Tesi di Marco Pastorello - Il ruolo della Battaglia di Novara nel processo di riunificazione nazionale


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Università degli Studi di Padova

Dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità

Il ruolo della Battaglia di Novara nel processo di riunificazione nazionale

Relatore:

(Ch.mo/a) Prof./ssa Enrico Valseriati

Candidato: Marco Pastorello

Matricola: 2110079

Anno Accademico 2025/2026

divisore 4

Indice

Introduzione

Capitolo 1 - Dalla Restaurazione al ‘49 in Italia

1.1 La penisola italiana dopo il congresso di Vienna

1.2 Da concerto a tempesta, inizia la disfida al Congresso di Vienna

1.3 La rivolta dal basso e la carboneria: i moti del ‘20-‘21

1.4 Si muovono gli aristocratici: i moti del ‘30-‘31

1.5 La transizione, dalla fine dei moti al 1848

1.6 La carta del popolo

1.7 Il ‘48 e la guerra degli Italiani

1.8 La politica “propone” e Carlo Alberto dispone

Capitolo 2 – La fatal Novara

2.1 La riorganizzazione militare

2.2 Una guida

2.3 Organizzazione dell’esercito e denuncia dell’armistizio

2.4 L’esercito in marcia

2.5 Disfatta di Novara e abdicazione di Carlo Alberto

2.6 Carlo Alberto in esilio

2.7 Vittorio Emanuele: Vignale, Milano e Moncalieri

2.8 Risonanza della battaglia in aula e il caso Ramorino

Capitolo 3 – L’eredità della battaglia 51

3.1 Il consolidamento piemontese base per la prospettiva unitaria

3.2 I protagonisti: Massimo d’Azeglio

3.3 I protagonisti: Urbano Rattazzi

3.4 I protagonisti: Costantino Nigra

3.5 I protagonisti: Alfonso La Marmora

Conclusioni

Bibliografia

divisore 4

Introduzione

L'interesse per la Battaglia di Novara e per il suo ruolo all’interno del processo di riunificazione nazionale nasce sia dalla visione di ricostruzioni cinematografiche come La pattuglia sperduta e le miniserie televisive RAI Il Re e Ottocento, sia da una passione personale legata alle tematiche del Risorgimento. Mi chiesi allora, e mi chiedo ancora oggi, che cosa rappresentasse quella battaglia per quanti sognarono l'unificazione nazionale e quali ne fossero le possibili eredità politiche, istituzionali e militari degli anni successivi. Fu solo uno dei tanti episodi bellici o la battaglia che cambiò i destini di una penisola che da tempo sognava l'unità?

Per rispondere a questo quesito è necessario vedere nella sconfitta un ponte storico, uno spartiacque capace di far comprendere le eredità politiche, militari e istituzionali apprese dallo scontro della Bicocca. Dinamiche strettamente legate al rapporto tra Carlo Alberto e Vittorio Emanuele e che portarono dieci anni più tardi alla Seconda Guerra d'indipendenza e all'unità della penisola. Non basta quindi limitarsi all’immagine evenemenziale del Risorgimento post 1849 fermandosi all’avvicendamento sul trono, al proclama di Moncalieri, all’armistizio di Vignale e alla Pace di Milano per spiegare le apparenti conseguenze dei fatti di quel marzo del ‘49. Bisogna invece scavare nel pensiero risorgimentale e uscire dalle memorie prettamente da manuale universitario e guardare piuttosto agli insegnamenti e consapevolezze emersi nel periodo successivo al combattimento. In questa analisi, Novara si inserisce nel più ampio quadro politico europeo delle rivoluzioni del 1848-1849 e come, dalle macerie della «fatal Novara», si sia completata l’unificazione della penisola, trasformando un campo di battaglia in un laboratorio politico, istituzionale, militare e diplomatico, fondamentale per il Risorgimento.

Questo scritto analizzerà, nel primo capitolo, il contesto politico, ideologico e culturale compreso tra la Restaurazione e la tregua di Salasco. L’obiettivo è ricostruire le dinamiche che portarono allo scoppio dei moti del 1820-21, del 1830-31, l’ascesa al trono di Carlo Alberto e la nascita del movimento mazziniano fino alla dichiarazione di guerra del Piemonte all'Impero asburgico nel contesto ‘48. La stesura è stata resa possibile, in particolare, grazie al contributo di opere come la recente biografia di Metternich, scritta da Luigi Mascilli Migliorini, e da scritti riguardanti il Risorgimento in una prospettiva più generale utile a costruire un nesso politico e temporale negli anni preunitari Risorgimento: Costituzione e indipendenza nazionale 1815-1849 / 1849-1866 di Roberto Balzani e Carlo Fiorentino.

Il secondo si concentrerà sulle divisioni politiche e militari conseguenti all'Armistizio di Salasco, il ruolo del governo nella ripresa delle ostilità e la controversa scelta dell’individuazione del generale Chrzanowski come comandante dell’esercito. Si proseguirà con il ripiegamento a Novara, dalla descrizione della battaglia fino all’armistizio di Vignale e la Pace di Milano. Ma la fatal – o Brumal - Novara, così definita da Giosuè Carducci nella poesia Piemonte, fu un punto di rottura col passato che portò a scelte radicali, prima fra tutte l’abdicazione di Carlo Alberto. Egli, il principe nato e cresciuto non certo per assolvere il ruolo di sovrano, divenuto Italo Amleto sempre dal poeta toscano nel medesimo componimento. Per la stesura sono stati utilizzati principalmente i testi di Piero Peri, Storia militare del Risorgimento e la biografia di Carlo Alberto, Il re che tentò di fare l’Italia, di Silvio Bertoldi.

Il terzo sarà dedicato alla riflessione sugli insegnamenti della sconfitta e sulla transizione dalla paralisi istituzionale al nuovo corso politico inaugurato dopo la battaglia. Fondamentali risultano sono quattro figure che emersero dopo la campagna: Massimo d’Azeglio il quale, alla guida del suo ministero, garantì quella continuità istituzionale mancata negli anni precedenti; Urbano Rattazzi, sebbene visto come “l’uomo della sconfitta”, divenne insieme a Cavour fautore della maggioranza che guidò il paese verso l’unità. A queste si aggiungono, Costantino Nigra, il diplomatico al servizio di Cavour che a Parigi lavorò per convincere Napoleone III a farsi difensore della causa nazionale; Alfonso La Marmora, infine, l’uomo che riorganizzò l’esercito sabaudo preparandolo alle sfide in Crimea nel 1855 e poi in Lombardia nel 1859 ma destinato a diventare l’unico capro espiatorio del tragico fallimento del 1866. I riferimenti bibliografici più incisivi sono le biografie dei personaggi, Massimo d’Azeglio – Una biografia politica, di Marziano Brignoli, Urbano Rattazzi – Una biografia politica, di Corrado Malandrino, Costantino Nigra – L’agente segreto del Risorgimento, di Franca Porciani e lo studio di Pierangelo Gentile su La Marmora nel volume sulla dinastia piemontese curato da Silvia Cavicchioli.

Nella memoria collettiva, il momento decisivo per l'unità nazionale è spesso individuato nel ministero Cavour con la Seconda Guerra d'indipendenza. L'immagine di Vittorio Emanuele che entra a Milano insieme a Napoleone III o i monumenti della Battaglia di San Martino e di Solferino sono diventati un simbolo quasi intoccabile. Tuttavia, il ruolo di ogni avvenimento nella storia, le sue cause, le sue conseguenze, non si fermano al manuale. Lo studente, universitario in primis, non deve limitare le sue conoscenze e formare il suo sapere basandosi attraverso scritti e discorsi ma anche tramite interpretazioni proprie e dei pensieri dei diversi soggetti in campo. La storia non si forma con uomini che si muovono come pedine all'interno di uno scacchiere come spesso si pensa ma tramite protagonisti e ideali che sanno muovere cuori e pensieri. Ma questi ideali, questi uomini, questi pensieri, ebbero bisogno di una base politica strutturale e di una stabilità istituzionale assente prima dell’evento oggetto dello studio e costruita successivamente. Questo è l’esempio di Novara. La tesi si concentrerà nel ribaltare la visione secondo cui l'epilogo rappresenti il fallimento e la delusione dei moti indipendentisti e costituzionali. Essa dimostrerà, invece, come da quella sconfitta maturarono le consapevolezze che contribuirono al successo di Cavour, rendendo Novara un ponte storico necessario all’affermazione dell'unità di un popolo prima ancora di un’unione geografica.

Quel 23 marzo cambiò veramente la storia del Risorgimento, fu quello il giorno quando, sotto le macerie e le bandiere bagnate dal sangue dei soldati nacque la nazione, nacque l’Italia.

Nella conclusione però si aggiungerà non solo l’eredità di ieri ma anche un pensiero critico di oggi, al quale, forse, tutti dovremmo ispirarci…

Capitolo 1 - Dalla Restaurazione al ‘49 in Italia

1.1 La penisola italiana dopo il congresso di Vienna

L’ultimo sussulto della Rivoluzione francese ovvero l’età napoleonica, si era conclusa con la disfatta di Napoleone a Waterloo il 18 giugno 1815. Le grandi potenze europee (Regno Unito, Russia, Prussia e Austria) si riunirono a Vienna a partire dal 1° novembre del 1814 per definire il nuovo corso che il vecchio continente doveva assumere, per ristabilire la “pace solida e duratura”.[1] Una pace senza vincitori né vinti. Nella città austriaca l’artefice del nuovo equilibrio politico fu il principe Metternich, rappresentante austriaco, con al seguito Lord Castlereagh per l’Inghilterra, il conte Nesselrode per la Russia e il principe di Hardenberg, prussiano. Parteciparono anche le rappresentanze degli altri stati europei, tra cui la stessa Francia sconfitta rappresentata dal principe Talleyrand. Un altro obiettivo del congresso era restituire ai vari sovrani e dinastie il trono perduto durante il governo napoleonico e ristabilire i confini degli stati al momento precedente alla Rivoluzione francese. Il nuovo assetto internazionale ebbe conseguenze rilevanti anche per la penisola italiana. Il Regno di Sardegna, stato cuscinetto compreso tra la Francia borbonica e l’Austria asburgica, guadagnava, al ritorno di Vittorio Emanuele I, i territori della ex Repubblica Ligure. Nacque il Regno Lombardo-Veneto, realtà politica assoggettata al governo asburgico di Francesco II d’Asburgo-Lorena. Il Ducato di Parma e Piacenza veniva attribuito a Maria Luigia d’Asburgo, già moglie di Napoleone. Il trono di Modena e Reggio tornava sotto gli Asburgo con Francesco IV d’Austria-Este. Le legazioni di Bologna, Ferrara, Ravenna, e Forlì venivano restituite al pontefice ma Ferrara e Comacchio restavano presidiate da austriaci. Papa Pio VII perdeva i possedimenti di Avignone e Contado di Venassino ma manteneva le città di Benevento e Pontecorvo. Nel Granducato di Toscana tornavano gli Asburgo con Ferdinando III figlio dell’imperatore Leopoldo II.

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[1] Luigi Mascilli Migliorini, Metternich. L’artefice dell’Europa nata dal Congresso di Vienna, Roma, Salerno editrice, 2023, p. 130.

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Lucca assunse il titolo di città ducale ma verrà assimilata al granducato nel 1847, stessa sorte accadrà al ducato di Massa e al Principato di Carrara che vennero concessi per diritto a Maria Beatrice d’Este. Al sud si definiva il Regno delle Due Sicilie, il cui vertice era Ferdinando I di Borbone. Si chiudeva così il nuovo quadro geopolitico italiano.[2] La penisola appariva frammentata in stati più o meno eterogenei, come ebbe a dire lo stesso Metternich: “L'Italia non rappresenta che un’unione di stati indipendenti riuniti solamente sotto la stessa espressione geografica”.[3] Tutti mantennero però in forme diverse il modello amministrativo e burocratico ereditato dalla codificazione napoleonica. Nella penisola come nel resto dell’Europa post-rivoluzionaria si era ricostituita l’alleanza tra il trono e l’altare, rinvigoritasi grazie all’istituzione della Santa Alleanza. Questa lega serviva a mantenere lontani nuovi presagi di guerra. Ne fecero parte Russia, Prussia e Austria. Le idee rivoluzionarie del 1789 come la libertà dei popoli avrebbero presto portato a momenti complessi che minarono definitivamente l’obiettivo del “Concerto europeo”. Anche l’Italia con Carlo Alberto e Mazzini ne fu protagonista.

1.2 Da concerto a tempesta, inizia la disfida al Congresso di Vienna

Se da un lato il 1815 rappresentava la riaffermazione dei privilegi aristocratici dall’altra la borghesia vedeva compromessa la sua autonomia mentre il popolo mal sopportava il nuovo assetto politico poiché erano state ristabilite le antiche differenze di classe,[4] Napoli a parte. Nella città partenopea perdurarono insieme rapporti feudali e legislazione napoleonica.[5] Gli anni successivi al Congresso non furono semplici. Nel biennio del 1816 e 1817 si abbatté in Europa una carestia catastrofica che condannò i raccolti, scatenando nella penisola una grave epidemia di tifo e i prezzi dei prodotti agricoli salirono vertiginosamente.

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[2] Roberto Balzani, Genio ed accidentalità di una nazione (1815-1849) in Risorgimento: costituzione e indipendenza nazionale 1815-1849/1849-1866, a cura di Andrea Ciampani, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2012, pp. 34-36.

[3] Aldo Ferrari, L’Italia durante la Restaurazione (1815-1849), Milano-Genova-Roma-Napoli, Società anonima editrice Dante Aligihieri, 1935, p. 15.

[4] Ivi, p. 19.

[5] Ibid.

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Questa situazione funse da detonatore di proteste politiche contro il sistema politico, per la prima volta il sistema viennese subiva uno scossone. Fino al 1820 gli apparati dediti alla sicurezza dei diversi territori lavorarono per bloccare qualsiasi possibile sommossa.

1.3 La rivolta dal basso e la carboneria: i moti del ‘20-‘21

Dal secolo precedente iniziò a farsi conoscere nel continente e nella penisola italiana il movimento della Massoneria. Questa era un’associazione segreta divisa in logge e composta di soli uomini generalmente borghesi e aristocratici che condividevano il pensiero illuminista di libertà, fratellanza e democrazia[6]. Crescerà notevolmente nel primo ‘800. Un ramo della Massoneria, la Carboneria, avrà come obiettivo l’unificazione italiana. I governi degli stati europei mantennero il potere assolutista soffocando le idee liberali che si stavano diffondendo nel continente; si propagò in Europa tramite le società segrete un nuovo ideale, le monarchie dovevano abbandonare il carattere assolutistico per quello costituzionale. Il 1° gennaio 1820 scoppiò a Cadice una rivolta.

Alcuni ufficiali si ammutinarono perché contrari alla missione di repressione indipendentista a loro affidata in America latina. Tutta la Spagna venne coinvolta costringendo Ferdinando VII di Borbone a reintrodurre la costituzione del 1812 precedentemente abolita durante il congresso viennese. I fatti spagnoli giunsero anche in Italia prima a Nola e poi a Napoli, capitale del Regno delle due Sicilie, dove la carboneria si era ben radicata già in epoca murattiana.[7] La capitale insorse tra il 2 e 9 luglio 1820 sotto la guida di Guglielmo Pepe e con l’appoggio della carboneria. Questi costrinsero re Ferdinando I a concedere una costituzione.

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[6] www.treccani.it/vocabolario/massoneria/.

[7] Balzani, Genio ed accidentalità di una nazione (1815-1849), p. 43.

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Questa aveva come “oggetto di governo” la felicità della nazione e ammetteva come unica religione quella cattolica, apostolica e romana;[8] la sovranità risiedeva nella nazione. Con la concessione della carta, composta di 371 articoli, si spense il momento rivoluzionario partenopeo. Palermo insorse proclamando l’indipendenza siciliana, con Ferdinando che si sarebbe ritrovato a capo di due monarchie[9] come il Regno di Polonia, indipendente dalla Russia ma sotto il controllo dello Zar. Ma il parlamento napoletano non la riconobbe e vennero inviati 6500 uomini[10] in Sicilia per sedare la rivolta con a capo Florestano Pepe, ufficiale costituzionale. Questi, tuttavia, cercò di evitare spargimenti di sangue, accordandosi con gli autonomisti decidendo di rinviare la questione al parlamento napoletano. Il 5 ottobre rigettò la proposta, Pepe venne richiamato e al suo posto venne inviato Pietro Colletta obbligato a stroncare i rivoltosi.[11] Il 22 novembre la situazione si era riappacificata a cannonate. Nel mentre l’8 novembre veniva firmato a Troppau un accordo in base al quale in caso di alterazioni, le potenze avrebbero potuto intervenire.[12] Ferdinando volendo riportare l’assolutismo chiese aiuto alla Santa Alleanza, Metternich lo soccorse dopo la discussione al congresso di Lubiana. Truppe austriache, cinquanta mila uomini circa[13] scesero le alpi supportando l’esercito borbonico sconfiggendo i liberali definitivamente. Il 24 marzo ristabilito l’ordine Ferdinando abolì la costituzione. Nel marzo del 1821 nel regno sardo i patrioti, giovani aristocratici e militari, insieme al gruppo carbonaro “Federati”, il 6 marzo cercarono in segreto il supporto del giovane principe Carlo Alberto di Carignano, chiedendo sostegno per la concessione della carta ed gli si mostrò disponibile.[14] L’alleanza tra aristocratici liberali e carbonari saldava i rapporti con i vicini lombardo-veneti giacché con gli asburgici impegnati a Napoli il nord-Italia restava sguarnito dagli stranieri, motivo aggregante di un progetto unitario ancora incerto.[15] I reggimenti di Alessandria poi di Vercelli e Torino causarono un tumulto costituzionale,

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[8] Ivi, p. 45.

[9] Ibid.

[10] Ibid.

[11] Ivi, p. 46.

[12] Ibid.

[13] Ibid.

[14] Ivi, p. 47.

[15] Arianna Arisi Rota, Risorgimento – Un viaggio politico e sentimentale, Bologna, Società editrice il Mulino, pp. 88-89.

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chiedendo la dichiarazione di guerra all’Austria. Re Vittorio Emanuele I scelse di abdicare a favore del fratello, Carlo Felice che si trovava però a Modena. Il 13 marzo Carlo Alberto assunse la reggenza, promulgò temporaneamente la costituzione attendendo l’approvazione del nuovo re, si dotò di una giunta mentre Santorre di Santarosa, aristocratico costituzionalista, divenne ministro della Guerra.[16] Il 22 marzo il reggente si sfilò dal moto richiamato dal nuovo sovrano a raggiungere Novara trovandosi a fianco dei monarchici. Successivamente il comandante de la Tour represse le rivolte supportato dagli austriaci. Carlo Felice annullò infine la costituzione. Anche nel Regno Lombardo-Veneto nel 1820 ci fu un tentativo di insurrezione da parte degli intellettuali legati alla rivista Il Conciliatore, tra i quali Silvio Pellico e Federico Confalonieri. Entrambi resteranno imprigionati nella fortezza dello Spielberg, in Moravia, molti altri invece saranno condannati a morte tra il 1821 e 1822.[17] Pellico liberato nel 1830 pubblicherà due anni più tardi un libro sulle sue memorie chiamato Le mie prigioni. I tratti comuni delle esperienze del biennio furono il protagonismo delle società segrete, i riferimenti alla costituzione del 1812, dal tricolore alla lotta contro il dispotismo. Non erano passati neppure cinque anni dalla chiusura del congresso che già tornava a farsi sentire in Europa, un linguaggio già sentito, una parola non così vecchia: Rivoluzione.[18] Di nuovo nel 1823, le potenze europee si riunivano, questa volta Verona per discutere la questione italiana.

1.4 Si muovono gli aristocratici: i moti del ‘30-‘31

Come i moti del ‘20-‘21 anche questa volta le rivolte furono un contraccolpo per il sistema viennese. La Francia dette il segnale, in Italia l’influsso fu più efficace e diretto rispetto al precedente caso spagnolo.[19] Nel 1824 era salito al trono di Francia Carlo X.

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[16 ] Balzani, Genio ed accidentalità di una nazione (1815-1849), p. 48.

[17] Ivi, p. 49.

[18] Silvia Cavicchioli - Giacomo Girardi, Introduzione in Sfida al Congresso di Vienna. Quadri internazionali e cultura politica nell'Italia delle rivoluzioni del 1820-21, a cura di Silvia Cavicchioli e Giacomo Girardi, Torino, Carocci Editore, 2023, pp. 10-11.

[19] Ferrari, L’Italia durante la Restaurazione (1815-1849), p. 131.

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Volendo perseguire una politica assolutista come la firma delle quattro ordinanze, con le quali il re limitava la libertà di stampa, modificò la legge elettorale, lo scioglimento del parlamento e le successive nuove elezioni. Parigi insorse, la rivolta detta “Rivoluzione di Luglio” svoltasi tra 27 e 29 luglio, venne guidata dal popolo e dalla borghesia, Carlo X abdicò e fuggì. Al suo posto il trono passò a Luigi Filippo d’Orleans[20] a patto che avesse giurato fedeltà a una nuova costituzione. Le tre giornate vennero chiamate “gloriose”, la monarchia autoritaria di diritto divino era stata sostituita da una monarchia legittimata dal basso.[21] L’esito di questa sollevazione circolò in tutto il continente. Il Belgio venne riconosciuto nel gennaio del 1831 da parte delle grandi potenze europee dopo aver chiesto il riconoscimento politico. Era il frutto della rivolta contro i Paesi Bassi.[22] Anche in Polonia nel 1830 scoppiò un’insurrezione contro il governatore Costantino voluto dallo zar Nicola I. Fatto pericoloso perché il regno possedeva sistemi costituzionali e militari propri. Il 25 gennaio 1831 la dieta di Varsavia proclamava l’indipendenza. Lo zar inviò allora centocinquantamila uomini,[23] fu un massacro. La caduta commosse i liberali europei. E in Italia? Il principe Carlo Alberto era lontano parente della dinastia reale francese. Si era convertito al legittimismo dopo le battaglie di Novara e del Trocadero in Spagna. Non si poteva dal canto suo, accettare gli affronti che Carlo X aveva subito.[24] Pensò addirittura di partire con un corpo di spedizione piemontese per la Francia e scacciare l’usurpatore ma Carlo Felice lo bloccò. Si riaccesero timori liberali contro di lui. Gli esuli piemontesi che si trovavano a Parigi avevano inviato a Torino un proclama per liberarsi da Carlo Felice sperando che il nuovo sovrano avrebbe aperto la strada alle riforme. Questo invito non giovava al principe che veniva, anche se indirettamente, coinvolto. Se gli esuli lo riproponevano come riformatore stava a significare che il legame non si era spezzato nonostante la fase precedente.[25 ] Fu l’ultimo assalto al principe prima della sua incoronazione

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[20] Balzani, Genio ed accidentalità di una nazione (1815-1849), p. 63.

[21 ] Arisi Rota, Risorgimento. Un viaggio politico e sentimentale, p. 99.

[22] Balzani, Genio ed accidentalità di una nazione (1815-1849), p. 64.

[23] Ivi, p. 65.

[24] Silvio Bertoldi, Il re che tentò di fare l’Italia, Milano, Rizzoli, 2000, p. 160.

[25] Ibid.

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alla morte dello zio.[26] Già durante la rivolta polacca aveva preso forma in Italia l’idea di un movimento che avrebbe alterato gli equilibri asburgici nei territori emiliani e nelle Legazioni.

Enrico Misley, giovane avvocato modenese, aveva accarezzato l’idea di una congiura contro il duca di Modena Francesco IV d’Asburgo-Este. La volontà era candidarlo a un regno allargato, costituzionale e indipendente, comprendente Emilia, Piemonte e altri territori della penisola individuando come nel caso belga, una dinastia, in questo caso gli Asburgo e realizzare un grande stato “nazionale”, maggiore libertà, e la benedizione del “concerto”. Tutto questo senza spargimento di sangue o con perdite limitate.[27] Il sovrano austriaco dal canto suo voleva accreditarsi come successore sovrano di Carlo Felice,[28] legittimato dalla cattiva pubblicità che si era fatto il principe ereditario Carlo Alberto nel ‘21. Non si può dimenticare però che dall’altra parte delle alpi, a Parigi, si considerava l’indipendenza del Piemonte dagli Asburgo un punto fermo dell’equilibrio nella penisola.[29] Misley venne comunque arrestato. Ciro Menotti, imprenditore di Carpi, fu l’acceleratore della congiura. Egli riuscì ad organizzare una rete di comitati insurrezionali tra le Legazioni, i Ducati, Mantova e Firenze. L’obiettivo era, dopo aver costituito un comitato centrale a Parigi ed in suoi rami nei territori appena citati, una cospirazione che avrebbe portato a una monarchia rappresentativa, un sovrano scelto da un congresso nazionale, Roma capitale e il tricolore con la croce come vessillo.[30] Nel mentre il duca si era staccato dall’idea sovversiva e il 3 febbraio del ‘31 Menotti venne catturato.[31] Il 30 novembre 1830 le Legazioni perdevano il loro sovrano Pio VIII, lasciando il vuoto politico. Il 4 febbraio, dopo che già il 2 era salito al sacro soglio Gregorio XVI, ci fu una manifestazione a Bologna contro i fatti di Modena avvenuti giorno prima. Il prolegato Nicola Paracciani Clarelli, rimasto senza ordini e intimorito dalla piazza, cedette i poteri a una commissione provvisoria con lo scopo di mantenere l’ordine

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[26] Ivi, p. 161.

[27] Balzani, Genio ed accidentalità di una nazione (1815-1849), p. 66.

[28] Ibid.

[29] Ibid.

[30] Ivi, p. 67.

[31] Ivi, p. 68

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e la “pubblica tranquillità”.[32] Questa era composta dal Bevilacqua, Pepoli, Agucchi. Il 5 febbraio il duca di Modena era partito per Mantova cercando la protezione degli austriaci ma il generale Frimont esitò attendendo disposizioni.[33] Il 9 febbraio a Modena i liberali modenesi dichiararono decaduta la famiglia estense, costituirono un governo provvisorio sotto una dittatura (in riferimento alla personalità romana chiamata in condizione di emergenza).[34] Il passaggio di autorità tra potere pontificio e governo provvisorio (guidato da aristocrazie liberali) avvenne in tutto il territorio papale e in modo pacifico. Venne creata una guardia nazionale per mantenere la sicurezza, il motto infatti era “libertà e ordine pubblico”. Il 4 marzo venne pubblicato lo statuto delle Province Unite, la nuova entità sarebbe stata rappresentata da un governo dotato di un presidente e sette ministri, veniva prevista l’assemblea rappresentativa delle province utile alla nomina della commissione per la legge elettorale.[35] Gli austriaci iniziarono a muoversi già ad inizio marzo (spalleggiata da Russia e Prussia),[36] il 9 Francesco IV tornava al trono, il 20 le truppe asburgiche mossero a Bologna e poi fino ad Ancona dove terminò il moto.

Il 26 maggio Ciro Menotti venne impiccato, lo stesso accadde a Vincenzo Borelli il quale aveva stipulato il documento che sanciva la decadenza del duca.[37] Si concludevano così i moti del 1830 e 1831. I moti emiliani furono l’ultima rivolta organizzata dalla Carboneria che dimostrò la sua incapacità organizzativa venendo sostituita dalla Giovine Italia di Mazzini.[38]

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[32] Ibid.

[33] Ibid.

[34] Ibid.

[35] Ivi, p. 69.

[36] Ferrari, L’Italia durante la Restaurazione (1815-1849), p. 147.

[37] Balzani, Genio ed accidentalità di una nazione (1815-1849), p. 72.

[38] Ferrari, L’Italia durante la Restaurazione (1815-1849), p. 148.

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1.5 La transizione, dalla fine dei moti al 1848

Come si arrivò al 1848 dopo i fallimenti del ‘31? Per comprenderlo bisogna partire proprio da quell’anno. Il 27 aprile 1831 morì re Carlo Felice, in mancanza di eredi il suo successore divenne Carlo Alberto, la dinastia diretta dei Savoia si era interrotta e il trono passava ai Carignano.[39]

Due aspetti molto importanti influenzeranno il suo regno, per salire al trono aveva rassicurato che non avrebbe modificato il regime di Carlo Felice mantenendo fede alla politica assolutista del suo predecessore.[40] Un secondo aspetto riguarda il suo stile di vita. Egli si svegliava alle 5 del mattino e lavorava sino alle 5 del pomeriggio senza interruzione. Per colazione si accontentava di un bicchiere d’acqua e del pane, mentre a pranzo solo un po’ di lesso, a cena un po’ di verdura con del pesce e minestra, tutto in piccole porzioni. Due giorni della settimana erano destinati al digiuno. Questa dieta, in aggiunta a dolori al fegato, ridusse il suo corpo a pelle ed ossa e il suo umore, tendente al pessimismo, divenne sempre più nero.[41] Questo secondo elemento sarà determinante soprattutto nel biennio del 1848-1849. A quarant’anni Carlo Alberto aveva un aspetto spettrale.[42] Soffriva d’insonnia e qualsiasi contrarietà lo deprimeva e qualsiasi scelta gli provocava angoscia, non a caso si meritò il soprannome di “Re Tentenna”.[43] A questo punto della sua vita era stato prima vicino ai liberali nel 1821 poi si era distaccato e prese le armi a Novara per bloccare la rivolta dei suoi ex sostenitori infine divenne un eroe revanscista con la Battaglia del Trocadero in Spagna per la quale partì per reprimere i costituzionali spagnoli, la missione serviva a cercare il perdono da parte dello zio sovrano.[44] Ma erano le stesse persone prese d’esempio nei moti del ‘20-‘21 a cui egli stesso aveva dato appoggio in Italia.

Un genovese nel ‘21 aveva sostenuto convintamente il Principe di Carignano, Giuseppe Mazzini. Mazzini nacque a Genova nel 1805, figlio di un carbonaro e medico, di nome Giacomo, e di Maria, repubblicana convinta e credente nei dettami del Giansenismo.

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[39] Bertoldi, Il re che tentò di fare l’Italia, p. 162.

[40] Ivi, p 164.

[41] Ivi, p. 164-165.

[42] Ivi, pp. 169.

[43] Ibid.

[44] Ivi, p. 124.

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Si fa notare come critico letterario, pubblicando sull’Indicatore genovese e l’Antologia. Il 1827 fu un anno decisivo, si laurea in diritto ed entra nella Carboneria. Arrestato e rinchiuso a Savona per cospirazione durante i moti del ‘30 scrive il programma della Giovine Italia. Si trova poi in esilio in Svizzera, dove tenta di rientrare nella penisola per supportare i cospiratori emiliani ma viene bloccato sia a Lione sia in Corsica vedendo finire il moto italiano.[45] Vedendone il fallimento tentò di convincere Carlo Alberto, re di Piemonte, a diventare il nuovo Napoleone italiano. Anche questa speranza svanì, il giovane sovrano volle mantenere una forte politica reazionaria e ordinò che il giovane sovversivo venisse arrestato se fosse entrato nel regno. Il genovese fondò allora nel 1831 a Marsiglia l’associazione Giovine Italia. Perché giovine? Mazzini evidenziò la grande cesura tra i giovani rivoluzionari e le generazioni passate i capi della rivolta avvenuta nel 1831 e che era malamente fallita,[46] egli puntava quindi a un ringiovanimento d’Italia.

La dichiarazione mirava all’unità della penisola sotto la forma repubblicana e unitaria. Repubblicana sia come suprema superiorità ad ogni altro regime politico sia come unica forma che possa realizzare l’uguaglianza e la libertà. Unitaria perché mira a distruggere le diverse municipalità frutto dell’aristocrazia. Per raggiungere questi obiettivi verranno utilizzati due mezzi, l’educazione, tramite scritti e parole, per predicare l’insurrezione, e appunto l’insurrezione che dovrà rappresentare il futuro della nazione nel nome del popolo. La Giovine Italia si diffonderà fino al 1834 e agirà fino al 1844 con l’ultimo tentativo dei fratelli Bandiera. I militanti vennero pesantemente perseguitati, già nel 1833 il sovrano piemontese controllava e dirigeva personalmente i processi. Questa sua azione lo mise in contrasto con il suo odio per l’Austria che i liberali invece avrebbero appoggiato. La cospirazione mazziniana tentò un’azione nella Savoia tra 1833 e 1834 ma venne bloccata nei confini svizzero e francese. Un personaggio che guidò il tentativo diverrà poi disgraziatamente ancor più famoso dopo la disfatta di Novara, Gerolamo Ramorino.[47] Nell’operazione un altro uomo attendeva notizie, Giuseppe Garibaldi.[48]

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[45] Ferrari, L’Italia durante la Restaurazione (1815-1849), p. 160.

[46] Balzani, Genio ed accidentalità di una nazione (1815-1849), pp. 76-77.

[47] Bertoldi, Il re che tentò di fare l’Italia, p. 197.

[48] Ivi, p. 198.

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Fallita questa opzione Mazzini optò per rendere il suo operato non diretto al successo immediato ma mostrandolo come un’opera di apostolato vivente, educando il popolo a nuovi ideali, esaminando i problemi italiani e quelli europei. Nasceva a Berna, in Svizzera, il 5 aprile 1834 la Giovine Europa.[49] Nel 1837 Mazzini dopo varie pubblicazioni venne cacciato dalla Svizzera su pressioni austriache, passando per la Francia si trasferì in Inghilterra dove riuscì a introdursi tra collaboratori di riviste inglesi.[50] Nonostante il regno di Carlo Alberto non fosse iniziato nel migliore dei modi egli riuscì ad apportare misure innovatrici volte a progredire lo stato, dimostrando chiarissime differenze rispetto al regno dello zio.[51] Il nuovo sovrano iniziò a chiedersi se non fosse arrivato il momento di espandere il regno, certo non fino Venezia che avrebbe potuto far concorrenza a Genova ma la Lombardia e i ducati del centro-Italia si potevano immaginare.[52] Il problema era l’Austria, i duchi erano asburgici e pure sua moglie, Maria Teresa, era un’Asburgo. Ma Carlo Alberto iniziò a pensarlo sul serio. La guerra all’Austria la volevano mazziniani, liberali, i patrioti e pure le persone a lui più vicine come Balbo e Sclopis. La guerra all’Austria avrebbe significato la pacificazione interna e il ritorno al sostegno da parte dei ceti avversi nei confronti del sovrano piemontese.[53] La frizione tra il regno sabaudo e l’impero asburgico si presenta già nel 1840, il tema è il commercio. Il Piemonte aveva iniziato a rifornire di sale i cantoni svizzeri contrariamente ad un vecchio trattato siglato con Vienna, il governo asburgico aumentò del 100% i dazi sui vini subalpini che entravano dalla Lombardia. Torino avrebbe allora costruito una ferrovia da Genova al Lago Maggiore per raggiungere gli stati tedeschi deviando il commercio tedesco verso Genova a scapito del porto di Trieste.[54] Provocazioni che innervosirono Metternich ma Carlo Alberto, per il momento, temporeggiando, afferma che non approverà nessuna costituzione come invece si chiedevano a Vienna.

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[49] Ferrari, L’Italia durante la Restaurazione (1815-1849), p. 199.

[50] Ivi, p. 202.

[51] Bertoldi, Il re che tentò di fare l’Italia, p. 200.

[52] Ibid.

[53] Ivi, p. 201.

[54] Ibid

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Nel 1844 intanto falliva il tentativo dei fratelli Attilio ed Emilio Bandiera di tentare uno sbarco in Calabria cercando di far insorgere il popolo ma vennero arrestati e fucilati a Cosenza.[55] Negli anni ’30 e ‘40 pensieri e idee si veicolavano tramite la carta, giornali o opere letterarie contribuivano a elaborare quello che lo storico Alberto Maria Banti definisce nel libro La nazione del Risorgimento. Parentela, santità e onore alle origini dell’Italia unita «il canone risorgimentale»;[56] romanzi, novelle, versi trasmettevano sacrificio e amor patrio, gloria della storia passata e lotta contro lo straniero. Alcuni esempi furono il già citato Conciliatore a Milano, l’Antologia di Vieusseux a Firenze, Ettore Fieramosca di Massimo d’Azeglio. Anche nel teatro ci furono diversi tentativi anche se limitati dalla censura come il Nabucco di Niccolini.[57] Altri interpreti furono Berchet, Giusti e Manzoni. Nel 1847 infine un giovane studente genovese, Goffredo Mameli, scrisse un testo che sarebbe poi diventato l’inno nazionale: Il canto degli Italiani. Un grande contributo venne da Vincenzo Gioberti. Secondo il sacerdote, esule a Bruxelles dopo l’avvicinamento a Mazzini, l’Italia doveva avviare un processo di unificazione verso la religione, verso la chiesa.[58] Il primo passo era compattarsi sotto la guida del pontefice e compiere quattro unioni, la prima, sociale, tra borghesi e nobili; la seconda, politica, tra principi e popoli; la terza, amministrativa, tra stati e province; la quarta, spirituale, tra la penisola e Roma.[59] Celebre fu la sua opera Del primato morale e civile degli Italiani, nella quale affermava il grande genio degli italiani, da cui dipendeva il «far da sé», motivo per cui l’unione doveva essere compiuta in modo autonomo senza l’aiuto di nessuno (opinione condivisa dai mazziniani).[60] Da una parte il “giobertismo” venne ridefinito “neoguelfismo” dagli avversari, dall’altra nonostante la diffusione e condivisione, papa Gregorio XVI non ne diede alcun seguito.[61] Cesare Balbo con le Speranze d’Italia pubblicate nel 1844, condivideva le idee giobertiane. Tra il 1843 e 1845 nelle Legazioni si riaccesero due effimere rivolte rialimentando il tema delle riforme da imporre tramite tumulti.

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[55] Luigi Friso, Rivoluzione Italiana, Padova, Tipografia alla Minerva dei fratelli Salmin, 1881, p. 121.

[56] Citato in Balzani, Genio ed accidentalità di una nazione (1815-1849), pp. 89-90.

[57] Ivi, p. 90.

[58] Ivi, p. 93.

[59] Ibid.

[60] Ivi, p. 95.

[61] Ivi, p. 96.

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Il 1846 riservò per la penisola una grande novità. Il 16 giugno 1846 era stato eletto al sacro soglio Giovanni Maria Mastai Ferretti, Pio IX. Il suo pontificato iniziò con un atto clamoroso: l’amnistia per gli esiliati politici. Era il 16 luglio.[62] Il supporto delle piazze per il papa con questo atto durò fino al 1848. Si era materializzata la figura che avrebbe reso reale il progetto del Gioberti.[63] Il 1º ottobre 1847 il papa annunciò alla capitale una grande notizia: la città sarebbe stata governata da due assemblee, un Consiglio municipale di cento componenti e un Senato di nove nominati dal consiglio;[64] il 10 gennaio 1848 pronunciò la fatidica frase “Dio benedica l’Italia”. Il sentimento nazionalista attraversava la città di San Pietro, frasi come “Viva Pio IX” cambiarono in “Viva Pio IX Re d’Italia”. Si incitava la morte degli austriaci, sovrani stranieri nel nord e visti come cattivi consiglieri dello stato pontificio. Come Metternich ebbe a dire: “La rivoluzione ha colto di sorpresa Pio IX come propria bandiera”.[65] Anche lo stesso sovrano romano era preoccupato, gli incitamenti all’unità della penisola misero in allerta l’Austria. Subito dopo la pronuncia sulla benedizione italiana il papa aveva però aggiunto: “Non chiedetemi ciò che non posso, non devo, non voglio fare”.[66] Viste le spinte patriottiche attorno al papa Vienna inviò a Ferrara un contingente di 800 soldati con i generali Nugent e d’Aspre. L’azione provocò una successiva agitazione, si stavano spargendo voci (false) di una cospirazione che avrebbe dovuto spodestare Pio IX. Con la crisi in atto l’opinione pubblica si concentrò su due questioni, il sentimento antiaustriaco nel centro-nord della penisola da un lato e la lega fra gli stati dall’altro.

Sempre nel 1847 il conte Camillo Benso di Cavour iniziava a scrivere sul quotidiano diretto da Cesare Balbo Il Risorgimento; secondo il conte in un articolo da lui scritto, il risorgimento politico non doveva essere disgiunto da quello economico, bisognava creare un mercato nazionale e favorire manifattura e commerci.[67] Tra gli anni Venti e Trenta i Borbone avevano adottato una politica

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[62] Friso, Rivoluzione Italiana, p. 144.

[63] Balzani, Genio ed accidentalità di una nazione (1815-1849), p. 102.

[64] Christopher Clark, Il fuoco della rivoluzione. L’Europa in lotta per un nuovo mondo 1848-1849, Città di Castello, Laterza, 2023, p. 284.

[65] Ivi, p. 285.

[66] Ivi, p. 286.

[67] Balzani, Genio ed accidentalità di una nazione (1815-1849), p. 108.

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repressiva; all’inizio degli anni Quaranta anche in Sicilia si iniziò a parlare di una lega italiana. L’isola se avesse raggiunto l’indipendenza vi sarebbe confluita.[68] Il 12 gennaio 1848 scoppiò una rivolta antiborbonica a Palermo con successo, un governo provvisorio presieduto dal liberale Ruggero Settimo venne costituito il 30 dello stesso mese. La volontà era rendere la Sicilia un regno autonomo, con la costituzione del 1812 e pronto a entrare nella lega italiana (la bandiera per l’occasione era quella tricolore). Ferdinando II il 10 febbraio promulgò la costituzione per compattare al suo seguito legittimisti e liberali. Il documento era ispirato alla carta francese del 1830, due camere, una di nomina regia e una elettiva su base censitaria; religione cattolica come religione di stato; apertura alla libertà di stampa; esecutivo nelle mani del sovrano e presenza della guardia nazionale.[69] Dopo Ferdinando II a Napoli anche Leopoldo II a Firenze concesse lo statuto il 17 febbraio, Carlo Alberto il 4 marzo e Pio IX il 14 dello stesso mese. Non erano però tutte uguali. A Firenze, ad esempio, erano ammessi altri culti oltre la religione cattolica.[70]

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[68] Ivi, p. 109.

[69] Ivi, p. 111.

[70] Ibid.

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1.6 La carta del popolo

Lo statuto albertino fu l’unico documento che rimase applicato mentre le altre carte vennero ritirate successivamente. Sotto questo punto di vista appare giusto un approfondimento tenendo conto che lo Statuto Albertino fu la costituzione che rimase attiva fino all’applicazione della costituzione contemporanea. Quando Carlo Alberto venne a sapere della promulgazione della costituzione a Napoli, si angosciò. Anche il popolo piemontese lodava la scelta napoletana. Il sovrano però aveva giurato a Carlo Felice di mantenere i poteri della monarchia e respingere proposte che modificassero l’assetto assolutista. Non voler concedere

lo statuto stava a dimostrare che il sovrano si attenesse ad una sorta di vassallaggio verso l’impero asburgico.[71] Che fare?

Egli sapeva che l’Austria stava osservando gli avvenimenti italiani. Il re ancora una volta tentennava.[72] Il 3 febbraio si riunì il Consiglio di Conferenza dove Borelli illustrò la situazione politica. Quando seppe che i suoi ministri erano favorevoli alla promulgazione egli pensò di dimettersi e di lasciare il trono al figlio Vittorio Emanuele. I due si parlarono durante una pausa ma il giovane duca gli disse che non avrebbe accettato la corona e anzi sarebbe partito dal Piemonte con lui. Alla fine, anche il sovrano ammise che fosse giusto concedere la carta piuttosto che farsela imporre. Il 7 febbraio, la conferenza si riunì, Carlo Alberto fu il primo a parlare, orientando la discussione appoggiando la concessione.[73] I temi erano due, l’opinione pubblica e come ristabilire l’ordine. La riunione andò avanti per ore. Borelli espose le basi dello statuto, la doppia camera (una di nomina regia e l’altra elettiva in base al censo), religione cattolica come culto di stato, sacralità e inviolabilità della persona regia, potere esecutivo al re e possibilità di intervenire nella legislazione e convocare o sciogliere le camere, libertà di stampa e del singolo individuo, creazione di una milizia comunale, inamovibilità dei giudici, approvazione delle imposte da parte dell’assemblea rappresentativa. Nel pomeriggio durante la pausa, una delegazione della città di Torino con il sindaco, marchese Vittorio Colli di Felizzano, gli portava la richiesta della costituzione. La risposta alle pompose formule retoriche fu un gelido “Vedrò”[74] da parte di sua maestà, che anzi si lamentò degli assembramenti nella piazza, minacciando di non far nulla finché non sarà tutto sgomberato. Saranno gli stessi delegati a dover liberare la piazza. Alle 16:30 il sovrano scioglie la riunione per riprenderla nella serata, non è chiaro però quanti parteciparono. L’appellativo scelto per la carta fu “Statuto”. La proposta del nome guardava certamente al caso toscano ma quella sera un ruolo determinante lo ebbe Giacomo Giovanetti, un moderato liberale contrario alla costituzione secondo il quale chiamando il documento “Statuto” veniva “annacquato” il riferimento giacobino.[75]

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[71] Colombo, Con lealtà di re e con affetto di padre, Bologna, il Mulino, 2003, p. 68.

[72] Bertoldi, Il re che tentò di fare l’Italia, p. 205.

[73] Colombo, Con lealtà di re e con affetto di padre, p. 78.

[74] Ivi, p. 87.

[75] Ivi, pp. 92-93.

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Statuto faceva riferimento, inoltre, alla legislazione medievale degli “statuta”, venivano rievocati i miti dell’Italia dei comuni che lottavano per la loro indipendenza,[76] tema caro ai simboli risorgimentali. Il termine era inoltre già conosciuto nella legislazione sabauda, nel ‘400 con le raccolte dei “Statuti generali” e nell’epoca recente per gli statuti costituzionali napoleonici. Si può supporre che queste motivazioni abbiano portato alla scelta del nome “Statuto”.

La mattina successiva, l’8 febbraio, il sovrano approvava il documento con quattordici articoli e il proclama della riduzione del prezzo sale. Nel pomeriggio comparvero nel capoluogo i primi manifesti. Nella versione definitiva gli articoli furono ottantaquattro. Per redigerla il consiglio si riunisce il 10, 17, 24, 2 e 4 marzo insieme ad altre riunioni informali. Il 4 marzo è la data della firma, da questo momento il Piemonte si è lasciato alle spalle l’Antico Regime. Lo statuto era composto da un preambolo e gli articoli erano divisi sotto sette titoli “Del Senato”, “Della Camera dei Deputati”, “Disposizioni comuni alle due camere”, “Dei Ministri”, “Dell’Ordine giudiziario”, “Disposizioni generali”.[77] Venne firmato dal sovrano Carlo Alberto, dal Ministro e Primo Segretario di Stato per gli affari dell'interno Borelli; dal primo Segretario di Stato per gli affari ecclesiastici, di grazia e giustizia Avet; dal Primo Segretario di Stato per gli affari di Finanze Di Revel; dal Primo Segretario di Stato per i lavori pubblici, l'agricoltura ed il commercio Des Ambrois, dal Primo Segretario di Stato per gli Affari esteri E. Di San Marzano, dal Primo Segretario di Stato per gli Affari di Guerra e Marina Broglia e dal Primo Segretario di Stato per la Pubblica Istruzione C. Alfieri.[78]

Il testo venne pubblicato il 5 marzo ma l’accoglienza non fu entusiastica e anzi si ipotizzano nuove correzioni; per anni si raccontò di un pieno accordo tra Carlo Alberto e il popolo, sulla premura del sovrano, sulla sua lungimiranza politica ma la realtà fu, come si è visto, decisamente diversa. La costituzione piemontese divenne uno dei simboli del risorgimento, simbolo della magnanimità della dinastia sabauda, della loro liberalità e vocazione costituzionale.

Lo statuto durò nel tempo anche nonostante l’avvento del fascismo. Con la firma dello Statuto ha origine la storia costituzionale del nostro paese.[79] Il primo ministero costituzionale fu quello di Cesare Balbo.[80]

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[76] Ivi, p. 95.

[77] Ivi, p. 108.

[78] Ivi, pp. 177-178.

[79] Ivi, p. 165.

[80] Bertoldi, Il re che tentò di fare l’Italia, p. 210.

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1.7 Il ‘48 e la guerra degli Italiani

A Parigi il re Luigi Filippo d’Orléans guidava il paese con una politica conservatrice, deludendo operai e borghesi. Questi chiesero un rinnovamento politico. Il 23 febbraio scoppiarono i primi colpi sui dimostranti mentre alla Guardia Nazionale si erano uniti studenti e operai. Il sovrano decise allora di abdicare, il 25 veniva proclamata la Repubblica.[81] Il governo provvisorio varò diversi provvedimenti come l’approvazione del suffragio universale, riconoscimenti al diritto del lavoro e associazione.

La rivoluzione toccò anche Vienna a fine febbraio, sin da subito l’obiettivo fu l’estromissione di Metternich considerato il principale avversario della politica riformatrice. La situazione accelerò con le proteste tra il 10 e 13 marzo. La sera del 13 dopo che la folla aveva circondato l’Hofburg, Metternich ricevette dall’Arciduca Luigi la richiesta di dimissioni. Il cancelliere si dimise la sera stessa dopo che la famiglia imperiale lo sciolse dal vincolo di servizio all’imperatore Ferdinando promesso all’ex imperatore Francesco.[82] Cosa accadde nella penisola italiana dopo le concessioni costituzionali? La notizia dei fatti austriaci arrivò anche a Milano, il 18 mattina veniva assalita la guarnigione austriaca presente al palazzo del governo, erano iniziate le Cinque Giornate di Milano.[83] Il tumulto mirava contro le truppe e contro le caserme utili per le armi e la polvere da sparo. Si sparava da dietro ai muri, alle barricate e da sopra i tetti.

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[81] Arisi Rota, Risorgimento – Un viaggio politico e sentimentale, pp. 190-191.

[82] Mascilli Migliorini, Metternich. L’artefice dell’Europa nata dal Congresso di Vienna, pp. 279-280.

[83] Clark, Il fuoco della rivoluzione. L’Europa in lotta per un nuovo mondo 1848-1849, p. 363.

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I cittadini del capoluogo lombardo comunicavano tramite i campanili e verso l’esterno e tramite piccole mongolfiere, si inviarono messaggi d’aiuto. Nella notte tra 21 e 22 marzo arrivò la notizia che Carlo Alberto era pronto a varcare il Ticino, entrare in Lombardia e attaccare gli austriaci qualora gli insorti ne avessero fatto richiesta ufficiale. Era chiara per Cattaneo l’idea di Carlo Alberto, ovvero annettere la Lombardia e il Veneto al Piemonte, con che fine per il movimento repubblicano? Venne raggiunto un compromesso, l’invito andava rivolto a tutti gli stati italiani. La discussione sul futuro successivo sarebbe stata rinviata a dopo la vittoria. Intanto il maresciallo Radetzky si era ritirato insieme alle sue truppe nel quadrilatero (un territorio racchiuso tra le quattro fortezze di Verona, Peschiera, Mantova e Legnago), non si poteva di certo parlare di sconfitta ma di strategica ritirata. La città milanese venne investita dall’euforia quando venne a sapere dell’entrata di Carlo Alberto nel territorio lombardo. Canti di gioia, gente che vagava senza meta, si correva e piangeva per le vie. Era il 23 marzo, si concludevano così le gloriose Cinque Giornate. Venne istituito un governo provvisorio e armata la Guardia Civica. Gabrio Casati, sindaco di Milano gestiva la situazione ampliando il controllo del governo provvisorio a tutto il territorio lombardo. Anche Venezia insorse ma in modo diverso rispetto a Milano. Se in Lombardia il sindaco di Milano e il suo comitato riuscirono a mantenere il controllo dell’evoluzione delle Cinque Giornate e imporsi sugli avversari, caso diverso riguarda la città lagunare. Qui, infatti, Manin immaginò una sollevazione antiaustriaca, il 18 marzo dopo che i soldati stranieri avevano sparato e ucciso otto persone in piazza San Marco, l’avvocato convinse le autorità asburgiche ad istituire la Guardia Civica come in Lombardia col vicegovernatore O’Donnell chiuso in un angolo nel Palazzo del Governo. Questa nei suoi progetti sarebbe servita a proteggere la borghesia e insorgere contro gli austriaci se fosse stato necessario. Angelo Mengaldo comandante della guardia, si rifiutò di sostenerlo. La situazione cambiò il 22 marzo quando gli 800 arsenalotti (operai dell’arsenale) uccisero il comandante Marinovich a causa del mancato aumento dei salari e dall’esclusione dal servizio della Guardia Civica.[84] Manin saputo dell’accaduto si precipitò all’arsenale e prese il controllo della situazione; i militari al servizio degli austriaci, contadini veneti, non spararono.

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[84] Ivi, pp. 410-411.

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Perso il controllo della città agli asburgici non restava altra scelta che il ripiegamento dalla città. Scoppiò una contesa tra la Congregazione Municipale e Manin. L’assemblea la sera stessa aveva ufficializzato la formazione del nuovo governo con la guida di Francesco Avesani, escludendo Manin. Il giorno dopo al caffè Florian un gruppo di influenti cittadini protestò contro questa esclusione chiedendo le dimissioni di Avesani. Temendo altri disordini la sera stessa Manin venne proclamato presidente della Repubblica veneta.[85] Durante i moti milanesi Carlo Alberto in colloquio con due messi lombardi mostrava però qualche perplessità dinnanzi alla possibilità dell’intervento piemontese col rischio successivo della proclamazione repubblicana. Carlo D’Adda uno dei rappresentanti esclamò dicendo: “La repubblica sarà proclamata se Vostra Maestà non si muove”.[86] La guerra all’Austria era un “gioco” grosso ma il sovrano alla fine si convinse. Gli insorti non avrebbero proclamato la repubblica ma l’annessione al Piemonte, altrimenti perché muoversi? Anche il granduca di Toscana pensava di mettersi alla guida della crociata contro gli asburgici. Il 23 marzo a Torino si riunì il Consiglio dei ministri. Furono tutti d’accordo sull’entrata in guerra. Nel pomeriggio venivano pubblicati nella «Gazzetta Ufficiale» i 5 punti approvati in Consiglio; richiamo alle armi, partenza verso il Ticino, accettazione di offerte in mezzi e denaro da parte di privati per l’esercito, mobilitazione dell’armata di riserva e lancio di un prestito nazionale al cinque per cento per sostenere l’impegno della guerra.[87] La sera affacciatosi al balcone del Palazzo Reale la folla lo acclamava, la decisione riscattava in pieno il sovrano, per la prima volta Carlo Alberto si sentiva compreso nelle sue intenzioni e soprattutto italiano prima di piemontese. Nei giorni successivi partirono i volontari, Durando comandava il corpo pontificio mentre da Napoli il generale Guglielmo Pepe partiva alla testa di quattordicimila uomini. Inizialmente si pensava al maresciallo Bugeaud come comandante in capo ma Carlo Alberto non ne volle sapere anche per rispetto allo statuto, i comandanti dei due Corpi d’armata furono Eusebio Bava, primo al comando generale mentre il secondo fu Carlo Canera di Salasco; Vittorio Emanuele e Ferdinando erano

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[85] Ibid.

[86] Bertoldi, Il re che tentò di fare l’Italia, p. 228.

[87] Ivi, p. 229.

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comandante della riserva, il primo, comandante dell’artiglieria, il secondo mentre il cugino di Carlo Alberto Eugenio divenne luogotenente.[88] La disorganizzazione fu evidente sin da subito, mancavano di carte del territorio, di cavalli e non si conoscevano le fortezze di Peschiera e Verona.

Carlo Alberto non stava bene ma voleva dividere la vita insieme ai soldati senza alcun riguardo o preferenza. A fine marzo l’esercito arrivò fino a Peschiera ma il Papa affermò di non voler nessuna guerra né sostenere alcun esercito. Il 29 aprile però accadde l’imprevisto, il papa affermò di non voler la guerra né tantomeno sosteneva nessun esercito. Avvisò le truppe di non superare il Po (non seguiranno però l’indicazione). Ferdinando a Napoli ritirò le sue truppe, il 16 maggio finiva la rivoluzione napoletana.[89] Carlo Alberto che voleva diventare la spada del papato ed essere re della penisola si trovava improvvisamente solo insieme ai volontari. Successivamente i piemontesi ebbero la meglio a Pastrengo, San Massimo e Santa Lucia. Oltre però i veronesi simpatizzavano per l’imperatore asburgico che per il monarca piemontese. Radetzky ottenuti i rinforzi col generale Nugent sconfisse i volontari toscani a Curtatone e Montanara mentre il 30 i piemontesi vinsero a Goito. Cadde anche Peschiera ma la vittoria non venne sfruttata. Radetzky annientò Durando e d’Azeglio nella Battaglia di Vicenza l’11 giugno. Dopo la pesante sconfitta di Custoza il 25 luglio Carlo Alberto si ritirò verso la Lombardia nelle posizioni dove iniziò la stessa campagna.[90] Si riunì il consiglio di guerra, continuare o chiedere la tregua? Passò la seconda. Il 27 Bes, Rossi e Alfonso la Marmora tornavano dal re dopo la discussione con il maresciallo austriaco. La tregua era concessa ma le truppe dovevano ritirarsi oltre l’Adda e non l’Oglio. Tentò di difenderlo ma non ci riuscì. Carlo Alberto era avvilito e continuava a star male. Il 3 agosto Radetzky attaccò Milano, Carlo Alberto evacuò il 6 dopo un accordo tra le due parti. Quando i milanesi vennero a saperlo tentarono di assalire il sovrano piemontese che dovette fuggire la sera riparando insieme all’esercito oltre il Ticino.

Il generale Salasco trattò a Milano l’armistizio che prese il suo nome.[91] L’armistizio era prorogabile, il re firmò nonostante la contrarietà di nuovi ministri come Gioberti e Casati. Questi sostenevano la possibilità del supporto francese alla causa italiana, Carlo Alberto ne temeva invece il rischio dell’appoggio agli insurrezionali e non ai sabaudi. Scoppiò un polverone, i ministeri cadevano e i reazionari rialzavano la testa.[92] I mesi successivi furono altrettanto complessi.

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[88] Ivi, pp. 234-235.

[89] Arisi Rota, Risorgimento – Un viaggio politico e sentimentale, p. 201.

[90] Bertoldi, Il re che tentò di fare l’Italia, pp. 238-239.

[91] Ivi, p. 244.

[92] Ibid

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1.8 La politica “propone” e Carlo Alberto dispone

Il clima in parlamento e fuori era incandescente, l’accusa di tradimento contro chi aveva condotto la guerra aumentava di giorno in giorno fomentata da partiti e influenzata dall’opinione pubblica. La sinistra in particolare sollecitava la ripresa della guerra. Carlo Alberto sognava di rompere l’armistizio, Vittorio Emanuele invece si sentiva vicino al trono. Il 1° febbraio del 1849, all’inaugurazione della legislatura la Camera supportò il sovrano sul tema della guerra, si dimenticava però delle sofferenze che doveva subire il popolo già esausto, i sacrifici richiesti, i morti e l’ignoranza del popolo sulle motivazioni della guerra.[93] Il 21 febbraio Gioberti si dimette da presidente del consiglio, Carlo Alberto nomina il generale Chiodo.[94] La riflessione però era molto più ampia. Se non si fosse fatta la guerra bisognava far la pace con l’Austria che con le sue condizioni non avrebbe soddisfatto l’opinione pubblica, col rischio di gravi disordini interni. Si trattava di fare la guerra contro gli austriaci per evitare una guerra civile col favore asburgico. Il re voleva inoltre dimostrare la sincerità della famiglia alla causa nazionale, quella che si prospettava era decisamente una grande possibilità vista la solitudine del regno sardo nel possibile nuovo tentativo. Certo non si faceva grandi illusioni, era fiducioso più per esigenze di facciata che per convinzione. In caso di vittoria le sue sorti si sarebbero rialzate, in caso di sconfitta avrebbe abdicato ma il sogno indipendentista sarebbe rimasto legato al Piemonte.[95]

Nella seconda metà di febbraio quasi tutti erano convinti della denuncia dell’armistizio anche i moderati, reazionari e savoiardi restavano invece contrari. C’era poi l’aspetto economico. Secondo Cavour se si fosse vinto si sarebbe fatta la pace, in caso di sconfitta il sovrano avrebbe abdicato e il regno sardo avrebbe dovuto pagare le spese di guerra che in ogni caso sarebbe costato meno rispetto al restare nello stato in cui si trovava il Piemonte. Il motivo economico pressava alla guerra. Il prestito volontario e quello forzoso del 1848 avevano incamerato quaranta milioni di lire quando l’obiettivo era almeno cento. Somma insufficiente a mantenere le truppe sul piede di guerra. Il ministro Ricci tentò di cercare finanziamenti all’estero ma invano e neanche nel regno i banchieri vollero impegnarsi né tantomeno il ministro delle finanze riuscì a trovare i 20 milioni necessari per le spese immediate, si presentava il rischio della bancarotta. Tentando un nuovo prestito volontario si fece sapere agli austriaci il disastroso stato in cui versavano le finanze del regno.[96] La guerra si prospettava come il male minore, un nuovo conflitto era alle porte.

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[93] Ivi, p. 246.

[94] Arisi Rota, Risorgimento – Un viaggio politico e sentimentale, pp. 208-209.

[95] Cirri Paolo, Dall'armistizio del 1848 alla guerra del 1849 in L'Italia ricorda il 23 marzo 1849. Dalla battaglia all'Unità il percorso del Risorgimento a Novara, a cura di Paolo Cirri e Paolo Peluffo, Novara, Interlinea, 2011, p. 20.

[96] Ivi, pp. 20-21.

Capitolo 2 – La fatal Novara

2.1 La riorganizzazione militare

La strada era stata scelta, il Piemonte sarebbe sceso in guerra contro l’Austria ma bisognava riorganizzare l’apparato militare. Non si considerò mai perduta la situazione e nonostante l’esperienza negativa dell’anno precedente, il Piemonte era pronto a riorganizzarsi. La riorganizzazione riguardava principalmente l’esercito, era necessario riordinarlo, risolvere i problemi di uomini, servizi e trovare una miglior guida militare, nonostante lo Statuto attribuisse il ruolo di comando supremo a Carlo Alberto.[97] Nella conclusione del capitolo precedente si era accennato al cambio di governo nei mesi tumultuosi successivi all’Armistizio di Salasco. Occorre soffermarsi brevemente anche sui cambi di figure che si susseguirono al vertice del ministero principale deputato al controllo dell’esercito e della gestione della futura campagna, quello della Guerra. La tregua, qualora non fosse stata prorogata, sarebbe scaduta entro i termini delle sei settimane successive al 9 agosto giorno della firma, ovvero il 21 settembre. Il generale Dabormida iniziò a lavorare dopo che il generale Franzini si era dimesso dalla direzione del ministero. Se una figura di alto profilo a cui affidare il comando dell’esercito risultava difficile da individuare (la figura di un generale francese avrebbe corrisposto alla soluzione ideale secondo i piemontesi) alcune figure non particolarmente brillanti erano state sollevate dal loro incarico all’interno dai vertici piemontesi, il conte Falletti, comandante della Brigata Acqui, il generale Sommariva e il generale Garretti della Ferrere. Per il momento nessuna inchiesta riguardo la campagna da poco conclusa e, anzi, secondo Dabormida non era necessario riformare l’esercito ammettendo tuttavia il lacunoso funzionamento del commissariato e del sistema sanitario.[98]

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[97] Piero Pieri, Storia militare del Risorgimento, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1962, p. 264.

[98] Ivi, p. 265.

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Il ministero chiese ai comandanti una relazione delle operazioni della campagna, allegandone le loro osservazioni con lo scopo di chiarire le problematiche riscontrate durante le operazioni.

I documenti tardarono ad arrivare e la commissione incaricata di esaminare la documentazione si riunì il 9 ottobre consegnando la relazione finale non più tardi del 24 dello stesso mese.[99] I generali Sommariva, comandante della prima divisione e Ferrere della seconda, entrambi comandanti di divisione, erano stati sostituiti da Trotti, comandante della Brigata Regina e dal generale Bes, comandante della Brigata Piemonte; restavano al proprio posto i valorosi figli del re, Ferdinando e Vittorio Emanuele, rispettivamente comandanti della quarta divisione, il primo e della divisione di riserva, il secondo, Broglia restava in capo alla terza divisione. La presenza dei figli del sovrano risultava necessaria, infatti si erano mostrati soldati valorosi nella prima parte della campagna, al contrario dei comandanti di brigata o reggimento, spesso anziani e privi di spirito militare.[100]

Il sovrano piemontese fomentava il desiderio di rivalsa, doveva e voleva riscattare l’esito della deludente campagna del 1848. Una differenza però c’era, attorno a lui la situazione era cambiata. Mancava l’entusiasmo dell’anno precedente, la ripresa della guerra (malgrado le necessità evidenziate nel capitolo precedente) sarebbe stata impopolare, demotivata e compromessa a causa della precipitazione.[101] Tutta questa volontà di rivincita non può stupire nessuno, i due volti del sovrano, da un lato reazionario, liberale e redentore della causa italiana dall’altro, trovavano come punto d’unione una politica fortemente antiasburgica sin dal 1831, anno in cui ricevette la corona sabauda. Alle difficoltà militari andava affiancandosi il problema civile; nessuno si preoccupava delle sofferenze da imporre al popolo ormai esausto dai sacrifici, impoverito, stremato dai morti. Inoltre, si sommava l’ignoranza della popolazione sulle ragioni e sui motivi della ripresa dello scontro, si faticava a comprendere la necessità della ripresa delle armi. Sembrava solo utile per consentire al re di vendicarsi; come se la nuova campagna fosse un suo problema personale.[102] Mentre Dabormida si stava adoperando per risolvere le carenze dell’esercito regio, il gruppo di maggior spicco del comando sabaudo (composto da quest’ultimo, da Alfonso La Marmora, che gli succederà al ministero, dal duca di Savoia e dai comandanti Valfrè e della Rocca), insieme ad alcuni elementi della società civile come il conte di Cavour, Petitti e d’Azeglio, credevano nella necessità di affidare le truppe a un capo dell’esercito capace, un generale responsabile, ruolo che Carlo Alberto non aveva esercitato adeguatamente.[103] Chi poteva ricoprire questa delicata responsabilità?

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[99] Ivi, p. 266.

[100] Ivi, p. 267.

[101] Bertoldi, Il re che tentò di fare l’Italia, p. 245.

[102] Ivi, p. 246.

[103] Pieri, Storia militare del Risorgimento, p. 270. ] Ivi, p. 246.

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2.2 Una guida

Persuadere il re a cedere il ruolo di comandante supremo non era cosa facile dal momento che il sovrano, ormai stanco e malato, sognava di cadere eroe in battaglia in mezzo alle sue truppe.[104] Il re alla fine acconsentì delegando le sue funzioni ma restando alla testa delle truppe per obbligo statutario.[105] Dabormida, ancora generale, insisteva su una guida francese, come Bugeaud o Changarnier o Bedeau. Egli stesso inviò a Parigi l’allora colonnello Alfonso La Marmora sperando di riuscire a portare in Piemonte un comandante adatto alla situazione. La missione fallì per timore di infastidire l’Austria. Un addetto allo stato maggiore, il conte Zamoyski, esule polacco, suggerì il nome di un compatriota che riteneva adatto, il generale Chrzanowski. Egli aveva servito l’esercito francese nelle guerre napoleoniche, al servizio dello zar nella guerra russo-turca del 1828 e infine si era distinto nella rivoluzione polacca del 1831. Il re approvò la scelta e il conte partì per Dresda, dove risiedeva il generale per avviare la trattativa.[106] Se nel governo e nell’apparato militare avesse regnato il disordine meglio non avrebbe potuto sentirsi l’opposizione.

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[104 ] Bertoldi, Il re che tentò di fare l’Italia, p. 246.

[105] Ibid.

[106] Pieri, Storia militare del Risorgimento, p. 266.

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Nell’ottobre, il deputato democratico Brofferio, saputo dell’insurrezione in Ungheria, presentò una mozione che chiedeva la ripresa immediata delle ostilità ma venne respinta con una lieve maggioranza di 77 deputati contro 58.[107] Intanto giungeva in Piemonte il generale polacco. Egli ambiva certamente al ruolo di capo di stato maggiore al servizio del re o, almeno, di un comandante francese; non si immaginava di essere subordinato al generale Bava che non lo considerava un superiore. Un episodio di particolare tensione avvenne per opera del Bava. Egli consegnò una relazione sull’andamento della scorsa campagna al Ministero della Guerra, con la volontà però di darla alle stampe. Il documento mostrava tutte le inefficienze sulla condotta del conflitto precedente, il Dabormida tentò di impedirne la pubblicazione come fece col sovrano, il quale rese pubblici i personali punti di vista. La frattura istituzionale era lungi dal ricomporsi, anzi. Il generale Ramorino era stato messo a capo della Divisione Lombarda per volontà dei democratici.[108] Ma chi era Ramorino? Generale già conosciuto in Piemonte aveva collaborato con Chrzanowski nei moti del 1830-31 poi, insieme ai mazziniani, fu tra i cospiratori che fallirono il tentativo di invasione della Savoia nel 1834. Un elemento quantomeno discutibile sia da parte del sovrano e non di meno per Chrzanowski. Pare, infatti, che i due non si stimassero. Il basso prezzo della pubblicazione, inoltre, ne aumentava la diffusione. Non mancarono di certo gli attacchi nei suoi confronti, informazioni così dettagliate in mano a Radetzky divenivano pericolose. Cavour, nel suo giornale attaccò la pubblicazione per la pericolosità dei rapporti in mano austriaca, criticando inoltre le accuse mosse contro il sovrano. La mossa del Bava indispose gran parte dell’apparato militare, lo stesso La Marmora, ancora ministro, rimase indignato della pubblicazione a sua insaputa.[109] Se da un lato più prettamente umano si può immaginare la delusione rispetto alla spaccatura col sovrano e col generale polacco, risultava invece inaccettabile e ingiustificabile la condotta di un generale della caratura del Bava. Nel febbraio del ’49 Bava ricevette la nomina ispettore generale dell’esercito mentre contestualmente il comando passava al polacco

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[107] Ivi, p. 269.

[108] Ivi, p. 273.

[109] Ivi, p. 274.

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inaugurando così un nuovo momento di scoraggiamento e scontento nei ranghi.[110] Con queste premesse come si potevano riaprire le ostilità? Vi era un altro fattore, quello politico, che pesava gravemente e che influenzò negativamente la riorganizzazione dell’esercito sabaudo.

Dall’armistizio di Salasco si erano succeduti alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabrio Casati, Cesare Alfieri di Sostegno, Ettore Perrone di San Martino, Vincenzo Gioberti e Agostino Chiodo. Un numero maggiore di ministri si era adoperato al Ministero della Guerra, Giacinto Provana di Collegno, Antonio Franzini, Giuseppe Dabormida, Alfonso La Marmora, Ettore de Sonnaz, e, nuovamente La Marmora e infine Agostino Chiodo. Perché questi due elenchi? La riforma che l’esercito attendeva ritardava a causa dell’instabilità politica mentre il Chrzanowski, scettico, non si esprimeva in favore della ripresa delle armi. In sostanza ai primi di marzo poco si era fatto e le truppe presentavano ancora pesanti carenze. Di fronte a questa paralisi istituzionale, tra la corte, il Parlamento e le alte sfere del comando militare, Chrzanowski come poteva adoperarsi nel preparare al meglio la campagna? Dopo le dimissioni di Gioberti, la guida del governo passò ad Agostino Chiodo, il 1° marzo in una riunione con il polacco ed altri rappresentanti dell’esercito si discusse sull’organizzazione delle forze armate, negli ultimi due mesi poco era stato fatto, non c’era una vera nuova organizzazione mentre quella vecchia era stata scombinata.[111] Successivamente però il Presidente confermò che entro la metà del mese sarebbero riprese le ostilità.

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[110] Ivi, p. 278.

[111] Ibid.

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2.3 Organizzazione dell’esercito e denuncia dell’armistizio

Nei sette mesi di armistizio il lavoro debito al rinnovamento dell’esercito avvenne sotto la supervisione in special modo di Dabormida e di Alfonso La Marmora mentre nel periodo di De Sonnaz si assistette a una paralisi.[112] L’azione mirò innanzitutto a ridimensionare le classi di riserva, da 8 a 6, composte da soldati che avevano già moglie e famiglia, privi di spirito militare e nati nel 1812; fu inoltre chiamato il contingente di 13.000 reclute del 1829 in aggiunta alle 13.000 della classe del 1828 più 9.000 del ’27, ’26, ’25, contando un insieme di 35.000 reclute.[113] Si volle poi ridurre il numero dei componenti di ogni compagnia da 250 a 170 uomini, mantenendo lo stesso organico di ufficiali, ogni ufficiale avrebbe dovuto guidare meno soldati. Tale decisione imponeva un incremento del corpo degli ufficiali di cui l’esercito difettava di cronica carenza aggravandone la fragilità. Il Duca di Genova insieme alla Commissione d’Inchiesta nel tentativo di far fronte alla mancanza di ufficiali raccomandarono l’utilizzo degli studenti. Quest’ultima citava l’esempio degli studenti di Ingegneria ammessi al corpo del Genio, i quali si erano rivelati sotto certi aspetti superiori agli stessi ufficiali subalterni di carriera.[114] La quota mancante venne assorbita da sottufficiali di carriera. Tale orientamento fu decisamente un grave errore tattico.[115] Le truppe risultarono inquadrate al peggio rispetto la situazione iniziale. A tale problematica si aggiunse il fatto che molti dei soldati più vecchi o degli elementi delle classi ’25-’29 cercarono di non essere ammessi alla prima linea e a darsi malati.

Erano 144.000 gli uomini chiamati per la campagna del 1849. Andavano sottratti però 11.000 di riserva e comunque anziani rimandati a casa, altri 11.000 ammalati o datisi malati e altri 13.000 rimandati a casa perché “meno atti al servizio militare”; il corpo delle armate sarde era contato a 109.000 uomini.

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[112] Pieri Piero, Il problema del reclutamento in Piemonte nel 1848-49 in Il Risorgimento in armi. Guerra, eserciti e immaginari militari, a cura di Enrico Francia, Milano, Edizioni Unicopli, 2012, p. 165.

[113] Ivi, pp. 165-166.

[114] Ibid.

[115] Ivi, p. 167.

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Da

questi dati si può percepire la scelta di compensare alla qualità dei soldati ammogliati un numero più alto di soldati. Togliendo anche quelli che non combatterono nella campagna del ’49 a marzo l’esercito levate alcune classi più vecchie, ammogliati, non idonei e imboscati contava 55.000 uomini.[116] Molti meno se si pensa che nel 1848 l’esercito sabaudo contava 70.000 unità.[117] La guerra gravò quindi su chi già aveva prestato servizio nella precedente campagna[118] mentre l’idea di un esercito accresciuto si dimostrò illusoria. Facile intuire come in realtà l’esercito piemontese che era stato concepito da Carlo Alberto non era in grado di rispondere alle esigenze di una guerra nazionale.[119] Tutto questo in una panoramica generale. Entro la fine di settembre Chrzanowski aveva già controllato le truppe di confine apparendo come un uomo di notevoli cognizioni militari, tuttavia, a suo scapito, non conosceva la lingua ed era privo di presenza scenica, non sembrava un trascinatore di uomini, non sembrava il trascinatore di cui l’esercito sardo aveva estremamente bisogno. La Marmora si era poi scontrato con il Bava sulla riforma militare, il primo aveva predisposto il passaggio da un esercito di numero a un esercito di qualità, il secondo era contrario ad un esercito di riservisti. Effettivamente la scelta del comandante biellese ebbe una nota positiva, come sottolineava Ilarione Petitti in una lettera al padre Agostino, ovvero l’eliminazione di parte degli ufficiali incapaci e di uomini ammogliati aveva portato come beneficio uno spirito migliore e una maggiore disciplina.[120]

Continuava però a gravare il problema del personale sanitario da campagna col relativo materiale.[121] Mancavano i locali dediti all’alloggio delle truppe. Quando il Presidente del Consiglio Chiodo aprì alla possibilità di rompere l’armistizio, Chrzanowski rispose che i contingenti non saranno pronti prima di fine marzo. Come si arrivò alla rottura dell’armistizio? Parlamento e governo volevano denunciare l’armistizio il 10 per iniziare le ostilità il 18, Carlo Alberto chiese di non iniziare la campagna il 18 perché insieme al 19 erano giorni festivi,

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[116] Pieri, Storia militare del Risorgimento, p. 281.

[117] Ivi, p. 282.

[118] Pieri, Il problema del reclutamento in Piemonte nel 1848-49, p. 165.

[119] Ibid.

[120] Pieri, Storia militare del Risorgimento, p. 272.

[121] Ivi, p. 276.

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si poteva iniziare il 20, denunciando l’armistizio il 12… mentre il generale polacco chiedeva di aspettare la fine di marzo. A causa di un disguido la lettera di avviso della ripresa delle ostilità non arrivò al Chrzanowski che il pomeriggio del 13 marzo. A quel punto la notizia era sui quotidiani e veniva a saperlo comunque dopo del Radetzky![122] Questa confusione non fu certo di buon auspicio per il nuovo conflitto. Secondo il piano strategico del generale polacco si poteva condurre una campagna di logoramento senza arrivare a una grande battaglia consapevole della solidità delle truppe unita alla loro bassa istruzione militare. Il ministero preferiva invece un conflitto di rapida soluzione accompagnato da un’insurrezione in Lombardo-Veneto,[123] confidando nel sostegno delle altre città italiane, approfittando del fatto che l’Austria si trovasse in crisi a causa delle rivolte in Ungheria, Boemia e a Vienna. Non andava inoltre dimenticato il fatto che le finanze piemontesi si trovassero in un grave stato di precarietà. Chrzanowski aveva comunque una vaga idea di riuscire a riportare il re a Milano, tuttavia, la sua incertezza continuerà a prevalere, segnando già il destino della campagna prima ancora di incrociare le armi. Prima di entrare nelle dinamiche della breve campagna si ritiene utile elaborare un breve confronto su come vennero elaborate la dichiarazione di denunzia dell’armistizio sardo e la risposta austriaca e sulla ricezione nelle popolazioni. Nel manifesto piemontese. Alle nazioni della Civile Europa, il governo sardo richiamò all’Europa la questione dell’indipendenza italiana che trovava come ostacolo nel suo cammino il potere austriaco sia nel Lombardo-Veneto sia nella sua influenza negli altri stati della penisola.[124] Era l’Austria il nemico principale contro cui unire gli sforzi. Non poteva mancare il riferimento alle istituzioni liberali ottenute in precedenza, la vera libertà risiedeva però nell’indipendenza. Nel primo capitolo si era vista l’influenza austriaca negli stati italiani dopo il Congresso di Vienna, anche nel proclama ritornò il tema. Si affermava che la penisola fu costretta a subire i trattati congressuali; l’Italia doveva esistere non solo nella geografia o nella statistica ma nell’insieme delle nazioni civili.[125]

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[122] Ivi, p. 279.

[123] Ivi, p. 283.

[124] Anon, Documenti relativi all’ultima guerra e al disastro delle armi italiane a Novara, Venezia, Tipografia Andreola, 1849, p. 7.

[125] Ivi, p. 9.

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Da un anno il sentimento unitario italiano era il grido del popolo, un grido unanime delle popolazioni italiane e il governo sabaudo voleva onorare la guerra per la causa patriottica. Tutti i governi si unirono e tutti infatti inviarono i loro contingenti anche se poi si ritrovò solo. Dopo l’armistizio del 9 agosto, non restava al governo che una scelta, la guerra, e la prese.[126] L’epilogo del proclama, di denuncia e richiamo verso il continente riveste una valenza politica e comunicativa tale da meritare di essere riportata integralmente:

“L'Europa giudicherà fra il governo sardo e l'austriaco. Essa dirà se da un canto si poteva spingere più oltre il rispetto d'una convenzione subita, la longanimità, la pazienza; dall'altro la infrazione dei patti, la violenza, l'insulto: e nella lotta, che sta per ricominciare, non vorrà certo negar le sue simpatie a quella parte che combatterà per gli imprescrittibili diritti dei popoli, per le sante ragioni dell'umanità. Il governo sardo le invoca (simpatie per la causa da parte delle altre nazioni) da tutte le nazioni civili: le invoca da quelle alte potenze, che gli furono già liberali de loro benevoli ufficii: le invoca da tutte quelle genti, che in antico o di recente combatterono o combattono per la loro indipendenza, e sanno quanto amaro sia non possederla, quanto arduo conquistarla; l'invocata dalla Germania stessa, a cui le relazioni di lingua, di vicinanza, di consuetudini coll'austriaco, non devono far dimenticare quanto sia stato e possa essere ostile al ricomponimento della sua forte nazionalità: le invoca con più calore e fiducia dai popoli di questa penisola, che tutti, in dispetto delle colpe e degli errori di tanti secoli, sono pur sempre congiunti dalle reminiscenze, dagl’intendimenti, dalle speranze e dal cuore. Così la guerra dell'indipendenza nazionale si riapre. Se gli auspicii non ne possono essere tanto lieti quanto nello scorso anno, la causa n’è pur sempre la stessa; santa, come il diritto che hanno i popoli tutti, arbitri del suolo in cui Dio gli ha posti; grande, come il nome e le memorie d'Italia. E certo i voti d'Italia ci seguiranno su quei campi, dove questo esercito subalpino, col magnanimo suo re, cogli animosi di lui figli, diede così splendide prove di valore, d’intrepidezza, di pazienza; dove i nostri fratelli della Lombardia, della Venezia, dei ducati, hanno sofferto per sette mesi gli oltraggi più acerbi, le più crudeli torture. Confidiamo a dunque di vendicare i dolori della patria, di affrancare coll’armi nostre quanta parte ne è in balia dello straniero, di liberare dalla lunga pressura l'eroica Venezia, di assicurare l'indipendenza italiana.”[127]

La replica del feldmaresciallo si configurò nell’accusa a Carlo Alberto, attaccandolo sia sulla cattiva gestione bellica sia sull’ostilità che aveva ricevuto dai lombardi citando l’emblematico episodio di Palazzo Greppi, traforato dalle pallottole di fucile scagliate dai milanesi contro la ritirata sabauda. Parallelamente, il generale austriaco si ribadì mostrando la sua magnanimità e clemenza verso i rivoltosi e verso l’esercito avversario presentandosi come devoto servitore del suo sovrano.

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[126] Ivi, pp. 14-15.

[127] Ivi, pp. 15-16.

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Sul piano del diritto Radetzky oppose una provocatoria simmetria, all’Austria veniva recriminato il possesso del Lombardo-Veneto, posseduto da usurpatori tramite dei trattati, non furono gli stessi trattati che concessero al Piemonte il possesso della Sardegna? Il rappresentante austriaco si sentiva sicuro, non temeva di riprendere in mano la spada, egli difendeva la causa imperiale forte della sua supremazia militare. Il tono si fece più sarcastico ma pur sempre deciso nella parte finale: “Decida un’altra volta la spada, il possesso di Torino renderà forse più facili le trattative di pace.”[128]

Nei giorni si susseguirono diversi proclami e circolari verso i soldati, verso i cittadini da parte dei rappresentanti dell’esercito sabaudo dal La Marmora allo Chrzanowski e anche da Carlo Alberto dal quale partirono circolari persino a vescovi, arcivescovi e parroci dove si chiedevano le prescrizioni di preghiere per il successo della nuova campagna.[129] Urbano Rattazzi, Ministro dell’Interno, metteva a conoscenza la popolazione sugli andamenti militari più volte al giorno tramite l’utilizzo dei bollettini. Dall’altra parte anche i proclami austriaci miravano al coinvolgimento della popolazione e dei soldati. Del resto a scontrarsi non erano solo due eserciti ma anche due visioni, due politiche, due realtà totalmente diverse.

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[128] Ivi, pp. 21-22.

[129] Ivi, p. 50.

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2.4 L’esercito in marcia

Le operazioni militari sabaude iniziarono dopo il dispiegamento delle forze lungo il confine, schieramento frammentato che trovava come punto di cerniera la zona della Cava, sulla sinistra del Po, in previsione di un possibile attacco di Radetzky che avrebbe mosso le truppe da Pavia. Alla Cava si trovava il generale Ramorino,[130] il quale doveva restare nella riva sinistra del Po e avvertire con i suoi cannoni il comando sabaudo in caso di attacco austriaco. Non si sa se per la poca stima tra i due o per disobbedienza dell’italiano, ma egli rimase alla destra del fiume aprendo la strada all’esercito imperiale verso Mortara e Novara. Decisione assurda che pagherà col prezzo della vita. Chrzanowski perdeva tempo per le contromisure.[131] Il 20 marzo il re varcava il Ticino, l’esercito vinse a Borgo San Siro e alla Sforzesca, ma Radetzky occupava Mortara. Di qui si aprivano le strade per Novara e Vercelli. Il 22 marzo il sovrano arrivava a Novara, luogo in cui nel 1821, era stato inviato da Carlo Felice per combattere Santarosa e reprimere i moti le cui idee avevano fatto breccia nel suo cuore. I presagi non erano buoni. I ricordi gli tornavano in mente. Quale poteva essere lo stato d’animo del sovrano? Doveva mostrarsi fiducioso, ma lo sarà stato davvero? Stava male e continuava a dimagrire quando solitamente all’aumentare d’età aumentava il peso. Era la sua volontà a tenerlo in piedi. Ma quale volontà, quella di fare l’Italia o morire sul campo e raccogliere gli onori d’essere morto per la causa? Aumentavano i contrasti col figlio Vittorio, futuro sovrano che già da tempo aspirava alla corona mentre la stima per il padre sia come sovrano sia come condottiero scarseggiava sempre di più.[132] Le truppe comandate da Chrzanowski si spostarono su Novara mentre Radetzky era indeciso tra dirigersi su Novara o Vercelli.

La mattina del 23 marzo le truppe piemontesi erano schierate davanti a Novara, il generale polacco le aveva predisposte per una manovra difensiva-controffensiva. Qui si sarebbe combattuta la battaglia decisiva.

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[130] Silvio Bertoldi, Il re che tentò di fare l’Italia, p. 248.

[131] Ivi, p. 249.

[132] Ivi, p. 248.

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2.5 Disfatta di Novara e abdicazione di Carlo Alberto

Il clima nel campo piemontese non era buono, molti soldati nella notte si erano dileguati, chi era rimasto dormì poco. Non si credeva alla vittoria mentre aumentava il presagio della sconfitta.[133] Il clima uggioso e freddo non migliorava certo la situazione. Verso le undici una vedetta dalla Bicocca annunciò l’arrivo degli austriaci, lo scontro risolutivo aveva inizio. Il fronte piemontese era stato posizionato tra i fiumi Terdoppio e Agogna, il perno della linea si trovava nella zona della Bicocca, se l’esercito austriaco avesse sfondato in quel punto la resistenza piemontese si sarebbe sfaldata. L’esercito imperiale era stato inizialmente diviso in due raggruppamenti poiché Radetzky credeva che i sabaudi si fossero ritirati verso Vercelli mentre il d’Aspre credeva che si trovassero a Novara. Alle undici iniziò il primo attacco austriaco dove i piemontesi prima cedettero poi riuscirono a contrattaccare. Di nuovo verso mezzogiorno gli asburgici vennero bloccati e contrattaccati.

A quel punto d’Aspre avendo ben compreso di trovarsi dinnanzi l’intero esercito sardo, chiese il supporto a Radetzky. Poco dopo ebbe luogo un terzo attacco austriaco dove il re rischiò di esser preso prigioniero dal reggimento “Gyulai” ma il contrattacco piemontese fece indietreggiare gli austriaci. Alle tredici il quarto attacco fu più poderoso con le due divisioni, Arciduca Alberto e Shaaffgotsche,[134] poco dopo verso Olengo e Castellazzo entra in azione la divisione del duca di Genova. La divisione respinge gli austriaci ad ovest verso la Bicocca sotto il comando del generale Passalacqua. Quest’ultimo viene colpito a morte mentre riordinava le truppe. Alle quattordici i piemontesi sfondano ad Olengo, gli imperiali retrocedono in disordine. A questo punto, Chrzanowski invece di ordinare l’attacco generale bloccò l’offensiva vittoriosa. Alle quindici ribadì la volontà di non attaccare, iniziavano però ad arrivare le unità del terzo corpo austriaco. Poco dopo il secondo corpo austriaco attaccò i sabaudi, il generale Perrone, tra i più valorosi, venne ferito a morte. Alle sedici gli austriaci iniziarono l’attacco alla Bicocca verso le diciassette l’esercito regio entrò in crisi nel punto nevralgico della sua linea, dovranno abbandonarla mezz’ora dopo. Carlo Alberto, vedendosi sconfitto, cercò la morte nel campo di battaglia. Alle diciotto Radetzky ordina l’attacco generale, i piemontesi iniziano a retrocedere verso Novara.

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[133] Cirri, Dall'armistizio del 1848 alla guerra del 1849 in L’Italia ricorda il 23 marzo 1849, p. 20.

[134] Ivi, p. 12.

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La Marmora ordinò la ritirata generale a insaputa del re.[135] Alle diciannove viene bloccato un tentativo di accerchiamento dei soldati in ritirata e alle venti si sentivano gli ultimi colpi di cannone. Le perdite furono gravi da entrambe le parti, 578 morti, 1405 feriti, 409 dispersi o prigionieri e 8 cannoni dalla parte sarda. 410 morti, 1850 feriti, 963 dispersi o prigionieri dalla parte imperiale. Nella realtà le perdite superarono le 4000 unità per parte.[136] Chrzanowski non aveva sfruttato l’occasione del ripiegamento austriaco che avrebbe potuto consegnare la vittoria al Piemonte. La disastrosa sconfitta apriva la strada all’invasione del regno sardo.[137] Carlo Alberto si riunì insieme agli altri generali a Palazzo Bellini, sulla battaglia disse che:

“La Bicocca è stata perduta e ripresa tre o quattro volte, poi le nostre truppe hanno dovuto cedere… il generale maggiore si è adoperato a tutto il suo potere, i miei figli hanno fatto tutto il loro dovere, il duca di Genova ebbe uccisi sotto di sé due cavalli. Ora, ridotti entro la città, sulle mura, col nemico qui sotto e con l’esercito stremato, una ulteriore resistenza è impossibile. Occorre chiedere un armistizio.”[138]

Se ne occupò il sottocapo di Stato Maggiore Fecia di Cossato, il quale incontrò il capo di Stato Maggiore austriaco Hess. Le condizioni presentate erano durissime se non umilianti, occupazione della Lomellina e della fortezza di Alessandria, la consegna dei patrioti provenienti dalla Lombardia che successivamente alle Cinque Giornate di Milano si erano uniti all’esercito sardo per combattere contro gli asburgici.[139] L’umiliazione era grande. Carlo Alberto sapute le condizioni chiese ai suoi uomini se fosse possibile tentare lo sforzo di aprirsi la via di Vercelli e chiudersi ad Alessandria. La risposta fu negativa. Nella città i soldati si ribellavano ai comandanti, disertavano e buttavano via le armi e come in tutte le sconfitte la disciplina era crollata.[140] Saccheggi si verificarono anche fuori dalla città. Nessuno ne voleva sapere di combattere.[141]

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[135] Bertoldi, Il re che tentò di fare l’Italia, p. 250.

[136] Paolo Cirri – Paolo Peluffo, Cronologia in L’Italia ricorda il 23 marzo 1849, pp. 13-14.

[137] Bertoldi, Il re che tentò di fare l’Italia, p. 250.

[138] Ibid.

[139] Ivi, pp. 250-251.

[140] Ivi, p. 251.

[141] Ibid.

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Il sovrano non aveva altre scelte mentre c’era il rischio di una possibile aggressione contro di lui da parte degli sbandati.

Sono le 21:30, dopo quella giornata così pesante, così sofferta e triste, il sovrano compì la sua ultima scelta. Chiamò i figli, il comandante Chrzanowski, i generali Alessandro e Alfonso La Marmora, Fecia di Cossato e Durando, e il ministro Cadorna, unico rappresentante del governo. Ammettendo di non vedere altre vie d’uscita annunciò la sua abdicazione, Vittorio Emanuele gli sarebbe succeduto al trono. Era questo l’ultimo suo sacrificio per l’amore del regno e dell’Italia. Al di là dei suoi limiti e delle sue responsabilità nel disastro, gli si doveva riconoscere una indubbia grandezza. Tentarono di dissuaderlo ma egli concluse: “La mia decisione è frutto di matura riflessione; da questo momento io non sono più il re, il re è Vittorio, mio figlio.”[142] La speranza di Carlo Alberto era quella che Vittorio avrebbe potuto ottenere migliori condizioni dagli austriaci.[143] Con una carrozza partì per Nizza portando con sé solo il bagaglio personale.

Carlo Alberto era stato il primo a scendere in campo, in nome d’Italia, contro una potenza straniera, nel nome di un’Italia libera e indipendente. Se di questa Italia, per la quale si giocava tutto ed egli ambiva a diventare re, era il minimo che potesse pretendere. Non era possibile per lui andare d’accordo con Mazzini, colui che voleva farlo uccidere e che voleva eliminare tutte le monarchie, sabauda inclusa. Non era in grado di seguire il pensiero del genovese, non per carenze culturali ma perché la sua formazione e vocazione dinastica erano inconciliabili con le idee del ligure.[144] L’ormai ex sovrano partiva senza consolazioni e convinto di non aver difeso neppure l’onore. Sul campo di battaglia l’onore era stato difeso, lo stesso Durando gli disse che si stavano battendo da cinque ore, inferiori di numero nessuno potrà dire che avessero macchiato l’onore della bandiera.[145] Attraversando le strade di Novara vedeva incendi appiccati dai disertori, soldati ubriachi e in cerca di bottino, altri che sparavano alle guardie e alla popolazione, cadaveri nel fango e negozi saccheggiati. Ma non aveva perso l’onore né lui che era rimasto nelle prime linee per tutto il tempo della battaglia, né l’esercito. Alla sua partenza l’esercito non esisteva più e non si poteva pretendere che soldati stanchi, affamati e sconfitti si comportassero in modo disciplinato. Passava per quelle vie spossato, provato dalle fatiche. Pensava già al Portogallo? Intanto per il momento doveva abbandonare il Piemonte.[146]

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[142] Ibid.

[143] Ivi, p. 252.

[144] Ibid.

[145] Ivi, p. 261.

[146] Ivi, p. 262.

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2.6 Carlo Alberto in esilio

Ad un certo punto della notte venne bloccato da soldati austriaci, egli spiegò che era il conte di Barge, colonnello piemontese partito per una missione speciale. Dovettero attendere l’arrivo del generale Thurn di Vallesassina;[147] casualità voleva che fosse uno dei vincitori della Bicocca. Spiegò al generale che voleva ritirarsi a Nizza stanco di combattere e avvilito dalla sconfitta.[148] Dopo esser stato riconosciuto da un bersagliere come conte di Barge poté ripartire. Il suo viaggio sembra oggi ricordare quello di Vittorio Emanuele III verso Pescara quasi cent’anni più tardi, con il salvacondotto di Kesselring (tacito) in luogo di quello esplicito del Thurn.[149] Entrambi di lingua tedesca. Intanto il 3 aprile venne raggiunto dal marchese Carlo La Marmora e dal conte Ponza di San Martino perché nella fretta la sera di Novara aveva annunciato il passaggio della corona al figlio ma nella furia di andarsene non aveva firmato l’atto di abdicazione.[150]

Raggiunse Oporto in Portogallo, lungo e pesante era stato il viaggio ma molto di più erano i pensieri sulla sua vita, Mazzini, l’esperienza di Milano, i lombardi che volevano la repubblica mentre il sovrano combatteva per la libertà, i principi italiani che guardavano ai loro casi, l’Italia, il popolo, la crociata contro l’oppressore, si riduceva tutto in parole.[151] Dall’albergo passò a una casa, più opportuna per quell’uomo che era già stato colto dal primo infarto. Anche qui mangiava poco e spesso si rifiutava per seguire le sue crisi mistiche tormentandosi col cilicio convinto di poter espiare i suoi peccati e salvare la sua anima.[152] Morì il 23 luglio 1849.[153] Carlo Alberto fu un uomo, il padre del futuro re d’Italia, primo e solo principe ad aver sognato la causa unitaria, l’unico sovrano ad aver avuto chiaro il concetto di nazione, l’unico ad aver interpretato le confuse aspirazioni delle menti più lungimiranti.[154] Vittorio Emanuele assunse la corona piemontese in un momento difficile, il giovane sovrano iniziava il suo mandato con le trattative di pace con Radetzky, colui che l’aveva tenuto a battesimo.[155]

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[147] Ivi, p. 263.

[148] Ivi, p. 264.

[149] Ivi, p. 265.

[150] Ivi, p. 266.

[151] Ivi, p. 267.

[152] Ivi, p. 269.

[153] Ivi, p. 272.

[154] Ivi, pp. 274-275.

[155] Ivi, p. 218.

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2.7 Vittorio Emanuele: Vignale, Milano e Moncalieri

La battaglia si era da poco conclusa, Vittorio Emanuele divenne sovrano nel momento più critico del regno e non si sentiva pronto a regnare. Da Novara si spostò nel quartier generale della sua divisione a Momo. Ora, si trovava costretto ad incontrare il feldmaresciallo austriaco e farsi umiliare davanti a lui. Prima del colloquio col comandante conversò col generale d’Aspre, confidò di aver sempre disapprovato la guerra contro l’Austria e non fece mancare il suo disprezzo per Chrzanowski. Era vero, sul polacco fu abile perché anche gli austriaci lo odiavano per il suo passato nelle insurrezioni polacche del 1831. Non esitò a definire il generale Bava un imbecille sebbene in realtà ne avesse manifestato la stima. Ed anche il giudizio sul padre non era poi così diverso dal vecchio generale. Non si può escludere che il nuovo re dicesse quelle cose perché fossero riferite a Radetzky per trovarsi un terreno più morbido, è certo che fosse impaziente di concludere l’armistizio pronto a pagare il giusto prezzo della sconfitta.[156] Il sovrano incontrò il comandante a Vignale. Da un lato un giovane re salito al trono da ventiquattro ore, dall’altro uno dei più grandi generali della storia dell’impero, secondo solo a Eugenio di Savoia. Vittorio Emanuele ora si stava giocando il suo avvenire e quello del suo regno.[157] Anche per gli austriaci la situazione si presentava complessa, i moti ungheresi non si erano placati, Venezia era ancora libera, al trono era salito da pochi mesi Francesco Giuseppe, anche lui molto giovane. A questi aspetti si aggiunse un’acuta riflessione del generale austriaco. Il giovane sovrano era genero del viceré del Lombardo-Veneto, sposato con una donna della casa d’Asburgo, non aveva simpatia per le costituzioni né per i liberal-democratici. Si poteva immaginare che non avesse in simpatia la repubblica francese come del resto quelle italiane, perché spingerlo verso Parigi? L’anziano comandante ritenne giusto non esagerare con le richieste.[158] La pace secondo un rapporto del generale si fondava su due principi, ristabilire le precedenti relazioni con il Piemonte e risoluzione della questione italiana tramite un congresso su iniziativa austriaca. Non si parlava dello statuto, del resto anche l’impero era costituzionale.[159] Vittorio Emanuele ottenne alcuni risultati importanti, l’amnistia per i lombardi che avevano combattuto per l’esercito sardo, la possibilità di mantenere ufficiali lombardi, polacchi e ungheresi mentre l’iniziale occupazione delle forze piemontesi e austriache della città e cittadella di Alessandria si limitava alla città. Il sovrano poteva così ritenersi soddisfatto e con lui i suoi sostenitori presenti e futuri.[160] Lo statuto non c’entrava nulla col trattato, la leggenda di Vignale nacque dalla sua cerchia, egli si era limitato alla sorte del vinto nel colloquio col comandante austriaco, il quale gli offrì l’espansione del regno se avesse ristabilito la forma precedente di reggimento e l’antica bandiera azzurra. Con questa scelta la vera leggenda era il sovrano. Ma la leggenda si consolidò.[161] Era il 26 marzo.

L’approccio sarebbe cambiato totalmente a Milano durante la stesura del trattato di pace. Bruck, inviato austriaco, aveva avanzato la richiesta di 200 milioni di franchi, troppi, nella difficoltà piemontese, partì l’ordine a Radetzky di occupare Alessandria, il regno stava vivendo momenti disperati.[162]

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[156] Ivi, pp. 255-256.

[157] Ivi, p. 257.

[158] Adriano Viarengo, Vittorio Emanuele II, Roma, Salerno Editrice, 2010, pp. 93-94.

[159] Ivi, p. 96.

[160] Ivi, p. 97.

[161] Ibid.

[162] Ivi, p. 209.

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Il 27 marzo, Vittorio Emanuele affidò la carica al generale De Launay, un reazionario amico di Hess, il plenipotenziario di Radetzky, e reazionari furono i ministri del suo governo.[163] Le grida e gli insulti indirizzati dal Parlamento verso il sovrano, lo portarono, temendo di esser ostacolato al raggiungimento degli accordi di Novara, a sciogliere il Parlamento senza fissare la data delle nuove elezioni. Si trattava di atto energico ma necessario. La confusione parlamentare era figlia di diversi fattori, si ritenne che la patria fosse in pericolo, la sconfitta di Novara venne giudicata come frutto di un tradimento e su Carlo Alberto mancava il documento scritto e convalidato della sua abdicazione. Si sparse infine la voce che Vittorio Emanuele avesse abbracciato Radetzky accogliendolo come liberatore. Genova ribellatasi veniva ridotta all’obbedienza dalle truppe e dai cannoni del generale Alfonso La Marmora.[164] La popolarità del Presidente del Consiglio non era elevata, quando il 24 aprile gli austriaci entrarono ad Alessandria su ordine di Bruck a causa del rifiuto piemontese di alcune condizioni,[165] la stampa si sollevò contro di lui. Si dimise il 7 maggio e Vittorio Emanuele, per accontentare sia democratici sia moderati, incaricò Massimo D’Azeglio di formare il nuovo governo. Il nuovo ministero doveva adempiere a diversi obiettivi che avrebbero protetto il futuro del regno sardo, pace dignitosa con l’Austria come punto di partenza. Vienna ridusse la richiesta da 200 a 80 milioni di franchi con le truppe che da Alessandria si sarebbero spostate a Valenza mentre veniva riconosciuta l’amnistia, non nel trattato ma in un decreto a parte.[166] Il 3 luglio con il primo proclama di Moncalieri il sovrano sardo ammoniva gli elettori, rispetto alle prossime elezioni del 15 e 22 luglio, a “non rendere la libertà impossibile, né impraticabile lo Statuto”, dalle urne uscì una maggioranza democratica dalla quale scoppiarono diversi contrasti col governo. La pace tardava ad essere raggiunta. Di nuovo il 20 novembre con il Proclama di Moncalieri il re sollecitò al voto i moderati che non si erano espressi alle scorse elezioni, auspicando l’approvazione del trattato di pace.

Egli affermava che non erano in gioco le libertà costituzionali, con tono fermo il giovane sovrano affermava:

“Se il paese, se gli elettori mi negano il loro concorso, non su me cadrà ormai la responsabilità del futuro; e ne disordini che potessero avvenire, non avranno a dolersi di me, ma avranno a dolersi di loro.”

La nuova Camera, a maggioranza moderata, approvò la legge relativa alla ratifica del trattato di pace con l’Austria.[167]

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[163] Angelo Filipuzzi, La pace di Milano, Roma, Edizioni dell’ateneo, 1955, pp. 31-32.

[164] Ivi, p. 33.

[165]Carlo Fiorentino, Percorsi per l'Unità (1849-1866) in Risorgimento: Costituzione e indipendenza nazionale, a cura di Andrea Ciampani, Roma, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2022, p. 165.

[166] Ibid.

[167] Ivi, pp. 165-166.

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2.8 Risonanza della battaglia in aula e il caso Ramorino

Il 25 marzo la camera del Senato del Regno di Sardegna si riunì in sessione. L’apprensione era nell’aria, non c’erano sono notizie certe, circolavano voci circa l’abdicazione del sovrano, si diceva che l’esercito fosse in disfatta, e si discuteva per volontà del Ministro della Giustizia del disegno di legge sulla mobilitazione della guardia nazionale. Il senatore De Launay chiese informazioni sull’andamento e sulle voci che stavano circolando ma il governo allo stato attuale restava all’oscuro di ciò che effettivamente era accaduto e che stava accadendo.[168] C’era però un paradosso che fece crescere lo sgomento, come mai se non ci fossero stati notizie da parte del messo del governo, il cadavere del generale Passalacqua avrebbe potuto passare i territori e rientrare? Il fronte distava sole 40 miglia dalla capitale, come faceva il governo a non essere informato quando già i privati avevano già ricevuto lettere? Se un ministero, affermava, non fosse stato in grado di mantenere i contatti con l’esercito, avrebbe mancato di capacità. E ancora interpellava il ministero sui provvedimenti in soccorso all’esercito. Con forza però si voleva difendere il re, pareva che lo fosse diventato il duca di Savoia, e uguale difesa valeva per lo statuto, a qualunque costo.[169] La seduta si chiuse con le comunicazioni in comitato segreto.

Il 26 marzo si viene a conoscenza del disastro militare, dell’abdicazione di Carlo Alberto e dell’armistizio a Vignale. Espose brevemente la situazione alla Camera dei deputati il Ministro dell’Interno Rattazzi, tra i punti esposti vi era la mancata comunicazione dell’armistizio da parte del comando militare. Tra gli scranni la pace non venne accettata, bisognava continuare la guerra. La questione fu motivo di scontro tra i deputati Josti,[170] convinto della necessaria ripresa delle armi, e Lanza evidenziando le problematicità della situazione.[171] La battaglia avviata dal Piemonte non poteva fermarsi, bisognava continuare mentre Rattazzi spiegava la difficoltà di prendere decisioni in un momento così complesso. Si giunse alla conclusione di redigere una lettera di ringraziamento al sovrano abdicatario per il lavoro svolto proponendo inoltre di dedicargli una statua.[172] Oggi due statue sono conosciute nel capoluogo sabaudo, una nel municipio, la seconda nell’omonima piazza, per l’appunto, Carlo Alberto. Ne verranno costruite Il 27 marzo il nuovo Presidente del Consiglio De Launay presentava la compagine del suo governo in aula.[173]

Il 29 Vittorio Emanuele II prestava giuramento davanti alle due camere riunite:

“In presenza di Dio io giuro di osservare lealmente lo Statuto: di non esercitare l'autorità reale che in virtù delle leggi ed in conformità di esse: di far rendere ad ognuno secondo le sue ragioni piena ed esatta giustizia, e di condurmi in ogni cosa colla sola vista dell'interesse, della prosperità e dell'onore della nazione.”[174]

Dopo il giuramento seguì un breve discorso di sua altezza:

“Nello Assumere il reggimento dello Stato in queste circostanze delle quali più d'ogni altro sento l'immensa gravità e l'amarezza, ho già espresso alla nazione quale fosse il proposito dell'animo mio. Il consolidamento delle nostre istituzioni costituzionali, la salute e l'onore della patria comune faranno il costante soggetto del mio pensiero, qui mi affido di poter compiere con l'aiuto della divina provvidenza e il concorso vostro. Profondamente compreso della gravità de’ miei doveri, ho compito davanti a voi il solenne atto del giuramento che dovrà compendiare la mia vita.”[175]

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[168] Anon, Documenti relativi all’ultima guerra e al disastro delle armi italiane a Novara, p. 77.

[169] Ivi, pp. 82-83.

[170] Ivi, p. 90.

[171] Ivi, p. 91.

[172] Ivi, p. 102.

[173] Ivi, pp. 84-85.

[174] Ivi, p. 85.

[175] Ivi, p. 86.

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Con questo discorso, il sovrano apriva una nuova fase storica del regno. Il re, uscito dall’aula tra gli applausi dei senatori e dei deputati, si apprestava a guidare il suo popolo in nuovo avvenire. Egli era il figlio di quel sovrano che aveva concesso lo Statuto, figlio di colui che per primo aveva irradiato su di sé la battaglia per l’unità nazionale. Questa eredità le due istituzioni, Parlamento e monarchia, si erano ripromesse di difenderla con il sublime atto del giuramento. A Carlo Alberto andava infatti la riconoscenza del suo operato, ora il Parlamento doveva dare il suo sostegno al giovane sovrano.[176]

Nel periodo successivo alla sconfitta venne esaminato il caso del generale Ramorino. Il 3 maggio 1849 iniziò il suo processo colpevole di non aver seguito gli ordini a lui prescritti facilitando l’entrata austriaca nel territorio piemontese.[177] Durante l’interrogatorio emerse tutta la situazione imposta dal comandante Chrzanowski. A difendere il generale genovese era incaricato il colonnello Lagrange, nella difesa egli espresse alcune puntualizzazioni, Ramorino non poteva esser accusato di disobbedienza né tantomeno gli si poteva imputare di aver recato danno all’esercito quando questo era entrato nella campagna mal preparato, dove il generale stesso era inesperto del territorio e, inoltre, si constatava come le truppe sarde fossero seminate per oltre 30 miglia mentre l’esercito asburgico era invece compatto. Le sue truppe non erano tra le migliori, la linea era debole su tutto il fronte e poteva esser rotta facilmente; l’esercito era sceso in campo già sconfitto.[178] Il 4 maggio Ramorino venne condannato a morte con degradazione militare ma il 5, tramite decreto reale, la pena viene ridotta al degradamento. Ramorino presentò allora ricorso in Cassazione,[179] in difesa del giudicato c’erano gli avvocati Brofferio, Fraschini e Saracco.[180] Le motivazioni che avevano portato al ricorso erano incompetenza del tribunale, falsa applicazione della legge, eccesso di potere.

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[176] Ivi, pp. 87-88.

[177] Ivi, p. 89.

[178] Ivi, pp. 249-250.

[179] Ivi, pp. 250-251.

[180] Ivi, p. 251.

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Brofferio fece infatti emergere diverse criticità ed incongruenze, secondo una disposizione dell’articolo 14 del Regio Editto del 30 ottobre 1847:

“Non saranno in verun caso soggette a Cassazione le sentenze pronunciate in qualunque tempo dai consigli di guerra subitanei o da qualsiasi tribunale di terra o di mare, in tempo di guerra.”[181]

Ma in quel momento non si era in tempo di guerra, l’armistizio l’aveva sospesa.[182] Bisognava, secondo l’avvocato, fare una distinzione tra stato di guerra, quando non viene stabilita la pace e fatto della guerra quando invece i due stati si trovano in campagna. Secondo Brofferio la legge si riferiva al tempo di guerra. Facendo poi degli esempi su ciò che si diceva in quel periodo sugli avvenimenti della guerra e sull’armistizio, citando il ministro Pinelli, secondo il quale l’armistizio era una pace conchiusa, Lanza affermava che l’accordo non era nemmeno un armistizio ma una vergognosa capitolazione. Brofferio voleva dimostrare che si era in pace, non in guerra. Fraschini dimostrò inoltre che i giudici erano incompetenti, il procedimento infatti l’Uditore militare aveva sancito da criteri di tempo di guerra, ora essendo in pace ne conseguiva che il giudizio doveva essere nullo e che i giudici non avevano autorità di giudicare.[183] Successivamente Brofferio esaminò il caso dell’abuso di potere. Perno della discussione è l’applicazione dell’articolo 259 del Codice penale militare secondo cui si minacciava la pena di morte a chi coscientemente farà o ometterà qualcosa esponendo l’esercito al pericolo o comunque parte di esso. Ma in questo caso non era stato provato.[184] L’ultimo appello di Brofferio merita, per la circostanza, per la rilevanza delle parole e per il peso che venne addossato al generale:

“Ramorino è forse il solo ufficiale che abbia disobbedito ai superiori ordini nelle due ultime campagne?... Non si è forse commesso altro atto d’indisciplina che questo di Ramorino? O si provi adunque che Ramorino e traditore, e bene gli starà la sentenza di morte: oh se vuolsi punire di ultima pena solo perché ha disobbedito, e allora perché sarà punito egli solo?... I lutti della patria sono immensi. Soggiacquero le nostre armi; Retrocessero le nostre schiere; si dispersero le nostre bandiere; perdemmo l'indipendenza; siamo in pericolo di perdere la libertà… e dovrem noi aggravare gl’infortuni nostri con feroci olocausti di sangue? Nei pubblici disastri per placare le irate divinità gli antichi sacrificavano alla sventura un capro, un toro, un agnello; e noi che ci vantiamo figliuoli di più matura civiltà, noi pure vogliamo consumare un sacrifizio, ma vogliamo umana vittima. Strappate, o supremi giudici, strappate la scure di mano ai sacrificatori, e salvando la vita a un illustre guerriero, che sarà lieto di spenderla in campo per la patria, voi compirete un grande atto di giustizia e la patria ve ne sarà un giorno riconoscente.”[185]

Il processo si concluse con la lettura della sentenza di morte nei confronti del generale, il quale rassegnato a morire esclamò:

“Si vuole una vittima, ed io morrò, purché il mio sangue giovi alla infelice patria nostra!”[186]

Invano si chiese la clemenza verso il sovrano, anche tramite la regina, neppure la richiesta di grazia della madre ottantaquattrenne bastò. Il 22 maggio venne fucilato al campo di Marte, oggi Piazza d’Armi, a Torino.

“Io muoio vittima del mio troppo amore della patria: il tempo e la storia mi giustificheranno. Viva l’Italia!”

Moriva così Girolamo Ramorino, il più intrepido, il più glorioso difensore della Polonia.[187]

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[181] Ivi, p. 253.

[182] Ibid.

[183] Ivi, p. 255.

[184] Ivi, p. 256.

[185] Ivi, p. 257.

[186] Ibid.

[187] Ivi, p. 262.

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Capitolo 3 – L’eredità della battaglia

3.1 Il consolidamento piemontese base per la prospettiva unitaria

La sconfitta piemontese non fu solo un atto conclusivo, ma un fondamentale spartiacque che aprì un nuovo corso nel processo di unificazione nazionale. Nello stesso anno crollava definitivamente la Repubblica Romana e cedeva pure la resistenza veneziana di Manin, tali fallimenti contribuirono a spostare il baricentro del Risorgimento sotto la guida del regno sardo che fu capace di trasformare i propri errori in un nuovo progetto politico strutturato. La nuova fase, inaugurata dalla presidenza di Massimo d’Azeglio si propose come la soluzione diretta alla paralisi istituzionale che caratterizzò il regno di Carlo Alberto. Mentre tra l’Armistizio di Salasco e la ripresa delle armi si succedettero diverse guide alla presidenza del consiglio in pochi mesi, il ministero d’Azeglio garantì una stabilità inedita durando circa tre anni e mezzo. Questa continuità fu la condizione necessaria per superare quella fragilità sistematica dei vertici sardi che aveva portato l’esercito piemontese a scendere in campo mal preparato.

Le leggi Siccardi sulla secolarizzazione della società rappresentarono una decisa affermazione della sovranità statale, in controtendenza rispetto alla politica di Carlo Alberto e necessaria per superare la fragilità politica mostrata durante il conflitto. Rimase sospesa invece la proposta sul matrimonio civile.[188] L’ingresso del conte di Cavour nel governo, impresse una svolta decisiva al risanamento di quella crisi economica che rese la guerra del 1849 una scelta disperata. Il ministro rafforzò strutturalmente l’ascesa piemontese, affrontando un deficit monumentale di 153 milioni di lire, gravato dalle indennità di guerra e dalle spese infrastrutturali. Trasformò la precarietà finanziaria in un’occasione di modernizzazione attraverso la creazione della Banca Nazionale e la sigla dei trattati con Belgio e Inghilterra.[189]

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[188] Fiorentino, Percorsi per l'Unità (1849-1866), p. 167.

[189] Ivi, pp. 167-168.

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Il matrimonio politico definito Connubio, siglato tra Cavour e Rattazzi, ovvero tra Centro-Destra e Centro-Sinistra, fu una scelta significativa. Rattazzi, infatti, era considerato uno dei maggiori sostenitori della ripresa delle armi, e per questo motivo imputato nel disastro di Novara.[190]

La durata del governo d’Azeglio contribuì a rafforzare le istituzioni sabaude, condizione questa, necessaria per l’ascesa nel panorama geopolitico internazionale del regno piemontese e della questione italiana. D’Azeglio si dimise e venne sostituito da Cavour, figura di cultura europea e profondo conoscitore delle dinamiche economiche e finanziarie sia piemontesi che internazionali. Il patto del Connubio garantì a Cavour una solida maggioranza parlamentare, anche grazie al supporto dei sostenitori dell’ex presidente. Mentre nel piano interno naufragava la legge sul matrimonio civile.[191]

Il contesto internazionale stava mutando rapidamente. In Francia, Luigi Napoleone Bonaparte restaurò il Secondo Impero, assumendo il nome di Napoleone III. Nel 1853, le truppe dello zar varcarono il confine turco sul Pruth complicando l’importazione di grano e, insieme alla cattiva annata, ponendo in crisi le fasce più basse della società, gravando di conseguenza su chi non beneficiò della politica di d’Azeglio e Cavour.[192] Tale conflitto avrebbe assunto nei mesi successivi un’importanza decisiva per le sorti della questione italiana, offrendo al Piemonte l’opportunità di inserirsi nell’ampio quadro del panorama politico e diplomatico europeo. Cavour, infatti, lasciò intendere all’Inghilterra che un eventuale intervento piemontese in Crimea, avrebbe dovuto tradursi in adeguate ricompensazioni politiche. Egli auspicò che il contenimento russo e la ridefinizione degli equilibri nell’area danubiana, a favore dell’Austria, potessero ridisegnare l’influenza di Vienna nella penisola, cedendo Lombardia e Venezia a Torino e rafforzando così il peso del regno sardo.[193] L’Austria però scelse di schierarsi con le potenze europee mettendo in crisi il progetto di Cavour che dovette perciò rivedere la propria strategia. Il contingente partì sotto il comando di Alfonso La Marmora.

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[190] Viarengo, Vittorio Emanuele II, p. 147.

[191] Ivi, p. 153.

[192] Ivi, p. 155.

[193] Arisi Rota, Risorgimento. Un viaggio politico e sentimentale, p. 225.

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La guerra in Crimea introdusse elementi di novità che caratterizzeranno l’età contemporanea. Lo sviluppo dei collegamenti ferrovia consentì un rapido spostamento di truppe, mentre i fotografi seguirono le operazioni militari documentandole. I reportage vennero pubblicati nei giornali, portando il conflitto nelle case, suscitando interesse nell’opinione pubblica dimostrando quanto fosse divenuta una variabile imprescindibile per le politiche dei governi liberali o semi-liberali.

Con la caduta Sebastopoli e la conseguente fine del conflitto, nel 1856 si aprirono le trattative di pace. Per il Piemonte si apriva ora la necessità di tradurre il contributo fornito alla coalizione vincitrice in un’occasione per portare la questione italiana nelle cancellerie continentali. Il nuovo assetto europeo apparve profondamente mutato: il ridimensionamento delle ambizioni russe e il crescente isolamento austriaco, furono conseguenze destinate ad incidere profondamente all’interno degli equilibri continentali. A Parigi Cavour poteva contare su autorevoli sostenitori come lord Clarendon, filoitaliano, e Napoleone III. Il Presidente del Consiglio piemontese auspicò comunque di portare al tavolo delle trattative la questione italiana, tentando di riprendere la tesi che mirava ad un possibile alleggerimento del peso austriaco nella penisola a fronte delle acquisizioni territoriali nei Balcani. Le trattative non diedero gli effetti da lui desiderati, tuttavia ottenne una discussione sul Regno delle Due Sicilie e sullo Stato pontificio come fattori di instabilità per la tenuta dell’ordine europeo. Le truppe francesi a Roma e quelle austriache nelle Legazioni erano, secondo Clarendon, truppe di occupazione e non di protezione.[194] Sebbene la partecipazione al conflitto orientale non avesse prodotto i risultati desiderati, la guerra in Crimea rappresentò un punto di svolta per la causa italiana. Il Regno di Sardegna e la spinosa questione nazionale, si inserirono nel dibattito diplomatico europeo. La scelta di portare nei tavoli internazionali la questione italiana rifletteva la lezione appresa dopo Novara: per perseguire l’indebolimento austriaco nella penisola, era necessario inserire il regno sardo nel quadro più ampio delle dinamiche europee.

Nel 1857 l’Austria ruppe le relazioni diplomatiche con il regno piemontese. Cavour, tuttavia, era consapevole di come gli sviluppi della questione italiana dipendessero da fattori esterni. La svolta avvenne quando il 14 gennaio 1858 Napoleone III, unico potenziale alleato del regno sardo, sopravvisse ad un attentato pianificato da Felice Orsini, cospiratore mazziniano. Nella lettera scritta dall’attentatore prima dell’esecuzione, Orsini esortava l’imperatore a farsi carico del futuro della penisola, consapevole che la soluzione alla questione nazionale dipendesse dall’evoluzione degli equilibri internazionali, era necessario l’intervento di una potenza europea al fianco della causa. Pochi mesi dopo, Cavour e l’imperatore francese si incontrarono a Plombières, dove posero le basi di un accordo che avrebbe mutato il futuro della penisola. Il regno si garantì l’alleato internazionale che mancò nella Prima Guerra d’indipendenza. Nell’inverno 1858-1859 la prospettiva della ripresa delle armi contro l’Austria si fece concreta. Affinché l’intervento francese risultasse politicamente sostenibile sul piano internazionale, il regno doveva figurare come vittima di aggressione austriaca e non come promotore del conflitto. In questa delicata fase diplomatica ebbe un ruolo determinante Costantino Nigra, un abile diplomatico che contribuì a consolidare l’alleanza tra Torino e Parigi.[195] Il 10 gennaio, all’apertura della legislatura, il re pronunciò il celebre discorso del grido di dolore, un testo che le future generazioni avrebbero ripetuto a memoria:

“Confortati dall'esperienza del passato, andiamo risoluti incontro alle eventualità dell'avvenire. Quest'avvenire sarà felice, riposando la nostra politica sulla giustizia, sull’amore della libertà e della patria. Il nostro Paese, piccolo per territorio, acquistò credito nei Consigli dell'Europa, perché grande per le idee che rappresenta, per le simpatie ch'esso inspira. Questa condizione non è scevra di pericoli, giacché, nel mentre rispettiamo i trattati, non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d'Italia si leva verso di Noi. Forti per: la concordia, fidenti nel nostro buon diritto, aspettiamo prudenti e decisi i decreti della Divina Provvidenza”.[196]

[196] Adriano Viarengo, Cavour, Napoli, Salerno Editrice, 2010, p. 373.

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[194] Ivi, pp. 226-227.

[195] Ivi, pp. 232-233.

[196] Adriano Viarengo, Cavour, Napoli, Salerno Editrice, 2010, p. 373.

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La strategia di Cavour funzionò: il 24 aprile Torino ricevette l’ultimatum austriaco consentendo al Piemonte di presentarsi come paese aggredito agli occhi dell’opinione pubblica e delle cancellerie continentali. Il parlamento votò i pieni poteri al re aprendo così la fase operativa della campagna. La vittoria del 4 giugno a Magenta aprì la strada a Milano, dove il giorno successivo fecero il loro ingresso Vittorio Emanuele II e Napoleone III. L’andamento favorevole della campagna subì una battuta d’arresto dopo le sanguinose battaglie di San Martino e Solferino dopo le quali Napoleone III scelse di stipulare un armistizio a Villafranca con l’Austria. Alla base di tale decisione concorsero diversi fattori: il timore di un intervento del prussiano minacciando il confine sul Reno, la prospettiva di un Piemonte troppo esteso, le agitazioni nei Ducati emiliani, in Toscana e nelle Legazioni, oltre ai costi umani della guerra. La conclusione della campagna provocò le dimissioni di Cavour.[197] Nella primavera 1860 Cavour tornò alla guida del governo, a marzo i plebisciti in Emilia e Toscana confermarono l’entrata dei territori sotto la corona sarda.[198] Si aprì quindi la fase dell’iniziativa garibaldina nel fronte Mezzogiorno. L’11 maggio 1860 Garibaldi sbarcò a Marsala con il corpo dei Mille e, nel giro di pochi mesi, conquistò la Sicilia avanzando fino a Napoli, dove fece il proprio ingresso il 7 settembre. L’incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele a Teano concluse l’impresa garibaldina, nel mese di novembre i plebisciti umbri e marchigiani sancirono l’entrata di tali territori nel regno.[199] Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele venne proclamato re d’Italia, mantenendo la numerazione dinastica dei Savoia.

Gli sviluppi della Seconda Guerra d’indipendenza confermarono le mutate strategie politiche e diplomatiche del Piemonte. La combinazione tra stabilità governativa, il rafforzamento economico, l’abilità diplomatica e ricerca dell’alleato internazionale sostituirono definitivamente il modello naufragato a Novara. La nuova fase, ridefinita rispetto alla prima campagna risorgimentale, dimostrò il fallimento del modello insurrezionale mazziniano dimostrando invece come stabilità governativa e abile azione diplomatica avessero condotto il reale processo di unificazione nazionale. Novara rappresentò il punto di partenza che generò la decisiva trasformazione politica della causa italiana. Cavour ora dovette evitare che il nuovo stato si sfasciasse concretizzando diversi obiettivi, come la promozione dello sviluppo economico, il commercio fondato sul libero scambio, l’estensione delle leggi e del regime tariffario sardo e l’istruzione elementare a spese dei comuni.[200] Nel 1866 l’Inghilterra si avvicinò alla Prussia mentre la Francia, impegnata nell’indebolimento russo in oriente, riteneva conveniente estromettere l’Austria dal Veneto prefigurandone l’espansione nei Balcani meridionali. Nel 1866 l’avvicinamento tra Prussia e Italia facilitò lo scoppio di un conflitto antiaustriaco, ma le sconfitte di Custoza e Lissa misero in evidenza i limiti organizzativi e militari del giovane regno. Tuttavia, la vittoria prussiana a Sadowa alterò nuovamente gli equilibri europei e la pace di Praga consentì l’annessione del Veneto al regno italiano ratificata tramite un plebiscito.[201] Quattro anni più tardi, la caduta del Secondo Impero dopo la sconfitta di Sedan, eliminò l’ultimo ostacolo alla conquista della Città Eterna. Il 20 settembre 1870 le truppe italiane, guidate dal generale Raffaele Cadorna, entrarono nella città eterna attraverso la Breccia di Porta Pia.[202]

Dalla sconfitta di Novara, per oltre vent’anni, il regno piemontese riuscì a mantenere la propria guida a difesa della causa nazionale.

Il processo di unificazione fu reso possibile grazie anche all’azione di alcune personalità che compresero le conseguenze della battaglia e la necessità di superare i limiti, politici, economici, diplomatici e militari piemontesi, emersi nella campagna del 1849. Risulta pertanto necessario soffermarsi brevemente su figure che, in primo piano o dietro le quinte, contribuirono alla costruzione del Regno d’Italia.

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[197] Arisi Rota, Risorgimento. Un viaggio politico e sentimentale, pp. 236-237.

[198] Ivi, pp. 238-239.

[199] Ivi, pp. 245-246.

[200] Ivi, p. 248.

[201] Ivi, pp. 256-257.

[202] Ivi, p. 261.

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3.2 I protagonisti: Massimo d’Azeglio

La sconfitta di Novara e l'abdicazione di Carlo Alberto aprirono una fase particolarmente delicata per il Regno di Sardegna. In tale contesto, Vittorio Emanuele II affidò la guida del governo a Massimo d'Azeglio, figura moderata, convintamente monarchica e già nota per il proprio impegno patriottico durante la Prima Guerra d'indipendenza.

La sua nomina rappresentò la scelta di una linea politica che, pur conservatrice, intendeva mantenere saldo l'ordinamento costituzionale e preservare le istituzioni rappresentative nate con lo Statuto Albertino. Il nuovo presidente del Consiglio si trovò ad operare in un clima di forte tensione politica. Una parte dell'opinione pubblica e delle forze democratiche continuava infatti a chiedere la ripresa immediata del conflitto contro l'Austria, rifiutandosi di accettare l'armistizio sottoscritto dal sovrano, mentre il governo riteneva indispensabile consolidare lo Stato e giungere alla conclusione della pace.[203] Alle difficoltà derivanti dalla gestione delle conseguenze della sconfitta si aggiungeva inoltre, il caso Ramorino. Il processo al generale assunse il significato di una risposta alle aspettative di un'opinione pubblica desiderosa di attribuire precise responsabilità alla deludente campagna del 1849.[204] La situazione istituzionale con cui d'Azeglio dovette confrontarsi appariva tutt'altro che stabile, il Parlamento risultava infatti diviso tra una Camera dei deputati ancora influenzata dal clima politico del 1848 e un Senato maggiormente legato agli ambienti conservatori. Sebbene il Regno di Sardegna disponesse formalmente di una costituzione, mancava ancora una consolidata vita costituzionale. In tale contesto d'Azeglio si pose come interprete di una linea politica moderata, fondata sulla fedeltà alla monarchia e ai principi liberali sanciti dallo Statuto.

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[203] Marziano Brignoli, Massimo d’Azeglio – Una biografia politica, Milano, Mursia, 1988, pp. 184-185.

[204] Ivi, p. 186.

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Forte del rapporto di fiducia instaurato con Vittorio Emanuele II,[205] egli contribuì a rafforzare l'azione del governo in una fase particolarmente delicata per il futuro del Piemonte.

La sconfitta di Novara, anche grazie alla politica di Massimo d’Azeglio, non determinò l’abbandono della causa nazionale. Nonostante le dure condizioni della pace con l’Austria, il mantenimento delle istituzioni costituzionali permise al Regno sabaudo di riorganizzarsi e di affrontare la successiva fase politica con una maggiore consapevolezza degli errori commessi, ponendo le basi per il ruolo centrale che avrebbe assunto nel processo unitario italiano.[206]

Nella seconda fase dell’esperienza del governo d’Azeglio la questione ecclesiastica assunse un ruolo centrale nel processo di rafforzamento dello Stato liberale. Le leggi Siccardi, con il ridimensionamento dei privilegi del clero e l’abolizione del Foro ecclesiastico, segnarono l’avvio di una politica volta a stabilizzare l’autorità statale nei rapporti con la Chiesa.[207] In questo modo il percorso liberale intrapreso dal governo si consolidò ulteriormente, nonostante il contesto europeo fosse caratterizzato da una crescente reazione conservatrice.[208] Sul piano internazionale, la politica liberale piemontese suscitò la contrarietà dell’Austria e della Prussia, potenze conservatrici che considerarono le libertà costituzionali introdotte nel Regno sardo incompatibili con l’ordine europeo. Il governo d’Azeglio difese l’autonomia del Piemonte, sostenendo che il sistema costituzionale sardo era perfettamente conciliabile con la stabilità politica internazionale. Tale posizione ottenne il sostegno morale della Gran Bretagna, dove Lord Palmerston si espresse a favore della politica sabauda, indicandola come un modello di sviluppo liberale per gli altri Stati italiani. Tale sostegno contribuì ad accrescere il prestigio internazionale del Regno sardo e a rafforzarne il ruolo di punto di riferimento per i patrioti italiani. Così, due anni dopo Novara, il Piemonte consolidò la propria posizione nel quadro politico italiano ed europeo, distinguendosi come il principale Stato costituzionale della penisola. Il governo d’Azeglio avviò anche la riforma dell’esercito, preparata da Alfonso Ferrero della Marmora.[209] L'ingresso di Cavour nel governo segnò il progressivo superamento della politica di raccoglimento perseguita da D'Azeglio. Per il futuro del Regno di Sardegna appariva infatti sempre più necessaria una strategia di più ampio respiro, volta a consolidarne il ruolo nel contesto italiano ed europeo.[210]

Il colpo di Stato francese del 1851 aprì una fase di tensione nei rapporti tra il Piemonte e la Francia. Di fronte alle richieste francesi di limitare gli attacchi della stampa liberale e democratica contro Napoleone III, il governo piemontese scelse una linea prudente. Si riteneva infatti essenziale preservare i rapporti con una grande potenza europea alla quale il Regno di Sardegna era legato da rilevanti interessi politici, economici e culturali; in quest'ottica maturò la decisione di rivedere la legislazione sulla stampa.[211]

Il governo d’Azeglio cadde in seguito all’elezione di Rattazzi alla presidenza della Camera, resa possibile dalla nuova maggioranza parlamentare tra il centro-sinistra rattazziano e il centro-destra di Cavour. La scelta non fu approvata dal presidente del Consiglio, che, come si è detto, vedeva nel deputato alessandrino uno dei responsabili politici della sconfitta di Novara.

L’esperienza di governo di Massimo d’Azeglio rappresentò una fase decisiva di consolidamento del Regno di Sardegna creando le condizioni che avrebbero consentito a Cavour di avviare la successiva stagione politica e diplomatica del Piemonte.[212]

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[205] Ivi, pp. 188-189.

[206] Ivi, p. 199.

[207] Ivi, p. 215.

[208] Ivi, p. 219.

[209] Ivi, pp. 221-222.

[210] Ivi, pp. 228-229.

[211] Ivi, p. 231.

[212] Ivi, pp. 249-250.

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3.3 I protagonisti: Urbano Rattazzi

Eletto nel Parlamento subalpino per il collegio di Alessandria si confrontò sin dal suo ingresso con le questioni dominanti del pensiero politico dell'epoca. Tra queste le principali erano: trasformazione costituzionale degli Stati assoluti e la concessione di diritti civili e politici, il problema dell'indipendenza nazionale e della lotta contro l'egemonia austriaca nonché le trasformazioni economiche e civili legate alla trasformazione sociale capitalistica e borghese.[213] Non fu di certo un pensatore politico e nemmeno un intellettuale proveniente dal mondo accademico fu anzi un anti-ideologo e un personaggio pragmatico. Tale caratteristica si accompagnava al desiderio di prudente concretezza che lo caratterizzò in ogni circostanza della sua carriera istituzionale. Infatti, l’esperienza rivoluzionaria del quarantotto segnò negativamente la sua visione politica, allontanandolo dall'opzione insurrezionale avvicinandosi invece a una prospettiva di un progresso più graduale e riformatore. Rattazzi maturò la convinzione che i movimenti cospiratori e carbonari avevano dimostrato nei fatti la loro impercorribilità. Comprese la necessità di rinnovamento senza fratture capace di far avanzare concretamente la nuova borghesia, con l'appoggio della monarchia e di quella parte aristocrazia più aperte alle esigenze economiche e sociali dell'epoca.[214]

Dall’opposizione sviluppò un’azione politica ispirata al realismo e alla moderazione lontana dalle accuse di esaltazione politica che gli vennero mosse contro dai suoi avversari. Il rischio del susseguirsi di eventi rivoluzionari italiani ed europei alimentava il timore che potesse prevalere la tendenza repubblicana, anche all’interno delle forze democratiche del regno; preoccupazione condivisa tanto da Rattazzi e dai suoi colleghi della sinistra moderata quanto da elementi centristi come Cavour e d'Azeglio.[215]Tale orientamento non venne meno neppure durante la fase successiva alla sconfitta di Novara.[216]

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[213] Corrado Malandrino, Urbano Rattazzi – Una biografia politica, Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 2024, p. 85.

[214] Ivi, pp. 86-87.

[215] Ivi, p. 116.

[216] Ivi, p. 117.

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La caduta del governo Gioberti portò alla presidenza il generale Agostino Chiodo con Rattazzi alla guida del Ministero dell’Interno. Dopo la sconfitta di Novara, tuttavia, divenne uno dei principali bersagli delle polemiche politiche. Gioberti lo indicò infatti come il perditore di Novara, attribuendogli una parte rilevante delle responsabilità del fallimento della campagna.[217] Tale interpretazione non trova però un solido riscontro nella documentazione coeva. Il nome di Rattazzi, infatti, non compare con particolari responsabilità nelle inchieste condotte all'indomani della sconfitta. Infatti, molte delle misure legislative e amministrative adottate in preparazione della ripresa del conflitto, rientravano nelle competenze del suo incarico, oltre a essere condivise dall'intero governo già da tempo. Inoltre, nei rapporti tra l'esecutivo e i vertici militari operarono principalmente altre figure, tra cui il presidente Chiodo e il ministro Cadorna. Queste imputazioni sembrano pertanto inserirsi più nel clima delle contrapposizioni politiche successive alla sconfitta che nell'effettivo accertamento delle responsabilità della campagna.[218]

La sconfitta elettorale della sinistra alla fine del 1849 spinse Rattazzi a smarcarsi definitivamente dalle componenti più radicali della sinistra, parallelamente, l’ascesa politica di Cavour nel biennio 1850-51, aprì nuovi spazi d’azione al gruppo rattazziano, preparando il terreno al successivo accordo tra i due centri. Secondo Guido Quazza, nel processo che portò al Connubio, Rattazzi svolse il ruolo di ispiratore, mentre Cavour ne fu il principale realizzatore. L'accordo non nacque dunque dall'iniziativa esclusiva di uno dei due uomini politici, ma dall'incontro di orientamenti politici progressivamente convergenti. I principi ispiratori della nuova maggioranza furono sostanzialmente due: sul piano interno, contrastare ogni possibile deriva reazionaria e favorire un progressivo sviluppo delle libertà garantite dallo Statuto; sul piano esterno, preparare il regno ad assumere un ruolo guida nel conseguimento dell'indipendenza italiana dal dominio straniero.[219] Il colpo di Stato di Luigi Napoleone Bonaparte contribuì ad accelerare le manovre che portarono al Connubio. Infatti la fine dell'iniziativa rivoluzionaria repubblicana e socialista sorta nel 1848 suggeriva il trionfo del partito dell'ordine e della reazione facendo cadere pertanto anche nel Regno sardo il timone di rivoluzione proveniente da sinistra, profilandosi una forte possibilità di uno spostamento reazionario.[220] La grande novità del Connubio si traduceva nel superare la polarizzazione infruttuosa tra la sinistra liberale la destra conservatrice, attraverso la creazione di un centro moderato capace di integrare elementi e valori di entrambe le parti. Tale scelta si rivelò funzionale al rafforzamento delle basi politiche necessarie per proseguire la battaglia dell'indipendenza nazionale, la nuova maggioranza fu quindi un atto di rottura sia a destra che a sinistra e contribuì in maniera decisiva alla costruzione del decennio di preparazione all'unità italiana.[221] L'elezione di Rattazzi alla presidenza della Camera portò alla crisi del ministero d'Azeglio. Quest'ultimo si dimise aprendo la strada al primo governo Cavour.[222]

La sconfitta di Novara segnò la fine della stagione rivoluzionaria e delle vecchie formule politiche. L'azione politica di Rattazzi contribuì alla costruzione di quel nuovo equilibrio parlamentare che avrebbe consentito al Regno di Sardegna di assumere la guida del processo unitario. Il Connubio ne rappresentò l'espressione più evidente, mentre al deputato alessandrino va riconosciuto il merito di aver favorito il dialogo tra parlamento, governo e monarchia in una fase decisiva della storia nazionale.

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[217] Ivi, p. 166.

[218] Ivi, p. 167.

[219] Ivi, pp. 234-235.

[220] Ivi, p. 247.

[221] Ivi, pp. 250-251.

[222] Ivi, p. 252.

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3.4 I protagonisti: Costantino Nigra

L’azione diplomatica ebbe un ruolo fondamentale per la costruzione dello Stato unitario. In tale contesto emerse la figura di Costantino Nigra un abile diplomatico al servizio di Cavour che svolse un ruolo di primaria importanza nei rapporti tra il Regno di Sardegna e la Francia e che successivamente fu ambasciatore nelle principali capitali europee. Per tali regioni, la sua figura merita particolare attenzione nel quadro delle personalità che ricoprirono un ruolo determinante nel processo del Risorgimento. Anch'egli legato alla sconfitta di Novara, evento che lo segnò profondamente, ne rielaborò l'esperienza della campagna nella celebre raccolta della poesia La Rassegna di Novara.

“…Salito in groppa al candido destriere,
Fedel compagno delle guerre antiche,
Cavalca il Re per val di Po. Discende
Simile al nembo il pallido fantasma
Dai Torinesi colli alle pianure
Di Vercelli, di Sesia e di Novara,
E là si pianta immobile sul vallo
Già testimonio d'infelici pugne
Ed or ritrovo a lugubre rassegna
Dei caduti guerrieri…”.[
223]

Nell'opera emergono l’immagine di Carlo Alberto e delle schiere di soldati che combatterono nel campo di battaglia il 23 marzo 1849. Questi vengono rappresentati uscenti dalle loro tombe per morire una seconda volta per l’Italia e per i Savoia.[224]

L’esperienza diplomatica di Costantino Nigra ebbe inizio negli anni successivi alla Prima Guerra d’indipendenza. Nel 1851 entrò nel Ministero degli Esteri.[225] Notato da d’Azeglio ne divenne il segretario personale. Anche Cavour comprese il valore del giovane affidandogli un ruolo centrale nella costruzione dei rapporti tra Parigi e Torino. In questa fase in cui la politica sarda era impegnata a consolidare l’alleanza con Napoleone III, necessaria per affrontare la questione unitaria.

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[223] Costantino Nigra, La Rassegna di Novara, Roma, Tipografia Barbera, 1875, (online, Google Play Libri) p. 6.

[224] www.costantinonigra.eu/index.php/materiali/opere/la-rassegna-di-novara.

[225] Franca Porciani, Costantino Nigra. L’agente segreto del Risorgimento, Soveria Mannelli, Rubbettino Editore, 2017, p. 29.

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Nigra contribuì a rafforzare l’importanza della causa agli occhi del sovrano francese affrontando e superando le diffidenze del ministro Walewsky, ostile all’idea unitaria.[226] In tale contesto collaborò anche con Virginia Oldoini, Contessa di Castiglione, inviata da Cavour nella capitale francese. Il conte vedeva in lei una seduttrice in grado di ricoprire una pedina da giocare sulla scacchiera della causa italiana[227] e che avrebbe folgorato l’imperatore stesso.[228] La sua fu un’attività di collegamento continua tra Parigi e Torino lavorando incessantemente con l’obiettivo di spostare le posizioni francesi a favore della causa nazionale italiana.[229] Grazie all’amicizia del medico personale dell’imperatore, Henri Conneau, legato all’Italia dove si era laureato, convinse Napoleone III che l’unificazione italiana, se non fosse stato lui a farsene carico, si sarebbe realizzata attraverso una rivoluzione che avrebbe potuto propagarsi anche nei territori francesi con conseguenze imprevedibili. Tale convinzione crebbe nell’imperatore dopo aver rischiato la morte nell’attentato del mazziniano Orsini.[230] La missione segreta porterà alla firma degli accordi di Plombières tra Cavour e Napoleone III, patto di cui fu Nigra a occuparsene personalmente.[231] Dopo la Seconda Guerra d’indipendenza Nigra continuò a servire il Regno d’Italia, occupandosi delle problematiche legate al Mezzogiorno e ricoprendo incarichi diplomatici nelle principali capitali europee quali San Pietroburgo, Londra e Vienna.

Nonostante la precoce inclinazione per la letteratura e la filologia, fu l'urgenza dei tempi e il trauma di Novara a spingere Costantino Nigra verso la carriera diplomatica, trasformandolo in uno dei più fini interpreti del nuovo corso sabaudo. Al fianco di Cavour, Nigra non fu un semplice funzionario, ma il tessitore instancabile del sistema franco-piemontese; operando come "agente segreto" nelle cancellerie parigine, egli riuscì a mutare la percezione di Napoleone III, elevando la causa nazionale da problema locale a necessità geopolitica europea.

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[226] Ivi, p. 38.

[227] Ivi, p. 41.

[228] Ivi, p. 42.

[229] Ivi, p. 44.

[230] Ivi, pp. 52-53.

[231] Ivi, p. 56.

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3.5 I protagonisti: Alfonso La Marmora

Fallimenti, tensioni, sconfitte, ma anche vittorie, ministeri e presidenza del Consiglio, bombardatore di Genova e riformatore dell’esercito. La vita di Alfonso La Marmora è stata strettamente legata al percorso risorgimentale, protagonista dietro le quinte della costruzione dell’unità nazionale. Uscito dall’Accademia nel 1823 intraprese numerosi viaggi all’estero utili a sopperire alla chiusura mentale dell’esercito piemontese. Particolare interesse suscitò in lui l’artiglieria a cavallo dei paesi tedeschi. Rientrato a Torino, promosse l’introduzione di queste innovazioni al suo contingente contribuendo alla nascita delle veloci batterie a cavallo, le Voloire, ancora oggi esistenti.[232] La campagna del 1848-49 rappresentò un punto di svolta nella sua carriera, dopo essersi distinto nella prima fase della campagna poté entrare in contatto diretto con le criticità strutturali dell’esercito sabaudo che avrebbe poi contribuito a riformare.

Con l’entrata nel governo di d’Azeglio, La Marmora divenne uno degli esponenti più influenti del nuovo ministero ed elemento di equilibrio nei rapporti tra governo e corona. Fu lui a vincere le resistenze del sovrano per l’ingresso di Cavour nel governo piemontese. Dal 1849 al 1860, ad eccezione della parentesi della guerra in Crimea, guidò ininterrottamente il Ministero della Guerra. Nel tempo divenne uno dei punti di riferimento della stagione di stabilità politica e istituzionale di cui il Piemonte necessitava dopo la sconfitta di Novara.

La sconfitta del 1849 fu il frutto non solo di errori tattici, ma anche delle carenze strutturali dell’apparato militare sabaudo. Da ministro della Guerra avviò una vasta riforma militare che interessò il reclutamento, la formazione degli ufficiali, lo Stato maggiore e le scuole militari. Il ministro mirava a trasformare l’esercito sabaudo in una forza di qualità, su modello francese, superando il precedente sistema di quantità, strutturato sul modello prussiano.[233] La Seconda Guerra d’indipendenza fu la consacrazione della sua riforma. Dopo la campagna La Marmora assunse rilevanti responsabilità governative, guidando il governo in una fase delicata della costruzione dello Stato unitario a seguito delle dimissioni di Cavour. Gestì nel suo mandato il processo di unificazione amministrativa e legislativa del regno, contribuendo successivamente all’orientamento della politica estera culminato nell’alleanza con la Prussia. Nel 1866 con le sconfitte di Custoza e Lissa egli divenne il solo capro espiatorio della fallimentare azione italiana e su cui ricaddero le responsabilità dell’umiliante cessione del Veneto, compromettendone il prestigio politico. Nel 1870 ricevette l’incarico di luogotenente del re a Roma.[234]

La figura del generale La Marmora rappresentò il percorso compiuto dal Regno di Sardegna dopo la sconfitta del 1849. Da ufficiale fu testimone diretto delle criticità dell’esercito sabaudo e ne divenne l’artefice della trasformazione. La riforma militare da lui promossa contribuì a fornire al Piemonte quello strumento necessario a sostenere l’unificazione italiana.

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[232] Gentile Pierangelo, Al servizio di un regno, nonostante il suo re: il generale Alfonso Ferrero della Marmora in Una famiglia nel Risorgimento – I La Marmora dal Piemonte all’Italia, a cura di Silvia Cavicchioli, Biella, Eventi & Progetti Editore, 2011, p. 100.

[233] Ivi, pp. 103-104.

[234] Ivi, pp. 104-105.

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Conclusioni

Il primo capitolo analizza la genesi del Risorgimento partendo dal Congresso di Vienna, inteso come lo sforzo delle potenze europee per imporre un equilibrio conservatore successivo alla stagione napoleonica e fautore di una nuova pace. Quest’ordine venne presto scosso dal "terremoto" dei moti del 1820-21, che introdussero nel dibattito politico la richiesta di una costituzione e videro l'emergere di figure chiave come il giovane Carlo Alberto, diviso tra lealtà dinastica e simpatie liberali, e Giuseppe Mazzini, che proprio in quegli anni iniziava la sua maturazione politica. Le rivolte del 1830-31 vennero soffocate, ma segnarono il definitivo superamento della Carboneria aprendo la strada al progetto della Giovine Italia. Il capitolo culmina con il fatidico 1848, il "vento di libertà" portò alla concessione dello Statuto Albertino e al primo tentativo sabaudo di guidare la causa nazionale, conclusosi con la fuga da Milano.

Il secondo capitolo approfondisce la drammatica ripresa delle armi nel 1849, una scelta dettata più dalla necessità di evitare una crisi interna e la bancarotta che da una reale convinzione militare. La disfatta di Novara viene presentata come tragico l’epilogo per Carlo Alberto, il quale, schiacciato dai propri tormenti e dal dissenso del figlio Vittorio Emanuele, scelse l'abdicazione e l'esilio come ultimo sacrificio per salvaguardare la corona. Lo studio esplora inoltre le tensioni tra il comando militare e il Parlamento, soffermandosi sul processo a Gerolamo Ramorino: la mancata difesa alla Cava fu il pretesto per individuare in lui un capro espiatorio necessario a coprire le mancanze di un esercito inquadrato al peggio.

Il terzo capitolo esamina la ricostruzione politica e diplomatica avviata dopo la sconfitta, focalizzandosi sulla capacità del Regno di Sardegna di trasformare un disastro in un'opportunità di modernizzazione istituzionale. Attraverso l’analisi del governo d’Azeglio e di Cavour, vengono tracciate le tappe che portarono all’alleanza con la Francia e alla Seconda Guerra d’indipendenza.

La sconfitta di Novara non viene letta come una fine, ma ci lascia una forte eredità politica e morale. La caduta di Novara, infatti, si configurò in quadro più ambio della sola sconfitta campale; la ripresa delle ostilità rappresentò l’esito disperato di una crisi economica e di una paralisi istituzionale tali da far apparire il conflitto come il male minore. L’emblema della situazione fu la paralisi di gran parte dei vertici politici e militari testimoniata dal frenetico avvicendamento di sette ministri della guerra in pochi mesi. Questo vuoto di potere compromise la realizzazione della riforma strutturale di cui l’esercito sardo aveva estremo bisogno, la vecchia struttura venne “scombinata” senza che ne emergesse una nuova, e la cronica carenza di quadri, rese ancor più difficile il completamento del nuovo assetto. L’elemento cardine della disorganizzazione fu la scelta di affidare le truppe al generale Chrzanowski, figura di lunga esperienza militare ma penalizzata dalla scarsa conoscenza della lingua e del territorio. A queste criticità si sommò la spaccatura interna ai vertici, con il generale Bava che in rotta col sovrano, pubblicò una dettagliata relazione contenente importanti informazioni sulle carenze sarde, utilissime a Radetzky. La confusione perdurò anche nel momento della denuncia dell’armistizio, al punto che il generale in capo piemontese venne a sapere della ripresa delle ostilità dopo degli austriaci e la notizia era già riportata nei giornali. Sul campo, il quadro fu completato dal caso Ramorino e dall’incapacità del generale polacco di ordinare l’attacco generale nel momento più propizio dello scontro. In questo scenario, Carlo Alberto, responsabile ultimo di una guerra d’indipendenza condotta in un isolamento diplomatico e militare quasi totale, scelse la via dell’abdicazione a favore di Vittorio Emanuele. La mancanza di un alleato serio aveva isolato il Piemonte nell’ideale patriottico e unitario. Il nuovo sovrano si trovò a dover gestire la pace con un parlamento che, al contrario, invocava la ripresa delle armi e fu necessario il fermo intervento di Moncalieri per risolvere la questione. Come si poteva costruire un paese se lo stato guida peccava di instabilità politica, assenza di programmazione dell’esercito, mancanza di un alleato forte e crisi diplomatica?

La risposta risiede nell’immagine stessa della sconfitta che divenne un ponte di cambiamento. Quel difficile momento fu necessario per aprire una nuova stagione politica, nuove figure consapevoli degli errori passati e non arrese alla libertà e alla causa italiana, lavorarono per trasformando il disastro di Novara nella nascita della nuova nazione. Tra queste figure fondamentali furono Massimo d’Azeglio, il presidente post-Novara, Urbano Rattazzi, artefice del "Connubio", Costantino Nigra, abile mediatore a Parigi, e Alfonso La Marmora, che con la sua riforma trasformò i resti dell'esercito sconfitto in una forza moderna.

La battaglia di Novara lascia anche una seconda eredità, quella umana, per le nostre generazioni e per la quotidianità di tutti noi. In una società che spesso esalta il successo come unico valore assoluto e vede nella sconfitta una sorta di inferiorità morale, l’esperienza del 1849 ci offre una prospettiva diversa. Essa ci insegna che il fallimento può essere il momento del rinnovamento: un’occasione per rialzare la testa, comprendere i propri errori e ritrovare il valore autentico di ciò che facciamo. Se interpretata in questo modo, la sconfitta non è più la fine di un percorso, ma la spinta necessaria per riprendere in mano la propria vita e il proprio destino. Novara, oggi, ci invita a guardare alla nostra vita non con il timore di cadere, ma con la consapevolezza che è proprio nella capacità di ripartire che si costruisce, ieri come oggi, il nostro futuro. Questo approccio critico deve essere fatto proprio da chi, come il sottoscritto, intende intraprendere la professione dell'insegnamento. Tale analisi risulta necessaria soprattutto per superare, all'interno delle scuole, quella visione evenemenziale che riduce la storia a un semplice elenco di fatti del passato, percepiti spesso come distanti o inutili. Al contrario, la storia deve essere presentata alle future generazioni come un serbatoio di insegnamenti vivi: l'esperienza di Novara, in questo senso, insegna a non aver timore delle macerie del presente, poiché è su di esse che si possono costruire le solide basi del proprio avvenire.

Ma la "fatal Novara" offre anche una riflessione di profonda attualità politica. Il connubio tra Rattazzi e Cavour rimane un monito fondamentale: esso dimostra come, dinanzi ai grandi temi comuni, la politica non debba cedere alla frammentazione partitica, ma abbia il dovere di procedere unita e convinta. Il bene del Paese deve infatti prevalere sulle dinamiche di partito o sulle mere logiche elettorali. In conclusione, questi avvenimenti si offrono come interpreti del nostro tempo; spetta a ognuno di noi scegliere come aprirsi a questa mentalità, trasformando lo studio del passato in una bussola per le scelte del domani. Perché a Novara, in fondo, non morì un sogno; la disfatta segnò un nuovo inizio: il momento esatto in cui lo spirito nazionale smise di essere un'astratta speranza per diventare un progetto concreto, capace di risorgere dalle proprie macerie per costruire il proprio avvenire.

L'approccio metodologico adottato per la stesura di diversi punti della tesi ha visto l'integrazione dell'intelligenza artificiale generativa, nello specifico NotebookLM e ChatGPT, intesa non come sostituto del lavoro intellettuale ma come un prezioso partner dialogico. Questa interazione ha permesso di sollecitare costantemente il pensiero critico, offrendo anche utili punti di vista alternativi. Gli strumenti sono stati impiegati ad esempio per la rielaborazione testuale e la revisione linguistica, agendo sulla chiarezza e sulla coerenza del discorso.

Bibliografia

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