a St. Julien impossibile soprattutto dopo che la guarnigione locale era stata rafforzata, raggiungendo le 600 unità. Il nuovo obbiettivo divenne Annemasse, unica località che insorse realmente(8). Per raggiungere la cittadina bisognava però superare il ponte di
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1Cfr. Ibid.
2Cfr. Ibid.
3Cfr. Luzio, Carlo Alberto e Giuseppe Mazzini, cit., p.166
4Cfr. Emanuele Faccenda, I carabinieri tra storia e mito. 1814-1861, Carocci editore, Torino, 2009, p. 200-201
5Cfr. Pinelli, Storia militare del Piemonte, cit., pp. 62-63
6Cfr. Ivi., pp.61-62-63\\
7Cfr. Ivi, pp. 62-63
8Cfr. Ivi, p. 64
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Etrembiers sull’Arve, protetto da una ventina di doganieri e Carabinieri. Dopo un breve scontro a fuoco Ramorino e i suoi riuscirono a superare il ponte(1) e a raggiungere Annemasse alle tre del mattino. Qui, dopo essersi acquartierato, il comandante innalzò il vessillo repubblicano e lesse un proclama scritto da Mazzini, Melegari, Ruffini e Rubin all’interno del quale si invitava la popolazione a insorgere in quanto sacro diritto dei popoli oppressi e di far suonare le campane all’unisono come segno di rivolta. Nessuna campana suonò e molti savoiardi, reduci della Brigata Savoia, si presentarono ai comandi militari per fornire il loro aiuto contro i “liberatori”(2). La fredda accoglienza dei locali e la notizia secondo cui un drappello di cavalleria si stava dirigendo verso Annemasse, spinsero Ramorino ad abbandonare la cittadina per ripiegare verso Ginevra, questo perché i territori ginevrini erano ricchi di vigneti e per tanto in quella zona un attacco da parte di formazioni di cavalleria sarebbe stata più difficile(3), per di più così facendo Ramorino sperava di ricongiungersi con i polacchi, dei quali non aveva più avuto notizia(4). Altri due falsi allarmi portarono gran parte degli uomini della colonna a disertare. Divenuta ormai impossibile ogni tipo di attività, il Generale decise di abbandonare i suoi uomini e di rifugiarsi in Svizzera, secondo alcuni fu addirittura il primo a fuggire(5). Mazzini descrisse così il morale dell’uomo durante il precipitare degli eventi:
“Ramorino seminava la demoralizzazione a lenti gradi”(6).
Con la fuga del loro comandante la maggior parte dei pochi insorti rimasti decise di seguirne l’esempio, ripiegando in Svizzera per consegnare le armi e farsi arrestare. Terminava così, senza un nulla di fatto, l’impresa in Savoia(7). Interessante testimonianza delle sventure del Generale e dei suoi uomini c’è la fornisce uno degli insorti appartenenti alla sua colonna:
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1Cfr. Ibid.
2Cfr. Ivi., p. 65
3Cfr. Ibid.
4Cfr. Ibid.
5Cfr. Ivi, pp. 65-66
6Ivi, p. 66
7Cfr. Ibid.
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“Giunti a Saint-Julien, viene esibito a Ramorino un piano per cui in prima operazione portava la facile presa di quel punto. Egli approva ed ordina la marcia. Lasciamo la Svizzera, salutati dagli auguri della popolazione, che ci aveva accompagnata. Entriamo in Savoia, certi di sparare fra mezz’ora il nostro fucile, pieni di entusiasmo e speranza. Ma un ordine alla testa della colonna fa divergere il cammino. Si crede sia per manovra militare. Si fa un letto di qualche ora ed un piccolo paese detto Bossey, e così rallentare l’andare del momento, e lasciar tempo all’inimico. Si muove poi e per tutt’altra direzione che Saint-Julien. Giunti al ponte di Entrembrey, che dal comandante la colonna si credeva guardato da forze, l’ordine di muovere alla carica, ed alla corsa, alcune schioppettate, che partirono dai doganieri, unica guardia, misero l’entusiasmo a segno, che tutta la colonna partì correndo alla baionetta, e con tal ordine che i militari presenti se ne fecero complimento ed onore. Ma siamo così sfortunati che non ci è neanche permesso di morire gloriosamente, e la infamia de’ nostri nemici sa quanto sarebbe terribile per essi la morte che noi cerchiamo e meritiamo! Tutto sapevasi già dal Governo piemontese. Le forze erano state ritirate, ed abbandonato il paese alla difesa dei doganieri. Rimase morto un doganiere, ed un Polacco ferito. Si marciò fino al Annemasse poco distante di là; era giorno, e ad Annemasse si fece alt nuovamente. Il popolo era più stupito che entusiasta. Alcuni discorsi pronunziati posero entusiasmo, alcuni presero armi. Noi ne avevamo per dispensare. Ma nel campo cresceva il malcontento. Non si intendeva la condotta di Ramorino; noi avevamo sempre costeggiato il territorio svizzero; le nostre continue fermate ci facevano contare e misurare i nostri nemici: noi avevamo bisogno di azione, si chiedeva di marciare avanti, e togliersi ogni possibile ritirata. Ramorino intanto aveva fatto sentire al governo provvisorio che non era contento della popolazione, vedeva in piccol numero, che se i Polacchi di Nyon non ci raggiungevano egli pensava di licenziare l’armata. Alle parole energiche del governo si persuase apparentemente. Dalla Svizzera ci venivan notizie espresse, che i Polacchi sarebbero liberati dal popolo alla prima notizia entusiasmante le giungesse. Ramorino decise di nuovo di porsi in marcia: l’entusiasmo fu al colmo, l’allegrezza infinita; il popolo di Annemasse aveva già piantato l’albero della libertà, e poneva i colori italiani. Partimmo salutati dagli evviva, e guidavamo con noi i più arditi. Dopo poco cammino, giunti ad un paese detto Villagrande, un nuovo comando ci arresta, e ci manca la lusinga ormai nata di marciare verso Thonon, città di Savoia guardata da due o trecento uomini. A Villagrande comincia a distruggersi ogni entusiasmo nella truppa. Ci si fa accampare in una palude. Si lascia mancare il cibo, si lascia usare il vino a volontà ai contadini, che ci seguivano, a segno che io dovetti per impedir l’ubriachezza estrema rovesciare il tinello. Si lascia entrare sul campo ogni individuo, e dispersione. Ma si opponevano al progetto la tranquillità e l’ordine degli italiani e dei polacchi. Si chiama alle armi ad ogni momento per essere attaccati, e veramente le truppe piemontesi si eran lasciate vedere a poca distanza e poteva supporsi venissero ad attaccare, ma non lo ardirono. Il grido all’armi era seguito con prontezza e con ordine, a segno che avvisati che si veniva attaccati da un corpo di cavalleria, che dicevasi presso, si forma quadrata, e ogni cosa prometteva, da Ramorino in fuori, buon successo. I Ginevrini erano accorsi a vederci, ed ammiravano la tranquillità e l’entusiasmo, e non si avvidero di italiani nuovi e polacchi provetti nessuna differenza. I giornali ci fecero questa giustizia, ed i Polacchi dicono che noi li superavamo per tranquillità, perché la diffidenza del capo fece più volte sussultarli. Si voleva marciare, e Ramorino lesse un suo ordine del giorno ardito e lusingò che finalmente risolvesse. Era verso sera e si partiva: al correre a via ci avvedemmo tutti dal poco fatto fino allora, perché a piccole distanze si incontravano imboccature di vie ove stavano sentinelle e popolo svizzero indicanti il confine. Noi avevamo fatto che costeggiare la frontiera. Il popolo ci applaudiva per ogni dove. Dopo poca via ci fermammo ancora, e si disse essere perché i polacchi arrestati in Svizzera speravano essere liberati nella notte e raggiungerci. Qui si compì il tradimento. Le nostre forze eran cresciute nella giornata e lo avrebber potuto ancor di più; ma eravamo 400. La notte corse tranquilla per buona pezza, poi un rumore corse che Ramorino abbandonava il campo, poi false spie che annunciavano vicinanza di truppe e l’esser già circondati, poi provocazione alla diserzione nei contadini, e affamati e stanchi, e disanimati veramente partivano. Noi restavamo e domandavamo marciare; Ramorino rispondeva attendere notizie e protraeva di ora in ora. Sperava che potesse promuoversi la defezione e lo scoraggiamento. La notte inoltrava, la stanchezza era somma, non eravi di che mangiare. Per Dio non si chiedeva che marciare…! Cominciava ad essere tardo ogni provvedimento! Ma eravamo al nostro posto tutti, un solo non mancava. Il tradimento era ormai certo, ma speravamo morire, non disonorarci. Eran tre ore, pochi potevan più reggere, il fuoco mancava. Ginevrini venivano a consigliare ritirarci perché traditi; niuno voleva, né sapere sapeva abbandonare il proprio dovere. Si sperava morire, e niuno ancora sapeva tener per certo il tradimento; ma esso fu certo perché Ramorino era fuggito, lasciando un ordine del giorno che licenziava l’armata, come troppo piccola, ed era fuggito nel momento in cui seppe che nel giorno seguente i polacchi sarebber stati liberati, e celando quella notizia l’ordine del giorno disperdeva tutta la milizia savojarda, e noi eravamo ancor pronti, ma le forze mancavano. Dalla campagna italiana si gridava voler marciare, si giurava vendetta, ma il momento era estremamente violenti; i capi militari subalterni, Bianco e Antonini, che pure per loro parte non erano a rimproverarsi, credettero impossibile ogni riuscita. L’uomo unico, Mazzini, volendo prodigare in eroismo, avendo esaurita ogni forza, prese il fucile in spalla, ma era perduto fisicamente e segno che non parlava più. Non rimase che ritirarsi sul suolo svizzero. Ramorino erasi già consegnato alle forze svizzere, temendo di essere assassinato. Io mi opposi che i nostri lo uccidessero sul suolo svizzero per rispetto ospitalità”(1).
L’unica colonna che riuscì ad arrivare effettivamente al proprio obbiettivo, Les Echelles, fu quella guidata da Arduino e Allemandi. I due partirono con i propri uomini, circa settanta(2), da Grenoble(3) nella notte tra il 2 e il 3 febbraio per poi, dopo aver reclutato lungo il loro cammino qualche contadino con la promessa di dare loro 5 franchi al giorno(4), attraversare il confine nei pressi di Saint-Laurent-du-Pont(5). Alle sei di mattina il drappello guidato dai due italiani entrò in paese con il tricolore mazziniano spiegato al triplice grido di viva la libertà, viva la repubblica e viva la Giovine Italia(6). Essi come prima cosa si diressero verso la piccola caserma dei Carabinieri di Les Echelles per renderne inoffensiva la guarnigione, composta in quel momento da tre uomini. Dopo un piccolo scontro due dei tre militi, il Brigadiere comandante Giacomo Ricciardi e il Carabiniere Giovanni Maria Cherchi, furono fatti prigionieri,
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1 Mastellone, Mazzini e la “Giovine Italia (1831-1834), cit., pp. da 273 a 283
2 Cfr. Cordiè, Mazzini e i repubblicani italiani, cit., p. 83
3 Cfr. Faccenda, I carabinieri tra storia e mito, cit., p. 205
4 Cfr. Cordiè, Mazzini e i repubblicani italiani, cit., p. 83
5 Cfr. Faccenda, I carabinieri tra storia e mito, cit., p. 205
6 Cfr. Ivi, p.206
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mentre un terzo, Felice Bobbio, riuscì a salvarsi gettandosi da una delle finestre dell’edificio(1).
“Il Carab.e Bobbio 2° Feliciano […] occorso il primo alla porta del quartiere per riconoscere da che provenissero le grida che sentiva fu afferrato dal noto Allemandi che gli puntò una pistola al petto; ma il Bobbio con un pugno lo stramazzò e quindi balzando da una finestra giacché non poteva fuggire per la porta si condusse alla scuderia della poste, ove a malgrado dell’opposizione fattagli dallo stalliere, s’impadronì di un cavallo e […] si trasferì a gran corsa armato di un tridente a Pontbeauvoisin per avvertire ciò che occorreva”(2).
Scampato alla cattura Bobbio raggiunse la vicina scuderie delle poste per prendere un cavallo e dirigersi al presidio di Le Pont-de-Beauvoisin, al cui comando vi era il Tenente Colonello Adriano D’onier(3), per chiedere aiuto. I due prigionieri furono invece condotti in un piccolo granaio ai confini del paese dove gli insorti avevano realizzato un posto di blocco per monitorare la strada che conduceva a Chambery(4). Ottenuto il controllo del centro abitato, i mazziniani costruirono altri posti di blocco per rafforzare il loro predominio sul territorio. Proprio in uno di questi sbarramenti incappò, tra le nove e dieci di sera, il Carabiniere Giovanni Battista Scapaccino, anche lui facente parte dei Carabinieri della stazione di Les Echelles, mentre era di ritorno da Chambery(5). Trasportava con sé alcuni ordini del Maggiore Lazari, Comandante della Divisione cittadina, il quale invitava i Carabinieri a ripiegare verso Chambery se la situazione si fosse dimostrata critica. Scapaccino fu velocemente accerchiato dei rivoltosi i quali, afferrategli le redini del cavallo, gli intimarono di arrendersi, di gridare viva la repubblica e di riconoscere il tricolore come sua bandiera. Scapaccino, sdegnato, rispose che lui conosceva una sola bandiera, quella del suo Regno e dopo aver gridato “Viva il Re!” fu raggiunto da due colpi di fucile che posero fine alla sua
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1 Cfr. Ibid.
2 Ibid.
3 Cfr. Pinelli, Storia militare del Piemonte, cit., p 69
4 Cfr. Faccenda, I carabinieri tra storia e mito, cit., p. 207
5 Cfr. Ivi., p. 208
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vita(1). Intanto che si consumava il terribile gesto, D’onier aveva organizzato i propri uomini, poco più di quaranta soldati(2) e qualche Carabiniere(3), con i quali si diresse a Les Echelles. Grazie all’aiuto di un Guardia Boschi riuscì a individuare il rifugio(4) dei cospiratori e a sorprenderli nel sonno(5). Dopo un breve scontro a fuoco i cospiratori, infreddoliti e affamati, si ritirarono oltre la frontiera francese. Nella fuga gli insorti persero cinque uomini e due furono fatti prigionieri, il lombardo Volonteri e il francese Borrel(6). Nell’assalto le truppe sarde ebbero invece solo due feriti, uno lieve(7) e uno grave, il caporale Filippo Massone(8). Altrettanto sfortunato fu il destino della colonna guidata da Rosales, composta da circa 150 uomini(9) (secondo altre fonti in realtà erano solo 50(10) ), per la maggior parte francesi reclutati a Pontcharra sempre con la promessa di ricevere una paga di 5 franchi al giorno(11). Gli uomini in questione furono arruolati con l’aiuto di un noto contrabbandiere savoiardo di nome Francois Piaget(12). Coinvolgere questo personaggio aveva però allertato la vicina postazione di dogana, i cui uomini pensavano che fosse in corso una massiccia operazione di contrabbando. Come se non bastasse Rosales cercò di reclutare un Guardia Boschi della zona che andò subito ad avvertire la locale stazione dei Carabinieri. I doganieri, che per l’appunto si aspettavano una grande opera di contrabbando, avevano posizionato sedici uomini lungo il confine e tre al posto di guardia lungo la strada(13). Gli insorti, probabilmente non tutti armati, assaltarono il casello occupandolo rapidamente, lasciandosi però sfuggire due dei tre uomini che lo stavano presidiando. Gli altri doganieri, di guardia alla frontiera, avvertiti dai loro compagni in fuga ripiegarono verso la strada e al suono delle prime fucilate Rosales e i suoi uomini si dileguarono senza opporre resistenza(14).
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1 Cfr. Col. Alessandro della Nebbia, L’eroe de Les Echelles-Le heròs des Echelles, Nadir media[ rivista on-line], 2019, <L’Eroe di Les Echelles> (ultimo accesso: 2 settembre 2025)
2 Cfr. Cordiè, Mazzini e i repubblicani italiani, cit., p.83
3 Cfr. Faccenda, I carabinieri tra storia e mito, cit., p. 210
4 Ibid.
5 Cfr. Cordiè, Mazzini e i repubblicani italiani, cit., p. 83
6 Cfr. Faccenda, I carabinieri tra storia e mito, cit., p.210
7 Cfr. Pinelli, Storia militare del Piemonte, cit., pp. 69-70
8 Cfr. Faccenda, I carabinieri tra storia e mito, cit., p. 213
9 Cfr. Cordiè, Mazzini e i repubblicani italiani, cit., p. 84
10 Cfr. Pinelli, Storia militare del Piemonte, cit., pp.70-71
11 Cfr. Cordiè, Mazzini e i repubblicani italiani, cit., p. 84
12 Cfr. Ibid.
13 Cfr. Ibid.
14 Cfr. Ibid.
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La colonna guidata da Sachmann fu invece facilmente intercettata in Francia e smantellata dalle truppe francesi ancor prima di varcare il confine sardo(1). La spedizione in poco parole fu un insuccesso totale causato non tanto da atti di tradimento, di cui era stato accusato Ramorino, ma da una scarsissima organizzazione e dalla bassa qualità degli uomini selezionati. La maggior parte erano operai, giovani sfaccendati e contrabbandieri; individui senza nessuna preparazione militare e senza nessun ideale politico, mossi semplicemente dal compenso. Assente era una rete cospirativa locale in grado di supportare gli insorti e assente fu anche la segretezza, addirittura i mazziniani avevano avvisato i Carabinieri della loro invasione nella speranza di trovare degli alleati tra gli uomini dell’Arma. Perfino la formazione delle colonne fu eseguita alla luce del giorno, come dimostrato dalla colonna Sachmann subito intercettata e smembrata(2). Il più grande errore di Mazzini fu però il non aver compreso l’impossibilità di un’azione di questo genere, la quale difficilmente avrebbe messo in ginocchio il Piemonte innescando una grande rivoluzione nella penisola, anche perché se il Regno di Sardegna non fosse riuscito a fermarli sicuramente ci avrebbero pensato le potenze della Santa Alleanza. Le truppe sarde invece, nonostante l’esito positivo del loro intervento, si mossero con lentezza e questo venne percepito negativamente dai savoiardi, i quali videro sé stessi come una componente sacrificabile rispetto ai più importanti territori piemontesi in un eventuale invasione(3). L’intervento tardivo fu colpa del Generale di Brigata Fossati che agì con titubanza, impedendo al Colonello Trotti, che si era portato molto vicino agli insorti con ben tre compagnie con le quali avrebbe potuto schiacciarli facilmente, di agire, lasciando Ramorino e i suoi uomini violare i confini del Regno e muoversi indisturbati(4). Diversi furono gli storici che nelle epoche passate si occuparono di analizzare l’impresa del 1834. Molto critico ne fu Ferdinando Pinelli, contemporaneo ai fatti nonché militare di professione, nel suo libro “Storia militare del Piemonte”, pubblicato nel 1855. Pinelli, grazie anche alle sue conoscenze del mondo militare, criticò la mal organizzazione dell’impresa.
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1 Cfr. Ivi, p.82
2 Cfr. Cordiè, Mazzini e i repubblicani italiani, cit., pp.81-88
3 Cfr. Ivi, p.97
4 Cfr. Pinelli, Storia militare del Piemonte, cit., pp. 67-68
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Utile per capire la sua percezione dell’invasione e di chi la compì è una frase che egli scrive nel testo in riferimento alla colonna Rosales:
“Che razza di congiurati erano costoro che, volendo rigenerare la nobile Italia, volgevano le terga ad una dozzina di doganieri?”(1)
Carlo Cordiè invece in “Mazzini e i repubblicani italiani: studi in onore di Terenzio Grandi nel suo 92° compleanno” pubblicato nel 1976, spiega molto bene un altro aspetto trascurato da Mazzini nell’organizzazione dell’invasione, ovvero stringere saldi rapporti con i locali. Secondo Cordiè infatti l’assenza di rapporti con la popolazione fu una delle principali cause che portarono al fallimento dell’impresa, in quanto Mazzini non riuscì a presentarsi loro come un liberatore e anzi in certi casi lui e i suoi uomini furono percepiti come dei veri e propri invasori, come dimostrato dai tanti savoiardi che si presentarono ai comandi militari per difendere le proprie terre. Cordiè inoltre afferma che la spedizione era destinata a fallire sia politicamente che militarmente(2). Più magnanino fu il giudizio di Salvo Mastellone nel suo “Mazzini e la ‘Giovine Italia’ (1831-1834)” pubblicato nel 1960. In esso Mastellone, oltre a spiegare i motivi per cui l’invasione fallì, afferma che la spedizione fu molto importante perché con essa Mazzini riuscì a trasformare la semplice propaganda ideologica in azione vera e propria, armando un corpo di spedizione, seppur piccolo e impreparato, tra le tante difficoltà incontrate(3). Proprio il fatto di aver riunito un gruppo in grado di esprimere in modo materiale la volontà rivoluzionaria del movimento rappresenta per Mastellone un successo indiscutibile(4). Egli poi valorizza la natura internazionale del tutto, ricordando che fu proprio dall’invasione della Savoia che nacque la Giovine Europa, la quale, seppur per poco, riaccese la fiamma della speranza nel vecchio continente(5).
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1Ivi, pp. 70-71
2Cfr. Cordiè, Mazzini e i repubblicani italiani, cit., p. 95
3Cfr. Mastellone, Mazzini e la “Giovine Italia (1831-1834), cit., p. 201
4Cfr. Ibid. 5Cfr. Ivi, p. 202
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3.4 Il caso Scapaccino
Carlo Alberto, che aveva seguito con trepidazione i fatti, decise che fosse importante, in un momento di incertezza, premiare coloro che si erano dimostrati fedeli e ferrei nel loro dovere, dando l’idea di uno Stato forte con sudditi leali. A tale scopo il Tenente Colonello Adriano D’Onier fu insignito della Medaglia d’Oro al Valor militare con la seguente motivazione:
“Per essersi spontaneamente messo alla testa del distaccamento che si portò contro i fuoriusciti presso il ponte des Echelles e, mediante le sue buone disposizioni e valore dimostrato, obbligato i medesimi ad abbandonare il territorio sardo. -3 febbraio 1834- (1)“
Allo stesso modo pure il coraggio del Carabiniere Felice Bobbio venne premiato con la Medaglia d’Argento al Valor Militare con la seguente motivazione:
“Per aver portato l’avviso al Pontebelvicino dell’arresto dei fuoriusciti, salvandosi dalle loro mani -Pont des Echelles, 3 febbraio 1834-(2) “
Colui che però passo alla storia come il vero eroe degli avvenimenti del 1834 fu il Carabiniere Giovanni Battista Scapaccino, insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria, la prima dell’Arma dei Carabinieri(3), con la seguente motivazione:
“Per aver preferito di farsi uccidere dai fuoriusciti, nelle mani di cui era caduto, piuttosto che gridare viva la repubblica a cui volevano costringerlo, gridando invece viva il Re.
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1Gruppo delle Medaglie d’Oro al Valor Militare d’Italia, ( link omesso perchè pericoloso) (ultimo accesso: 2 settembre 2025)
2Istituto del nastro azzurro, https://decoratialvalormilitare.istitutonastroazzurro.org/ (ultimo accesso 2 settembre 2025)
3Cfr. Col. Alessandro della Nebbia, L’eroe de Les Echelles-Le heròs des Echelles, Nadir media [rivista on-line], 2019, https://www.carabinieri.it/Internet/ImageStore/Magazines/NotiziarioStorico/Volume%20L%E2%80%99Eroe%20di%20Les%20Echelles/index.html#p=8 (ultimo accesso 2 settembre 2025)
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-Ponte des Echelles, 3 febbraio 1834- (1)“
Tuttavia la dinamica dei fatti aventi come protagonista il giovane Carabiniere è incerta a causa della mancanza di testimonianze dirette dell’accaduto. La storia che quindi viene considerata come veritiera e che è stata riportata poco più sopra all’interno del testo è frutto in realtà di arricchimenti ed elaborazioni successive. Per capire meglio questo è opportuno osservare l’evoluzione dei resoconti riportanti la storia di Scapaccino. Il primo di questi è un riassunto dei vari dispacci inviati dalla Savoia al Sovrano redatto dagli scrivani di corte e inserito nei registri di protocollo. Esso è molto scarno e né il nome del Carabiniere né tanto meno il suo atto eroico sono citati(2).
“Ragguaglio dell’incursione operata da altri da Aux Echelles, i quali combattuti da un distaccamento recatosi a [da] Pontbeavousin, si ripiegarono in Francia lasciando dei feriti e dei prigionieri e causando la morte di un soldato e d’un Carabiniere”(3).
La vicenda di Scapaccino così come la conosciamo verrà riportata per la prima volta sulla “Gazzetta piemontese” del 6 febbraio 1834(4).
“abbiamo pure a lamentare la morte del carabiniere Scapaccino, il quale è stato vilmente assassinato da que’ scellerati: egli tornava solo da Ciamberì, allorché venne da essi attorniato, nel momento appunto in cui rientrava nella caserma; essi vollero costringerlo a mandar grida sediziose, ma avendo avuto il coraggio di ricusare, lo trucidarono”(5).
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1Istituto del nastro azzurro, < https://decoratialvalormilitare.istitutonastroazzurro.org/#> (ultimo accesso 2 settembre 2025)
2Cfr. Faccenda, I carabinieri tra storia e mito, cit., p.212
3Ibid.
4Cfr. Ibid.
5Ibid.
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Il testo che più di tutti gettò le basi per il mito di Scapaccino fu però il verbale redatto da D’Onier il giorno 4 febbraio e poi pubblicato l’8 febbraio sempre sulla “Gazzetta piemontese”(1).
“abbiamo però a lamentare la perdita di un carabiniere della stazione di Les Echelles chiamato Scapaccino, il quale è stato trucidato dai faziosi, mentre tornava da portare un ordine a Ciamberì: questo sventurato giungeva senza saperlo presso il sito ove tenevasi la banda: chi va là! gridò un fuoriuscito; amico, rispose senza sospetto il carabiniere: a questa risposta gli si mostrò la bandiera dei ribelli, domandandogli se volesse o no riconoscerla: il prode rispondeva di non conoscere che quella del suo Re, e quindi due spari di fucile lo colpivano al petto e lo stendevano morto al suolo”(2).
Come si può leggere, nel racconto di D’Onier compaiono per la prima volta tutti quegli elementi simbolici ed eroici caratteristici della storia di Scapaccino. Altri documenti arricchiranno ancora di più la narrazione, come ad esempio il resoconto redatto da Lazari, nel quale si legge che Scapaccino(3)
“ricusando di riconoscere la rivoluzione fu da essi con replicati colpi d’arma da fuoco barbaramente ucciso, non senza però ch’ei morendo facesse un colpo di pistola contro i suoi avversari gridando Viva il Re!”(4).
Carlo Alberto intuì immediatamente il valore propagandistico di questa storia, sfruttandola come mito fondante di alcuni dei valori che diverranno intrinsechi dell’Arma dei Carabinieri e di tutte le Forze Armate del Regno, come ad esempio la fedeltà al Re, il senso del dovere, l’abnegazione e lo spirito di sacrificio portati all’estreme conseguenze pur di non tradire il proprio sovrano e la bandiera(5). A sancire ufficialmente la consacrazione di Giovanni Battista Scapaccino a simbolo di fedeltà e esempio da seguire fu l’annuncio ufficiale all’esercito redatto
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1Cfr. Ivi, p.214
2Ivi, pp. 214-215
3Cfr. Ivi, p.219
4Ibid.
5Cfr. Ivi, p.217
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dal Ministro Pes di Villamarina, il quale recitava(1):
“Il carabiniere a cavallo Giovanni Battista Scapaccino I nativo di Incisa, provincia d’Acqui, d’anni 32, ritornava da Chambery alla sua stazione di Echelles nella notte delli 3 corrente. Ignaro dell’ivi occorso durante la assenza di lui in servizio, cadde sgraziatamente in mezzo alla banda rivoluzionaria, che aveane invasa la caserma. Afferratene dai rivoltosi le redini del suo cavallo, gli viene minacciosamente intimato di riconoscere la loro bandiera, e salutarla cogli evviva alla repubblica, ch’essi pretendevano di sostituire al governo del Re. La morte era cosa certa, istantanea, inevitabile se nol facea! Macchiavasi il suo onore s’ei cedeva! Questo valoroso soldato non esitò un istante! Il grido di Viva il Re ch’ei lanciò animoso, suggellò la sua incorruttibile fede, e fu il segnale del suo eccidio! Due colpi di fucile gli schiusero la tomba dei prodi, ed innalzando per sempre glorioso nome di lui. Militari di ogni grado e d’ogni arma. Eroico è il tratto! Ogni tessuto di squisita lode troverebbesi sempre deficiente al paragone del senso interno che desta la semplice esposizione del fatto! Stupendo è l’esempio! Ei prova cosa possa virtù vera in cuor robusto, l’onore è tutto e il valor natural dote della nazione! Non ve ne farò quindi alcuna, e solo dirovvi che l’ottimo Sovrano volle che la medaglia d’oro, che a sì gran diritto spettata sarebbe lo Scapaccino, se un miracolo salvata gli avesse la vita, concessa sia alle onorate sue ceneri, e passi in perpetua proprietà della di lui famiglia. Siccome, poi, per essere egli morto celibe, non gli sarebbe applicabile l’annua pensione, dal regolamento d’istituzione di tal distintivo concessa alla vedova ed ai figli del militare fregiato, nei termini ivi spiegati al 14, la M.S. in considerazione del vero eroismo dell’azione vi derogò espressamente ordinando che passi ai genitori di lui, Biagio Scapaccino e Margherita Allia, vita loro natural durante. Militari piemontesi! In qualunque circostanza si presenti nel momento del massimo periglio ricordatevi del prode carabiniere che non dubitò d’incontrare morte certa, anziché mancare al suo onore tradire neppure col labbro la propria fede. Rammentatevi che un pugno di forti vostri commilitoni della brigata Savona non titubò neppure un istante ad assalire quadrupla forza che tosto fugò e disperse purgandone la frontiera.
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1Cfr. Ivi, p. 221
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Con qual occhio e con quanta paterna cura il vostro Re vegli su di voi e sulle vostre famiglie, non occorre ch’io ve lo annunzi: ve lo dicono i fatti”(1).
Ma la storia di Scapaccino non fu utile solo a instillare coraggio e abnegazione nei militari piemontesi, essa ebbe anche un ruolo importante nel trasmettere un’immagine positiva del Sovrano. All’interno della vicenda esso si presentava come una figura benevola e paterna, la quale concede la massima riconoscenza a colui che si sacrifica in suo nome, prendendosi anche cura dei suoi famigliari. Carlo Alberto infatti modificò appositamente una legge, la quale rendeva possibile concedere l’onorificenza solo ai discendenti del caduto e non ai suoi ascendenti, per far sì che fossero i genitori del Carabiniere a ricevere il premio in denaro spettante al decorato, non avendo Scapaccino né moglie e né figli. Sempre Carlo Alberto si occupò delle spese del funerale solenne e di eseguire beneficenza tra i compaesani più poveri del militare. A completare la “santificazione” dell’uomo come eroe nazionale ci penseranno poesie, stampe, cartoline e dipinti, il più famoso di quest’ultimi, intitolato “L’eroica morte del Carabiniere a Cavallo Giovanni Battista Scapaccino”, venne eseguito da Francesco Gonin nel 1844. Dell’opera in questione vennero eseguite 530 copie da distribuire a tutte le stazioni dell’Arma, dando così vita ad una complessa e capillare operazione di propaganda(2).
“Alla magnanimità dell’Augusto nostro Monarca, sempre intento a premiare ed a far risaltare le azioni generose de’ benemeriti suoi sudditi, essendo piaciuto di far ritrarre l’atto virtuoso del prode Carabiniere a cavallo Scapaccino 1° Giovanni Battista, onde eternarlo ed onorane la propria reale galleria de ‘quadri, volle poscia maggiormente estendere all’intiero Corpo de’ Carabinieri Reali la sovrana sua clemenza, facendogli dono di 530 esemplari di esso quadro, stato espressamente riprodotto col mezzo della litografia, ordinando che, in apposita cornice collocati, fossene spese del governo distribuita una copia in proprietà a ciascun uffiziale, ed un’altra a cadun ufficio di divisione, di compagnia, di luogotenenza e di stazione. Il tratto eroico del carabiniere
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1Ivi, pp.221-222
2Cfr. Ivi., pp. 240-241
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Scapaccino in tal modo dalla grazia Sovrana gloriosamente tramandato ai posteri, sarà un vivo incitamento d’emulazione per tutti i militari di questo Real Corpo, il quale ne conserverà un’eterna ossequiosa gratitudine all’augusto Sovrano, che ha voluto sì eminentemente onorarlo e distinguerlo nella persona di un suo commilitone, che fece quanto in pari circostanza non debba esitare di fare un fedele militare, il sacrifizio della propria vita all’onore ed alla felicità del prestato giuramento. Evviva il Re! Punto non dubito che questo triplice saluto di rispetto e di riconoscenza verrà in ciascuna stazione riunita sotto le armi inaugurato il quadro col Carabiniere Scapaccino, che desidero possa accadere possibilmente e preferibilmente dappertutto nella prima festa della prossima Santa Pasqua di resurrezione”(1).
Come andarono però realmente i fatti? Ovviamente avere una risposta certa è impossibile, tuttavia ci sono ben due testimonianze che ricostruiscono l’accaduto in modo scarno e asciutto senza elementi gloriosi o retorici e che per tali motivi furono completamente messe da parte nella ricostruzione ufficiale eseguita dalle varie parti precedentemente citate. La prima testimonianza, redatta dal Capitano dei Carabinieri Avogadro sulla base di quello che aveva udito il Brigadiere Ricciardi durante la sua prigionia, non cita in nessun modo bandiere o altri elementi “decorativi” di contorno(2).
“È con immenso dolore, mio generale, che devo comunicarvi che il coraggioso carabiniere Scapaccino non c’è più. I banditi lo hanno sorpreso mentre tornava alla sua postazione da Chambery per un servizio d’ordine, e lo hanno ucciso perché non voleva arrendersi, né gridare ciò che quei folli pretendevano”(3).
La seconda la ritroviamo invece nel libro “Il Carabiniere Scapaccino nel I centenario della sua morte”, scritto dall’ufficiale dei Carabinieri Ulderico Barengo e pubblicato nel 1934. La testimonianza qui riportata, che l’ufficiale riprende dalla rivista “Europa centrale”
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1Ivi, p.242
2Cfr. Ivi, p.215
3Ibid.
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pubblicata il 13 febbraio 1834, è ancora più interessante perché proviene da parte mazziniana. In essa si riporta che(1)
“Verso le dieci di sera un carabiniere proveniente da Chambery si presentò alla sentinella avanzata, che aveva l’ordine di lasciarlo passare. Arrivò così al bivacco. Invano gli furono rivolte intimidazioni d’arrendersi; egli cercò di prendere le sue due pistole per difendersi, ma in quell’istante cadde colpito da più colpi. Il dispaccio di cui era latore era firmato Lazari, comandante dei carabinieri di Chambery, ed ordinava alla brigata di Les Echelles di ripiegare su Chambery in caso d’attacco da parte dei fuoriusciti”(2).
Probabilmente fu proprio nelle modalità riportate da queste due testimonianze che il Carabiniere morì, con semplicità e senza atti eroici. Va ricordato inoltre che tra gli insorti vi erano molti malviventi e contrabbandieri della zona quindi è facile che la situazione sia stata fin dagli inizi molto tesa per poi degenerare rapidamente nella violenza(3).
3.5 Il ruolo di Giuseppe Garibaldi nella spedizione
Poco noto è il fatto che anche Garibaldi prese parte alla sfortunata impresa del 1834. Egli, in contemporanea all’invasione della Savoia, avrebbe dovuto scatenare un’insurrezione a Genova dove era di stanza come marinaio. Anche in questo caso a causa della mal organizzazione del tutto Garibaldi non fu in grado di reclutare gli uomini necessari, in quanto la lista a lui fornita si rivelò inutile. Decise allora di affidarsi a un suo conterraneo, un certo Bonfiglio, che tuttavia lo tradì denunciandolo al proprio Colonello. Fortunatamente Garibaldi riuscì a fuggire travestito da stagnaro ambulante(4). La sua fuga fu favorita indirettamente dalle autorità sarde, le quali arrestarono prima il fratello Felice e poi un marinaio di nome Andrea Giribaldi,
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1 Cfr. Ivi, pp.234-235
2 Ivi, p.235
3 Cfr. Ivi, p.216
4 Cfr. Luzio, Carlo Alberto e Giuseppe Mazzini, cit., p.166
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scambiandolo per Giuseppe(1). Questi due errori si rivelarono provvidenziali per la sua fuga, dandogli il tempo necessario per attuarla. Per evitare ripercussioni decise di fuggire nelle Americhe dove forgerà la sua fama di guerrigliero.
Garibaldi nelle sue memorie non parlerà quasi mai della spedizione del 1834 e soprattutto in età avanzata ne fu un grande critico, rendendosi conto dell’inutilità della stessa e di come, se fosse giunta a compimento, essa avrebbe privato l’Italia dell’unico stato in grado di compiere la riunificazione del paese(2).
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1 Cfr. Ivi, p. 170
2 Cfr. Ibid.
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I processi
4.1 Una giustizia controversa
Difficili da definire e descrivere con precisione sono i processi succeduti ai fatti del 1833. La difficoltà nel descriverli è dovuta alla presenza di due filoni di pensiero che trattano in modo diverso e opposto i processi in questione. Da una parte ci vengono presentati come giusti e in piena regolarità con le leggi vigenti all’ora invece dall’altra come ingiusti e ricchi di abusi e sotterfugi al di fuori di ogni regola e morale.
Tra chi sosteneva il buon operato delle autorità nei processi vi era l’idea secondo cui Mazzini avesse strumentalizzato l’attività giuridica connessa ai suoi cospiratori, spesso restituendone un’immagine poco veritiera e travisata, illustrando torture terribili e inganni disumani mai avvenuti(1). Prova di questo sarebbe la storia del furiere Francesco Miglio. Mazzini raccontò che Miglio, durante la prigionia, fu portato con l’inganno a scrivere una lettera di confessione con il proprio sangue, lettera che diventerà la principale prova d’accusa nei confronti del povero furiere, successivamente condannato a morte e fucilato. Ebbene questa storia sarebbe del tutto inventata e frutto della fantasia del leader della Giovine Italia. Miglio infatti era analfabeta e tutti i documenti processuali furono da lui firmati con una croce, inoltre non c’è traccia di questo fantomatico biglietto che, a quanto detto da Mazzini, avrebbe dovuto essere la prova primaria per la condanna di Miglio. Come se non bastasse la lettera scritta con il sangue sembra il classico cliché dell’eroe romantico, sicuramente utile per la propaganda mazziniana(2). Anche la storia di Andrea Vochieri venne utilizzata dai dirigenti sovversivi per rappresentare la brutalità delle autorità sabaude e in particolare quella del Governatore Giuseppe Galateri(3), definito come
“Birro in divisa da generale e birro della peggior specie”(4).
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1 Cfr. Luzio, Carlo Alberto e Giuseppe Mazzini, cit., p. 125
2 Cfr. Ivip.129
3 Cfr. Ivi., p. 157
4 Pericle Carlini, Nuova luce sui processi della “Giovine Italia” nel 1833, Tipografia S. Buttolo, Genova, 1945, p. 4
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Presunta testimonianza del feroce trattamento subito dal Vochieri la fornisce una lettera indirizzata a Mazzini, la quale recita:
“L’ira del Governatore contro Vochieri si andava di più in più accendendo perché colla certezza che avrebbe potuto fare importanti rivelazioni non riusciva pur mai a strappargli dal labbro un accento; e quanto più era grande la costanza di Vochieri, tanto più si ostinava il Governatore a tormentarlo con nuove crudeltà. Non vi era mezzo di terrore che non fosse impiegato. L’oscurità, il digiuno, le catene, i tolti sonni, i niegati riposi, le insidie tenebrose, i tradimenti occulti, e gli insulti e le minacce e persino le percosse non avevan ribrezzo a praticare i gallonati. Cannibali.
Pronunziata la sentenza di Vochieri ebbe animo il reale satellite di accostarsi al moribondo per sollecitarlo a rivelare. Componendo a misericordia le parole e il sembiante offriva al condannato la sua protezione. Fate, diceva egli, che io conosca i vostri voleri, e sarò lieto di adempierli. Ciò che io voglio, rispondeva l’agonizzante, è questo: che mi sia tolto il vostro odioso aspetto. Acceso di furore il barbaro, scagliava un calcio nel ventre al prigioniero. Vochieri aveva le guardie al fianco, aveva le mani legate dietro le spalle e sputava in faccia al percussore.
Giunta l’ora del supplizio si pensò all’ultima delle vendette. Si impose che Vochieri fosse tratto a morte per la via meno spedita passando sotto le finestre della propria casa, dove abitavano sua sorella, sua moglie e due suoi figliuoli in ancor teneri anni. Non soldati si destinarono a fucilarlo, ma guardia ciurme, e il governatore in grande uniforme, assiso sopra un cannone, volle assistere all’esecuzione”(1).
Seppur alcuni aspetti della sua esecuzione descritti all’interno della lettera possano essere veritieri, altri sono altamente esagerati, come la descrizione di Galateri, rude e severo soldato ma non disumano, tanto che lo stesso condannato in una lettera lo definì buono e carico di spirito paterno(2). Per di più il Governatore non era nemmeno presente alla sua esecuzione, per tanto l’immagine grottesca di lui in piedi sul cassone di un obice che osserva l’esecuzione non è mai avvenuta, o meglio non è mai avvenuta nel caso di Vochieri.
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1 Carlini, Nuova luce sui processi della “Giovine Italia” nel 1833, cit., p. 157
2 Cfr. Luzio, Carlo Alberto e Giuseppe Mazzini, cit., p. 158
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Galateri stesso confermerà che lui aveva assistito, in quelle modalità, alla fucilazione di cinque sergenti della Brigata Cuneo(1).
“Mi vi recai-egli scrive-io stesso in persona, seduto sul cassone dell’obice non stimando conveniente (volendo trovarmi al mio posto) di colà trasferirmi in vettura, né di portarmivi a cavallo, né finalmente di fare questo tragitto a piedi, non tanto per lo stato di mia salute (ero spesso malato) quanto per poter essere meglio in grado d’invigilare che fossero rispettate le prescrizioni dell’art. 487, 488, 489, 490, 491 del regolamento di militar disciplina”(2).
Anche l’operato dei giudici non fu fazioso, cosa confermata dallo stesso Vochieri, il quale era cosciente del fatto che essi stessero svolgendo il loro dovere come lui il suo(3). Di queste affermazioni ne darà conferma anche il Tenente Goria, suo avvocato difensore, il quale riportò che
“Il Sig. Vochieri jeri mi fece la seguente parlata incaricandomi di riferirla ai Sigg. Giudici:
Io non posso che baciare con la massima espansione dell’anima e del cuore la mano dei giudici, che hanno segnato la mia sentenza sovra essi la sacrosanta benedizione.
Ritenghino che non per salvare una miserabile vita, ma solo per non rendermi spergiuro presso l’Onnipossente e per non tradire il mio simile fui quasi sempre negativo nelle mie risposte. Io credo di aver fatto il mio dovere, tuttavia chieggo scusa a’ miei giudici se ho cercato con dette mie risposte più volte d’ingannarli”(4).
Esemplare fu anche l’operato del Tenente Goria che, pur essendo consapevole dell’inevitabile fine del suo assistito, eseguì con perizia l’arringa, svolgendo il proprio compito fino alla fine(5).
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1 Cfr. Ivi, p. 161
2 Ibid.
3 Cfr. Ivi, p.164
4 Ivi p. 160
5 Cfr. Ivi., p. 164
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Più in generale l’utilizzo di torture violente viene giudicato come un’accusa infondata, in quanto i congiurati, per la maggior parte deboli di spirito, al loro arresto non opposero nessuna resistenza confessando ogni cosa, rendendo quindi inutile un qualunque atto abusivo nei loro confronti(1). Altra grande accusa fatta alla autorità è quella di aver utilizzato tribunali militari per giudicare imputati civili. Tuttavia questa non fu un’invenzione di Carlo Alberto, lui si limitò a rispettare il Codice Penale sviluppato da Carlo Felice nel 1822, nel quale, essendo stato redatto subito dopo i moti del 1821, si affermava che chiunque avesse compiuto atti eversivi doveva essere giudicato da funzionari militari(2). Per rafforzare la teoria di un comportamento giusto e corretto da parte di Carlo Alberto e dei suoi sottoposti si fece spesso riferimento alla clemenza mostrata dal sovrano nei confronti dei nobili genovesi coinvolti nella congiura, i quali furono condannati, per mantenere la stabilità politica all’interno del Regno, a dei semplici domiciliari presso le loro ville liguri, previa sottomissione al sovrano con la promessa scritta di essere sempre fedeli nei suoi confronti(3) oppure alla clemenza mostrata verso alcuni militari, evitando di prendere in carico denunce eseguite per pura vendetta(4).
Tuttavia, come detto, non tutti la pensavano allo stesso modo, in particolare vi è un testo, pubblicato nel 1945, intitolato: “Nuova luce sui processi della “Giovine Italia” nel 1833” scritto da Pericle Carlini, il quale esprime un’idea diversa su tali processi. Prima di addentrarci nel contenuto del testo ritengo opportuno valutare la data di pubblicazione, il 1945. Una data sicuramente non casuale per pubblicare un libretto contenente accuse sulla famiglia Savoia, descrivendone il comportamento dispotico e violento, tuttalpiù se pubblicato a Genova, nell’Italia del nord, in una realtà che subì a pieno la dominazione nazi-fascista e che dopo il secondo conflitto mondiale non percepì troppo favorevolmente la casata. Questo dimostra che tali processi, come gli eventi che li precedettero, non furono avvenimenti secondari nella storia piemontese e italiana ma generarono uno scalpore tale che anche più di cento anni dopo divennero un’arma di critica potente nelle mani dei detrattori della famiglia reale italiana. Carlini non denunciò tanto violenze di tipo fisico ma violenze di carattere psicologico e morale, pratiche che lui giudicò come unitili in quanto gli arrestati erano ben propensi a confessare. Tuttavia per chi resisteva venivano applicati metodi particolari per piegarne la volontà, come i cosiddetti “Agenti provocatori” che con l’inganno e con le loro capacità dialettiche erano in grado di portare alla confessione gli arrestati.
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1 Cfr. Ivi, p.126
2 Cfr. Ivi, pp. 152-153
3 Cfr. Ivi, p. 154
4 Cfr. Ivi, p. 155
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Il più celebre di loro fu un certo Malabaila, soldato agli ordini del Governatore Galateri(1). Altro strumento ampiamente utilizzato era il denaro, con il quale si forzava la moralità dei militari arrestati:
“Sarà ammesso a godere di impunità il colpevole [di eccitamento alla diserzione] che scoprirà i suoi complici, purché non sia egli il capo o l’autore. Li denunziatori di tali delitti, che non ne saranno complici, otterranno un premio di lire 300, qualora mettano nella forza alcuna persona che abbia tentato di subordinare alla diserzione nel modo sopra espresso, ed anche senza effetto, purché però somministrino al fisco almeno una prova semi piena del delitto. Simile premio verrà loro corrisposto sopra declaratoria dell’uditore generale di guerra”(2).
Egli inoltre sosteneva che molti furono in realtà gli arresti eseguiti senza prove concrete, come nel caso del Capitano Merlini, appartenente al secondo reggimento della Brigata Liguria. Il Capitano era di fede monarchica convintissima e nonostante questo fu imprigionato perché semplicemente nominato, nemmeno denunciato, durante un interrogatorio. Al suo arresto i suoi commilitoni, il comandante della brigata e il Governatore della città di Novara protestarono, quest’ultimo addirittura scrisse una lettera al Ministro degli interni in persona(3):
“L’arresto del medesimo (Capitano Merlini) Quanto più va protraendosi, mentre tiene in ansietà le menti di tutti, pregiudica l’opinione di giusto meritatamente acquistata dal Governo di S.M. Io sono convinto di ciò per lunga esperienza acquistata in lunga carriera militare ed amministrativa, nell’interesse dei troni legittimi; e sento perciò tutta la necessità di punire sollecitamente il colpevole
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1 Cfr. Carlini, Nuova luce sui processi della “Giovine Italia” nel 1833, cit., p. 5
2 Luzio, Carlo Alberto e Giuseppe Mazzini, cit., p. 127
3 Cfr. Carlini, Nuova luce sui processi della “Giovine Italia” nel 1833, cit., p. 7
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e di restituire, con pari sollecitudine all’esercizio intero dei propri diritti dell’innocente”(1).
La lettera del Governatore non ebbe effetto e Merlini venne incarcerato insieme ai militari congiurati(2). L’autore sostiene inoltre che queste iniziative, spesso eccessive, non furono frutto della volontà di autorità locali ma bensì provenivano dalle alte sfere, in particolare dal Ministro degli interni de Lescarène che consigliò, seppur in modo velato, l’utilizzo della tortura(3). Carlini illustra anche perché, secondo la sua opinione, i processi non si svolsero nella piena legalità come molti sostenevano. Egli spiega che è vero che il codice penale del 1822 dava la possibilità di utilizzare tribunali militari per giudicare individui sovversivi, però questo era possibile solo a rivolta in atto, mentre invece Carlo Alberto ne usufruì contro una realtà sovversiva che si trovava ancora in fase embrionale, la quale non aveva neppure agito concretamente e questo per Carlini fu un vero e proprio abuso di potere(4). Altra critica riguardò la durata dei processi, troppo prolungati e sparsi al solo scopo di ottenere più confessioni e informazioni possibili invece di svolgersi in un luogo unico e in breve periodo(5).
Il più criticato all’interno dello scritto è però Carlo Alberto, considerato come il vero artefice delle violenze processuali che, come già accennato, erano caldamente consigliate dai vertici di Governo. In particole il suo interesse per i processi viene descritto come quasi maniacale, egli voleva ricevere tutta la documentazione di ogni procedimento penale, intervenendo direttamente nei singoli casi, dando addirittura direttive su come i prigionieri dovessero essere interrogati, cosa testimoniata da una lettera inviata a Galateri(6).
“S.M. mi ha incaricato di dire a V.E. di usare della dolcezza a suo riguardo nell’interrogarlo, il carattere di questo giovane uomo sembra dover cedere piuttosto alla violenza che alla dolcezza”(7).
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1 Ivi, p. 7
2 Cfr. Ibid.
3 Cfr. Ivi, pp. 8-9
4 Cfr. Ibid.
5 Cfr. Ivi, p. 9
6 Cfr. Ivi, pp. 13-14
7 Ivi, p. 12
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Ma l’aspetto che forse venne più rimproverato a Carlo Alberto fu la sua incoerenza, che lo portò da essere un grande persecutore di coloro che sognavano la libertà e l’unificazione nazionale a loro paladino, sfruttando quelli stessi ideali che aveva combattuto per proprio tornaconto personale(1).
“Il campione della redenzione del popolo non si deve all’opra eccelsa colle mani stillanti sangue cittadino, poiché solo meritano di patrocinare la causa dei popoli coloro che onorar li ponno colla virtù propria e dirsi puri da delitto”(2).
Proprio questa sua ipocrisia venne considerata la causa del fallimento della campagna del 1848-49, in quanto molti ebbero repulsione nel seguire il “Re sanguinario” che solo qualche decennio prima aveva cercato di schiacciare con ogni mezzo quelli stessi principi di cui lui ora si faceva portatore, oltre ad aver corrotto l’esercito attraverso i processi appena descritti, grazie ai quali la delazione, premiata come un atto eroico, divenne virtù(3).
Ancora una volta risulta difficile stabilire quale sia la verità e quali siano stati i comportamenti giusti o sbagliato. Probabilmente, come spesso accade in questi casi, la verità sta nel mezzo e quindi dalla parte di coloro che rimproverarono Carlo Alberto per il suo comportamento ma lo giustificarono a causa del momento difficile in cui si trovava il Regno, nel quale un sovrano deve fare di tutto per mantenere il potere e l’ordine per evitare di essere schiacciato dalle potenze vicine. Va detto però che, nonostante l’appellativo di “Re sanguinario”, le condanne a morte non furono eccessive, se ne contarono 3 a Chambery, 3 a Genova e 6 ad Alessandria(4).
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1 Cfr. Ivi. pp. 13-14
2 Pinelli, Storia militare del Piemonte, cit., p. 44
3 Cfr. Pinelli, Storia militare del Piemonte, cit., p.49
4 Cfr. Trucco, Congiure e cospirazioni in Piemonte nel 1831 e nel 1833, cit., p. 35
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4.2 I processi a Chambery
Caso a parte furono i processi svoltisi a Chambery. Essi vanno divisi in due parti, quelli avvenuti dopo il 1833 e quelli avvenuti dopo il 1834.
Nella cospirazione del 1833 Chambery, pur essendo uno dei tre obbiettivi della Giovine Italia, fu coinvolta marginalmente e di conseguenza i procedimenti penali furono meno duri rispetto a quelli svoltisi negli altri centri rivoluzionari. Essi però suscitarono ugualmente una forte indignazione tra i savoiardi(1). Il Senato del Ducato si fece quindi interprete della volontà popolare, inviando a Carlo Alberto lettere in cui si chiedeva clemenza per i congiurati e si criticava l’utilizzo del tribunale militare per giudicare i civili coinvolti. Quest’ultimo elemento interessava particolarmente il Senato, in quanto l’attività delle autorità militari andava a limitare, se non annullare, la sua capacità di giudicare e arbitrare le controversie avvenute nei territori di sua competenza(2). Carlo Alberto però non accettò nessun compromesso, procedendo con rapidità nella condanna degli imputati(3).
Il 7 marzo 1834 ebbero invece inizio i processi dei due uomini catturati a Les Echelles, Volonteri e Borrel. I processi furono affidati al Consiglio divisionario della guerra di Chambery, nominato dal Governatore Casazza, quindi anche in questo caso furono le autorità militari a gestire il tutto(4). Seguendo la volontà del Sovrano ogni procedimento fu svolto con celerità al solo scopo di dare una punizione esemplare ai due cospiratori il prima possibile. Queste modalità di svolgimento generarono proteste da parte dei cittadini e anche da parte degli avvocati dei due imputati, Charriere e Mercier(5). I due sostenevano che i procedimenti adottati fossero del tutto illegittimi, questo perché i due uomini erano civili e quindi non era giusto che venissero giudicati da un tribunale militare, per di più erano anche sudditi stranieri, Volonteri proveniva dalla Lombardia e quindi dall’Impero austro-ungarico mentre invece Borrel era francese(6), per tanto non spettava al Regno di Sardegna giudicarli e condannarli. Nonostante le rimostranze, il 15 febbraio fu emanato il verdetto che condannava
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1 Cfr. Cordiè, Mazzini e i repubblicani italiani, cit., p.78
2 Cfr. Ibid.
3 Cfr. Ibid.
4 Cfr. Ivi., p. 90
5 Cfr. Ibid.
6 Cfr. Ivi, pp. 90-91
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entrambi a morte(1). Le proteste dei due avvocati portarono però la Magistratura savoiarda ad agire, ritenendo che la propria sovranità fosse stata violata proprio come nel 1833. Per supportare le proprie ragioni la magistratura sfruttò le Regie Costituzioni, le quali affermavano che il delitto di Lesa Maestà di cui erano accusati i due imputati era di competenza del Regio Senato di Savoia(2). Carlo Alberto, convinto della correttezza dell’obbiezione e per evitare di esasperare ancora di più la già tesa situazione, decise di sollevare dal suo incarico l’Uditore di guerra per dare libero spazio al Senato, questo però non salvò i due imputati che vennero ugualmente giustiziati il 17 febbraio(3).
Il primo verdetto prodotto dal Senato riguardante i fatti svoltasi tra il 31 gennaio 1833 e il 4 febbraio 1834 fu promulgato il 22 marzo 1834, in esso 14 individui, tutti latitanti, venivano condannati a morte. Quindi su un’ottantina di inquisiti furono 16 le condanne a morte di cui solo due eseguite, ovvero quelle di Volonteri e Borrel. Le altre 14 non vennero portate a termine. Oltre alle due pene capitali vi furono: 2 lunghe pene detentive, 3 pene medie (2-5 anni) e 3 pene di poco più di tre mesi(4). I processi terminarono ufficialmente il 6 aprile 1836 senza grossi scandali o sollevazioni di popolo(5). Gli imputati furono per lo più semplici operai o lavoratori alla giornata, si cercò pertanto di evitare di intaccare la borghesia e le alte sfere sociali(6). Inoltre vennero condannati solo individui riconosciuti come effettivamente colpevoli e non per le loro intenzioni criminose mai effettivamente concretizzatesi come nel ‘33(7). Comportandosi in questo modo il Senato seppe sia accontentare la borghesia savoiarda, stanca del predominio piemontese e sia la Corona, ansiosa di punire i colpevoli(8). L’azione della magistratura aveva anche dimostrato che era possibile immaginare la Savoia come una realtà autonoma e distaccata dal Piemonte, accentuando ancora di più la distanza tra il Ducato e Torino(9).
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1 Cfr. Ivi., p. 91
2 Cfr. Ivi., p. 92
3 Cfr. Ivi, p. 91
4 Cfr. ivi, p. 94
5 Cfr. Ivi, p. 93
6 Cfr. Ivi, pp. 94-95
7 Cfr. Ivi, p. 94
8 Cfr. Ivi, p. 95
9 Cfr. Ivi, p. 97
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Conclusioni
Con la tesi “La Giovine Italia e il Regno di Sardegna, 1833-1834. Il punto degli studi” ho cercato di descrivere un momento della nostra storia risorgimentale poco conosciuto, lontano dalle grandi battaglie che spesso caratterizzano la narrazione di quel periodo proposta al grande pubblico, in molti casi ignaro di queste piccole ma importanti vicende. Tra il grande pubblico mi inserisco anche io, che fino al momento della ricerca e della stesura di questo testo conoscevo marginalmente le attività della Giovine Italia nel biennio 1833-1834. Il lavoro svolto per il completamento della tesi ha quindi rappresentato per me una grande sfida, in quanto mi ha portato a immergermi in una realtà che mi risultava sconosciuta ma che al tempo stesso appariva estremamente affascinante, proprio perché tutta da scoprire. Esplorare tali fatti ha risvegliato in me una nuova consapevolezza, forse banale, per quanto riguarda la strumentalizzazione della memoria di certi personaggi e della quale spesso non ci rendiamo nemmeno conto, come il caso del Carabiniere Scapaccino o la storia dello stesso Mazzini, fatta di alti e bassi, luci e ombre, spesso tralasciati nel racconto ordinario di questi “giganti” del nostro passato.
Bibliografia
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Roberto Balzani, Il problema Mazzini, Il Mulino-Rivisteweb [rivista on-line], 2005, https://www.rivisteweb.it/doi/10.1412/20020
Luzio Alessandro, Treccani, Roberto Pertici, https://www.treccani.it/enciclopedia/alessandro-luzio_(Dizionario-Biografico)/
Gruppo delle Medaglie d’Oro al Valor Militare d’Italia, link pericoloso
Ringraziamenti
In conclusione alla mia tesi vorrei ringraziare il Professore Silvano Montaldo per la disponibilità e la pazienza dimostrate durante tutto il percorso di stesura della tesi. I suoi consigli sono stati fondamentali per la realizzazione di questo lavoro e la sua professionalità un esempio da seguire per le mie future attività lavorative e di studio.