Tesi di FILIPPO MARIA FERRERO - «The Person most competent»: Camillo Cavour Imprenditore e innovatore agricolo


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DIPARTIMENTO DI STORIA CULTURE CIVILTÀ

CORSO DI LAUREA IN STORIA

«THE PERSON MOST COMPETENT»:

CAMILLO CAVOUR IMPRENDITORE E INNOVATORE AGRICOLO

Tesi di laurea in Storia Economica

Relatrice: Prof.ssa Alessandra Cantagalli

Presentata da Filippo Maria Ferrero


Sessione marzo 2026

Anno Accademico 2024/2025

divisore 4

Alla mia famiglia, che mi ha sempre supportato

Ai miei amici Alessandro, Daniel, Francesco, Leonardo e Lisa

A Mattia, senza il quale oggi non sarei qui

Alla capacità di sintesi

divisore 4

INDICE

Introduzione

I. Michele Antonio Benso di Cavour: iniziative economiche einnovazioni agrarie

  1. La famiglia Cavour e la gestione delle sue tenute
  2. Biografia e formazione di Michele Antonio Benso di Cavour
  3. Michele Antonio Benso di Cavour, innovatore illuminato e pioniere

II. Camillo Benso conte di Cavour

  1. Biografia e pensiero
  2. La gestione delle tenute di famiglia (1835-1842)
  3. La gestione delle tenute di famiglia (1843-1861)

III. Camillo Cavour politico-agronomo

  1. Il Cavour dell’Associazione Agraria e la questione dei poderi modello
  2. Cavour ministro: dall’azienda allo Stato (1851–1861)

Fonti

Bibliografia

Sitografia

divisore 4

Introduzione

Quando si parla dell’operato di Camillo Cavour si finisce sempre per pensare a quel periodo della sua vita che va dall’ottobre 1850 al 6 giugno 1861, in cui il conte, prima in veste di mini-stro dell’Agricoltura e del Commercio e poi di presidente del Consiglio, guidò lo Stato sabaudo nel mastodontico processo che avrebbe portato alla formazione del Regno d’Italia. L’elaborato di tesi qui presentato, invece, si prefigge l’obiettivo di approfondire la figura di Cavour non come uomo di Stato, bensì come proprietario terriero illuminato, amante dell’agri-coltura e costante innovatore.

Secondogenito di Michele Cavour, proprietario terriero che visse prima nel Piemonte napoleo-nico poi sotto la Restaurazione, Camillo crebbe in un ambiente familiare prevalentemente rea-zionario. Furono persone come il padre, il fratello Gustavo, l’amico Pietro di Santarosa e Seve-rino Cassio, compagno della Reale Accademia Militare di Torino, nonché i numerosi viaggi compiuti all’estero a Ginevra e Parigi, a fare di Cavour un uomo con un’imperitura fiducia nel costante progresso della civiltà sia in campo politico che economico che meccanico.

Dopo aver abbandonato la carriera militare, fu proprio il padre ad indirizzare Camillo verso l’ambito agricolo, affidandogli la gestione delle tenute di famiglia nei territori di Cuneo e Ver-celli. Inizialmente restio, Camillo cominciò presto a dilettarsi nella gestione delle proprietà pa-terne, che divennero campi di prova per la sperimentazione di nuove tecniche e macchine agri-cole, introdotte nei tenimenti grazie all’appoggio di personaggi come il generale Francesco Sta-glieno, l’enologo Louis Oudart e l’agricoltore Giacinto Corio. Seppur non sempre felici, nel complesso i tentativi ebbero riscontro positivo sui risultati dell’azienda agricola, procurando a Cavour la fama di specialista in ambito agricolo e portandolo ad entrare a far parte dell’Asso-ciazione Agraria Subalpina nel 1842. I suoi interventi sulla Gazzetta dell’Associazione Agraria e sul quotidiano Il Risorgimento gli permisero da una parte di confermarsi come uno dei mag-giori pionieri delle scienze agrarie in Piemonte, dall’altra di divenire punto centrale della destra moderata del Regno sardo.

L’interesse dei Cavour, del padre Michele così come del figlio Camillo, nei confronti dell’agri-coltura non venne mai meno, neppure quando se ne dovettero allontanare a causa dei rispettivi impegni politici. Michele, una volta diventato sindaco di Torino nel 1833, pur affidando al figlio la gestione diretta delle tenute familiari, ne continuò a seguire da vicino l’andamento, servendo, soprattutto nei primi anni, da consigliere fidato. D’altra parte, una volta divenuto ministro e poi presidente del Consiglio, Camillo non solo continuò ad occuparsi della gestione dei tenimenti, divenuti un rifugio dalla frenetica vita politica di quegli anni, ma traslò tutta la sua esperienza e il suo spirito innovatore dal privato al pubblico, promuovendo il progresso agricolo tramite l’istituzione di organismi statali a favore dell’agricoltura e la costruzione di imponenti opere quali il Canale Cavour.

L’analisi della figura di Camillo Cavour come proprietario terriero e delle sperimentazioni da lui intraprese rappresenta, dunque, la base da cui partire per comprendere appieno l’operato dell’uomo di Stato. Il suo contributo al miglioramento delle condizioni della viticoltura, della risicoltura e dell’agricoltura piemontese in generale fu enorme, rendendolo la luce di punta di quel ceto borghese-imprenditoriale che nella prima metà dell’Ottocento si veniva formando in Piemonte così come in tutta Europa. Uomo “europeo”, Cavour dedicò la sua vita, sia privata che pubblica, al costante miglioramento della sua patria. Nel maggio 1838 così scriveva all’amica Melanie Waldor: «Quel bien pourrais-je faire à l’humanité hors de mon pays? ... Non, non, ce n’est pas en fuyant sa patrie parce qu’elle est malheureuse qu’on peut atteindre un but glorieux. … Quant à moi, j’y suis décidé, jamais je ne séparerai mon sort de celai des Piémon-tais. Heureuse ou malheureuse, ma patrie aura toute ma vie »(1).

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1 «Che bene potrei fare all’umanità fuori dal mio paese? … No, no, non è fuggendo dalla propria patria perché infelice che si può raggiungere un obiettivo glorioso. …Quanto a me, ho deciso, non separerò mai il mio destino da quello dei piemontesi. Felice o infelice, la mia patria avrà tutta la mia vita». Traduzione mia. La lettera di Cavour a Melanie Waldor è in R. Romeo, Cavour e il suo tempo 1810-1842, Laterza, Roma-Bari, 2012, pp. 675-676.

CAPITOLO PRIMO

MICHELE ANTONIO BENSO DI CAVOUR:

INIZIATIVE ECONOMICHE E INNOVAZIONI AGRARIE

  1. La famiglia Cavour e la gestione delle sue tenute

A partire dal Settecento i Benso Cavour(2) - famiglia nobile con stretti legami a Corte, con l'esercito e la Chiesa - furono la dimostrazione di come la nobiltà locale piemontese riuscì a integrarsi e a prosperare grazie alla politica economica e allo sviluppo di Casa Savoia, prima durante il regno di Vittorio Amedeo II (1675-1730) e successivamente sotto Carlo Emanuele III (1730-1773). Attivi nel commercio e potenti proprietari terrieri, i Benso Cavour possedevano vasti appezzamenti nei territori di Chieri, da cui erano originari, di Asti e di Pinerolo. Oltre a questo, possedevano un discreto capitale immobiliare anche nella città di Torino.

Nel 1773 Giuseppe Filippo (1741-1807) divenne sesto marchese di Cavour, ereditando dal padre Michele Antonio una situazione assai difficile a causa dei pesanti debiti. Per evitare il dissesto finanziario, nel 1781 Giuseppe Filippo Benso Cavour sposò Philippine de Sales (1762-1849), la cui dote di 80.000 franchi migliorò le finanze della famiglia e consentì al marchese di concludere l’acquisto della metà della tenuta di Santena non ancora in mano ai Cavour. Il matrimonio con Filippina fu, per il marchese Filippo – assillato continuamente da creditori e da usurai ma anche mal sopportando l’impegno gravoso dell’amministrazione economica familiare – l’occasione per lasciare alla moglie, supportata dal conte Bartolomeo Benso di Cavour (1751-1821) e da Uberto Benso di Cavour (detto Franchino, 1759-1831), la gestione della casa e del patrimonio(3).

Nel 1792 scoppiò, tra la neonata Repubblica Francese e il Regno Sardo, la Guerra delle Alpi (1792-1796). Il conflitto culminò nell’armistizio di Cherasco (28 aprile 1796), che costrinse

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2 I Benso erano divenuti Benso Cavour nel 1649 con l’acquisto del marchesato della cittadina di Cavour.
3 Sulle vicende della famiglia Benso Cavour si vedano R. Romeo, Cavour e il suo tempo 1810-1842, cit.; Associa-zione Amici della Fondazione Cavour, Cenni biografici della famiglia Cavour, https://www.camilloca-vour.com/documents/1230/CENNI_BIOGRAFICI_DELLA_FAMIGLIA_CAVOUR_da_guida_x_guide.pdf [ul-tima consultazione 11 gennaio 2026].

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Vittorio Amedeo III (1726-1796) a cedere alla Francia parte del Piemonte meridionale, Nizza e la Savoia, sancendo inoltre l'inizio dell'ascesa di Napoleone Bonaparte(4).

La Rivoluzione sconvolse profondamente lo strato politico e sociale del Regno, gettando in gravissime difficoltà i Cavour, così come buona parte delle famiglie nobili piemontesi. Le pesanti contribuzioni richieste dai vincitori si accompagnarono infatti a un crollo del valore della terra, base della ricchezza dei Cavour. Inoltre, l’abolizione dei diritti feudali, fissata con il decreto del 29 luglio 1797 e accompagnata da un forte sconvolgimento monetario, mise in grave pericolo il patrimonio della famiglia. Pur essendo la documentazione accessibile molto lacunosa, si nota come le missive scritte da Filippina al cognato Franchino tra il 1796 e il 1799 vertano quasi esclusivamente intorno all’amministrazione dei beni di famiglia, mostrando l’impegno della marchesa nella trattazione di questioni di denaro e di agricoltura, di affitti e di lavori da eseguire a Santena e in altre tenute.

Una delle misure più radicali e trasformative della Rivoluzione Francese fu la confisca di proprietà regie, nobiliari ed ecclesiastiche che vennero trasformate in "beni nazionali": questa sItuazione permise a Bartolomeo Benso in società con il conte Carlo Lodi di Capriglio (1755-1821) di stipulare, l’11 marzo 1801, un contratto per l’affitto della tenuta della Mandria di Chivasso. Nacque così, il 18 maggio 1801, la Società Pastorale del Cavour e del Capriglio, principalmente dedicata all'allevamento di pecore merinos, un allevamento unico in tutta Europa per numero di capi, a cui vennero concessi 838 ettari nei territori di Chivasso, Mazzé e Rondissone per una durata di 21 anni a un canone annuale di 28.000 lire piemontesi. Sempre nel maggio 1801, Benso e Lodi presero in affitto il canale di Caluso, per un periodo di 20 anni, ad un canone annuo di 8.000 lire piemontesi. Per farsi un’idea della grandiosità dell’impresa, si può fare ri-ferimento a una descrizione della società contenuta in una memoria indirizzata a Jean-Antoine Claude Chaptal, ministro degli Interni sotto il Consolato e poi l'Impero di Napoleone(5). Il documento testimonia l’unicità europea del complesso, costituito da 1200 arpenti(6) destinati a prato, in grado di nutrire 6000 pecore, 100 vacche, 45 coppie di buoi o di cavalli; da 600 arpenti coltivati a grano, avena, granturco e patate; infine, da 200 arpenti di incolti(7). Le pecore merinos vennero incrociate con pecore di razza padovana, romagnola o napoletana, producendo ottimi risultati. La lana ottenuta passava dapprima nella manifattura di Rivoli (dove lavoravano 60 filatrici e 150 tessitori), per poi giungere all’ex convento della Visitazione di Torino, dove le

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4 C. Capra, Storia moderna 1492-1848, Mondadori, Milano, 2021; R. Romeo, Cavour e il suo tempo 1810-1842, cit.

5 Ivi.

6 Un arpento equivaleva a circa 71 metri.

7 R. Romeo, Cavour e il suo tempo 1810-1842, cit.

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stoffe venivano sottoposte ai procedimenti di tintura, follatura e apparecchiatura (rammendatura).

Inoltre, la Società Pastorale di proprietà di Cavour e di Capriglio fu in grado di accedere a importanti contributi da parte dello Stato francese grazie alla vicinanza della famiglia Cavour al generale Jacques François de Menou, barone di Boussay, amministratore generale del Piemonte. Nonostante fosse riuscita ad attirare ingenti fondi pubblici e privati, la Società Pastorale non riuscì a realizzare i risultati economici previsti. Fu in questo contesto che si concretizzò l’idea del matrimonio del giovane Michele Cavour con Adele de Sellon (1779-1846), evento che avrebbe segnato il passaggio di consegna della gestione delle proprietà di famiglia dalla madre al figlio.

2. Biografia e formazione di Michele Antonio Benso di Cavour

Figlio unico di Giuseppe Filippo Benso di Cavour e Filippina de Sales, Michele Antonio Benso di Cavour nacque a Torino il 29 dicembre 1781. Era, dunque, ancora bambino quando scoppiò la Rivoluzione francese, e a soli sedici anni dovette arruolarsi nell’esercito repubblicano francese, che aveva occupato il Piemonte e che combatté contro le forze austro-russe per la conqui-sta dell’Italia settentrionale. Nel 1799, sperando in un ritorno dei Savoia, Michele disertò e si unì a un nucleo dell’esercito sabaudo. La vittoria di Napoleone a Marengo nel giugno 1800 fece crollare le speranze del giovane marchese che, temendo ritorsioni, espatriò insieme allo zio Franchino, recandosi dapprima a Firenze, poi, nel 1801, a Ginevra. Qui, indirizzato alla vita degli affari dalla madre, Michele entrò in contatto con il mondo finanziario ginevrino e intraprese diverse iniziative per risanare i bilanci familiari.

Rientrato a Torino solo nel 1802, dopo l’annessione del Piemonte alla Francia, nel 1805 sposò Adele, figlia del conte Jean-Gaspard de Sellon, conosciuta durante il soggiorno ginevrino, e prese in carico la gestione del patrimonio familiare, arricchito dalla consistente dote portata al matrimonio dalla moglie. Come la madre, anche Michele Antonio si impegnò a stringere forti legami con la corte francese, soprattutto con il principe Camillo Borghese (1775-1832), governatore generale dei dipartimenti transalpini e marito di Paolina Bonaparte, sorella dell’imperatore. Quando il principe Borghese arrivò a Torino nel 1808, Michele fu nominato primo ciam-bellano, mentre la madre Filippina ricevette il titolo di dama d’onore della principessa Paolina. Della posizione raggiunta, Michele Antonio Benso Cavour si servì per curare, in primis, gli interessi della Società Pastorale.

Il 10 agosto 1810 nacque il secondogenito Camillo (fratello di Gustavo Filippo Benso) il quale dovette il suo nome proprio al principe Camillo Borghese, padrino, assieme alla consorte principessa Paolina Bonaparte, al suo battesimo.

Il 20 maggio 1814 il re Vittorio Emanuele I rientrò a Torino dall'esilio, dopo la caduta di Napoleone Bonaparte ad Arcis-sur-Aube (20 marzo 1814) e la fine del suo dominio in Europa(8). Accolto trionfalmente dal popolo di Torino, il giorno dopo, 21 maggio 1814, il re emanò il celebre Regio Editto n. 9, che abrogò la legislazione francese (Codice Napoleonico) e ripristinò le leggi e le costituzioni sabaude del 1770: «non avuto riguardo a qualunque altra legge, si osservassero da quella data le regie costituzioni del 1770 e le altre provvidenze emanate sino all’epoca del 23 giugno 1800»(9), escludendo dai pubblici uffici tutti quelli che avevano collabo-rato con i francesi. In questo contesto, i Cavour erano guardati con sospetto ed esclusi dalla corte per i legami avuti con il regime napoleonico. Tuttavia, già nell’ottobre 1815, con l'appoggio dell’ambasciatore francese, il marchese d'Osmond, i Cavour riuscirono a ricucire i rapporti con il Re. Sanata la spaccatura con Casa Savoia, la famiglia era però ancora legata alle istituzioni civili del periodo francese. Questa loro posizione ambigua li portò, grazie all’intervento del cavaliere di Saluzzo, ad essere ammessi tra i frequentatori di Carlo Alberto (1798-1849), principe di Carignano.

Dai documenti non è chiara la posizione che Michele assunse durante i moti del 1821. È però sicuro che riuscì a non compromettersi né con la corte sabauda di Carlo Felice né con l’amico Carlo Alberto, direttamente coinvolto nei moti. Già membro del Decurionato di Torino dal 1819, l’estraneità ai moti del 1821 gli valse la nomina (1823) a direttore della Casa di corre-zione, nonché a membro della Camera di Agricoltura e Commercio di Torino e della Accademia di Agricoltura (1826).

Riacquistato prestigio a corte, era giunto il momento di recuperare anche sul fronte economico. Le patenti reali del 17 settembre 1816, avevano dichiarato risolti entro il 1818 tutti gli affitti stipulati sotto il passato governo il cui ammontare superasse i 10.000 franchi per le risaie e i 5.000 franchi per gli altri terreni. Vittima naturale di questo provvedimento era stata la Società Pastorale, sciolta nel giugno 1822. In seguito alla liquidazione dell’attività, Michele aveva deciso di mantenere un migliaio di pecore merinos prospettandone la diffusione che avrebbe por-tato non solo ad una riduzione dei costi degli allevamenti ma anche ad un accrescimento dei ricavi dovuto alla diffusione delle razze pregiate. Nell’aprile del 1818, insieme a due soci,

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4 C. Capra, Storia moderna 1492-1848, Mondadori, Milano, 2021; R. Romeo, Cavour e il suo tempo 1810-1842, cit.

5 Ivi.

6 Un arpento equivaleva a circa 71 metri.

7 R. Romeo, Cavour e il suo tempo 1810-1842, cit.

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Michele Benso Cavour acquistò l’ex tenuta reale di Lucedio da Camillo Borghese, di cui il marchese finì per amministrare le grange di Leri e Montarucco, nonché una parte della foresta della tenuta. Inoltre, prese parte alla realizzazione della prima linea di navigazione a vapore sul lago Maggiore e sul lago di Como (1825-1826).

Nel 1833, Michele Benso Cavour venne nominato sindaco di Torino e il 27 giugno 1835 «vicario e sovrintendente generale di politica e di polizia della città di Torino»(10), una posizione che lo rendeva uno degli uomini più potenti del regno e gli consentì di dimostrare le proprie capacità organizzative nell'affrontare l'epidemia di colera di quell'anno, oltre che di occuparsi di iniziative come l'illuminazione a gas della città e i progetti per l'asfaltatura delle strade. La mole di impegni derivanti dalla nuova carica gli rese però difficile gestire, da solo, l’intero patrimonio familiare. In questo contesto, il marchese decise di affidare al figlio cadetto Camillo la gestione della tenuta di Leri e, successivamente, la gestione delle tenute di famiglia.

Lasciata la carica di vicario nel 1847, Michele Benso di Cavour morì a Torino tre anni dopo. Dopo la sua morte, i beni furono trasmessi indivisi ai figli Gustavo e Camillo.

3. Michele Antonio Benso di Cavour, innovatore illuminato e pioniere

Sciolta, nel giugno 1822, la società della Mandria, Michele si ritrovò nella necessità di ricostruire il patrimonio familiare. Determinato a preservare i risultati dell’iniziativa, il marchese di Cavour decise di mantenere un gregge di circa mille ovini merinos, convinto che la loro diffusione avrebbe potuto ridurre i costi di allevamento nelle tenute agricole ove sussistesse una maggiore disponibilità di foraggi e di letame, consentendo così l’ampliamento delle superfici a prato. Secondo il marchese, nel Novarese e nel Vercellese tali superfici occupavano appena un decimo della superficie coltivata, «mentre in buona agricoltura dovevano essere da un quinto ad un terzo»(11). In aggiunta alla diminuzione dei costi di allevamento, il marchese prevedeva un incremento dei ricavi grazie alla diffusione delle razze pregiate. All’epoca, infatti, sul mercato francese i prezzi della lana si collocavano tra le 40 e le 45 lire al rubbo(12), mentre in Piemonte erano fermi a 26 lire. Tale divario dipendeva sia dal debole sviluppo delle manifatture di lana nazionali, sia dal divieto di esportazione, che limitava la domanda del prodotto. Secondo il marchese, invece, l’incremento degli allevamenti di merinos avrebbe favorito la nascita di

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10 R. Romeo, Cavour e il suo tempo 1810-1842, cit., p. 545.

11 Ivi, p. 115.

12 Un rubbo equivaleva a 9,22 kg.

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un’industria nazionale e, di conseguenza, l’allineamento dei prezzi ai mercati esteri: «aumentando i merini, si formeranno i fabbricanti; ricercata la mercanzia, essa sorgerà ben presto al nivello coi paesi forestieri; allora l’estrazione della lana merinos potrà pure senza danno allo Stato essere permessa»(13). Tuttavia, in una memoria del 1828, Benso Cavour era nuovamente costretto a richiedere sostegni governativi, riconoscendo la persistente debolezza del settore piemontese rispetto alle industrie belghe, tedesche e francesi. L’azione del marchese nel campo dell’allevamento di razze pregiate assumeva così un carattere pionieristico: l’ibridazione dei merinos con razze locali e con montoni inglesi (New Leicester o Dishley) produceva miglioramenti destinati a durare nel tempo.

Il progetto che probabilmente meglio identifica l’operato di Michele Cavour è l’acquisto della tenuta di Leri, destinata a divenire il perno del patrimonio della famiglia. Leri era una delle sette tenute (Lucedio, Montarucco, Leri, Castelmerlino, Darola, Montarolo e Ramezzana) che componevano il fondo di Lucedio. Inizialmente di proprietà di Vittorio Emanuele I, con l’arrivo dei francesi la tenuta era stata prima annessa al demanio statale poi, nel 1807, assegnata al principe Camillo Borghese. Con la Restaurazione, re Vittorio Emanuele I manifestò il forte desiderio di rientrare in possesso della tenuta di Lucedio. Le trattative con il principe Borghese si conclusero tuttavia senza esito: quest’ultimo rifiutò l’offerta di due milioni di franchi avanzata dalla corona sabauda, valutando la proprietà in tre milioni di franchi.

Fu in questo contesto che intervenne il marchese Michele. Le sue risorse personali non erano sufficienti a sostenere l’acquisto, ma egli riuscì a coinvolgere due partner: l’antico affittuario di Lucedio, Luigi Festa, e il marchese Carlo Giovanni Gozzani di San Giorgio, parente dell’amministratore generale del principe Borghese. Secondo una stima redatta nel 1821 in vista della successiva divisione del tenimento tra i tre acquirenti, il valore complessivo della proprietà, «in comune commercio, cioè quello effettivo e reale»(14), al netto delle deduzioni, veniva fissato in 3.412.458 lire, una cifra superiore al prezzo effettivamente corrisposto da Cavour e soci. L’atto di vendita fu stipulato il 1° dicembre 1818: Gozzani assunse una quota di 12/24, mentre Cavour e Festa parteciparono ciascuno per 6/24. Il prezzo era suddiviso in dieci rate annuali di 300.000 franchi, con interesse del 4% a scalare, e con l’aggiunta del raccolto dell’annata 1817-1818

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13 R. Romeo, Cavour e il suo tempo 1810-1842, cit., p. 116.

14 Ivi, p. 128.

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a compensazione degli interessi non maturati(15). Per far fronte all’impegno finanziario, il marchese Cavour ipotecò una parte consistente del proprio patrimonio, indebitandosi anche presso parenti e amici.

Nel 1821 la stima e la divisione dei beni, da effettuarsi in natura ed escluse le scorte, furono affidate agli ingegneri Nicola Nervi e Benedetto Brunati. La tenuta venne ripartita in quattro lotti di pari valore. Al marchese Gozzani, in coerenza con la sua quota maggioritaria, furono assegnati il primo e il terzo lotto: il primo comprendeva le grange di Lucedio e Montarolo, la cascina di Belgioioso, parte della foresta e parte della grangia di Ramezzana; il terzo includeva la grangia di Castelmerlino, parte della foresta e un’ulteriore porzione della grangia di Ramez-zana. A Luigi Festa spettò la grangia di Darola, parte della foresta e la restante sezione della grangia di Ramezzana. Al marchese di Cavour, infine, fu attribuito il quarto lotto, formato dalla grangia di Leri (giornate 1201.17.9), dalla grangia di Montarucco (giornate 1041.82.9) e dalla parte residua della foresta (giornate 193.47.11).

Alla vigilia della vendita di Lucedio, la situazione delle tenute di Leri e Montarucco non appariva favorevole. La coltivazione avveniva in larga misura senza il supporto di macchine agricole e con un basso rapporto tra manodopera e superficie: mentre il fabbisogno ordinario era di un lavoratore ogni 40 giornate, nelle due tenute se ne registrava appena uno ogni 100 giornate. Le circa 2000 giornate coltivate si distribuivano tra prati, risaie, frumento, granturco e trifoglio, ma il principale punto debole era la scarsità dei prati, che coprivano solo il 10% delle terre arabili (contro una media del 15% nel Vercellese). Tale carenza limitava la produzione di foraggio, appena sufficiente al mantenimento del bestiame, e riduceva di conseguenza la dispo-nibilità di letame. Nel 1818 si contava, tra Leri e Montarucco, un totale di 229 capi su 2000 giornate di terreno coltivato, pari a un capo ogni 8,9 giornate (3,3 ettari), un valore inferiore anche alla già modesta media provinciale.

Negli anni successivi il marchese si impegnò ad aumentare il numero dei capi, tanto che entro il dicembre 1828 il rapporto migliorò fino a un capo ogni 6,2 giornate (2,3 ettari), con un incremento da 229 a 320 animali.

A ciò si aggiungeva il problema della coltivazione estensiva delle risaie, favorita dall’elevata redditività ma responsabile della formazione di acque stagnanti e acquitrini, causa principale della diffusione della malaria. Per attenuare tale rischio, alla coltura continua del riso si sostituì progressivamente l’alternanza con coltivazioni in asciutto, come frumento e granturco. Michele Benso Cavour affrontò con determinazione queste criticità. Diversamente da molti proprietari

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15 P. Gentile, L’amministrazione delle tenute di famiglia, in S. Cavicchioli (a cura di), Camillo Cavour e l’agricol-tura, Carocci, Roma, 2011; R. Romeo, Cavour e il suo tempo 1810-1842, cit., p. 129.

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terrieri dell’epoca, estranei alla gestione produttiva, egli ritenne che il miglioramento dell’azienda agricola potesse passare soltanto attraverso investimenti, formazione e adozione di tecniche innovative. Nel 1824 fece installare nelle sue tenute un primo trebbiatoio idraulico, ideato dal cavaliere Giuseppe Morelli di Milano; nel 1827 redasse il Mémoire sur la terre de Lery, in cui delineava un programma di rinnovamento agrario(16). Muovendo dalla constatazione dell’insufficienza dei prati, egli si decise a raddoppiarne la superficie a scapito delle risaie, così da aumentare la produzione di foraggio per sostenere sia il bestiame da lavoro sia l’allevamento di animali da carne e da latte, con un rendimento stimato di 30 franchi per giornata a prato. La rotazione colturale rimaneva comunque fondata sull’alternanza granturco–grano. Così ripartito, la divisione del terreno arabile in giornate sarebbe risultata come mostrato nella tabella 1.

tabella1

Il 22 aprile 1830 il debito nei confronti di Camillo Borghese risultò finalmente estinto. Subito dopo, come spinto da un’intensa attività imprenditoriale, Michele Benso Cavour partecipò all’asta dei beni del fallito Giuseppe Veglio di Castelletto, con l’obiettivo di acquisire metà del Castello di Grinzane, in accordo con la cognata Victoire, già entrata in possesso dell’altra metà nel 1806 a seguito della separazione dal marito La Turbie.

Sebbene non direttamente legata all’ambito agricolo, la partecipazione del marchese di Cavour alla realizzazione della prima linea di navigazione a vapore sul lago Maggiore e sul lago di Como riveste un’importanza fondamentale per comprendere la sua mentalità di uomo moderno, dalla quale il figlio Camillo avrebbe tratto ispirazione. Fu costituita la Società anonima per la navigazione con battelli a vapore sul lago Maggiore, guidata dal banchiere Giuseppe Raffaele Vitta di Casale e dallo stesso marchese di Cavour, e sostenuta da «azionisti pronti a sborsare

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16 Ivi, p. 154.

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240.000 lire in azioni da 4.000 lire ciascuna»(17). Il 18 maggio 1825 questa società ottenne dal governo piemontese il privilegio esclusivo per la navigazione a vapore sul lago Maggiore e sui fiumi Po e Ticino per la durata di quindici anni, con l’obbligo di mantenere per due mesi dieci delle sessanta azioni a disposizione del governo del Canton Ticino, in virtù della convenzione del 30 aprile 1825 che estendeva il privilegio all’intero litorale ticinese. Il 3 marzo 1826 ebbe inizio la navigazione del battello a vapore Verbano sul lago Maggiore. Sul lago di Como entrarono in servizio i battelli Lario e Plinio, che avviarono la navigazione regolare tra luglio e ottobre dello stesso anno. Infruttuosi risultarono invece i tentativi di introdurre la navigazione a vapore sul Po.

Di fronte a tali iniziative, si potrebbe essere indotti a riconoscere nella figura del marchese Michele alcuni tratti che sarebbero poi confluiti nella personalità del figlio Camillo. Tuttavia, emerge una differenza sostanziale nel modo in cui padre e figlio reagirono alla comune constatazione dell’arretratezza italiana. Il marchese osservava che «notre Italie est encore arriérée pour les entreprises de ce genre»(18), traendone la necessità di adeguare la propria attività a tale condizione, rinunciando alle moderne iniziative industriali. Anche il figlio Camillo Benso di Cavour giunse a un giudizio analogo, ma ne ricavò una conclusione opposta: l’arretratezza non era un dato immutabile, bensì un problema da risolvere, contrapponendo al mondo della pro-prietà fondiaria e della speculazione un modello fondato sull’impresa e sul capitale produttivo.

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17 R. Romeo, Cavour e il suo tempo 1810-1842, cit., p. 159.

18«la nostra Italia è ancora arretrata per le imprese di questo genere». Traduzione mia. Ivi, p. 162.

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CAPITOLO SECONDO

CAMILLO BENSO CONTE DI CAVOUR

1.Biografia e pensiero

Camillo nacque il 10 agosto 1810, secondogenito di Michele Benso di Cavour e Adele de Sellon. Persuaso che l’esercito ne potesse plasmarne il carattere, il padre Michele lo indirizzò alla carriera militare; per questo, all’età di dieci anni, egli entrò nella Reale Accademia Militare di Torino. Fin dai primi anni emersero tratti di forte orgoglio e una marcata tendenza all’indipendenza, che si tradussero in episodi di indisciplina. Emblematica la reazione di Camillo alla nomina a paggio nel luglio 1824, ottenuta grazie ai rapporti del padre con Carlo Alberto. Pur dichiarandosi privo di entusiasmo per l’incarico, egli vi si sottomise per dovere: «Assurez-vous, mon cher papa, de mes bonnes dispositions...Il est vrai je n’ai nulle envie d’être page, cela ne m’amuse guère; mais puisque cela vous fait plaisir, je m’y résigne patiemment»(19).

Più che l’istruzione accademica, erano tuttavia i dibattiti politici nella casa del marchese Michele e la frequentazione di compagni come il barone Severino Cassio, di tre anni più anziano, a incidere sulla maturazione intellettuale di Camillo. L’amicizia con Cassio, nata all’Accademia, appare decisiva: fonti epistolari e interpretazioni storiografiche mostrano come egli orientò dapprima l’inquietudine giovanile di Cavour e poi il suo crescente interesse per lo studio e per la politica(20).

Superati gli esami finali, Camillo Cavour ottenne nel 1826 la nomina a luogotenente del Regio Corpo del Genio. Gli incarichi tra il 1827 e il 1830 (Ventimiglia, Exilles, L’Esseillon) e soprattutto il trasferimento a Genova lo misero in contatto con ambienti liberali e patriottici, in un contesto segnato dal malcontento seguito alla perdita dell’indipendenza della città. L’eco della Rivoluzione del luglio del 1830 e la sua simpatia per Luigi Filippo d'Orléans attirarono l’atten-zione del governo sabaudo, che lo richiamò a Torino e lo destinò a un periodo di isolamento in Val d’Aosta. In questo contesto Camillo Cavour maturò la decisione di abbandonare la carriera militare, formalizzata con le dimissioni nel novembre 1831.

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19 «Vi assicuro, mio caro padre, delle mie buone disposizioni…È vero che non ho alcun desiderio di essere un paggio, non mi diverte molto; ma poiché vi fa piacere, mi rassegno pazientemente». Traduzione mia. R. Romeo, Cavour e il suo tempo 1810-1842, cit., p. 184.

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La convivenza familiare era segnata da conflitti ideologici e dalla dipendenza economica dal padre. Per attenuare le tensioni, il marchese gli affidò l’incarico di amministrare la tenuta dello zio Clermont-Tonnerre a Grizane (Alba) di cui nel 1832 assunse la carica di sindaco. L'impegno dimostrato nell’amministrare la tenuta di Grinzane gli valse il consenso del padre ad intraprendere un lungo viaggio. Tra il dicembre 1834 e il luglio 1835, insieme all’amico Pietro di Santarosa (1805-1850), visitò la Svizzera, la Francia, l'Inghilterra e il Belgio, entrando in contatto con gli ideali illuministi che al tempo animavano la scena politica ed economica europea. Questa esperienza contribuì alla sua formazione liberale dandogli la possibilità di conoscere diverse realtà economiche e sociali e le trasformazioni indotte dalle nuove tecnologie.

Rientrato a Torino, Camillo Cavour ricevette dal padre Michele anche la gestione della tenuta comprendente i territori di Leri e Montarucco (Vercelli). Qui, Cavour applicò moderne tecniche agrarie e introdusse nuove coltivazioni e allevamenti, trasformando le proprietà in imprese più produttive. Accanto all’impegno nella gestione delle tenute, Cavour non trascurò gli affari, impegnandosi nel commercio e nella speculazione sulle derrate agricole (cereali).

In seguito alla morte dello zio Aynard Clermont-Tonnerre, avvenuta nel 1837, la zia Victoire affidò a Camillo l’incarico di liquidare parte dei beni posseduti in Francia, al fine di liberarsi degli ingenti debiti e di assicurarsi una rendita annua. Ebbe così inizio il periodo dei viaggi e delle permanenze in Francia - che sarebbe durato fino al 1843 - durante i quali il giovane Cavour si appassionò alla speculazione in Borsa, senza però mai trascurare il patrimonio familiare in Piemonte. Seppur segnata per la maggior parte da operazioni andate a buon fine, l’esperienza in Borsa si concluse nell’ottobre 1840 con forti perdite: in un momento di estreme tensioni tra Francia e Inghilterra, Cavour, convinto dell’imminenza di un conflitto bellico, giocò al ribasso scommettendo sullo scoppio di una guerra tra le due nazioni. La tendenza alla pace portò, tuttavia, ad un rialzo dei prezzi in Borsa, causandogli una perdita di migliaia di franchi. Disperato, Camillo fu costretto a chiedere sostegno economico al padre il quale, senza mancare di rimproverarlo duramente, gli garantì supporto concreto e collaborazione(21).

I viaggi di quegli anni offrirono a Cavour l’occasione di sperimentare le potenzialità del trasporto su rotaie per persone e merci e già nel 1838 partecipò all’iniziativa della Compagnia Savoiarda per un collegamento diretto tra Chambéry e Lione. Il progetto però fallì e venne liquidato nel 1849. Il fallimento non frenò Cavour: nel febbraio 1850 contribuì alla costituzione della Società anonima della Strada Ferrata da Torino a Savigliano, che mirava a creare una rete

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21 R. Romeo, Cavour e il suo tempo 1810-1842, cit., pp. 650-651

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di collegamento di Torino all’importante nodo di Cuneo proseguendo verso Nizza, porto strategico per il Regno.

Questi passi falsi non intaccarono la reputazione di Camillo Cavour come uomo esperto di cose agricole ed economiche che si era costruito nell’ambiente piemontese: nel 1841 il ministro degli Esteri Solaro della Margarita lo indicò all’ambasciatore britannico a Torino, sir Ralph Abercromby (1803-1868), come l’uomo più adatto a procurargli i dati concernenti la produzione agricola degli Stati Sardi che il governo di Londra, con a capo sir Robert Peel (1788-1850), desiderava ottenere per valutare l’impatto della possibile abolizione dei dazi sul grano (Corn Laws). I dati piemontesi servivano quindi a valutare la quantità e l’affidabilità del grano estero in un futuro regime di libero scambio mentre la modernizzazione dell’agricoltura faceva del Piemonte un possibile stabile fornitore.

Il 25 agosto 1842 Camillo Cavour entrò a far parte della neonata Associazione Agraria. Oltre a scrivere articoli per la Gazzetta Ufficiale dell’Associazione, in questi anni Cavour si cimentò nella scrittura di saggi e lettere sui progressi dell’economia e dell’industria. Importanti sono le Considerazioni sulla poca convenienza di istituire poderi-modello in Piemonte (agosto 1843) e lo scritto Des chemins de fer (maggio 1846), pubblicato sulla rivista francese Revue Nouvelle, in cui affrontava il problema delle ferrovie in Italia(22). Il 1843 fu l’anno delle grandi imprese: nell’autunno, Cavour strinse un forte legame con Giacinto Corio, agricoltore esperto e di ampie vedute, capace di attuare le innovazioni agricole promosse dal conte.

Sempre nello stesso anno, Cavour appoggiò e partecipò attivamente alla creazione della nuova Banca di Genova, costituita con Regie patenti il 16 marzo 1844. Nel 1847, assieme a Cesare Balbo, Cavour fondò il giornale politico Il Risorgimento, veicolo per diffondere idee liberali e la necessità di una costituzione, che sarebbe giunta sotto la forma dello Statuto Albertino il 4 marzo 1848. Nello stesso anno entrò in politica, con la nomina alla Camera dei deputati il 26 giugno. Divenuto, nel 1849, capo della maggioranza parlamentare moderata, il conte appoggiò l'unione tra il Banco di Genova e il Banco di Torino, nato nel 1847 e di cui Cavour era stato azionista e promotore. La fusione delle due banche si sarebbe concretizzata il 14 dicembre 1849, portando alla nascita della Banca Nazionale del Regno di Sardegna (poi Banca d'Italia). Nel 1850, forte della sua posizione di guida della maggioranza, fu nominato ministro dell’Agricoltura e del Commercio, carica a cui nel 1851 si sarebbero aggiunte quelle di ministro della Marina e delle Finanze.

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22 C. Cavour, Scritti di economia (1835-1850), a cura di F. Sirugo, Feltrinelli, Bologna, 1962, pp. 225-248; R. Romeo, Cavour e il suo tempo 1842-1854, Laterza, Roma-Bari, 2012.

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In seguito alle dimissioni del presidente del Consiglio Massimo d’Azeglio il 22 ottobre 1852, il re Vittorio Emanuele II (1820-1878) chiamò Cavour a formare un nuovo esecutivo. Il 4 novembre 1852 Camillo Benso di Cavour divenne presidente del Consiglio, inaugurando il primo governo Cavour (1852-1855). Il 4 maggio 1855 assunse nuovamente la carica, dando avvio al secondo governo Cavour (1855-1859). Furono anni di riforme liberiste per modernizzare il Piemonte: furono promossi il commercio, l’industria, l’agricoltura e la finanza, vennero riformati i dazi e il sistema bancario, furono introdotte nuove imposte e fu aumentata la spesa pubblica per sovvenzionare la costruzione di strade, ferrovie, porti e bonifiche.

Nel 1855 il Regno di Sardegna aderì all’alleanza anglo-franco-turca contro la Russia. L’invio in Crimea di 15.000 uomini al comando di Alfonso La Marmora consentì al Piemonte sabaudo di partecipare alle trattative di pace accanto alle grandi potenze europee e di presentare per la prima volta, al Congresso di Parigi (1856), il problema italiano(23). Deciso ad avere l’appoggio della Francia, Cavour si incontrò segretamente con Napoleone III a Plombières nel luglio 1858 ottenendo la promessa di supporto militare in caso di una guerra difensiva contro l'Austria, in cambio di Nizza e Savoia e del progetto di una riorganizzazione dell'Italia in una confedera-zione di stati per sostituire l'influenza austriaca con quella francese. L’alleanza sardo-francese venne siglata ufficialmente nel 1859; nell’aprile di quell’anno, dopo mesi di provocazioni da parte dei piemontesi, gli austriaci dichiararono guerra: fu l’inizio della seconda guerra d’indipendenza. L’armistizio di Villafranca del luglio 1859, firmato da Napoleone III con l’Austria, prometteva al Piemonte la sola cessione della Lombardia; deluso, Cavour si dimise, provocando la caduta del suo governo.

Le pressioni per la soluzione della questione italiana, le annessioni in Centro Italia di Toscana, Emilia-Romagna, Marche e Umbria dopo i plebisciti, in cambio della cessione alla Francia di Nizza e Savoia, e il supporto, pur con cautela, della spedizione di Garibaldi in Sicilia, crearono una nuova emergenza nazionale. Il 21 gennaio 1860, Vittorio Emanuele II richiamò Cavour al governo (terzo governo Cavour, 1860-1861) con l’obiettivo di consolidare i risultati ottenuti, annettere il Centro-Sud e completare l'unificazione. A novembre l'unità territoriale della penisola italiana, eccezion fatta per Venezia, ciò che rimaneva del Regno Lombardo Veneto e Roma, era di fatto completata.

Il 6 giugno 1861, però, Cavour si spegneva a Torino a palazzo Cavour, all'età di 51 anni.

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23 C. Aydin, Il lungo Ottocento. Una storia politica internazionale, Einaudi, Torino, 2019, p. 90.

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2.La gestione delle tenute di famiglia (1835-1842)

L’assetto societario e amministrativo che si definì tra il 1835 e il 1837 segnò l’ingresso effettivo di Camillo Cavour nella gestione delle proprietà di famiglia.

Il padre Michele maturò la decisione di trasferire a Camillo la gestione diretta, sia pure sotto il suo alto controllo, perché più incline alla pratica e agli affari rispetto al primogenito Gustavo. Camillo assunse formalmente la responsabilità dell’amministrazione delle tenute di Leri e Montarucco nel novembre del 1835, in aggiunta a quelle di Grinzane e Santena. Questa soluzione gli consentì di acquisire un’esperienza diretta e continuativa nella conduzione aziendale, superando il ruolo meramente teorico o delegato tipico della grande proprietà fondiaria dell’epoca.

Nel gennaio 1835, la costituzione di una società paritaria tra Michele, Camillo e la zia, marchesa di Clermont-Tonnerre, della durata di nove anni, per l’amministrazione di Leri e Montarucco rispondeva alla necessità di stabilizzare la gestione delle tenute e di garantire rendite certe ai partecipanti. L’amministrazione diretta era affidata a Camillo, mentre utili e perdite erano ri-partiti in parti uguali. Nel novembre 1836, le tenute vercellesi dei Cavour si ampliarono ulteriormente con l’acquisizione della tenuta del Torrone, ad un miglio piemontese(24) da Leri. Con l’uscita della duchessa di Clermont-Tonnerre nel 1837 e la conversione della sua quota in un fitto annuo, l’azienda restò interamente ai Cavour, rafforzando il ruolo guida di Camillo. L’estensione complessiva dell’azienda agraria dopo l'acquisto del Torrone, aggiuntosi con le sue 779 giornate piemontesi di superficie (corrispondenti a ha/ettari 296) alle 1261 (ha 480) di Leri e alle 1235 (ha 471) di Montarucco, raggiungeva le 3275 giornate, pari a 1247 ha(25).

In questo contesto, emerse la figura di Camillo Cavour come agricoltore-imprenditore, convinto della centralità dell’agricoltura come fonte principale di ricchezza per il Piemonte. Gli anni 1835-42 non possono infatti dirsi privi di gestione pratica e sperimentale da parte di Cavour, agita sia nelle tenute di Grinzane sia in quelle di Leri e Santena. In ognuna, egli operò su fronti diversi: a Santena si concentrava principalmente sul miglioramento dell’attività zootecnica; nelle tenute di Leri si dedicava ai sistemi colturali e alla risicoltura; Grinzane divenne il laboratorio ove sperimentare nuovi vitigni e tecniche per migliorare la qualità del vino.

L’opera di Camillo Cavour era guidata sia da un ingente carico di conoscenze teoriche e di letture tra le più recenti e autorevoli d’Europa (Chaptal, Thaer, ecc.), sia da conoscenze pratiche, ottenute padroneggiando le tecniche e le condizioni locali delle varie zone che amministrava. Per comprendere appieno il pensiero che muoveva Cavour in questi primi anni, è necessario

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24 Un miglio sabaudo era pari a circa 1.852 metri.

25 R. Romeo, Cavour e il suo tempo 1810-1842, cit.

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ricordare la sua convinzione nell’applicabilità, anche in territorio piemontese, delle tecniche sperimentate con successo in Francia, Germania o Inghilterra e dei miglioramenti agricoli che sarebbero seguiti per i proprietari agricoli e per i contadini. Tuttavia, i risultati ottenuti da alcuni esperimenti promossi in questo periodo, lo convinsero che «le teorie degli autori settentrionali sono eccellenti, ma inapplicabili nel nostro paese»(26).

Nel 1835 la produttività delle risaie si attestava su livelli sostanzialmente stabili rispetto al passato. Secondo un’annotazione di Camillo Cavour, il prodotto medio lordo di risone (riso non lavorato) raggiungeva le 42,4 emine per giornata, equivalenti a circa 9,75 ettolitri per giornata, valore che coincideva con circa 25,6 ettolitri per ettaro ovvero 14,10 quintali per ettaro(27). Si trattava di una resa pressoché identica a quella calcolata da suo padre Michele di Cavour per il periodo 1822-1827 e nettamente inferiore all’obiettivo di 17,93 quintali che Cavour si era proposto di conseguire. Ai fini di una corretta valutazione economica, occorre tuttavia distinguere tra produzione lorda di risone e produzione netta commercializzabile di riso bianco. Dalla produzione complessiva di 25,65 ettolitri di risone per ettaro, derivati dai 9,75 ettolitri per giornata, vanno infatti sottratte le quote destinate al reintegro del seme (2,65 ettolitri) e al compenso dei lavoranti (1,83 ettolitri). Il risone netto disponibile si riduceva così a 21,17 ettolitri per ettaro, che, applicando una resa media di lavorazione del 36%, stimata dallo stesso Cavour, corrispon-deva a circa 7,62 ettolitri di riso bianco. Basandomi sui rapporti riportati da Rosario Romeo, per cui 1hl di riso bianco era pari a 0,77 quintali, convertito in peso il prodotto finale ammontava a 5,87 quintali di riso bianco per ettaro(28).

Una situazione analoga caratterizzava anche le rese del grano, confermando l’esistenza di limiti strutturali che ostacolavano l’aumento della produzione e che costituivano uno dei principali problemi affrontati da Cavour nella sua azione di modernizzazione dell’agricoltura piemontese.

In questi anni, il Piemonte era colpito dalla diffusione del brusone, una grave malattia fungina del riso che provocava la perdita di interi raccolti. Tra il 1836 e il 1837 Cavour introdusse nelle sue tenute vercellesi la semente detta Bertone, giunta dall’America settentrionale e resistente alla malattia, ma le sperimentazioni a Leri mostrarono come essa impoverisse fortemente il terreno, riducendo le rese rispetto alle varietà locali. Determinato a proseguire la lotta contro il brusone, nel 1839 seminò una varietà simile proposta da Mazzolotti(29) e, nel 1843, sperimentò

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26 Considerazioni sulla poca convenienza di stabilire poderi modello in Piemonte, in C. Cavour, Scritti di Econo-mia (1835-1850), cit., p. 57.

27 L’annotazione di Cavour sul raccolto di risone del 1835 nel tenimento di Lucedio è in R. Romeo, Cavour e il suo tempo 1810-1842, cit., p. 578.

28 Ivi, pp. 148-149.

29 Sulla varietà di riso fatta conoscere dal signor Mazzolotti, in C. Cavour, Scritti di economia (1835-1850), cit., pp. 30-32.

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una nuova semente proveniente dal Nicaragua, coltivabile in terreni asciutti e più adatta ai suoli poveri d’acqua di Montarucco e del Torrone. Queste esperienze mostravano chiaramente i limiti strutturali dell’agricoltura piemontese: nessuna varietà garantiva un successo immediato, e l’innovazione richiedeva valutazioni attente e adattamenti locali. Allo stesso tempo, esse evidenziavano l’approccio sperimentale e pragmatico di Cavour, che integrava considerazioni produttive (l’attenzione alla compatibilità tra coltura, suolo e risorse idriche), economiche (perseveranza nel tentativo di migliorare le rese) e persino sanitarie, privilegiando soluzioni sostenibili e verificabili sul lungo.

All’inizio del XIX secolo, il modello di viticoltura piemontese si basava sulla coltivazione promiscua di viti e cereali (alteno). Questo modello garantiva la sussistenza ma aveva limiti evi-denti quali una bassa produttività per ettaro, una minore qualità del vino e uno sfruttamento eccessivo del suolo. Era questo il panorama che Cavour dovette affrontare quando, nel 1832, assunse il compito di sindaco di Grinzane. Come si può cogliere in una lettera dell’ottobre di quell’anno indirizzata a Giulia Colbert, marchesa di Barolo, il conte aveva tuttavia ben compreso le potenzialità naturali del territorio per la coltivazione di viti(30). Nel 1836, chiamò a Grinzane il noto enologo Paolo Francesco Staglieno (1773-1850), cui affidò la direzione dei prepa-rativi e dei lavori per la vendemmia e il controllo dei processi di fermentazione dei vini nella tenuta, tra cui spiccava il Nebbiolo. Come responsabile della produzione del vino, Staglieno riuscì a mettere in pratica tecniche innovative e sperimentali ancora poco conosciute, alcune delle quali emersero in un suo articolo del 1850 apparso sugli «Annali della Reale Accademia di Agricoltura»: in esso, Staglieno evidenziava i vantaggi della purificazione artificiale dei vini al fine di aumentarne la conservabilità e diminuendone i problemi legati alla alterabilità nel tempo: «I vini nostrani fatti a vasi chiusi e depauperati artifizialemente, ben lungi dal soggiacere ad alterazione qualsiasi durante lunghi viaggi per terra e per mare, acquistano maggior valore sotto ogni rapporto; quando al contrario altri vini nostrani, riputati fra i migliori, fatti a tino aperto e non premuniti di purificazione, ritornarono dalle Americhe guasti e disgradati dal giu-dizio d’essere improprii del commercio estero»(31).

Sempre a Grinzane, Cavour introdusse, nel 1835, la barbabietola da foraggio, la cui resa lo convinse a tentare la coltivazione della barbabietola da zucchero. Decise di proseguire l’esperimento anche a Leri con la convinzione che, appena comprovata la possibilità di produrla a

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30 P. Gullino, Dalla teoria alla sperimentazione: successi e inconvenienti, in S. Cavicchioli (a cura di), Camillo Cavour e l’agricoltura, cit.

31 Ivi, p. 175.

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costi convenienti, non solo si sarebbe potuta introdurre la barbabietola come pianta miglioratrice nelle rotazioni delle risaie, ma si sarebbe potuto anche costruire uno zuccherificio. Egli intendeva partecipare al rilancio dell’industria dello zucchero da barbabietola, già in ripresa in Francia e in Germania, poiché, dopo la caduta di Napoleone e la fine del blocco continentale, questo settore permetteva agli Stati di ridurre la dipendenza dalle importazioni estere, limitando rischi politici e commerciali. Nel 1836, accanto ad un grande appezzamento di barbabietola da foraggio, introdusse così una piccola quantità di barbabietola da zucchero. Si poneva però un problema: seguendo i principi liberisti tanto cari a Cavour, come era possibile realizzare costi di produzione che consentissero alla produzione piemontese di non soccombere alla concor-renza degli zuccheri coloniali (zucchero di canna)? Pur convinto che «l’agriculteur fabricant piémontais peut produire du sucre brut à meilleur marché que le fabricant francais, et qu’il peut en conséquent, malgré la différence des prix dans les deux pays, faire d’égaux bénéfices»(32), Cavour affrontò con prudenza il problema dell’industria dello zucchero, consapevole dei rischi che un settore ancora immaturo comporta sul piano economico. Egli temeva che improvvise innovazioni tecniche potessero rapidamente compromettere la redditività di investimenti fon-dati su calcoli instabili, un atteggiamento rafforzato anche dallo scetticismo del padre Michele verso la produzione in Piemonte di zucchero nazionale. Pur mantenendo queste riserve, Cavour insistette inizialmente sulla coltivazione della barbabietola nelle proprie tenute, considerandola soprattutto come coltura agricola. Utilizzata con profitto come foraggio e destinata a essere progressivamente “acclimatata”, la barbabietola avrebbe potuto entrare a far parte del sistema colturale piemontese: introdotta in rotazione con il grano, la barbabietola da zucchero avrebbe contribuito ad aumentare la produzione complessiva di cereali(33).

I tentativi condotti a Leri e Grinzane si risolsero tuttavia in un fallimento. Nel 1841, Cavour stesso riconobbe che la barbabietola da zucchero era quasi assente in Piemonte, attribuendo l’insuccesso all’elevato costo di produzione, superiore a quello dello zucchero di canna importato. L’esperienza rafforzò così la sua convinzione dei limiti strutturali dell’agricoltura piemontese e lo indusse a ritenere erronei i progetti volti a cercare di far crescere la barbabietola in sostituzione del granturco nella rotazione col grano.

Nel 1841 Cavour sperimentò, prima a Santena e poi a Leri, la coltivazione del trifoglio non più solo come intercalare nelle rotazioni colturali, ma come coltura principale, con l’obiettivo di

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32 «l’agricoltore-produttore piemontese può produrre zucchero grezzo ad un prezzo più basso del produttore fran-cese, e che può quindi, nonostante la differenza di prezzi nei due paesi, realizzare uguali profitti». Traduzione mia. R. Romeo, Cavour e il suo tempo 1810-1842, cit., p. 586.

33 Ivi, p. 587.

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aumentare la produzione foraggera destinata al bestiame. In una lettera dello stesso anno all’amico Hippolyte De La Rue, ne elencava i vantaggi tra i quali consentire una raccolta anticipata del mais e permettere di incrementare il numero di capi allevati(34).

Nel corso dei primi esperimenti emersero però problemi sanitari: alcune vacche si ammalarono dopo essersi alimentate con il trifoglio. Inizialmente Cavour tentò di risolvere il problema me-scolando i semi di trifoglio con altre sementi poi, nel 1847, introdusse il trifoglio cavallino (Psoralea bituminosa L.), adatto sia come foraggera principale sia inserito nella rotazione col-turale. Il successo di questa varietà fu confermato dall’espansione che ottenne negli anni successivi in tutte le tenute dei Benso(35).

La sericoltura, essendo nota in Piemonte fin dal Medioevo, nella prima metà dell’800 - pur affrontando problemi di mercato e tecnici (concorrenza della seta asiatica, malattie dei bachi, crisi dei prezzi) - era tra le industrie di più alto rilievo. Assumendo l’amministrazione di Grinzane, Cavour decise di avviare l’allevamento dei bachi da seta e promuovere la coltivazione dei gelsi, piantandone 300 esemplari prima a Grinzane e poi a Leri. In questo modo, l’allevamento serico divenne una fonte di reddito essenziale per le tenute, integrando le attività agricole e sperimentali del conte. In una lettera al barone de Mortemart de Boisse, Cavour analizzava la convenienza di istituire, in Piemonte e seguendo l’esempio francese, le bigattaie modello, cioè stabilimenti centralizzati per l’allevamento dei bachi da seta. Pur riconoscendo i vantaggi di questi impianti, egli rimaneva convinto che «gran parte dei miglioramenti indicati nelle opere di Dandolo, Reina, d’Arcet, Camillo Beauvais ed altri celebri autori sono compatibili coll’educazione dei filugelli fatta a domicilio»(36). Confrontava quindi i risultati delle bigattaie modello con quelli delle pratiche lombarde, dove, dopo una preparazione della semente da parte dei proprietari, i bachi venivano distribuiti a domicilio alle famiglie o ai lavoranti dei poderi. Gli studi evidenziavano che se il prodotto medio di una bigattaia modello si aggirava intorno ai 50 kg per oncia di semente, quello nelle proprietà lombarde e nei tenimenti cavouriani che seguirono il metodo a domicilio si attestava intorno ai 40 kg per oncia. Secondo i calcoli fatti da Cavour, i proprietari ritiravano, al netto delle spese, circa metà del prodotto medio: 25 kg per le bigattaie modello e 20 kg per il metodo lombardo, confermando che l’allevamento a domici-lio rappresentava una soluzione economica, sostenibile e compatibile con la tradizione locale.

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34 P. Gullino, Dalla teoria alla sperimentazione: successi e inconvenienti, in S. Cavicchioli, Camillo Cavour e l’agricoltura, cit., p. 172.

35 Ibidem.

36 Sull’economia rurale del Piemonte e specialmente sull’allevamento dei bachi da seta a domicilio, in C. Cavour, Scritti di Economia (1835-1850), cit., pp. 44-45.

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Immaginando di avere una bigattaia di venti once, il conte Cavour giungeva alla seguente conclusione: «essa darà al proprietario un sovrappiù d’utile di 100 chilogrammi di bozzoli, che a quattro franchi il chilogramma rappresenta 400 franchi. Dubito assai che questa somma com-pensi gl’interessi delle spese che una bigattaia modello, fornita degli apparecchi dei signori d’Arcet e Camillo Beauvais, deve seco condurre»(37).

La spinta innovativa del primo Cavour agricoltore non si fermò però qui. Tra i primi ad intuire l’utilità di concimi sia naturali che chimici al fine di incrementare la produzione agricola, nel 1838-39 introdusse, accanto a calce e marne, il debbio, che possedeva «l’immenso vantaggio di favorire lo sviluppo di buone qualità d’erba e di fermare quello delle piante palustri»(38) poiché l’incendio dei residui colturali o della vegetazione per fertilizzare il terreno, consentiva di sfruttare le ceneri come concime.

L’intento sperimentatore portò Cavour ad essere uno dei primi a promuovere la rotazione colturale (ovvero l’alternanza di colture), coinvolgendo tutte le sue tenute agricole: a Leri, il riso veniva alternato alle cerealicole e ai prati, mentre a Grinzane veniva messa in atto la rotazione di Norfolk, basata sull’alternanza di colture depauperanti, come frumento e orzo, a colture miglioratrici, come trifoglio e rapa.

Camillo Cavour, comprese poi le potenzialità della praticoltura per incrementare l’attività zootecnica che già era praticata in tutte le proprietà terriere dei Benso, dove l’allevamento del bestiame rappresentava la principale attività, nonché la maggiore fonte di reddito. Nel 1839, Cavour fu uno dei primi ad importare in Piemonte maiali di razza inglese decidendo di sperimentarne l’incrocio con razze locali, con l’obiettivo di incrementare la produzione di carne. Continuò poi i tentativi di incrocio di ovini Merinos già promossi dal padre: nella tenuta di Santena sperimentò con successo l’incrocio con la razza inglese Dishley, ottenendo capi più grandi, con un maggior prodotto di lana e un maggior peso di carne.

3.La gestione delle tenute di famiglia (1843-1861)

Nell’autunno 1843 Cavour instaurò stretti rapporti con l’agricoltore vercellese Giacinto Corio e, nel 1846, ne valutò l’ingresso in società. Alla fine del 1849 Michele, Gustavo e Camillo Cavour, in qualità di proprietari, concessero in affitto per nove anni le tenute di Leri, Montarucco e Torrone a una società composta da Gustavo, Camillo e Corio, con ripartizione paritaria

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37 Ivi, p. 47.

38 R. Romeo, Cavour e il suo tempo 1810-1842, cit., p. 590.

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di utili e perdite. La corrispondenza col Corio testimonia come Cavour assunse la direzione effettiva dell’impresa, seguendone personalmente ogni iniziativa, visitando frequentemente le tenute e mantenendosi costantemente informato sull’andamento aziendale.

Su consiglio di Corio, Cavour si dedicò al miglioramento delle condizioni zootecniche, aumentando sensibilmente il numero dei capi da lavoro: dai 231 bovini presenti a Leri e Montarucco nel 1835 si passò, nel 1849, a 276; includendo il Torrone, il patrimonio bovino raggiunse circa 426 capi, a cui andavano aggiunti 24 tra muli e cavalli, per un valore complessivo di 73.428 lire, più del doppio rispetto al 1835. Questa espansione metteva in evidenza l’insufficiente disponibilità di foraggi e spinse Cavour a ricercare soluzioni per ridurre la dipendenza dagli acquisti esterni di fieno. Dopo i precedenti esperimenti sui concimi, dal 1843 introdusse l’uso del guano, già diffuso in Inghilterra, di cui venne a conoscenza attraverso la Gazzetta dell’Associazione agraria. Dopo un primo ordine dal Sudamerica di circa 30 tonnellate nell’ottobre 1844, i risultati positivi lo indussero, nel 1845, a ordinarne 300 tonnellate, destinate in prevalenza a Leri e in parte alla rivendita nel Vercellese e in altre aree del Piemonte. Cavour ridusse così in modo significativo i costi di concimazione, osservando che «il letame prodotto con fieno e paglia comprate costa tre volte tanto il prezzo del guano, e sei volte quello delle ossa»(39). Dal 1846 impiegò stabilmente tra le 100 e le 150 tonnellate annue di guano, ottenendo risultati agronomici rilevanti.

Nel 1847 Cavour decise di coinvolgere il chimico Domenico Schiapparelli per avviare la produzione di un concime artificiale, ottenuto dai residui dell’industria chimica, con l’obiettivo di riprodurre l’apporto nutritivo del guano, ormai soggetto a forti speculazioni a causa della crescente domanda. Il nuovo fertilizzante venne sperimentato nel tenimento di Leri con risultati positivi e, nel 1851, Cavour ne estese l’impiego ai prati e ai campi di frumento della tenuta. A partire dal 1857, la diffusione massiccia dell’uso del guano provocò una grave carenza sul mercato. In risposta a questa situazione, la Reale Accademia di Agricoltura di Torino promosse l’importazione dalla Sardegna di un guano “indigeno”. Gli studi pubblicati negli «Annali della Reale Accademia di Agricoltura» mettevano in evidenza le profonde differenze chimiche e fisiche tra i due prodotti: il guano peruviano, di origine aviaria, risultava più adatto ai terreni poveri di azoto, mentre quello sardo, derivato da deiezioni di pipistrello, veniva impiegato soprattutto in suoli carenti di magnesio e potassio.

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39 Ivi, p. 127.

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Accanto all’innovazione nel campo dei concimi, Cavour si affermò anche come pioniere nell’introduzione delle macchine agrarie, in un contesto in cui l’industria meccanica in agricoltura era ancora agli esordi. In questi anni comprese la necessità di una crescente meccanizzazione, o comunque dell’adozione di tecniche capaci di ridurre le ore di lavoro per unità di superficie. Particolarmente significativa, a questo riguardo, è la corrispondenza con l’ingegnere novarese Rocco Colli. Nel 1836 Colli aveva perfezionato il trebbiatoio Morosi, migliorandone sensibilmente il rendimento. La macchina era già in uso nel Novarese e in alcune proprietà del Vercellese, tra cui Castelmerlino, dove nel 1843 aveva consentito la battitura di circa 4.000 quintali di risone. Tali risultati indussero Cavour a interessarsi direttamente al nuovo macchi-nario e, nel marzo 1844, egli incaricò Colli di costruire un trebbiatoio da riso destinato alla tenuta di Leri, che venne inaugurato nell’agosto dello stesso anno. A fronte di una spesa di circa 7.000 lire, Cavour previde un risparmio di circa 1.000 lire sui cottimi di battitura e di oltre 1.800 lire sui costi di impiego dei cavalli, oltre al vantaggio di poter ritirare rapidamente il prodotto dalle aie, riducendo i rischi legati alle intemperie(40). L’impiego dei trebbiatoi da riso fu successivamente esteso alle tenute di Montarucco (1845) e del Torrone (1847), con risultati analogamente positivi. Nel 1846 Cavour introdusse una trebbiatrice da grano, sempre progettata da Colli, e importò dall’Inghilterra macchine per il taglio della paglia e un aratro per la lavorazione profonda del terreno. Nel 1856, infine, giunsero a Leri quattro macchine per la sgranellatura (separazione chicchi dalla pannocchia) del mais, completando un processo di meccanizzazione orientato alla riduzione dei costi, all’aumento della produttività e alla razionalizzazione del lavoro agricolo.

Nel quadro della modernizzazione aziendale promossa da Cavour e Corio, la risicoltura occupava una posizione ambivalente, rivelandosi al tempo stesso settore strategico e ambito di maggiori difficoltà tecniche. Dopo il picco raggiunto intorno al 1840, le rese di trasformazione del risone in riso bianco diminuirono, passando dal 44,1% del 1843 al 38,6% nel 1850(41). Tale an-damento rifletteva una scelta consapevole: l’introduzione di metodi di brillatura più perfezionati privilegiava la qualità del prodotto rispetto alla quantità, rispondendo alle esigenze di un mercato sempre più selettivo. Nonostante le imperfezioni dei macchinari e i risultati economici modesti degli anni 1848-1849, la produzione complessiva di risone aumentò sensibilmente, raggiungendo nel 1850 oltre 10.000 quintali(42). La risicoltura rimaneva così un settore centrale

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40 R. Romeo, Cavour e il suo tempo 1842-1854, cit., p. 129.

41 Ivi, p. 138.

42 R. Romeo, Cavour e il suo tempo 1842-1854, cit., p. 137.

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dell’azienda, sostenuta da ingenti investimenti e inserita in una più ampia strategia di modernizzazione agricola.

Ai progetti di modernizzazione della produzione agricola, Cavour affiancò una intensa attività in campo industriale atta a migliorare gli antichi processi di lavorazione, ancora basati sullo sforzo umano o animale, con un uso razionale dell’energia meccanica. È in questo contesto che si collocava l’impegno del conte nella modernizzazione dell’ultima fase di lavorazione del riso, la brillatura. Prima di divenire riso “mercantile”, il risone passava nelle antichissime “piste”: azionate dalla forza idraulica, in esse il risone veniva battuto da un palo di legno a punta ferrata (“pestello”). Nel 1844 Cavour venne in contatto con la ditta Fourrat e C. di Bordeaux, proprietaria di un innovativo impianto per la brillatura del riso, che decise di mettere alla prova destinandogli parte del risone di Leri. Soddisfatto dei risultati conseguiti, alla fine del 1846 il conte commissionò alla società Gaston Blondel e C. la costruzione di un grande brillatoio nel Regio Parco di Torino, che sarebbe entrato in funzione l’anno seguente. Nel 1850 Cavour promosse una società in partecipazione con i Fourrat e la società Gaston Blondel, che inizialmente ottenne risultati positivi ma entrò rapidamente in crisi a causa delle resistenze del mercato locale che diffidava dei vantaggi e temeva cambiamenti nei rapporti di lavoro e di mercato. Ciò provocò un blocco degli scambi e un crollo dei prezzi. Di fronte a perdite crescenti, il 12 settembre 1851 Cavour e i suoi soci decisero di sciogliere la società, interrompendo l’esperimento. Il fallimento non fermò però Cavour che, già nel maggio 1850, in associazione con i Fourrat e l’Albertin e come secondo maggior azionista, entrò a far parte della Società anonima dei molini anglo-americani di Collegno in cui sarebbero stati lavorati sia il grano del territorio di Collegno sia il riso prodotto nelle tenute di Leri. Ritiratisi i Fourrat e divenuto maggior azionista, Cavour nel 1856 decise di ampliare l’area di azione della Società, portandola ad avere un ruolo di primo piano nel settore dell’industria molitoria piemontese fino al suo scioglimento nel 1870(43).

Di grande rilievo, infine, fu la collaborazione che Cavour instaurò, a partire dal 1843, con l’enologo francese Louis Oudart, succeduto al generale Staglieno nella cura dei vigneti di Grinzane. Su consiglio del francese, Cavour introdusse nuovi sistemi di impianto e sperimentò il moscato per la produzione di vermouth. Il sodalizio con Oudart, cui si affidò anche la marchesa di Barolo Giulia Colbert, si rivelò decisivo per l’evoluzione della vitivinicoltura piemontese.

All’inizio dell’Ottocento il Barolo era un vino abboccato, poco adatto all’invecchiamento e quindi difficilmente esportabile. Incaricato di individuare soluzioni capaci di rendere il vino

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43 Ivi

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piemontese competitivo rispetto a quello francese, Oudart intuì che il controllo della temperatura durante la vinificazione e l’impiego di lieviti selezionati consentivano di ottenere un vino più stabile e secco. Seguendo tali indicazioni, la marchesa riformò radicalmente i metodi di produzione nelle proprie tenute, dando origine al nuovo Barolo, destinato a divenire il «vino dei re». Cavour recepì rapidamente le innovazioni e convertì la produzione viticola di Grinzane al Barolo, contribuendo così alla diffusione e all’affermazione del vino sul mercato nazionale e in Europa(44).

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44 P. Gullino, Dalla teoria alla sperimentazione: successi e inconvenienti, in S. Cavicchioli (a cura di), Camillo Cavour e l’Agricoltura, cit.

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CAPITOLO TERZO

CAMILLO CAVOUR POLITICO-AGRONOMO

1.Il Cavour dell’Associazione Agraria e la questione dei poderi modello

Negli anni Quaranta dell’Ottocento, il Piemonte attraversava una fase di profonde riforme politiche, sociali ed economiche, che culminarono nel 1848 con la promulgazione dello Statuto Albertino. In questo contesto nasceva l’Associazione Agraria Subalpina, la prima iniziativa associativa di questo tipo a ricevere il consenso diretto del sovrano. Fu all’interno di tale esperienza che ebbe inizio la carriera pubblica di Cavour, il quale nel 1842 figurava tra i firmatari dello statuto dell’Associazione(45), il cui obiettivo dichiarato era il miglioramento dell’agricoltura, delle arti e delle industrie collegate attraverso la diffusione di conoscenze, premi e sperimentazioni. L’Associazione si distingueva dall’Accademia Reale di Agricoltura per il suo carattere esplicitamente politico: non si limitava allo studio scientifico delle pratiche agricole, ma si proponeva come luogo di elaborazione di una visione complessiva del progresso economico del Regno(46).

All’interno dell’Associazione si delinearono progressivamente due orientamenti contrapposti. Da un lato, il gruppo liberale moderato guidato da Cavour, composto prevalentemente da aristocratici e alti funzionari; dall’altro, il gruppo democratico capeggiato da Lorenzo Valerio. Il primo scontro significativo tra le due posizioni si sviluppò attorno alla questione dei poderi modello, prevista dallo statuto dell’Associazione come strumento di promozione del progresso agricolo. Il dibattito si svolse soprattutto sulle pagine della Gazzetta dell’Associazione Agraria, dove Cavour espose con chiarezza la propria contrarietà all’istituzione di un podere modello gestito dallo Stato o dall’Associazione stessa. Nel suo intervento del 30 agosto 1843, Cavour partiva da una distinzione concettuale fondamentale. Egli osservava che l’espressione podere modello poteva indicare realtà profondamente diverse: un’azienda agricola da proporre al pubblico come esempio perfetto da imitare; un podere sperimentale destinato alla prova di nuove

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45 E. Faccenda, Tra accademia e associazionismo, in S. Cavicchioli (a cura di), Camillo Cavour e l’Agricoltura, cit.

46 P. Piccarolo, Cavour agricoltore e socio dell’Accademia di Agricoltura di Torino, in I Georgofili, Atti dell’Ac-cademia dei Georgofili, vol. II, Polistampa, Firenze, 2013.

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tecniche; oppure una scuola agraria finalizzata alla formazione di dirigenti e contadini(47). Pur riconoscendo che tali funzioni potessero in teoria coesistere, Cavour ne metteva in discussione la praticabilità nel contesto piemontese, sulla base di considerazioni insieme agronomiche ed economiche. Egli sosteneva che l’agricoltura piemontese, pur suscettibile di miglioramenti puntuali, poggiasse su assetti strutturali — relativi alla distribuzione della proprietà, alla disponibilità di capitale, alle condizioni naturali e all’organizzazione dei mercati — profondamente diversi da quelli che caratterizzavano l’agricoltura dell’Europa settentrionale. Per questa ragione, l’adozione di «un sistema di coltura perfezionatissimo»(48), elaborato in contesti dotati di maggiore accumulazione di capitale e di infrastrutture più sviluppate, non poteva avvenire senza una attenta osservazione e adattamento alle circostanze locali. In assenza di tale adattamento, tali modelli rischiavano non solo di rivelarsi inefficaci sul piano produttivo, ma soprattutto di produrre gravi distorsioni economiche, traducendosi in un aumento dei costi di esercizio e di amministrazione non compensato da un corrispondente incremento delle rese. Come osservava lo stesso Cavour, l’agricoltura piemontese «riposa sopra basi direttamente opposte a quelle dell’agricoltura settentrionale d’Europa»(49), e proprio per questo non poteva essere trasformata solo mediante l’applicazione automatica di teorie e pratiche concepite per realtà economiche differenti. Ne sarebbe derivato, a suo giudizio, un’agricoltura artificiale, sostenuta da spese straordinarie e da una gestione pubblica incapace di garantire quelle «cure minute e conti-nuate»(50) che solo l’interesse diretto del proprietario privato avrebbe potuto assicurare, con il rischio finale di danni pecuniari e di esempi non riproducibili dal resto del paese.

Analoghe riserve emergevano rispetto ai poderi sperimentali. Cavour distingueva nettamente tra sperimentazione scientifica, che a suo giudizio trovava sede più appropriata nei laboratori, e sperimentazione applicativa, che poteva produrre risultati significativi solo se condotta su scala molto ampia. Un podere sperimentale di dimensioni limitate risultava dunque inadatto sia a fornire conclusioni affidabili, sia a sostenere più prove contemporaneamente. In luogo di un’azienda sperimentale centralizzata, Cavour proponeva che l’Associazione concentrasse i propri sforzi nel sensibilizzare i proprietari privati, stimolandoli a sperimentare direttamente nuove pratiche nelle loro aziende, secondo una logica diffusa e decentrata(51).

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47 Considerazioni sulla poca convenienza di stabilire poderi-modello in Piemonte, in C. Cavour, Scritti di econo-mia (1835-1850), cit., p. 54; E. Faccenda, Tra accademia e associazionismo, in S. Cavicchioli (a cura di), Camillo Cavour e l’Agricoltura, cit.

48 Considerazioni sulla poca convenienza di stabilire poderi-modello in Piemonte, in C. Cavour, Scritti di econo-mia (1835-1850), cit., p. 56.

49 Ivi, p. 57.

50 Considerazioni sulla poca convenienza di stabilire poderi-modello in Piemonte, in C. Cavour, Scritti di econo-mia (1835-1850), cit., p. 58.

51 Ivi, p. 60.

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Infine, Cavour riteneva che le scuole agricole basate su aziende modello non fossero, nelle condizioni del Piemonte ottocentesco, uno strumento efficace di modernizzazione, perché insegnavano metodi che non miglioravano sostanzialmente le pratiche già in uso e non incidevano sui veri limiti economici dell’agricoltura: egli dubitava che tali istituti potessero formare agricoltori più capaci di quelli cresciuti all’interno delle aziende familiari meglio organizzate. L’istruzione agricola, priva di un reale vantaggio tecnico, rischiava così di produrre risultati modesti a fronte di costi elevati.

Nonostante queste argomentazioni, l’Associazione Agraria decise di istituire un podere modello nella tenuta di Venaria. L’esperimento si rivelò tuttavia economicamente insostenibile e nel 1848 l’Associazione fu costretta a cedere il terreno al marchese di Sambuy(52). L’esito dell’iniziativa confermò, a posteriori, la validità delle posizioni espresse da Cavour, mostrando come la modernizzazione agricola, per essere efficace, si dovesse fondare sull’iniziativa privata, sull’interesse diretto del produttore e sulla valutazione rigorosa delle conseguenze economiche. Anche in questo ambito, l’esperienza dell’Agraria rafforzò l’idea cavouriana di uno sviluppo fondato non su modelli astratti o istituzioni esemplari, ma su un processo graduale, sperimentale e radicato nelle condizioni reali del territorio.

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52 E. Faccenda, Tra accademia e associazionismo, in S. Cavicchioli (a cura di), Camillo Cavour e l’agricoltura, cit.

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2.Cavour ministro: dall’azienda allo Stato (1851–1861)

Con la nomina a ministro dell’Agricoltura e del Commercio nell’ottobre 1851, Cavour trasferì sul piano statale il metodo di intervento già sperimentato nella gestione delle proprie tenute: gradualismo, valutazione economica delle riforme, adattamento alle strutture produttive esistenti. Pur liquidando la maggior parte delle attività private, egli mantenne il controllo delle aziende agricole, che continuarono a costituire un riferimento concreto per la sua azione pubblica. Convinto sostenitore del liberismo di matrice britannica, Cavour interpretò la riduzione delle barriere doganali non come una rinuncia alle entrate fiscali, ma come uno strumento di crescita complessiva del gettito attraverso l’aumento dei volumi di scambio e dei consumi. In questa prospettiva si collocava il suo sostegno all’abolizione dei diritti differenziali di navigazione e la convinzione che un ribasso graduale delle tariffe, se mantenuto entro limiti compatibili con la struttura economica del paese, potesse rafforzare, e non indebolire, le finanze dello Stato(53).

Come ministro, Cavour negoziò una serie di trattati commerciali con le principali potenze europee, tra cui la Francia (5 novembre 1850), il Belgio (24 gennaio 1851), l’Inghilterra (27 febbraio 1851) e l’Austria (18 ottobre 1851). In generale, questi trattati erano fondati su uno scambio asimmetrico ma coerente con la specializzazione produttiva piemontese: riduzione dei dazi sui manufatti industriali — quali lana, seta, cotone, zucchero e prodotti siderurgici — in cambio della parificazione dei diritti di navigazione e di facilitazioni per l’esportazione dei prodotti agricoli e delle materie prime. Tale scelta rifletteva una valutazione realistica delle prospettive industriali del Piemonte, che Cavour non considerava competitivo nel settore siderurgico, ma individuava invece nell’agricoltura e nell’industria serica i pilastri della crescita economica. La successiva riforma tariffaria del 1851-54 con dazi bassi sulle materie prime (1-5%) e più elevati sui beni di consumo di lusso (15-25%), rafforzò l’integrazione del Regno di Sardegna nei circuiti commerciali europei, allineandolo alle dinamiche innescate dall’abolizione delle Corn Laws in Inghilterra. Le conseguenze furono rilevanti: il Piemonte si affermò come Stato guida della modernizzazione economica italiana e acquisì una credibilità internazionale che andava oltre il suo peso territoriale(54).

Parallelamente, Cavour utilizzò un insieme preciso di leve istituzionali, che lo Stato sabaudo mise a disposizione, coordinando l’azione pubblica con il lavoro delle istituzioni scientifiche. La gestione dell’emergenza legata alla crittogama dell’uva mostrò chiaramente questo approccio: di fronte alla diffusione della malattia, Cavour attivò tempestivamente la Reale Accademia di Agricoltura, promuovendo l’analisi scientifica del fenomeno e diffondendo rapidamente i risultati sul territorio. L’adozione dello zolfo come rimedio anticrittogamico nel settembre 1851, sostenuta dall’autorità dello Stato, contribuì a contenere i danni e a preservare un settore viticolo di crescente importanza economica, dimostrando come l’intervento pubblico risultasse efficace quando era mirato, tecnico e fondato su competenze specialistiche(55).

Nel campo delle riforme strutturali, Cavour affrontò due nodi centrali dell’economia agricola: la fiscalità fondiaria e il credito. In qualità di presidente del Consiglio, Cavour promosse il

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53 Fondazione Camillo Cavour Santena, Per la libertà di commercio: l’abolizione dei diritti differenziali, https://fondazionecavour.it/archivio-storico/articoli/per-la-liberta-di-commercio-labolizione-dei-diritti-differen-ziali-1/ [ultima consultazione 26 gennaio 2026]; R. Romeo, Cavour e il suo tempo 1842-1854, cit.

54 R. Romeo, Cavour e il suo tempo 1842-1854, cit.

55 E. Faccenda, Tra accademia e associazionismo, in S. Cavicchioli (a cura di), Camillo Cavour e l’agricoltura, cit.; P. Gullino, Dalla teoria alla sperimentazione: successi e inconvenienti, in S. Cavicchioli (a cura di), Camillo Cavour e l’agricoltura, cit.

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progetto di un catasto geometrico-particellare, affidandone l’elaborazione ad Antonio Rabbini, nella convinzione che solo una conoscenza precisa della proprietà fondiaria potesse rendere possibile un’imposizione equa e razionale(56). Analogamente, egli sostenne la creazione di istituti di credito agrario, incaricando il conte di Salmour di elaborarne un modello, con l’obiettivo di colmare una delle principali carenze strutturali dell’agricoltura piemontese: l’accesso al capitale. Sebbene tali riforme non giungessero a compimento durante la sua vita, esse definirono un quadro istituzionale e concettuale che venne poi ripreso dallo Stato unitario, mostrando la capacità di Cavour di operare su un orizzonte di medio-lungo periodo(57).

Un ruolo centrale nell’azione di governo di Cavour venne svolto dalla politica delle acque, soprattutto nel Vercellese, dove la frammentazione dei diritti irrigui e la gestione privata dei corsi d’acqua costituivano un grave ostacolo allo sviluppo agricolo. Il problema emerse con chiarezza già nel maggio 1849, quando il Consiglio provinciale di Vercelli sottopose al governo la necessità di una riforma complessiva del sistema irriguo. In qualità di ministro dell’Agricoltura, nel settembre 1851 Cavour presiedette il Consiglio provinciale e presentò un progetto volto a superare il sistema degli appalti privati attraverso una gestione collettiva delle risorse idriche(58). Tale impostazione trovò attuazione con la creazione dell’Associazione di Irrigazione all’Ovest del Sesia, il cui statuto fu approvato dal governo con la legge n. 1575 del 3 luglio 1853(59).

Su questa stessa linea si collocarono i conseguenti acquisti delle acque vercellesi da parte dell’Associazione e il progetto del Canale Cavour. Il progetto per la costruzione di un canale di derivazione dal Po al fine di irrigare il Vercellese, il Novarese e la Lomellina era stato originariamente ideato dall’ingegnere Francesco Rossi (1794-1858) e presentato al governo piemontese nel 1846. Ripreso e rielaborato dal conte, coadiuvato dall’ingegnere Carlo Noé (1812-1873), il Canale Cavour vedeva inizio a Chivasso (183m) anziché a Crescentino (154 m), privandosi così dell’apporto idrico dato dalla Dora Baltea e attirandosi le critiche del Rossi. Affidato al Noé, i lavori iniziarono nel 1863, dopo la morte di Cavour, e il canale fu completato nelle sue parti principali nel 1866: l’opera rappresentò uno degli esempi più significativi di

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56 Archivio di Stato di Torino, Catasto Rabbini, https://archiviodistatotorino.cultura.gov.it/fondi/?id=498018 [ul-tima consultazione 26 gennaio 2026].

57 Il progetto catastale fu, infatti, alla base di quello istituito nel Regno d’Italia nel marzo 1886.

58 D. Bobba, L’irrigazione nella campagna vercellese, in S. Cavicchioli (a cura di), Camillo Cavour e l’Agricoltura, cit.; Associazione d’Irrigazione Ovest Sesia, https://www.ovestsesia.it/storia/associazione/ [ultima consultazione 26 gennaio 2026]; Associazione Amici della Fondazione Camillo Benso di Cavour, Il canale Cavour, https://www.camillocavour.com/associazione/incotri-cavouriani/il-canale-cavour/ [ultima consultazione 26 gen-naio 2026].

59 Lo statuto prevedeva l’integrazione delle acque degli associati a quelle dell’Associazione, cui veniva concesso il privilegio di usufruire delle acque vive in eccesso e delle colature delle irrigazioni. Inoltre, lo Stato era vincolato ad affittare l’acqua esclusivamente all’Associazione

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intervento pubblico a sostegno diretto dell’agricoltura, con effetti strutturali e duraturi sull’assetto produttivo della Pianura padana occidentale(60).

Dunque, nel loro insieme, le politiche agricole, commerciali e infrastrutturali promosse da Cavour tra il 1851 e il 1861 mostrano una profonda coerenza con l’esperienza maturata nelle sue aziende: centralità della produttività, uso selettivo dell’innovazione, integrazione tra agricoltura, mercato e istituzioni. Trasferendo allo Stato il metodo sperimentato su scala aziendale, Cavour contribuì a costruire le condizioni economiche e istituzionali su cui si sarebbe innestato nel lungo periodo, lo sviluppo dello Stato unitario.

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60 D. Bobba, L’irrigazione nella campagna vercellese, in S. Cavicchioli (a cura di), Camillo Cavour e l’Agricoltura, cit.; Associazione d’Irrigazione Ovest Sesia, Il canale Cavour, https://www.ovestsesia.it/storia/canale-cavour/ [ultima consultazione 26 gennaio 2026]; Associazione Amici della Fondazione Camillo Benso di Cavour, cit.

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FONTI

Cavour C., Scritti di economia 1835-1850, a cura di F. Sirugo, Feltrinelli, Milano, 1962.

BIBLIOGRAFIA

Aydin C., Il lungo Ottocento. Una storia politica internazionale, Einaudi, Torino, 2019.

Bobba D., L’irrigazione nella campagna vercellese, in Cavicchioli S. (a cura di), Camillo Ca-vour e l’Agricoltura, Carocci, Roma, 2011.

Capra C., Storia moderna 1492-1848, Mondadori, Milano, 2021.

Faccenda E., Tra accademia e associazionismo, in Cavicchioli S. (a cura di), Camillo Cavour e l’Agricoltura, Carocci, Roma, 2011.

Gentile P., L’amministrazione delle tenute di famiglia, in Cavicchioli S. (a cura di), Camillo Cavour e l’Agricoltura, Carocci, Roma, 2011.

Gullino P., Dalla teoria alla sperimentazione: successi e inconvenienti, in Cavicchioli S. (a cura di), Camillo Cavour e l’Agricoltura, Carocci, Roma, 2011.

Piccarolo P., Cavour agricoltore e socio dell’Accademia di Agricoltura di Torino, in Georgo-fili, Atti dei Georgofili, II, Edizioni Polistampa, Firenze, 2013.

Rosario R., Cavour e il suo tempo 1810-1842, Laterza, Roma-Bari, 2012.

Rosario R, Cavour e il suo tempo 1842-1854, Laterza, Roma-Bari, 2012.

SITOGRAFIA

Archivio di Stato di Torino, https://archiviodistatotorino.cultura.gov.it/

Associazione Amici della Fondazione Camillo Benso di Cavour, https://www.camilloca-vour.com/

Associazione d’Irrigazione Ovest Sesia, https://www.ovestsesia.it/

Fondazione Camillo Cavour Santena, https://fondazionecavour.it/