Tesi di EMILIANO IANDOLI : L’arte di saper far politica: il Conte e il Cancelliere


UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI SALERNO

Dipartimento di Studi Umanistici

Corso di Laurea in Lettere

log universit

TESI DI LAUREA TRIENNALE IN

STORIA CONTEMPORANEA

L’arte di saper far politica:

il Conte e il Cancelliere

RELATORE

Chiar.mo Prof. Luca Polese Remaggi

CANDIDATO

Emiliano Iandoli

Matricola: 0312606927

Anno Accademico 2023-2024

. . . . . .

Alla memoria di mio padre Achille e dei tanti pomeriggi d’estate trascorsi ad ascoltare storie sotto l’ombra del pino; Alla memoria di mia zia "Tittina" e di un cavaliere senza più la sua dama

. . . . . .

divisore 4

“La politica non è una scienza esatta, ma un’arte.”

Otto von Bismarck

divisore 4

N.B: le note indicate tra parentesi quadra ( [3, p. 125] o [5] ) rimandano alla bibliografia.

Le note indicate tra parentesi tonda (1) fanno parte del capitolo. cliccando su di esse viene presentato subito il contenuto.

Nell'indice è sufficiente cliccare sul capitolo desiderato per poterlo leggere subito.

Per tornare indietro usa <- (in alto a sinistra sul desk del PC) sia per le note che per i capitoli.

divisore 4
Introduzione

L'analisi proposta nel presente elaborato è finalizzata alla comparazione non tanto delle vite, quanto più delle ideologie, l'uso e le strategie politiche adottate dalle due figure oggetto del nostro studio: Camillo Benso, conte di Cavour, e Otto von Bismarck. L'obiettivo principale è quello di evidenziare non solo le somiglianze, ma soprattutto le profonde differenze che hanno caratterizzato i due statisti, mostrando come, pur condividendo obiettivi simili nei rispettivi processi di unificazione, i loro indirizzi politici hanno preso direzioni opposte.

Ma perché proprio Cavour e Bismarck? I loro nomi restano tutt’oggi tra i più rilevanti all’interno della storia europea del XIX secolo e, nonostante siano vissuti in un'epoca lontana dalla nostra, continuano ad esercitare un fascino tale da mantenere la storiografia attiva e vivace; in quanto, questi due giganti della storia hanno ancora molto da offrire al dibattito storiografico. La storiografia, a partire dalla fine dell’Ottocento, tuttavia, non è sempre stata oggettiva nel dare il suo giudizio. In molti casi, gli storici dell'epoca, piuttosto che cimentarsi in un’analisi concreta, hanno avviato un vero e proprio processo di mitizzazione di Cavour e Bismarck, che aveva come principale obiettivo quello di esaltare le loro figure al punto di renderli come monumenti nazionali; altresì, sempre per tale scopo, privilegiarono spesso le somiglianze rispetto alle differenze. E com’è facile intuire, questa tendenza portò alla cristallizzazione di un'immagine univoca e glorificante, che ha rischiato di oscurare le particolarità che hanno reso unico ciascuno dei due uomini.

Al contrario, la storiografia moderna ha recuperato una visione più critica, offrendo così un'analisi più oggettiva del ruolo che questi uomini hanno avuto e di come abbiano compiuto una vera e propria arte facendo politica. Tuttavia, anche le visioni più recenti non sono prive di interpretazioni differenti, a riprova del fatto che tanto Cavour quanto Bismarck continuano a sollecitare approcci diversi, a seconda della prospettiva adottata. Ciononostante, gli studiosi concordano nell'affermare che entrambi gli statisti hanno inaugurato non solo un modo nuovo di fare politica, ma che la loro influenza si è estesa ben oltre le loro epoche in cui sono vissuti e che ancora oggi, seppur in forme diverse, siano il cardine della politica europea.

Un aspetto cruciale di questo confronto è il modo in cui il loro credo politi- co abbia contribuito in modo decisivo alla creazione degli Stati-nazione che oggi conosciamo come Italia e Germania e ciò si è riflesso maggiormente nelle forme di governo adottate da questi Stati. Da una parte, il Regno d'Italia, nato sotto l'egida di una monarchia costituzionale in cui il sovrano era sottoposto al volere della Camera, è il frutto del liberalismo moderato di Cavour. Dall'altro canto, il Reich tedesco, pur erigendosi formalmente a monarchia costituzionale, mantenne una struttura autoritaria, in cui il parlamento (Reichstag ) restava subalterno alla volontà del Kaiser, in linea con l'approccio conservatore di Bismarck, che, come scrisse Jonathan Steinberg, «He used democracy when it suited him.» [1].

È altrettanto importante ricordare che, almeno nel caso italiano, altre personalità, come Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini, svolsero un ruolo di primaria importanza all’interno dei processi di unificazione, tant’è che non sarebbe un azzardo affermare che, senza il contributo di queste figure, l'impresa di Cavour non avrebbe raggiunto il risultato che lo avrebbe consacrato come uno dei maggiori statisti della Storia. In Germania, al contrario, il progetto di unificazione fu più accentrato e plasmato dalle mani di Bismarck, che ne fu l'indiscusso timoniere e che tenne sempre all’angolo qualsiasi forma di ingerenza.

Quando si analizzano le figure di Cavour e Bismarck, come accennavamo prece- dentemente, emergono anche divergenze significativa nelle interpretazioni storiografiche. Prendiamo ad esempio le visioni di due tra i più influenti storici su Cavour: Denis Mack Smith e Rosario Romeo. Mentre Mack Smith dipinge un Cavour pragmatico, quasi cinico, più interessato a fini personali che patriottici, Romeo propone una visione più complessa e positiva del Conte, descrivendolo come un leader illuminato, mosso da ideali liberali e capace di adattare il proprio pragmatismo alle necessità della sua epoca. Per quanto riguarda Bismarck, invece, la storiografia tende a presentare un quadro più uniforme. Storici come il già citato Jonathan Steinberg e Alan J. Taylor concordano nel riconoscere a Bismarck un genio politico senza pari, capace di condizionare la politica attraverso una combinazione di brutalità e astuzia. Difatti, Steinberg, parlando dei suoi successi ottenuti tra il 1862 e il 1871, li definì come «the greatest diplomatic and political achievement by any leader in the last two centuries.»[1], riconoscendo in lui un personaggio dalle molteplici contraddizioni, capace non solo di alternare brutalità e inganno, ma soprattutto di aver usato la diplomazia in maniera sapiente. Difatti, quest’ultimo aspetto fu poi sottolineato magistralmente da Norman Rich, il quale disse che: «the success of Bismarck's diplomacy [. . . ] did not depend on any system but on his qualities as a diplomat.» [2].

In conclusione, questo studio, proponendosi l’obiettivo posto, vuole anche farsi voce non solo di un invito a riscoprire il fascino, la profondità e l’impatto duraturo sulla storia europea di questi due statisti, ma anche a spronarci a riflettere come le dinamiche politiche del passato possano essere spunto per affrontare con maggiore consapevolezza le sfide del presente.

divisore 4

Indice

1 Dalla Restaurazione al trionfo dello Stato-Nazione

1.1 A Vienna si ridisegna la geografia politica in Europa

1.2 Il Romanticismo, Liberalismo e l’idea di Nazione

1.3 Il 1848: la “primavera dei popoli”

1.4 L’Italia e la Prussia prima di Cavour e Bismarck

2 Vita, formazione e ascesa politica di Cavour e Bismarck

2.1 Cavour: gioventù, i viaggi, ministro dell’agricoltura con d’Azeglio

2.2 Bismarck: voce della sua classe e il diplomatico

2.3 Il Connubio: Cavour è primo ministro

2.4 Bismarck Cancelliere: la Realpolitik

3 «La questione italiana» e la politica del «sangue e del ferro»

3.1 La politica estera di Cavour

3.2 Cavour, la Chiesa, Napoleone III

3.3 La Seconda guerra d’indipendenza e i plebisciti

3.4 Bismarck: il cancelliere del «ferro e del sangue»

4 Il completamento delle unificazioni

4.1 Cavour, Garibaldi e i Mille

4.2 La nascita del Regno d’Italia e l'eredità cavouriana

4.3 La Battaglia di Sedan e la proclamazione del II Reich

4.4 L’Impero tedesco del Reichskanzler

5 Conclusioni

Appendice

Bibliografia

divisore 4

CAPITOLO 1

Dalla Restaurazione al trionfo dello Stato-Nazione

1.1 A Vienna si ridisegna la geografia politica in Europa

Il 1815 fu un anno chiave per la geografia politica dell’Europa: non è solo l’anno che sancì la fine dell’età napoleonica avvenuta nella piana di Waterloo, presso Bruxelles; ma anche l’anno in cui i rappresentanti diplomatici dei vari Stati europei – gli stessi che si erano coalizzati contro Napoleone – si riunirono in un congresso presso Vienna per trovare un accordo riguardo al nuovo assetto politico da dare al continente. Le mosse del congresso, però, ebbero avvio già nell’autunno del 1814 presso il castello di Schönbrunn, a Vienna, quando Napoleone era stato da poco relegato presso l’isola d’Elba [3, p. 125]. Nella capitale dell’Impero austriaco iniziarono a convergere personalità appartenenti a diversi ranghi: diplomatici, ufficiali, sovrani con le loro consorti, servi, collaboratori o persino dame di compagnia, richiamati non per essere partecipi alla grande stagione degli appuntamenti mondani viennesi,[3, p. 125] bensì per l’urgenza di un incontro fra le principali potenze impegnate contro l’imperatore dei francesi. Dal 1° novembre 1814, data d’inaugurazione, al 9 giugno 1815, con la firma dell’atto finale, i rappresentanti degli Stati europei, più o meno importanti, posero le basi per la ristrutturazione [3, p. 126]. Era l’inizio dell’età Restaurazione. La carta politica dell’Europa venne ridefinita dal congresso sulla base di due princìpi: legittimità ed equilibro [3, pp. 126–129]. In base al primo, l’intento fu quello di ridisegnare i confini degli Stati e delle loro istituzioni con lo scopo di poter far risedere sui loro troni tutte le dinastie regnanti prima della Rivoluzione francese (1789)(1).

Il principio fu accolto e nel complesso i mutamenti geopolitici furono significativi. Le decisioni prese finirono per favorire tutte le principali potenze europee, ad esclusione della Francia, la quale, seppur considerata colpevole, partecipò ai lavori [3, p. 126]. La Russia annesse il Regno costituzionale di Polonia e la Finlandia. La Prussia a est riottenne la Posnania e a ovest i territori renani. L’Austria riprese i territori persi (Tirolo, Slovenia, Croazia, Dalmazia), con l’aggiunta del Regno Lombardo-Veneto. In Germania, al posto della Confederazione del Reno, nacque la Confederazione germanica con presidenza permanente all’Austria e vicepresidenza permanente alla Prussia [3,126].

Charles Maurice de Talleyrad, in veste di rappresentante dello Stato sconfitto, fu uno dei più ferventi sostenitori di tale mossa, allo stesso tempo, però, cercò di impedire che il suo Paese subisse gravi perdite territoriali [4, p. 286]. A pro di ciò, dato che anche i Borbone erano stati detronizzati in seguito alla rivoluzione, affermò che non poteva essere addebitata alcuna responsabilità per gli sconvolgimenti avvenuti dopo il 1789 [4, p. 286] Pertanto, la Francia, grazie all’abile mossa del suo ministro degli esteri, salvaguardò i suoi confini quali vennero ripristinati così com’erano nell’anno 1792.

Per quanto riguardò il secondo principio, quello dell’equilibrio, bisognava far prevalere la necessità di creare uno stabile rapporto di forza fra le maggiori potenze a discapito delle aspirazioni nazionali sorte in età napoleonica(2).

I congressisti pensarono diverse soluzioni, soprattutto in funzione antifrancese: da ciò la formazione del Regno dei Paesi Bassi, dell’espansione prussiana in Renania, la fondazione della Confederazione germanica e del largo dominio austriaco nella penisola italiana. Tali misure vennero concepite non tanto come garanzie per la neo-Francia borbonica, bensì per frenare possibili ritorni di fuochi rivoluzionari o bonapartisti. Il sistema politico nato all’indomani dei lavori congressuali, rafforzato da specifici accordi diplomatici, impegnarono i maggiori Paesi a cooperare e a mantenere uno status quo col fine di evitare una nuova escalation bellica.

A tal proposito, Il congresso di Vienna è stato spesso oggetto di critica dagli storici in quanto i congressisti non tennero presente quelle che erano le aspirazioni nazionali dei vari popoli quali stavano prendendo vita in quegli anni. Ma ignorando tali impulsi, i diplomatici costituirono un sistema sì repressivo ma capace di impedire un'altra guerra generale in Europa fino allo scoppio della Grande guerra nel 1914.


(1) Il sistema imperiale napoleonico coi suoi Stati direttamente o indirettamente dipendenti dalla Francia, furono sotto il dominio non solo della figura stessa dell’imperatore, ma anche dei suoi familiari: il fratello Giuseppe fu prima re di Napoli e poi di Spagna; la sorella Elisa resse il governo della Toscana in qualità di granduchessa; i fratelli Luigi e Girolamo furono re d’Olanda e re di Westfalia; il cognato Gioacchino Murat fu re di Napoli.

(2) Si veda il paragrafo successivo


Per far sì che tale obiettivo potesse essere attuato non solo bisognò bloccare le ambizioni espansionistiche territoriali, ma anche reprimere le tendenze al sovverti- mento politico delle istituzioni restaurate. A tal fine, nacquero due trattati internazionali: il patto della Santa Alleanza, siglato il 26 settembre 1815 da Francesco I d’Austria, Alessandro I di Russia e Federico Guglielmo III di Prussia, a cui man mano aderirono altre Nazioni e la Quadruplice Alleanza, siglato il 20 novembre 1815 da Gran Bretagna, Austria, Prussia, Russia [4, p. 286]. Dal punto di vista operativo, il primo prevedeva l’intervento delle truppe dei singoli contraenti col fine di mantenere l’ordine ovunque fosse stato necessario, interferendo senza problemi nella politica interna dello Stato su cui si fossero mossi gli eserciti. Il secondo, invece, impegnò gli Stati membri a escludere la famiglia Bonaparte da ogni possibile rivendicazione del trono di Francia e a mantenere il rispetto dei trattati stipulati con essa. Infine, il cancelliere austriaco Klemens von Metternich, attraverso le sue parole, sintetizzò in breve il frutto nato dai lavori compiuti a Vienna: «L'Europa è in fiamme: dalle ceneri sorgerà un nuovo ordine di cose, o, meglio, l'antico ordine apporterà la felicità ai nuovi regni.» [5].

divisore 4

1.2 Il Romanticismo, Liberalismo e l’idea di Nazione

Fra le ideologie sorte durante il secolo XIX, l’idea di nazione è una delle in- novazioni del linguaggio politico europeo di inizio Ottocento. A cavallo fra il XVIII e il XIX secolo, il lemma assunse nuove connotazioni semantiche. Iniziò a designare: «la collettività che ha il diritto di esercitare la sovranità politica su uno specifico territorio» [3, p. 138]. Ma scavando più addietro, la voce assunse le caratteristiche sopracitate già con la Rivoluzione francese: nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, nell’art.3, del 1789, si affermò che «Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione» [3, p. 138]. Ma com’è giunta tale nuova coscienza di sé presso gli altri popoli? La risposta può sembrare strana, ma non per questo fallace. Fu per mezzo delle armate napoleoniche, quali occuparono gradualmente gran parte del continente europeo, che la nuova idea di nazione poté diffondersi. Per essere ancora più precisi, l’espansione avvenne maggiormente attraverso un effetto che potremmo definire di natura reattiva [3,p 138]: cioè, l’atteggiamento aggressivo degli occupanti suscitò presso gli intellettuali e l’élite locali un nuovo atteggiamento con cui poter reagire alle invasioni. L’intellighenzia dei popoli sottomessi iniziò a considerare l’idea stessa di nazione come una comunità composta essenzialmente da tratti comuni: etnici, linguistici, storici e culturali. Da questi, la collettività non solo si batté per esercitare la sovranità politica su un territorio da loro pensato come storicamente d’appartenenza, ma diedero vita ad un clima culturale comune, conosciuto con il termine Romanticismo [4, p. 291].

Grazie a questa nuova visione ideologica, un tratto su cui si concentrarono molto fu la tradizione [4, pp. 292–293]. Uno dei caratteri più interessanti della cultura romantica fu la sua volontà di sottolineare l’esistenza di legami profondi fra individui; legami dati da usi e costumi, ideali, affinità linguistiche ecc. tali da costituire una tradizione. Per secoli gli uomini si affidarono alla tradizione, vista come “autorità” a cui rifarsi costantemente, ma durante il Romanticismo essa venne ancor di più valorizzata.

Un’altra peculiarità fu data dalla netta distanza presa dai romantici dall’Illuminismo: se l’illuminismo settecentesco, mediante il progresso e la ragione, aveva guardato avanti, i romantici ottocenteschi guardarono indietro, volgendo il loro sguardo al passato, il quale doveva essere riscoperto, valorizzato e soprattutto attualizzato. I romantici svilupparono la tradizione in funzione del presente [4, pp. 292–293]. E grazie a ciò, possiamo spiegare come il Risorgimento italiano e tedesco, seppur in maniera differente, poterono realizzarne il processo: uniti non politicamente e amministrativamente, bensì da tratti culturali comuni. In altri casi, i romantici si trovarono di fronte ad una tradizione sfumata, incerta e per tale motivo non ebbero remore nell’inventarne una (3). Inoltre, non dobbiamo dimenticare un alto aspetto fondamentale che andò legandosi agli ideali del Romanticismo: il pensiero liberale. Fu proprio in quelli stessi anni che la dottrina del liberalismo trovò una maturazione ideologia. Nata nei secoli precedenti all’Ottocento, la dottrina liberale, affermatasi in Inghilterra fin dal Seicento per poi trovare spazio verso gli ultimi decenni del Settecento negli Stati Uniti e nella Rivoluzione francese, trovò maggior spessore grazie a teorici dal calibro di Benjamin-Henry Constant (1767-1830), di Alexis de Tocqueville (1805-1859) e di François Guizot (1787-1874) [7, p. 272]. Il Liberalismo, variamente rielaborato da intellettuali e politici, sì sviluppo intorno ad alcuni princìpi considerati dai governi dell’Europa continentale come una minaccia per la stabilità interna e proprio su questi, trovò la sua forza. I liberali valorizzarono l’insieme e le varie articolazioni di una società civile e il consolidamento o introduzione di istituzioni costituzionali e parlamentari finalizzati a promuovere leggi valide nei confronti di tutti, senza più privilegi né ceti sociali che li detengono [3, p. 144]. L’istituzione individuata atta al funzionamento di tali princìpi viene individuata nella Repubblica, ma non mancano liberali che pensano sia possibile una coesistenza con la Monarchia, come in Inghilterra. Ma il liberalismo fu a tutti gli effetti “democratico”? La risposta sembra ambivalente a quanto finora detto: il liberalismo costituzionale ottocentesco ebbe tra i suoi presupposti fondativi l’idea secondo cui non tutti avrebbero potuto usufruire dei diritti politici attivi [3, p. 144].


(3) È il fenomeno denominato «invenzione della tradizione» su cui Eric Hobsbawm, in collaborazione con Terence Ranger, si è concentrato nel [6].


I soggetti immaturi, ovvero donne, bambini, coloro che non avevano un adeguato grado d’istruzione o economico, dovevano essere esclusi dal partecipare alla vita pubblica. In tal modo nella tradizione liberale dilagante nell’Europa del XIX secolo, passò l’idea che solo la senior et melior pars della comunità avesse le competenze necessarie per interpretare i valori della nazione [3, p. 145].

divisore 4

1.3 Il 1848: la “primavera dei popoli”

Le numerose e simultanee insurrezioni popolari che scoppiarono nei primi mesi del 1848 costituirono una svolta decisiva nella storia europea, giacché per mezzo di esse, avvenne il trionfo del principio di nazionalità, ben rappresentato nei fatti dalla formazione di due nuovi grandi e popolosi Stati nazionali nel cuore dell’Europa: l’Italia e la Germania [4, p. 368].

L’equilibrio politico e l’ordine internazionale usciti dal congresso di Vienna vennero definitivamente minati nel corso del biennio 1848/49 e le diverse istanze nazionali, sociali e liberali, maturate negli anni precedenti, poterono trovare una prima realizzazione effettiva, seppur le insurrezioni popolari furono misere rispetto alle speranze iniziali.

Negli anni Quaranta del XIX secolo l’Europa fu in balìa di pressioni e contrasti non solo politici, ma anche economici. Ovunque si diffusero pressature per un allargamento dello spazio politico ai quali andò ad intrecciarsi un diffuso ideale nazionalistico. Tra il 1845 e il 1847, lo stato di tensione si manifestò spesso in modi violenti, come in Svizzera o in Polonia, e ad aggravare la situazione – sempre negli stessi anni – vi furono una sequenza ininterrotta di cattive annate agricole che misero in ginocchio molte economie europee: sul continente la paura di nuove rivoluzioni tornò a turbare i sogni di molti [4, p. 370].

L’esplosione rivoluzionaria non fu prerogativa solo del “48”. Durante gli anni 1820-21/1830-31, avvennero simili insurrezioni, ma la maggior parte di esse si concluse con un clamoroso insuccesso a causa di azioni mal gestite ed isolate, non coadiuvate da un programma comune, ma a loro modo lasciarono il segno nella coscienza collettiva. Ma a differenza dei due cicli rivoluzionari, quelle del “48” scalfirono maggiormente l’ordine internazionale in quanto, ad eccezione della Russia zarista e delle isole britanniche, tutto il cuore del continente fu attraversato da rivolte e insurrezioni contro i governi locali e tale fenomeno, conosciuto come “primavera dei popoli”, fu di una portata tale da segnare una cesura tra l’età della Restaurazione e il secondo Ottocento [4, p. 368]. Cosa che non avvenne coi moti degli anni precedenti.

L’elemento comune alle diverse esperienze rivoluzionarie fu la richiesta di un profondo rinnovamento delle istituzioni politiche, oramai troppo legate ad un passato assolutistico ed anacronistico. Ovunque si chiesero riforme costituzionali, attraverso la creazione di organi rappresentativi o l’allargamento della base elettorale, libertà di stampa, di riunione [4, p. 369]. Oltre alle rivendicazioni costituzionali, un tratto fondamentale caratteristico dei moti furono le rivendicazioni nazionali e la volontà di rivoltarsi contro un dominio sentito estraneo o per usare un termine caro ai patrioti, “straniero.” Iniziarono a prendere forma le premesse per le unificazioni italiana e tedesca.

divisore 4

1.4 L’Italia e la Prussia prima di Cavour e Bismarck

L’Italia e la Germania, uscirono dal Congresso di Vienna molto più divisi di quanto lo erano stati giacché non si tennero in conto le esperienze unitarie e costituzionali dell’età napoleonica [4, pp. 296–297]. Negli anni dell’Impero l’Italia napoleonica si trovò divisa in tre entità statali: il Regno d’Italia, il regno di Napoli e i territori annessi all’impero francese.)(4)

In Germania, invece, dopo le vittorie delle truppe napoleoniche, in particolar modo ad Austerlitz e con la sottoscrizione del trattato di pace di Presburgo, il Sacro Romano Impero, dopo mille anni di vita, cessò di esistere. Francesco II d’Asburgo, che ne era stato imperatore sin dal 1792, rinunciò al titolo, assumendo come Francesco I, quello di imperatore d’Austria. Dopo il 1815 l’assetto geopolitico nei due Paesi fu molto diverso: l’area tedesca venne nuovamente raggruppata in una Confederazione di Stati dove al suo interno a risultare più forti furono l’Austria e la Prussia; mentre per l’Italia le decisioni del Congresso non tennero in considerazione il rispetto del principio di legittimità, perché vennero cancellate tutte le antiche repubbliche aristocratiche, come Genova e Venezia, né si tennero in considerazione le esperienze unitarie propugnate dal regime napoleonico [4, pp. 296–297]. Anzi, il compromesso raggiunto dai congressisti consegnò il controllo della penisola all’Austria, in modo più o meno diretto, lasciando l’Italia ancora una volta oggetto di influenze straniere. L’unica eccezione fu data dal Regno di Sardegna dove tornò sul trono Vittorio Emanuele I, appartenente alla dinastia dei Savoia [4, p. 297]. Per tali motivi, la presenza interna ed esterna dell’Austria venne percepita come antagonista al raggiungimento di una maggiore libertà politica e di affermazione nazionale presso le due aree.


(4) Benché nominato Regno d’Italia, i territori inglobati non riguardarono tutta la penisola, bensì solo la parte settentrionale.


E non fu casuale che ideali nazionalistici e liberali presero vigore proprio in quegli anni.

Ma prima di parlare del caso italiano, diamo uno sguardo all’area tedesca.

Agli inizi del XIX secolo in Germania l’idea di nazione divenne un fattore di azione politica, così come l’attuare delle riforme di stampo liberale negli Stati tedeschi. Per il primo, fu il filosofo Johann Gottlieb Fichte, con i Discorsi alla nazione tedesca, tenuti nel 1807, a contribuire non solo al nascente nazionalismo tedesco, ma anche a rafforzare il concetto di germanesimo visto come elemento comune a tutto il popolo tedesco [7, p. 209]. Non solo, il sentimento nazionale prese corpo anche durante la resistenza all’occupazione napoleonica, vissuta con toni quasi da “crociata”, come la definì il poeta Theodor Körner [4, p. 296]. Invece, per quanto riguarda la realizzazione di riforme, nel mondo tedesco non si vennero a creare gruppi cospirativi, come accadde in Italia. I liberali tedeschi confidarono nelle riforme governative e nello sviluppo economico, viste come possibili strade da seguire, per ottenere cambiamenti significativi. Il liberalismo tedesco assunse quindi connotazioni moderate, mentre in Italia i liberali non ebbero timore di raggiungere i loro obiettivi mediante insurrezioni. Intorno al 1830 nel mondo tedesco iniziarono a manifestarsi gli effetti combinati dallo sviluppo industriale e dell’aumento della popolazione causando disoccupazione e miseria: ciò portò a forti tensioni sociali, sfociate a volte in moti insurrezionali, come accadde in Slesia. A questa situazione si accompagnò anche l’agitazione politica favorita dal- l’adozione in molti Stati della Confederazione germanica di Costituzioni di stampo liberali e dalla rinascita di forze nazionaliste che misero in discussione l’assetto es- istente. Questa atmosfera carica di tensioni sociali e fermenti liberali è ricordata ancora oggi come Vormärz (letteralmente “prima di marzo”), indicando il periodo precedente il 1848 [4, p. 53].

Fra gli Stati componenti la Confederazione, i liberali tedeschi videro nella Prussia, nonostante l’autoritarismo del suo governo, non solo il naturale antagonista dell’Austria, ma il maggior punto di riferimento di tutti i tedeschi quali ambivano la nascita di una forte Germania. Ma perché la Prussia? Per sua iniziativa, nel corso del Vormärz, lo sviluppo economico e l’integrazione del mondo tedesco ebbe un ulteriore passo in avanti: lo Zollverein [4, p. 354]. Nel 1828 gli Stati tedeschi stipularono accordi finalizzati alla nascita di un mercato comune. L’Austria, conscia del fatto che il centro economico non sarebbe stata lei, ma la Prussia, cercò di ostacolarne la formazione con scarsi risultati giacché il 1° gennaio 1834 nacque l’Unione doganale. Quest’ultima fu la prima importante premessa per la futura nascita dell’unità politica [7, p. 223]. La realizzazione di questa area di libera circolazione venne a realizzarsi per fasi, a partire dagli anni Venti, per mezzo delle teorie di Friedrich List (1789-1846), economista [7, p. 223]. List promosse la teoria dell’economia nazionale: lo Stato doveva intervenire nell’economia, muovendosi in una continua competizione fra le altre Nazioni. E da ciò è possibile dare anche un’ulteriore motivazione per cui l’Austria venne esclusa dal neo-mercato comune. Di conseguenza la Prussia aumentò il suo prestigio e peso nel mondo tedesco. Durante la rivoluzione di marzo – Märzrevolution – l’agitazione politica e sociale si manifestò in tutto il mondo tedesco, con la pressante richiesta di carte costituzionali, come in Baden e nel Württemberg, o la formazione di governi liberali, come in Sassonia e in Baviera, istituiti da sovrani sensibili al malcontento popolare. Anche in Prussia voci di rivolta ebbero forte risonanza tant’è che il re Federi- co Guglielmo IV, salito al trono nel 1840, sulla scia di quanto stava avvenendo, concesse la libertà di stampa e il via libera alla nascita di un governo liberale con lo scopo di allestire un’assemblea costituente, benché ostile al Liberalismo e al Costituzionalismo. Inoltre, promise di mettersi a capo del processo di unifi- cazione, realizzando così il sogno agognato da tanti tedeschi. Grazie alle aperture del sovrano, i liberali si ritennero pronti e il 30 marzo 1848, presso la Chiesa di San Paolo a Francoforte, allestirono un’Assemblea o Pre-parlamento incentrato sulla promulgazione di riforme di stampo liberale. Ben presto, però, emersero le differenti visioni ideologiche quali allontanarono ancora di più l’orizzonte dell’unità. Vennero a crearsi due fazioni, dette «piccolo-tedesca» e «grande-tedesca», quali una voleva l’esclusione dell’Austria dall’unificazione tedesca, con la sola Prussia a capo del processo d’unificazione e l’altra che voleva inglobarla e mettere gli Am- burgo a capo di quest’ultimo [7, p. 239]. Dopo febbrili momenti di discussioni, nel marzo del 1849, a prevalere fu la corrente «piccolo-tedesca» e allo stesso tempo si decise l’approvazione di una costituzione quale prevedeva la nascita di uno Stato tedesco, la cui corona sarebbe stata offerta al re di Prussia. Ma il sovrano non assentì, rifiutando con sdegno l’offerta, considerata ignobile dal fatto che erano stati gli stessi rivoluzionari a offrirgliela. Finiva così una stagione politica pregna di speranza. Ora analizziamo il caso italiano.

Per comprendere appieno i processi che portarono all'unificazione italiana, è imprescindibile focalizzarsi su alcuni eventi storici occorsi tra il 1815 e il 1849. In questo periodo cruciale si delinearono non solo le premesse politiche ma anche quelle culturali, che avrebbero poi guidato il movimento risorgimentale [7, p. 246]. Fu in questi decenni che si coniò l'espressione "Risorgimento,"(5)


(5) Il termine, impiegato già in passato, stava ad indicare che la nazione italiana non doveva essere creata ex novo, ma di farla risorgere, liberandola dall’oppressione straniera. Una delle prime attestazioni è da far risalire al Conte Benvenuto Robbio di San Raffaele, che nel 1769 auspicò ad un «imminente risorgimento» della cultura italiana. A seguire, nel 1775 il gesuita Saverio Bettinelli pubblicò un’opera intitolata Del Risorgimento d’Italia negli studi, nelle arti e nei costumi dopo il Mille. Come è possibile evincere, l’utilizzo della parola in entrambi si riferisce non ad un significato politico, ma solamente culturale. Infatti, la parola “Risorgimento” venne dapprima usata per riferirsi a quel periodo che noi conosciamo con l’espressione Rinascimento.


un termine evocativo che rappresentava la rinnovata aspirazione del popolo italiano all'indipendenza e alla libertà dalla dominazione straniera. Il Risorgimento, infatti, non fu semplicemente una serie di battaglie e rivoluzioni, ma un movimento culturale profondo, caratterizzato dalla riscoperta e dalla valorizzazione della lingua, della letteratura e delle tradizioni italiane. Questo fermento culturale alimentò l'identità nazionale e preparò il terreno per le successive azioni politiche e militari che avrebbero condotto all'unificazione del Paese.

Così come nell’area tedesca, anche la regione italiana non fu esente dalla diffusione di ideali liberali e romantici. In Germania, come visto precedentemente, il Romanticismo guardò al passato per far rivivere le tradizioni con le quali fondare il nuovo assetto istituzionale; invece, il Romanticismo italiano abbracciò ideali “progressisti”, vedendo nell’Illuminismo non un nemico da avversare, bensì considerarsi il continuatore di ideali già ben radicati. E proprio su questi fronti si mossero gli intellettuali italiani, consci del fatto che l’Italia, come ebbe a dire Melchiorre Gioia, condivideva «Gli stessi mali, le stesse speranze, gli stessi timori» [7, p. 247].

I primi anni della Restaurazione significarono per l’Italia il ritorno all’asservimento e la rivincita dell’assolutismo dinastico dove nessuna forma di costituzione, nessuna forma di autonomia locale mitigarono un assetto politico dove il liberalismo e il riconoscimento di una identità nazionale venissero escluse. Ma in alcune zone d’Italia il ritorno all’antico regime non fu accolto come un trauma: Maria Luisa a Parma e Ferdinando III in Toscana seppero far coesistere i mutamenti dell’età napoleonica con il ripristino dei vecchi ideali.

L’insoddisfazione tra le classi dirigenti ed il popolo non tardò a manifestarsi, arrivando a forme di più o meno scoperta opposizione politica. A ciò, come contraccolpo, si aggiunsero l’asfissiante sorveglianza poliziesca e la censura [4, pp. 298– 299].

Nella battaglia contro i reazionari, nell’area Lombardo-Veneto – ricordiamo, soggetta al dominio austriaco – si sviluppò un’intesa attività culturale che ebbe anche un rilevante significato politico. Il frutto più importante di questa esperienza fu la nascita nel 1818 del “Il Conciliatore”, una rivista culturale che ebbe tra i suoi fondatori Federico Confalonieri (1785-1846), un nobile di mentalità borghese, aperto alle innovazioni, già promotore di una rinascita per «i popoli violentemente aggregati, incorporati e snazionalizzati» [7, p. 247].

Come scritto nel programma della rivista, lo scopo fu quello di formare l’opinione pubblica attraverso la conciliazione della cultura romantica con il meglio dell’Illuminismo lombardo. Ma la rivista non ebbe vita duratura. Poco più di un anno fu repressa dall’intervento della censura austriaca. L’esperienza de “Il Conciliatore”, però, non rimase senza eredi. Infatti, dopo il 1821, il testimone passò alla rivista fondata a Firenze da Gian Pietro Vieusseux: “Antologia.” [4, p. 298].

Inoltre, fra il 1815 e il 1847 si assistette anche alla produzione di opere artistiche di natura varia – raccolte poetiche, tragedie, romanzi, melodrammi, pitture – che rielaborarono il mito della nazione italiana, a partire dalla sua storia passata per arrivare alle sue vicende recenti, accompagnate dalla riscoperta di autori del passato quali ebbero caro sentimenti patriottici, come Dante.

Questo è per quanto riguarda l’aspetto culturale, ma dobbiamo ricordare anche l’importanza dell’azione svolta dalle società segrete. L’organizzazione che meglio raggruppò l’adesione dei primi patrioti fu la Carboneria [4, p. 299]. La richiesta di diritti e poteri politici si fece sempre più viva e diffusa e non essendoci nessuna possibilità di manifestare pubblicamente, si decise di costituirsi in un gruppo organizzato. La Carboneria ebbe una struttura gerarchica: solo i dirigenti conoscevano gli obiettivi finali e fra gli adepti si adottarono un linguaggio, riti e simboli che si ispiravano alla religione cristiana e ai commercianti. Non a caso i luoghi di riunione o le stesse maglie organizzate prendevano il nome di “vendite” [7, p. 249]. All’interno della composizione sociale della Carboneria, si annoverarono molti ufficiali e soldati di diversi eserciti, proprietari terrieri e pochi nobili, ma notevole fu anche la partecipazione di molti sacerdoti quali poterono diffondere a molti strati popolari gli ideali carbonari [7, p. 249].

Le società segrete, però, rappresentarono una risposta inefficiente. Indice di ciò furono la rivoluzione napoletana del 1820-21 e il fallito tentativo rivoluzionario in Piemonte poiché la situazione sancita dal Congresso di Vienna restò immutata, ma di lì a poco gli eventi avrebbero preso una strada diversa. In seguito alla rivoluzione spagnola del 1820, nel luglio dello stesso anno la Carboneria alimentò il fuoco del malcontento popolare nel regno delle Due Sicilie. Un gruppo di ufficiali affiliati alla società segreta comandati da Michele Morelli e Giuseppe Silvati fecero insorgere le truppe stazionate presso Nola. L’insurrezione fu possibile anche grazie a Guglielmo Pepe, comandate dell’esercito napoletano. La rivolta si concluse con un successo: Ferdinando I accolse la richiesta di promulgare una Costituzione e di indire elezioni. Ispirati dai fatti napoletani, anche in Sicilia i liberali si mossero, però con obiettivi diversi perché chiesero l’autonomia. Ferdinando I continuò, però, ad essere ostile alle idee liberali tant’è che fu convocato dai sovrani della Santa Alleanza per dare spiegazioni. Uscito dal regno dichiarò che la concessione gli era stata intimata con la forza e sollecitò l’intervento austriaco. L’Austria non tardò ad intervenire, ristabilendo l’ordine: l’esperienza liberale fu così stroncata [7, p. 250].

In Piemonte, invece, i moti furono assai diversi. Innanzitutto, la rivoluzione fu promossa da Santorre di Santarosa, nobile carbonaro, il quale campeggiò un gruppo di nobili, borghesi e militari [7, p. 251]. Il gruppo di Santarosa, ispirati dalla rivoluzione spagnola del 1812, professarono la creazione di una istituzione dove fossero state presenti due Camere, una elettiva e l’altra di nomina regia. È da considerare, però, un altro aspetto: all’interno del loro programma, i rivoluzionari erano uniti sulla richiesta d’intervento da parte delle truppe piemontesi contro gli austriaci nel Lombardo-Veneto. In tal modo, la questione dell’indipendenza, seppur nella sola Italia settentrionale, iniziò a prendere forma [7, p. 251]. La strategia rivoluzionaria di Santarosa guardò non più alla sola realtà piemontese, ma a quella italiana.

Per la realizzazione del progetto rivoluzionario, fu indispensabile l’adesione di un appartenente alla famiglia dei Savoia. Fra questi, il membro più vicino fu Car- lo Alberto (1789-1849), nipote del re Vittorio Emanuele I [7, p. 251]. Il 6 marzo 1821 Santarosa si incontrò col principe ereditario: questi inizialmente fu favorevole all’azione rivoluzionaria, ma ben presto cambiò idea. L’insurrezione scoppiò comunque, anche perché apparve evidente che gli austriaci stessero per marciare su Napoli e i congiurati speravano in un attacco delle truppe sabaude con lo scopo di coglierli di sorpresa. Il moto si propagò e Vittorio Emanuele I abdicò a favore di suo fratello Carlo Felice, ma poiché quest’ultimo non era presente nel regno, il principe assunse la reggenza; così facendo, accettò di concedere una Costituzione. Ma anche questa rivoluzione durò poco per via dell’offensiva austriaca richiesta dal nuovo re e per la resistenza mossa poi dal principe reggente [7, p. 251].

L'esperienza dei moti rivoluzionari non si esaurì con i primi tentativi. Anche negli anni Trenta vi furono ulteriori sollevazioni, le quali tuttavia non verranno qui analizzate, poiché si conclusero allo stesso modo e non ebbero l'impatto dei precedenti eventi discussi. È invece necessario focalizzare l'attenzione sulla questione nazionale, che divenne oggetto di dibattito politico tra varie personalità proprio negli stessi anni.

In Italia, come nel resto d'Europa, il movimento nazionale si divise in due correnti: una democratica e una liberal-moderata. Entrambe rivendicavano l'esistenza della nazione italiana, ma proponevano visioni politiche e strategie operative profondamente diverse [7, p. 257]. All'interno dell'universo democratico, emerse rapidamente la figura di Giuseppe Mazzini (1805-1872). Nato a Genova, Mazzini iniziò a interessarsi alla questione nazionale dopo i moti del 1820-21, quando incontrò casualmente un insorto in esilio. Affascinato dall'incontro, nel 1827 si unì alla carboneria genovese e nel 1830 fu arrestato e costretto all'esilio. La svolta avvenne dopo i moti degli anni Trenta, eventi che lo portarono a maturare una nuova concezione dell'azione politica e dei metodi rivoluzionari. Da ex carbonaro, Mazzini constatò che le modalità operative, la segretezza e gli obiettivi della carboneria erano vaghi e, pertanto, fonte di debolezza e confusione. Così, nel luglio del 1831, fondò a Marsiglia un'associazione con un programma chiaro e definito: la Giovine Italia.(6) Gli obiettivi della sua formazione erano ben definiti già all’interno del motto: «Unione, forza e libertà!». L’Italia di Mazzini avrebbe dovuto essere una «nazione di liberi ed eguali» ma soprattutto «Una, indipendente, sovrana», ovvero non più divisa in vari Stati, ma uniti in una repubblica democratica dove sarebbe sparita la presenza di un monarca assoluto a pro di un sistema sociale più equo. Ma prima di raggiungere tale scopo bisognava promuovere l’educazione politica delle masse in quanto la rivoluzione avrebbe avuto maggior successo di realizzarsi se spinta dal basso. Ben presto il pensiero politico di Mazzini esercitò grande fascino presso i giovani tant’è che fra i suoi iscritti possiamo annoverare lo stesso Giuseppe Garibaldi (di cui parleremo meglio in seguito), che aderì nel 1832. Alla concezione rigidamente unitaria di Mazzini si contrappose quella federalistica del milanese Carlo Cattaneo (1801-1869), che guardò soprattutto ai modelli a lui contemporanei di federalismo: la Svizzera e gli Stati Uniti [7, p. 260]. Inizialmente, sul piano politico, Cattaneo auspicò una ristrutturazione dell’impero austriaco in chiave federalista, concedendo alle varie parti dell’impero ampie autonomie; ma visto che l’Austria era ben lontana dall’apportare simili cambiamenti, auspicò la formazione di una federazione prettamente italiana. Il federalismo di Cattaneo, però, era impregnato di una forte radice lombarda giacché vedeva nel Piemonte uno Stato politicamente ed economicamente inadatto. Così per Mazzini, anche Cattaneo vedeva nel popolo il protagonista assoluto della rivoluzione. Non il popolo delle grandi campagne, bensì «il popolo della città» [7, p. 260], l’uni- co a poter rappresentare la vera forza della nazione italiana. Le sue idee, però, non ebbero molta risonanza all’epoca in quanto l’unico che avrebbe potuto dar vita al suo progetto politico fu il Piemonte. Queste furono le voci più autorevoli all’interno del pensiero democratico, ma ora analizziamo quello liberal-moderato.

Partiamo da Vincenzo Gioberti.

Parlando dell’Italia unita, Mazzini voleva che, come sua testa, ci fosse stata la «Terza Roma» che avrebbe rinnovato i fasti dei Cesari e dei Papi. Ma la Roma di Mazzini non esisteva ancora [7, p. 258]. Al suo posto esisteva ancora quella del vescovo di Roma. Proprio alla Roma dei Papi guardò Vincenzo Gioberti (1801- 1852), un sacerdote torinese che in gioventù fu vicino agli ideali mazziniani [7, p. 258]. Nel 1843, mentre si trovava in esilio a Bruxelles, pubblicò l’opera Del primato morale e civile degli italiani che riscosse un notevole successo [7, p. 258]. Nella visione di Gioberti l’Italia avrebbe dovuto essere una confederazione di Stati in cui il Papa avrebbe ricoperto il ruolo di presidente(7) in quanto la libertà e l’indipendenza, senza l’aiuto promosso dalla Chiesa, sarebbero stati irraggiungibili.


(6) Per un maggiore approfondimento della figura di Giuseppe Mazzini si rimanda a [8]–[10].

(7) Le idee promosse da Gioberti passarono alla storia sotto l’etichetta di neoguelfismo in contrapposizione al progetto politico di coloro che sostennero la monarchia sabauda come uno mezzo con cui raggiungere l’indipendenza. Quest’ultimi presero il nome di neoghibellinismo.


A favore di ciò il sacerdote scrisse che il primato morale e civile era stato raggiunto grazie al contributo promosso dalla stessa istituzione attraverso i secoli, ma, seppur molti erano favorevoli al progetto, forti anche per l’elezione al soglio pontificio di Pio IX, i cui primi anni di pontificato sembrarono suggerire una cauta apertura verso la causa italiana, quest’ultimo non poté realizzarsi a priori perché il Papa, come capo spirituale di un movimento religioso praticato anche al di fuori dell’Italia, non poteva assumere il ruolo di guida in segno di rispetto delle altre Nazioni.

Altresì, il programma delineato non piacque ai molti moderati che guardavano al Piemonte come guida del movimento nazionale, fra questi Cesare Baldo (1759- 1853) e Massimo Taparelli marchese d’Azeglio (1798-1866) [7, p. 259]. Un anno prima della pubblicazione del libro di Gioberti, Baldo pubblicò Le speranze d’Italia [7, p. 259] dove affermò che dal punto di vista dei liberali monarchici e conservatori, la monarchia sabauda era il principale punto di riferimento in quanto libera dai vincoli con le corone europee. Asserì anche che sarebbero stati inefficienti le azioni mosse dalle insurrezioni popolari, l’azione congiunta di sovrani italiani e soprat- tutto chiedere aiuto militare ad uno Stato straniero poiché pericoloso per via di una possibile dominazione. L’unica risoluzione era rappresentata dal prestigio del re di Sardegna che avrebbe potuto avviare trattative in Europa per convincere il governo di Vienna a rinunciare ai domini italiani in cambio di compensazioni territoriali nei Balcani. Tali posizioni, come detto, vennero condivise anche dallo stesso D’Azeglio. Anzi, con l’opera Proposta di un programma per l’opinione nazionale italiana, edita nel 1847, il marchese invitò gli Stati ad aprirsi al Liberalismo, favorendo una crescita civile ed economica, considerata da lui come il primo passo verso l’indipendenza prima e alla nascita di una confederazione supervisionata dai Savoia poi.

Accingendoci alla fine di questo paragrafo, ripercorreremo le tappe fondamentali del 1848, anno della Prima Guerra d’Indipendenza, evento storico di fonda- mentale importanza che merita di essere approfondito. Ricordiamo che nel corso del 1848, l'Europa fu scossa da una serie di rivoluzioni che ebbero un profondo impatto sul panorama politico e sociale del continente. L’ “anno dei miracoli” fu aperto in Italia, prima ancora della rivoluzione parigina di febbraio [7, p. 261]. Le insurrezioni della primavera italiana scoppiarono nel Regno delle Due Sicilie dove il popolo siciliano insorse contro il dispotismo borbonico. La rivolta portò alla nascita di un governo provvisorio e all’adozione di una Costituzione liberale e una volta dichiarata decaduta la monarchia borbonica, il trono venne offerto ad Alberto Amedeo di Savoia, figlio del re Carlo Alberto. Intanto, a Napoli Ferdinando II di Borbone annunciò la concessione di un ulteriore statuto con cui si provvide all’istituzione di due Camere, una di nomina regia, l’altra eletta a base censitaria.

Dopo l’esempio napoletano, anche in Toscana, Piemonte e nello Stato della Chiesa vennero concesse una Costituzione. La più importante fu lo Statuto albertino favorito dal re Carlo Alberto(8). Il fervore rivoluzionario culminò infine con la Prima Guerra d’Indipendenza, un conflitto che segnò un momento cruciale nella lotta per l'unificazione nazionale [7, p. 262].

La guerra ebbe inizio il 23 marzo 1848, quando Carlo Alberto di Savoia dichiarò guerra all'Impero austriaco, rispondendo alle richieste di aiuto dei patrioti italiani. Tra le figure chiave di questo periodo vi furono, oltre al sovrano sabaudo, personaggi come Daniele Manin, che guidò la resistenza a Venezia, e Giuseppe Garibaldi e Mazzini che si distinsero per il loro coraggio e determinazione, riuscendo a promuovere insurrezioni con le quali sorsero delle Repubbliche.

La Prima Guerra d’Indipendenza vide una serie di battaglie significative, tra cui la Battaglia di Custoza e la Battaglia di Novara. Nonostante il coraggio dimostrato dai combattenti italiani, la guerra si concluse con una sconfitta per il Regno di Sardegna e il ritorno delle forze austriache nei territori italiani. L'esito della guerra ebbe conseguenze profonde. Sebbene il tentativo di liberazione fosse fallito, la guerra contribuì a rafforzare il senso di identità nazionale e a consolidare l'idea di un'Italia unita e indipendente. Gli ideali mazziniani di libertà e unità continuarono a ispirare le generazioni successive, preparando il terreno per le future campagne di unificazione italiana. In conclusione, la Prima Guerra d’Indipendenza rappresenta un capitolo fondamentale nella storia del Risorgimento italiano. Essa dimostra come la lotta per la libertà e l'unità nazionale, nonostante le sconfitte iniziali, possa essere una fonte di ispirazione e di forza per le future generazioni(9).


(8) Lo Statuto albertino, cioè la costituzione concessa nel Regno di Sardegna il 4 marzo 1848, rimase la legge fondamentale dello Stato italiano per un intero secolo. Nel 1861, con la nascita del Regno d’Italia, fu adoperata come Magna Charta dello Stato. Sospesa nel periodo fascista, tornò in vigore nel 1943 fino al 1948, anno in cui venne stilata la Costituzione della Repubblica italiana.

(9) Sul 1848 in Italia si rimanda a [11]–[14].

divisore 4

CAPITOLO 2

Vita, formazione e ascesa politica di Cavour e Bismarck

2.1 Cavour: gioventù, i viaggi, ministro dell’agricoltura con d’Azeglio

Dopo aver tracciato nel capitolo precedente il contesto storico in cui si sono verificati i principali avvenimenti del primo quarantennio dell’Ottocento, è necessario, ora, volgere lo sguardo alle due personalità protagoniste del presente elaborato. Due uomini che hanno giocato un ruolo cruciale nel plasmare il volto e il destino dell’Europa moderna: Camillo Benso, conte di Cavour, e Otto von Bismarck. Questi non solo seppero incarnare attraverso il loro operato i principali processi di unificazione da cui nacquero in seguito il Regno d’Italia e l’Impero tedesco, ma furono anche figure emblematiche di un’epoca caratterizzata da profondi cambiamenti politici, sociali ed economici. In questo capitolo, è nostro obiettivo analizzare in modo dettagliato la vita, la formazione e l’evoluzione politica dei due statisti, partendo dalle loro origini e educazione ricevuta, per comprendere come questi elementi abbiano influenzato le loro visioni del mondo e forgiato il loro carattere. Verrà esaminato il percorso che li condusse a diventare figure di spicco nella vita politica del loro paese, soffermandoci sulle principali tappe delle loro carriere, le sfide e le strategie adottate per affermarsi nel panorama politico del tempo. In breve, l’analisi di Cavour e Bismarck non si limiterà ad una semplice rassegna cronologica degli eventi, bensì cercherà di mettere in luce le motivazioni, le ambizioni e le visioni che li guidarono, in quanto attraverso di essi potremmo comprendere meglio come entrambi siano riusciti a sfruttare le opportunità offerte, trasformando le idee in realtà politiche e diventando così gli architetti di due delle più importanti unificazioni nazionali della storia europea.

Inizieremo da Cavour. Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella, noto più semplicemente come Conte di Cavour o Cavour, nacque a Torino il 10 agosto 1810. I suoi genitori, Michele Antonio di Cavour e Adele de Sellon, appartenevano all’aristocrazia torinese e godevano di un'importante posizione sociale. Erano strettamente legati a Camillo Borghese, governatore del Piemonte, il quale, grazie al matrimonio con Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone, aveva ottenuto il governatorato nel 1808 per concessione dell'imperatore stesso. Infatti, essi furono padrini del bambino, tant’è che lo stesso Michele di Cavour, in omaggio al governatore, trasmise il nome al figlio. L’infanzia del Conte di Cavour, nonostante il privilegio di essere nato in una famiglia aristocratica, fu segnata non solo da una società ristretta e chiusa [15, p, 9], ma anche dalla scarsa fortuna a livello economico, seppur il padre fosse abile nelle speculazioni economiche. Allorché Torino tornò sotto la casata dei Savoia, il Marchese pensò di lasciare il Piemonte, preoccupato di perdere le prerogative ottenute durante gli anni del dominio francese, ma ben presto dovette ricredersi, poiché poté continuare i suoi affari indisturbato. Per quanto riguarda la sua prima educazione, che non fu eccellente, anzi lacunosa, imparò il dialetto piemontese e il francese come lingue da utilizzare sia nei salotti mondani sia in privato, com’era prassi per ogni giovane del suo rango [15, p. 9].

Era un ragazzo non molto propenso agli studi e proprio in quegli stessi anni maturò quel carattere forte che lo avrebbe contraddistinto come uomo (1/2). A nove anni la famiglia lo mandò presso l’Accademia militare dove Camillo Benso entrò subito in contatto con un ambiente in cui la ferrea disciplina e le difficoltà dell’addestramento erano all’ordine del giorno. Vi rimase sino ai diciassette anni, ma non furono anni felici e la sua tempra lo portò a frequenti momenti di insubordinazione verso i suoi superiori. La carriera militare lo tediava. Ad essa preferiva la lettura e lo studio di diversi autori che poi finirono per influenzare la sua formazione culturale e politica, come Alexis de Tocqueville e Adam Smith (2/2). Grazie ai suoi studi, il giovane Cavour percepì presto che la società torinese era lontana da concetti quali «ammodernamento» e «progresso» e per tale motivo decise di prendere le distanze da essa per il suo clima conservatore e ottuso, guardando oltre. Abbandonata la carriera militare e tornato alla vita civile, Cavour iniziò a frequentare i salotti mondani della sua città, avendo così conferma che Torino, ma anche il Piemonte, era un luogo inadatto per un uomo brillante e caparbio come egli era. Nel 1832 il padre gli affidò la gestione dei terreni di famiglia presso Alba, un paesino dove la famiglia Cavour possedeva il più delle terre agricole.


(1/2) La personalità di Cavour è riassumibile come testarda e chiassosa, ma dotata di uno spirito intraprendente e vivace [16].

(2/2) Cavour apprese dal primo gli ideali del Liberalismo, mentre dal secondo il valore del libero scambio e il ruolo dello Stato all’interno dell’economia. Tali concetti sarebbero stati applicati poi durante la vita politica.


Ne riuscì a diventare anche Sindaco e tenne l’amministrazione per sedici anni. Nonostante la sua carriera fosse in crescita, Cavour non era soddisfatto e spesso si sentiva infelice, malinconico e vuoto. Lo stesso valse per l’idea della vita matrimoniale: nel 1830, durante un soggiorno a Genova (città ritenuta superiore a Torino dal punto di vista politico e sociale), conobbe Anne Giustiniani. I genitori del Conte fissarono per il 1834 le nozze, ma il matrimonio non venne mai celebrato, poiché Cavour riteneva la ragazza isterica e poco equilibrata. Gli anni Trenta segnarono l’inizio vero e proprio per l’interesse della vita politica italiana estera; grazie ai privilegi della sua classe sociale, ebbe la possibilità di viaggiare per l’Europa, otte- nendo così la conoscenza di realtà politiche, economiche e sociali avanzate rispetto al Piemonte. Viaggiò in Svizzera, Francia, Inghilterra, Germania. Rimase profon- damente ammaliato dall’Inghilterra, poiché in essa vide la madre delle Istituzioni liberali e una terra in cui le attività commerciali, finanziarie e marittime erano all’avanguardia. L’aspetto che più lo colpì fu lo sviluppo della rete ferroviaria (3/2) Di ritorno dai suoi viaggi, Cavour fu sempre più convinto che il regno Sabaudo avrebbe dovuto avviare un’opera di ammodernamento, non solo attraverso lo sviluppo delle reti di comunicazione, ma anche introducendo legislazioni simili alla Francia ed Inghilterra, interessate l’una al concetto dell’uguaglianza, l’altra alla libertà.

Tuttavia, l’ambizioso progetto politico non poté realizzarsi per il momento(4/2). Camillo Benso passò all’impegno politico diretto nel 1847 con la fondazione del giornale «Il Risorgimento» da cui iniziò a diffondere le sue opinioni politiche. In un articolo apparso sul primo numero, pubblicato il 15 dicembre 1847, intitolato Influenza delle riforme sulle condizioni economiche dell’Italia, il Conte, mettendo in luce il nesso tra i progressi politici e quelli economici, affermò:

Le condizioni dei due progressi sono identiche [. . . ]. Là dove non è vita pubblica, dove il sentimento nazionale è fiacco, non sarà mai industria potente. Una nazione [. . . ] cui ogni azione politica è vietata, ogni novità fatta sospetta e ciecamente contrastata, non può giungere ad alto segno di ricchezza e di potenza [7, p. 254].


(3/2) Riferendosi allo sviluppo ferroviario, Cavour affermò che era: «Una rivoluzione sul piano psicologico e culturale prima ancora che su quella economica» [16, p. 39]

(4/2) Il contesto economico e sociale rendeva difficile la realizzazione di un simile e ambizioso progetto di ammodernamento. L’unico passo verso tale prospettiva avvenne nel 1848, quando venne promulgato lo Statuto Albertino.


Soffermandoci nell’analizzare il passo citato dall’articolo, è possibile evidenziare i punti forti della riflessione cavouriana, riassumibili in:

  1. Necessità di una vita pubblica attiva: in un Paese dove i cittadini non ri- coprono un ruolo attivo nell’interesse della cosa pubblica ci può essere lo stazionamento dell’economia e non alla sua innovazione, poiché la sua vitalità dipende strettamente dal loro coinvolgimento.
  2. Debolezza del senso nazionale: in assenza di una identità collettiva forte, dove anche l’impegno per il bene comune è distante, è difficile che una nazione possa mobilitarsi per lo sviluppo economico-industriale.
  3. Avversione alla repressione politica: L’idea di un regime politico, in cui la partecipazione delle masse è ostacolata e dove ogni tentativo di cambiamento è domato dal potere centrale, non fa ben sperare nella crescita di uno Stato. Per tali motivi, Cavour perorò l’idea della libertà politica come mezzo per lo sviluppo in ogni campo.

In sintesi, il suo è un invito al riconoscimento all’importanza della libertà politica come fondamento del progresso economico e della crescita nazionale. Le sue riflessioni non furono sempre condivise dalla borghesia piemontese, ancora legata ad un forte conservatorismo, ma di lì a poco esse avrebbero portato i frutti sperati. Ciò spiega anche perché al momento della diffusione dello Statuto concesso dal re Carlo Alberto, Cavour ne fu estimatore. Infatti, in un altro articolo pubblicato il 10 marzo 1848 sul suo giornale, dal titolo Difesa e osservazioni allo Statuto Albertino, affermò:

Accettiamo con riconoscenza, con gioia sincera i larghi principi ch’esso proclama; e se scorgiamo in esso difetti secondari, abbiamo piena fiducia nel Parlamento che sta per riunirsi; e nel ministero che sta costituendosi sotto la direzione di quei due sommi uomini, Pareto e Balbo, che furono i nostri maestri in tempi difficili, e che saranno ora le nostre guide nella via del progresso indefinito, che la Provvidenza e Carlo Alberto hanno aperto alla nazione italiana [17, p. 525].

Il governo Piemontese, dunque, stava iniziando ad aprirsi ad un regime parlamentare, oltre che costituzionale, e ciò consentì al regno di Sardegna di diventare a tutti gli effetti lo Stato-guida del movimento nazionale italiano. La strada parlamentare, però, non fu subito imboccata: nel 1849 il nuovo sovrano sabaudo, Vittorio Emanuele II (1820-1878), divenuto re in seguito all’abdicazione del padre dopo la prima guerra d’Indipendenza, e il governo, presieduto da Massimo d’Azeglio, entrarono in conflitto col Parlamento, che intendeva proseguire la strada della guerra contro l’Austria, mentre essi vollero porvi fine. Il re indisse nuove elezioni, minacciando di sciogliere il Parlamento qualora il Paese fosse stato ingovernabile, ma la vittoria dei moderati scongiurò il pericolo e lo stesso d’Azeglio poté esercitare ancora il suo ministero.

E fu proprio in quella dinamiche che Camillo Benso cominciò la sua carriera politica nel 1850, come deputato prima, come ministro poi. D’Azeglio gli affidò il ministero dell’Agricoltura, per poi incaricarlo di gestire quello delle Finanze. Coerentemente con le idee professate, Cavour indirizzò l’economia del Piemonte in senso liberistico.

Occuparsi del bilancio dello Stato non gli fu cosa facile: troppi conti non quadravano per via di sperperi basati senza un motivo ben preciso, mentre il pareggio di bilancio rimaneva ancora una questione spinosa. Poiché molte erano le difficoltà, il Conte procedette con l’introduzione di nuove imposte sul macinato e su alcuni generi alimentari, con lo scopo di rendere il Piemonte uno Stato di cui avere fiducia per gli Stati esteri. Un altro campo su cui rivolse lo sguardo, furono i dazi doganali per spingere le fabbriche a modernizzarsi e a ridimensionare i costi in modo da essere più competitive attraverso un aumento delle esportazioni. Per la questione del debito statale, invece, cercò di persuadere la Francia e l’Inghilterra, rassicurando sul fatto che il Piemonte sarebbe stato un valido alleato, sia in tempi di guerra, sia in quelli di pace al fine di favorire gli investimenti di capitali produttivi nel territorio sabaudo. Ottenendo ottimi risultati col suo dicastero, si sentì pronto per il passo successivo della sua carriera: la Presidenza del Consiglio. Incarico che gli fu affidato dal re nel 1852.

divisore 4

2.2 Bismarck: voce della sua classe e il diplomatico

Per comprendere appieno l'influenza di Otto von Bismarck sulla storia europea, è essenziale partire dalle sue origini, esplorando la sua vita, la formazione e le prime esperienze che plasmarono il suo percorso verso il potere, così come per la precedente analisi di Cavour.

Otto Eduard Leopold von Bismarck nacque il 2 aprile 1815 a Schönhausen, città sul fiume Elba. Il padre, Ferdinand von Bismarck, apparteneva all’aristocrazia terriera, in quanto era possessore di alcune proprietà; mentre la madre, Luise Mercken, era originaria da una famiglia di burocrati statali. Per parte di padre, Bismarck apparteneva alla classe sociali degli Junker(5/2) e di ciò ne fu sempre fiero, arrivando ad affermare anni dopo: «Io sono uno Junker e voglio goderne i privilegi»[18, p. 4].


(5/2) Il termine deriva dal latino medievale juncherre e stava ad indicare il giovane signore, ovvero i figli cadetti delle famiglie nobili che si dedicavano alla carriera militare, per poi occupare un ruolo sociale degno del rango. Nell’Ottocento il lemma venne utilizzato per indicare i grandi proprietari terrieri.


L’ostilità che lo avrebbe reso celebre nei confronti della Francia apparve già nel periodo dell’infanzia, fomentata dai continui racconti da parte della famiglia sulla disfatta prussiana a Jena per opera di Napoleone nel 1806 in cui persero la vita alcuni familiari(6/2). Ferdinand von Bismarck e Luise Mercken erano genitori di carattere assai diverso, il che si rifletté nel rapporto col figlio. Nei confronti del padre, Bismarck riservò sempre parole dolci e affettuose, mentre per la madre stilò una descrizione più severa. Non a caso, Bismarck mostrò una maggiore attenzione per l'eredità paterna, rappresentata dall'antico spirito prussiano degli Junker, piuttosto che per quella materna, di matrice borghese e illuminista [18 p.10]. Tuttavia, la personalità della madre non fu totalmente estranea nel forgiare il suo carattere. Era una ragazza di città, più a suo agio nei salotti berlinese che in campagna [19, p. 5].

Nel 1820 i Bismarck decisero di trasferirsi presso la residenza di campagna in Pomerania. Il soggiorno durò un anno, poiché, per volontà della madre, la famiglia si trasferì a Berlino. Seppur breve, la vita di campagna influenzò il giovane, portandolo non solo a conoscere la vita dei campi e di coloro che ci lavoravano, ma anche a comprendere il valore dell’essere pazienti(7/2).

Giunto a Berlino fu iscritto dalla madre all’Istituto Plaumann, istituzione simile ad una Accademia militare, con lo scopo di avviarlo alla carriera diplomatica. I sei anni trascorsi presso la struttura non gli lasciarono un ricordo felice, non solo perché gli restò nostalgia della campagna(8/2), ma anche, alla pari di Cavour, per il suo essere sin da piccolo, testardo, avverso contro i suoi superiori e riluttante all’asservimento. Tratti che avrebbe conservato anche in età matura. Nel 1827, terminata la parentesi di Plamann, passò ad iscriversi al ginnasio Wilhelm per poi trasferirsi a quello di Klaster, istituto più prestigioso. Terminato il primo ciclo d’istruzione, decise di iscriversi all’Università di Gottinga, ma la dedizione allo studio veniva messa ai margini, poiché preferì di gran lunga dedicarsi alla vita mondana, riuscendo, comunque, a terminare le sessioni e a conseguire il titolo in giurisprudenza. Nonostante la premura di concludere a stretto giro i suoi studi e di essere entrato a far parte dell’amministrazione prussiana prima ad Aquisgrana e poi a Potsdam, per via del suo temperamento il ruolo del funzionario pubblico non gli si addiceva, in quanto, paragonato ad un membro di orchestra, egli sentiva in cuor suo di poter aspirare a meglio, adducendo come motivazione che avrebbe suonato la musica: «nel modo che mi piace, oppure niente» [19, p. 13].


(6/2) «Sette membri della mia famiglia presero parte alla guerra, tre rimasero sul campo di battaglia, mentre quattro tornarono in patria insigniti della Croce di ferro» [18, p. 4].

(7/2) «Requisito imprescindibile di uno statista è la pazienza». [18, p. 11]

(8/2) L’ubicazione dell’Istituto limitava tra l’aperta campagna e la città. Bismarck, ricordando quegli anni, affermò: «Ogni volta che dalla finestra scorgevo un tiro di buoi arare un campo, piangevo sempre per la nostalgia [. . . ]» [18, p. 15]


Stessa cosa valse per la carriera militare. Il futuro Cancelliere nel 1838 si arruolò per un anno nel battaglione dei Cacciatori della guardia di Potsdam e nel secondo battaglione pomerano di Greifswald. Fu congedato fino al 1841 per poi l’anno dopo essere trasferito alla cavalleria fino a raggiungere nel 1854 il grado di tenente [18, p. 30]. Ma in contrasto con quello che era il desiderio familiare, non aveva nessuna in- tenzione di scalare i ranghi, tant’è che la sua carriera fu modesta. Le promozioni future, come ad esempio maggiore generale nel 1866, tenente generale nel 1871 e generale di cavalleria nel 1876, gli furono assegnate più per meriti politici che militari [18, p. 30]. Con l’avvenuta scomparsa della madre agli inizi di gennaio del 1839, Bismarck ottenne dal padre la gestione della proprietà in Pomerania. Dismessi gli stivali militari, Otto poté tornare al suo idillio. «Sarò felice nell’ambiente rurale della mia famiglia» [19, p. 14] affermò, ma la felicità non sarebbe durata a lungo. La vita campestre tanto anelata arrivò a non soddisfarlo più come un tempo. Divenne triste e sterile e ciò gli causò un malessere interiore che cercò di mitigare attraverso alcuni viaggi fuori la Prussia. Non fu un lungo soggiorno. Dopo aver visitato Inghilterra, Francia e Svizzera tornò a casa.

In quegli stessi anni la Prussia, così come gli altri Stati tedeschi, furono investiti dai fermenti liberali, con notevoli differenze fra territorio e territorio. A differenza di altri paesi come Italia, Spagna e Francia, il liberalismo tedesco non si concretizzò nella nascita di gruppi cospiratori e in reiterati tentativi insurrezionali. Si affermò piuttosto come un liberalismo burocratico, che si attuò mediante l’approvazione di carte costituzionali liberaleggianti [20, p. 21]. Non solo, un’altra sua caratteristica differente è da rintracciare nello stretto legame che essi percepivano con lo Stato, in quanto i liberali tedeschi guardavo all’apparato statale come il principale fautore delle realizzazioni riformatrici e non come l’avversario da osteggiare [20, p. 21]. Ciò spiega anche il motivo per cui il tentativo rivoluzionario del quarantotto fu un insuccesso: ovvero, a differenza del pensiero mazziniano di rivoluzione dal basso, promosso dal popolo, l’esperienza rivoluzionaria doveva essere promossa dall’alto, da quella classe sociale che stava nascendo proprio in quegli anni: la borghesia. Infatti, tale classe sociale fu indice del conseguente sviluppo economico. L’economia tedesca, in particolar modo il settore industriale, era in rapido sviluppo, grazie anche alla fondazione dello Zollverein, che, come detto precedentemente, abolì i dazi doganali e permise il libero scambio delle merci. L’industrializzazione, così, cominciò a modificare gli assetti istituzionali su cui ancora si reggevano le antica fondamenta e i borghesi forti del nuovo status sociale raggiunto reclamarono il diritto di partecipare alle decisioni di stato, perseguendo obiettivi politici quali la libertà dell’individuo e l’uguaglianza di tutti all’interno di uno stato di diritto [18, p. 8]. Bismarck, in sintonia con gli Junker più reazionari, seppur in un primo momento per nulla turbati, iniziarono a vedere il pericolo che questi avrebbero potuto costituire, armandosi di conseguenza in difesa dei propri privilegi nobiliari, forti anche per l’appoggio del sovrano, Federico Guglielmo IV. Il nuovo re, a dispetto di suo padre, il quale promise di concedere una costituzione, si oppose, asserendo che mai avrebbe mutato il tradizionale rapporto in un’altra forma costituzionale [18, p. 52]; ma nel 1847, a causa delle pressanti richieste di una rappresentanza eletta a suffragio universale, convocò un’assemblea degli stati, la celeberrima Dieta(9/2) La seduta, allestita nella Sala bianca del castello di Berlino, fu articolata in una curia patrizia, riservata ai principi e conti, e di una curia per i tre stati composti dai rappresentati della cavalleria, delle città e dei comuni di campagna [18, p. 53]. Benché la sua partecipazione non fosse inizialmente in programma(10/2), fece così il suo debutto nella politica nazionale, presentandosi come un fervente avversario del parlamentarismo in favore del suo spirito monarchico e delle sue convinzioni di Junker [18, p. 57]. Diede assaggio del suo atteggiamento di uomo insolente e sarcastico, suscitando così l’ammirazione di quanti appartenevano alla sua casta e l’avversione dei suoi detrattori.

I lavori della Dieta si caratterizzarono per dibattiti accesi, accompagnati da mugugni e grida provenienti da ambo gli schieramenti in cui il giovane Junker emerse come il campione della Prussia «storica», il difensore dei diritti della Corona e della nobiltà [19, p. 18] contro ogni richiesta di stampo liberale. Le sedute terminarono il 26 luglio 1847 con un nulla di fatto, permettendo così il mantenimento dello status quo e la convinzione di aver assicurato il futuro, ma il 1848 era prossimo e quando arrivò lo stesso sovrano non poté arrestare la rivoluzione e di fronte ai moti di piazza a Berlino accettò di indire elezioni per costituire un parlamento nazionale tedesco [19, p. 19]. I liberali erano tornati all’attacco. Bismarck, non appena seppe dello scoppio della rivoluzione, raggiunse Berlino, riuscendo ad ottenere un colloquio col sovrano dal quale ne uscì sconfortato: il re, persa la sua tempra di uomo forte, si sentì con le spalle al muro e parve che non vi fosse più nulla da fare. Vista l’incapacità reazionaria del sovrano, Bismarck concepì allora un tentativo estremo di risoluzione, ovvero estromettere il re in favore di Federico, figlio di suo fratello Guglielmo, ma il complotto non fu mai realizzato. Il parlamento e l’assemblea nazionale tedesca si costituirono e Bismarck ebbe così di nuovo l’occasione per porsi in contrapposizione alla «rivoluzione e sovranità popolare» [19, p. 21] in atto.


(9/2) Nell’antico diritto germanico, col termine Dieta si indicava un’assemblea in cui il popolo aveva voce nelle questioni d’interesse. Con l’avvento del Sacro Romano Impero passò a designare la riunione in cui il sovrano parlamentava coi maggiori principi del regno. Nel caso della Dieta del 1847, poiché la distanza fra ricchi e poveri era maggiore, Federico Guglielmo IV cercò di dare spazio alle varie classi sociali.

(10/2) Essendo stato nominato come primo sostituto dagli stati di Magdeburgo, aveva la prospettiva di poter occupare il primo seggio vacante di deputato, cosa che avvenne poi in seguito al malore di Herr Von Brauchitsch [18, p. 53]


La fase culminante della rivoluzione si consumò a Francoforte, località scelta per allestire la nuova Dieta, dove nonostante la veste liberale, i prussiani cercarono di sfruttare l’occasione di ingrandire i propri territori con la costituzione di una «piccola Germania», senza l’annessione delle province tedesche dell’Austria, tant’è che i membri dell’assemblea si appellarono a Federico Guglielmo IV, invitandolo ad accettare la corona; ma quest’ultimo, fedele ai suoi princìpi monarchici, rifiutò sdegnosamente poiché non offerta dai principi tedeschi. Fra i firmatari della richiesta, comparve anche il nome dello stesso Bismarck, seppur riluttante [19, p. 21]. Col rifiuto della corona, l’assemblea di Francoforte venne dichiarata chiusa e i liberali si ritirarono, sconfitti ancora una volta da un regime in cui il vecchio non lasciava spazio al nuovo.

La presenza ad entrambe le Assemblee segnò Bismarck più di quanto uno potrebbe immaginare. Lo segnarono soprattutto come uomo politico, in quanto oramai aveva chiaro quali fossero i suoi avversari: i Liberali e l’Austria. Pertanto, prese la decisione di abbandonare la vita tranquilla dello Junker per dedicarsi totalmente alla attività politica come professione, riuscendo ad ottenere il ruolo di ambasciatore prima a Pietrogrado e poi Parigi in attesa del suo coronamento politico che sarebbe arrivato nel settembre 1862, quando, il nuovo re Guglielmo I, lo avrebbe convocato per affidargli la Presidenza del Consiglio prussiano.

divisore 4

2.3 Il Connubio: Cavour è primo ministro

Camillo Benso non tardò a farsi un’ottima reputazione per le sue qualità di statista, tant’è che divenne l’uomo sui cui si riversarono le attese e le speranze di molti piemontesi e non solo [16, p. 207]. Le sue doti non furono riconosciute solo dai suoi sostenitori, ma anche dai suoi stessi avversari, interni ed esterni, tra cui Massimo D’Azeglio, il quale, com’è noto, ebbe un rapporto lavorativo difficile col suo ministro, ma, nonostante ciò, dovette riconoscere il suo ingegno ed operosità, arrivando ad affermare: «Cavour è fatto apposta per menare affari e Parlamento» [21, p. 121].

Il Conte, grazie alla sua lungimiranza, già alla nomina di deputato e successivamente come ministro dell’agricoltura e delle finanze, capì che le divisioni intestine al Parlamento gravavano alla politica interna del Piemonte, portandola a non progredire sia sul piano delle riforme sociali sia sul piano agricolo e industriale. Altresì, sapeva che per raggiungere l’efficienza dello Stato, basato sulla crescita del reddito nazionale, sarebbe stato raggiunto solo grazie ad efficienti tutele per la libertà di impresa e all’allargamento dei commerci nell’area liberoscambista dell’Europa Occidentale. Per tale motivo, con lo scopo di realizzare il suo programma politico e far diventare il Piemonte un paese all’avanguardia, aveva bisogno di muoversi più liberamente, senza essere più ostacolato dalle costrizioni mosse da forze conservatrici insite alle Istituzioni. Ma prima ancora aveva bisogno di nuovi alleati coi quali costituire una maggioranza solida in Parlamento. Ciò non gli fu difficile, proprio grazie alla sua personalità che veniva imponendosi, trovando in Urbano Rattazzi (1808-1873), parlamentare in vista e leader dello schieramento di centro-sinistra all’interno del Parlamento subalpino, uno dei suoi più fidi alleati [16, p. 213]. Con un parlamento frammentato, amici divenuti i nuovi avversari e un governo non più in grado di operare, divenne evidente la necessità di costituire una nuova e solida maggioranza e proprio per questo motivo, il Conte di Cavour, attraverso la sua ricerca di possibili alleanze, escluse le fazioni più estreme, i democratici e i conser- vatori più retrivi, riuscendo a trovare un punto d’intesa col capo dell’opposizione. Entrambi condividevano il medesimo pensiero su di una questione concernente la laicizzazione dello Stato e fu proprio da questo che germogliò il presupposto che avrebbe portato alla nascita del «Connubio» [16, p. 213], così chiamato da quanti diffidavano della nuova alleanza parlamentare, e che avrebbe portato la nomina di Cavour a capo del Governo, permettendo così al Piemonte di entrare in una nuova e più dinamica fase della sua vita politica. Ma prima ancora di analizzare l’efficacia della strategia del Conte, dobbiamo analizzare il contesto politico del Regno di Sardegna negli anni precedenti al Connubio e le fasi che portarono alla sua nascita.

All’indomani dell’armistizio di Vignale, firmato da Vittorio Emanuele II e dal Maresciallo Radetzky, il re e il suo governo si trovarono coinvolti nelle difficili reazioni suscitate dopo la sconfitta subìta dagli austriaci. Da una parte l’agitazione democratica tentò ancora di salvare la situazione attraverso azioni di resistenza, dall’altra la maggioranza parlamentare rifiutava di riconoscere l’armistizio. Il re, vista l’ostilità e la debolezza del regime parlamentare piemontese, sciolse la Camera il 20 novembre 1849 e nello stesso giorno, in previsione delle successive elezioni che si sarebbero tenute il 9 dicembre, diramò un appello agli elettori, il cosiddetto

«Proclama di Moncalieri»(11/2), redatto da Massimo D’Azeglio, allora capo del governo. Di seguito riportiamo alcuni passi del discorso tenuto dal sovrano al momento dello scioglimento dei lavori:

I primi atti della camera furono ostili alla Corona. La camera usò di un suo diritto. Ma se io aveva dimenticato, essa non doveva dimenticare. Taccio della guerra fuor di ragione mossa dall’opposizione a quella politica che i miei ministri lealmente seguivano, e che era la sola possibile. [. . . ] Ma bene ho ragione di chiedere severo conto alla camera degli ultimi suoi atti [. . . ] Io ho giurato man- tenere in esso giustizia, libertà del suo diritto ad ognuno. Ho promesso salvar la nazione dalla tirannia dei partiti, qualunque siasi il nome, lo scopo, il grado degli uomini che li compongono.


11Il nome deriva dalla località in cui si trovava il re al momento della promulgazione.


(11/2) Il nome deriva dalla località in cui si trovava il re al momento della promulgazione.


Questa promessa, questi giuramenti li adempio disciogliendo una camera divenuta impossibile, li adempio convocandone un’altra immediatamente; ma se il Paese, se gli elettori mi negano il loro concorso, non su me ricadrà oramai la responsabilità del futuro; e né disordini che potessero avvenirne, non avranno a dolersi di me, ma avranno a dolersi di loro [22, pp. 195– 196].

Si è ritenuto opportuno riportare alcuni dei passaggi più importanti del discorso, in quanto, attraverso le parole di Vittorio Emanuele II, è possibile evidenziare il clima politico in cui egli dovette agire, rivendicando non solo i diritti e i doveri costituzionali a cui era soggetto, ma anche la rivendicazione di operare per la stabilità e ordine. Il re, sentendosi ostacolato all’adempimento dei suoi doveri, non esitò ad esprimere una diretta ed incisiva critica nei confronti di quei parlamentari ostili verso le azioni del governo in carica. Questo approccio gli consentì di esimersi da eventuali responsabilità, adducendo che per la salvaguardia dell’unità del Paese l’unica soluzione fattibile sarebbe stata quella di sciogliere il Parlamento, invitando gli elettori a scegliere nelle elezioni successive rappresentanti più conformi e riguardevoli, appellandosi alla responsabilità collettiva, senza più incombere in alcuna forma di ostruzionismo.

In tempi moderni, la mossa del re gli sarebbe costata caro, ma quando la nuova Camera si riunì, Vittorio Emanuele II comprese che il pericolo era oramai passato e non sarebbe stata necessaria alcuna misura estrema. Cavour, seppur si oppose al proclama, fu uno dei pochi a riottenere il seggio nella nuova legislatura e poté continuare indisturbato la sua carriera, arrivando ad entrare, come sappiamo, nella squadra di governo dello stesso D’Azeglio, il quale, rientrata la crisi, continuò i suoi lavori, varando alcune riforme concernenti il campo della legislazione in materia ecclesiastica. Infatti, le riforme ecclesiastiche rappresentavano un fronte di comune interesse per il Conte e Urbano Rattazzi. Secondo i due statisti solo attraverso la riduzione delle ingerenze da parte della Chiesa, costituendo così uno Stato laico, si sarebbe potuto arrivare ad una maggiore autorevolezza dello Stato. Proprio per questo, quando nell’aprile del 1850 il guardasigilli Giuseppe Siccardi propose la legge omonima, il centro-sinistra di Rattazzi votò a favore. Il disegno di legge si focalizzò su vari punti, mirando ad esempio al restringimento dei privilegi ecclesiastici incompatibili con gli articoli dello Statuto o la soppressione del diritto d’asilo nelle chiese per i criminali. Così facendo si preparò il terreno per una più stretta alleanza fra il centro-destra e il centro-sinistra. Per Cavour, il cui contributo personale in appoggio della legge riscosse il plauso dell’assemblea, la separazione fra Chiesta e Stato, coincise con l’affermazione di un regime liberale maturo. Celeberrima è la massima cavouriana di «Libera Chiesa in libero Stato».

Ma furono gli eventi del 1851 ad accelerare l’avvicinamento fra i due schieramenti parlamentari, poiché portarono Camillo Benso e Urbano Rattazzi ad avvertire di avere nemici comuni all’interno delle loro formazioni. A dicembre 1851 Ottavio Thaon di Revel, uomo politico appartenente al centro-destra, annunciò alla Camera di voler uscire dalla maggioranza governativa a meno che D’Azeglio non avesse introdotto severi controlli sulla stampa e una più restrittiva legge elettorale [15, p. 76]. A questo discorso, che suonò come un ultimatum e come una richiesta per una svolta autoritaria, si aggiunse la notizia del colpo di Stato perpetrato in Francia da Luigi Napoleone, il futuro Napoleone III. La stabilità era nuovamente in crisi. Cavour capì allora che il vero pericolo non era più rappresentato dalla sinistra o dalle possibili derive rivoluzionarie, bensì da quegli esponenti della destra illiberale che avrebbero potuto contagiare il Piemonte e favorire un ritorno al potere delle forze reazionarie. Pertanto, l’intesa con Rattazzi risultò ora più che mai indispensabile. Nella sua lettera datata 1° maggio 1870, indirizzata a Michelangelo Castelli, amico sia del Conte che dello stesso Rattazzi, il capo del centro-sinistra descrive in maniera dettagliata l’incontro da cui si realizzò l’alleanza con Cavour:

Quanto al «connubio», niuno meglio di voi potrebbe scriverne l’origine ed il modo con cui fu condotto e compiuto, perché ne foste voi uno dei principali promotori. Vi ricorderete che le basi del «connubio» o, per meglio dire, della fusione dei due centri nel parlamento subalpino furono intese in modo definitivo nell’ottobre 1851 e gennaio 1852 in casa vostra, in una riunione alla quale presero parte oltre di voi il compianto Cavour, allora ministro di agricoltura e commercio nel gabinetto D’Azeglio, il povero Buffa e lo scrivente.

È in quella stessa riunione che si convenne di preparare il terreno per rendere possibile nella camera quella fusione, e quando questo scopo si fosse raggiunto, cogliere l’occasione in cui fosse sorta una grave questione nel seno di essa camera per farlo pubblicamente conoscere. Così si fece, ed il «connubio» si dichiarò nella discussione relativa alla legge che portava qualche mutazione a quella della stampa. [. . . ]

I princìpi che dovevano ispirare il nuovo partito erano principalmente due, cioè all’interno resistere a qualsiasi tendenza reazionaria, che poteva sorgere in allora minacciosa in vista del recente colpo di Stato in Francia, e nello stesso tempo promuovere, per quanto le circostanze lo permettessero, un continuo e progressivo svolgimento delle libertà consentite dal nostro Statuto, sì nell’ordine politico come in quello economico ed amministrativo. All’estero preparare la via a mettere il Piemonte in condizione di procacciare all’Italia la sua indipendenza dallo straniero [23, pp. 257–258].

La lettera offre una testimonianza di prima mano su come Cavour, con la mediazione di Michelangelo Castelli, avviò colloqui segreti con Urbano Rattazzi. I colloqui, come scrisse Rattazzi, si tennero in due riunioni differenti presso l’abitazione dello stesso Castelli e da quest’ultime i due politici convennero di fare fronte comune su questioni urgenti allora in corso. Ovvero, realizzare una nuova maggioranza parlamentare più stabile, passando per il mantenimento dell’ordine, facendo così rientrare possibili svolte antiliberali, promuovere graduali riforme con cui incentivare lo sviluppo progressivo del Piemonte con lo scopo di rendere il Paese abbastanza forte da poter giocare un ruolo di primo piano livello internazionale. Questi, infine, furono gli obiettivi comuni da cui nacque una delle mosse politiche più importanti della storia del nostro Paese.

L’occasione propizia scelta per rendere di pubblico dominio l’esistenza del «Connubio» fu durante la seduta della Camera del 5 febbraio 1852. Iniziata due giorni prima, era in corso la discussione sul progetto che modificava la legge sulla stampa in vigore inerente al reato di offesa contro i sovrani e i capi di Stato stranieri. Cavour, d’intesa con Rattazzi, prese parola e lasciò chiaramente in- tendere l’apertura della sua area politica verso la sinistra rattazziana, suscitando sorpresa e irritazione fra i suoi colleghi di gabinetto. Di seguito proponiamo il punto del discorso in cui il Conte ribadì l’avvenuto avvicinamento con Rattazzi:

Sorgo, o signori, ad impresa molto malagevole, poiché, avendo attentamente ascoltato gli onorevoli oratori che da tre giorni impresero a parlare sulla legge ora in discussione, io mi avvedo che sono costretto ad un tempo a combattere quelli che si oppongono alla legge medesima ed a combattere colore che, ammettendo il principio della legge, cioè la necessità di fare qualche cosa, vorrebbero darle altra applicazione, e finalmente, sotto molto rispetti, eziandio quelli che presero a sostenere il ministeriale progetto. Tuttavia, o signori, io sarei ingiusto se non riconoscessi altamente la somma moderazione, l’alta convenienza che ha presieduto a questa discussione; moderazione e convenienza che onora altamente il nostro Parlamento. Sarei poi colpevole di ingratitudine, se io non riconoscessi che l’oratore (Urbano Rattazzi), il quale parve tener ieri più desta l’attenzione della Camera, usò in questa lotta armi talmente cortesi da togliere ogni amarezza alla sua opposizione. Mi corre inoltre l’obbligo di ringraziarlo della dichiarazione ch’egli volle far precedere al suo discorso, con cui fece promessa di accordare al Ministero nella ventura sessione, in vista delle gravi circostanze in cui versa il paese, il suo appoggio, promessa di cui prendo atto; promessa che io apprezzo altamente, poiché, se le circostanze consentono che l’onorevole oratore possa mandarla ad effetto, noi possiamo riprometterci che, se nella ventura sessione egli impiegherà nel difendere il Ministero una parte sola del molto ingegno che ha fin qui spiegato nel combatterlo, noi possiamo riprometterci, dico, di vederci appianata di molto la via nel parlamento arringo [17, p. 631].

Il discorso di Cavour infuriò gli animi. Molti suoi compagni di partito lo additarono come persona inattendibile. D’Azeglio, arrivò a definirlo: «È despota come un diavolo» [23, p. 257]. Tuttavia, Cavour non ebbe mai alcun rimpianto della sua mossa politica; anzi, fu più orgoglioso di questo connubio con il centro- sinistra che di ogni altro atto politico della sua vita [23, p. 257].

Gli eventi successivi portarono ad un mutamento dell’ordine parlamentare, portando così all’applicazione dell’alleanza fra i due uomini politici. Rattazzi, nonostante le riserve di molti, fu proposto e in seguito nominato Presidente della Camera mentre D’Azeglio, dimessosi una prima volta da capo del governo in seguito alla minaccia della propria posizione e sebbene riconvocato dal sovrano per la formazione di un ulteriore ministero, rassegnò definitivamente le dimissioni da Presidente del Consiglio. Vittorio Emanuele II dovette cedere e nel novembre 1852 convocò il Conte di Cavour, nominandolo nuovo Presidente del Consiglio [16, p. 228].

divisore 4

2.4 Bismarck Cancelliere: la Realpolitik

In seguito alla Dieta di Francoforte, la sconfitta del Liberalismo tedesco sembrò cosa fatta, ma in realtà la sua fiamma non si era ancora spenta: l’esperienza del 1848-49, benché con molte difficoltà, lasciò il segno, ma nessuno avrebbe potuto dimenticare il pericolo e l’umiliazione del biennio rivoluzionario. Fra questi lo stesso Otto von Bismarck, il quale divenne ancora più convinto che la questione dell’unificazione non si sarebbe mai potuto realizzare attraverso lunghi e travagliati lavori parlamentari, bensì solo per mezzo di una personalità forte, capace con la sua leadership decisa di incalzare gli eventi.

Accantonati i liberali, il nuovo nemico su cui si concentrarono le attenzioni della Prussia risultò essere l’Austria. Le tensioni austro-prussiane si acuirono all’indomani del fallimento di Francoforte, quando Federico Guglielmo IV, ancora fiducioso di poter controllare il movimento di unificazione tedesca, insieme al suo più fido collaboratore Joseph von Radowitz, propose l’aggregazione degli Stati tedeschi all’interno di un nuovo stato federale, con l’esclusione dell’Austria. Il progetto prese il nome di Unione di Erfurt e fra i primi Stati tedeschi a aderire all’iniziativa prussiana furono la Sassonia e l’Hannover, le quali sottoscrissero nel maggio del 1849 un patto di alleanza, passata alla storia come «Unione dei tre regni». Il progetto non ebbe vita lunga, poiché non solo gli austriaci osteggiarono fortemente la realizzazione di quest’ultima, ma l’aggregazione ottenne uno scarso consenso popolare. La bozza per la nuova Costituzione prevedeva un parlamento bicamerale eletto per mezzo di un suffragio ristretto, basato sul sistema prussiano a tre classi, e questa nuova forma istituzionale non placò gli animi dei molti liberali rimasti delusi già in precedenza.

Il parlamento di Erfurt ebbe comunque l’occasione di riunirsi nell’aprile del 1850, ma uomini lungimiranti come Bismarck sapevano che era un progetto destinato a fallire, poiché già minato dalle fondamenta. Il futuro Cancelliere osteggiò fin da subito il progetto politico, arrivando ad affermare: «Siamo prussiani e vogliamo rimanere prussiani» [19, p. 22]. L’Austria, irritata per la sua esclusione, fece pressioni agli stati favorevoli, intimandoli di arrestare i lavori. La crisi durò sino all’autunno del 1850, quando la tensione fra Austria e Prussia, coinvolte nella guerra civile scoppiata in Assia, raggiunse livelli altissimi. Le due Nazioni implicate furono vicine allo scontro diretto, ma, infine, la Prussia decise di ritirarsi, sottoscrivendo nel novembre dello stesso anno il trattato di Olmütz con cui si impegnò di abbandonare l’idea dell’Unione e ad accettare la ripresa della Confederazione germanica sotto la guida austriaca.

Il governo viennese, dunque, si lasciò alle spalle la politica equilibrata di Metternich, sostituendola con una più dura [19, p. 27] ed incisiva. Per questo motivo, agli inizi del 1851, presso Dresda, allestirono una conferenza in cui presero parte tutti gli stati costituenti la confederazione germanica, con lo scopo di riorganizzare quest’ultima a favore della corona asburgica. Bismarck, seppur fosse ancora un po' giovane e con una reputazione in crescita, fu inviato a prendere parte ai lavori in qualità di rappresentante della Prussia.

L’incarico rappresentò un’altra tappa fondamentale per la sua carriera, poiché gli offrì l’occasione di rafforzare le sue qualità diplomatiche e di sviluppare la sua visione della politica tedesca. Gli austriaci, sin dall’inizio dei lavori dell’assemblea, non mascherarono le loro reali intenzioni. Reclamarono a gran voce la presidenza della Confederazione e progettavano di tenere la Prussia sotto controllo per mezzo dei piccoli Stati tedeschi [19, p. 28], ma il futuro Cancelliere non mancò di difendere gli interessi e la posizione della Prussia, vedendo nel delegato austriaco, Anton von Prokesch-Osten, un avversario con cui sarebbe risultato difficile scendere a patti, benché sinceramente intenzionato a collaborare con l’Austria [19, p. 28].

Lo scontro fra i due animò ogni singola riunione, non solo attraverso discorsi accesi, ma anche attraverso gesti insignificanti, come quando Bismarck si accese un sigaro, chiedendo al suo omonimo austriaco un fiammifero [19, p. 29]. Gli austriaci vedevano la Prussia non come un soggetto paritario, bensì un fortunato soggetto vincitore alla lotteria su cui basavano la nascita e il mantenimento del loro prestigio. Bismarck, rispondendo all’accusa, asserì: «Se questo è quanto pensano a Vienna, la Prussia dovrà speculare ancora su quella cosiddetta lotteria» [19, p. 29]. Come detto precedentemente, nelle intenzioni iniziali di Bismarck c’era una possibilità di cooperare con Vienna, ma ben presto, viste le difficoltà di una possibile risoluzione, in quanto la politica altalenante degli Stati tedeschi non era di supporto, tornò all’idea della «Piccola Germania». Queste le parole di Bismarck:

«Solo fuori dalla Germania possiamo trovare il modo di rafforzare la nostra posizione nell’interesse della stessa Germania», ovvero per raggiungere l’unificazione, la Prussia doveva guardare oltre i confini della Confederazione, stringendo forti alleanze estere [19, p. 30] e se necessario «sulla scorta di una politica di potenza che possa servirsi anche delle armi» [18, p. 110]. Gli avversari politici della Prussia, dunque, sarebbero dovuti diventare i suoi complici. Era l’inizio della Realpolitik. Col termine Realpolitik si è soliti designare una politica non più basata su una sola ideologia e sui princìpi che ne conseguono, piuttosto è un modo cinico e talvolta spietato di fare politica, concentrandosi sul conseguimento degli obiettivi proposti attraverso l’utilizzo del potere o di compromessi non convenzionali, spe- cialmente nell’ambito delle relazioni internazionali; e Otto von Bismarck ne fu uno dei maggiori fautori, ma i tempi non erano ancora maturi per un possibile mutamento degli equilibri internazionali, poiché da una parte, la Francia rivoluzionaria, ora sotto il controllo di Napoleone III, tendeva ad essere l’ago della bilancia della politica estera, mettendo in pericolo la stabilità dell’Europa; dall’altra l’alleanza fra Russia, Austria e la stessa Prussia(12/2), non permise alcun mutamento nei rapporti [19, p. 33].

Questa immobilità si sbloccò nel 1853. Lo zar Nicola I mirò a imporre l’egemonia della Russia sull’Europa centro-centrale, in quanto l’oggetto di mira della sua politica di potenza fu l’espansione verso i Balcani. Questa grave ingerenza provocò la reazione della Turchia, la quale nell’ottobre del 1853 dichiarò guerra. Il primo anno di guerra vide il logoramento in ambo gli schieramenti. Francia ed Inghilterra, con lo scopo di frenare l’espansionismo russo, intervennero a fianco dell’Impero ottomano, a cui si aggiunse anche il Regno di Sardegna; mentre, l’Austria si schierò a fianco degli alleati russi. Il conflitto si protrasse fino al 1855, anno in cui, in seguito alla sconfitta russa a Sebastopoli, il nuovo zar Alessandro II stipulò un armistizio, ratificato a Parigi nel 1856.

La Prussia non prese parte diretta al conflitto e fu allora che Bismarck attuò una prima prova della Realpolitik. Giacché i prussiani nei fatti non ebbero alcun interesse nello scendere in campo e difendere gli interessi russi, né contrastarli, molti spingevano il re a combattere a fianco dell’alleato o supportare l’Austria. Lo Junker propose di rimanere in disparte e di approfittare della crisi in atto, facendo credere agli alleati in una possibile coalizione con le potenze occidentali, col solo scopo di spaventarli, ma infine Federico Guglielmo IV dovette cedere, stringendo con l’Austria un’alleanza


(12/2) Ci riferiamo ancora alla Santa Alleanza


difensiva. Seppur intrappolata dall’accordo, la Prussia non mobilitò il suo esercito. A guerra conclusa la neutralità del governo prussiano venne percepito come un’umiliazione, ma in realtà, anche grazie all’abile diplomazia esercitata da Bismarck in qualità di ambasciatore, riuscì ad ottenere la gratitudine della Russia e il conseguente riavvicinamento fra i due Stati, sebbene non mancarono momenti di difficolta.

Un evento sembrò porre fine alla carriera di Bismarck. Nel 1858 Federico Guglielmo IV, a causa di una gravissima forma di pazzia, fu sostituito da suo fratello Guglielmo in qualità di reggente. Il principe, spinto anche dall’ostilità della moglie nei confronti di Bismarck, lo definì un reazionario accanito e di conseguenza un soggetto pericoloso. Ciò avrebbe significato il suo allontanamento da qualsiasi carica, ma lo Junker non poté essere messo all’angolo tanto facilmente. Perciò, gli fu offerto la carica di ambasciatore a Pietrogrado; ruolo che accettò. Bismarck servì come ambasciatore prussiano, risiedendo prima a Pietrogrado per poi passare a Parigi fin o al 1862, anno in cui avrebbe assunto la carica di Cancelliere. Seppur lontano dalla sua Patria, Bismarck non si perse d’animo. Anzi, il ruolo di diplomatico con i suoi incarichi gli permise di raffinare le sue conoscenze in merito alla politica interna ed estera degli Stati in cui operò.

Gli fu permesso soprattutto di osservare da vicino le debolezze, le ambizioni e i punti di forza delle potenze europee e ciò migliorò la sua convinzione nella Realpolitik e nella sua futura applicazione.

Il soggiorno presso lo zar fu proficuo per vari motivi: innanzitutto, perché maturò simpatia per il popolo russo, stima a sua volta contraccambiata, tant’è che Alessandro II arrivò persino a offrirgli un alto incarico nel servizio diplomatico russo, offerta che dovette rifiutare [19, p. 40]; ma soprattutto perché, visti l’incrinarsi dei rapporti fra la Russia e l’Austria, riuscì a muoversi in favore di un rafforzamento dei rapporti bilaterali. Il miglioramento in tale campo permise a Bismarck di sfruttarli abilmente nel corso della sua carriera, ovvero quando, puntati i territori polacchi, considerati essenziali per lo sviluppo della potenza prussiana [19, p. 40], poté rassicurarsi sull’astensione di qualsiasi interferenza della Russia negli affari esteri prussiani. Invece, il soggiorno presso l’ambasciata prussiana di Parigi, gli valse come occasione di entrare in casa del nemico. Opportunità che colse per valutare da vicino il funzionamento del Secondo Impero francese sotto la guida di Napoleone III. Bismarck si rese conto che il nuovo regime era diventato un soggetto politico abbastanza forte all’interno dello scacchiere europeo, ma che allo stesso tempo presentava anche debolezze strutturali. Napoleone III, così come lo zio omonimo, reagiva agli sviluppi internazionali presentandosi come il liberatore dei popoli oppressi, ma Bismarck capì che, sebbene fosse un politico astuto e ambizioso, non riuscì mai ad eguagliare il suo predecessore. Anzi, a volte la politica estera da lui operata portò a risultati disastrosi, come nel caso del Messico dove Napoleone III inviò nel 1862 un corpo di spedizione per sottomettere il Paese, offrendo la corona di imperatore a Massimiliano d’Asburgo, fratello dell’imperatore Francesco Giuseppe, il quale dopo essere stato nominato imperatore, nel 1864 venne fucilato in seguito ad una rivoluzione che mise in difficoltà lo stesso Napoleone, che fu costretto a ritirarsi nel 1867. Dunque, le sue osservazioni sull’instabilità del Secondo Impero e sul carattere del suo imperatore, combinate alla sua acuta valutazione, gettarono le basi per le successive manovre che avrebbero portato all’isolamento internazionale della Francia e della sua successiva sconfitta a Sedan.

Mentre Bismarck era impegnato all’estero, i contrasti della Prussia con l’Austria tornarono all’ordine del giorno, ma nel 1859, quando la Francia di Napoleone III stipulò un patto di alleanza col regno di Sardegna contro l’Austria, iniziando così le fasi preliminari che avrebbero portato alla Seconda guerra d’indipendenza scoppiata in Italia, gli Stati tedeschi si agitarono, in quanto videro il pericolo di una nuova espansione francese in Germania. Paura che aumentò in seguito alla sconfitta austriaca. Molti, compreso la Prussia, pensarono di appianare le divergenze e di intervenire in supporto dell’Austria. Bismarck fu il solo ad opporsi: affermò che era l’occasione propizia per rafforzare l’influenza prussiana sul resto della Germania. A Berlino nessuno gli diede ascolto, anche se il principe reggente Guglielmo, proponendosi come mediatore fra le parti, avanzò all’Austria come compenso il comando supremo di tutte le armate tedesche al nord del Meno [19, p. 41], facendo capire che la visione di Bismarck non era da escludere. L’imperatore Francesco Giuseppe si rifiutò, in quanto accettare una simile clausola avrebbe significato riconoscere la Prussia come sua pari. Allora si capì, compreso lo stesso Junker, che col pericolo della Francia da un lato e la continua ostilità dell’Austria dall’altra, era arrivato il momento di una nuova politica di potenza e di riarmo. Guglielmo, ora divenuto il nuovo re, supportato dal ministro della guerra Von Roon, fu il principale promotore del progetto. Il programma di riarmo fu presentato nel 1860, ma si imbatté subito nell’opposizione mosso dal Parlamento, portando così ad un acceso diverbio fra l’autorità del sovrano e quella della Camera. La crisi istituzionale si trascinò a lungo, raggiungendo la sua criticità nel 1862. Guglielmo I dovette mettersi alla ricerca di un uomo in grado di fronteggiare la Camera portandola alla sconfitta e senza trovare uomini adatti allo scopo, ripiegò su Bismarck [19, p. 44].

Quest’ultimo rifiutò l’incarico, poiché il sovrano non gli assentì piena libertà per condurre anche la politica estera. Attese finché il re si trovasse con l’acqua alla gola, cosa che poi avvenne. Bismarck, residente in Francia in qualità di ambasciatore, fu riconvocato a Berlino e il 22 settembre si incontrò con lui a Babelsberg, presso la residenza estiva della famiglia reale. Come e cosa si dissero i due, ci è stato raccontato dallo stesso Bismarck all’interno delle sue Memorie. Riproponiamo di seguito il passo:

Il re mi mostrò sul tavolino l’atto [di abdicazione], scritto di suo pugno; non so se fosse completo o non. Sua Maestà conchiuse ripetendo che non poteva regnare senza un ministro adatto. Risposi che a Sua Maestà fin dal mese di maggio era noto essere io pronto ad entrare nel Ministero. [. . . ] Il re, dopo aver ponderato un poco e parlato di questo e di quello, mi chiese se fossi pronto ad entrare come ministro per la riorganizzazione militare; e dopo il mio assentimento, mi domandò ancora se sarei entrato contro la maggioranza della Dieta e contro le sue decisioni. Alla mia risposta affermativa egli dichiarò infine: «Allora è mio dovere di tentare con lei la continuazione della lotta, e non abdicherò.» [24, p. 253]

Guglielmo I, ora fiducioso del rientro della crisi, annunciò la nomina definitiva due settimane dopo l’incontro, affidando a Bismarck anche la carica di ministro degli Esteri, seppur con la convinzione – poi rivelatasi erronea – di impedire le incontrollate idee del suo Cancelliere in merito alle questioni estere. Era l’inizio dell’età bismarckiana.

divisore 4

CAPITOLO 3

«La questione italiana» e la politica del «sangue e del ferro»

3.1 La politica estera di Cavour

Assunto il ruolo di Presidente del Consiglio, Camillo Benso di Cavour poté proseguire senza ulteriori ostacoli la sua opera riformatrice dello Stato Sabaudo. Benché in parte avversato da Vittorio Emanuele II, il Conte, attraverso la tattica del «Connubio», riuscì a consolidare le strutture democratiche del Piemonte, arrivando ad una modifica dell’assetto istituzionale che nei fatti, però, non si concretizzò in nessuna modifica a livello costituzionale. Prima della sua ascesa, il capo del governo poteva dirigere la politica nazionale anche con la sola fiducia del sovrano, ma ora gli era indispensabile anche il gradimento del Parlamento e proprio su quest’ultimo, per essere uno statista stimato, Cavour riuscì ad ottenere il consenso dei deputati in merito alle questioni più urgenti. Il suo programma politico riguardò principalmente gli affari interni, riuscendo a conseguire ottimi risultati. In poco tempo l’ammodernamento del settore dei trasporti e di quello agricolo incoronò il Regno di Sardegna come uno degli Stati all’avanguardia nelle strutture politiche e sociali, ma non si riuscì a sanare i forti squilibri che ancora esistevano(1/3). Ciononostante, la sapiente politica del governo cavouriano portò molti patrioti al riconoscimento della sua leadership e alla rinnovata fiducia come guida per l’unificazione.

È da sottolineare che seppur la questione nazionale fu interesse di Cavour sin dal principio, non è da intendersi come siamo abituati adesso. Nei piani iniziali del Conte la fondazione di uno Stato unitario che comprendesse


1Per un maggiore approfondimento su Cavour e la sua politica si rimanda a [15], [16]


(1/3) Per un maggiore approfondimento su Cavour e la sua politica si rimanda a [15], [16]


l’intera penisola non era da realizzare con urgenza. Piuttosto, egli mirava ad ampliare lo Stato sabaudo annettendo le regioni settentrionali con lo scopo di fondare un Regno dell’Alta Italia, eredità di quel progetto espansionistico già coltivato dai Savoia per secoli, fra cui lo stesso re Carlo Alberto durante la Prima guerra d’indipendenza. Secondo lo stesso Cavour, quest’ultima doveva essere raggiunta gradualmente attraverso un’abile e ponderata strategia politica anziché per mezzo di qualsiasi colpo di testa rivoluzionario, così come Mazzini e i suoi proponevano.

Rafforzato gli interni e considerata la convergenza con gli obiettivi di buona parte dei patrioti, Cavour si rese conto che la prospettiva di una nuova guerra contro l’Austria era di nuovo possibile, ma da sola non avrebbe avuto grandi speranze. Per questo motivo si mosse con grande abilità sul terreno diplomatico per procurarsi alleati nel Continente europeo. Del resto, lo stesso Cavour era consapevole che gli austriaci non avrebbero allentato la loro influenza sulla penisola italiana attraverso trattative e concessioni. Pertanto, la sola diplomazia non era sufficiente. L’unico modo per sbloccare la situazione era ricorrere alla guerra, ma il clima internazionale non era ancora favorevole ad una revisione dell’assetto uscito dal Congresso di Vienna.

L’occasione propizia arrivò nell’ottobre 1853 dall’Oriente, divenuto il teatro delle operazioni belliche della Russia zarista contro la Turchia per il dominio della penisola balcanica. Per Cavour la crisi orientale fu il primo banco di prova per le questioni internazionali [23, p. 283], ma, seppur incerto nel partecipare alle operazioni militari, vide nel conflitto l’occasione per potersi avvicinare alla Francia e all’Inghilterra, schierate contro lo zar Nicola I [23, p. 286]. Per questo motivo si comportò come se il Regno di Sardegna fosse una piccola potenza. Istintivamente sentì che la guerra in atto avrebbe fatto ben sperare per il Piemonte, attraverso possibili ingrandimenti territoriali in Italia o solo nel rafforzare la sua posizione di portavoce dell’Italia in un congresso internazionale [23, p. 286].

La partecipazione da parte del Piemonte alla guerra di Crimea è stata descritta come un vero e proprio capolavoro diplomatico da parte di Cavour, ma fin dagli inizi subì le opposizioni da parte del gabinetto presidenziale e dell’opinione pubblica [15, p. 91]. All’infuori del primo ministro, solo Vittorio Emanuele II fu entusiasta dal primo momento all’idea di un’azione diretta. Il sovrano ambiva a porsi personalmente a capo dei soldati e di condurgli sul campo di battaglia, ma, volle coglierla anche come occasione per liberarsi di Cavour e nominare un governo più incline al suo volere. Il sovrano sabaudo per legge era un re «costituzionale», ma nei fatti, anche per via della sua personalità, non fu mai un re «parlamentare» e pertanto, ipotizzato un possibile cambio di ministero per via dell’ostruzionismo mosso al progetto di Cavour agì indipendentemente [23, pp. 286–291]. Il complotto reale, però, non arrivò a concludersi. Cavour, informato dell’intrigo, propose allora di anticipare il re e di procedere con la dichiarazione di guerra.

Il 3 febbraio 1855 la Camera subalpina avviò la discussione. Cavour, durante la seduta del 6 febbraio, utilizzò tutta la sua abilità dialettica e pronunciò quanto riportiamo di seguito:

Prima di tutto, o signori, il Governo ebbe ad esaminare se la guerra che si combatteva in Oriente interessasse realmente lo Stato nostro, se veramente per noi vi fosse interesse materiale, interesse politico a prendere parte in essa, a concorrere allo scopo che si proponevano di ottenere le potenze occidentali. Noi non abbiamo avuto molte difficoltà a convincerci che la Sardegna era altamente interessata allo scopo della presente guerra. Difatti, o signori, se la presente guerra avesse esito felice per la Russia, se avesse per conseguenza di condurre le aquile vittoriose dello zar in Costantinopoli, evidentemente la Russia acquisterebbe un predominio assoluto sul Mediterraneo, ed una preponderanza irresistibile nei consigli dell’Europa.

Ebbene, signori, sia l’una che l’altra conseguenza non possono a meno che riputarsi altamente fatali agli interessi del Piemonte e dell’Italia. [. . . ] È mia opinione che il nostro paese, le nostre istituzioni, la nostra nazionalità correrebbero un gravissimo pericolo. [. . . ] Certamente quando una guerra si combatte in Europa, le potenze d’America, la cui neutralità non fa danno né all’una né all’altra parte belligerante, possono rimanere neutrali senza inconveniente; alcuni altri paesi anche in Europa, per la loro condizione topografica o politica, possono rimanere neutrali; così io credo che il Belgio, l’Olanda, che il Portogallo possono serbare una stretta neutralità, senzaché questa loro determinazione porti nocumento né all’una né all’altra parte belligerante. Ma noi, signori, non eravamo in questa condizione, noi non potevamo rimanere neutrali [. . . ] La questione finanziaria è certamente gravissima; io debbo più di d’ogni altro riconoscere essere le condizioni nostre non delle più liete. [. . . ] Tuttavia, io non lo giudico tale da portare sgomento nei nostri animi e di vietarci di consentire sacrifizi pecuniari, quando questi sacrifizi ci sono comandati da considerazioni di onore, da considerazioni di interesse, di alta politica. [. . . ] Ora, o signori, io credo che la principale condizione pel miglioramento delle sorti d’Italia, quella che sovrasta a tutte le altre, si è di rialzare la sua reputazione, di far sì che tutti i popoli del mondo e governanti e governati rendano giustizia alle sue qualità. E per ciò due cose sono necessarie: primo, di provare all’Europa che l’Italia ha senno civile abbastanza per governarsi regolarmente, per reggersi a libertà, che essa è in condizione di assumere le forme di governo le più perfette che si conoscono; secondariamente, che il suo valore militare è pari a quello degli avi suoi. [. . . ] Io ho fiducia, o signori, di avervi dimostrato come il trattato si debba accettare per prepotenti ragioni. Credo di avervi dimostrato altresì come esso non possa sortire gravi inconvenienti economici e finanziari: come dal lato militare non presenti quei pericoli che da taluno si vorrebbe far paventare; finalmente che esso deve avere non tristi, ma liete conseguenze politiche [17, pp. 647–657].

Con questo discorso, nonostante molti deputati diffidassero della necessità di una partecipazione diretta in Crimea, Cavour legittimò davanti al Parlamento le ragioni con le quali si vollero giustificare la scesa in campo della Sardegna. L’intervento, motivato anche attraverso un’abile oratoria, mirò soprattutto a sottolineare i vantaggi politici che ne sarebbero derivati, concentrandosi su alcune questioni fondamentali: l’interesse nazionale, l’importanza di non rimanere neutrali né indifferenti nei momenti di crisi e la necessità di sostenere un ulteriore sacrificio economico, benché al momento il Piemonte non fosse in gradi di condurre una campagna militare lontana. Tutto ciò col solo fine di ottenere un miglioramento della reputazione sabauda presso i governi internazionali.

Ottenuto la fiducia dalla Camera e un ingente prestito da parte dell’Inghilterra [25, pp. 82–97], il Conte di Cavour poté sentirsi soddisfatto e nell’aprile 1855 poté inviare in Oriente un piccolo corpo di spedizione, forte di 18.000 uomini al comando del generale Alfonso La Marmora [16, p. 308]. Le operazioni militari iniziarono il 25 maggio, ma le truppe piemontesi poterono dimostrare il loro valore solo in poche occasioni, come durante la battaglia di Cernaia, avvenuta nell’agosto 1855. L’offensiva fu orchestrata dai russi con lo scopo di contenere le forze alleate, impegnate nell’assedio della piazzaforte di Sebastopoli. Lo zar Nicola I, consapevole che la conquista di quest’ultima era imminente, ordinò di attaccare prima dell’arrivo di ulteriori rinforzi. L’attacco venne fissato per il 16 agosto con la speranza di cogliere di sorpresa le truppe franco-piemontesi, ma le truppe zariste ebbero la peggio [16, p. 309]. La sconfitta di Cernaia segnò di fatto la definitiva sconfitta militare per la Russia prima di quella a Sebastopoli. In seguito alla vittoria sabauda, Cavour sperò che l’unità inviata avrebbe potuto conseguire ulteriori vittorie data l’importanza politica della posta in gioco, ma ciò non avvenne [16, p. 311]. L’intervento austriaco nel dicembre 1855 accelerò la conclusione della guerra e per il Conte di Cavour, profondamente turbato nell’apprendere la notizia, fu uno smacco, in quanto l’Austria, benché non avesse preso parte diretta nella guerra, si presentava ora come la principale mediatrice di pace.

La sua reazione lo portò persino a dispiacersi della fine della guerra [23, p. 293], lamentandosi in una lettera recante in calce la data del 21 gennaio 1856 inviata al Generale La Marmora quanto segue: «La pace è deplorevole per noi. Ne sono desolato, ma non potendo impedirla, bisogna accettarla e cercare di trarre tutto il partito possibile dalla cattiva posizione in cui ci ha cacciato quella astuta comare dell’Austria» [16, p. 294].

Dopo tanto armeggio diplomatico e sangue versato sul campo di battaglia, Cavour paventava per il crepuscolo del suo astro politico, temendo un’esclusione del Piemonte dal congresso di pace e per le conseguenze che sarebbero potute derivare da una guerra che si presentava poco remunerativa [16, p. 294]. In un primo momento questi timori sembrarono realizzarsi, ma grazie al supporto di Francia e Inghilterra, il Piemonte poté partecipare ai negoziati alla pari, sulla base di un ragionevole compromesso. Il Conte avrebbe avuto il suo posto a sedere al tavolo delle trattative, purché avesse evitato di prendere parola durante la discussione dei termini di pace [339–367 26, p. 352]. L’apertura e la sede dei lavori vennero fissate nel mese di febbraio a Parigi e segnarono di fatto l’allestimento di una nuova assemblea internazionale dopo quella di Vienna del 1815. Camillo Benso approdò, così, sulla scena politica internazionale.

Una settimana dopo, mentre i lavori del congresso volgevano alla fine, i delegati di Francia e Inghilterra, in cambio dell’astensione di Cavour, fissarono per l’8 aprile una riunione per discutere sui problemi della penisola italiana. Il Conte ne fu il protagonista assoluto e poté presentare senza alcuna riserva la «questione italiana». Con abile maestria e con un uso sapiente delle parole, egli riuscì a denunciare ai suoi omologhi i vari problemi che affliggevano l’Italia, rappresentandoli come focolai eversivi pericolosi non solo per la stabilità della penisola italica, ma anche per l’equilibrio europeo. Auspicando una celere risoluzione per quest’ultimi, il Conte seguitò per bocca del ministro degli esteri francese, Conte Walewski, e Lord Clarendon, delegato inglese, alla rassegna delle questioni più urgenti, individuate nella politica repressiva perseguita dall’Austria nel Lombardo-Veneto, nel malgoverno dello Stato Pontificio nei Ducati padani di Parma e Modena e di quello borbonico nel Mezzogiorno [26, p. 352]. Benché coltivata fino all’ultimo la speranza di strappare qualche piccolo ingrandimento territoriale per il suo Stato, ma uscitone soltanto con un riconoscimento morale, i risultati conseguiti non furono del tutto vani, in quanto uno dei suoi obiettivi venne raggiunto: il Regno di Sardegna venne riconosciuto come l’unico garante dell’ordine in Italia.

Rientrato a Torino, Cavour si rigettò nei lavori parlamentari e il 30 aprile illustrò alla Camera il riscontro avuto dal Congresso parigino. Le sue parole:

[. . . ] Rispetto alla questione italiana non si è, per vero, arrivati a gran risultati positivi; tuttavia, si sono guadagnate, a mio parere, due cose:

la prima è che la condizione anomala ed infelice dell’Italia è stata de- nunziata all’Europa, non già da demagoghi, da rivoluzionari esaltati, da giornalisti appassionati, da uomini di partito, ma bensì da rappresentati delle primarie potenze dell’Europa, da statisti che seggono a capo dei loro Governi, da uomini insigni a consultare assai più la voce della ragione che a seguire gli impulsi del cuore. [. . . ]

Il secondo si è che quelle stesse potenze hanno dichiarato essere necessario, non solo nell’interesse d’Italia, ma in un interesse europeo, di arrecare ai mali d’Italia un qualche rimedio. Non posso credere che le sentenze profferite, che i consigli predicati da nazioni quali sono la Francia e l’Inghilterra siano per rimanere lungamente sterili.

Sicuramente, se da un lato abbiamo da applaudirci di questo risultato, dall’altro io debbo riconoscere che esso non è scevro di inconvenienti e di pericoli. Egli è sicuro, o signori, che le negoziazioni di Parigi non hanno migliorato le nostre relazioni con l’Austria! [. . . ] coll’intima convinzione essere la politica dei due paesi più lontani che mai dal mettersi d’accordo [. . . ] Terminato il Consiglio, la causa d’Italia è portata ora al tribunale della pubblica opinione, a quel tribunale al quale, a seconda del detto memorabile dell’imperatore dei francesi, spetta l’ultima sentenza, la vittoria definitiva. La lite potrà essere lunga, le peripezie saranno forse molte; ora noi, fidenti nella giustizia della nostra causa, aspettiamo con fiducia l’esito finale [17, pp. 665– 667].

Il «Caso Italia» tornò, dunque, materia d’interesse e le speranze di poterla realizzare erano prossime, ma le difficoltà erano ancora molte. Francia e Inghilterra con vivo coinvolgimento per la situazione italiana erano dalla parte del Regno di Sardegna, ma il Conte dovette pazientare ancora un po' prima di preparare la nuova guerra contro l’Austria. Il passo successivo fu quello di fortificare il suo sistema di alleanze e dissipare le ultime crisi interne, fra queste il rapporto con la Chiesa e i moti ancora in azione dei mazziniani.

divisore 4

3.2 Cavour, la Chiesa, Napoleone III

Mentre Cavour preparava la guerra sia sul fronte interno che su quello diplomatico, le questioni più complesse da lui affrontate in politica interna riguardò le relazioni con la Chiesa e la lotta per la libertà religiosa. Fra le direttrici fondamentali del suo primo Ministero (1852-1859), il Conte si mosse in favore di una progressiva laicizzazione dello Stato, secondo la formula «Libera Chiesa in libero Stato»; indicando nel principio della separazione dei due poteri, l’unica via percorribile per salvaguardare l’indipendenza di entrambi. E in virtù di ciò, la coesistenza fra i due fu il suo primo e serio banco di prova in qualità di Presidente del Consiglio [15, p. 83]. Un mese dopo la sua nomina a capo del governo, nelle tornate del 15 e 16 dicembre, al Senato subalpino si discusse il disegno di legge sul matrimonio civile, passato alla Camera negli ultimi mesi del governo D’Azeglio.

Poiché in altri paesi cattolici la Chiesa aveva già accettato il matrimonio civile, al momento del dibattito Cavour si presentò a favore, giudicando la riforma come innovatrice per l’ordinamento giuridico piemontese [15, p. 83].

Nella Seduta del 16, egli colse l’occasione per ribadire l’opportunità della riforma, ma anche per scagliarsi contro quanti opposero ferrea opposizione, affermando: Fra le persone che si opposero a questo progetto di legge, io mi affretto a dichiararlo, ve ne sono molte (per le quali professo la più alta stima) che si servirono di mezzi legali e lealissimi; ma nel partito opposto molti, non contenti d’una opposizione legale, cercarono suscitare ogni maniera d’opposizione a questo progetto di riforma con arti subdole, con mezzi colpevoli anzi, molti membri del medesimo, dai quali non dubito dissentano quei primi a cui ho accennato, non solo combatterono le riforme che si volevano fare intorno alla legislazione matrimoniale, ma spinsero la loro ostilità contro quegli ordini politici che credevano gli strumenti delle riforme che osteggiavano. [. . . ] Lungi adunque dall’essere il progetto di legge sottoposto alla vostra discussione un ostacolo agli accordi colla Corte di Roma, esso ne è anzi un preliminare indispensabile; perciò tutti coloro i quali in buona fede desiderano tali accordi debbano dare il loro voto favorevole

alla legge [17, pp. 645–646].

Com’è possibile evincere dal suo discorso, anche se molti erano favorevoli, tra i suoi ascoltatori non mancarono voci di dissenso, le quali arrivarono ad usare strumenti anche poco convenzionali, come quella del sovrano Vittorio Emanuele II, il quale non aveva alcuna intenzione di inimicare i rapporti con la Chiesa. Il re arrivò ad interferire personalmente nella disquisizione, non solo scrivendo una comunicazione al Presidente del Senato, in cui dichiarò di essere impaziente nel vedere respinta la proposta di legge, ma anche adducendo che sarebbe stato pronto a nominare altri senatori con lo scopo di far votare loro contro [15, p. 83]. Alla fine dei lavori, la riforma non fu mai approvata e Cavour non tornò più sulla questione, fissando i suoi obiettivi nelle Finanze e negli Esteri.

La questione Stato-Chiesa tornò fra i banchi dei deputati nel 1854 quando Urbano Rattazzi presentò un progetto di legge in cui si richiedeva la sospensione degli ordini religiosi contemplativi, ovvero quei clericali non impegnati in attività come l’istruzione e l’assistenza sanitaria, chiedendo che i loro beni passassero allo Stato. Cavour fu uno dei principali sostenitori del progetto, in quanto vide l’opportunità di usare una parte dei conventi come nuove carceri e caserme, ma anche di ridimensionare la spesa dello Stato per le diocesi, abolendo di conseguenza il sussidio annuale di un milione di lire. Non solo, con la vendita dei beni sperò di ottenere anche una somma sufficiente a coprire una parte del deficit del bilancio dello Stato [15, p. 93]; ma l’opposizione da parte delle gerarchie ecclesiastiche, guidata dal vescovo Casale Monferrato Luigi Nazari di Calabiana, fu molto forte. Ancora una volta l’ala più conservatrice insita nelle Istituzioni cercò di frenare il corso politico. Vittorio Emanuele, seppur sinceramente cattolico, anche lui fu inizialmente favorevole, ma in seguito alla morte della moglie, della madre e del fratello nel giro di un mese e dietro minaccia da parte del Pontefice Pio IX della scomunica e dell’avvertimento che quest’ultimi avvenimenti erano il segno dell’ira divina, dovette fare un passo in dietro [15, p. 94]. La legge espropriatrice, tuttavia, passò, e venne firmata dal re il 19 maggio 1855. Pio IX, appresa la notizia, reagì scomunicando Cavour, il sovrano e quanti votarono a favore. Benché vittoriosi, la «crisi calabiana» portò alle dimissioni dell’esecutivo in carica, ma non passò molto tempo prima che Cavour fosse richiamato al governo, poiché molte altre questioni dipendevano da lui, in primo luogo i preparativi per la spedizione in Crimea.

I rapporti tra il governo piemontese e la Santa sede, dunque, si inasprirono ancora di più dopo il 1855, ma il rapporto fu sempre molto delicato, anche prima dell’approvazione della nuova legge. Pio IX, soprattutto per le sue ingerenze non solo in Piemonte, ma anche su tutta la penisola, sentiva di essere abbastanza forte per influenzare le politiche locali, anche perché si rassicurava per la protezione offertagli da Napoleone III. L’imperatore dei francesi, all’epoca ancora Presidente della Repubblica, nel 1849 riuscì a rafforzare la sua popolarità, ingraziandosi le simpatie del mondo cattolico francese, inviando a Roma un corpo di spedizione con l’ordine di reprimere la Repubblica romana e di restaurare il potere temporale del Papa. Cavour, grazie al suo acume, capì in realtà quali fossero le reali intenzioni di Napoleone: il sovrano era interessato più ai territori pontifici anziché alla tutela di Pio IX, ma finché il pontefice avesse avuto la protezione francese dalla sua, qualsiasi colpo di mano o trattativa sarebbe stata impossibile. Altresì, sapeva bene che il discendente di Bonaparte era l’alleato ideale ai suoi scopi, giacché ciò che non si poteva ottenere per mezzo delle insurrezioni, lo si poteva ottenere mediante l’aiuto delle baionette francesi sul campo di battaglia [15, p. 139].

Mentre Cavour pazientemente tesseva la sua tela di alleanze, negli anni Cin- quanta i moti mazziniani tornarono alla ribalta della cronaca politica. Nel 1852 un gruppo capeggiato dal sacerdote don Enrico Tazzoli tentò di sollevare un’insurrezione antiaustriaca nel mantovano, ma il loro progetto fu scoperto dalle forze dell’ordine. Catturati i rivoltosi, vennero successivamente condannati a morte. Di lì a poco altri gruppi di stampo mazziniano tentarono ulteriori moti, ma l’uno dopo l’altro vennero repressi. Fra queste, il più noto fu la spedizione di Carlo Pisacane, un ex ufficiale napoletano. Con l’intento di trovare nuovi alleati nel Mezzogiorno e di provocare una larga insurrezione, Pisacane partì con un gruppo di pochi uomini, ma al momento dello sbarco presso il litorale campano, venne scoperto dall’esercito borbonico e da gruppi di contadini che li scambiarono per briganti [3, p. 271]. I nuovi moti mazziniani, dunque, finirono per offrire nuove teste per la forca; tuttavia, fu uno di loro, attraverso un gesto estremo, ad accelerare l’avvicinamento di Cavour all’imperatore dei francesi.

Il 14 gennaio 1858, in piazza dell’Opéra, mentre Napoleone III e sua moglie Eugenia si recavano a teatro, furono vittime di un attentato da parte del romagnolo Felice Orsini, mazziniano esule in Francia. L’imperatore e sua moglie rimasero miracolosamente illesi dallo scoppio delle bombe lanciategli contro la carrozza, ma molte furono le vittime civili. L’attentatore, arrestato poco dopo, motivò il suo gesto come protesta per l’alleanza che si stava profilando fra la Francia e il Regno Sabaudo. Napoleone, adirato, accusò le autorità piemontesi, criticandole per non riuscire a tenere a bada soggetti pericolosi come il suo assalitore. Cavour, in risposta alle accuse, reagì con abilità, condannando il gesto, per poi riuscire a persuadere l’imperatore che l’attentato da cui usciva illeso era indice dell’urgenza di risolvere la «questione italiana». Napoleone sembrò non cedere, ma prima dell’esecuzione, Orsini inviò all’imperatore due lettere in cui al pentimento per il folle gesto compiuto, fece seguire un invio allo stesso a votarsi alla causa italiana. Egli scrisse:

Le deposizioni che ho fatto contro me stesso nel processo politico per l’attentato del 14 gennaio sono sufficienti per mandarmi alla morte ed io la subirò senza domandarvene grazia, tanto perché non mi umilierò giammai dinanzi a chi uccise la libertà nascente della mia infelice patria, quanto perché sino a che questa è nella servitù la morte è per me un bene. Pressoché alla fine dei miei giorni, voglio nulla meno fare gli ultimi sforzi per vedere di giovare all'Italia, la cui indipendenza mi fece sino ad oggi disprezzare ogni sorta di pericoli e di sacrifizi, e fu l'oggetto costante di tutte le mie passioni. E questo mio pensiero intendo di attuare con le seguenti parole che indirizzo alla M.V.I.

Per attuale assetto politico dell'Europa sta oggi in poter vostro di fare l'Italia indipendente o di tenerla schiava dell'Austria e di ogni specie di stranieri. Intendo io forse, con questo, che il sangue dei francesi sia sparso per gli italiani? No due punti, egli no. Non vi domandano ciò; Essi chiedono che la Francia non intervenga contro di loro. Essi chiedono che la Francia non permetta che alcuna nazione intervenga nelle future, forse imminenti, lotte dell'Italia contro l'Austria. Orbene, questo appunto è ciò che la M.V.I. può volere quando più le piaccia: dalla Vostra volontà dipendono il benessere o la infelicità della mia patria, e la vita o la morte di una nazione a cui l'Europa va debitrice in gran parte della sua civiltà. Tuttoché Semplice individuo, dalla mia prigione oso far pervenire una debil voce sino M.V.I. onde pregarla di ridare all’Italia quella indipendenza che i suoi figli perdettero nel 1849 per colpa stessa dei francesi. Rammenti la M.V.I. che gli italiani (e tra questi il mio padre stesso) accorsero a versare il sangue per Napoleone il Grande dovunque a questi piacque di condurli; rammenti che gli furono fedeli sino al suo cadere; rammenti che sino a che l’Italia non sia fatta indipendente la tranquillità dell’Europa e della M.V.I. è un puro sogno.

Non disprezzi M.V.I. le parole di un patriota che sta sul limitare del patibolo; renda l’indipendenza alla mia patria e le benedizioni di 25 milioni di abitanti la seguiranno dovunque e per sempre [23, pp. 332– 333].

Colpito dalle parole di Orsini, Napoleone si convinse ancora di più dell’analisi cavouriana, ma, a sua volta, vide nella richiesta del Conte un’occasione per inserirsi nella politica italiana a danno dell’Austria.

Fu così che i due fissarono fuori dai canali diplomatici ufficiali per il 21 e 22 luglio un incontro riservato presso la stazione termale di Plombières. Di ritorno dagli incontri, il 24 luglio Cavour inviò una lettera a Vittorio Emanuele II in cui descrisse in maniera dettagliata gli accordi presi. Riportiamo alcuni passi importanti del testo:

Sire, La lettera cifrata che ho spedito a V.M. da Plombières ha potuto dare a V.M. soltanto un’idea molto incompleta delle lunghe conversazioni che ho avuto con l’imperatore. Di conseguenza penso che Ella sia impaziente di ricevere una relazione esatta e dettagliata. È ciò che mi affretto a fare, subito dopo aver lasciato la Francia, con questa lettera che spedirò a V.M. per tramite del Signor Tosi, attaché dell’ambasciata di Berna.

L’imperatore, non appena fui introdotto nel suo ufficio, affrontò la questione, causa del mio viaggio. Esordì dicendo che era deciso a sostenere la Sardegna con tutte le sue forze in una guerra contro l’Austria, purché la guerra venisse mossa per una causa non rivoluzionaria, che potesse essere giustificata agli occhi della diplomazia e più ancora dell’opinione pubblica in Francia e in Europa. Poiché la ricerca di questa causa era la difficoltà maggiore da risolvere per giungere ad un accordo, credetti necessario trattare tale questione prima di tutte le altre. Ho proposto innanzitutto di far valere le rimostranze determinate dalla poco fedele esecuzione da parte dell’Austria al suo trattato commerciale con noi. A ciò l’imperatore ha risposto che una questione commerciale di mediocre importanza non poteva dare luogo a una grande guerra destinata a cambiare la geografia europea. Gli proposi allora allora di mettere in evidenza nuovamente le cause che ci avevano indotti al Congresso di Parigi a protestare contro l'illegittima estensione del potere dell'Austria in Italia [. . . ] L'imperatore non gradi questa proposta. Osservò che poiché le rimostranze che avevamo fatto valere nel 1856 non erano state giudicate sufficienti per indurre l'intervento della Francia e dell'Inghilterra a nostro favore, non si capirebbe come mai ora potessero giustificare una chiamata alle armi. [. . . ] diveniva imbarazzante, poiché non avevo più nulla di ben definito da proporre. L'imperatore mi venne in aiuto e ci mettemmo insieme a passare in rassegna tutti gli Stati d'Italia per cercare questo casus belli così difficile da trovare. Dopo aver viaggiato per tutta la penisola senza successo, giungemmo quasi senza accorgercene a Massa e Carrara e lì scoprimmo ciò che cercavamo con tanto ardore. Avendo fatto all'imperatore una precisa descrizione di questo infelice paese, di cui del resto aveva già un'idea abbastanza precisa, noi concordammo di provocare un appello degli abitanti a V.M. per chiedere la sua protezione e reclamare anche l'annessione di questi Ducati alla Sardegna.

V.M. non accetterà l’offerta di annessione, ma, schierandosi dalla parte di queste popolazioni oppresse, rivolgerà una nota altezzosa e minacciosa al duca di Modena. Questi, forti dell’appoggio dell’Austria, risponderebbe in un modo insolente. A questo punto V.M. farà occupare Massa e la guerra avrebbe inizio. Poiché sarebbe il duca di Modena a essere la causa, l’imperatore pensa che la guerra sarebbe popolare non solo in Francia ma anche in Inghilterra e nel resto d’Europa, visto che questo principe è considerato, a torto a ragione, il capro espiatorio del dispotismo. [. . . ]

Risolta la prima questione, l’imperatore mi dice: «Prima di andare più lontano, occorre pensare a due grandi difficoltà che incontreremo in Italia: il papa e il re di Napoli. Devo trattarli con riguardo: il primo per non sollevare contro di me i cattolici in Francia, il secondo per mantenere la simpatia della Russia, che coltiva una specie di punto d’onore nel proteggere il re Ferdinando.» Risposi all’imperatore che quanto al papa, egli era facile conservare il tranquillo possedimento di Roma tramite la guarnigione francese che vi era di stanza, libero di lasciare insorgere le Romagne; che il papa non avendo voluto seguire i consigli che gli aveva dato nei loro confronti, non poteva ritenere sbagliato che queste contrade approfittassero della prima occasione favorevole per liberarsi da un detestabile sistema di governo che la Curia di Roma si era ostinata a non voler riformare; che, quanto a re di Napoli, non bisognava occuparsi di lui, a meno che non volesse prendere le parti dell'Austria [. . . ]

Questa risposta soddisfece l'imperatore, e passammo alla grande questione: quale sarebbe lo scopo della guerra? L'imperatore ammise senza difficoltà che bisognava cacciare del tutto gli austriaci dall'Italia, e non lasciargli un pollice di terreno al di qua delle Alpi e dell'Isonzo. Ma dopo, come organizzare l'Italia? [. . . ] soddisfece la valle del Po, la Romagna e le legazioni avrebbero costituito il Regno dell'Alta Italia, sul quale regnerebbe la dinastia dei Savoia. Si conserverebbe al Papa Roma e i territori nei suoi dintorni. Il resto degli Stati della Chiesa con la Toscana formerebbero il Regno dell'Italia centrale. Non si toccherebbe la circoscrizione territoriale del Regno di Napoli. I quattro Stati italiani formerebbero una Confederazione come quella tedesca, di cui si affiderebbe la Presidenza al Papa, per consolarlo della perdita della parte migliore dei suoi Stati. [. . . ] Dopo aver regolato il destino dell'Italia, l'imperatore mi chiese che cosa otterrebbe la Francia e se V.M. cederebbe la Savoia e la contea di Nizza. Risposi che V.M. professando il principio della nazionalità, capiva che la Savoia dovesse essere riunita alla Francia, che di conseguenza era pronta a fare il sacrificio, benché gli costasse moltissimo, rinunciare a un paese che era stata la culla della sua famiglia e a un popolo che aveva dato tante prove di affetto e di devozione ai suoi antenati. Che quando a Nizza, la questione era differente, poiché iniziarvi erano più legati per la loro origine, la loro lingua e le loro abitudini al Piemonte che alla Francia e che di conseguenza il loro ingresso nell'impero sarebbe contrario a quello stesso principio per quale prenderemo le armi per farlo trionfare [17, pp. 296–311].

Queste le clausole del trattato segreto firmato fra Cavour e Napoleone III. La Francia avrebbe sì concesso il suo sostegno militare al Regno di Sardegna, ma a patto che fosse stata l’Austria a muovere per prima guerra, onde evitare l’accusa e la condanna da parte dei governi e dell’opinione pubblica europea di guerrafondai. Altresì, attraverso la fondazione del Regno dell’Alta Italia (costituito dai territori del Lombardo-Veneto, dei ducati di Parma e di Modena, con l’aggiunta della legazione pontificia della Romagna), il ridimensionamento dello Stato Pontificio intorno la città di Roma e le aree circostanti, con la Toscana a seguire avrebbero costituito il Regno dell’Italia centrale, mentre sarebbe rimasto invariato il Regno delle due Sicilie, in quanto la nascita di 4 stati in luogo di 7 era un passo in avanti più che accettabile per il momento.

La Francia assentì nel fornire il suo supporto militare al Regno di Sardegna a patto che l'Austria fosse stata la prima a scatenare la guerra. Con tale mossa i due statisti avrebbero impedito ai governi e all’opinione pubblica europea di essere accusati e condannati di essere aggressivi e di aver violato la sicurezza europea attraverso un’azione guerrafondaia. Inoltre, a conflitto concluso, i due concordarono anche il nuovo assetto geopolitico che l’Italia avrebbe avuto. Attraverso la fondazione del Regno dell'Alta Italia, in cui i territori del Lombardo-Veneto, i ducati di Parma e Modena e la legazione pontificia della Romagna sarebbero stati inclusi, il Casato dei Savoia avrebbe ottenuto il controllo delle regioni settentrionali, privando l’Austria della sua egemonia su di essi; mentre col ridimensionamento dello Stato Pontificio, al quale sarebbero rimasti i territori della città di Roma e delle aree vicine e la Toscana e la conseguente nascita del Regno dell'Italia centrale e il mantenimento dei confini del Regno delle Due Sicilie fu considerato come un passo in avanti più che accettabile, in quanto in luogo di sette Stati ne sarebbero sorti quattro, con la convinzione che presto sarebbero entrati a far parte della sfera d’influenza sabauda.

In cambio del suo supporto, Napoleone proferì il prezzo da pagare per i suoi servizi. Innanzitutto, avanzò l’annessione dei territori di Nizza e della Savoia. Seppur proprietà del Regno di Sardegna, l’imperatore motivò la sua richiesta in base al principio di nazionalità: le due regioni erano legate alla Francia più che all’Italia per motivi socioculturali. A seguire, con lo scopo di cementare il legame tra Francia e Regno di Sardegna, il sovrano francese avanzò, senza sentire ragioni col fine di legare la sua dinastia ad una delle casate reali più antiche europee, il matrimonio fra suo cugino Gerolamo Napoleone e Clotilde di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele II [15, p. 162]. Nonostante gli iniziali litigi fra Cavour e la corte per via della giovane età della principessa e del suo rifiuto a maritarsi con un uomo molto più anziano di lei, le nozze vennero celebrate il 30 gennaio 1859. Per Vittorio Emanuele il matrimonio forzato di sua figlia fu un caro prezzo da pagare, mentre per Camillo Benso non fu altro che una mera questione d’affari, tant’è che dinanzi la ferrea resistenza della principessa, si lasciò assalire dai suoi accessi di collera, sbottando: «Se il re è debole, io sono duro come un macigno» [15, p. 163].

Niente e nessuno avrebbe ostacolato i suoi piani.

Irrobustiti i punti dell’accordo, ora bisognava solo trovare un pretesto adatto per la fase successiva: provocare l’Austria per indurla alla guerra.

divisore 4

3.3 La Seconda guerra d’indipendenza e i plebisciti

Dagli inizi di gennaio 1859 sino ad aprile, Cavour e Napoleone III si mossero parallelamente per i preparativi di guerra, giacché i tempi parvero maturi. Il 1° gennaio l’imperatore, senza un motivo apparente, rese noto all’ambasciatore austriaco a Parigi di un deterioramento dei suoi rapporti con l’Austria. Dieci giorni dopo, Vittorio Emanuele, supportato da Cavour, fomentò le tensioni preesistenti attraverso parole dal suono bellicoso. Nel suo consueto discorso di apertura per la nuova legislatura, il sovrano pronunciò una frase che ebbe un effetto spettacolare, dichiarando di non essere insensibile «al grido di dolore che da tanta parte d’Italia si leva verso di noi» [7, p. 350].

Nel mese di febbraio le tensioni per una nuova guerra in Europa andarono a farsi serie. l’Inghilterra, seguita da altri paesi, voleva preservare la pace. Cavour, irritato dalle ingerenze di quest’ultimi e col timore di vedere sfumati gli sforzi finora perseguiti, inviò costanti messaggi di pace, rassicurando che avrebbe fatto tutto il possibile per impedire lo scoppio di un prossimo conflitto [15, p. 174]. Sfortunatamente, le sue dichiarazioni non vennero credute, tant’è che nella seduta della Camera, fissata per il 9 febbraio, dovette pronunciare un discorso col quale tranquillizzare nuovamente Londra. Oltre alle difficoltà diplomatiche, a cui si aggiunse anche il vacillare della Francia pressata dall’opinione pubblica e dalle grandi potenze, Cavour si ritrovò a fronteggiare anche i dubbi in casa propria [15, p. 75].

I mesi di marzo e di aprile furono per il Conte un incubo. Malgrado le dimostrazioni di appoggio riuscite a conseguire in Toscana e nelle altre regioni, sembrò che si stesse verificando lo stesso clima che accompagnò le fasi preliminari della Prima guerra d’indipendenza, ovvero una stagnazione delle masse e frequenti litigi fra gli stessi alleati. Persino in Piemonte non mancarono episodi di tensione. A ciò, si aggiunse l’inasprirsi dei rapporti con Vittorio Emanuele che sfociò in un ulteriore allontanamento fra i due. Il motivo di quest’ultimo dissidio riguardò una donna: la contessa Rosina di Mirafiori.

Vittorio Emanuele aveva una relazione con la Mirafiori e Cavour cercò di persuadere il sovrano a troncare il rapporto con quest’ultima, muovendole accusa, poi rivelatasi infondata, di essere amante di altri nobiluomini [23, pp. 372–373].

Vittorio Emanuele, profondamente turbato, chiese supporto in merito alla questione anche a Urbano Rattazzi, il quale, rassicurato il sovrano dell’immotivata calunnia, si scontrò con Cavour. Il Conte non perdonò mai l’intervento del collega e di conseguenza la sua condotta fu aspramente criticata anche da altri uomini del governo e amici. Per quanto cercasse di portare avanti i suoi piani, Camillo Benso era alla disperazione. Ben presto i suoi sforzi confermarono il carattere aggressivo della sua alleanza con Napoleone e ciò lo portò ad essere malvisto agli occhi dei diplomatici, poiché quest’ultimo mirava senza scrupoli all’ingrandimento del Piemonte. Dal canto suo, l’alleato francese sembrò sempre più riluttante e desideroso di rinviare i suoi progetti [23, pp. 372–373]. Con lo scopo di trovare una soluzione il prima possibile, lo zar Alessandro I promosse nel mese di marzo un’altra conferenza internazionale a cui presero parte le principali potenze in Europa, tranne il Regno di Sardegna. Cavour tentò di dissuadere Napoleone nel prendere parte ai lavori, giacché la sua presenza al tavolo internazionale avrebbe significato il vanificare degli accordi presi. Ma al Conte non fu difficile capire che in realtà a spingere l’imperatore verso la risoluzione mediante accordi fosse il suo ministro degli esteri, Alexandre Walewski [16, pp. 400–401].

Nei giorni a seguire Cavour tentò di opporsi con ogni mezzo all’idea della conferenza, ma poi cambiò idea, promettendo in cambio della sua partecipazione di abbandonare ogni intenzione bellicosa. Ammesso ai lavori, il ministro degli esteri austriaco, Karl Buol, indignato, dichiarò che la partecipazione del Piemonte non era altro che un’offesa per l’Austria e allo stesso tempo fece sapere di aver inviato al Conte nella sera del 19 aprile un’intimazione in cui si chiedeva lo smantellamento bellico da attuarsi in tre giorni in seguito alla ricezione del messaggio. Era l’ultimatum tanto atteso da Cavour [16, p. 407].

Pervenuta la lettera nel pomeriggio del 23 aprile, Cavour accelerò, dunque, i preparativi militari. D’accordo col governo francese, guadagnò tempo in attesa dell’arrivo delle truppe napoleoniche e parallelamente convocò la Camera con lo scopo di far approvare una legge straordinaria, in cui, in caso di guerra, il Parlamento doveva bloccare i suoi lavori, lasciando i pieni poteri al sovrano. La legge passò. Inoltre, assentì ad una esercitazione militare ai confini con l’Austria presso il Ticino. Vienna rispose intimando il ritiro delle guarnigioni lungo la frontiera, ma Cavour ignorò la richiesta.

Quando tutto era ormai pronto, il giorno 26 rispose agli austriaci dichiarando che non avrebbe preso in considerazione il loro appello e con tono trionfale disse:

«Alea iacta est. Abbiamo fatto la storia, ed ora possiamo andare a tavola» [15, p. 186].

La guerra fu relativamente breve e nelle sue fasi iniziali si vide l’impegno delle sole truppe sabaude contro quelle austriache, in quanto in base ai piani di guerra lo scopo delle prime azioni militari dovevano temporeggiare con l’Austria fino a quando non fosse arrivato il rinforzo di Napoleone.

Il 7 maggio le truppe asburgiche oltrepassarono il Ticino e l’esercito regio cercò con ogni mezzo di arrestare la marcia di quest’ultime verso Torino. Dunque, al contrario di quanto era accaduto durante il precedente scontro, l’Austria dovette muoversi di fretta, ma non poté riuscire allo scopo, in quanto verso la metà di maggio Napoleone III e il suo corpo di spedizione si unì alle truppe sabaude. Passati all’attacco, gli eserciti francesi e piemontesi sconfissero le truppe austriache prima a Montebello (20 maggio) e poi a Palestro (31 maggio) e grazie a queste vittorie, i franco-piemontesi riuscirono a far ripiegare l’Austria oltre i fiumi Po e Ticino. Una delle battaglie decisive dell’intera campagna avvenne il 4 giugno a Magenta, dove, affrontati con estremo accanimento gli austriaci, gli alleati conseguirono una nuova schiacciante vittoria. Napoleone III e Vittorio Emanuele II ottennero un gran risultato: avevano quasi liberato tutta la Lombardia. L’8 giugno vennero accolti trionfalmente a Milano, ma la controffensiva austriaca non tardò ad arrivare. Gli eserciti tornarono a scontrarsi, questa volta individualmente, il 24 giugno a San Martino e a Solferino, sulle alture a sud del Lago di Garda. La vittoria arrise nuovamente agli alleati. Mentre gli eserciti franco-piemontesi e austriache erano impegnate in quest’ultime battaglie, le insurrezioni in Italia centrale e le truppe volontarie di Garibaldi contribuirono allo sviluppo dei piani presi a Plombières. Per volere della classe dirigente piemontese, onde evitare possibili colpi di mano autonomi da parte dei gruppi armati dei patrioti, si decise la costituzione di uno speciale corpo di volontari, denominata i Cacciatori delle Alpi, alle dirette dipendenze del Ministero degli interni.

A comando della brigata fu designato Giuseppe Garibaldi, di ritorno in Italia in seguito al suo esilio dopo i fatti della Repubblica romana. La nomina di Garibaldi fu dettata non solo per via del suo ascendente verso il coinvolgimento delle masse popolari, ma anche per essersi distinto per le sue qualità militari [15, p. 190]. Il nizzardo e i suoi tennero testa agli austrici sulle montagne dell’alta Lombardia, riuscendo a conseguire alcune vittorie significative, come a Bergamo e Brescia tra l’8 e il 14 maggio e a puntare verso il Quadrilatero su cui stavano convergendo anche le truppe franco-piemontesi. Mentre Garibaldi dava man forte agli alleati, già alla fine di aprile in Toscana scoppiò una sollevazione, fomentata anche da agenti e agitatori piemontesi, che causò il rovesciamento del Granduca Leopoldo II; successivamente, nel mese di giugno, insorsero Modena, Parma e infine Bologna. La vittoria definitiva era prossima, ma si verificò un inatteso colpo di scena: Napoleone III decise di interrompere la guerra. Questo suo cambio di rotta fu dettato da varie motivazioni: innanzitutto, in Francia iniziò a propagarsi un crescente malumore per l’alto numero di vite umane sacrificate per una guerra in cui non vi erano interessi effettivi, dall’altra il timore di un possibile intervento da parte degli Stati tedeschi, fra cui la Prussia, in supporto all’Austria iniziò a preoccupare seriamente Napoleone; a ciò si aggiunse l’evoluzione del quadro politico in Italia che stava andando a stravolgere i suoi piani [3, p. 275].

L’11 luglio Napoleone III e l’imperatore Francesco Giuseppe si incontrarono presso Villafranca per discutere i termini dell’armistizio, i quali, poi, vennero resi noti tramite documento a Vittorio Emanuele II. Il sovrano non mostrò provare alcun senso di insoddisfazione né sollevò obiezioni o modifiche; pertanto, controfirmò [15, p. 197]. Proponiamo di seguito gli articoli:

  • I due sovrani favoriranno la creazione di una Confederazione italiana.
  • Questa Confederazione sarà posta sotto la Presidenza onoraria del Santo Padre.
  • L’imperatore d’Austria cede all’imperatore dei francesi i suoi diritti sulla Lombardia, con l'eccezione delle fortezze di Mantova e di Peschiera [. . . ] L’imperatore dei francesi, rimetterà i territori ceduti al re di Sardegna.
  • Il Veneto farà parte della Confederazione italiana, pur rimanendo sotto la corona dell'imperatore d'Austria.
  • Il Granduca di Toscana, il Duca di Modena rientrano nei loro Stati concedendo un'amnistia generale.
  • I due imperatori chiederanno al Santo Padre di introdurre nei suoi Stati le riforme indispensabili [23, p. 400].

l’Austria, sconfitta a più riprese, avrebbe ceduto la Lombardia alla Francia, che a sua volta s’impegnò nel passarla alla corona sabauda, ma non il Veneto, benché ammessa dentro alla nuova Confederazione. Altresì, le zone d’interesse nell’Italia centrale non sarebbero state annesse dal Piemonte e poiché la nascita di questo nuovo soggetto politico richiedeva una figura super partes, in qualità di garante fu indicato il Papa.

Nessuno informò Cavour dell’accaduto fino a quando intorno alla mezzanotte il suo segretario personale, Giuseppe Nigra, gli riferì le clausole dell’armistizio. Il Conte lesse attentamente il documento e proruppe in un forte scatto d’ira e bollò con parole roventi la condotta dell’imperatore dei francesi. Corso a palazzo, volle incontrarsi urgentemente col sovrano. Una volta addentrato presso lo studio regio, trovò Vittorio Emanuele seduto dietro la sua scrivania, intento a fumare tranquillamento un sigaro. Cavour tentò in ogni modo di dissuadere il sovrano dall’accettare quegli ignobili termini, consigliandogli di continuare la guerra anche senza più l’aiuto dei francesi. Vittorio Emanuele mantenne ferrea la sua decisione e il Conte arrivò a chiamarlo traditore, poiché la sua scelta implicava il crollo dei suoi anni di paziente diplomazia. Dunque, rassegnò le dimissioni come Presidente del Consiglio [15, p. 198].

Fu compito del nuovo gabinetto gestire la complessa partita politica in cui, anche se solo sullo sfondo, entrò l’Inghilterra che si mostrò favorevole alle richieste di annessione da parte dei governi provvisori dell’Italia centrale, così da evitare un rafforzamento della posizione francese o austriaca. La posizione di Vittorio Emanuele divenne sempre più critica: da una parte non poteva contravvenire ai punti stabiliti dal trattato di Villafranca, dall’altra, rifiutare le annessioni gli avrebbe causato una perdita di prestigio presso quest’ultimi. Alcuni uomini fuori e dentro il governo chiesero il ritorno di Cavour, l’unico in grado di sciogliere questa ingarbugliata matassa, ma il re, ancora adirato, rifiutava categoricamente ogni suo possibile ritorno. A un suo cortigiano confidò: «Piuttosto che chiamare Cavour, chiamerei Garibaldi a Presidente del Consiglio» [15, p. 205]. L’11 novembre a Zurigo sì convalidò la pace, ma era chiaro che la Confederazione italiana ipotizzata a Villafranca non sarebbe mai stata realizzata, tant’è che non venne presa alcuna decisione definitiva circa l’Italia centrale.

Data la criticità della situazione e continuamente pressato, Vittorio Emanuele dovette accantonare i suoi dissapori col suo ex capo di governo e il 16 gennaio gli inviò un messaggio col quale si invitava a riassumere il ruolo di Primo Ministro. A due condizioni, però: la nomina del generale Fanti a capo del Ministero della Guerra e la promessa di non interferire più all’interno della vita privata del re [15, p. 198].

Nel mese di marzo, nei giorni 11 e 12, indisse plebisciti in Toscana, in Emilia, per la Romagna e per i Ducati di Modena e Parma. Il risultato fu netto: gli elettori votarono per le annessioni al Piemonte. Cavour poté sentirsi trionfante. In seguito, altri due plebisciti vennero poi fissati per il mese di aprile. Quest’ultimi riguardarono una questione ancora rimasta aperta: la cessione di Nizza e della Savoia. Poiché la Francia aveva disatteso agli accordi di Plombières, il governo piemontese non ebbe alcun obbligo nel cedere quei territori, ma sia Cavour che Vittorio Emanuele pensarono di rassicurare il loro ex alleato. In cambio del riconoscimento dei plebisciti da parte dell’autorità francesi, essi sarebbero stati pronti alla cessione, senza porre alcun veto. Napoleone III approvò e nelle giornate del 15 e 16 aprile e 22-23 aprile si svolsero le elezioni. Il risultato fu favorevole alle annessioni: Nizza e la Savoia passarono, così, alla Francia.

divisore 4

3.4 Bismarck: il cancelliere del «ferro e del sangue»

Ora pare che noi non siamo amati né stimati, ma soltanto temuti. Ci ritengono capaci di ogni perfidia. La diffidenza verso di noi va sempre crescendo. Sino a tal punto ci ha condotto la teoria del «ferro e del sangue» che Bismarck ha ideato e da anni attuato. Che cosa ci giovano la potenza, la gloria e lo splendore militare, se l'odio e la diffidenza ci seguono dappertutto? Bismark ci ha reso forti e potenti, ma ci ha tolto i nostri amici, le simpatie del mondo e la nostra buona coscienza [27].

Così, il futuro Kaiser Guglielmo II, ancora in veste di principe ereditario, espresse un giudizio sull'azione politica di Otto von Bismarck. L'imperatore, pur riconoscendo che l'unificazione compiuta dal «Cancelliere di ferro» abbia garantito al nuovo Stato tedesco, il II Reich, «la potenza, la gloria e lo splendore militare», osservò che per raggiungere tali meriti, la Germania dovette pagare un caro prezzo: la diffidenza della comunità internazionale.

Bismarck, attraverso l’uso spregiudicato del «ferro e del sangue», riuscì nell’unificare i vari Stati tedeschi all'interno di un soggetto politico più grande, rendendolo poi una potenza europea, ma il rapido accrescimento del suo peso politico all'interno dello scacchiere europeo, suscitò timori tra le altre nazioni. Il secondo Reich, dunque, venne visto sin dalla sua nascita nel 1871 fino alla sua caduta nel 1918, come un soggetto destabilizzante per l'equilibrio europeo. Le potenze occidentali, come Francia e Inghilterra, e quelle orientali, come la Russia, si sentirono costantemente minacciati nei loro interessi e per questo dovettero ricorrere all'isolamento come mezzo cautelativo, tuttavia, così facendo alimentarono le tensioni preesistenti, contribuendo anche a preparare il terreno per la Prima guerra mondiale. Ma per comprendere meglio la chiave di lettura delle parole del futuro Kaiser dobbiamo fare un passo indietro e tornare al settembre 1862, cioè all'ascesa di Bismarck alla Cancelleria della Prussia.

La sua nomina, come accennato precedentemente, arrivò durante il momento più alto della crisi dei rapporti fra la corona ed il Parlamento. Il re Guglielmo I voleva a tutti i costi che la riforma sul potenziamento militare venisse approvata, ma contro quest’ultima si schierò la maggioranza liberale. L’ostruzionismo dei deputati liberali provocò una crisi politica così grave da far giungere il sovrano a minacciare l’abdicazione, ma non fu necessario, giacché il conflitto venne risolto mediante la creazione di un nuovo ministero, sotto la presidenza di un uomo di stampo conservatore, rigido e soprattutto ostile ad ogni forma di liberalismo: Otto von Bismarck.

Il nuovo cancelliere si sentì presto come un vassallo pronto ad aiutare il proprio signore e sebbene non avesse una ricca esperienza alle spalle come molti suoi predecessori, prese subito in mano le redini del comando, dando prova di possedere una personalità determinata e lucida, senza alcun segno di cedimento [19, p. 49]. Il suo primo obiettivo come Cancelliere fu quello di rafforzare gli Interni in vista dell’esordio internazionale nel 1864, ma prima avrebbe dovuto sedare gli animi.

Il 23 settembre la Camera dei deputati respinse tutte le spese per il riordinamento dell’esercito, ma nella seduta della Commissione parlamentare per il bilancio fissata per il 29 settembre, Bismarck pronunciò un discorso fondamentale:

La Germania non guarda al liberalismo della Prussia, ma alla sua potenza; al primo possono indulgere la Baviera, il Württemberg e il Baden – ed è per questo motivo che nessuno si sognerebbe di affidare loro il medesimo ruolo della Prussia. Quest'ultima deve invece riunire le sue forze tenendo duro fino al momento propizio che già diverse volte si è lasciata sfuggire; i confini prussiani stabiliti dai deliberati di Vienna non giovano alla salute di uno Stato; le grandi questioni del nostro tempo non si risolvono per mezzo discorsi e decisioni maggioritarie – questo è stato il grande errore del 1848 e del 1849 – bensì col ferro e col sangue [18, p. 155].

Il discorso, meglio conosciuto come «Blut und Eisen» è cruciale per spiegare la visione politica di Bismarck e il metodo da lui scelto per compiere l’unificazione tedesca. Secondo il Cancelliere di Ferro – il quale deve questo soprannome proprio al suo discorso – il processo di unificazione non sarebbe stato ottenuto attraverso dibattiti in Parlamento o per mezzo dell’efficacia della democrazia, mezzi considerati troppo lenti, ma con la minaccia militare e la leadership prussiana, modalità più rapide ed incisive.

La Germania, se avesse voluto puntare all’unificazione, non avrebbe dovuto vedere la Prussia come il campione del Liberalismo, ma come una potenza in grado di competere con la sua rivale, ovvero l’Austria. Il Liberalismo era vantaggioso solo per quei piccoli stati come Baviera, Württemberg e Baden, destinati comunque alla sottomissione e non nell’avere un ruolo egemone all’interno del nuovo soggetto politico che sarebbe nato. Inoltre, il Cancelliere criticò aspramente il liberalismo e i tentativi rivoluzionari del 1848-49, che puntavano a unificare la Germania democraticamente. Bismarck, consapevole che quei tentativi si erano risolti in un nulla di fatto, sostenne che «le grandi questioni del tempo» non potevano più essere risolte con discorsi e votazioni democratiche, ma solo attraverso la forza militare e la determinazione politica di una Nazione forte.

Pertanto, con l'espressione «ferro e sangue», si può riassumere la sua filosofia politica: le questioni decisive potevano essere risolte solo tramite la guerra e il sacrificio. Proprio per questo, Bismarck fu favorevole al progetto del suo sovrano. La Prussia doveva rafforzare il proprio esercito per ottenere la supremazia in Germania e accantonare per il momento la diplomazia. Le tre guerre successive, ovvero la Guerra dei Ducati (1864), la Guerra austro-prussiana (1866) e la Guerra franco-prussiana (1870-71), gli diedero ragione.

Annunciato l’obiettivo principale del suo programma, la reazione suscitata in seguito alla lettura del discorso propagò un’ondata di sdegno in Prussia e in Germania [18, p. 155]. Già alla sua nomina, tra gli oppositori c’era chi diffidava della sua assunzione all’incarico. Fra questi, il leader del Partito del Progresso (Fortschrittspartei), Max von Forckenbeck, avvertirono l’imminente pericolo delle idee del «ministro del conflitto» [28, p. 91]. Lo stesso Forckenbeck asserì: «Bis- marck significa governo senza bilancio, regime della sciabola all’interno, guerra verso l’esterno. Lo ritengo il ministro più pericoloso per la libertà e il benessere della Prussia» [28, p. 91].

I timori dell’estremismo bismarckiano non furono estranei neppure fra i suoi stessi alleati. Rimase stupefatto quando anche von Roon gli riferì di aver fatto una dichiarazione troppo forte e provocatoria. Bismarck, con la sua ironia pungente, rispose bonariamente: «Volevo solo dire che il re ha bisogno di soldati. Non era un appello a usare la forza contro gli altri Stati tedeschi[19, p. 53] Dello stesso parere fu Guglielmo I. Il re, appreso dai giornali il tono del discorso e messo ancora una volta in guardia dalla regina, la quale sperava in un cambio di rotta con l’allontanamento di Bismarck dal governo [18, p. 155], si convinse che la sua scelta forse non era stata ponderata sufficientemente. Ma aveva ancora la possibilità di agire. Col fine di assicurare il proseguimento e la stabilità del suo Ministero, Bismarck si recò dal sovrano. Il colloquio, tramandatoci dallo stesso Cancelliere, si svolse così: «Vedo già come andrà a finire tutto ciò. Lì sulla piazza dell’Opera, sotto le mie finestre, le taglieranno la testa e di lì a poco faranno altrettanto con me» affermò il re. Bismarck replicò: «Et après, Sire?», «Poi siamo morti» rifece il sovrano. Guglielmo I, proprio perché non poteva permettersi di lasciare campo libero ad un ministro capace di commettere imprudenze simili [19, p. 53], fu sul punto di chiedere le dimissioni, ma Bismarck abilmente controbatté asserendo:

«Sì, poi siamo morti, ma questo è inevitabile, prima o poi, e possiamo forse perire in maniera più dignitosa? Io stesso sono in guerra per la causa del mio re[18, p.156] La controbattuta riuscì al suo scopo e richiamato alle proprie responsabilità, sempre secondo la versione del Cancelliere, il re parve rizzarsi quasi sull’attenti, come un buon soldato [19, p. 54]. Rientrato il timore del sovrano, la stabilità del governo per il momento fu salva e Bismarck poté rimettersi all’opera, ma la crisi fra principio monarchico e principio costituzionale continuava ad essere una spina nel fianco e finché lo fosse stato, non si sarebbe potuto procedere con l’approvazione del bilancio. Il passo successivo fu il chiarimento dei veri rapporti che incorrevano fra il Parlamento e la corona, di conseguenza anche la sua posizione nei confronti dei detrattori liberali.

Il 27 gennaio 1863, riunitasi nuovamente la Camera, Bismarck difese i diritti della Corona contro le ingerenze dei liberali. Riportiamo alcuni passi del discorso:

[. . . ] Se voi, signori, avete il diritto di fissare in modo definitivo il bilancio nel suo insieme e nelle singole sue voci, se avete il diritto di domandare a Sua Maestà il Re, la dimissione dei ministri che non godono la vostra fiducia, il diritto di delimitare mediante le vostre decisioni relative allo stato delle pubbliche finanze il contingente e l'ordinamento dell'esercito, e anche il diritto – che a tenor della Costituzione non vi compete, ma che affermate nell'indirizzo – di controllare in modo decisivo i rapporti del potere esecutivo dello Stato con i suoi funzionari, in tal caso voi sareste di fatto in possesso del totale potere di governo in questo paese. Il vostro indirizzo ha per base questa pretesa, dato che abbia una base. Credo dunque poter così riassumerne il pratico significato, in poche parole: «Con questo indirizzo vengono alla casa reale degli Hohenzollern, tolti i propri diritti costituzionali di governo, per farli passare alla maggioranza di questa Camera.»

Questa pretesa voi la mascherate nella forma dichiarando violata la Costituzione ove il governo e la Camera dei Signori non si adattino alla vostra volontà; rimproverate di incostituzionalità il Ministero non già la Corona, la cui fedeltà alla Costituzione non è da voi messa in dubbio. Voi sapete, così bene come lo sa ciascuno in Prussia, che il Ministero in questo paese agisce in nome per ordine di Sua Maestà il Re e che in modo particolare quegli atti di governo nei quali voi volete vedere un'offesa alla Costituzione, sono stati compiuti in quel senso. Voi sapete che un Ministero prussiano è sotto questo rapporto tutt'altra cosa di uno inglese. Un gabinetto inglese [. . . ] è di natura parlamentare [. . . ] Noi invece siamo i ministri di Sua Maestà il Re. [. . . ] I diritti che la Costituzione vi accorda, debbano restarvi inalterati; ma ciò che voi pretendete al di là, noi ve lo rifiuteremo e difenderemo di fronte alle vostre pretese, con fermezza i diritti della corona [29, pp. 16–24].

A differenza dell’Inghilterra o dello stesso Regno di Sardegna, dove con l’avvento del Conte di Cavour il regime parlamentare ebbe una fortificazione rispetto al potere regio, in Prussia, il potere reale era nelle mani della Monarchia. Il diritto del re era prioritario rispetto ai voleri del Parlamento [18, pp. 156–157] e di quello costituzionale, così come la stessa figura istituzionale del Primo ministro non aveva alcun obbligo di responsabilità di fronte alla Camera, ma solo davanti al sovrano. Pertanto, Bismarck poté procedere con il rafforzamento dell’apparato militare prussiano.

Dichiarata una simile posizione, i deputati liberali rimasero indignati. Tra le voci di protesta si distinse quella del conte Maximilian von Schwerin-Putzar che asserì: «La frase culminante del discorso del primo ministro – il potere prevale sul diritto, dite quello che vi pare, noi abbiamo il potere, perciò realizzeremo la nostra teoria – non è una frase che possa reggere durevolmente la dinastia prussiana. La proposizione su cui poggia la nostra politica recita invece: il diritto viene prima del potere[18, p. 158]

Benché il Cancelliere e i suoi avversari politici non riuscirono mai in una conciliazione in merito alla politica da adottare per gli affari interni, furono, invece, predestinati ad essere alleati negli affari esteri [18, p. 162]. La maggior parte dei liberali prussiani furono patrioti favorevoli alla soluzione «piccolo-tedesca», ma a differenza di Bismarck, il quale voleva raggiungere tale obiettivo per mezzo dell’uso delle armi, essi cercavano di raggiungerlo con mezzi più democratici e liberali [18, p. 162]. Ciononostante, entrambi auspicarono la nascita di uno Stato nazionale sottoposto alla guida della Prussia in cui l’Austria ne fosse esclusa. Dal canto suo, mentre continuava ancora la diatriba fra Corona e Parlamento, il governo di Vienna tornò alla carica, proponendo un piano di riforma per la Confederazione. La riforma basò la sua innovazione su due obiettivi fondamentali quali: l’ampliamento del benessere della nazione tedesca e della rappresentanza dei suoi interessi comuni e una legislazione uguale per tutti gli Stati membro in materia di questioni federali. Altresì, venne proposto l’introduzione di un organo esecutivo, con sede a Francoforte, pari a un Direttorio in cui i membri stabili sarebbero stati l’Austria, Prussia e Baviera [18, p. 173]. Tornò, così, la questione se fondare una Federazione mitteleuropea o continuare a muoversi per la costituzione di uno Stato nazionale tedesco.

Il percorso proposto dall’Austria, seppur ebbe quale estimatore, non condusse ad alcun traguardo, poiché fra gli Stati tedeschi contrari al progetto austriaco, la Prussia propose il proprio veto. L’imperatore Francesco Giuseppe sapeva bene che senza l’appoggio della Prussia il suo progetto sarebbe presto naufragato; pertanto, decise di incontrarsi con il re Guglielmo I con lo scopo di convincerlo della necessità della riforma, presentandola come l’ultimo tentativo per unificare la Germania.

I due si incontrarono privatamente presso Gastein, in Austria, il 3 agosto 1863. Bismarck, conscio del fatto che il proprio sovrano fosse una personalità facile da convincere, seguì Guglielmo I durante il suo ritiro. Il vertice si concluse con meraviglia da parte dello stesso Bismarck: Guglielmo I aveva resistito valorosamente alla proposta dell’imperatore d’Austria di indire una riunione in cui fossero presenti tutti i principi tedeschi per disquisire della riforma, adducendo come motivazione che organizzare una conferenza all’ultimo momento e non organizzata sufficientemente, non avrebbe risposto alle aspettative [18, p. 177]. Ma il Cancelliere di Ferro, però, non poté ancora considerarsi vincitore. L’aristocrazia prussiana e la stessa famiglia del re scongiurarono Guglielmo I di accettare l’invito di Francesco Giuseppe, ma alla fine, in seguito ad uno scontro acceso fra Primo ministro e sovrano, la partita si volse in favore di Bismarck: la Federazione mitteleuropea non si sarebbe più fatta.

La questione tedesca e la fine della Confederazione germanica era solo questione di tempo, soprattutto quando nel gennaio 1864 si aprì la questione dello Schleswing-Holstein. Legate alla Danimarca, i due ducati appartenevano al sovrano danese per via ereditaria e non come parte dello Stato. Pertanto, si trattava di unione personale, anziché politica. E per questo motivo furono da sempre cardine del sentimento nazionale tedesco, in quanto uno era abitato interamente da tedeschi, l’altro no [19, p. 67]. Bismarck individuò nel problema dello Schleswing- Holstein l’occasione per muovere un primo passo verso la soluzione del problema tedesco. La crisi danese iniziò già nel 1848, quando i due ducati insorsero contro il re di Danimarca. Gli Stati tedeschi si mobilitarono a favore dell’insurrezione, mentre le grandi potenze non tedesche si schierarono in difesa del rispetto dei trattati [19, p. 68]. Col trattato di Londra del 1852 i ducati furono restituiti alla Danimarca, ma nel 1863 il clima tornò a farsi tensivo. Cristiano IX, il nuovo sovrano danese, fece approvare una Costituzione con la quale si dichiarava l’incorporamento dello Schleswing in una «Grande Danimarca unita.» [19, p. 68]. I patrioti tedeschi gridarono alla violazione del principio di nazionalità e dello stesso trattato. Anche le altre Nazioni firmatarie dell’esposto entrarono in scena, criticando la scelta perpetrata dal re di Danimarca. Napoleone III, presentandosi ancora una volta come rinnovatore degli equilibri stabiliti dal sistema di Vienna del 1815, assunse una posizione mediana. Nei fatti non aveva alcun interesse diretto, ma il suo fu più un’ostentazione di potere che di reale risoluzione. Bismarck, interessato all’avere entrambi i ducati per il solo vantaggio di rendere più grande e forte la Prussia, dichiarò che sarebbe entrato in guerra solo dietro la garanzia di avere ciò che chiedeva [19, p. 68]. Guglielmo I non era dello stesso avviso. Per il suo senso di giustizia e di pace, il re prussiano volle tenersi lontano da qualsiasi intervento miliare. Bismarck dovette, dunque, vincere nuovamente la posizione del suo re. Durante la seduta della Corona fissata nel novembre 1863, il Cancelliere invitò il re a contribuire ad un possibile ampliamento dei suoi territori, così come ogni membro della sua famiglia aveva fatto in passato. Il monarca mantenne il suo diniego, suggerito anche da suo figlio, Federico Guglielmo, il quale consigliò il genitore a non intraprendere nessuna politica antitedesca [18, p. 183].

Bismarck, perciò, fu costretto a prendere qualche iniziativa che fosse stata in grado di far cambiare idea al re. La soluzione fu individuata in una alleanza con l’Austria. Il 16 gennaio 1864 i due paesi firmarono per un’azione congiunta contro la Danimarca, con l’impegno a guerra conclusa di decidere insieme la sorte dei ducati [19, p. 70].

Il 1° febbraio le truppe austriache e prussiane marciarono contro la Danimarca, dando inizio alle ostilità. Fu l’inizio della Seconda guerra dello Schleswing- Holstein.(2/3) In solo otto mesi di conflitto la Danimarca fu sconfitta e i due ducati poterono essere liberati in seguito a una serie di campagne vittoriose. Il 23 agosto Bismarck e il suo omologo, Conte von Rechberg, con i rispettivi monarchi, si incontrarono appena fuori Vienna per discutere gli accordi. Durante i lavori, il Cancelliere prussiano reclamò i ducati per la Prussia. In risposta, il Conte von Rechberg chiese garanzie su Venezia e supporto militare per una possibile riconquista della Lombardia, persa nel corso della guerra contro il Piemonte e la Francia. Il progetto fra i due trovò ostacoli nella reticenza dei due sovrani: Guglielmo I addusse che non aveva alcun diritto sui ducati, mentre Francesco Giuseppe, sebbene disposto ad accettare l’espansionismo prussiano, non aveva alcuna intenzione di compromettere il ruolo egemone dell’Austria all’interno dell’area tedesca. I due statisti furono costretti a far cadere le loro proposte [19, pp. 72–73]. L’accordo si raggiunse solo sull’amministrazione congiunta dei ducati fino a nuovi sviluppi. «Ora noi berlinesi non guardiamo più a Vienna come una città tedesca.» con queste parole, rivolte all’ambasciatore francese, Bismarck si rese conto che la politica conservatrice dell’Austria aveva raggiunto il suo punto più alto e che fino a quando le ali dell’aquila


(2/3) La prima guerra è conosciuta anche come «Guerra dei tre anni». Si svolse dal 1848 al 1851.Le cause del conflitto sono da riscontrarsi sempre per il controllo dei ducati.


bicipite gettavano la loro ombra su tutta la Confederazione, la Prussia non avrebbe mai potuto proseguire il suo corso [19, pp. 72–73]. Ma nuovi venti di guerra erano alle porte.

Nel febbraio del 1865 Bismarck decise di incoraggiare l’affidamento dei ducati al Duca Federico di Augustenberg a patto che il controllo militare dei territori fosse affidata alla Prussia. Il Duca non era dello stesso avviso: voleva la piena libertà d’azione. In questo l’Austria venne in soccorso. Il Cancelliere prussiano si trovò quindi nella condizione di meditare o avanzare minacce di guerra. Consigliatosi con lo Stato maggiore ricevette ottime garanzie di una eventuale vittoria militare contro gli Asburgo, tuttavia, finché il re non avesse dato il suo consenso, nessuna azione militare sarebbe stata approvata. Bismarck incitò Guglielmo I a reclamare ancora una volta il possesso dei ducati, ma il sovrano rifiutò nuovamente. Colla Convenzione di Gastein del 14 agosto 1865 si stabilì la divisione amministrativa dei ducati: l’Holstein passò all’Austria, mentre lo Schleswing alla Prussia [19, pp. 74– 76]. Alla firma del trattato, Guglielmo I poté rasserenarsi, mentre il suo Primo ministro si ritenne insoddisfatto. Ma la partita non poteva ancora dirsi conclusa.

I rapporti fra Austria e Prussia si incrinarono ancora una volta alla fine del 1865, quando i trattati su cui si basava lo Zollverein scaddero. Per il Conte von Rechberg fu l’occasione di far rispettare i patti precedentemente presi, ovvero l’entrata dell’Austria all’interno del mercato comune. Bismarck fu pronto a mantenere fede alla promessa, ma i ministri economisti prussiani spinsero ancora una volta per l’esclusione dall’unione doganale. La rottura sulla questione dello Zollverein determinò la spaccatura definitiva nei rapporti fra i due regni [19, p. 73].

Poiché la piega degli eventi convinsero che la guerra fra i due Paesi era inevitabile, Bismarck iniziò a tastare il terreno in cerca di alleati. Fra le nazioni che non avevano un buon rapporto con l’Austria, ve ne erano molte, ma una in particolare colse l’attenzione del Cancelliere: il neonato Regno d’Italia, sorto nel 1861. Bismarck invitò a formare un’alleanza, basando la sua offerta sulla mancata annessione del Venezia, ancora in mano austriaca, ma il Presidente del Consiglio italiano in carica, Alfonso la Marmora, diffidò della proposta. L’Italia volle muoversi con cautela, anche per non inimicarsi la Francia, sua vecchia alleata. La Marmora temporeggiò, in favore di conoscere le intenzioni di Napoleone III in merito. In attesa di una risposta definitiva, Bismarck esplorò anche l’opzione di una alleanza con la Francia, ma al momento l’imperatore dei francesi non aveva alcuna intenzione di rischiare un’avventura in Austria. Anzi, spronò gli italiani ad accettare l’offerta prussiana, offrendo in cambio la sua neutralità in guerra. Napoleone sperò così di distogliere, almeno per il momento, le attenzioni del governo italiano su Roma a favore dell’annessione del Veneto. L’8 aprile 1866 gli italiani accettarono, impegnandosi ad attaccare l’Austria nel giro di tre mesi. La Prussia, per parte sua, si impegnò a continuare la guerra finché il Veneto non fosse stato conquistato [19, pp. 77–79].

Bismarck nutrì ancora una tiepida speranza di risolvere la questione con l’Austria in maniera pacifica, onde evitare la guerra. A maggio procedette con l’ultima offerta di pace: in cambio del comando su tutte le armate tedesche a nord del Meno da parte della Prussia, l’Austria avrebbe mantenuto il controllo di quelle del sud. Gli austriaci avanzarono garanzie sull’inviolabilità di Venezia. Bismarck avrebbe voluto accettare la proposta austriaca, ma oramai aveva le mani legate dai suoi stessi accordi. A luglio l’Austria, non vedendo alcuna via d’uscita diplomatica, chiese la mobilitazione dell’esercito federale contro la Prussia. Bismarck gridò estinto il trattato di Gastein e il 6 giugno le truppe prussiane marciarono sull’Holstein. Il 16 giugno 1866 la Prussia fu ufficialmente in guerra con l’Austria [18, p. 199]. Il 20 giugno si aggiunse la dichiarazione di guerra dell’Italia.

Su Bismarck cadde un’ondata di sdegno per aver iniziato una lotta fratricida, in quanto a contendersi non furono solo l’Austria e la Prussia, ma anche gli altri Stati tedeschi, chi per l’uno chi per l’altro; tuttavia, come ammise egli stesso: «sarei disposto a pagare qualsiasi prezzo[18, p. 200]. Il conflitto fu prevalentemente una guerra di movimento o per usare un’espressione ricavata dalla storiografia novecentesca, una guerra lampo (Blitzkrieg). Le truppe prussiane occuparono velocemente l’Hannover, l’Assia e la Sassonia. Il 3 luglio si svolse la battaglia più importante di tutta la durata della guerra: presso Königgräzt (o Sadowa), in Boemia, le truppe imperiali vennero travolte da quelle prussiane. «Li ho battuti tutti! Tutti!» furono le parole di Bismarck [18, p. 203]. Lo Stato maggiore prussiano e lo stesso Guglielmo I, forti della vittoria, vollero continuare la guerra, arrivando persino a meditare una marcia su Vienna, ma sia Bismarck che Federico Guglielmo, il principe ereditario, riuscirono a convincere il re a non spingersi oltre. La vittoria a Sadowa poté considerarsi sufficiente. Il 26 luglio fu firmato l’armistizio presso Praga. In base agli accordi, l’Austria vide il ridimensionamento della sua influenza su tutta l’area tedesca e dovette cedere il Veneto all’Italia, mentre i territori quali l’Hannover, l’Assia-Cassel, e gli stessi ducati dello Schleswig-Holstein passarono sotto il dominio prussiano. Inoltre, si dichiarò conclusa l’esperienza della Confederazione germanica: al suo posto nacque la Confederazione della Germania del Nord, così detta in quanto costituita dagli Stati tedeschi al nord del Meno. La presidenza della nuova Confederazione fu assegnata al re Guglielmo I, mentre Bismarck assunse il ruolo di cancelliere federale. Per quanto riguardò le sorti degli altri Stati, come la Baviera, il Württemberg, il Baden e l’Assia-Darmstadt, quest’ultimi rimasero autonomi, ma furono costretti a pagare un’indennità di guerra e sottoscrivere un trattato di alleanza militare con il quale in caso di aggressione da parte di uno Stato non tedesco avrebbero dovuto fornire supporto militare [3, p. 302]. Bismarck aveva, così, raggiunto il suo obiettivo: la «Piccola-Germania» si stava compiendo, ma l’unificazione non era ancora completa. Mancavano all’appello gli Stati meridionali.

divisore 4

CAPITOLO 4

Il completamento delle unificazioni

4.1 Cavour, Garibaldi e i Mille

Oltre al Conte di Cavour, la tradizione nazionale ha attribuito la riuscita del Risorgimento ad una pluralità di padri. Tra i nomi a cui si attribuisce la paternità ricordiamo: Mazzini, col suo vigore e forza idealistica, il re Vittorio Emanuele II – «il re galantuomo» – per aver compreso in maniera molto più netta rispetto ai principi italiani che il processo di unificazione avrebbe tagliato i ponti col passato, creando di fatto un nuovo mondo nel quale adattarsi, benché, come visto più volte, egli diffidasse del Parlamentarismo in opposizione all’autorità regia. Tuttavia, un nome che si legò più di tutti in maniera indissolubile a Camillo Benso, fu quello di Giuseppe Garibaldi, personalità già nota poiché presente durante gli eventi di rilievo che avrebbero costituito la storiografia risorgimentale. In particolare, nel periodo ritenuto più caldo di tutto il Risorgimento, ovvero il 1860. L’anno in questione è ancora oggi considerato l’«annus mirabilis» [30, p. 19] dell’intero Risorgimento italiano: nel giro di pochi mesi il Regno di Sardegna riuscì a legare a sé non solo l’Italia centrale – ottenuta grazie ai plebisciti –, ma anche l’intero Regno delle due Sicilie, per merito della spedizione garibaldina.

Ma al di là del mito che ancora oggi circonda la spedizione dei Mille, è nostro interesse analizzare l’ideologia che spinse Garibaldi a mettersi alla guida di 1089 uomini, salpare da Genova e sbarcare in Sicilia. Ma, è necessario introdurre l’uomo. Nacque a Nizza nel 1807, allora facente parte del regno dei Savoia, e fin da ragazzo, si distinse come rivoluzionario e combattente. Fondamentale fu l'incontro con Mazzini, il quale lo convinse a aderire alla «Giovine Italia» e al suo progetto democratico e repubblicano. Perseguitato per la sua attività di propaganda e per aver partecipato in prima persona al moto di Genova del 1834, fuggì all'estero, recandosi in Sud America, dove divenne celebre per aver preso le difese della Repubblica dell'Uruguay dagli attacchi dell’Argentina. Per il suo intervento e per aver dato prova di essere un abile stratega, si guadagnò il soprannome di «Eroe dei Due Mondi». Tornato in Italia, in seguito agli scoppi dei moti del Quarantotto, guidò un gruppo di volontari contro l’Austria durante la Prima guerra d’indipendenza e l’anno dopo combatté per la Repubblica romana, ma gli eventi che consacrarono la sua fama presso i posteri, come accennato, avvennero tra il 1859 e il 1860: ovvero, la sua partecipazione durante le campagne terrestri nella Seconda guerra d’indipendenza e la spedizione dei Mille in Sicilia. Divenuto un simbolo popolare e idolatrato dalla gente comune, Garibaldi venne presto riconosciuto come un vero e proprio eroe romantico, mosso da una profonda fede d’ispiratore di pace e di giustizia nel mondo, che ancora oggi lo rende celebre(1/4).

Garibaldi, pur essendo vicino al pensiero mazziniano, ne prese le distanze per il suo approccio più pratico ed immediato, al contrario di Mazzini, il quale ispirava l’anima democratica e popolare della rivoluzione italiana, preferendo spesso restare nell’ombra. Questo e anche per il suo agire a viso aperto lo portò a scontrarsi con l’azione politica cavouriana, di stampo liberal-moderato, che dal 1859 al 1860 tenne salda la direzione del movimento unitario. Tuttavia, dopo le annessioni dell’Italia centrale, il governo piemontese entrò in una fase di stallo, condizionato dalle relazioni internazionali, soprattutto con la Francia napoleonica, da poco rasserenata con la cessione di Nizza e della Savoia. La «questione italiana» sembrò avviata alla conclusione, ma la prospettiva rivoluzionaria di Mazzini riprese forza, sebbene il ruolo di guida passasse nelle mani di Garibaldi. Quest’ultimo, a differenza di Mazzini – che sognava ancora un’Italia repubblicana – non esitò a collaborare con la monarchia e ad agire anche in condizioni politiche sfavorevoli, diventando così il vero braccio armato dell’idea mazziniana.

Il rapporto fra Camillo Benso e Giuseppe Garibaldi non fu sempre sereno e col passare del tempo divenne sempre più difficile. Il primo scontro fra i due si consumò all’interno della nuova Camera. Il 25 marzo 1860 si indissero le elezioni per il nuovo Parlamento a cui seguirono le nomine di uomini provenienti dalle ex delegazioni pontificie e della Toscana. Tuttavia, la questione di Nizza turbò il nuovo assetto politico. Agli inizi di aprile Garibaldi assunse per volere di altri nizzardi contrari alla cessione la guida del Comitato per Nizza e il 12 aprile in Parlamento, alla presenza dello stesso Cavour, pronunciò un discorso col quale volle gridare a gran voce l’illegittimità del prezzo stabilito da Napoleone III per le annessioni. Il generale sottolineò che Nizza fin dal 1388 apparteneva ai territori sabaudi. Pertanto, era territorio italiano e non francese. Ma di fronte alla fredda


1Per un maggior approfondimento della figura di Garibaldi e della spedizione dei Mille si rimanda a: [31]–[33].


(1/4) Per un maggior approfondimento della figura di Garibaldi e della spedizione dei Mille si rimanda a: [31]–[33].


diplomazia di Cavour, poté poco e si trovò ad essere «straniero in patria» [34, p. 505]. Nizza, compresa la Savoia, passarono alla Francia. Garibaldi non fu molto sorpreso, giacché non ebbe mai un’alta fiducia della politica, ma ciononostante non considerò esaurita la sua missione di patriota italiano. Infatti, il 4 aprile, mentre egli assumeva l’incarico di difendere Nizza, a Palermo scoppiò una sommossa.

La Sicilia, dal punto di vista politico, fu sempre una delle regioni più turbolente d'Italia. Non c’è da stupirsi se agli inizi del 1860 divenne nuovamente teatro di agitazioni. In questo frangente, i fermenti democratici ripresero vigore, alimentati anche dal governo illiberale e oscurantista di Francesco II di Borbone, il giovane e inesperto sovrano del Regno delle Due Sicilie, salito al trono dopo la morte del padre. Francesco II non fu in grado di gestire le crescenti tensioni sociali e politiche e le sue azioni contribuirono a diffondere il malcontento, che culminò con il moto di Palermo del 4 aprile 1860, nota anche come la “rivolta della Gancia”. Il moto palermitano, guidato dal patriota Francesco Riso, venne presto soffocato nel sangue, ma la guerriglia non fu ancora spenta, poiché l’odio contro i Borbone e la crisi politica suggerirono presto che il fenomeno in atto non sarebbe rimasto circoscritto alla sola città di Palermo, ma che si sarebbe estesa a macchia d’olio nelle campagne [34, p. 508]. Già dal 1854, agli inizi del processo di unificazione, Cavour guardava al Regno delle due Sicilie come territori molto importanti sotto il profilo militare e commerciale. Tuttavia, ignorava la sua arretratezza economica e la triste situazione sociale. Prima della tragica avventura di Pisacane, egli prese contatto con alcuni esuli democratici meridionali e col governo inglese per dar vita ad un’insurrezione che riuscisse a rovesciare la dinastia regnante; ma non vi riuscì. Ciononostante, ottenne dalla spedizione di Sapri un successo diplomatico per il Regno di Sardegna: ovvero, l’isolamento internazionale dei Borbone. Il clima, però, d’allora era profondamente mutato, sia sul piano italiano che europeo.

La notizia dell’insurrezione suscitò grandi emozioni al Nord, tant’è che nel giro di breve tempo si formò a Genova un Comitato siciliano, che invitò Garibaldi a guidare una spedizione. Chiesto l’assenso a Vittorio Emanuele II di poter partire, il generale tornò a casa con un netto rifiuto [34, p. 508]. Il re, in realtà, era favorevole alla spedizione, ma chi nutriva un certo riserbo fu Cavour. Il Conte si rese conto che l’opinione pubblica salutava con favore l’azione insurrezionale, ma esitò ad affrontarla per diversi motivi: la sua popolarità era sul filo del rasoio a causa della cessione di Nizza e della Savoia; non voleva coinvolgere il Regno di Sardegna in nuove difficoltà; inoltre, non si fidava dei mazziniani che gravitavano attorno Garibaldi. Tuttavia, non gli fu difficile capire che quest’ultima poteva essere colta come occasione con cui riprendere il processo delle unificazioni. Pertanto, pensò di organizzare una spedizione in Sicilia senza l’intervento diretto di Garibaldi [34, p. 508].

Parve, dunque, che la spedizione garibaldina non si sarebbe mai fatta, ma Mazzini non era dello stesso avviso. Ancora rifugiato a Londra, vide nella Sicilia l’occasione di un’altra avventura rivoluzionaria e per questo motivo mandò un suo fedelissimo, Francesco Crispi – il futuro Presidente del Consiglio – a prendere contatti coi siciliani. Crispi, insieme ad un altro mazziniano, Rosolino Pilo, il quale mantenne viva l’agitazione sul suolo siculo, riuscirono a convincere Garibaldi a intervenire, assicurandolo che l’insurrezione generale era a portata di mano e che non si sarebbe conclusa come l’episodio di Pisacane [34, pp. 507–509].

Appresa la volontà di Garibaldi di partire per la Sicilia, Cavour si trovò in una situazione abbastanza delicata. In un primo momento lasciò che gli eventi seguissero il loro corso, ma visto che la spedizione era prossima, pensò di usare la forza per bloccarne la riuscita, ma lasciò perdere l’idea, poiché avrebbe creato ulteriori problemi di cui al momento il Piemonte non aveva bisogno [15, p. 240]. Tentò ogni sforzo per dissuadere la partenza, adducendo che «questa spedizione sventurata e insensata» fosse destinata ad una brutta piega [15, p. 241]. Ma c’era anche un altro motivo per cui si volle la sospensione dell’azione garibaldina: Cavour temeva che Garibaldi avrebbe potuto forzare la mano e spingersi oltre i confini del Regno delle Due Sicilie, puntando ai territori pontifici di Roma, causando così l’irritazione della Francia. Ma i preparativi erano già quasi ultimati e quanto iniziato non poté più essere bloccato.

Nella notte fra il 5 e il 6 maggio 1860 Garibaldi, con circa mille uomini arruolati, partì da Quarto, nei pressi di Genova a bordo dei piroscafi Piemonte e Lombardo, messi a disposizione da un imprenditore patriota. Cavour, sapendo che il nizzardo e i suoi Mille erano già in mare e onde evitare la perdita della guida del movimento per l’unità, decise di agire in maniera più energica, muovendosi parallelamente. Ordinò che nel caso in cui i garibaldini fossero sbarcati in Sardegna per rifornirsi, questi sarebbero stati messi agli arresti. Poco dopo, invece, comunicò l’intercettazione di qualsiasi rinforzo ai Mille al di fuori delle acque siciliane, con l’ordine tassativo di bloccare qualsiasi iniziativa [15, pp. 242–243]. Intanto, Garibaldi riuscì, dopo una sosta a Talamone, in Toscana, ad approdare a Marsala l’11 maggio. La liberazione della Sicilia era incominciata.

divisore 4

4.2 La nascita del Regno d’Italia e l'eredità cavouriana

Nel nostro immaginario collettivo, lo sbarco dei Mille in Sicilia è spesso percepito come il frutto di un evento fortunato. Tuttavia, attraverso un'analisi più approfondita, possiamo rivelare che il successo dell’impresa garibaldina fu reso possibile da un quadro internazionale favorevole, il quale non solo ne facilitò l’esito, ma mise anche in difficoltà il Conte di Cavour. Infatti, durante la spedizione, ma anche prima, il Conte di Cavour mantenne un atteggiamento ambiguo e contraddittorio. Sebbene avesse cercato di sottomettere Garibaldi e riprendere il controllo degli eventi, non riuscì nel suo intento. Egli sperava che la Francia e l’Inghilterra intervenissero per mediare tra gli insorti siciliani e la monarchia borbonica, ma entrambi i governi avevano altri piani. Napoleone III, pur consapevole che la spedizione dei Mille risultava essere una minaccia ai suoi interessi nel Mediterraneo, soprattutto per quanto riguardava il controllo di Roma e dello Stato Pontificio, mantenne una posizione di neutralità. Questa scelta derivò anche da una protesta formale rivolta al Regno di Sardegna, accusato di fare «un uso pericoloso dell’indipendenza di cui ci è debitrice» [15, p. 243]. Dall’altra parte, il governo britannico, invece, vedeva con favore la prospettiva della nascita di uno Stato italiano unificato, per due ragioni principali: da un lato, il nuovo Stato avrebbe potuto rappresentare un partner commerciale, dall’altro, avrebbe costituito un utile contrappeso all’influenza francese e austriaca nel Mediterraneo. Per tali motivi, non ostacolò l’operazione garibaldina e, anzi, fornì una sorta di tacita protezione diplomatica. A questo contesto si aggiungeva il conseguente indebolimento dell’Austria, sconfitta nella Seconda Guerra d’Indipendenza, che limitò la sua capacità di influenzare direttamente gli eventi nel Mezzogiorno d’Italia. Lo scoppio della rivoluzione, dunque, mise Cavour alle strette, tant’è che nei mesi di aprile e maggio fu costretto a rinunciare ad una chiara linea d’azione, mantenendo, però, una salda fede nella diplomazia [30, p. 47].

Mentre il Conte si affiggeva nella sua confusione e irresolutezza, Garibaldi proseguì immediatamente spingendosi verso l’interno della Sicilia. Il 15 maggio presso Calatafimi si consumò il primo scontro contro le truppe borboniche, dove ottenne una straordinaria vittoria. In seguito, i Mille poterono puntare su Palermo dove dal 27 al 30 maggio, insieme alla partecipazione popolare, riuscirono a liberare la città, ma la presenza delle truppe borboniche persisteva. Il 20 giugno a Milazzo Garibaldi inflisse una definitiva sconfitta alle truppe di Francesco II. Ormai tutta l’isola, tranne la roccaforte di Messina, era stata liberata. Al momento dello sbarco, presso Salemi, il nizzardo assunse la «dittatura» della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II e in qualità dei poteri conferitosi emanò alcuni provvedimenti in favore dei contadini mettendo così anche in luce la possibilità di una rivoluzione sociale nel Mezzogiorno. Ma le riforme garibaldine non sempre ottennero buoni riscontri: noti sono i fatti di Bronte, dove il 4 agosto, Nino Bixio, uno dei luogotenenti più illustri dei Mille, ordinò la repressione di una rivolta contadina. Benché la repressione di Bronte sembrò mettere in cattiva luce la spedizione dei Mille, in realtà Garibaldi riuscì a mantenere il controllo delle terre liberate e il favore dell’opinione pubblica.

Conquistata, ma non pacificata, la Sicilia divenne fra giugno ed ottobre il teatro in cui si svolse lo scontro fra le azioni politiche opposte in merito al modo di unire l’isola al regno Sabaudo [30, p. 74]. Fu allora che Camillo Benso ruppe ogni indugio e adattandosi alla nuova situazione, inviò in Sicilia il 3 giugno Giuseppe La Farina con istruzioni precise: sloggiare Francesco Crispi e Garibaldi dall’isola [15, p. 244]. In qualità di braccio destro di Garibaldi, Crispi tentò di bilanciare le forze radicali e monarchiche con lo scopo di consolidare il consenso e promuovere un’assemblea costituente nazionale, con la prospettiva di dare al nuovo Stato unitario una struttura democratica ed autonomista. Cavour, dal canto suo, non poteva permettere un così drastico cambio di rotta. Pertanto, La Farina ottenne il permesso di utilizzare qualsiasi mezzo egli ritenesse opportuno per forzare il governo garibaldino alle dimissioni, ma il complotto del Conte riuscì solo in una desolante sconfitta: Garibaldi, infuriato per le ingerenze da Torino, espulse l’agente cavouriano con sdegno [15, pp. 245–246]. Seppur sconfitto in Sicilia, Cavour così come i liberali moderati, non si perse d’animo. La partita non era ancora chiusa.

Poiché Garibaldi era in procinto di risalire la penisola, puntando su Napoli, il Conte e i suoi si mossero d’anticipo per far sì che avviassero una loro rivoluzione nella città partenopea. A metà luglio iniziarono i preparativi. Il complotto prevedeva l’invio di agenti fidati a cui vennero segretamente trasferiti ingenti somme di denaro col fine di corrompere gli uomini dell’esercito e del governo, mentre l’incarico di sovraintendere all’incarico fu nominato l’ambasciatore piemontese Villamarina. Ma per far sì che il piano riuscisse, l’ammiraglio Persano ricevette istruzione di ritardare l’attraversamento dello Stretto di Messina da parte dei garibaldini [15, p. 249].

Tuttavia, la trama ordita non riuscì: Garibaldi e i Mille riuscirono ad oltrepassare lo Stretto e a sbarcare il 19 agosto in Calabria, mentre a Napoli la rivoluzione fu un vero e proprio disastro, sia a livello logistico, sia per il voltafaccia di un personaggio infido su cui Cavour aveva riposto le proprie speranze: Liborio Romano [30, p. 263]. Passato alla storia come uomo politico doppiogiochista e senza scrupoli e pur figurando come una personalità minore all’interno degli eventi napoletani, in realtà incarnò un ruolo centrale e contraddittorio per quest’ultimi. Non si fece scrupolo nell’aprire linee di comunicazione con Cavour e lo stesso Garibaldi, ma si avvicinò anche alla classe dirigente borbonica e agli ambienti legati alla criminalità organizzata. Fu lui, infatti, a consigliare al sovrano Francesco II di lasciare Napoli per rifugiarsi a Gaeta e fu sempre lui ad arruolare diversi camorristi all’interno dell’apparato di polizia con lo scopo di tenere a bada le plebi urbane. Attento a non sbilanciarsi troppo, rimase in attesa di agire e quando seppe che Garibaldi era a pochi chilometri di distanza da Napoli, preferì volgere le sue attenzioni al Generale [35].

Cavour rimase indignato in seguito al fallimento della sua rivoluzione, ma tenne fede ai suoi propositi, sperando sino all’ultimo minuto che i suoi agenti potessero prendere il sopravvento. Ciò, infine, non avvenne e nuovamente preda della sua collera, additò le responsabilità non solo alle deboli personalità di cui si era circondato, ma agli stessi napoletani. In una lettera inviata a Villamarina, recante la data del 27 agosto, il Conte scrisse in tal proposito: «La condotta dei napoletani è disgustosa» [30, pp. 208–209]. Tuttavia, tornato a mente lucida, i duri giudizi esternati lasciarono il posto ad una visione più concreta della realtà e delle sue conseguenze. Come già ebbe a scrivere in una lettera spedita a Nigra, datata 9 agosto, schierarsi contro Garibaldi gli avrebbe solo fatto perdere il prestigio acquisito presso l’opinione pubblica europea, in quanto «Garibaldi ha reso all’Italia il più grande dei servigi che un uomo potesse renderle» e ispirato gli italiani ad avere «fiducia in sé stessi» [23, p. 455].

Il 7 settembre Garibaldi giunse a Napoli dove fu accolto in maniera trionfale dalle autorità napoletane le quali, non appena egli giunse alla stazione intorno 13:30, gli si strinsero intorno sotto scroscianti applausi per poi accompagnarlo in città dove le strade si riempirono della maggior parte dei napoletani accorsi per dare il loro benvenuto. Anzi, credettero anche che per questa occasione lo stesso sangue di San Gennaro si fosse liquefatto in segno di accoglienza [34, pp. 565–566].

A Torino la notizia preoccupò il governo, che mai avrebbe immaginato un esito così trionfale. Il 22 settembre Cavour scrisse all’amico Giuseppe Nigra:

Mio caro Nigra, [. . . ]

Garibaldi è un visionario, inebriato da insperati successi. Crede di aver ricevuto una missione provvidenziale e di essere autorizzato a tutti i mezzi per portarla a termine. Ora crede di dover marciare con gli uomini della rivoluzione. Ne consegue che semina sulla sua strada il disordine e l'anarchia. Se non poniamo rimedio a questo stato di cose, l'Italia soccomberebbe senza che l'Austria se ne immischi. Noi siamo decisi a non sopportare ciò. Dichiaratelo molto nettamente all'imperatore; se Garibaldi persevera nella via funesta in cui si è incamminato, tra quindici giorni noi andremo a ristabilire l'ordine a Napoli e a Palermo, occorresse per fare questo buttare a mare tutti i garibaldini. [. . . ] Dite all'imperatore di non avere alcun timore. Su questo abbiamo aspettato, ci siamo mostrati concilianti, anche deboli, in apparenza, per avere il diritto di colpire e di colpire forte quando verrà il momento. Occorreva aspettare che questi signori gettassero la maschera monarchica che indossavano. Ora che la maschera e gettata, noi andremo avanti. Il re è deciso a finirla [17, pp. 381–382].

Benché Cavour fosse consapevole che Garibaldi stesse combattendo in nome di re Vittorio Emanuele, egli non ignorava che tra i suoi volontari molti erano sostenitori mazziniani e repubblicani. Pur rifiutando di identificarsi con la politica di Mazzini, Garibaldi poteva essere soggetto di quest’ultimi e cambiare i suoi piani all’ultimo minuto. Inoltre, a ciò si aggiunse la preoccupazione destata dallo stesso Generale, da sempre fervente anticlericale, il quale non nascose l'intenzione di proseguire la sua marcia verso Roma, con l'obiettivo preciso di sottrarla al Papa [23, p. 468]. Cavour, per evitare le reazioni delle potenze europee, tra cui quella di Napoleone III – l'imperatore menzionato nella sua missiva – decise di agire rapidamente. In autunno ricorse ad una soluzione estrema: inviare l’esercito regio nel Mezzogiorno. Questa decisione rispondeva a una doppia necessità: da un lato, rilanciare l'iniziativa monarchica a discapito dei mazziniani; dall'altro, fermare Garibaldi prima che potesse compromettere i risultati finora raggiunti [16, p. 470]. Proprio per quest'ultimo motivo, il Conte si accordò con la Francia per consentire l'occupazione militare sabauda delle Marche e dell'Umbria. L’occupazione poté concretizzarsi dopo un’attenta diplomazia, fermo restando che si trattava di un’invasione di Stati ancora sotto il controllo della Chiesa, incorrendo così nel rischio di peggiorare i rapporti plurilaterali. Assicurato all’imperatore l’imminente minaccia, Cavour riuscì a presentare l’occupazione dei territori pontifici come necessari per frenare le mire dei garibaldini e preservare la sovranità del pontefice su quest’ultimi. Dal canto suo, Napoleone III non ebbe rimostranze, anche perché all’indomani delle annessioni dell’Italia centrale, stava iniziando ad allontanarsi da Roma [23, p. 471]. Ottenuta la fiducia, Cavour proseguì col suo piano: l'8 settembre con la sconfitta delle truppe papali a Castelfidardo, i piemontesi poterono avvicinarsi ai confini del Regno delle Due Sicilie [23, p. 472]. Da Torino l’ordine di «far presto» divenne l’obiettivo principale, in quanto la presa dei due Stati pontifici avrebbe potuto scatenare un’azione austriaca in supporto del Papa, ma fu un timore infondato, giacché l’Austria era paralizzata nella questione ungherese [23, p. 472]. Tuttavia, non mancarono per il Conte altri scenari di tensione internazionale: l’occupazione delle Marche e dell’Umbria portarono il Vaticano a pensare di allontanare il Papa da Roma per la sua salvaguardia, ma Pio IX era deciso a non lasciare la città; il mancato supporto della Francia suscitò aspre critiche verso Napoleone III e lo zar Alessandro II fu irritato dalla marcia delle truppe sabaude verso Napoli a cui era legato per l’amicizia coi Borbone [23, p. 473].

Mentre Cavour parlamentava con le potenze d’Europa e le truppe regolari sabaude, guidate dallo stesso Vittorio Emanuele, avanzavano verso Sud, Garibaldi si trovò a fronteggiare un'incursione borbonica lungo il fiume Volturno, riuscendo a respingerla eroicamente nella battaglia del 1° ottobre. Lo scontro, però, mise in notevoli difficoltà i Mille e lo stesso Garibaldi, il quale fu costretto a ripiegare nella sua prosecuzione verso Roma [23, p. 482]. Posto un freno alla presa della città, il governo democratico a guida del Mezzogiorno decise di approvare la richiesta di istituire due assemblee a Napoli e in Sicilia con lo scopo di delle annessioni [23, p. 482]. Le votazioni vennero fissate per il 21 ottobre dove gli elettori vennero chiamati a decidere se avessero voluto l’Italia: «una e indivisibile con Vittorio Emanuele re costituzionale e i suoi legittimi discendenti» [23, p. 483]. Il risultato delle elezioni fu favorevole alle annessioni. Garibaldi, dunque, in rispetto del volere popolare, decise di consegnare le terre conquistate. Il 26 ottobre si incontrò con Vittorio Emanuele presso Teano dove al suo arrivò lo salutò dicendo: «Ecco il re d’Italia» [23, p. 482]; ma la cessione dei poteri ufficiali avvenne il 7 novembre durante la visita del re a Napoli. Spiacente per non aver potuto offrire al re anche Roma, oltre la Sicilia e Napoli, il 9 novembre Garibaldi partì per Caprera dove volle ritirarsi tranquillamente [30, p. 500]. Si concludeva così in pochi mesi l’incredibile epopea dei garibaldini. Cavour e la sua politica riuscirono a realizzare il sogno che aveva acceso i cuori di tanti patrioti: l’Italia era fatta. Il nuovo Stato iniziò ad esistere di diritto a partire dal 18 febbraio 1861, quando, subito dopo le elezioni per il nuovo Parlamento, veniva inaugurata la nuova sessione legislativa nella quale a fianco dei rappresentanti del Piemonte e della Lombardia poterono sedere uomini provenienti dalla Sicilia e del Napoletano e il 11 marzo allorché Cavour, in qualità di Presidente del Consiglio, presentò alla Camera dei Deputati la proposta di legge approvata già al Senato con quale si voleva far assumere il titolo di re d’Italia a Vittorio Emanuele II e ai suoi discendenti [16, pp. 509–510]. Queste le parole del Conte:

Signori,

Ho l’onore di presentare alla Camera dei deputati, il qui unito disegno di legge, col quale il re nostro Augusto signore assume per sé e i suoi successori il titolo di Re d'Italia. La commozione che desta negli animi cotesta proposta, il plauso onde fu accolta, significa altamente che un gran fatto si è compiuto e che una nuova era incomincia. È una nobile nazione, la quale, per colpa di fortuna e per proprie colpe caduta in basso stato, conculcata e flagellata per tre secoli da forestiere e domestiche di tirannie, si riscuote finalmente invocando il suo diritto, rinnovella sé stessa in una magnanima lotta per dodici anni esercitata, ed afferma sé stessa in cospetto del mondo. È questa nobile nazione che, serbatasi costante nei lunghi giorni delle prove, serbatasi prudente nei giorni delle prosperità insperate, compie oggi l'opera della sua costituzione, si fa una di reggimento e d’istituti, come una già la rendono la stirpe, la lingua, la religione, le memorie degli strazi sopportati e le speranze dell’intiero riscatto. Interpreti del nazionale sentimento, voi già avete, nel giorno solenne dell'apertura del Parlamento, salutato Vittorio Emanuele II col nuovo titolo che l'Italia da Torino a Palermo gli ha decretato con riconoscente affetto. Ora è mestieri convertire in legge dello Stato quel grido di entusiasmo. Il Senato del Regno, l’ha di già sancita con unanime voto: voi, o signori, io ne sono certo, la confermerete con la stessa concordia di suffragi, affinché il nuovo regno possa presentarsi senza maggior indugio nel consesso delle Nazioni col glorioso nome che gli compete [36].

Il decreto venne firmato il 17 marzo 1861 e lo stesso giorno uscì sulla Gazzetta ufficiale. Era nato il Regno d’Italia, ma la «missione» di Cavour non era ancora da considerarsi conclusa, giacché il nuovo Stato entrò nella fase più cruciale di tutta l’unificazione, ovvero il processo di State-building. Nel nuovo territorio unificato, infatti, sin da subito comparvero questioni di carattere normativo-istituzionale da risolvere, che, una volta superare, avrebbero resa l’Italia «grande, forte, gloriosa quale l’abbiamo sognata fin dai nostri giovani anni.» [16, p. 521] e per risolverli, Vittorio Emanuele non mancò di mostrare il desiderio di nominare un nuovo Ministero a cui capo porre Bettino Ricasoli [16, p. 511]; ma fu del tutto fuori questione: il neo-regno aveva ancora bisogno della brillante intelligenza del Conte. Pertanto, il 22 marzo Cavour, dopo essersi dimesso temporaneamente, assunse l’incarico di formare un nuovo governo – il IV da quando ricoprì per la prima volta la carica di Presidente del Consiglio – diventando così di fatto il «primo ministro di un regno d’Italia» [16, p. 512].

Una volta accettato l’incarico, il Conte iniziò a fronteggiare le questioni più urgenti: fra queste, la riemersa campagna politica della sinistra garibaldina per l’acquisizione di Roma e Venezia [16, p. 512]. Poiché la prospettiva di un immediato conseguimento del Veneto era presso che inesistente, il Conte propose una politica diversa da adottare per far si che Roma diventasse la capitale del nuovo Stato. Il 25 marzo, in accordo col deputato Rodolfo Audinot, suo uomo fidato, la questione di «Roma capitale» aprì i dibattiti parlamentari [16, p. 513]. Il 27 Camillo Benso lesse quello che molti ritennero poi il suo testamento politico, con cui affermò quanto segue:

[. . . ] Ora vengo all’esame degli ordini del giorno. Esaminati i tre ordini del giorno di ieri, e i due ordini del giorno d'oggi, mi pare che concorrano tutti nel pensiero finale; tutti sono concordi nel volere che si acclami Roma come capitale d'Italia, che si solleciti il Governo ad adoperarsi, onde questo voto universale abbia il suo compimento. [. . . ] La questione della possibilità di differire per lungo periodo di tempo il trasferimento della capitale a Roma, essendo stata sollevata, mi credo in obbligo di aggiungere un solo argomento. Si sono svolte dai precedenti oratori, con parole così eloquenti, tante ragioni onde provare la necessità del trasferimento della capitale in Roma, che io non aggiungerò che un argomento della natura di quelli che i matematici dicono ab absurdum, il quale supporre verificata l'ipotesi dei nostri avversari, quindi dedurne le conseguenze. [. . . ] Io non posso almeno di prevedere che finché la questione non avesse ricevuto una soluzione definitiva [. . . ] l'Italia tutta sarebbe in uno stato di agitazione e di lotta. Vi sarebbe una lotta vivissima fra coloro che vogliono andare a Roma immediatamente e coloro che vorrebbero ancora differirne il traslocamento della capitale. [. . . ] Meglio sarà quanto più presto si potrà andare a Roma; ben inteso, senza mettere in pericolo la sicurezza dello Stato. Sulla questione di Roma quindi mi pare che l'ordine del giorno [. . . ] corrisponda pienamente ai sentimenti manifestati da tutti gli oratori di questa Camera. [. . . ] Oramai, o signori, mi pare che la questione dell'indipendenza del sovrano Pontefice, fatta dipendere dal potere temporale, sia un errore dimostrato matematicamente ai cattolici di buona fede, ai quali si dirà: il potere temporale è garanzia di indipendenza quando somministra a chi lo possiede armi e denaro per garantirla, ma quando il potere temporale di un principe, invece di somministrargli armi e denaro, lo costringe ad andare a mendicare dalle altre potenze armi e denari, egli è evidente che il potere temporale è un argomento non d’indipendenza, ma di dipendenza assoluta. [. . . ] Mi pare quindi che noi dobbiamo avere l’assenso dei cattolici di buona fede su questo punto. Rimane a persuadere il pontefice che la Chiesa può essere indipendente, perdendo il potere temporale. Ma qui mi pare che, quando noi ci presentiamo al sommo pontefice, e gli diciamo: Santo Padre, il potere temporale per voi non è più garanzia d’indipendenza; rinunziate ad esso, e noi vi daremo quella libertà che avete invano chiesta da tre secoli a tutte le grandi potenze cattoliche. [. . . ] Ebbene, quello che voi non avete mai potuto ottenere da quelle potenze [. . . ] noi veniamo ad offrirvelo in tutta la sua pienezza; noi siamo pronti a proclamare nell’Italia questo grande principio: libera Chiesa in libero Stato [37, pp. 29–32].

Nel corso dei dibattiti successivi molti accolsero il principio proclamato come l’unica via da seguire onde evitare ulteriori complicazioni nel difficile quadro interno e internazionale in cui l’Italia muoveva i suoi passi, mentre l’opposizione la qualificò come un’utopia, giacché le note diffidenze del Pontefice furono da sempre il principale ostacolo ad un possibile accordo; tuttavia, la Camera approvò la fiducia e proclamò all’unanimità Roma come capitale d’Italia [16, p. 515]. Purtroppo, il coronamento del suo sogno politico sarebbe avvenuto solo nel 1871; tuttavia, il Presidente del Consiglio si mosse verso l’avvio di colloqui con la Santa Sede, i quali si conclusero.

Indirizzata la politica nazionale verso una pacifica conciliazione col Vaticano, il Conte di Cavour procedette con la risoluzione delle questioni che ancora lo attanagliavano, ma ad aprile la resa dei conti con Garibaldi ostacolò il proseguimento del suo lavoro. Le divergenze fra il Conte e il Generale non cessarono dopo la proclamazione del Regno d’Italia; anzi, si acuirono ancora di più quando il governo decretò lo scioglimento dell’armata meridionale [16, p. 518]. Il 18 aprile Garibaldi mosse dichiarazioni assai gravi presso la Camera. Accusò «la fredda e nemica mano di questo Ministero» non solo di aver interferito col proseguimento della spedizione dei Mille, ma anche di aver quasi causato una «guerra fratricida» con l’invio dell’esercito regio [16, p. 518]. Cavour respinse le accuse con violenza e fra i due iniziò un acceso diverbio a cui pose freno l’intervento del re, che, anche se mai del tutto, appianò le divergenze fra i due. Dopo la tempestosa vicenda, la situazione politica parve farsi più serena. Tuttavia, in primavera le energie del Conte cominciarono ad esaurirsi. A molti che ebbero modo di avere a che fare con lui apparve fortemente provato, a volte quasi assente e si attribuirono le cause al periodo carico di tensioni. La prima manifestazione della sua debolezza fisica comparve la sera del 29 maggio per poi sfociare in accessi di febbre [16, p. 523]. La prognosi dei medici fu delicata e vani furono i rimedi provati per curarlo. Non si sarebbe più ripreso. Giovedì 6 giugno 1861, Camillo Benso di Cavour spirò nella sua casa di Torino. Pochi istanti prima di morire intorno alle 7:00 del mattino, pronunciò quest’ultime parole: «L’Italia è fatta – tutto è salvo» [16, p. 525]. La notizia della scomparsa dell’artefice politico e diplomatico dell’Unità destò una fortissima commozione in tutta Italia, così come all’estero [16, p. 525]. Quanto grande e grave fosse la perdita, la si poté valutare nel corso del primo decennio della storia dell’Italia unita, quando gli uomini appartenenti all’ala liberale-moderata, la cosiddetta Destra storica, gli succedettero l’uno dopo l’altro alla Presidenza del Consiglio. Benché la nuova classe dirigente avviò il consolidamento delle Istituzioni e la ripresa dell’unificazione dei territori mancanti, nessuno di loro aveva la visione, il coraggio, la forza e l’esperienza nel gestire i rapporti con la Camera o il pragmatismo in politica estera [15, p. 306]. Indice di ciò lo si poté notare anche di riflesso nella durata dei singoli governi. il Conte si spense con la consapevolezza di aver compiuto una vera e propria rivoluzione. Tuttavia, benché l’Italia fosse «fatta», in cuor suo seppe che con la sua morte il Paese sarebbe stata sommersa dalle difficoltà interne ed esterne. Nonostante la febbre spossante, il Conte, ricevuta la visita di re Vittorio Emanuele, poté lamentare le sue preoccupazioni [15, p. 527]. «Oh, sire! Io ho molte cose da comunicare a Vostra Maestà, molte carte da mostrarle. [. . . ] Vostra Maestà ha ella ricevuta da Parigi la lettera che aspettava? L'Imperatore è molto buono per noi ora, sì, molto buono. E i nostri poveri Napoletani così intelligenti! Ve ne sono che hanno molto ingegno, ma ve ne sono altresì che sono molto corrotti. Questi bisogna lavarli. Sire, sì, sì, si lavi, si lavi! Niente stato d'assedio, nessun mezzo di governo assoluto. Tutti sono buoni a governare con lo stato d'assedio [...] Garibaldi è un galantuomo, io non gli voglio alcun male. Egli vuole andare a Roma e a Venezia, e anch'io: nessuno ne ha più fretta di noi. Quanto all'Istria e al Tirolo è un'altra cosa. Sarà il lavoro di un'altra generazione. Noi abbiamo fatto l'Italia, sì l'Italia, e la cosa va...» [38]. I motivi di apprensione per il Conte furono tutti ben più che motivati e in seguito alla sua scomparsa, a prima vista, parve così che il processo di unificazione fosse rimasto incompleto e che l'unica complessa eredità politica lasciata fosse quella di un Paese unificato territorialmente, ma fragile nelle sue fondamenta istituzionali. In realtà, però, durante la sua vita, riuscì a tracciare le linee guida fondamentali per la futura costruzione: l’adozione di una politica rispettosa delle libertà costituzionali e accentratrice sul modello francese; benché inizialmente fosse vicino al modello inglese; liberista in campo economico e laico in materia dei rapporti con la Chiesa. E proprio su queste direttrici si mossero i suoi successori. Il primo di essi fu Bettino Ricasoli, il quale, assunse la carica di primo ministro il 12 giugno. Con Ricasoli iniziò così la fase dell’Italia Liberale.(2/4)


(2/4) Per un maggiore approfondimento dell’Italia unita post cavouriana si rimanda a [39], [40]


divisore 4

4.3 La Battaglia di Sedan e la proclamazione del II Reich

Gli anni occorsi dal 1862 al 1866 furono cruciali per la carriera politica di Otto von Bismarck, in quanto, come egli stesso osservò, riuscì a sbloccare quell’immobilismo in cui la soluzione al problema tedesco era da anni coinvolta, raggiunta secondo le proprie intenzioni e la forza della sua personalità, piuttosto che per mezzo di programmi e metodi liberali. Con l’annessione dei ducati dello Schleswig e dell’Holstein e la fondazione della Confederazione del Nord, egli riuscì a gettare le basi per l'unificazione della Germania sotto la guida della Prussia e alla fon- dazione del Reich prussiano-tedesco [18, p. 222], ma la strada era ancora lunga e all’orizzonte i nemici non erano pochi. Dopo la guerra vittoriosa del 1866 il Cancelliere di ferro immaginò che l’imperatore Francesco Giuseppe avrebbe cercato con ogni mezzo di annullare quanto successo a Sadowa, così come la politica estera di Napoleone III avrebbe potuto frapporsi e contrastare i progressi verso l’unificazione della Germania [19, p. 89]. La Prussia doveva continuare la sua sfida, ma le forze del junker si erano esaurite. «La politica mi ha completamente svuotato» [18, p. 223] disse e questo lo portò ad un breve ritiro dall’attività pubblica, ripresa verso la fine del 1866 [19, p. 90], ma la partita era ancora aperta e pertanto, non poteva rallentare proprio ora. Al suo ritorno, rivolse le sue attenzioni sull’organizzazione della nuova Confederazione, giacché, subito dopo la guerra, gli Stati tedeschi membri, seppur costretti, accettarono solo la fondazione di quest’ultima, ma mancava ancora l’elaborazione di una Costituzione su cui Bismarck iniziò a lavorarci già nel dicembre 1866 [19, p. 91].

Con l’intento di dar vita ad una struttura federale che si adattasse alla sua visione, iniziò a studiare le Costituzioni di Francoforte del 1849 e quella degli Stati Uniti, riuscendo a elaborare una bozza, la quale ai primi del 1867 venne deliberata dagli Stati [19, p. 91]. Il testo scritto da Bismarck, seppur molto simile su alcuni punti a quella utilizzata per la vecchia Confederazione, affidava il pieno controllo delle forze armate al re di Prussia, mentre l’elaborazione delle leggi e l’approvazione di quest’ultime sarebbero toccati al consiglio federale e al parlamento, eletto in base al suffragio universale [19, p. 91]. Al momento del dibattito costituzionale, però, tale progetto venne criticato per il suo essere tendente all’affermazione dell’assolutismo anziché al parlamentarismo e ciò causò alcune frizioni coi liberali, i quali furono i principali oppositori. Bismarck, con lo scopo di frenare l’ostruzionismo, mise da parte il suo spirito antiliberale e preferì accordarsi con quest’ultimi sui punti più discussi [19, p. 91]. Le concessioni accordate provvidero a rendere il Parlamento più forte attraverso la sua periodica convocazione, l’immunità dei suoi membri e il diritto di eleggere i funzionari, incluso l’autorizzazione a concedere agli eletti alcune licenze [18, p. 235]. Su questo punto il Cancelliere dovette ingoiare un boccone amaro, in quanto avrebbe voluto evitare la formazione di una casta di uomini politici da lui definiti come «parlamentari di professione», ma dovette capitolare [18, p. 235]. Il 16 aprile 1867 il Parlamento approvò la Costituzione e il 14 luglio Bismarck ottenne la nomina di cancelliere federale da Guglielmo I, il quale ricopriva il ruolo di presidente federale. Il 10 settembre poterono iniziare i regolari lavori parlamentari [18, p. 235].

Contemporaneamente al consolidamento delle istituzioni federali, attraverso anche l’unione economica e commerciale, Bismarck promosse anche il rafforzamento dell’esercito, stabilendo non solo che il numero di reclute da arruolarsi sarebbe dovuto avvenire su base percentuale, ma estendendo anche l’organizzazione militare prussiana ai membri diretti e non della Confederazione [18, p. 239]. Questo perché il Cancelliere sapeva che era solo questione di tempo prima che un’altra guerra avrebbe impegnato la Prussia, anche se inizialmente la politica estera bismarckiana dopo le vittorie ottenuta nella questione danese e contro l’Austria non aveva obiettivi definiti. Fu piuttosto una politica sulla difensiva, pronta a qualsiasi mutamento improvviso degli equilibri. Si pensi che gli stessi rapporti con Napoleone III – il futuro nemico, che sarebbe stato sconfitto a Sedan – furono sereni. Anzi, il Cancelliere pensò persino ad una alleanza franco-prussiana, giacché al momento non c’erano pretesti per uno scontro. Ma questo avvicinamento trovò ostacolo nelle avventure bonapartiste in materia di politica estera [19, p. 100].Ma quando i rapporti bilaterali fra le due Nazioni si incrinarono? Siamo abituati a rispondere a questa domanda considerando la crisi per la successione spagnola – la circostanza principale da cui sarebbe scaturita la guerra Franco-prussiana – come l’unico momento dove i rapporti fra la Prussia e la Francia si inasprirono sino ad arrivare ad uno scontro diretto, ma in realtà, non fu così, poiché le tensioni fra i due paesi erano iniziate già prima; per la precisione in merito all’indipendenza del granducato del Lussemburgo [19, p. 101]. Era un territorio de iure sottoposto alla sovranità del re d’Olanda, Guglielmo III, il quale poté esercitare la sua sovranità per mezzo dell’unione personale a cui era legato col Paese, ma de facto era sottoposta al controllo delle truppe prussiane, stazionate nella capitale [19, p. 101], ma seppur Bismarck non avesse avuto alcun vero interesse per le sorti del granducato, fu costretto a prendere posizione in seguito all’offerta d’acquisto promossa dalla Francia. Il re d’Olanda sarebbe stato lieto di vendere al miglior offerente, ma Guglielmo I di Prussia si oppose con fermezza alla vendita. Con lo scopo di appianare le divergenze, il Cancelliere indisse nel maggior 1867 una Conferenza internazionale che si tenne a Londra a cui presero parte Russia, Austria, Inghilterra, Italia, Belgio e Paesi Bassi [18, p. 244]. I lavori congressuali terminarono con la dichiarazione di neutralità del Lussemburgo, posta sotto la tutela internazionale, facendo così restare Napoleone III a bocca asciutta, mentre dal canto suo la Prussia avrebbe smilitarizzato l’area. Facile immaginare la reazione dell’imperatore dei francesi, il quale fu indignato al punto che, insieme ai suoi generali, iniziò a progettare un piano di guerra con il quale invadere la Prussia e vendicarsi del torto subìto. Anche lo stato maggiore prussiano meditò per la guerra. Il generale Moltke consigliò di muoversi per primi, ma Bismarck, grazie alla sua lungimiranza, sapeva che iniziare un conflitto bellico al momento non sarebbe stato fattibile, anche perché le stesse potenze europee non erano interessati a cimentarsi in una nuova avventura [18, pp. 245–246].

I pessimi rapporti fra Parigi e Berlino continuarono sino al 1870, quando, nella primavera dello stesso anno, si aprì la questione per la successione al trono di Spagna. Nel 1868 la regina Isabella II fu spodestata dal trono di Spagna in seguito alla rivoluzione scoppiata nel mese di settembre(3/4) e da quel momento il trono veniva offerto in giro per l'Europa. Bismarck volle cogliere l’occasione per far sedere su un altro trono europeo un esponente degli Hohenzollern e pertanto propose la candidatura del principe Leopoldo, celando anche un’altra finalità: ovvero, premunirsi contro possibili alleanze antiprussiane [19, pp. 114–115]. La candidatura del principe prussiano suscitò grandi emozioni da parte della classe dirigente spagnola, ma a Parigi la reazione fu ben diversa: Napoleone e i suoi ministri si allarmarono, giacché la prospettiva di un accerchiamento politico che si profilava avrebbe portato ad essere «38 milioni di prigionieri», come si scrisse allora nei giornali francesi [41, p. 224]. Ma non era stata detta l’ultima parola. Pertanto, i francesi si mossero a tessere trame per evitare l’ufficializzazione della nomina. Qualche riserva arrivò anche dalla stessa casa reale prussiana: Guglielmo I fu riluttante nell’assentire alla candidatura, poiché lo irritava l’idea che la sua famiglia fosse immischiata negli affari turbolenti della Spagna e di conseguenza, anche lo stesso principe dovette fare un passo indietro, ma il Cancelliere finì per far cedere le diffidenze del sovrano [18, p. 247] e il 2 luglio la notizia non tardò ad essere trasmessa a Parigi. Il ministro degli esteri francese, Agénor de Gramont, dichiarò che il governo imperiale non avrebbe tollerato l’insediamento di una potenza straniera «sul trono di Carlo V» [18, p. 247]. La reazione di Bismarck lo portò a pensare che i tempi per una nuova guerra fossero giunti; tuttavia, la mobilitazione dell’esercito prussiano trovò ancora una volta Guglielmo I sul fronte opposto. Il re era restio ad autorizzare l’uso delle armi [18, p. 248] e dieci giorni dopo su suo consiglio Leopoldo annunciò il suo ritiro. La Francia aveva vinto la partita. Bismarck, irritato nell’apprendere il ripiegamento dell’Hohenzollern, pensò addirittura di dare le dimissioni, ma preferì convocare il Parlamento e minacciare la rassegna solo se il sovrano avesse continuato col suo diniego [19, p. 117]. Questa mossa politica lo avrebbe sì tacciato di essere poco leale alla casa reale e al suo capo, ma com’era nell’animo dello stesso Cancelliere, avrebbe preferito mettere alla berlina il re, piuttosto che uscire sconfitto e ritirarsi a capo chino. Tuttavia, non fu necessario. Da Parigi, Napoleone III e il suo ministro degli esteri aumentarono la posta in gioco, avanzando una richiesta che avrebbe portato a due sole soluzioni: l’umiliazione oppure la guerra [19, p. 117]. Vollero non solo che Guglielmo I ufficializzasse, senza rilanciare più, la candidatura del principe, ma anche scuse pubbliche per quest’ultima [19, p. 117]. Incaricato di trasmettere le richieste al re prussiano fu il Conte Vincent Benedetti, ambasciatore francese, il quale si incontrò con Guglielmo I presso i bagni di Ems il 13 luglio. Il re respinse le richieste francesi, riaffermando solamente il ritiro della candidatura, senza dare ulteriori rassicurazioni. Così facendo considerò la questione conclusa.


(3/4) La rivoluzione spagnola è conosciuta anche coi nomi di «La Gloriosa» o «La Settembrina»


Immediatamente le dinamiche dell’incontro vennero rese note a Berlino dove Bismarck lesse con vivo interesse il resoconto inviatogli. Di seguito il testo del telegramma:

Sua Maestà mi scrive: «Benedetti mi ha sorpreso insidiosamente alla passeggiata, chiedendo in modo molto insistente l'autorizzazione di telegrafare subito che per l'avvenire non avrei dato mai più il mio consenso qualora gli Hohenzollern fossero ritornati alla loro candidatura. Ho finito con congedarlo un po’ severamente, poiché né si devono né si possono prendere tali impegni à tout jamais. Gli ho detto naturalmente che non avevo ricevuto ancora nulla e che avendo egli prima di me le informazioni di Parigi e di Madrid, vedeva bene che il mio governo era di nuovo fuori questione». Di poi Sua Maestà ha ricevuto una lettera del principe [Leopoldo]. Siccome Sua Maestà aveva detto al conte Benedetti che aspettava notizie del principe, così, tenuto conto della pretesa di lui, la stessa Maestà per consiglio mio e del conte Eulenburg, ha deciso di non ricevere più il conte Benedetti, ma di fargli dire da un aiutante di aver ora ricevuto dal principe la conferma della notizia che Benedetti già aveva avuto da Parigi e di non aver più nulla da dire all'ambasciatore. Sua Maestà lascia l'arbitrio dell'Eccellenza Vostra se non si debba comunicare subito, sia ai nostri ambasciatori, sia alla stampa, la nuova pretesa del Benedetti e del rifiuto ad essa opposto [42, p. 892].

L’episodio del «telegramma di Ems» occupa uno spazio importante all’interno della raccolta Pensieri e ricordi, scritti dallo stesso Bismarck e editi nel 1898, anno della sua morte. La raccolta per diverse ragioni è ancora oggi di grande importanza per gli storici, soprattutto perché essa rappresenta una testimonianza storica e politica di uno statista che seppe essere protagonista degli eventi più importanti del XIX secolo. I suoi ricordi offrono una prospettiva diretta e personale su quest’ultimi, fornendoci non solo un resoconto delle decisioni e delle strategie adottate, ma anche perché offre i retroscena che hanno plasmato la sua figura di uomo politico. Pertanto, consideriamo importante – per non dire necessario – riportare la testimonianza dello stesso Bismarck al momento della lettura del dispiaccio.

Mi decisi il 12 luglio a partire da Varzin per Ems, per raccomandare a Sua Maestà la convocazione del Parlamento dell'impero a fine di provvedere la mobilitazione. [. . . ] Entrando nel cortile della mia casa a Berlino e prima ancora di scendere dalla carrozza, ricevetti telegrammi da cui risultava che il re, dopo le minacce e le offese francesi, fatte dal Parlamento della stampa, continuava, tuttavia a trattare con Benedetti, senza rimandarlo con fredda riserbatezza ai suoi ministri. [. . . ] Parlai col ministro della Guerra von Roon: dissi oramai aver noi lo schiaffo francese sulla guancia; e l’arrendevolezza nostra averci posto in tal condizione che, se avessimo voluto far la guerra, la quale sola poteva lavarci questa macchia dal viso, saremmo stati chiamati attaccabrighe. [. . . ] Deciso di ritirarmi, a dispetto dei rimproveri che mi faceva Roon, il 13 [luglio] l’invitai, unitamente a Moltke, a pranzare da me in tre: e a tavola, comunicai loro le mie vedute, le mie intenzioni. Ambedue rimasero costernati assai e indirettamente si lagnarono con me che io approfittasse egoisticamente della maggior facilità che, in confronto a loro, avevo di ritirarmi dal servizio. Sostenni l'opinione che io non potevo sacrificare alla politica la mia dignità e che essi come soldati di professione, non essendo liberi di agire, non dovevano considerare la cosa dal medesimo punto di un ministro degli Esteri responsabile. Durante la conversazione mi fu annunziato che si stava traducendo un telegramma in cifre, di circa 200 gruppi se ben ricordo, il quale veniva da Ems ed era firmato dal consigliere segreto Abeken. Dopo che fu decifrato, me lo portarono e visto che Abeken aveva redatto e sottoscritto il telegramma per ordine di Sua Maestà, lo lessi ai miei ospiti, i quali furono colti da sì profonda costernazione, che ebbero a sdegno cibi e bevande. Rileggendo il documento, mi soffermai sulle parole con le quali S.M. mi autorizzava a comunicare subito sia i nostri ambasciatori sia alla stampa, la nuova pretesa di Benedetti e la repulsa avutane. [. . . ] Feci alcune domande a molte per conoscere quanta fiducia egli avessi nei nostri preparativi e il tempo che essi richiedevano ancora per poter fare fronte a un improvviso pericolo di guerra. Egli rispose che, se la guerra dovesse farsi, non c'era nessun vantaggio per noi, una dilazione nel venire alle armi; quando pure non potessimo da principio essere forti abbastanza da difendere ogni punto della riva sinistra del Reno contro l'invasione francese, ben presto tuttavia saremmo pronti alla guerra assai più dei francesi, mentre in un periodo posteriore questo vantaggio si sarebbe fatto minore; rispose che egli, tutto considerato, riteneva più vantaggioso per noi un rapido scoppio della guerra che non un indugio. [. . . ] Così convinto, feci uso dell’autorizzazione [. . . ] di pubblicare il contenuto del telegramma e, mediante cancellature, senza aggiungere o mutare parola, in presenza di ambedue i miei ospiti, ridussi il telegramma alla seguente forma:

«Dopo che le notizie della rinuncia nel principe ereditario di Hohenzollern sono state comunicate al governo imperiale francese da quello reale spagnolo, l'ambasciatore francese in Ems ha richiesta ancora Sua Maestà il Re di autorizzarlo a telegrafare a Parigi che Sua Maestà il Re si impegnava per tutto il tempo avvenire a non dare giammai il suo consenso, qualora gli Hohenzollern ritornassero alla loro candidatura. Sua Maestà il Re ha ricusato di ricevere ancora l'ambasciatore francese e ha fatto dire per mezzo del suo aiutante che non aveva nulla da comunicare all'ambasciatore.»

La differenza di effetto [. . . ] non era il risultato di parole più vivaci, ma della forma; la quale faceva apparire questa comunicazione come decisiva, mentre la redazione di Abeken sarebbe apparsa solamente come il brano di un negoziato in aria e da continuarsi a Berlino. Letta ai miei due ospiti la redazione condensata in tal modo, Moltke osservò:

«così ha un altro suono: prima era quello di una ritirata, ora quello di una fanfara che risponde ad una sfida». Io replicai: «se questo testo, il quale non contiene né cambiamenti né aggiunte al telegramma, ed è conforme all'incarico datomi da Sua Maestà, lo comunico subito non solo alle gazzette, ma anche telegraficamente a tutte le nostre ambasciate. Prima di mezzanotte sarà noto a Parigi e farà lì l'impressione del panno rosso sul toro francese. [. . . ] ma l'esito dipende pure, in modo essenziale, dalle impressioni che produrrà presso di noi e presso altri l'origine della guerra: importa che noi siamo gli assaliti e l'arroganza e la irascibilità dei francesi ci serviranno in questo, se noi, con pubblicità europea, per quanto ci è possibile senza portavoce del Parlamento, annunziamo che impavidi facciamo fronte alle minacce della Francia» [43, pp. 80–88]

Solitamente si considera la rielaborazione del dispaccio come un vero e proprio capolavoro di astuzia diplomatica e manipolazione politica, in linea con la strategia della Realpolitik. La storiografia tradizionale, infatti, lo presenta come un episodio in cui, non esitando a usare l'inganno, Bismarck seppe, sfruttare sapientemente la situazione per ottenere un vantaggio strategico a lungo termine per far cadere in trappola la Francia e provocarne la reazione militare. Secondo questa visione consolidata nel tempo, il Cancelliere, tagliando e modificando il telegramma, fece in modo che il suo contenuto apparisse agli occhi dei francesi come un grave insulto a cui solo la guerra avrebbe potuto lavare l’onta ricevuta. Questo approccio è l’esempio scolastico classico di come un singolo evento, abilmente manipolato, possa alterare il corso della storia, favorendo il raggiungimento di obiettivi ambiziosi senza scrupoli. Tuttavia, fra gli stessi storici vi sono opinioni differenti sulle intenzioni di Bismarck. Alan Taylor adottò una visione più cauta degli eventi, sostenendo che Bismarck avrebbe potuto provocare il conflitto immediatamente, ma scelse di non farlo, preferendo la pazienza all’istinto [19, pp. 116–117]. Michael Stürmer, invece, dal canto suo, si convinse che Bismarck sostenne la candidatura del principe Leopoldo non per un mero senso di lealtà per la posizione della famiglia reale, ma piuttosto per portare a livelli critici le tensioni preesistenti, così da provocare uno scontro armato fra le due Nazioni [44, p. 223]. In conclusione, se si trattò di una scelta calcolata o di un preciso piano, resta lapalissiano che Bismarck fu un professionista nell'arte di manipolare le tensioni internazionali a vantaggio della Prussia, tant’è che come egli stesso disse nel luglio del 1892: «Non avremmo potuto costruire il Reich tedesco nel centro dell'Europa se non avessimo sfidato la Francia. [. . . ] La guerra era una conclusione necessaria» [19, p. 119].

Al momento della diffusione del dispaccio, i calcoli di Bismarck portarono al risultato sperato: il 19 luglio la dichiarazione di guerra francese fu fatta pervenire a Berlino. La Prussia e la Francia erano in guerra. Il giorno stesso, davanti al Parlamento riunito, il Cancelliere annunciò lo stato di guerra e dietro le grida di «Bravo» ed «Evviva» i tedeschi del Nord, seguiti da quelli del Sud fecero fronte comune contro l’aggressore, proclamando così che i vari popoli della Confederazione si erano uniti in una grande unità germanica [18, p. 249]. Rispetto a quello del 1866, Il governo di Parigi confidò di poter prevaricare sui prussiani non solo per mezzo della forza del suo esercito, ma anche mediante il supporto di alleati, ma ciò non avvenne. L’Europa stette a guardare: l’Austria, la Russia, l'Inghilterra e fra queste, anche l'Italia, che tanto doveva a Napoleone III, rimasero neutrali e questo fu un altro sapiente successo della diplomazia compiuta negli anni precedenti da Bismarck [18, p. 251]. Isolata politicamente e militarmente, l’imperatore dovette contendersi da solo la vittoria o sconfitta. La guerra vide sin dalle prime battaglie la superiorità delle truppe prussiane guidate dal generale von Moltke, il quale, con grande rapidità in base ad un preciso piano strategico sul modello adottato durante la guerra austro-prussiano, riuscì a infliggere dure sconfitte ai francesi. La strategia adottata dal generale puntava a compiere una manovra di accerchiamento alla quale sarebbe seguito una vittoria schiacciante, così come a Sadowa, ma quest’ultima non riuscì a raggiungere l’obiettivo a stretto giro [18, p. 252]; tuttavia, senza perdersi d’animo, i prussiani tennero impegnate le truppe francesi in dure e sanguinarie battaglie fino alla vittoria decisiva a Sedan dove il 2 settembre Napoleone III e gran parte dell’esercito imperiale furono costretti a capitolare (4/4). In solo sei mesi l'esercito prussiano, considerato da molti come insufficientemente addestrato, causò il crollo di un impero già minato dalle fondamente, creando così di fatto una cesura all’interno dell’IX secolo. Appresa la notizia, l'intera Europa rimase senza parole e fra le voci di sgomento ci fu chi gridò ad una nuova finis Romae. Tale affermazione non fu più lontana dall’aver colto nel segno, in quanto la guerra franco-prussiana, essendo stata la più importante combattuta in Europa dai tempi delle guerre napoleoniche, frapponendosi sino allo scoppio della Prima guerra


(4/4) Per ulteriori approfondimenti in merito alla guerra franco-prussiana si consiglia: [45]–[47]


mondiale [46, p. 7], scaturì come conseguenza più rilevante la creazione di un nuovo equilibrio all’interno delle relazioni politiche internazionali nei decenni successivi. Lo stesso Taylor affermò dicendo: «Sedan segnò la fine di un'epoca nella storia d'Europa; il mito della grande nation [. . . ] cadde per sempre[48, p. 299].

A battaglia conclusa, Bismarck volle incontrarsi con Napoleone, fatto prigioniero insieme ad altri soldati francesi, con lo scopo di concertare le trattative della capitolazione. I due si incontrarono a metà strada fra Donchery e Sedan dove poterono colloquiare, seppur brevemente. Mentre Bismarck iniziò i preparativi per la resa, Moltke continuò la guerra, desideroso di muoversi verso Parigi [18, p. 255]. Il 19 settembre riuscì ad accerchiare la città, assediandola fino al 28 gennaio 1871. La strategia del generale entrò presto in conflitto con la volontà di Bismarck, tant’è che i rapporti fra i due divennero gelidi «come l'inverno di gennaio» [45, p. 290]; questo perché von Moltke era convinto dell’utilità di intensificare gli attacchi sulla città ed esercitare pressione sulla popolazione civile per innescare un clima di paura che avrebbe condotto il nuovo governo insediatosi dopo la caduta di Napoleone – la Terza repubblica – ad accettare i termini della resa senza avanzare condizioni. Il Cancelliere, invece, non poteva rischiare di portare troppo a lungo l’attacco, giacché dall’Europa iniziarono a muoversi voci di protesta, anche se il pericolo di un intervento non ci fu mai [19, p. 124]; ma dovette lo stesso muoversi il più rapidamente possibile, anche perché la stessa guerra iniziò a perdere popolarità presso gli alleati tedeschi del Sud. Si trovò, quindi, nella necessità non solo di forzarli ad accettare di entrare nella nuova istituzione che stava per nascere, ma anche a concedere delle prerogative. Infatti, non si fece alcuno scrupolo nel minacciare i principi tedeschi, avvertendoli che, se si fossero ritirati, l'unità tedesca sarebbe stata fatta contro di loro; ma se fossero rimasti al fianco della Prussia, avrebbero potuto mantenere lo status di artefici [19, pp. 127–128]. Fra le voci di diffidenza con cui Bismarck dovette parlamentare un bel po' fu la Baviera: il re Ludwing II manifestò apertamente la sua apprensione, ma alla fine riuscì ad ottenere importanti concessioni: mantenne la gestione autonoma dei suoi affari e inoltre, si assicurò anche un vitalizio segreto offertogli da Bismarck, il quale chiese in cambio un «piccolo favore»: sotto sua dettatura, Ludwing II scrisse una lettera al re Guglielmo I con la quale offriva la corona imperiale [19, pp. 129–130]. Rassicurata la Baviera, il Cancelliere poté proseguire con la firma di trattati con tutti gli altri Stati tedeschi meridionali e il 18 gennaio 1871 poté compiersi il primo atto di nascita del futuro Reich: l’incoronazione di Guglielmo I a imperatore; mentre la formalizzazione dell’Impero come entità politica sarebbe avvenuta solo nell’aprile del 1871 con l’emissione della Costituzione. Il luogo scelto per la cerimonia d’incoronazione venne fissato a Versailles, nella sala degli specchi, quasi in segno di spregio al Paese sconfitto. La funzione si svolse in pompa magna: Bismarck lesse il proclama con cui Guglielmo I notificò la sua volontà di «rinnovare e assumersi la dignità imperiale tedesca assopita da oltre sessant'anni» e alla lettura i principi tedeschi esclamarono: «Sua Maestà reale e imperiale, l'imperatore Guglielmo, evviva, evviva, evviva» [18, p. 264]. A seguire, sulle note di Ave a te con la corona della vittoria, il neoimperatore strinse ad ognuno la mano in segno di riconoscenza; a tutti, tranne che a Bismarck, al quale gli passò vicino, senza degnarlo di uno sguardo né ringraziarlo per quanto fosse riuscito a realizzare [18, p. 264]. Il gesto dell’imperatore fu poco gradito al Cancelliere. Tuttavia, fu una reazione da aspettarsi, poiché al mancato brindisi per il titolo di «imperatore di Germania», Bismarck ebbe le sue responsabilità. Infatti, Guglielmo I, che avrebbe voluto per sé la titolatura di «imperatore tedesco», fu incalzato dal suo Cancelliere, il quale suggerì al di granduca di Baden brindare semplicemente «all’imperatore Guglielmo» [19, p. 131], giacché così era stato stabilito negli accordi con gli altri Stati [19, p. 263]. Dopo l’elezione dell’imperatore e il difficile «parto imperiale», il Cancelliere proseguì coi negoziati. Il 28 febbraio Parigi e la Terza Repubblica capitolarono stremati inseguito ad una estrema e accanita guerra partigiana. La Francia dovette cedere l’intera regione dell’Alsazia e parte della Lorena, benché Bismarck manifestasse la sua volontà di rinunciare a Metz. Tuttavia, la Lorena fu oggetto di mira di Moltke e dei suoi generali, in quanto videro la possibilità di usarla come cuscinetto; anche Guglielmo I manifestò la sua volontà nell’annessione. Il Cancelliere, però, questa volta non riuscì a far prevalere la sua linea e dovette cedere. Poté solo andare incontro ad alcune richieste francesi, ovvero una riduzione dell'indennità di guerra, che passò da 6 a 5 miliardi di franchi e alla conservazione di Belfort, nonostante le proteste di Moltke.(5/4) I preliminari accordi furono successivamente ratificati a Francoforte il 10 maggio 1871, causando un diffuso spirito antitedesco e una volontà di revanche che avrebbe connotato i rapporti franco-tedeschi sino agli anni Sessanta del XX secolo. Il 6 marzo Bismarck lasciò Versailles consapevole che l’unificazione tanto anelata era stata finalmente raggiunta e che la Germania, non più una mera espressione geografica, poté ora esistere di fatto. Jonathan Steinberg, parlando del processo che portò alla realizzazione dell’Impero e del ruolo svolto dallo stesso Cancelliere, scrisse che la prima fase della sua carriera si era conclusa con un risultato straordinario: Bismarck in otto anni e mezzo, grazie alla sua pura forza della personalità, della brillantezza, spietatezza e flessibilità di principio aveva unificato la Germania, ritenuta un’impresa quasi impossibile prima della sua ascesa al cancellierato prussiano, tant’è che quando egli tornò a Berlino il suo nome divenne immortale [1, pp. 311–312].


(5/4) Ibidem

divisore 4

4.4 L’Impero tedesco del Reichskanzler

Come scrisse lo storico tedesco Heinrich von Sybel, con la nascita del II Reich, le aspirazioni che da più di vent’anni erano state l’oggetto più ambito da molti poterono realizzarsi [49, p. 223]. Questo risultato, utilizzando le parole dello stesso Bismarck, fu possibile grazie all’impiego di un’azione politica non più basata su «discorsi e decisioni maggioritarie [. . . ] bensì col ferro e col sangue». Le guerre combattute fra il 1864 e il 1871 contro la Danimarca, l’Austria e la Francia ebbero come conseguenza non solo il mutamento del quadro politico europeo, ma portarono la Prussia, ora inglobata all’interno di un soggetto più grande, ovvero la Germania, ad assumere un ruolo egemone all’interno della stessa Europa, ma anche di influenzarne le relazioni internazionali fino alla vigilia della Grande Guerra.

Ottenuto l’apice del proprio successo con l’unificazione territoriale, Bismarck poté concentrare le sue energie sulla stabilizzazione delle nuove istituzioni del nascente Stato. Il 16 aprile 1871, il processo di State building tedesco trovò una prima realizzazione con la promulgazione della Carta costituzionale, adottata pochi mesi dopo la proclamazione dell'Impero. Questo testo, redatto sul modello della Costituzione della Confederazione del Nord [20, p. 47], definiva l'assetto politico e istituzionale del nuovo Stato imperiale tedesco. L'Impero, come forma di governo, assumeva il carattere di una federazione composta dai venticinque Stati già facenti parte della Confederazione. Questi Stati, pur mantenendo un certo grado di autogestione, erano soggetti alle norme e alle decisioni prese dalle istituzioni fondamentali del Reich. La Costituzione identificava quest’ultime nell'Imperatore (Kaiser), nel Cancelliere del Reich (Reichskanzler) e nel Parlamento imperiale. Il potere esecutivo, insieme al comando delle forze armate, la gestione della politica estera e la facoltà di nominare e destituire il Cancelliere erano prerogative dell'Imperatore, che esercitava alcuni di questi poteri attraverso la figura del cancelliere stesso. Quest'ultimo, a sua volta, era responsabile dei suoi atti e azioni amministrative esclusivamente di fronte all'Imperatore e non al Parlamento. Il potere legislativo, invece, era affidato al Parlamento imperiale, suddiviso in due camere: il Reichstag e il Bundesrat. Il Reichstag, ovvero la Camera dei deputati, era eletto tramite suffragio universale maschile, mentre il Bundesrat, o Consiglio federale, era composto dai cinquantotto rappresentanti indicati dai diversi Stati membri, tradizionalmente dipendenti dalla potenza prussiana. Infatti, la Prussia dominava il Bundesrat grazie ai suoi diciassette delegati, che spesso riuscivano a influenzare facilmente i rappresentanti degli Stati minori.

Sebbene sulla carta il Reichstag fosse dotato di ampi poteri legislativi, nella pratica il suo ruolo fu fortemente limitato. Non solo perché poteva legiferare solo sulle materie proposte dal Bundesrat, ma anche per la sua composizione, caratterizzata da una prevalenza di deputati conservatori e nazionalisti e ciò, come conseguenza, si rifletté in uno squilibrio tra la rappresentanza delle campagne e quella delle città, favorendo le prime nei collegi elettorali.

Max Weber, uno dei più acuti analisti del sistema politico tedesco, nel fare un’osservazione pungente, affermò che chiunque avesse avuto l’ambizione di fare politica non si sarebbe mai dovuto candidare per il Parlamento [20, p. 49]. Per quale motivo? È luogo comune considerare il Reich come un soggetto politicamente unitario e costituzionalista, ma nei fatti non lo fu, giacché l’apparente struttura federale e parlamentare era soggetta ad un sistema in cui il Kaiser deteneva un potere quasi assoluto [20, p. 48], grazie al quale riusciva ad esercitare un controllo diretto sull'esecutivo, limitando così l'effettiva autonomia del Parlamento. A quanto detto, si aggiunga poi anche un’osservazione volta a sottolineare che la scelta di istituire un regime semi-costituzionale, nel nostro caso una monarchia, non era assolutamente motivata da una tenue apertura di Bismarck verso il Liberalismo; piuttosto fu dovuta ad una delle sue brillanti considerazioni tattiche, tant’è che, se le condizioni fossero state tali da preferire una forma di governo dittatoriale, non negò mai la possibilità di istituirne una [20, p. 47]. Thomas Nipperdey, proponendo anche lui un’analisi sul nuovo Stato tedesco, scrisse: «Il Reich del 1871 era molte cose allo stesso tempo: uno stato federale, uno stato costituzionale, uno stato imperiale, uno stato caratterizzato dall’egemonia prussiana, uno stato militaristico, e soprattutto uno stato nazionale» [20, p. 53].

Formalizzata così la struttura della nuova amministrazione, in politica interna Bismarck, assunto il ruolo di primo Reichskanzler, (mantenendo allo stesso tempo anche la carica di cancelliere e ministro degli Esteri prussiano), rimase il temuto Cancelliere di ferro, restando piuttosto insofferente nei confronti dell’influenza che alcuni partiti stavano ottenendo all’interno del parlamento. Le sue attenzioni si concentrarono in particolar modo contro quegli che definì «i nemici del Reich» [49, p.128], visti come principale minaccia alla stabilità del nuovo Stato. Fra questi, il Cancelliere indisse una dura lotta contro il Deutsche Zentrumspartei (il partito di Centro tedesco), d’ispirazione cattolica e vicino alla Chiesa di Roma, ma anche contro il crescente fenomeno socialista. Lo Zentrum, che era all'opposizione, raccolse intorno a sé una minoranza minacciosa di cattolici, i quali si identificavano come anti-unionisti [19, p. 148]. Essi, aspirando alla costituzione di una Germania ben diversa da com’era stata unificata, propendevano ancora per la tesi della «Grande Germania», in cui l’Austria avesse avuto il ruolo egemone. Per questo motivo, Bismarck non esitò a scatenare la cosiddetta Kulturkampf [19, p. 149], («battaglia per la civiltà») che si manifestò attraverso la promulgazione di una serie di leggi fra il 1872 e il 1875 volte a limitare il raggio d’azione non solo dei cattolici, ma anche della stessa Chiesa. La lotta di Bismarck volse non solo ad affermare il carattere laico dello Stato, ma soprattutto a porre sotto stretta sorveglianza l’attività del clero cattolico. Infatti, quest’ultimo perse il controllo dell’istruzione, venne reso obbligatorio il matrimonio civile, venne stabilito lo scioglimento delle congregazioni religiose e all’allontanamento dell’ordine dei Gesuiti [41, p. 278].

«Non andremo a Canossa» fu il motto di Bismarck [18, p. 302], ma l’operazione compiuta dal Reichskanzler non portò ai risultati sperati, giacché il clero e il partito cattolico opposero una forte resistenza, a cui seguì poi la reazione del pubblico e quella dello stesso imperatore Guglielmo I, il quale fu contrariato dalla linea che stava imboccando il suo primo ministro [19, p. 150]. Le contestazioni portarono così ad un allentamento della sua politica, che si tramutò poi in un graduale ritiro della legislazione anticattolica e all’avvicinamento col Centro, in sostituzione dei liberali nazionali, che divenne persino partito di governo [41, p. 278].

Analogamente, Bismarck, come già precedentemente citato, vide «nel pericolo sociale» [19, p. 173] una minaccia per la stabilità interna, nonché per il suo potere personale. Difatti, deplorando la stampa socialdemocratica come agitatrice degli operai contro il governo, Bismarck si sentì obbligato a difendere le fondamenta dell'ordinamento statale [44, p. 239]. Nel 1878, traendo pretesto da due attentati falliti contro l’imperatore, compiuti da due uomini vicini al partito socialista, Bismarck colse il momento propizio per sciogliere il Reichstag e indire nuove elezioni. La tornata elettorale si svolse il 30 luglio e si concluse con la vittoria dello schieramento conservatore. Ottenuta una maggioranza schiacciante, Bismarck poté varare un pacchetto di leggi con cui limitò la libertà di stampa, di associazione dell’SPD (Sozialdemokratische Partei Deutschlands) e con una sistematica persecuzione poliziesca dei suoi dirigenti [41, p. 278]. Contemporaneamente, per rendere più efficace l’azione repressiva, il Reichskanzler tra il 1881 e il 1889 si fece promotore di alcuni provvedimenti a tutela dei lavoratori che portò alla nascita del primo sistema previdenziale al mondo, creando così quello che è il moderno stato sociale o Welfare State [19, p. 204]. Questa politica trovò il suo maggior compimento con l’istituzione di una serie di provvedimenti volti a garantire il benessere e l’assistenza dei cittadini del Reich, come ad esempio le assicurazioni obbligatorie per gli infortuni sul lavoro, le malattie e la vecchiaia. Tuttavia, la promozione di tali riforme sociali non fu certa ispirata da un senso filantropico verso i lavoratori tedeschi; bensì, l'obiettivo era quello di rendere la classe operaia meno insoddisfatta o, per usare un'espressione dello stesso Bismark, «più malleabile» [19, p. 204], cosicché quest’ultima sarebbe rimasta in una posizione subalterna allo Stato.

Questa operazione, però, nell’immediato sembrò ripresentare l’analogo insuccesso politico nella lotta contro i cattolici, tant’è che alla fine degli anni Ottanta, il varo delle leggi non impedì la nascita di un forte movimento sindacale e di una crescita elettorale nel Reichstag. L’affermazione, infatti, sancì non solo il fallimento della politica bismarckiana, ma di riflesso ebbe anche una parte di responsabilità nel provocare l’allontanamento dello stesso dalla Cancelleria [42, p. 801].

Parallelamente, al corso degli eventi politici interni, le vicende dell’espansionismo coloniale, che proprio in quegli anni iniziò a determinare non solo gli orientamenti, ma anche gli antagonismi fra gli Stati [41, p. 332], permise a Bismarck di portare avanti una politica estera efficiente, che sfociò in un risultato straordinario e che lo portò a raggiungere l'apice del prestigio internazionale. In seguito alla guerra franco-prussiana, una nuova ideologia andò diffondendosi nei rapporti multilaterali. Si affermò la politica della forza o della potenza, fondata non più sulla cultura liberal-democratica ottocentesca, ma sullo sviluppo degli eserciti e degli armamenti di terra e di mare [42, p. 798]. Eppure, nonostante questa premessa, il 1870 segnò una svolta per tutta l’Europa occidentale, poiché iniziò un periodo di pace; il più lungo che il vecchio continente avesse mai goduto [42, p. 798]. Questo perché per un ventennio la cristallizzazione del quadro politico europeo garantì lo spostamento delle tensioni ai margini del continente, verso la penisola balcanica e il Mediterraneo, per poi spostarsi verso i territori dell’Asia e dell’Africa. Bismarck, asserendo che «il mio mestiere consiste nel preservare la pace in Europa» [18, p. 338], divenne il custode di questo nuovo equilibrio.

Fra il 1873 e il 1890, anno delle sue dimissioni, Bismarck, legò a sé mediante una fitta rete di alleanze le grandi potenze dell’Europa, gettando le basi di quello che è conosciuto come «equilibrio bismarckiano» o «sistema bismarckiano»(6/4). Fulcro iniziale fu l’alleanza stipulata nel 1873 con l’Austria-Ungheria e la Russia, conosciuta anche come «patto dei tre imperatori», che unì le tre monarchie autoritarie in un comune accordo di salvaguardia degli equilibri conservatori interni [18, p. 344]. L’alleanza, però, presentò fin da subito una criticità interna: l’Austria e la Russia non appianarono mai le loro rivalità per quanto riguardava i loro interessi nei Balcani, tant’è che quando la Russia dichiarò guerra alla Turchia nella primavera del 1877, in seguito alla repressione della popolazione slava perpetrata dal governo ottomano fra il 1875 e il 1876, l’alleanza sembrò infrangersi. L’Austria fu sul piede di guerra, ma Bismarck, indossando i panni del mediatore, indisse a Berlino per l’estate del 1878 un congresso a cui presero parte le principali potenze. Si giunse così ad un accordo che limitò notevolmente i vantaggi ottenuti dalla Russia e ridisegnò la geografia della penisola balcanica: la Bulgaria ottenne l’indipendenza, la Bosnia e l’Erzegovina furono dichiarate autonome, sebbene amministrate temporaneamente dall’Austria, mentre l’Inghilterra, che minacciò di intervenire contro lo zar, ottenne l’isola di Cipro [18, p. 352]. La «pace di Berlino» [18, p. 352] portò così ad uno scongiurato pericolo. In seguito, poiché l’alleanza coi due Paesi era di fondamentale importanza,


(6/4) Per un maggiore approfondimento del «sistema bismarckiano» si rimanda a [44, pp. 250–254, 275–279]


cercò di ricucirne i rapporti. Cosa che avvenne col rinnovo del patto nel 1881. L’anno dopo, in risposta all’irritazione russa per il ridimensionamento delle acquisizioni balcaniche, la proposta di un’alleanza si allargò anche allo «sciacallo che segue il leone per sbranargli la preda» [18, p. 359], ovvero, il Regno d’Italia, che si unì al «sistema bismarckiano» mediate la stipulazione della Triplice alleanza, a cui aderì anche l’Austria. Le tensioni fra Vienna e San Pietroburgo riemersero tra il 1885 e il 1886, quando una serie di contrasti, che avevano come loro centro la Bulgaria, portarono alla definitiva rottura del patto. Bismarck, vedendo che alcuna possibilità di riavvicinamento era possibile, decise di muoversi bilateralmente: mantenne ferma l’alleanza con l’Austria mediante la Triplice alleanza, mentre con la Russia, a insaputa di Vienna, stipulò nel 1887 il trattato di controassicurazione, con cui i due contraenti si impegnavano a restare neutrali in caso di un conflitto dell’uno o dell’altro con una terza potenza [42, p. 800]. Questo fu l’ultimo capolavoro diplomatico di Bismarck, a cui si deve aggiungere il secondo congresso di Berlino del 1884-85, con cui il Reichskanzler definì a tavolino la spartizione dell’Africa, evitando così che le tensioni legate al fenomeno del colonialismo avessero delle ripercussioni in Europa. Infatti, egli giudicò la questione coloniale «un problema a nostro avviso vitale» [18, p. 362].

La Pax germanica si chiuse definitivamente nel 1890, con l’avvento di un nuovo orientamento della politica tedesca voluta dal nuovo imperatore Guglielmo II: la Weltpolitik, una politica estera aggressiva, intrisa di pangermanesimo bellicista, che sostituì la linea europea marcata da Bismarck attraverso la corsa agli armamenti e all'iniziativa coloniale. Ritiratosi dalla vita pubblica, trascorse i suoi ultimi anni pieno di risentimento, pessimista e disperatamente annoiato. Morì il 30 luglio 1898. Sulla sua tomba volle che fosse inciso: «Un fedele servitore dell'imperatore Guglielmo I», [18, p. 425] in sfregio alle incompatibilità delle sue idee col nuovo Kaiser, che lo allontanò dal governo senza pensarci due volte.

divisore 4

CAPITOLO 5

Conclusioni

Come si è potuto evincere, contrariamente all'intento comune, i due statisti hanno adottato approcci metodologici e strategici differenti: Cavour, con la sua abile e paziente politica, condensò la sua forza sullo stipulare alleanze con le principali potenze europee, in particolar modo con la Francia di Napoleone III, col fine di evitare lo scatenare di un conflitto diretto quando possibile, favorendo così un percorso progressivo e cauto in cui muoversi, salvo episodi di tensione. Al contrario, Bismarck, impiegò una strategia più decisa, ricorrendo al sangue e al ferro per raggiungere rapidamente i suoi obiettivi, senza passare fra una sala e l'altra dei consigli d'Europa, come dimostrano le guerre contro la Danimarca, l'Austria e la Francia.

Ma le differenze fra i due, non si è limitata solo ai mezzi impiegati, bensì anche nella loro visione politica, che poi si è riflessa nel processo di State Building post unificazione: Cavour – morendo pochi mesi dopo la nascita del regno d'Italia – non indicò un erede politico preciso, ma lasciò solo le direttrici con cui i suoi successori poterono costruire lo Stato italiano, ovvero uno Stato liberale e costituzionale; mentre Bismarck, restando al potere anche oltre il compimento dell'unificazione, pur modernizzando la Germania, consolidò un sistema autoritario, incentrando il tutto sulla forza militare e della classe conservatrice. Pertanto, l'analisi ha dimostrato come entrambi abbiano contributo a plasmare il destino dell'Europa non solo del XIX secolo ma anche del XX in cui si alternarono regimi costituzionali e autoritari.

divisore 4

Appendice

camillo

Antonio Ciseri, ritratto di Camillo Benso di Cavour, olio su tela, 1859 ca [50].

«Sono figlio della libertà. Ad essa devo tutto quello che sono

(epitaffio sulla sua tomba, presso il Complesso Cavouriano, Santena, Torino)

bismark

Cristiano Guglielmo Allers, Fürst Otto von Bismarck, 28 marzo 1892 [51].

«Wir Deutsche fürchten Gott, sonst nichts auf der Welt.»

(Noi tedeschi temiamo Dio, ma nient’altro al mondo) (1)


(1) Dal discorso pronunciato al Reichstag il 6 febbraio 1888 a seguito dell’atteggiamento minaccioso della Russia

divisore 4

Bibliografia

[1] J. Steinberg, Bismarck: A Life. Oxford; New York: Oxford University Press, 2011.

[2] N. Rich, «The Question of National Interest in Imperial German Foreign Policy: Bismarck, William II, and the Road to World War I,» Naval War College Review, vol. 26, n. 1, pp. 28–41, 1973, p. 34.

[3] A. Banti, L’età contemporanea: dalle rivoluzioni settecentesche all’imperial- ismo. Roma-Bari: Laterza, 2009.

[4] A. Zorzi, A. Zannini, W. Panciera e S. Rogari, Storia 2: dalla metà del Seicento alla fine dell’Ottocento. Garzanti scuola, 2009.

[5] R. Cultura, Clemente di Metternich, https://www.raicultura.it/storia/ articoli/2021/05/Clemente-di-Metternich-c899e4e0-f592-4bea- 8b2f-1ce28be0c037.html, Consultato il: 13/04/2024, 2021.

[6] E. Hobsbawm e T. Ranger, L’invenzione della tradizione. Torino: Einaudi, 2002, Traduzione italiana.

[7] A. Lepre e C. Petraccone, La Storia: dalla metà del Seicento alla fine del- l’Ottocento, 4°. Bologna: Zanichelli, 2012.

[8] L. Ambrosoli, Giuseppe Mazzini: una vita per l’unità d’Italia. Manduria: Lacaita, 1993.

[9] D. M. Smith, Mazzini. Milano: Rizzoli, 1993.

[10] R. Sarti, Giuseppe Mazzini. La politica come religione civile. Roma-Bari: Laterza, 1997.

[11] P. Ballini, cur., 1848-49: costituenti e costituzioni. Daniele Manin e la Re- pubblica di Venezia. Venezia: Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, 2002.

[12] G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, vol.3, la Rivoluzione nazionale, 1846-49. Milano: Feltrinelli, 1960.

[13] G. Rebuffa, Lo statuto albertino. Bologna: il Mulino, 2003.

[14] A. Varni, cur., 1848, la rivoluzione in città. Bologna: Costa, 2000.

[15] D. Smith, Cavour: Il grande tessitore dell’Unità d’Italia, trad. da G. Rossi. Milano: Bompiani, 1985.

[16] R. Romeo, Vita di Cavour. Roma-Bari: Laterza Editori, 2011.

[17] C. B. di Cavour, Autoritratto, lettere, diari, scritti e discorsi, 2°, A. Viarego, cur. Rizzoli-BUR, 2019.

[18] F. Herre, Bismarck: il grande conservatore. Milano: Mondadori, 1994.

[19] A. Taylor, Bismarck, l’uomo e lo statista. Roma-Bari: Laterza, 1988.

[20] G. Corni, Storia della Germania. Milano: Il Saggiatore, 1999.

[21] N. Bianchi, «Lettere di Massimo a Emanuele d’Azeglio,» in Bianchi, apr. 1851.

[22] M. D’Azeglio, Scritti e discorsi politici, II, M. D. Rubris, cur. Firenze: La Nuova Italia, 1936.

[23] D. M. Smith, Il Risorgimento Italiano. Il Giornale, Biblioteca Storica, 1999.

[24] O. von Bismarck, Pensieri e ricordi, V. II. Milano: Fratelli Treves, 1938.

[25] R. D. Ferdinando, «La spedizione piemontese in Crimea (1855-56),» Rivista Italiana Difesa, n. 12, dic. 2005.

[26] R. Martucci, «Cavour e la «scommessa italiana»,» Quaderni Costituzionali, vol. XXXII, n. 2, giu. 2012.

[27] R. Storia, Il Tempo e la Storia Bismarck e l’egemonia tedesca, Television broadcast, Consultato il 05/09/2024, 2016.

[28] G. Rusconi, Cavour e Bismarck: due leader fra liberalismo e cesarismo. Il Mulino, 2011.

[29] O. di Bismarck, Discorsi, Z. Zini, cur. Torino: UTET, 1931.

[30] D. M. Smith, Cavour e Garibaldi nel 1860. Torino: Giulio Einaudi Editore, 1954.

[31] D. M. Smith, Garibaldi: Una grande vita in breve. Roma-Bari: Laterza, 1970.

[32] A. Scirocco, Garibaldi: Battaglie, amori, ideali di un cittadino del mondo. Roma-Bari: Laterza, 2001.

[33] L. Rial, Garibaldi: L’invenzione di un eroe. Roma-Bari: Laterza, 2007.

[34] J. Ridley, Garibaldi. Mondadori, 1975.

[35] C. Pinto, «Romano Liborio,» in Dizionario biografico degli italiani, vol. 88, Consultato il 20/09/2024, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2017.

[36] C. dei deputati, Portale storico, https : / / storia . camera . it/, URL consultato il 25/09/2024.

[37] A. Capurso, cur., I discorsi che hanno cambiato l’Italia, da Garibaldi e Cavour a Berlusconi e Veltroni. Milano: Mondadori, 2008.

[38] La morte di Cavour, win.storiain.net, Consultato il 05/10/2024.

[39] F. Cammarano, Storia dell’Italia liberale. Roma-Bari: Laterza, 2011.

[40] G. Sabbatucci e V. Vidotto, cur., Storia d’Italia, vol. II: Il nuovo Stato e la società civile. 1861-1887. Roma-Bari: Laterza, 1995.

[41] R. Villari, Storia contemporanea. Roma-Bari: Laterza, 1977.

[42] A. Giardina, G. Sabbatucci e V. Vidotto, Nuovi profili storici, Vol. II. Roma- Bari: Laterza, 2012.

[43] O. von Bismarck, Pensieri e ricordi, Vol. II. Milano: Treves, 1922.

[44] M. Stürmer, L’impero inquieto. Bologna: Il Mulino, 1993.

[45] G. Wawro, The Franco-Prussian War: The German Conquest of France in 1870-1871. Cambridge University Press, 2003.

[46] S. Badsey, The Franco-Prussian War 1870-1871. Osprey Publishing, 2003.

[47] M. Howard, The Franco-Prussian War. Routledge, 2001.

[48] A. J. P. Taylor, L’Europa delle Grandi Potenze. Roma-Bari: Laterza, 1977.

[49] J. P. Bled, Bismarck. Roma: Salerno Editrice, 2011.

[50] Le rappresentazioni di Cavour, https://www.camillocavour.com/foto/ le-rappresentazioni-di-cavour, 2023.

[51] Christian Wilhelm Allers, https://commons.wikimedia.org/wiki/Christian_ Wilhelm_Allers, 2023.

divisore 4
Immagine4