Tesi di Manuela Garassino - La comunicazione politica italiana ottocentesca. Il caso di Camillo Benso Conte di Cavour.


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FACOLTÀ DI SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE

Corso di Laurea in Comunicazione, Media e Pubblicità

Elaborato finale in Storia Contemporanea

divisore 1

Relatore: Prof.ssa Rosanna Scatamacchia

Candidato: Manuela Garassino

Matr.: 2871HHHCLCOMMP

Anno Accademico 2021/2022

divisore 3
INDICE

INTRODUZIONE

CAPITOLO I

CAMILLO BENSO TRA CAVOUR E L'EUROPA

1.1 Il Regno di Sardegna tra la restaurazione e l’unità italiana

1.2 Camillo Benso negli anni della formazione intellettuale

1.3 Viaggi e idee politiche. Cavour e l’Europa

CAPITOLO II

CAMILLO BENSO DI CAVOUR: PATRIA, LINGUA E LESSICO

2.1 Il legame tra lingua e nazione

2.2 La lingua preunitaria

2.3 Il sentimento patriottico in Cavour

2.4 Il rapporto con la lingua italiana

2.5 Esempi di scritti cavouriani

CAPITOLO III

LE COMPONENTI DELLA COMUNICAZIONE POLITICO-ISTITUZIONALE AL TEMPO DI CAVOUR

3.1 La società preunitaria

3.2 Oggettistica, litografie e fotografia: i nuovi media del Risorgimento

3.3 Il dibattito politico e l’associazionismo

3.4 La diffusione del giornalismo politico

3.5 La comunicazione politica di Cavour

3.6 La politica istituzionale: amministrazione provinciale e comunale secondo Cavour

3.7 L’immagine di Cavour nelle capitali europee

CONCLUSIONI

BIBLIOGRAFIA

SITOGRAFIA

divisore 4
INTRODUZIONE

La realizzazione di questa ricerca ha come obiettivo l’analisi e l’approfondimento della comunicazione politica nel quadro ottocentesco, con particolare riferimento all’azione condotta dal conte Camillo Benso di Cavour. L’arco cronologico considerato va dal 1810 al 1861, un lasso di tempo che, oltre ad indicare i suoi anni di vita attiva, comprende anche avvenimenti fondamentali nel quadro delle iniziative che condurranno alla nascita del Regno d’Italia. Abbraccia dunque il periodo della restaurazione, dei moti insurrezionali, del “decennio di preparazione”.

Le ragioni scientifiche che guidano questo studio hanno una diversa natura.

In primo luogo, partono dal presupposto di comprendere in che modo Cavour sia arrivato ad un risultato così importante, considerando i limiti oggettivi posti dalla situazione dell’epoca ed il non particolare appeal esercitato dall’uomo politico. È ben noto, infatti, che a Cavour non toccò la stessa popolarità che contraddistinse – in vita – Giuseppe Mazzini o Giuseppe Garibaldi.

In secondo luogo, è parso utile inserire la figura di Cavour – ed in qualche modo rileggerla – alla luce dell’attenzione che la storiografia degli ultimi decenni ha dedicato alla comunicazione politica ed al tema della celebrità, svecchiando, anche, un’immagine del Risorgimento a lungo caratterizzata da una dimensione unicamente politico-diplomatica (1). Da qui è scaturita l’attenzione per la capacità e l’abilità oratoria dell’esponente politico, ma anche per i suoi punti di fragilità e di debolezza. Non va infatti sottovalutato il peso di un bagaglio lessicale fortemente caratterizzato dall’uso della lingua francese, ancor più in un’area come quella subalpina.

L’indagine è stata condotta avvalendosi delle principali opere sullo statista. In particolare, sono stati richiamati i lavori di storici come Rosario Romeo, Francesco Ruffini, Federico Chabod, Adolfo Omodeo e Denis Mack Smith (2). Scritti in periodi diversi e per lo più con una impostazione tradizionale, questi studi hanno continuato a rappresentare per decenni i punti di riferimento fondamentali per comprendere l’azione ed i caratteri dell’uomo politico. A queste opere si sono affiancati, in tempi più recenti, i lavori di Adriano Viarengo, Umberto Levra, Enrico Francia, Pierangelo Gentile e Tullio De Mauro (3), quest’ultimo – non certo uno storico – fondamentale per la parte dedicata all’analisi linguistica.

Il conte, nel corso degli anni, ha prodotto una vasta mole di materiale inclusiva di diari, scritti, lettere, articoli. L’Epistolario viene definito dagli storici come uno dei capolavori involontari della letteratura italiana, anche se per la maggior parte è composto da scritti in lingua francese (4). Esso è stato ricostruito dopo la morte dello statista, grazie ad un minuzioso lavoro da parte di storici e archivisti (5).

Non è mancato tra gli storici chi ha messo in evidenza l’assenza di studi capaci di dare un adeguato risalto al lavoro dello statista, escludendo la considerevole opera di Rosario Romeo. Secondo lo storico Aldo Garosci (6), probabilmente, la causa va ricercata nel fatto che Cavour non ha esercitato una grande attrazione, “è molto più facile essere informati giorno per giorno di un rivoluzionario che non di un prefetto del Regno” (7).

Il giorno successivo alla sua morte, avvenuta il sei giugno 1861, gli atti della Camera dei deputati testimoniano l’emozione che aleggia nell’Assemblea: Rattazzi diede la notizia definendola “una catastrofe nazionale”, i lavori vennero sospesi per tre giorni. Il giornale più vicino alle idee cavouriane, “L’Opinione”, con commozione ricordava un uomo la cui autorità e prestigio aveva permesso di ottenere risultati che sarebbero stati altrimenti impossibili da raggiungere. Giuseppe Verdi, allora deputato, lo definì il “vero padre della patria”; per Massimo D’Azeglio, che non sempre aveva avuto un’opinione positiva di Cavour, egli era un “grand’uomo morto forse nel momento migliore per la sua fama”. (8)

Negli anni successivi alla sua morte, per tenerne vivo il ricordo negli italiani, è stato necessario uno sforzo maggiore rispetto agli altri personaggi del Risorgimento. Certo - lo si è già detto - la morte repentina, a pochi mesi dalla proclamazione del Regno d’Italia, non facilitò quel processo di comprensione critica e di avvicinamento “emotivo” degli italiani. Non fu, in altri termini, possibile trasformare la stima politica in forme di ammirazione e di affetto. Più tardi gli esponenti della Sinistra storica avrebbero cercato di unire rivoluzione e monarchia sotto il binomio Garibaldi-Vittorio Emanuele, arrivando quasi a marginalizzare la figura del Primo Ministro. (9)

Nel 1886 a Torino “La Gazzetta piemontese” decise di farsi portavoce della memoria cavouriana e per la prima volta si chiese di istituire una giornata di celebrazione ufficiale; la richiesta cadeva a venticinque anni dalla morte di Cavour. La commemorazione avrebbe avuto come iniziale punto di riferimento la scultura, di seguito raffigurata, sita in Piazza Carlo Emanuele II, inaugurata tredici anni prima.

La statua rappresenta una personificazione dell'Italia che offre in ginocchio la corona Civica al conte, il quale porta in mano un cartiglio recante la frase “Libera Chiesa in libero Stato”. (10)

L’appello a partecipare alla cerimonia era stato diramato in tutta Italia. In questo caso, si può dire che il potere della stampa fu utile per riportare l’attenzione generale su Cavour. Nel corso del tempo la sua memoria fu tenuta viva in maniera intermittente in diversi modi. Gli sono state dedicate innumerevoli vie, piazze e sono state erette numerose statue, tra le più significative vale ricordare le tre in Piemonte (Torino, Novara, Vercelli), una in Lombardia (Milano), due in Veneto (Padova e Verona), una in Toscana (Livorno), una nel Lazio (Roma) e una nelle Marche (Ancona). (11)

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A Torino, oltre alla statua, è stata intitolata anche la via che conduce a Palazzo Cavour, oggi monumento nazionale. Anche molte scuole e istituti vari - siti in tutta Italia - sono intitolati alla sua memoria e la portaerei della Marina Militare. A questo proposito si può ricordare che la prima a fregiarsi dell’illustre nome fu una nave da trasporto in servizio nei primi anni del Regno d’Italia (1861), quando Cavour era stato nominato anche Ministro della Marina. La seconda è stata una corazzata varata nel 1911 mentre l’ultima risale all’anno 1935. (12) Ma solo nel 2010, in occasione del duecentesimo anniversario dalla nascita, è stata emessa la moneta commemorativa da due euro con la sua effige.

Attualmente, le memorie cavouriane sono raccolte e custodite presso il castello dei Benso a Santena, in Piemonte, dove è possibile visitare l'archivio e la tomba dello statista dichiarata monumento nazionale nel 1911. Gli archivi Cavour sono al centro di un importante piano di recupero promosso dalla Fondazione Cavour, un ente morale sorto nel 1955 tra i cui scopi, oltre alla conservazione, c’è quello di promuovere gli studi cavouriani e ogni iniziativa volta ad approfondire la conoscenza dell’opera del conte e dei suoi insegnamenti. Inoltre, la Fondazione, coadiuvata dall’Associazione Amici della Fondazione Cavour, ogni anno organizza la commemorazione dello Statista nel giorno della sua dipartita, unico evento in tutta Italia.

La tesi è articolata in tre capitoli: nel primo si ripercorre il contesto storico in cui nasce il conte di Cavour e si analizzano gli anni della sua formazione intellettuale caratterizzati da studi, viaggi e da quei primi passi nella vita pubblica che gli permetteranno di ottenere un notevole e solido bagaglio culturale. Particolare attenzione è stata dedicata alle occasioni nelle quali iniziano a prendere forma e consistenza le sue idee liberali, e quali siano state le sue fonti, quali i tramiti intellettuali che lo condussero a maturare idee ed ipotesi.

Il secondo capitolo prosegue con l'analisi del legame tra lingua e nazione, ossia sul come nasce e si diffonde nella penisola l'idea di nazione, di patria. Nel tentativo di offrire un quadro più ampio ed articolato si è partiti dagli anni dell’Illuminismo e del Romanticismo, necessari a spiegare la situazione linguistica del tempo e la stretta correlazione tra lingua e diffusione del principio di nazionalità. Nel capitolo, in particolare, si esamina come abbia preso forma in Cavour il sentimento di patria, quale sia stato il suo rapporto con la lingua italiana anche attraverso l’analisi di alcuni scritti.

Nel terzo capitolo si analizzano le componenti della comunicazione politico-istituzionale nell’ambito dei cambiamenti che caratterizzano la società preunitaria, sempre con particolare riferimento allo statista ed al suo modo di esercitare l’azione politica. Coerentemente con tale obiettivo si prende in esame la diffusione del giornalismo politico, mezzo necessario a Cavour per divulgare le proprie idee, l’attività istituzionale del conte in ambito amministrativo. Inoltre, si esamina l’importanza dell’iconografia nel linguaggio politico risorgimentale, con particolare attenzione agli oggetti, alle litografie, alle illustrazioni e alla fotografia. I movimenti patriottici sono stati i principali laboratori delle interazioni tra i testi visivi e le trasformazioni in corso.

Il capitolo si conclude con l’analisi dell’immagine personale che Cavour acquisisce frequentando le maggiori capitali europee, Londra, Parigi e Ginevra, includendo anche il punto di vista tedesco dell’epoca.

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1 V. Fiorino, G. Fruci, A. Petrizzo, Il lungo Ottocento e le sue immagini, Pisa, ETS, 2013.

2 R. Romeo, Cavour e il suo tempo (1810-1842), Roma-Bari, Laterza, 1971; R. Romeo, Cavour e il suo tempo, vol. II, Roma-Bari, Laterza, 1984; R. Romeo, Vita di Cavour, Roma-Bari, Laterza, 1990; F. Ruffini, L’insegnamento di Cavour, Milano, Treves, 1916; F. Chabod, La politica estera italiana dal 1870 al 1896, Roma-Bari, Laterza, 1992; F. Chabod, L’idea di nazione, Roma-Bari, Laterza, 2019; A. Omodeo, L’opera politica del Conte di Cavour 1848-1857, Milano, Mursia, 2012 (ed. or. 1940); D. Mack Smith, Cavour, Milano, Bompiani, 1984; D. Mack Smith, Cavour il grande tessitore dell’Italia unita, Milano, Bompiani, 1996.

3 T. De Mauro, Storia linguistica dell'Italia unita, Roma-Bari, Laterza, 1993; E. Francia, 1848 La rivoluzione del Risorgimento, Bologna, Il Mulino, 2012; E. Francia, Oggetti risorgimentali, Roma, Carocci Editore, 2021; P. Gentile, Bibliografia cavouriana: stato dell'arte, prospettive, in Le Carte e la storia, fascicolo 1, 2016; U. Levra, Cavour, l’Italia e l’Europa, Bologna, Il Mulino, 2011; A. Viarengo, Cavour, Roma, Salerno Editrice, 2010; A. Viarengo, Camillo Benso di Cavour autoritratto, Milano, Mondadori, 2019.

4 M. Marazzi, Le Roi caché Lo scrittoio di Cavour, Firenze, Leo S. Olschki, 2004, p. 1.

5 A questo proposito, è fondamentale il contributo della nipote di Cavour, Giuseppina, che, a seguito della morte dello zio e dell’ultimo discendente della famiglia, è riuscita a riscattare il Castello di Santena e tutti i documenti conservati all’interno.

6 P. Gentile, Bibliografia cavouriana: stato dell'arte, prospettive, in Le carte e la storia, fascicolo 1, 2016, p. 147.

7 Ivi.

8 D. Mack Smith, Cavour il grande tessitore dell'unità d'Italia, Milano, Bompiani, 1984, p. 304.

9 P. Gentile, Cavour e Santena un legame inscindibile (consultato in data 21/05/2022).

10 P. Gentile, Camillo Cavour una biografia per immagini, Archivio Fondazione Cavour consultabile all'indirizzo (consultato in data 21/05/2022).

11 P. Gentile, Bibliografia cavouriana: stato dell'arte, prospettive, in Le Carte e la storia, fascicolo 1, 2016, p. 148,149.

12 Marina Militare (consultato in data 20/05/2022).

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CAPITOLO PRIMO
CAMILLO BENSO TRA CAVOUR E L’EUROPA

1.1 IL REGNO DI SARDEGNA: DALLA RESTAURAZIONE ALL'UNITA' ITALIANA

La vicenda umana e politica di Camillo Benso conte di Cavour si colloca principalmente – ma non unicamente – all’interno del Regno di Sardegna, nel periodo compreso tra la Restaurazione e la formazione del Regno d’Italia; pertanto, è importante comprendere quali siano le caratteristiche del contesto nel quale vive e si forma intellettualmente.

Nel 1814, quando oramai pare imminente la caduta dell'impero napoleonico, le maggiori potenze europee - Austria, Prussia, Regno Unito e Russia – si riuniscono in conferenza a Vienna per decidere il futuro assetto dell'Europa. Scopo dichiarato è il ritorno all'ancien règime per eliminare le conseguenze portate dalla Rivoluzione francese prima, e dal dominio napoleonico, poi. Anche la penisola italiana è interessata dalle decisioni assunte nei palazzi viennesi, infatti, essa viene divisa in una decina di stati tra i quali: il Regno di Sardegna governato dai Savoia acquisisce il Piemonte, la Savoia si allarga con Nizza e i territori della Repubblica di Genova, nonostante la forte avversione di buona parte della popolazione ligure. (1) Con la firma degli accordi il regno sabaudo, tra gli stati italiani, sembrerebbe quello che si rafforza maggiormente pur accorpando quattro territori eterogenei che ben poco hanno in comune sotto il profilo amministrativo, politico, sociale e anche linguistico. All'epoca, l'aristocratica piemontese, Margherita Trotti Bentivoglio, ci offre un'interessante descrizione di questa situazione, occasionata da una conversazione con l’economista inglese Nassau William Senior. La donna, acuta osservatrice, così descrive le differenze:

“Questo piccolo regno consiste di quattro provincie senza alcun sentimento in comune: c'è la Sardegna, solo a metà incivilita e sotto il dominio dei preti. C'è Genova, che ha verso il Piemonte gli stessi sentimenti che la Lombardia ha verso l'Austria. Poiché Genova è il nostro centro commerciale, e poiché uno degli argomenti che richiedono immediata attenzione è una modificazione della nostra tariffa protezionistica, si sperava che i mercanti genovesi ci mandassero utili membri commerciali: non ci hanno mandato altro che incendiari, violenti democratici e un prete rinnegato. La Savoia è l'altro estremo: più di metà dei suoi membri sono ultraconservatori; se la Francia fosse legittimista essi tenderebbero di coalizzarsi con lei. Il Piemonte è la sola parte sana della monarchia: ma il Piemonte ha scarsa conoscenza politica. L'unico vero uomo di Stato nel gabinetto è colui che v'è appena entrato: Cavour.” (2)

È importante osservare che con la restaurazione avvengono alcuni cambiamenti: sono reintrodotte le leggi pre-rivoluzionarie, la nobiltà riacquisisce il monopolio dei posti governativi; l’istruzione viene riconsegnata nelle mani dei Gesuiti, gli insegnanti nominati durante il periodo napoleonico vengono licenziati. Gli ebrei, i non cattolici e i valdesi sono ricondotti nei ghetti e privati dei diritti civili. (3) In campo agrario anche la politica economica, pur essendo ancora arretrata, subisce ulteriori restrizioni.

La restaurazione si pone come obiettivo quello di mettere un freno al diffondersi del moderno capitalismo, favorendo così sistemi di conduzione retrogradi. Nel campo dell'industria, le forze che spingono allo sviluppo esistono ma anch'esse subiscono un arresto. Tali limitazioni mirano soprattutto a rafforzare la classe nobiliare a discapito della borghesia. (4)

A fronte di queste considerazioni sorge dunque l'interrogativo su come il regno di Sardegna, transalpino, periferico e marginale, sia potuto divenire il protagonista del processo di unificazione italiana e soprattutto quale ruolo abbia giocato Camillo Benso di Cavour.

Dal punto di vista geografico, lo stato sabaudo è quanto di più vicino ci sia ad uno stato-nazione: innanzitutto è uno stato di frontiera costretto lungamente a difendersi dal rischio di invasioni e conflitti, perciò possiede un buon esercito e la tradizione militare ha acquisito un preciso rilievo. Dal punto di vista linguistico, esso è caratterizzato da tre blocchi rilevanti: l’italiano, l’occitano e il francese, con una affermazione lenta ma costante del primo già a partire dal secondo Cinquecento, rafforzata in seguito con le riforme universitarie e scolastiche del Settecento. Si ricorda, a questo proposito, il conte Giambattista Bogino (5), ministro alla corte di Carlo Emanuele III, re dal 1730-1773, che impone l’uso dell’italiano alle magistrature e alle burocrazie, rafforzando inoltre le università statali e creando una rete di scuole secondarie in Sardegna sul modello di quelle già esistenti in Piemonte. Il tema della lingua si connette così – come si vedrà in seguito – al ruolo dello Stato nel rinnovare e nell'ampliare l’istruzione. (6) Accanto alla lingua italiana si parla il dialetto, che differisce a seconda della zona, mentre la nobiltà utilizza preferibilmente il francese.

La svolta si ha con l’ascesa al trono di Carlo Alberto nel 1831 e la sua politica riformatrice che avvia il processo di svecchiamento e trasformazione del regno sabaudo. Nel 1848 egli concede nuove riforme ed emana lo statuto segnando un avvenimento fondamentale: il passaggio dalla monarchia assoluta alla monarchia costituzionale. Lo statuto, successivamente esteso all'intero Regno d'Italia, rimarrà in vigore sino all'avvento della odierna Costituzione Repubblicana del 1946.

Per meglio comprendere lo spirito dei cambiamenti in atto, è utile richiamare il pensiero espresso nel 1848 da Angelo Brofferio (7), giornalista, avvocato e membro del parlamento subalpino:

“Noi dunque ci raccogliamo con sincerità di affetti intorno al trono di Carlo Alberto, gli porgiamo il sostegno della nostra gagliarda democrazia e siamo certi, in contraccambio della repubblica che noi facciamo alleata del trono, di vedere il trono alleato della nostra repubblica. A quest’uopo attendiamo da Lui che ringiovanisca di più le vecchie pergamene; che si tolga d’intorno quello sciame di inutili cortigiani che per tanti anni gli succhiarono il sangue; che bandisca ogni residuo di convento, ogni reliquia di aristocrazia, ogni ruggine insomma di Medio Evo.” (8)

Con queste parole, Brofferio esprime il suo modo di vedere la nuova fase politica introdotta con l'adozione dello Statuto. Per lui e per altri membri del parlamento subalpino, la “guerra patriottica” non deve avere come obiettivo solo la realizzazione dell’indipendenza nazionale ma deve essere condotta e realizzata avendo come fine anche il rinnovamento delle istituzioni del regno sabaudo.

1.2 CAMILLO BENSO NEGLI ANNI DELLA FORMAZIONE INTELLETTUALE

Camillo muove i suoi primi passi nel Piemonte sabaudo, dapprima come studioso delle tecniche agrarie, poi come economista e giornalista sulle colonne del giornale “Risorgimento”, infine come politico (9). I genitori, il marchese Michele, uomo di antica nobiltà piemontese e Adele de Sellon, ginevrina e di religione calvinista, trasmettono ai figli una concezione della vita improntata all'impegno, al senso del dovere, al senso dell’onore e alla serietà. (10)

Nella Torino di inizio Ottocento, ad un figlio cadetto di famiglia aristocratica si offrono soltanto due carriere: quella militare e quella ecclesiastica. Michele sceglie, per il giovane Camillo, la carriera militare iscrivendolo alla Regia Accademia quando il figlio non aveva ancora dieci anni. Camillo non ha un buon rapporto con l'Accademia: dopo un primo anno di serio comportamento e studio, palesa alcune forme di ribellione. Il rifiuto di eseguire gli ordini è una delle sue mancanze più frequenti e ciò, nei giovani, si traduce in una suscettibile coscienza della propria dignità personale che li rende capaci di affrontare anche severe punizioni, pur di non recedere da ciò che ritengono di dovere a sé stessi. Grazie all'influenza del padre, Camillo è ammesso tra i paggi del futuro re Carlo Alberto; un'occasione che comporta vantaggi importanti, tra i quali un'istruzione gratuita e una posizione di privilegio. (11) Insieme allo zio, Jean-Jacques de Sellon, il giovane intavola appassionate discussioni di politica, di economia, approfondendo le idee liberali e affrontando il discorso su pace, guerra, pena di morte. Il conte de Sellon è un pacifista convinto e un liberale risoluto, è stato il primo maestro di liberalismo per il nipote e sostiene che, una volta assicurata la pace nel mondo, la libertà e la civiltà sarebbero venute da sé. Nelle conversazioni tra i due, Camillo riconosce al pari dello zio gli orrori della guerra ed esalta i beni della pace ma non crede che solo quest’ultima possa bastare a restituire libertà e civiltà ai popoli oppressi. Su ciò il giovane avrà modo di riflettere in quegli stessi anni. (12) Ciò si evince da una lettera che lo stesso Cavour scrive allo zio nel 1828:

“Condivido pienamente la vostra opinione sul danno delle guerre; ma con tutto ciò voi dovrete convenire che il miglior mezzo di evitarle è di prepararcisi e di presentare un apparato imponente di difesa ai nemici che fossero tentati di minacciare il nostro Paese.... Non c'è dubbio alcuno che sarebbe un bene incomparabile il poter godere di una pace perpetua, in mezzo ai favori di una civiltà nascente; tutti gli sforzi dei filantropi generosi e dei veri cittadini debbono tendere a tale fine. Ma disgraziatamente noi viviamo in mezzo ai partigiani dell'ignoranza, dell'assolutismo e della barbarie. Se i difensori della civiltà disarmassero per non aggravare i popoli, i barbari del Nord e i sicari di Metternich approfitterebbero ben presto della confidenza delle genti per bene, e l'Europa sarebbe ripiombata nelle tenebre, da cui tante sofferenze non sono ancora bastate a ritrarla per intiero”. (13)

Nel 1830 Camillo Benso viene trasferito a Genova, al tempo ricca e colta città del regno sabaudo, dove le idee liberali si diffondono anche tra gli ufficiali presso i quali è ancora forte il ricordo dei moti insurrezionali del 1820-1821.

Questi moti falliscono ma le idee liberali restano e il giovane Camillo ne viene in contatto. (14) Frequentando gli ambienti mondani, si apre alle idee democratiche di cui si nutre e nel suo animo nasce un “germe”: un sentimento patriottico, un sentire estraneo all’ambiente familiare che gli viene trasmesso probabilmente dal suo amico, il giovane barone Severino Cassio; un'amicizia nata ai tempi della scuola che resterà per tutta la vita. Cassio, del quale si vedrà meglio nei prossimi capitoli, sarà spesso il punto di riferimento di Cavour, soprattutto per quel che riguarda la crescita intellettuale e politica di quest'ultimo.

Il giovane Camillo inizia a costruirsi con tenacia una personalità autonoma, non più fondata sull'orgoglio e sulla cocciutaggine ma su una più elaborata visione del mondo; in essa soffia lo spirito del tempo caratterizzato da un sentimento nazionale. A questo proposito un ruolo fondamentale lo gioca l’accademia militare, che, oltre ad avergli insegnato le competenze matematiche, gli conferisce una forma mentis che sarà importante per il resto della vita. In particolare, quel rigore che arriva dalle scienze esatte, gli consentirà di esprimersi con competenza dalle colonne di un giornale o nelle aule parlamentari, contro colti avversari. (15)

In quel periodo tra i giovani è di moda “essere repubblicano”, molti di loro sono convinti che solamente un radicale scuotimento avrebbe potuto cambiare le cose. Camillo Benso nutre un forte interesse per la politica comprendendo che potrebbe essere un modo per affermare la propria personalità e le proprie idee. Egli manifesta il desiderio di volersi occupare principalmente di “scienze matematiche e meccaniche”, per le quali sente di avere maggiori attitudini; a suo avviso è preferibile evitare di disperdere energie su troppe materie, soprattutto per chi “vuol farsi un nome e uscire dalla mediocrità. (16) Obiettivo primario rimane quello di portare avanti le idee liberali, nelle quali asserisce di aver trovato il suo “ubi consistam”, ovvero il suo fondamento. Idee che la famiglia rimprovera perché i liberali, in quel periodo, vengono etichettati in forma spregiativa come giacobini e rivoluzionari. Camillo utilizza il suo tempo per letture e studio e ciò rappresenta un modo per sfuggire alla noia dell’accademia e al disagio che prova per non trovare interesse nelle attività militari. In una lettera indirizzata al fratello Gustavo esprime tutta la sua volontà di non cedere all’apatia e voler raggiungere una posizione e un ruolo nella società:

“L'apatia (apathisme) mi spaventa, soprattutto nella mia posizione. La tua sorte è tracciata, tu lo sai a cosa aggrapparti nel tuo avvenire, sicché puoi abbandonarti in pace a una dolce indolenza, dalla quale le circostanze te ne trarrebbero all'uopo senza il minimo inconveniente; tuttavia, lo hai confessato tu stesso, la mancanza di energia ti ha cagionato non pochi guai. Giudica ora ciò che ne sarebbe di me, che non so cosa diventerò, che vivo in mezzo agli elementi più disparati e sono quasi sempre in contrasto con ciò che mi circonda. Se mi lasciassi andare all'apatia, il minimo passo falso potrebbe rovinarmi per tutta la vita, e l'energia dell'anima mi è indispensabile. Devo dunque lottare con tutte le forze contro ciò che potrebbe piegare la forza del mio carattere, di cui ogni giorno ho bisogno.” (17)

La noia, dunque, è un incentivo a leggere e a riempire interi quaderni con lunghi brani tratti da storici francesi, inglesi e scozzesi, in particolare, egli ha un’ammirazione per François Guizot, politico liberale francese di inizio Ottocento, che, secondo Cavour, conferisce alla storia un po’ di logica propria della matematica. (18)

Il suo sentimento politico e patriottico inizia a farsi strada proprio attraverso queste letture, attraverso la frequentazione dei salotti genovesi e pure attraverso quei viaggi di studio che intraprenderà. Egli stesso scrive:

“Dopo aver letto Guizot e Benjamin Constant, mi fu impossibile non aprire gli occhi..... Non si può comandare alla propria convinzione. Mi è altrettanto difficile credere all’infallibilità del Papa….quanto il credere che due e due fanno tre. Dobbiamo tuttavia conservare le apparenze; ma è penosissimo il fingere quando si è persuasi che si ha ragione.” (19)

Le letture a cui si dedica, oltre ai testi di Guizot, sono opere dei dottrinari francesi Adolphe Thiers, Jeremy Bentham e Jean-Charles-Léonard de Sismondi. Quest'ultimo, per certi versi molto simile a Cavour, è un economista, letterato e storico svizzero attivo durante la prima metà dell'Ottocento. Nella sua Storia delle repubbliche italiane del medioevo, aveva già tracciato un'Italia come la “terra della libertà”; inoltre, nel 1832 pubblica un compendio dell'opera sopracitata, intitolata Storia delle Repubbliche italiane, tradotto sia in francese, sia in inglese al fine di attirare l'attenzione delle due potenze europee sul caso italiano, nella speranza di vedere gli stati della penisola uniti in una sola nazione. Per Sismondi, Napoleone è uno strumento di rigenerazione della nazione italiana, avendole restituito “più libertà di quanta ne avesse perduta”. (20)

Cavour condivide i punti di vista di questi grandi autori e incrementa i suoi studi orientandosi verso ciò che i contemporanei definiscono “economia politica”. Letture di quel genere stimolano la riflessione, spingendolo a mettere su carta le proprie considerazioni. In quelle pagine, Cavour passa in rassegna le opinioni di diversi autori ritenuti da lui “di superiore merito”, dei quali aveva letto alcune opere, come Adam Smith, David Ricardo e Jean-Baptiste Say. Riassunti di lezioni di F. Guizot, riflessioni sul ruolo del clero, appunti sui reati commessi in Francia tratti da un'opera di Charles Lucas, un esperto del sistema penitenziario e penale, si accompagnano nei quaderni redatti dal giovane Camillo a una cronistoria della rivoluzione piemontese del 1821. (21) La lingua utilizzata è il francese e numerosi sono i passi di dura critica verso il clero. In quegli stessi anni, il conte inizia a dedicarsi anche allo studio della lingua inglese, necessaria per avviarsi alla conoscenza del mondo britannico, in modo particolare si interessa al funzionamento delle banche inglesi e tale conoscenza, in seguito, lo condurrà al progetto di fondazione di un istituto bancario torinese. In campo agricolo, studiando attentamente il funzionamento del mercato estero, si dedica inoltre a comprenderne i processi di coltivazione più progrediti, introducendo gli stessi sistemi in Piemonte, facendosi così innovatore nel settore dell'allevamento e nella meccanizzazione del lavoro rurale. Tutto ciò viene riportato nei suoi scritti la cui analisi ci permette di entrare profondamente nella sua formazione intellettuale prima dell'ascesa al potere, contraddistinta dal convergere dello studio teorico con la sperimentazione pratica. Secondo Cavour, i principi sono validi se si adattano alla realtà; ed è con questo spirito che nel componimento “Sull'economia rurale del Piemonte” del 1841, esprime la sua avversione verso le innovazioni tecniche che non costituiscono un deciso miglioramento alla produzione. Cavour nutre una forte insofferenza verso l'astrattezza teorica che non sfocia in cambiamenti concreti e ciò caratterizza anche la sua fede liberista.

Percorrendo questi itinerari intellettuali e politico sociali, il giovane aristocratico fissa i capisaldi del suo liberalismo. (22) Gettarsi a capofitto nella lettura di opere storiche, di economia e di filosofia, ha il potere di “aprirgli gli occhi” e di vincere la noia. Solidi studi politici ed economici lo portano a riflettere sulla necessità dell’interdipendenza fra progresso economico e civile, come avveniva in Francia e Inghilterra. Su ciò, al padre scrive: “Ho bisogno di utilizzare non solo le mie facoltà intellettuali ma anche le mie facoltà morali.” (23)

Michele conosceva troppo bene il figlio per credere che una vita di puro studio potesse adattarsi al suo carattere, pertanto, nel 1832 lo fa nominare Sindaco di Grinzane, piccolo comune delle Langhe con 350 abitanti, esteso per 380 ettari, 200 dei quali posseduti dalla famiglia Cavour. La carica di primo cittadino non è elettiva, viene assegnata dal re. Nel piccolo comune la vita scorre molto tranquilla e Camillo convoca le riunioni del Consiglio Comunale in casa sua. Deve farsi carico dell'amministrazione della giustizia e deve inoltre occuparsi dei beni di famiglia curando gli interessi della zia Vittoria. L’esperienza che il conte ricava dalla gestione dei beni di famiglia, dall’attività di commerciante di prodotti agricoli, gli concede l’opportunità di conoscere uomini diversi, appartenenti alle più disparate classi sociali: dal contadino di paese, agli astuti fattori del vercellese, dall’aristocrazia dei clubs parigini o londinesi ai sensali dei mercati di campagna piemontesi. (24)

Nel frattempo, la sua vita sta cambiando e sogni di celebrità, gloria e ambizione accompagnano il suo esordio nel mondo tanto che scrive ad un'amica di famiglia, la marchesa Giulia di Barolo, una lettera profetica: “Rida pure di me, Madame, ma c'è stato un tempo in cui tutto mi sembrava possibile, mi pareva ovvio che un bel mattino mi sarei svegliato Primo Ministro del Regno d'Italia”. (25)

Quel mattino sarebbe arrivato ma, per ora, quel sogno aveva lasciato il posto alla realtà d'essere sindaco di un piccolo paese e, per quanto avesse imparato a prendersi un po' in giro, il contrasto lo deprimeva. Nei suoi diari annotava: “tutto riesce a contrariarmi”. (26)

Grazie ai suoi studi, Cavour approda a quella che sarebbe stata la sua concezione liberale, secondo linee di fondo già consolidate. Aderisce alla “filosofia del progresso”, in un’epoca in cui essa anima liberali, democratici e aristocratici che si aprono ai tempi nuovi, entusiasmati dalle meraviglie e dalle promesse dell’industrializzazione. Elabora, così, la propria visione dello sviluppo economico e sociale: al centro della società e del mondo politico, egli pone la lotta, condotta in tutta Europa, tra i “sostenitori dell’illuminismo e i creatori di oscurità”. Da un lato si schierano i difensori della libertà e della civilizzazione, per assicurare il progresso dell’umanità; dall’altro i “sostenitori dell’ignoranza, dell’assolutismo e delle barbarie, i barbari del nord, i sicari di Metternich” (27) Per Cavour la vittoria della ragione e del progresso è assicurata da norme che hanno tutte le caratteristiche di una legge fisica: “come nella meccanica, una forza in accelerazione che agisce costantemente come la gravità, finisce sempre per vincere; così, quando la voce della ragione non è compressa e può liberamente farsi sentire, finisce prima o poi per essere universalmente ascoltata e seguita”. (28) È questa la legge fondamentale che regge il corso della storia per Camillo Benso. La civiltà procede lungo la sua via sormontando ogni impedimento ed è obbligo per ogni persona onesta di affrettarne il progresso. L’indipendenza sarebbe stata la conseguenza necessaria del progresso della “civilisation” e dello sviluppo dei lumi. Il suo pensiero liberale, non ancora influenzato dai condizionamenti della politica, ma sostenuto da una ricca serie di studi ed esperienze, raggiunge, così, la sua fase più matura. L’antica fede nell'avanzamento della libertà rimane ferma e Cavour si riconosce molto in questo concetto. (29)

Sulla base del legame indissolubile che il liberalismo stabilisce fra progresso civile e progresso economico, trovano la loro collocazione anche i valori della nazionalità. Essi affondano le loro radici in quel sentimento della dignità umana individuale prima ancora che su quella collettiva, di cui si alimenta l’idea cavouriana della libertà. Come valido strumento di mediazione tra l’ideale di civiltà e di progresso e la realtà, Cavour comincia a considerare anche la scienza dell’economia politica. Annota sui suoi quaderni la frase che Giuseppe Pecchio (30), politico e storico di inizio Ottocento, ha utilizzato per indicare l'economia politica: “scienza dell’amor di Patria”. Attraverso tali studi viene per la prima volta a contatto con il problema sociale scaturito dalla rivoluzione industriale inglese. È in quest’ambito che egli inizia ad interessarsi alle condizioni delle classi sociali lavoratrici. (31) Nell'osservare questo processo di civilizzazione, il giovane Cavour rivolge il suo interesse ai due Paesi nei quali esso principalmente si sviluppa: Francia e Gran Bretagna. Quest’ultima, divenuta il baluardo dei principi liberali, é il Paese a cui egli fa riferimento come fosse una guida della società, capace di un progresso le cui redini sono nelle mani di élite politiche illuminate e di classi sociali aperte alle riforme. Sotto l’influenza, per un verso, del pensiero di F. Guizot e per l’altro verso dell’esempio della classe dirigente inglese, egli trova un punto fermo da cui non si sarebbe più mosso: l’adesione al “juste milieu” (giusto mezzo), un prezioso equilibrio tra conservazione e innovazione, moderatismo e riformismo. (32)

Quale fosse la sostanza del cambiamento che lo ha portato ad abbracciare il “giusto mezzo”, dopo aver oscillato tra la ragione che lo spinge verso la moderazione e il forte impulso a vedere accelerarsi il movimento, lo illustra in una lettera scritta ad Auguste de La Rive nel 1833, dove spiega che aspira e opera con tutte le forze per il progresso sociale, ma è deciso a non acquisirlo al prezzo di uno sconvolgimento generale, politico e sociale. Il “giusto mezzo” costituisce la sola politica adatta alle circostanze, in grado di salvare la società dalle opposte minacce dell'anarchia e del dispotismo, operante in tutte le forme di governo. L'Inghilterra è il faro del progresso e Cavour osserva che “da San Pietroburgo a Madrid, in Germania come in Italia, i nemici del progresso e i fautori degli sconvolgimenti politici considerano l'Inghilterra come il loro avversario più temibile” (33)

Negli anni Trenta dell'Ottocento, Camillo Benso ha una chiara visione anche dei cambiamenti che stanno maturando a livello internazionale nel commercio, nella tecnologia, nei trasporti e nella società e si rende conto che una svolta reazionaria bloccherebbe ogni forma di progresso che iniziava a diffondersi. La ragione lo porta a sostenere la teoria del “giusto mezzo” auspicando un modello di sviluppo basato su riforme sociali tali da garantire dignità alle classi lavoratrici e su riforme istituzionali che tutelino l'equilibrio fra i poteri. La sua ideologia politica si distacca quindi dagli estremismi, il suo “just milieu” si pone come obiettivo il progresso del regno mediante scelte moderate, tese al graduale miglioramento della situazione economica, sociale e politica. Camillo Benso resterà ancorato a questa concezione anche in seguito:

“Quanto più osservo il corso dei fatti tanto più mi persuado che il giusto mezzo è il sistema politico più consono alle circostanze e meglio atto a salvare la società dai due eccessi che la minacciano, l’anarchia e il dispotismo. Quando dico il giusto mezzo, non intendo già di indicare un sistema particolare di tale o tale altro uomo, ma bensì quella politica che consiste nel concedere alle necessità dei tempi tutto ciò che la ragione può dimostrare giusto, e nel ricusare ciò che non ha altro fondamento che i clamori dei partiti o la violenza delle passioni anarchiche. Tutta Europa gravita verso il giusto mezzo, per noi è l’unica probabilità che abbiamo di salute. L’umanità avanza a grandi passi verso la democrazia, la nobiltà crolla da ogni parte. L’aristocrazia, potere municipale e ristretto, non trova più posto nell’attuale organizzazione della società. Che ci rimane allora per lottare contro la marea popolare? Nulla di consistente, nulla di forte, nulla di duraturo. È un bene? Un male? Non saprei dirlo, ma è secondo me, l’avvenire inevitabile dell’umanità.” (34)

Per formazione ed esperienza Cavour diventa così uno degli imprenditori più attivi dello stato sabaudo nonché una figura di riferimento importante per chiunque avesse deciso di stabilire “un ponte finanziario” con Parigi e Londra, destinato a dare i suoi frutti sul piano politico. Egli ha fede nel progresso come prodotto concreto, avviato tramite la costruzione di vie di comunicazione e, in particolar modo, della rete ferroviaria, indispensabile per il trasporto delle merci, per lo sviluppo dell’industria e per il libero commercio.

Uno dei suoi argomenti preferiti è proprio la questione ferroviaria: la costruzione di una rete nazionale avrebbe fatto della penisola un anello nelle rotte tra Europa, Africa ed estremo oriente. Grazie a ciò, il Piemonte avrebbe potuto divenire un punto fondamentale su un grande asse di collegamento tra “i popoli di razza germanica e quelli di razza latina”; (35) contribuendo alla diffusione di una rete ben disegnata che avrebbe eliminato rivalità tra piccoli comuni, si sarebbero aperte le porte al progresso e all’ammodernamento e avrebbe contribuito allo sviluppo della coscienza nazionale. (36) Cavour, ritiene che l’Italia sia molto più di “un’espressione geografica” come la definisce il primo ministro austriaco Metternich; con le ferrovie sarebbe diventata ricca e soprattutto europea ed è per questo motivo che Carlo Alberto avrebbe dovuto concedere rapidamente le riforme necessarie per giungere all’affermazione di una leadership piemontese sulla penisola. (37)

Successivamente, Cavour, dapprima come ministro e poi come presidente del Consiglio, risulta essere uno straordinario interprete delle riforme, ottenendo un effetto decisivo per l’affermazione del sistema liberale. Infatti, attraverso manovre di tipo economico, riesce a contenere l’aumento della tassazione e indirizza una parte del risparmio dei privati al finanziamento di infrastrutture essenziali per lo sviluppo industriale. (38) L’opera di Cavour, come uomo di governo, è rivolta a trasformare il regno di Sardegna in un paese moderno, ispirandosi a nazioni come la Francia e soprattutto l'Inghilterra, avendo altresì compreso che è necessario per il piccolo stato acquisire prestigio e importanza nella vita europea, un elemento essenziale che gli consentirà, con gli accordi di Plombiéres, il raggiungimento dell'unità nazionale.

1.3 VIAGGI E IDEE POLITICHE. CAVOUR E L’EUROPA

Cavour, nel 1833 inizia il suo viaggio di studio tra Ginevra, Parigi e Londra, scambiando opinioni e teorie con alcuni personaggi dell'epoca come Charles Lucas, massimo esperto europeo di problemi carcerari; con altri visita prigioni, ospedali, centri di lettura, frequenta lezioni all'università. Il piccolo ma vivace mondo di Ginevra facilita i contatti e gli incontri tra gli uomini colti. Camillo inizia così a prendere posizione di fronte ai maggiori problemi dell’Europa del tempo; questi anni di apparente rinuncia all’attività pubblica, sono i più importanti per la sua formazione di uomo di Stato. Egli rivolge l’attenzione allo studio delle condizioni dei detenuti nelle carceri americane e al pauperismo in Gran Bretagna.

Riguardo allo studio delle carceri americane, si interessa in particolar modo ai metodi sperimentati, dei quali gli Stati Uniti vantano soprattutto l'efficacia rieducativa nei confronti dei detenuti. Un tema che non lascia indifferente il giovane, perfettamente informato degli orrori delle vecchie carceri, come quella di Cagliari, collocata in un edificio risalente al Medioevo. È dunque nettamente favorevole al sistema penitenziario statunitense che, a suo giudizio, ha “una doppia influenza sulla società: previene la corruzione dei detenuti e si adopera per migliorarli, e l’altra, indiretta, dimostrando un'applicazione delle leggi dell’umanità e della moralità anche a coloro che sembrano meno meritevoli dei benefici.” (39)

Altro argomento di approfondimento che affronta Cavour è il dilagare della povertà in larghi strati della popolazione inglese. Nello stesso periodo il governo britannico chiede ai suoi ambasciatori di raccogliere materiali sui provvedimenti adottati dai vari Stati europei per affrontare il problema della povertà. Ciò sarebbe stato utile ai fini dell'emanazione di un provvedimento da parte del Parlamento di Londra, che in effetti vedrà la luce in seguito come modifica delle “Poor Laws”, volto alla gestione di tale piaga dilagante per migliorarne la situazione. Anche Camillo, coinvolto dal padre e su richiesta dell’ambasciatore inglese Foster, inizia a raccogliere materiale sulla condizione delle classi meno abbienti, dati necessari che servono per la compilazione del questionario prodotto dal governo inglese. Le domande sono rivolte a comprendere la situazione delle classi lavoratrici, dei mendicanti, dei malati, dei figli illegittimi, degli invalidi, dei malati psichiatrici. Ne emerge un quadro sconfortante per Cavour, soprattutto quando si rende conto che tanta miseria aleggia anche nei paesini piemontesi intorno a lui; l’intervento dello stato è pressoché nullo dal punto di vista delle politiche sociali, tutto finisce per essere abbandonato salvo rare eccezioni sostenute dalla carità privata. Anche a chi è sano e ha la fortuna di trovare lavoro, la vita si presenta difficile: i guadagni sono bassi e risparmiare é un obiettivo difficile da raggiungere. Cavour, in questo caso, colpevolizza l’imprevidenza dei lavoratori dovuta all’ignoranza, pur riscontrando che un operaio agricolo giornaliero può guadagnare in un anno dai 200 ai 300 franchi e per vivere ne deve spendere dai 220 ai 250 franchi l’anno. È evidente che le possibilità di risparmio sono quasi inesistenti. In questo studio si ritrova anche la sua avversione per la dominante ingerenza ecclesiastica nella vita civile, laddove, trattando di matrimoni nelle classi meno abbienti, Camillo nota che spesso essi sono precoci e frutto di imprevidenza, dovuti in parte “allo zelo cieco che il clero e le persone devote mettono nell’incoraggiare tutte le specie di matrimoni, nell’errato intento di rimediare ai disordini dei costumi e degli scandali dei legami illegali.” (40)

Nel 1834, qualche mese dopo aver raccolto una serie importante di dati inizia a dare una forma al risultato ottenuto per fare in modo che sia leggibile e utilizzabile anche nell’amministrazione subalpina. Vede così la luce un testo, o meglio, un opuscolo che ottiene un buon successo e attira l’attenzione del primo segretario di Stato alla segreteria degli Interni, monsieur de l’Escarene e anche di un uomo di ben diverso orientamento politico, Cesare Balbo. (41)

Il viaggio di studio prosegue alla volta di Parigi, una città quasi otto volte più grande rispetto alla Torino dell'epoca. Anche nella capitale francese, Cavour trascorre le giornate visitando ospedali, prigioni, fabbriche e cantieri. Parigi, però, è in piena crisi: continuano a succedersi governi dalla vita breve dopo che il re Luigi Filippo aveva spinto alle dimissioni una delle figure più di spicco del gabinetto. (42)

Il mondo della cultura parigina è dominato dalla figura di Victor Cousin, docente alla Scuola Normale e alla Sorbona, osteggiato dalla restaurata monarchia borbonica, fu il filosofo ufficiale della monarchia di Luigi Filippo e rappresenta l'ossatura intellettuale della nuova monarchia francese.

In Italia è noto, grazie anche alle sue simpatie per il movimento nazionale e, soprattutto, all'amicizia con il conte Santorre di Santa Rosa (43), patriota e rivoluzionario italiano. A lui guardavano vari esponenti del liberalismo moderato subalpino, Cavour incluso. Quest'ultimo segue con attenzione la politica francese; ciò che lo colpisce è il cambiamento che gli sembra di scorgere nei partiti estremi: i carlisti, ovvero i sostenitori della restaurazione borbonica, e i repubblicani. Entrambi i raggruppamenti erano diventati più moderati. Per Cavour le settimane trascorse nella capitale francese non fanno che confermare il suo “juste milieu”. Gli uomini politici d’oltralpe che più ammira, A. de Broglie e F. Guizot, pur così diversi tra loro, hanno in comune la stima per il Regno Unito che anche Camillo Benso ha l'opportunità di visitare. (44)

L'Inghilterra negli anni Trenta dell'Ottocento, è attraversata da rilevanti trasformazioni sul piano economico e politico; “soldi, grano e cattolici” sono i principali problemi del decennio successivo alle guerre napoleoniche. Cavour percepisce il “Dio progresso” all’opera, scopre una vita pubblica e privata diversa e più libera, sia pure di una libertà che stava riducendo l’assistenza alle classi povere che, contemporaneamente, venivano travolte dall’urbanizzazione determinata dallo sviluppo industriale. (45)

“Milord Camillo”, come lo definivano gli inglesi, durante la prima esperienza di viaggio in treno da Liverpool a Manchester, cinquanta chilometri percorsi in circa mezz'ora, rimane entusiasta e la sua passione per la ferrovia nasce proprio da qui. Durante il suo soggiorno inglese, Cavour, può fare la conoscenza della realtà più industrializzata d'Europa; visita ogni tipo di fabbrica, comprese quelle nel Galles e nella Scozia; rimane colpito di fronte a tale sviluppo e soprattutto apprezza molto la rete ferroviaria e le grandi officine del gas che cominciano a diffondere l'illuminazione. (46)

Segue con attenzione l'andamento della crisi di governo del primo ministro Lord Melbourne. Non riesce a comprendere pienamente la situazione ma coglie che le elezioni avrebbero avuto un valore decisivo. Nella capitale britannica può contare sull'appoggio di William Brockedon, scrittore inglese, il quale lo invita a partecipare al pranzo annuale della Royal Geographical Society of London dove incontra i più noti viaggiatori del Regno, vari studiosi, qualche personaggio di alto rango e intavola un'interessante conversazione con il conte di Ripon sui temi della politica inglese. Degna di nota si rivela la partecipazione al servizio domenicale nella vicina chiesa anglicana; Cavour ascolta e incamera con attenzione il sermone del vescovo di Londra, il quale sottolinea l'importanza di istruire sia intellettualmente sia moralmente anche le classi popolari, esprimendo la massima fede nel valore dell'istruzione come bene per l'intera società. Quelle stesse parole, torneranno alla mente di Cavour pochi anni dopo, quando sentirà l'arcivescovo di Torino, monsignor Fransoni (47), condannare in blocco le iniziative educative che nella capitale subalpina si stavano intraprendendo con fatica. Al tempo, i Gesuiti erano potenti e impiegavano la loro influenza in campo scolastico e politico per isolare il paese dalle influenze intellettuali estere. Il vescovo Fransoni disapprova la diffusione dell’alfabetismo tra la gente comune, sostenendo che avrebbe potuto mettere in pericolo la religione e l’ordine sociale. (48)

Cavour medita sul problema del rapporto tra stato e religione e, sotto l'influenza degli studi svolti, matura la formula “Libera Chiesa in libero Stato”, ovvero la concezione che la sfera dello Stato dovrebbe distinguersi dalla sfera religiosa, a tutela di quella libertà che è il più grande dono divino dato all'uomo. (49) L'interesse per gli studi biblici che Cavour manifesta rimane vivo negli anni successivi. Un documento importante che testimonia il pensiero che Cavour sta maturando sulla distinzione tra sfera politica e sfera religiosa è una lettera inviata dal conte alla zia Cécile de Sellon dopo il ritorno dal viaggio a Ginevra, nella quale, con esplicito riferimento ad Alexandre Vinet, teologo e filosofo svizzero dell'epoca, dichiara:

“...di essere stato profondamente convinto di una cosa: la verità religiosa è di un ordine molto diverso dalle verità comuni che la mente umana può raggiungere; e che di conseguenza è irrazionale volerlo dimostrare con gli stessi mezzi che si adoperano nelle scienze fisiche o morali. La sola ragione è quindi a mio avviso una guida difettosa e fuorviante per arrivare a solide convinzioni religiose, bisogna ricorrere a questo sentimento che esiste in tutti anche se in gradi molto diversi che ci porta a cercare con avidità, a stabilire rapporti diretti con l'ignoto, forza che governa l'universo e agisce sul nostro cuore. Se dunque i ragionamenti dei venerabili Pastori della vostra Chiesa hanno solo una debole presa sulla mia mente, i loro commoventi appelli all'amore divino e al sentimento religioso mi commuovono profondamente.” (50)

L'influsso di Vinet sulle idee religiose di Cavour può essere considerato l'origine delle sue concezioni separatistiche in fatto di rapporti tra Stato e Chiesa. Le convinzioni religiose sono per Vinet questione intima e personale, racchiuse nella coscienza di ogni individuo e come tali non possono essere imposte dall'esterno da alcuna autorità religiosa o politica. La frase “Libero Stato in libera Chiesa” viene usata da Cavour per esprimere la sua visione relativa ai rapporti tra Stato e Chiesa, per una convivenza pacifica: il Papa avrebbe dovuto dedicarsi soltanto al potere spirituale, alla cura delle anime, evitando il potere temporale sul quale aveva facoltà lo Stato.

Il viaggio europeo si rivela decisivo per la crescita politica di Cavour. Lasciare il Piemonte arretrato, provinciale e semifeudale per conoscere il cuore pulsante della modernità conferma in lui quell'idea di moderato liberalismo che avrebbe conservato e difeso per tutta la vita. Rientra nel suo Piemonte con la convinzione che il mondo volge verso il progresso e la democrazia. I riti della nobiltà rappresentano ancora uno spettacolo imponente, ma il tempo dell'aristocrazia sta ormai volgendo al termine e la nuova protagonista della storia è la classe borghese che aumenta di giorno in giorno il proprio potere e la propria influenza. Inoltre, la rivoluzione industriale sottrae alle campagne migliaia di lavoratori per trasformarli in operai nelle fabbriche. A seguito di questo viaggio, per la prima volta, Cavour viene a contatto con la nuova classe: il proletariato. (51)

Da tutto ciò, Camillo Benso ricava una visione ben precisa dell’assetto europeo e matura l’idea che senza quei mutamenti radicali il Regno di Sardegna non avrebbe potuto reggere il confronto con le potenze europee.

Grazie a questa serie di esperienze formative nasce il “Cavour europeo”, orientato verso gli ideali di riforma e di nazionalità, aperto alle grandi correnti di pensiero e lanciato verso il progresso che sta investendo la società europea del XIX secolo. Inizialmente prosegue il cammino di imprenditore agricolo, a cui la famiglia lo aveva già avviato, portando con sé un ampio bagaglio di esperienza; intraprenderà poi la carriera di pubblicista con la fondazione del quotidiano “Il Risorgimento”, inoltre si immergerà nello studio dell'economia politica instaurando rapporti con commercianti e banchieri di tutta Europa. Nel frattempo, si rafforza in lui la consapevolezza di poter essere parte attiva in questo processo di rinnovamento e non semplice spettatore.

Si rafforza altresì – ed è un lascito oramai chiaro – la passione politica, quella stessa che già lo aveva spinto a seguire i dibattiti parlamentari durante i suoi soggiorni a Parigi e a Londra, e che successivamente lo solleciterà a portare il proprio contributo di idee ed esperienze nel suo Piemonte. Nel marzo 1829 Cavour scrive di sentirsi pronto a dedicare “volentieri l'intera vita per far avanzare di un sol passo” la civiltà nel mondo (52). Questa idea lo porterà a realizzare nel regno sabaudo quelle riforme che saranno necessarie alla seguente formazione del Regno d'Italia.

In quest'ottica, nei capitoli che seguono, si vedrà la formazione di Cavour statista a partire dal suo rapporto con la lingua italiana, quale lingua nazionale, sino al sapiente utilizzo delle conoscenze, maturate anche durante i suoi viaggi europei, per tessere una tela di rapporti diplomatici volti ad ottenere un'alleanza che consenta a un moderno Piemonte di affrontare la campagna di espansione nella penisola italiana e ad unificarla politicamente.

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1 R. Romeo, Cavour e il suo tempo, Bari, Laterza, 1971, p. 85.

2 A. Viarengo, Cavour, Roma, Salerno Editrice, 2010, p. 8,9.

3 D. Mack Smith, Cavour, Milano, Bompiani, 1984, p. 10.

4 M.L. Salvadori, Scritti di economia di Camillo Cavour, in Studi Storici, 1962, n. 4, p. 839.

5 Su Giambattista Bogino, cfr. la voce di Guido Quazza, in Dizionario Biografico degli Italiani, volume 11, 1969.

6 F. Ieva, Il Piemonte Risorgimentale nel periodo preunitario, Roma, Viella, 2015, p. 17 e ss.

7 Su Angelo Brofferio, cfr. la voce di Enzo Boltasso, in Dizionario Biografico degli Italiani, volume 14, 1972, consultabile all’indirizzo .

8 U. Levra, Cavour, l’Italia e l’Europa, Bologna, Il Mulino, 2011, p. 37.

9 Ivi, p. 8.

10 A. Viarengo, Cavour, cit., p. 25 e ss.

11 Ivi, p. 34 e ss.

12 F. Ruffini, L’insegnamento di Cavour, Milano, Treves, 1916, p. 5.

13 Ivi.

14 Cfr. infra, Cap. II par. 3, p. 16.

15 U. Levra, Cavour, l’Italia e l’Europa, Bologna, cit., p.19.

16 A. Viarengo, Cavour, cit., p. 40.

17 Ivi.

18 D. Mack Smith, Cavour, cit., p. 12.

19 A. Viarengo, Cavour, cit., p. 44.

20 R. Pozzi, Sismondi e la storia come storia della libertà, in Contemporanea, n. 1, 1998, p. 138 e ss.

21 A. Viarengo, Cavour, cit., p. 53.

22 M. L. Salvadori, Scritti di economia di Camillo Cavour, cit., p. 841 e ss.

23 A. Viarengo, Cavour, cit., p.51.

24 U. Levra, Cavour, l’Italia e l’Europa, cit., p.26.

25 Ivi, p. 55.

26 A. Viarengo, Cavour, cit., p.55.

27 R. Romeo, Cavour e il suo tempo, cit., p. 279 e ss.

28 Ivi.

29 Ivi.

30 Su Giuseppe Pecchio, cfr. la voce di Elena Riva, in Dizionario Biografico degli Italiani, volume 82, 2015.

31 R. Romeo, Cavour e il suo tempo, cit., p. 279.

32 U. Levra, Cavour, l’Italia e l’Europa, cit., p. 76 e ss.

33 Ivi, p. 77,78.

34 R. Romeo, Cavour e il suo tempo, cit., p. 529 e ss.

35 D. Mack Smith, Cavour, cit., p. 38 e ss.

36 Ivi, p. 39.

37 Ivi.

38 U. Levra, Cavour, l'Italia e l'Europa, cit., p. 65,66.

39 Ivi, p. 400 e ss.

40 A. Viarengo, Cavour, cit., p. 66.

41 Ivi, p. 64 e ss.

42 Ivi, p. 70.

43 Su Santorre di Santarosa, cfr. la voce di Antonino De Francesco, in Dizionario Biografico degli Italiani, volume 90, 2017.

44 A. Viarengo, Cavour, cit., p. 69 e ss.

45 Ivi, p. 74.

46 U. Levra, Cavour, l’Italia e l’Europa, cit., p. 25,26.

47 Su Luigi Fransoni, cfr. la voce di Giuseppe Griseri, in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 50, 1998, consultabile all’indirizzo .

48 D. Mack Smith, Cavour, cit., p. 37.

49 A. Viarengo, Cavour, cit., p. 468.

50 R. Romeo, Cavour e il suo tempo, cit., p. 581.

51 A. Viarengo, Cavour, cit., p. 76 e ss.

52 Ivi, p. 47.

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CAPITOLO SECONDO
IL CONTE DI CAVOUR: PATRIA, LINGUA E LESSICO

2.1 IL LEGAME TRA LINGUA E NAZIONE

Nel corso dell’Ottocento il nesso tra lingua e principio di nazionalità diventa sempre più stretto ed è un dato riconosciuto sia da studiosi di storia sia da studiosi di letteratura. L’idea di nazione sorge con il diffondersi del Romanticismo, in particolare con il Romanticismo tedesco, il movimento artistico, musicale, culturale e letterario che nasce alla fine del XVIII secolo e si espande poi in tutta Europa soprattutto nel secolo successivo. (1)

L’imporsi del senso di “nazione” è un particolare aspetto del movimento culturale sopracitato, il quale rivendica l’individualità di ogni comunità, il senso della singolarità di ogni popolo, il rispetto per le proprie tradizioni. Tutto ciò porta alle prime forme di riflessione sul rapporto lingua- nazione: la lingua viene riconosciuta come il fondamento spirituale della nazione e il contrassegno della sua individualità storico-culturale. (2) Una figura autorevole che incarna questo nuovo ideale è quella di Johann Gottfried Herder, filosofo, teologo e letterato tedesco di fine settecento, il quale sostiene che la lingua sia il modo attraverso il quale un popolo esprime il proprio modo di pensare e di sentire, un concetto di grande importanza perché sottolinea come l’uso comune di un idioma sia un modo per distinguere un popolo da un altro. (3) Da queste premesse derivano importanti considerazioni: si pensi solo al concetto della poesia popolare, espressione diretta, immediata e spontanea dell’anima di un popolo. (4) Un’altra rilevante considerazione è l’idea, propriamente politica, attraverso la quale la nazione rappresenta un aspetto speciale di un imponente movimento di pensiero che tutto abbraccia, dalla poesia e dall’arte del linguaggio, alle dottrine filosofiche, alla politica. Il legame di nazione e di lingua è dunque da considerarsi anche causa ed effetto di tutta una serie di rivolgimenti storici che hanno segnato l’età moderna, in Europa come in Italia. (5) Non da solo ovviamente ma assieme ad altri fattori.

Dall'inizio del XIX secolo in tutto l’occidente europeo il principio di identità nazionale, ossia il senso di appartenenza ad un determinato gruppo che condivide idee e ideali, diviene lo stimolo dominante della vita politica. L’aderire ad una stessa tradizione linguistica acquista valore politico come indice e simbolo di unità. In Italia, già prima del Risorgimento, è ben presente l’idea che la lingua sia simbolo di unione: una lingua comune – si dice – può creare una migliore comunicazione tra soggetti di diversa provenienza. (6)

Tutto ciò agisce sulla storia linguistica concorrendo all’eliminazione dell’uso del latino medievale, creando le premesse e il bisogno di un tipo linguistico unitario, all’interno dei confini di ciascun stato. (7) E’ così che a poco a poco il latino viene marginalizzato e sostituito dalle rispettive lingue nazionali (in Francia, in Inghilterra, in Spagna, in Germania e, naturalmente, in Italia) negli atti ufficiali e nelle scuole; questo processo viene rafforzato anche attraverso appositi editti statuali (8).

Anche nella penisola italiana, che giunge tardivamente ad un'organizzazione unitaria, la rivendicazione della lingua nazionale come modalità di espressione genuina e autentica svolge un suo ruolo (9). Già nella costituzione democratica bolognese del 1796 non soltanto viene ribadita la bellezza dell'italiano, ma addirittura quest'ultimo viene elevato al rango di lingua ufficiale, per cui è indispensabile che tutti gli atti giudiziari e tutti gli strumenti vengano scritti in tale lingua, non diversamente dal codice civile e criminale (10). Con il Romanticismo si diffonde l’aspirazione a far della nazione la base della vita politica, riconoscendo nel paese l’esistenza di caratteristiche proprie necessarie per costituire uno stato indipendente caratterizzato da individualità storica, proprie peculiarità non soltanto etniche ma anche di tradizione e di pensiero. (11) A partire dall'inizio del XIX secolo si afferma l'idea della speciale bellezza e attrattiva della parola italiana; scrittori francesi e inglesi del periodo ne lodano la particolare sonorità, brillantezza, armonia, bellezza e musicalità (12).

I teorici italiani sostenitori dell’idea “una lingua - una nazione”, nel corso dell’Ottocento si moltiplicano. Vale la pena menzionare Pasquale Stanislao Mancini (13), avvocato, giurista e politico dell’epoca, il quale spiega il concetto di nazione come “fondamento del diritto delle genti” ossia il diritto che regola i rapporti tra le nazioni. Per Mancini la nazione non è stata creata su un patto tra uomini; essa esiste da sempre anche solo nella coscienza umana e, per poter vivere come entità, ha bisogno di una struttura, di leggi, di governo e di poter agire come un corpo politico.

Anche secondo Giuseppe Mazzini (14), tra i contrassegni culturali più elevati di una nazionalità, vi è senz'altro la lingua (15).

2.2 LA LINGUA PREUNITARIA

Non va dimenticato nel ragionare di queste connessioni, quanto fosse limitato l’uso di una lingua unica nella penisola. Molto a lungo la lingua italiana, unica tra quelle nazionali dell’Europa moderna, ha vissuto e circolato soltanto o quasi come lingua di dotti” (16); sono solo cerchie ristrette di uomini di cultura ad utilizzarlo, soprattutto, nelle occasioni solenni (discorsi ufficiali, politici ed ecclesiastici, ecc.), oltre che nella produzione letteraria, poetica e prosastica. Risulta essere prevalente l'utilizzo dei dialetti, peraltro non privi di una loro tendenza all’evoluzione, in concomitanza con gli sviluppi storici e sociali del Paese (17). Pertanto, ad un uso ristretto della lingua nazionale, si contrappone il ricorso costante ai dialetti (18) i quali vengono utilizzati non soltanto dai popolani, come è intuitivo, ma anche dai ceti colti, ovviamente al di fuori delle occasioni ufficiali. L’uso diffuso e naturale del dialetto da parte della maggior parte della popolazione fa si che questo goda di “piena dignità sociale” (19).

Particolarmente significativa è la situazione del Piemonte: anche in questa regione ci si esprime ordinariamente in dialetto, lo si utilizza nei salotti di aristocratici e borghesi e non di rado fa la sua apparizione persino nelle arringhe degli avvocati e nelle pronunce dei tribunali (20). Che il dialetto sia di uso comune in tutti gli ambienti aristocratici è confermato dal fatto che persino a corte lo si utilizza comunemente. Lo stesso re Vittorio Emanuele, nelle riunioni con i suoi ministri, lo impiega largamente: si tratta di una abitudine durevole ed ancora testimoniata, nel corso degli anni, dai colloqui tra il monarca e il ministro delle finanze Quintino Sella, in occasione dell’avvenuta liberazione di Roma (21). Celebre, l’aneddoto che vuole Vittorio Emanuele, aver detto – entrando a Roma: “Finalment i suma!” (finalmente siamo arrivati!) (22).

A ciò si aggiunga il fatto che l’uso dell’italiano, anche presso i ceti colti e le classi dirigenti è in chiara concorrenza con l’uso diffusissimo, della lingua francese.

Ancora nei decenni immediatamente successivi all’unità, si può parlare di un primato dell’italiano tutto culturale e politico, ma privo di corrispondenze sul piano della lingua parlata; il paradosso di una lingua celebrata, ma non usata e, per così dire “straniera in patria” (23).

Tornando al tema che qui interessa, l'uso della lingua italiana da parte di Cavour e, in generale, nella comunicazione politica e istituzionale ottocentesca, occorre osservare come “nelle vallate alpine il confine linguistico tra dialetti italoromanzi (liguri e piemontesi) e galloromanzi (provenzali e francoprovenzali) sia straordinariamente frastagliato e non segua né i confini geografici né i confini politici" (24). Sul versante italiano delle Alpi, infatti, sono presenti il francoprovenzale e il provenzale fin da epoche remote, e alquanto antico è anche l'impiego, nelle vallate alpine e in tutto il Piemonte, del francese come lingua di cultura. Le origini storiche di questo fenomeno sono da ricondursi alla persistenza, in Italia, "di antichissime delimitazioni etniche. (25)

La dominazione francese finisce tuttavia in qualche modo con il promuovere la cultura italiana, lingua compresa. Con un decreto del 1809, Napoleone, consente l’uso dell’italiano in Toscana, accanto al francese, negli atti amministrativi; nel 1811, egli ripristina l’Accademia della Crusca come istituzione autonoma, di fatto soppressa dall’ancién regime, alla quale conferisce l’incarico di rivedere il dizionario della lingua italiana e di conservarne la purezza. Istituisce, inoltre, un premio in denaro per gli scrittori le cui opere avessero contribuito a salvaguardare l’integrità di tale lingua (26) L'impronta della dominazione francese conduce a due risultati fondamentali: lo sviluppo dell'istruzione elementare, grazie alla quale iniziano a diffondersi le scuole pubbliche, obbligatorie, gratuite e aperte a tutti, e la nascita del giornalismo politico. La nuova legislazione nel campo dell'istruzione pubblica, però, si interrompe bruscamente con la Restaurazione, quando la scuola ritorna sotto il controllo della Chiesa, la quale sostiene che il monopolio educativo doveva essere posto sotto la sua sorveglianza, diffidando dell'insegnamento organizzato dallo Stato.

Nel primo Ottocento i vari territori della penisola sono caratterizzati da profonde differenze culturali e linguistiche; il numero di coloro che sono in grado di parlare italiano è molto basso in quanto circa l’80% della popolazione è analfabeta, non tutto il restante 20% è in grado di servirsi dell’italiano e tra gli alfabeti sono compresi anche quelli che conoscono superficialmente la lingua orale ma non sanno ancora scrivere. (27) Anche in campo lessicografico si confermano profonde differenze nonostante la diffusione di vocabolari utili alla crescita dell’istruzione. Tra questi si possono ricordare alcuni importanti dizionari, prodotti tra il 1830 e il 1842, come il “Vocabolario della lingua italiana” di Giuseppe Manuzzi (28), il “Vocabolario universale italiano” stampato dalla tipografia Tramater di Napoli, il quale si distingue dagli altri per la particolare attenzione alle voci tecniche e il “Nuovo dizionario dei sinonimi della lingua italiana” di Niccolò Tommaseo (29). In ogni caso, per raggiungere una padronanza accettabile della lingua occorre la frequenza scolastica che risulta essere ancora bassa.

Inoltre, il funzionamento dell'istruzione è alquanto farraginoso perché gli insegnanti scarseggiano e di conseguenza l'orario delle lezioni è molto ridotto. Per un'ora al giorno le famiglie non vedono l'utilità di mandare i figli a scuola, preferendo indirizzarli a lavorare. Tuttavia, l'esigenza dell'istruzione popolare si fa strada nonostante le difficoltà, in tutti gli stati preunitari: nel 1819 si diffondono le scuole cosiddette di mutuo insegnamento, o insegnamento reciproco, le quali consistono nell'insegnare a leggere, a scrivere e a far di conto ad un gruppo di studenti, generalmente quelli più capaci, che a loro volta impartiscono le nozioni ad altri allievi. Questo metodo viene applicato per far fronte al grande numero di alunni affidati ad un singolo insegnante e anche per sviluppare la solidarietà e la cooperazione tra gli studenti. (30)

Il bilinguismo, costituito da italiano e dialetto continua a convivere. Importante è la riconferma formale avvenuta con lo statuto Albertino del 1848, ove particolarmente rilevante – per il nostro argomento – è l'art. 62, che recita quanto segue: "La lingua italiana è la lingua ufficiale delle Camere. È però facoltativo di servirsi della francese ai membri che appartengono ai Paesi in cui questa è in uso, o in risposta ai medesimi" (31). È degno di nota che tale disposizione sia seguita da una serie di leggi piemontesi prima e italiane poi (dopo l’unificazione e la creazione del Regno d’Italia). Anche la legge Casati sulla Pubblica Istruzione, 13 novembre 1859, n. 3725 negli articoli dedicati all'insegnamento dell'italiano e del francese, contiene disposizioni conformi. In particolare, l'art. 374 recita: "Nei comuni dove si parla la lingua francese, essa verrà insegnata in vece dell'italiano" (32).

Quanto al giornalismo di tipo politico, portato anch'esso dai francesi, si può affermare che lo stesso nasce dalla diffusione della stampa periodica, nonostante la ferrea censura. Tra i fattori che limitano la circolazione della stampa vanno anche ricordati la scarsa acculturazione delle masse e il tipo di linguaggio utilizzato, spesso difficilmente comprensibile. In Piemonte, ad esempio, la censura interviene pesantemente su un testo, eliminando le parole considerate “compromettenti”, come “interessi politici” sostituiti da “interessi civili”. (33)

Coerentemente con questo quadro generale anche Cavour ha un particolare e non facile rapporto con l'uso dell'italiano. Egli lo conquisterà progressivamente solo in età adulta, dopo averlo praticato come se fosse una lingua straniera.

2.3 IL SENTIMENTO PATRIOTTICO IN CAVOUR

L'interrogativo che ci si pone è “come si forma nel giovane Camillo Benso il sentimento di patria?”. Gli studiosi che hanno esaminato la formazione e la giovinezza del conte, sono portati ad evidenziare l'influsso profondo del già ricordato barone Severino Cassio, nei confronti del quale Cavour contrae anche un importante debito in termini di formazione intellettuale e politica in generale. (34) L'amicizia tra i due, nata durante gli anni dell'accademia militare, si mantiene anche dopo e a lui Cavour è solito rivolgersi altresì per ottenere indicazioni e suggerimenti in fatto di studi.

Fino alla metà degli anni Trenta dell'Ottocento, i riferimenti di Cavour all'indipendenza nazionale sono frequenti ma la sua è un'idea di tipo culturale e non politica; vede la penisola italiana come un luogo infelice, desolato, oppresso civilmente e religiosamente. Essa deve essere affrancata da questa situazione, deve diventare un faro di civiltà e libertà. Questo sentimento di tipo nazionale si ritrova in una lettera indirizzata all’amico William Brockedon, pittore, scrittore e inventore britannico, che opera a lungo in Italia e che con la sua pittura aveva illustrato i passi alpini del bel Paese:

“Mentre tutta l'Europa marcia con passo fermo sulla via progressiva, l'infelice Italia è sempre curva sotto lo stesso regime d'oppressione civile e religiosa. Compatite coloro i quali, avendo l'animo atto a sviluppare i generosi principi della civiltà, sono ridotti a contemplare la loro patria dalle baionette austriache.” (35)

La lettera è datata 2 dicembre 1830 e Cavour la scrive da Genova ai tempi in cui è stato assegnato alla direzione del Genio militare. La città ligure, in quel periodo, è ricca di fermenti giovanili aperti alle nuove idee politiche. Le letture che hanno forgiato in lui il sentimento politico e patriottico non derivano dalla letteratura classica ma scaturiscono dalle idee liberali dei grandi pensatori europei dell'epoca, ad esempio Benjamin Constant. (36)

È fondamentale precisare che l’universo al quale Cavour fa riferimento quando esprime le proprie idee di libertà e indipendenza, non è rappresentato dall’intera penisola ma dal Piemonte. (37)

Il regno sabaudo è stato per lungo tempo il centro e il fondamento della visione politica di Cavour. Su questo punto, la sua opposizione nei confronti dei movimenti rivoluzionari democratici e repubblicani non poteva essere più netta: questi ultimi, infatti, - si pensi anzitutto a Mazzini - ponevano come premessa, come centro e fine rivoluzionario della propria azione politica l’unificazione, oltre che l’ordinamento repubblicano dell’Italia. Cavour, invece, fu a lungo indotto a considerare questi movimenti esclusivamente in subordine alla volontà espansionistica sabauda. Né può passare sotto silenzio – ed è parte integrante di un patriottismo che, per lungo tempo, fece coincidere il suo ideale con i confini geografici sabaudi – che lo stesso Mezzogiorno rimase a lungo marginale se non addirittura estraneo rispetto all’intuizione politica originaria di Cavour. Si può sostenere, infatti, che il sud Italia diviene parte integrante della volontà unificatrice di Cavour soprattutto a causa del succedersi di una serie di eventi che, concatenandosi l’un l’altro, finiscono per sottrarsi al suo controllo e costituire una potenziale minaccia.

Negli anni in cui egli scrive sul “Risorgimento” mostra un’attenzione crescente per il movimento patriottico che mobilita la penisola nel 1848. L'interesse nei confronti dei moti, che da diverse parti d'Italia domandano a gran voce l'unificazione è in qualche modo subordinato ad una visione in cui il regno sabaudo rappresenta il centro degli interessi di Camillo Benso. (38) La nazione, evocata più volte negli articoli è intesa come Piemonte; un assetto della penisola implicante l’unione dei vari stati presenti è per lui ancora lontana. La sua idea di patria è dunque legata principalmente al regno sabaudo e alle opportunità che lo scenario europeo può offrire a questo piccolo Stato per ottenere vantaggi territoriali ai danni dell'Austria; tutto ciò non deve essere il risultato di una guerra ma piuttosto dovrebbe provenire da un “inorientamento dell'Austria”.

Quest'ultimo concetto deriva dalla condivisione delle idee già espresse da Cesare Balbo (39): l'Austria avrebbe dovuto abbandonare i possessi italiani, definiti un peso morto, per volgere il proprio interesse e le proprie energie verso oriente. Cavour si stava dunque muovendo attraverso l'idea di dar vita ad un Regno dell'Alta Italia. In questa maniera, però, il concetto di nazione resta ancora relegato al mondo settentrionale; solo più tardi – sulla scia dei nuovi fatti che scuoteranno la vita politica della penisola – inizierà un processo di ripensamento. (40)

2.4 IL RAPPORTO CON LA LINGUA ITALIANA

Come già osservato, per il conte di Cavour non è affatto naturale parlare e scrivere in italiano. È il francese la lingua ufficiale parlata dagli aristocratici; viene poi utilizzato il dialetto piemontese ma non l’italiano che rimane per lo più una lingua scolastica praticabile in poche occasioni. Sullo studio di tale lingua, Cavour è costretto a tornare negli anni della vita parlamentare, senza mai giungere, peraltro, ad acquisirne un sicuro dominio (41). La scarsa padronanza dell’italiano può essere collegata, almeno in parte, a quelle che sono le sue attitudini. Sappiamo, infatti, che egli ha interesse in particolar modo per la matematica e l’economia politica, innanzitutto, oltre che per la storia e, in generale, per le scienze politiche e morali; tutto ciò che attiene alla lingua e alla letteratura per lui è d’interesse secondario. L’italiano rimane, quindi, in una sorta di posizione di limbo. Perché ciò accade? Perché egli non giunge mai ad impadronirsi perfettamente dell’italiano? Verosimilmente, oltre che per l’influenza degli usi e dei costumi della nobiltà piemontese del tempo, è ipotizzabile che Cavour non avvertisse la necessità di apprendere un qualcosa che non reputasse utile: ai suoi obiettivi sono già rispondenti il francese e il piemontese. Infanzia e adolescenza non favoriscono un interesse per la lingua e non ne incoraggiano al tempo stesso l’apprendimento e la pratica.

Inoltre, alcuni studiosi hanno evidenziato come, all’accademia militare che Cavour frequenta, i programmi scolastici fossero alquanto modesti, con la sola significativa eccezione delle scienze matematiche (42). Certamente gli allievi studiavano da subito grammatica italiana, latino e francese; tuttavia, il loro effettivo progresso in tali discipline non era mai considerato come centrale da parte dei docenti, a loro volta concentrati fondamentalmente sulla formazione dei loro giovani allievi unicamente in campo militare. Ne scaturì una sostanziale sottovalutazione degli uni come degli altri: allievi e docenti.

Sono tematiche che vari autori dell’epoca hanno posto in risalto; ricordiamo, tra essi, Luigi Chiala (43), il quale, avendo attentamente studiato l’Accademia militare di Torino nel periodo anteriore al 1870, osserva come “nell’istruzione dataci all’Accademia la parte letteraria era affatto insufficiente e che le lezioni di lingua e letteratura francese (…) e quelle di lettere italiane (…) non bastarono certo a far diventare valenti scrittori nemmeno quelli che, come Camillo Cavour, erano dotati di attitudini particolari per ogni cosa” (44).

L’Accademia, dunque, pur introducendo l’italiano nel novero delle materie di insegnamento, non irrobustisce la preparazione degli allievi. L’ordinamento statutario dell’Accademia prescrive che l’italiano sia la lingua d’uso ma gli scambi tra gli allievi avvengono sempre in piemontese o in francese. Il dialetto piemontese viene usato sistematicamente anche da studenti provenienti dalle più varie realtà linguistiche: da savoiardi, sardi, nizzardi, genovesi e novaresi (45).

La lontananza di Cavour dalla lingua italiana non è dunque questione che riguarda solo il suo ambito familiare e culturale. Solo successivamente, come risulta da una missiva ad un cugino del 1843, si rammarica di aver compreso tardi l’importanza dell’educazione letteraria per la formazione intellettuale di una persona – e naturalmente lo esprime in francese, riferendosi a sé stesso -: “Faire de l’étude des lettres la base de tout l’éducation intellectuelle” (46). La lettera anzidetta assume verosimilmente un significato più ampio di quello letterale: Cavour, molto probabilmente, non sostiene soltanto che qualsiasi formazione scientifica e tecnica deve essere preceduta da un’educazione letteraria e linguistica, ma intende affermare che, per gli italiani la formazione e l’educazione linguistico-letteraria in italiano è semplicemente imprescindibile e rappresenta anzi il presupposto di ogni ulteriore formazione e cultura. (47)

Con il trascorrere del tempo, in Cavour finisce però per prevalere il linguaggio dell'uomo d'affari: in campo finanziario, agricolo, ferroviario e commerciale fino ad arrivare alla politica, nondimeno inizia ad esprimersi in italiano pur mantenendo un'ortografia approssimativa e un'italianizzazione dei termini dialettali. (48)

Ciò è dovuto anche al diffondersi dell'uso della lingua unitaria tra gruppi. A questo proposito è interessante riportare un aneddoto: durante il congresso annuale del 1844 dell'Associazione agraria, di cui Cavour ne fu uno dei fondatori, quando il conte di Salmour propone ai soci di utilizzare il dialetto per comunicare tra i presenti la maggioranza si oppone argomentando come segue:

“……non convenire ad una così numerosa e scelta adunanza un uso qualunque che possa condurre all'abbandono della lingua italiana, patrimonio e vincolo di tutti gli abitanti d'Italia, doversene anche con ogni sforzo, anche all'Associazione agraria a cui sono ammessi gl'Italiani tutti senza distinzione di sorta, mantenere ed estendere l'uso.” (49)

Nel 1847 nasce il quotidiano “Risorgimento”, fondato da Cavour e Cesare Balbo, in cui il conte compone il suo primo articolo in lingua italiana, con l’aiuto decisivo di Balbo. Gli articoli pubblicati sul quotidiano incarnano la visione del suo liberalismo e analizzano gli interessi politici ed economici delle potenze estere. Questa analisi è condotta con molta sicurezza, frutto della profonda preparazione culturale che ha conseguito negli anni tra studi e viaggi. I temi affrontati nei vari articoli si riveleranno utili negli anni successivi in quanto verranno inseriti nei discorsi tenuti alla Camera riguardo la politica estera.

Compone anche tre saggi nei quali esprime la sua maturità di pensatore politico: “Considerations sur l'état actuel de l'Irlande et sur son avenir”, “Des chemins de fers en Italie” e “L'influenza che la nuova politica commerciale inglese deve esercitare sul mondo economico e sull'Italia in particolare”.

Il primo riscuote un buon successo tra i lettori; il secondo racchiude la prospettiva di una futura penisola italiana il cui sviluppo è legato principalmente alla nuova rete ferroviaria. Tutti e due sono stati composti a Ginevra e chiaramente in lingua francese. Il terzo articolo, scritto nel 1847, è invece, redatto in italiano incontrando non poche difficoltà lessicali. (50)

Lo ricorda bene Giuseppe Torelli, collaboratore di spicco de “Il Risorgimento” che definisce come segue il rapporto di Cavour con la lingua:

“Essendogli poco famigliare la lingua italiana, avveniva talvolta che la forma plastica dei suoi scritti non corrispondesse al loro valore metafisico. In quei casi abbandonava la forma a noi, commettendoci di curarla, se la giudicavamo ammalata. Fra il fondo e la forma il conte di Cavour non si da va nemmeno la pena di scegliere. Nel suo cervello il concetto formavasi rapidamente completo e netto come un sillogismo, e naturalmente doveva esprimerlo nella lingua in cui il suo cervello era stato educato a pensare: allora la forma era degna del fondo. La dinamica mentale che gli era necessaria per esprimere lo stesso concetto in una lingua nella quale non l'aveva formato, gli riusciva incresciosa e malagevole. Si ebbero con lui frequenti dispute intorno alla questione della forma che egli dapprima considerava siccome un affare meccanico, un mestiere da tornitore, e il suo culto pel fondo divenne meno esclusivo. E non andò guari che il Cavour diventò abile e destro anche nel mestiere di tornitore, e con meravigliosa rapidità imparò la lingua della nazione che era chiamato a fare.” (51)

Grazie all’esperienza giornalistica ed alla tempistica del mezzo, l’efficacia espressiva di Cavour in italiano ne esce rafforzata e migliorata. Successivamente, con l'ingresso nel mondo politico, la scrittura burocratica e professionale gioca un ruolo importante nella definizione delle strutture linguistiche possedute e adoperate da Cavour. Il linguaggio amministrativo rappresenta l'unico modello alternativo alla lingua formale e questo settore proprio dell'Ottocento si avvia a diventare la nuova voce dello stato unitario. (52)

Cavour, a dispetto delle iniziali difficoltà, giunge quindi a imparare l'italiano e a padroneggiarlo con una certa proprietà, sfruttando abilmente anche elementi assai innovativi nel quadro del sistema linguistico. Nella conversazione tra parlamentari, egli risulta ancora impacciato, come testimonia anche Angelo Brofferio, politico a capo dell'opposizione.

2.5 ESEMPI DI SCRITTI CAVOURIANI

Come già precedentemente accennato, la mole di materiale prodotta dal conte è molto ampia: lettere, appunti vari, diari, componimenti, articoli stilati durante la breve carriera giornalistica, discorsi pronunciati ai banchetti o nell’aula del Parlamento subalpino prima e nazionale poi. L'epistolario viene definito uno dei capolavori involontari della letteratura italiana ottocentesca, per la maggior parte è composto da scritti in lingua francese. È un capolavoro “involontario” in quanto non è un libro ma è un'opera costruita a posteriori, dopo la morte del conte, grazie ad una minuziosa ricostruzione da parte di storici e archivisti. (53) L’analisi dell'epistolario di Cavour conferma quanto già osservato sull’uso vacillante della lingua italiana, sull’impiego del francese e del dialetto che però rimane confinato in ambito agricolo (54).

Ad incoraggiarlo nello studio della lingua italiana è l'amico Cassio con il quale Cavour studia anche l'inglese. L’amico, consapevole delle difficoltà, lo incoraggia a perseguire l'obiettivo. (55) Cassio manifesta anche il suo apprezzamento per il metodo di studio scelto che parte dal latino per arrivare all'italiano e ritiene che il latino sia uno strumento utile per risalire alle radici delle parole. (56)

Un documento ritenuto importante ma scritto in francese è l’opuscolo redatto nel 1834 nel quale Cavour analizza il problema del pauperismo inglese. Tale componimento attira l'attenzione di Cesare Balbo, il quale riserva al libretto una recensione elogiativa che compare nella “Gazzetta Piemontese”: “…una vera e distinta facoltà di pensare e scrivere, annunciano al paese uno scrittore in più, e uno scrittore serio, sodo, non di materie leggere od oziose, uno scrittore utile e quali li debbe desiderare e desidera il paese”. Così scrive Balbo, e aggiunge: “Ci duole che il libretto sia molto ben scritto in francese, in vece d’essere scritto bene, od anche, se mai, mediocremente, in italiano.” (57)

Segue un accorato appello all’autore a voler avvalersi di una lingua che stava abbandonando gli arcaismi e il vecchio convincimento alfierano, secondo cui l’aver scritto e letto molto francese nuocesse allo scrivere bene l’italiano e a voler essere uno scrittore in più in Italia e non in Francia dove abbondano. Camillo Benso risponde a Balbo che il documento è redatto in francese perché è l’unica lingua che padroneggia e riconosce che “la langue italienne est restée jusqu'à présent tout à fait étrangère”, ma si propone di recuperare il tempo perduto e “d'acquérir les moyens de rendre en italien ses idées, et le résultat de ses travaux”; buoni propositi ma espressi in francese. Inevitabili anche in altri scritti, come ad esempio in una lettera inviata a Salmour, l'uso di piemontesismi spontanei, legati a realtà locali come “broppe pali” (piantare tutte le broppe di salice). (58)

Al 1830 risale una lettera in italiano, indirizzata al prelato Antonio Tosti, incaricato d'affari della Santa Sede a Torino fino al 1829, nella quale si individuano chiaramente alcune significative imperfezioni:

“Monsignore,

Quantunque dal momento che ha lasciato Torino non abbia mai osato indirizzarmi direttamente a lei, per impedire che perdesse ogni memoria d'una persona per cui è stato così buono, pure ho sempre nudrito il vivo desiderio di fargli sapere quali erano per lei i miei sentimenti di riconoscenza e di divozione, ma nissuna occasione s'era finora presentata. Sempre sentivo a dire “Monsignor Tosti è continuamente lavorando, non ha pace tutta la cristianità posa sulle sue spalle”. Sarei stato dunque ben ardito di derubargli qualche prezioso momento per dirgli che avevo paura che mi dimenticasse, o credesse che avessi perduta la memoria delle sue infinite gentilezze. (…) Un mio intimo amico Mr Huber Saladin di Ginevra va a Roma per la sua sanità. (…) sicuramente parleremo ben spesso di lei (...)” (59).

Nella lettera, dal punto di vista della sintassi, si nota l'uso brillante del galateo epistolare ma Cavour incappa in un errore caratteristico di chi abbia scarsa dimestichezza con l'italiano formale: la confusione tra i pronomi gli e le (“fargli sapere” e “derubargli”); questo sarà un errore che si trascinerà anche negli anni in cui sarà al governo del Regno.

È possibile citare un altro esempio di missiva espressa in italiano, dove al posto dei francesismi si notano inserimenti di carattere dialettale o comunque in uso nella regione piemontese. Si tratta di un documento indirizzato al proprietario agricolo, Lorenzo Salino, su questioni di diritto privato, redatta nel 1837:

“Ill.mo Signor Pad. Col.mo,

Avendo letto attentamente la copia della citatoria che il marchese di San Giorgio ha intimato alla S.V. Ill.ma, ed esaminati tutti i titoli posseduti dall'antica società di Lucedio relativi alla goldita delle acque provenienti dalla roggia di Bianzé, come pure l'istromento di divisione passato fra i membri di detta società, sono rimasto pienamente convinto che le proposizioni che ho avuto l'onore di trasmettergli nell'ultimo mio foglio (…).” (60)

I termini “goldita” (godimento) e “roggia” (canale artificiale) fanno parte del dialetto piemontese; da notare nuovamente “trasmettergli” anziché “trasmetterle”. (61)

Altro componimento significativo è il necrologio in ricordo di Anna Giustiniani nel 1841; si tratta di una ulteriore testimonianza in lingua italiana nel quale Cavour rende omaggio alla memoria della compagna più influente della sua gioventù. Lo scritto, pur essendo creato con una piena autonomia e dignità espressiva, manifesta esplicitamente la consapevolezza di Cavour nei confronti del problema linguistico. (62)

Anche dall’analisi condotta sui suoi diari emerge un continuo passaggio da una lingua all’altra. Degno di nota un appunto trascritto da Cavour nel 1831, ma risalente al 1821, in cui una appassionante considerazione patriottica viene espressa in italiano: “E cinque giorni dopo ad onta dei suoi juri Carlo Alberto s'en fuggia ad implorare perdono da quei che aveva giurati combattere, ch'egli pagava col tradire quei stessi che per la maggior parte strascinati aveva sull'orlo del terribile precipizio cui non havean più mezzi di sfuggire” (63) Questa annotazione è riferita al “Giuramento di Carlo Alberto” ed è particolare l'uso che il conte fa di termini italiani con toni altisonanti.

Successivamente il lessico italiano si evolve in lessico politico, il quale è in continuità con il profondo rinnovamento dell'epoca. (64)

Cavour, negli anni della politica, diventa un abile scrivente, non tanto dal punto di vista grammaticale perché avrà sempre necessità di aiuto da parte dei suoi collaboratori, ma dal punto di vista strategico: in una lettera inviata a Nigra si trova uno sfruttamento consapevole e ricercato della ripetizione del pronome a fini retorici: “Rassicuri l'Imperatore sul conto di Garibaldi. Egli venne, non richiesto, a mettersi a nostra disposizione, non adesso ma sino dal 1856. Egli fece le piu (sic) esplicite dichiarazioni, assunse gli impegni i piu (sic) precisi.” (65)

Non mancano, dunque, nella sua produzione occasioni nelle quali Cavour ricorra alla lingua italiana. Trascrive poesie e prose di autori classici che non di rado offrono testimonianza di libertà e riscossa contro l’oppressore (trascriveva, infatti, Alfieri, Manzoni, Machiavelli, ecc.). Anche la liberazione della Grecia, per la quale persero la vita tanti giovani liberali italiani ed europei, ispira a Cavour una poesia in italiano “Il leone acheo si scosse” (66).

Lettere bilingue si ritrovano in relazione agli accordi di Plombières, destinate al suo collaboratore Costantino Nigra (67).

In conclusione, si osserva che il percorso linguistico di Cavour, parte dall'incertezza dei primi passi compiuti in un ambiente francofono e dialettofono, caratterizzato da diverse tappe che confermano la sostanziale difficoltà del conte a rapportarsi con l’idioma del Paese di cui diverrà Primo Ministro, fino ad arrivare alla conquista di un italiano che testimonia il senso di una scelta politica perseguita con tenacia e grande determinazione.

divisore 1

1 F. Chabod, L’idea di nazione, Roma-Bari, Laterza, 2019, p. 17.

2 Ivi.

3 Ivi, p. 22, 23.

4 Cfr., sul concetto di poesia popolare in rapporto al Romanticismo il classico volume di B. Croce, Poesia popolare e poesia d'arte, Bari, Laterza 1946; anche, A. Rigoli, La poesia popolare italiana. Tipologie e forme, Milano, Garzanti, 1991, M. Barbi, Poesia popolare italiana. Studi e proposte, Firenze, Sansoni, 1974, p. 116 e ss.

5 F. Chabod, L’idea di nazione, cit. p. 47.

6 T. De Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita, Roma-Bari, Laterza, 2011, p. 3 e ss.

7 Ivi, p. 273.

8 A. Dauzat, L'Europe linguistique, Parigi, PUF, 1993, p. 139 e ss.

9 E. Sestan, Stato e nazione nell'alto medioevo. Ricerche sulle origini nazionali in Francia, Italia, Germania, Napoli, Ricciardi, 1982, p. 32 e ss.

10 Cfr. D. Bertoni-Jovine, Storia della scuola popolare in Italia, Torino, Utet, 1979, p. 58 e ss.

11 F. Chabod, L'idea di nazione, cit., p. 23.

12 Cfr. T. De Mauro, Storia linguistica dell'Italia unita, cit., p. 276,277.

13 Su Pasquale Stanislao Mancini, cfr. la voce in Dizionario Biografico degli Italiani, volume 68, 2007.

14 Su Giuseppe Mazzini, cfr. la voce di Giuseppe Monsagrati, in Dizionario Biografico degli Italiani, volume 72, 2008.

15 Vedasi sulla questione linguistica in Mazzini, S. Mastellone, Mazzini e gli scrittori politici europei (1837-1857), Firenze, Centro Editoriale Toscano, 2005, p. 177 ss.

16 T. De Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita, cit., p. 27.

17 B. Migliorini, Storia della lingua italiana, Milano, Bompiani, 1994, p. 106 ss.

18 T. De Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita, cit., p. 31,32.

19 Ivi, p. 32.

20 S. Lanuzza, Storia della lingua italiana, Roma, Newton Compton, 1994, p. 106.

21 F. Chabod, La politica estera italiana dal 1870 al 1896, Roma-Bari, Laterza, 1992, p. 326.

22 T. De Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita, cit., p. 33.

23 Ivi, p. 14.

24 Ivi, p. 286. Cfr. C. Tagliavini, Le origini delle lingue neolatine. Introduzione alla filologia romanza, Bologna, Patron, 1989, p. 358 e ss.

25 Ivi.

26 L. Serianni, Storia dell’italiano nell’Ottocento, Bologna, Il Mulino, 2013, p.20.

27 C. Marazzini, La lingua italiana, Bologna, Il Mulino, 2010, p. 288 e ss.

28 Su Giuseppe Manuzzi, cfr. la voce di Antonio Carrannante, in Dizionario Biografico degli Italiani, volume 69, 2007.

29 Su Niccolò Tommaseo, cfr. la voce di Gabriele Scalessa, in Dizionario Biografico degli italiani, volume 96, 2019.

30 Ivi, p. 27 e ss.

31 T. De Mauro, Storia linguistica dell'Italia unita, cit., p. 286.

32 C. Ghisalberti, Storia costituzionale d'Italia (1849-1948), cit., p. 316 e ss.

33 L. Serianni, Storia dell'italiano nell'Ottocento, cit., p.43,44.

34 A. Viarengo, La formazione intellettuale di Cavour, Bologna, Il Mulino, 2011, p. 119 e ss.

35 A. Viarengo, Cavour, cit., p. 43.

36 Ivi, p.43 e ss.

37 R. Romeo, Cavour e il suo tempo, vol. II, Roma-Bari, Laterza, 1984, p. 458 e ss.

38 R. Romeo, Cavour e il suo tempo, cit., p. 243.

39 Su Cesare Balbo, cfr. la voce di Ettore Passerin d'Entréves, in Dizionario Biografico degli Italiani, volume 5, 1963, consultabile all'indirizzo.

40 U. Levra, Cavour, l'Italia e l'Europa, Bologna, Il Mulino, 2011, p. 150 e ss.

41 R. Romeo, Vita di Cavour, cit., p. 12.

42 G. Falco, Cavour accademista, in Pagine sparse di storie di vita, Milano-Napoli, Ricciardi, 1960, p. 207 e ss.

43 Su Luigi Chiala, cfr. la voce di Maria Fubini Leuzzi, in Dizionario Biografico degli Italiani, volume 24, 1980.

44 F. I. Koban, Cavour e l’italiano. Analisi linguistica dell’epistolario, Firenze, ETS, 2017, p. 18.

45 R. Romeo, Cavour ed il suo tempo, cit., p. 205 e ss.

46 Ivi, p. 195.

47 Ivi, p. 181.

48 A. Viarengo, Camillo Benso di Cavour autoritratto, Milano, Mondadori, 2010, p. 29,31.

49 Ivi, p. 315, 316.

50 A. Viarengo, Camillo Benso di Cavour autoritratto, cit., p. 36,37.

51 M. Marazzi, “Le roi cachè” lo scrittoio di Cavour, Firenze, L. S. Olschki, 2004, p. 138.

52 Ivi, p. 311 e ss.

53 M. Marazzi, Le Roi caché Lo scrittoio di Cavour, cit., p. 1.

54 A. Viarengo, Camillo Benso di Cavour autoritratto, cit., p. XXVIII.

55 D. Berti, Il conte di Cavour avanti il 1848, Roma, Voghera, 1886, p. 237.

56 F.I. Koban, Cavour e l’italiano. Analisi linguistica dell’epistolario, cit., p. 26.

57 A. Viarengo, Cavour, cit., p. 68.

58 L. Serianni, Per l'Italiano di ieri e di oggi, Bologna, Il Mulino, 2018, p. 744.

59 Ivi, p. 748.

60 Ivi, p.748,749.

61 Ivi.

62 M. Marazzi, Le roi caché lo scrittoio di Cavour, cit., p. 137.

63 F.I. Koban, Cavour e l’italiano. Analisi linguistica dell’epistolario, cit., p. 23.

64 Ivi, p. 279.

65 Ivi, p. 312.

66 R. Romeo, Cavour e il suo tempo, cit., p. 123.

67 F.I. Koban, Cavour e l’italiano. Analisi linguistica dell’epistolario, cit., p. 40.

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CAPITOLO TERZO
LE COMPONENTI DELLA COMUNICAZIONE POLITICO ISTITUZIONALE AL TEMPO DI CAVOUR

3.1 LA SOCIETA' PREUNITARIA

Come già anticipato nei capitoli precedenti, il XIX secolo è caratterizzato da grandi passioni politiche e da cambiamenti che travolgono, seppur con tempi e modi differenti, la società italiana preunitaria, tanto negli aspetti culturali quanto in quelli politici. È durante il periodo concordemente definito il decennio di preparazione (1849- 1859) che si assiste ad una crescente politicizzazione della vita nazionale. In particolare, questo periodo appare come uno straordinario momento rivoluzionario nel quale si affermano linguaggi politici, emergono miti e simboli destinati a fissarsi nell'immaginario patriottico; si delineano, inoltre, i caratteri di una nuova politica fatta di riti, feste, celebrazioni. (1) Il 1848 è caratterizzato dal processo di costruzione nazionale dove la nazione rappresenta l'obiettivo principale della rivoluzione contro l'egemonia dello straniero: è nel suo nome che si scende in piazza con proteste collettive, città in rivolta, migliaia di volontari sul campo di battaglia. (2) La mobilitazione patriottica inizia a diffondersi non solo nei centri cittadini ma anche nelle campagne e vaste aree della penisola sono così attraversate da disordini e tumulti. Lo spazio pubblico dei paesi viene occupato non solo dagli elementi che contraddistinguono l’identità della comunità e del mondo contadino, come gli strumenti di lavoro, ma anche dai simboli del movimento patriottico: bandiere, coccarde, slogan che conferiscono forza e legittimità alle proteste.

La comunicazione politica visuale diventa sempre più capillare ed efficace. L'utilizzo di immagini si trasforma in un mezzo importante per trasmettere il messaggio politico, soprattutto a coloro i quali non sono ancora alfabetizzati. Contemporaneamente si iniziano a sfruttare le nuove tecniche di incisione che già avevano debuttato negli anni Trenta dell'Ottocento. La mediatizzazione della politica fa la sua comparsa utilizzando come vettori gli oggetti, in particolare quelli di uso comune. (3) L'oggettistica, le litografie e, in ultimo, la fotografia, diventano protagonisti dell'informazione politica risorgimentale, collocandosi all'interno di un vero e proprio sistema mediatico fatto di giornali, stampe, illustrazioni, caricature.

3.2 OGGETTISTICA, LITOGRAFIE E FOTOGRAFIE: I NUOVI MEDIA DEL RISORGIMENTO

Accade così che gli oggetti, sia quelli da indossare – fazzoletti, cappelli, medaglie – sia quelli di uso comune o domestico come lampade, tazze, suppellettili, vengono personalizzati con l'apposizione del tricolore, di immagini, di simboli e di slogan. Essi giocano un ruolo fondamentale nel definire da un lato il modo in cui appartenenze e identità vengono messe in scena, dall’altro il rituale della politica scesa in strada: indossare un foulard con tricolore o portare una medaglia con l’effige di un determinato personaggio significa rendere evidente la propria adesione al movimento patriottico. Pertanto, gli oggetti prendono vita e assumono significati in relazione al contesto in cui vengono utilizzati: diventano celebrativi nelle giornate festive del 1848, oppure cospirativi nel momento in cui indossare contrassegni diventa proibito. (4) L’oggettistica si diffonde ovunque, entrando nelle case delle famiglie. Un esempio è quello di seguito riportato: un sottobicchiere in legno risalente al 1847 che raffigura Pio IX, Leopoldo II e Carlo Alberto, i tre principali riformatori. (5)

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Nel 1847 inizia a circolare un foulard di seta con stampata lungo il bordo una fascia bianca, una blu, una rossa e una gialla, le quali contornano i tre ritratti dei sovrani riformatori, agli angoli si notano quattro diversi slogan: “Viva la Guardia Civica”, “Viva la Consulta Romana”, “Viva l’Unione doganale” e “Viva la Riforma di Carlo Alberto”. (6)

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Illustrazione 2: Fazzoletto celebrativo del 1847 con i tre ritratti dei principali riformatori Pio IX, Carlo Alberto e Leopoldo di Toscana.

L'uso dei fazzoletti come bandiere evoca anche un diverso comportamento negli spazi pubblici a seconda del genere maschile o femminile: essi vengono adoperati soprattutto dagli uomini, sventolarli è una prerogativa maschile dato il forte valore politico. Le donne, invece, utilizzano tessuti senza disegni, al massimo con la sola stampa dei tricolori per partecipare ad uno dei momenti di condivisione all'interno dei teatri o dai balconi durante il passaggio dei cortei.

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Illustrazione 3: Questa litografia di un autore anonimo, ritrae la principessa Cristina Trivulzio di Belgioioso. Collezione privata.

La mobilitazione femminile è particolarmente intensa e diffusa: il loro primo ruolo in politica è quello di promuovere la coesione tra le diverse parti del territorio italiano. Nonostante ancora non siano ammesse al voto, le donne esprimono la loro adesione al processo risorgimentale configurandosi come “madre patriota”.

Esse si propongono in pratiche collettive che ricalcano e mimano le procedure di voto riservate agli uomini, nonostante una norma di ordine morale e di buon costume ritenga scandalosa la presenza femminile al seggio. (7)

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Illustrazione 4: Luigi Riva, Plebiscito romano, 1870.

Dalla litografia e dalle illustrazioni si passerà alla fotografia. Il dagherrotipo del 1839 si evolve e le immagini diventano fotografia, la quale si diffonde grazie alla borghesia e per la borghesia. La fotografia stabilisce un collegamento per meglio spiegare e rappresentare eventi di cronaca importanti. (8)

Essa rappresenta una svolta che incide profondamente sul discorso pubblico e sugli immaginari politici. Gli scatti diventano il mezzo deputato all’auto rappresentazione sia in ambiente privato, sia in ambiente pubblico. Ricca di significato è la foto che immortala un momento fondamentale nella vita politica di Cavour: essa ritrae i rappresentanti delle maggiori potenze europee presenti al congresso di Parigi del 1856, convocato in seguito alla guerra di Crimea (1853-1856), al fine di ristabilire la pace in Europa.

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Illustrazione 5: I plenipotenziari al Congresso di Parigi - stampa - Museo del Risorgimento - Milano

La guerra di Crimea è stato il primo conflitto ad essere immortalato dal primo reporter della storia Roger Fenton, il quale ottenne l'incarico dal governo inglese di fotografo ufficiale al seguito delle truppe britanniche, e non come un giornalista inviato da un qualche quotidiano. Tutti si rendono immediatamente conto della potenzialità dello strumento fotografico, soprattutto del grande potere di suggestione che provocano le immagini sull'opinione pubblica. (9)

Di seguito si possono osservare alcuni scatti di Fenton sui territori in guerra:

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Illustrazione 6: Guerra di Crimea, Presa di Sebastopoli, fotografia di Roger Fenton, interno del forte di Sebastopoli dopo la resa, 1854.

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Illustrazione 7: Le linee inglesi di fronte a Sebastopoli in una delle prime fotografie di reportage di guerra. [81] Roger Fenton.

3.3 IL DIBATTITO POLITICO E L'ASSOCIAZIONISMO

In questo stesso periodo è significativo il ruolo svolto dal dibattito politico-parlamentare che avrà in Cavour uno dei suoi maggiori protagonisti; tra il 1856 e il 1859-60, soprattutto, in concomitanza con gli eventi che condurranno alla nascita del regno d'Italia, si susseguono e si infittiscono le discussioni. (10) Le forme della comunicazione politica, il suo linguaggio, i suoi destinatari e gli spazi nei quali essa agisce mutano profondamente. Il discorso politico deve raggiungere un pubblico ampio, spesso poco alfabetizzato, in precedenza scarsamente coinvolto nella vita politica. Ciò è possibile attingendo a nuove forme narrative che sollecitano l’emotività più che la razionalità nel comprendere l’argomento. I media a disposizione sono rappresentati da giornali, libri, opuscoli che conoscono importanti innovazioni tecnologiche come il miglioramento delle tecniche di stampa e di riproduzione delle immagini, rendendo fattibile la diffusione di periodici illustrati. (11) L'Ottocento si presenta dunque come il secolo nel quale si iniziano a diffondere tutti quei meccanismi che concorrono alla nascita della moderna comunicazione politica, favoriti da un lento ma costante processo di alfabetizzazione. (12)

Anche nel regno di Sardegna, negli anni Quaranta dell’Ottocento, si manifestano segnali di cambiamento politico e sociale: emerge un nuovo ceto definito la borghesia della terra e delle professioni, con cui la nobiltà è disposta a fondersi per dare vita ad una moderna aristocrazia dell’ingegno e della ricchezza. Questa nuova classe sociale acquisirà una crescente attenzione per i problemi economici e della popolazione, traducendosi in uno sviluppo delle scienze economiche e politiche e concretizzandosi in iniziative educative negli orfanotrofi, negli asili, nelle scuole primarie e diffondendo periodici informativi per il popolo.

Dal punto di vista degli ideali politici, si delinea un liberalismo moderato nel quale ritroviamo Cavour, e dove confluiscono il cattolicesimo liberale, i riformisti, professando la fiducia nel progresso e nella libertà economica, accomunati da un’indiscussa fedeltà alla monarchia. (13) Questo nuovo gruppo politico usufruisce di strumenti di aggregazione e propaganda inizialmente individuati in alcuni periodici come il “Subalpino”, le “Letture di famiglia”, le “Letture popolari”; ma soprattutto utilizzano l’Associazione agraria subalpina per incontrarsi. Essa, nata nel 1842 su iniziativa aristocratica e di cui anche Cavour ne è membro, è un’istituzione che si occupa principalmente del progresso in campo agrario e nella quale confluiscono sempre più borghesi e professionisti, creando così conflitti tra ceti diversi sempre più accesi fino a palesarsi pubblicamente. (14)

A tal proposito, si evidenzia che il diffondersi dell’associazionismo rappresenta uno dei modi privilegiati di formazione dell’opinione pubblica. Il periodo riformista del 1848 favorisce, inoltre, lo sviluppo di circoli che, pur presentandosi come luoghi di conversazione e lettura, si propongono ancora più esplicitamente come spazi di aggregazione con lo scopo di consolidare nuove istituzioni politiche, sorvegliare l’azione dei governi, istruire il popolo. (15) Molti di questi circoli sono diretta espressione dei giornali o di precedenti forme associative. Proprio nelle sale dell’Associazione agraria, a Torino, si costituisce il Circolo politico nazionale, guidato dai moderati, presentandosi come strumento e luogo di formazione dell’opinione pubblica. È così che molti circoli si trasformano in veri comitati elettorali dove si predispongono candidature, si elaborano programmi, si occupano delle liste, redigono istruzioni elettorali; iniziano quindi ad organizzarsi come le sedi dei partiti odierni in vista di una campagna elettorale. Inoltre, perdono la loro caratteristica di apertura unicamente ai soci per divenire strumenti di più ampia mobilitazione: alle adunanze per scegliere i candidati sono invitati non solo gli elettori ma anche chi non ha ancora diritto al voto, in modo da allargare il più possibile la platea dei presenti. (16)

Altro luogo che diventa un importante punto di ritrovo è il teatro. Al suo interno, prima di uno spettacolo, spesso, si svolge il rito di “affratellamento” che consiste nell'intrecciare le stoffe tra loro, da una persona all'altra, formando una catena, simbolo universale di concordia, che unisce tutti i presenti in sala. (17)

Il teatro, inoltre, fa da cornice alla nascita di uno “slogan” risorgimentale molto importante: “VIVA VERDI”. Durante gli ultimi anni dell'occupazione austriaca del Lombardo-Veneto (1859) “Viva Verdi” per i futuri italiani é l'acronimo di “Viva Vittorio Emanuele Re D'Italia” e permette loro di manifestare i propri sentimenti sviando la censura. (18)

3.4 LA DIFFUSIONE DEL GIORNALISMO POLITICO

Contestualmente ai cambiamenti del periodo, i giornali di tendenza patriottica si rafforzano assieme alle idee liberali che circolano più velocemente. La stampa si rivela essenziale per concretizzare l'idea di un'Italia libera e unita e che associa a ciò il progresso sociale ed economico del paese. Ed è in questo senso che si affermano diverse testate giornalistiche con elementi di novità e modernità. (19) Nascono e si diffondono, inoltre, periodici scientifici-letterari in una versione breve e accessibile palesando l'emergere di un nuovo pubblico piccolo-borghese. Si sviluppa una stampa di tipo popolare, rivolta a operai, artigiani, piccoli commercianti, che mira a diffondere conoscenze di base in materia di agricoltura, igiene, medicina, utili a rafforzare il risveglio nazionale italiano. (20)

L'editto sulla stampa, promulgato con lo statuto albertino del 1848, e successivamente esteso a tutta la penisola con l'avvento dell'unità, recita: “La stampa è libera ma una legge ne punisce gli abusi”; in sostanza, esso riconosce ad ogni cittadino la facoltà di espressione, abolendo la censura preventiva e dichiarando così la libertà di stampa e il diritto di pubblicare periodici senza necessità di autorizzazione, stabilendo comunque regole per evitare gli abusi. (21) Questa libertà che caratterizza l'editoria, porta ad una maggiore diffusione di giornali e riviste spesso illustrati. Inoltre, fattore importante è la crescita dell'alfabetizzazione di massa che crea un nuovo pubblico.

Le nuove norme innescano novità nel giornalismo italiano che vede sorgere decine di “fogli rivoluzionari” suddivisi per filoni: quello liberal-moderato, che punta a diffondere le idee sulla progressiva annessione dei vari territori al regno di Sardegna, e quello democratico-mazziniano-repubblicano che punta a suscitare una guerra di popolo. Tra le testate liberali si può ricordare “Il Risorgimento”, di cui si è già approfondito nei capitoli precedenti. Come si è già visto, Cavour utilizza molto il quotidiano per diffondere le proprie idee politiche e i propri progetti. (22)

Questa stagione è segnata dal configurarsi di diversi fogli agitatori, direttamente legati alle vicende politiche e militari dell'epoca; è un giornalismo propagandistico e anche satirico. Infatti, una serie di pubblicazioni, come “Lo Stenterello”, il “Castigamatti” e il “Don Pirlone”, declinano la politica in una versione umoristica e beffarda, riprendendo spesso i personaggi popolari della commedia dell'arte. (23) I prodotti a tema patriottico che hanno maggiore impatto e successo sul pubblico sono le stampe litografiche. Un esempio è la pubblicazione de “Il mondo illustrato. Giornale Universale” nel quale hanno un ruolo di primo piano le immagini legate alle novità politiche. Le nuove tecniche permettono la riproduzione in grande copia di ritratti e ciò svolge un ruolo di primo piano nella definizione e nella riconoscibilità dei leader; di seguito si riporta una caricatura risalente alla seconda metà dell’Ottocento dove è stato raffigurato Cavour che fa ballare il valzer agli altri politici.

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I primi giornali italiani con caricature sono uno strumento fondamentale per la comunicazione politica. (24) La satira è un particolare tipo di illustrazione, inserita all’interno di diverse testate giornalistiche, caratterizzata dall’allegoria, retaggio della grafica politica del periodo napoleonico. La satira si concentra soprattutto sugli aspetti della società e della politica ridicolizzando la realtà. Le allegorie costituiscono il linguaggio privilegiato dal discorso politico tradotto in immagini. I periodici che utilizzano la litografia satirica, soprattutto vignette, si pongono come obiettivo quello di presentarsi al popolo cercando di superare i confini posti dalla scarsa alfabetizzazione. (25) I giornali investono principalmente sulla rappresentazione figurativa che diventa parte integrante nella redazione degli articoli e, attraverso questo metodo, si allineano con il pensiero di un preciso schieramento politico. Molte vignette vengono ripetute periodicamente all’interno delle riviste proprio per rimarcare l’orientamento politico delle stesse. L’apice di utilizzo di questa formula si riscontra nel regno di Sardegna durante gli anni Cinquanta dell’Ottocento. I giornali “Il Fischietto”, torinese, di stampo liberale e “La Strega”, genovese, democratico-mazziniano, formano fronti opposti che richiamano attorno a loro differenti comunità di lettori. In questo contesto, l’uso della personificazione assume un forte valore politico identitario, oltre che commerciale.

Il “Fischietto”, ad esempio, rimarca la propria fedeltà al sovrano Vittorio Emanuele, tramite una vignetta nella quale la fedeltà si rappresenta con la separazione, attraverso il richiamo ad un setaccio, capace di distinguere il buon grano (il re) dalla zizzania (Pio IX e altri monarchi). (26)

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Riguardo Cavour, un’immagine satirica è quella apparsa sempre su “Il Fischietto” nel 1853: il giornale era stato accusato da altri quotidiani di essere sovvenzionato dal conte. Ciò innesca una forte polemica. (27)

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I movimenti in atto contribuiscono ulteriormente a far crescere la coscienza nazionale, soprattutto in Piemonte che vede un notevole sviluppo economico, sociale e pubblicistico. Proprio a Torino, il 16 giugno del 1848, nasce il giornale più importante del periodo “La Gazzetta del popolo”, il primo quotidiano di impostazione popolare che si ispira al “penny press” americano e al giornalismo di massa francese, i quali sono improntati sulla stampa quotidiana a basso prezzo. Esso, oltre al prezzo minimo, è caratterizzato dalla presenza di molte notizie brevi e scritte con un linguaggio semplice e accessibile da un vasto pubblico. Politicamente si colloca su una linea liberal-democratica, sostenitrice del riformismo cavouriano, progressista e anticlericale. (28) Il giornalismo del regno sardo è il più vivo e interessante dell'epoca anche perché fa riferimento ad un Parlamento dove è molto attivo il dibattito politico tra fazioni differenti.

In questo clima si colloca anche la comparsa della prima agenzia di informazione italiana: l'agenzia “Stefani”, fondata a Torino nel 1853 per iniziativa di Camillo Benso di Cavour, la quale collabora con il governo con la funzione di agenzia semi-ufficiale.

In generale, i giornali e le riviste ottocentesche sono un aspetto importante del processo risorgimentale in quanto discutono e diffondono le idee delle principali correnti politiche anche tra le difficoltà delle limitazioni pratiche e giuridiche. (29)

3.5 LA COMUNICAZIONE POLITICA DI CAVOUR

Accade così che più o meno ovunque il discorso, la discussione, il dibattito in presenza di un pubblico eterogeneo diventino una risorsa importante che si rivelerà strategica per ottenere consenso. L'apertura al pubblico pone quindi al centro del potere politico la ricerca del sostegno popolare. Inoltre, lo spostamento del potere decisionale dal sovrano all'assemblea fa in modo che lo scambio di argomenti configuri una specifica procedura deliberativa: è infatti attraverso la discussione che l'assemblea, votando, giunge alle proprie decisioni. (30)

Il discorso pubblico diventa una delle modalità più ricorrenti e apparentemente efficaci per stabilire un contatto diretto tra élites politiche e popolo. Piazze, circoli, caffè diventano costantemente teatro di esibizioni oratorie da parte di capi popolo, studenti, patrioti, dotati di particolari capacità “teatrali”. Il discorso in pubblico fa parte dei riti che caratterizzano l’arrivo nelle città e nei paesi dei principali leader del movimento patriottico. Si passa, dunque, dalla predicazione religiosa a quella di tipo politico-patriottica, facilitata dalla somiglianza dei modi utilizzati: l’uso della metafora, la retorica, il ricorso a termini di tipo passionale e sentimentale. La predicazione, anche all’interno del Parlamento, viene utilizzata con lo scopo di suscitare emozioni e sentimenti nell’uditorio.

Riguardo a ciò, è interessante analizzare in che modo Cavour esprime le proprie idee politiche attraverso la comunicazione.

Abbiamo già precedentemente ricordato che egli – per la sua formazione e le sue frequentazioni – non possiede quelle doti lessicali e demagogiche che possano aiutarlo ad affermarsi nel dibattito pubblico. (31) Ciò nonostante, grazie al suo bagaglio culturale e alla sua abilità riuscirà ad imporsi, a farsi ascoltare, a convincere ed a mobilitare in ogni modo possibile l’opinione pubblica. Le conoscenze profonde che possiede sul panorama dell’epoca lo impongono all’attenzione dell’uditorio. La sua azione politica è fatta di eleganza nel dimostrare prestigiose trasformazioni statali.

Michelangelo Castelli (32), deputato e senatore del Regno di Sardegna, poi amico e confidente di Cavour, descrive bene la natura del Conte tramite un episodio significativo:

“La sua naturale fierezza e la coscienza che aveva del suo operato, gli diedero sempre animo e costanza ad affrontare e vincere le prove, a cui si vedeva sottoposto. – Non perciò egli ebbe a passare tristi momenti, vedendosi fatto segno a sospetti e recriminazioni che nel suo giusto orgoglio disprezzava, e sdegnava di confutare coi fatti… Potrei citare molti esempi, e citerò quanto mi accadde in proposito nello scorcio del 1847, quando il conte Cavour si associava al conte Cesare Balbo per fondare il “Risorgimento”. Ero stato invitato dal conte Cavour a far parte della Redazione; eransi tenute varie adunanze dai principali sottoscrittori ed azionisti nella casa Cavour, quando, in una di quelle riunioni, dopo lunghe e complicate discussioni, mi accorsi che gl’intervenuto eransi allontanati bel bello gli uni dopo gli altri, e non rimanevano che il Cavour e il Balbo. Non sapendo che dirmi di tale e tanta diserzione, mentre i due primi tentavano con gran calore di rendersi conto del fatto, e protestavano l’uno all’altro che anche soli avrebbero pubblicato il giornale, io me era, direi, macchinalmente avvicinato alla porta d’uscita, quando il Cavour venne affrettato verso di me, e, stringendomi la mano tutto commosso, mi disse: “Anche Lei mi lascia? Resti, io le proverò che non merito la riputazione che mi hanno fatta”. Ritornai colpito dal fondo dell’anima, e da quel giorno non lo lasciai più fino all’ultimo momento della sua vita.” (33)

Il conte è molto abile nel comprendere le intenzioni altrui ma dissimula le proprie solo quando diventa strettamente necessario: rifiuta i raggiri e gli stratagemmi che rappresentano la frode e le menzogne che non portano a nessun risultato. L'attore politico deve però prestare molta attenzione al suo modo di esprimersi perché è facile commettere errori o comunicare impressioni sbagliate, inopportune, che potrebbero creare false aspettative alla controparte. L'individuo che si rende responsabile di un gesto non intenzionale può con esso screditare soprattutto la propria immagine. (34) Egli trasferisce quanto ha imparato dalla formazione di uomo di affari e di commercio sulla gestione della politica; porta sempre a termine gli impegni presi, quasi fossero una sorta di contratto commerciale, per acquisire quel credito che gli consentirà di ottenere consenso tra i suoi colleghi deputati. Cavour studia e si impossessa della tecnica parlamentare, delle leggi, dei movimenti d’opinione; ha approfondito la politica inglese, francese e belga e il suo obiettivo è quello di portare la propria opinione attraverso la discussione e il dialogo.

Egli concepisce una evoluzione istituzionale che permetta ai cittadini di esprimere le proprie idee e le politiche di governo fossero il risultato di una positiva discussione della classe dirigente in modo da diventare un polo attrattivo per tutta l'Italia, la quale avrebbe dovuto individuare nel Piemonte la guida principale. (35)

Nel 1849 viene eletto deputato grazie anche alla forza del suo pensiero che riesce a trasmettere attraverso il lavoro di giornalista; con questa esperienza impara a sintetizzare, a far uso di qualche esagerazione e iperbole per colpire l’immaginazione dei lettori. (36)

All'epoca la Camera dei deputati del regno di Sardegna è formata da un numero cospicuo di parlamentari che esercitano la professione di avvocato, i quali hanno la peculiarità di saper comunicare efficacemente grazie alla loro oratoria applicata abitualmente nell’esercizio della professione. Paradossalmente, il massimo esponente del liberalismo subalpino moderato, Camillo Benso di Cavour, e il radicale Lorenzo Valerio, non vengono dal mondo della giurisprudenza e la loro oratoria incontra diversi ostacoli: rispetto agli altri risultano sembrare poco brillanti durante l'esposizione orale. Inoltre, dal punto di vista estetico, Cavour si presenta come uomo di bassa statura e dalla voce poco risonante; deve perciò trovare un modo di porsi adatto e proporzionato alla sua figura. Egli sa bene di non essere un oratore perché riconosce che “avvezzo dall’infanzia a valermi di una lingua che non si adopra che eccezionalmente alla camera, io non posso aspirare al titolo d’oratore”. (37) Tuttavia, pur con quel tono di voce poco gradevole e poco forte, è molto applaudito in aula, tanta è la forza dei suoi pensieri e delle idee che sostiene.

Con il tempo quel suo modo di esprimersi chiaro e preciso gli fa raggiungere la lode di abile ragionatore. Gaspare Finali (38), avvocato e politico, descrive bene il collega deputato Cavour:

“Eccolo là! Seduto al banco dei ministri; con le gambe a cavalcioni, una stecca in mano. Voltasi a destra e a sinistra, e talora verso le spalle, per rispondere a deputati che vengono a parlargli. Ascolta abitualmente col sorriso le accuse e le ingiurie: ma talvolta se ne sdegna; s’impazientisce sempre ai discorsi noiosi. Quando si alza per parlare non abbandona mai la sua stecca. Gesticola con quella, e se la appunta sulla fronte quando pare che cerchi faticosamente il pensiero o la parola. Alti i concetti, acute le osservazioni, sobria e precisa la frase, pronta, la replica, spesso condita d’ironia. Il suo discorso senza fronzoli e fioriture era sempre efficace. Il suo parlare, con voce alquanto gutturale, spesso pareva stentato, meno quando l’animasse il fervore d’assai controversa discussione o lo agitasse una grande idea. Allora egli era d’una eloquenza così spontanea ed affascinante, da non essere superata.” (39)

La descrizione che Finali rende di Cavour ci consente di comprendere come la sua oratoria fosse caratterizzata da fatti e cifre, accompagnate da intermezzi ironici. Cavour ha il senso della battuta, spesso pungente che talvolta infastidisce gli amici. Argomenta i suoi pensieri in modo concreto, cerca cioè di legare i principi che trae dai suoi studi europei ad un discorso pragmatico, argomentativo e in grado di attrarre e convincere l’uditorio. In Parlamento si sente a suo agio e per lunghi anni riesce ad avere il controllo su di esso convinto che sia questo il luogo per eccellenza della libertà: “Sono figlio della libertà, è ad essa che devo tutto quello che sono” (40).

Durante le assemblee parlamentari, ormai, i deputati possono esprimere la propria opinione con franchezza e questa libertà, che solo fino ad un anno prima ha sempre dovuto contenersi, è dono della politica cavouriana. Gli uomini di sinistra percepiscono questi cambiamenti positivi e trovano in ciò un altro motivo per sospendere l'azione di opposizione, limitandosi a controllare attentamente ciò che accade. Essi ruotano ormai intorno all'uomo straordinario che li ha vinti con la superiorità intellettuale e la capacità pratica; in assemblea, al posto delle aspre parole sempre espresse nei confronti di Cavour, iniziano a risuonare elogi per il suo operato. Il Parlamento diviene per il conte uno dei suoi grandi strumenti politici e ciò si intende dai discorsi fatti alle Camere nel 1856 presentando i bilanci dei successi morali conseguiti a Parigi: “Le grandi soluzioni non si operano, o signori, colla penna. La diplomazia è impotente a cambiare le condizioni dei popoli. Essa non può al più che sancire i fatti compiuti e dar loro forma legale.” (41) Secondo Cavour, una guerra non sarebbe stata altro che l'operazione chirurgica resa necessaria dall'impotenza stessa della diplomazia. Lo stesso concetto, ma tradotto in modo esasperato con la frase “del ferro e del sangue”, viene utilizzato dal cancelliere tedesco Bismarck, dopo non molti anni, in occasione dell'unificazione dei territori germanici.

Con il trascorrere del tempo, alla Camera dei deputati, egli diventa presto la figura di maggior spicco del gruppo di centro destra; oratore assiduo e puntuale, con ampi discorsi si fa propositore dell'esigenza di pronte riforme, necessarie all'ammodernamento del Regno. Dopo aver ricoperto la carica di Ministro dell'Agricoltura, del Commercio e della Marina, diventerà Primo Ministro, formando il suo primo governo nel 1852. (42) Questo incarico risuona positivamente tra le personalità dell’epoca e ciò si evince da un carteggio tra Nigra e il neo eletto:

“L'imperatore, l'Imperatrice, il principe Napoleone, Morny, Thouvenel, Persigny, ecc., concordano tutti nel pensare che la vostra presenza alla guida del governo è indispensabile. Credono che se il nostro Paese può ancora ispirare fiducia ai governi, ciò si deve a voi, perché il vostro nome è un pegno di sicurezza per il successo e una garanzia per l'ordine”. (43)

Proseguendo l’attività politica in veste di Primo Ministro, la sua opera si articola principalmente su due binari: la diplomazia e la rivoluzione. Il primo capolavoro politico lo mette in atto con la partecipazione del regno di Sardegna alla guerra di Crimea. Cavour comprende che per poter entrare nel novero delle potenze europee è necessario aderire all'alleanza con Francia e Inghilterra, apportando sostegno bellico durante la guerra di Crimea, nella consapevolezza di non avere alcuna garanzia di guadagno dal punto di vista militare ma ottenendo ben altro, ossia il diritto di far partecipare il regno Sabaudo al tavolo delle trattative durante il congresso di Parigi del 1856.

Ciò concede a Cavour la possibilità di sottoporre alle altre potenze la questione italiana, intesa come smembramento dell’impero austriaco e unificazione dell’Italia settentrionale e centrale. (44)

L'altro capolavoro diplomatico, sempre nell'ambito della questione italiana, è caratterizzato dall'intento di Cavour di tessere rapporti favorevoli con i rappresentanti della diplomazia europea, in modo da poter arginare eventuali ostacoli che potrebbero presentarsi nel corso degli eventi che compongono il progetto di unificazione. Sfrutta soprattutto il fatto di godere di una certa fiducia da parte dei governi esteri, dovuta al senso di sicurezza che egli stesso ispira alla guida del governo. Nonostante ciò, Cavour incontra diverse difficoltà sul cammino dell'unità italiana, poste anche da Francia e Inghilterra che piuttosto avrebbero preferito una soluzione confederale all'unione sotto un unico governo. L'abilità di Cavour sta nel riuscire a districarsi con duttilità verso uno schieramento di avversari svariati e guidati dai motivi più diversi, ricorrendo in larga misura alla finzione, al doppio e triplo gioco e all'inganno. (45)

In questo percorso, accanto alla diplomazia ricorre anche al secondo binario: quello della rivoluzione, intesa come sostegno all'impresa garibaldina, con la cognizione delle difficoltà in cui si può incorrere. Si impegna a favore della “rivoluzione” rinforzando con mezzi e volontari l’azione di Garibaldi e visto l’evolversi veloce degli eventi, l’obiettivo che si pone Cavour è quello di porre i rappresentanti dei governi europei di fronte al fatto compiuto, dimostrando anche che la volontà di tutti i territori italiani è quella di unirsi al regno di Vittorio Emanuele. (46)

Questo doppio binario rappresenta il fulcro dell’abilità politica dello statista che si può valutare tracciando non soltanto i successi ma anche le difficoltà, le incertezze, gli errori e ciò che egli definì “la parte meno bella dell’opera”, ossia gli inganni e i doppi giochi. Cavour, tuttavia, possiede una grande capacità: quella di porre rimedio agli errori e di sfruttare a proprio vantaggio condizioni avverse. (47)

3.6 LA POLITICA ISTITUZIONALE: AMMINISTRAZIONE PROVINCIALE E COMUNALE SECONDO CAVOUR

Cavour, nello svolgere la sua funzione di amministratore dello stato, si dedica non solo alla politica estera ma anche alla politica interna con l'obiettivo di riformare e rimodernare il regno, traghettandolo verso il futuro. Già precedentemente, tra il 1836 e il 1848, vengono varate una serie di riforme che riguardano la macchina dell'amministrazione statale.

I provvedimenti emessi, tra i quali il Decreto Legislativo n. 807 del 1848, concedono sostanza concreta alle Divisioni, dalla cui struttura amministrativa sarebbero sorte in seguito le province d'Italia, e con l'istituzione dell'intendente generale si pongono le basi per la costituzione della figura del Prefetto, il cardine principale dell'ordinamento amministrativo. (48)

Nel 1851, quando Cavour viene nominato ministro dell'Interno, propone di migliorare l'organizzazione dell'amministrazione attraverso la progettazione di un nuovo disegno di legge, incentrato sui rapporti tra il governo centrale e gli enti locali. Affida l'incarico a Teodoro di Santarosa, burocrate che conosce bene i meccanismi che regolano l'amministrazione belga, a quel tempo molto avanzata rispetto alla situazione del regno sardo. Pur credendo nel progetto e ritenendolo necessario per riorganizzare al meglio la vita istituzionale di comuni e province, non è un caso che Cavour decida di presentarlo proprio in quel momento, anzi, è una mossa principalmente politica: il suo partito è reduce dai deludenti risultati elettorali del 1857, si rivela quindi opportuno mostrarsi all'elettorato e all'opinione pubblica come governanti efficienti. L'elaborato, dunque, diventa un mezzo per acquisire nuovamente consenso pubblico e per sottolineare l'efficienza del governo.

Il documento in questione prevede un articolato e complesso sistema di rapporti tra il centro e gli enti periferici che consente ai cittadini di prendere visione degli atti amministrativi, della situazione contabile del comune, istituisce i consorzi tra comuni e province; i sindaci e i vice sindaci formano un organo collegiale che dura in carica tre anni ed è nominato dal re mentre il segretario comunale deve essere approvato dall'intendente. Secondo Cavour, “le riforme da operarsi dal parlamento nelle leggi amministrative debbano avere per iscopo di dare molto maggior libertà d'azione alle varie parti del regno, agli individui come ai corpi morali, ai comuni come ai circondari ed alle provincie”. (49) Anche da queste parole si ricava il pensiero liberale di Cavour che avrebbe portato ad un lento maturarsi delle forze politiche locali e avrebbe educato all'autogoverno; Cavour considera un fatto schiettamente liberale la possibilità per gli enti locali di esprimersi in autonomia.

Il testo definitivo, però, viene presentato alle Camere ma non è mai stato approvato.

In una seduta della Camera del 1857, Cavour interviene con un chiaro discorso inerente le riforme sulla pubblica amministrazione e il loro relativo costo:

“Può darsi che una riforma dell’amministrazione sia necessaria, ma debbo fare avvertire alla Camera che, ogniqualvolta le si è fatta una proposta intorno alle forme amministrative, essa ha sempre piuttosto aumentato che diminuito i controlli e le formalità. Io ho dovuta combattere nella legge sull’amministrazione centrale molte proposte di nuove attribuzioni. Ho, a cagion d’esempio, chiesto che non tutti i contratti dovessero essere mandati al Consiglio di Stato, e la Camera votò in altro senso; si venne poi a farle una proposta che portava una diminuzione di provincie, e fu respinta. In teoria si parla sempre di semplificare, di diminuire i controlli; ma in pratica non si trovano mai sufficienti e si vorrebbe poi che mentre questi furono accresciuti, il Ministero facesse il miracolo di spedire più prontamente gli affari e con un numero minore di impiegati. Io dichiaro altamente che di questi miracoli noi non siamo in caso di farne, massime che le esigenze dell’amministrazione sono molto più forti attualmente che non lo erano pel passalo. Si richiedono continuamente notizie statistiche, intervento continuo del Governo, e voi vedrete fra poco dei deputati sorgere a dirvi che si difetta di dati statistici, che non si raccolgono tutte le nozioni che tendono a far conoscere qual sia la produzione e la consumazione del paese; e voi volete che il Governo soddisfaccia a tutti questi bisogni, e diminuisca il numero degli impiegati? Signori, tal cosa è assolutamente impossibile. Nello stato attuale della società le esigenze del pubblico sono molto più cresciute; esso vuol essere servito molto più presto, e, per quanto è possibile, meglio, e per ciò si richiede ancora un numero competente d’impiegati. Se la Camera (e forse in occasione di un altro bilancio si farà) vuol paragonare la quantità degli affari che si spediscono dall’amministrazione centrale e la natura dei medesimi, vedrà che collo stesso numero di impiegati si disbrigano maggiori affari che non pel passato. Nell’amministrazione delle finanze, ad esempio, che è quella da me meglio conosciuta, non abbiamo accresciuto il numero degl’impiegati che vi erano prima del 1848, eppure si disimpegna dalla medesima un numero doppio d’affari nel corso dell’anno; fare di più è assolutamente impossibile. Se si cambiasse radicalmente il sistema e si adottasse quello dell’America e dell’Inghilterra, allora si potrebbe forse scemare il numero degli impiegati; senza di ciò, noi non raggiungeremo mai questo scopo. E qui debbo dichiarare che le abitudini del nostro paese finora non si adattano così facilmente a siffatto mutamento, perché io posso assicurare la Camera che continuamente mi si fanno istanze perché il Governo prenda ingerenza in tutti gli affari, in tutte le intraprese. Succede assai più che vi siano società le quali chiedano che il Governo nomini commissari per esaminare i loro conti, che le diriga, di quello che il Governo stesso intenda di adoperare tali mezzi di tutela nell’interesse generale. In presenza di questi fatti, io penso che la riforma radicale che vien chiesta è impossibile, finché l’attual sistema dura è un’utopia il credere che si possa grandemente diminuire il numero degli impiegati.” (50)

Con questo discorso il Primo Ministro sottolinea ulteriormente la necessità di modernizzare lo Stato, senza aver paura del progresso. Una delle priorità nell'ambito del suo pensiero politico. Durante gli anni della sua presidenza contribuisce alla nascita di un moderno apparato amministrativo; sostiene con forza la necessità di conferire al Piemonte istituzioni rappresentative avviando una politica di risanamento finanziario e tributario che suscita accese discussioni alla Camera ma consente di varare un’imponente politica di ammodernamento infrastrutturale. L’originalità della sua proposta politica risiede in particolar modo nella capacità di aggregare un’ampia maggioranza parlamentare intorno ad un programma di rapido sviluppo economico, aperto ad una prospettiva italiana e non solo piemontese. (51)

L’esperienza nell’amministrazione lo fa diventare sempre più pragmatico, un uomo capace di adattarsi alle circostanze, sempre pronto a scegliere una via alternativa laddove gli sembrava opportuno. Nei suoi scritti e nei suoi discorsi abbondano le osservazioni che mostrano come il pragmatismo è stato consapevolmente adattato come fosse un principio politico importante. Egli sostiene che in politica non si danno leggi universali, “in politica ciò che bisogna anzitutto sfuggire, se si vuol riuscire a qualche cosa, è la traccia di utopista”. (52) Secondo lui, la principale abilità di un politico consiste nel saper fare “buon viso a cattivo gioco”; tale capacità la definisce come “la tact des choses possibile”. (53)

3.7 L’IMMAGINE DI CAVOUR NELLE CAPITALI EUROPEE

La politica di Cavour, come precedentemente analizzato, si contraddistingue dunque per le abilità diplomatiche che si rivelano fondamentali nell’ambito della politica estera. In ambito politico è noto che l’immagine positiva di un soggetto può portare ad ottenere vantaggi e consensi; è dunque necessario comprendere che tipo di percezione abbiano avuto i governi di Parigi e Londra sullo statista italiano.

Cavour considera la stampa e l’opinione pubblica internazionale come parti essenziali della politica, in particolare quelle delle due grandi potenze, Gran Bretagna e Francia, con le quali il governo piemontese deve intavolare le trattative fondamentali per portare avanti la politica nazionalista dell’Italia. Cavour reputa la stampa dei due Paesi uno strumento fondamentale per ottenere consenso e sostegno. (54)

Riguardo alla Francia, il conte sa che l’opinione della stampa va corretta, per questo motivo decide di appoggiarsi a diversi personaggi che fungono da intermediari. Tra questi troviamo il deputato Enrico Avigdor, che nel 1852 è stato inviato in missione ufficiosa a Parigi per verificare il sostegno della stampa e precisa:

“Non ho ancora incontrato, vi ribadisco, tutti i pezzi grossi della carta stampata, ma tutto quel che ho visto ci appartiene, senza costarvi sin qui né un obolo né un nastro. Il signor Bertin non chiede nulla, e respinge con virtù d’altri tempi i favori e le croci. In futuro potrete far assegnamento sul “Débats”. Domani vedrò i caporedattori del “Constitutionnel”, della “Patrie”, dell’“Assemblée Nationale”, di altri due giornali e di alcune riviste. Contate sull’appoggio di tutti e sulle lodi che di voi canteranno, discrete quanto basta per non urtare la vostra modestia e sufficientemente abili da suscitare in Europa migliori sentimenti nei riguardi vostri e del paese”. (55)

Cavour manda in missione anche Carlo Alfieri, giovane politico dell’epoca, il quale traccia un quadro preciso dell’atmosfera che regna nei salotti parigini, distinguendoli in quattro categorie: “i salotti ufficiali e governativi, i salotti legittimisti, i salotti orléanisti e i salotti misti. I primi sono caratterizzati da pochi partecipanti; quelli legittimisti si distinguono a loro volta in puri e fusionisti”. (56)

Il corpo politico francese risulta quindi avere una visione distinta su Cavour: da un lato legittimisti, cattolici tradizionalisti e cattolici liberali hanno un’immagine dello statista negativa, legata alla questione romana ossia al conflitto sorto tra la Santa Sede e lo Stato unitario per la sovranità di Roma. Il governo francese appoggia il papa Pio IX contro le proposte di Cavour. Dall’altro lato troviamo gli uomini di sinistra che vedono il Primo Ministro del regno Sardo come un grande esponente della causa nazionale. Tra queste due posizioni opposte si inserisce una larga area moderata, i cosiddetti orléanisti, per i quali Cavour è inquadrato come il promotore dei valori di libertà, di nazionalità e di progresso civile che si esprimono nella monarchia costituzionale. Questa tendenza moderata è rappresentata dal giornale “Débats”, oltre ad altri quotidiani e riviste, ed è il più aperto a seguire il dibattito e le variazioni di orientamento politico dovute alle azioni e ai fatti compiuti dal Regno sardo. Cavour, è sempre attento a queste evoluzioni e cerca di raddrizzare in meglio il pensiero dell’opinione francese.

Un esempio di diversità di vedute tra le parti si ha con la discussione del progetto di legge sui conventi: mentre i cattolici all’unisono condannano le misure predisposte, il giornale “Débats” le difende e questo appoggio a Cavour suscita l’ammirazione di Parigi nei suoi confronti. Il giornale infatti scrive:

“Abbiamo seguito queste discussioni con la più viva attenzione e siamo stati favorevolmente impressionati dai progressi che i costumi parlamentari hanno già compiuto in questo paese. I ministri, i senatori e i deputati si sono espressi con fermezza e una lungimiranza che soltanto l’esperienza di lunga data insegna, e che avrebbero fatto onore a politici cresciuti sotto l’ala protettrice di istituzioni liberali e di consumata abilità nella gestione degli affari pubblici. Siamo stati colpiti dal comportamento e dall’eloquenza del conte Cavour, presidente del Consiglio e ministro degli Esteri che ha retto il peso di queste discussioni con superiorità incontestabile.” (57)

Anche in Gran Bretagna la visione nei confronti dello statista non muta di molto rispetto a quella francese. Egli non è mai stato inquadrato come un eroe capace di grandi imprese, simile a Garibaldi o Mazzini, e fra gli inglesi trova ammiratori e nemici. Cavour riceve i più alti riconoscimenti da influenti personaggi dell’élite liberale britannica per la sua attività politica italiana: le sue azioni vengono definite “prodigiose e onorevoli” (58) pur reputandolo un uomo mosso dal desiderio non tanto di rendere l’Italia uno stato libero, quanto di ampliare il territorio del suo Piemonte, a spese delle altre regioni; trova avversità sia dalla comunità cattolica inglese e irlandese, sia dal partito conservatore e dalla Regina Vittoria, i quali considerano Cavour “un avventuroso senza scrupoli”. (59)

Le oscillazioni cui è soggetta la reputazione di Cavour in Gran Bretagna sono soprattutto un riflesso del rapido evolvere dello scenario politico europeo intorno al 1850 che costringe i governi a rivedere costantemente le proprie posizioni nei riguardi del Piemonte e della monarchia sabauda. In questo contesto Cavour affronta diverse difficoltà. L’unificazione dell’Italia non è mai stata di interesse della politica inglese, al contrario essi credono che la creazione di una confederazione di stati fosse l’esito migliore che si potesse ottenere.

Tra i principali periodici britannici quello che si dimostra più vicino a Cavour è il “Westminster and Foreign Quarterly Review” il quale pubblica un articolo nel 1861 in cui l’editorialista esprime la propria stima nei confronti di Cavour, evidenziando le capacità politiche e diplomatiche di quest’ultimo che avrebbero gestito abilmente una “rivoluzione italiana” senza scatenare una rivoluzione sociale. In un altro periodico cattolico “The Rambler”, pur criticando le politiche ecclesiastiche, vengono riconosciute le eccezionali capacità di Cavour e il fatto che egli rappresenta un nuovo tipo di statista. Secondo questo articolo, il potere che acquisisce Cavour solo in parte è dovuto al suo stato di ministro del re di Sardegna; egli ha saputo fare buon uso di tale potere coniugandolo con una sensibilità politica di gran lunga superiore ai suoi pari. Inoltre, l’alleanza con Urbano Rattazzi (60), capo dell'ala democratica del Parlamento Subalpino, gli ha permesso di conquistare una base politica più solida per un programma che combina riforme liberali e nazionalismo.

Ben diverso è il pensiero germanico nei confronti di Cavour. In questo caso, la figura dello statista non ha mai riscontrato una reale attenzione nei paesi tedeschi. Negli ambienti della casa reale prussiana, in un primo momento, si guarda con favore alla politica riformatrice perseguita da Cavour; successivamente, nel momento in cui Cavour porta avanti una linea politica offensiva, scendendo a patti con il liberalismo, diventa per loro un pericolo pronto ad usare qualsiasi mezzo per raggiungere i propri obiettivi, oltre ad apparire come “servo devoto di Napoleone III”. (61)

Da numerosi articoli pubblicati su una rivista tedesca, emerge quindi tutto il disprezzo con il quale vengono considerate le vicende italiane e la politica cavouriana. Bismarck, ancor prima di diventare primo ministro, osserva attentamente la politica italiana e, in seguito, accetta l’unificazione come un pezzo della politica europea. Egli si pronuncia raramente nei confronti di Cavour ma esprime il suo pensiero positivo sulla creazione del Regno d’Italia e lo inquadra come un qualcosa da strumentalizzare a proprio favore. Sulle pagine di una rivista tedesca di orientamento nazional-liberale, l’Italia da una posizione di paese sottovalutato passa così alla posizione di modello politico. Sulla questione italiana si ammira soprattutto il modo di muoversi di Cavour, l’abilità con cui si destreggia tra la politica europea, l’abilità a coniugare la politica piemontese e il movimento nazionale liberale, superando ostacoli diplomatici e militari.

Diverso è il pensiero di alcuni storici tedeschi dell’epoca secondo i quali la politica cavouriana potrebbe essere d’esempio per quella di unificazione tedesca. In tale contesto la figura di Cavour assume un ruolo fondamentale tanto che Heinrich von Treitschke, scrittore politico e storico tedesco, ritiene opportuno comporre un saggio, pubblicato nel 1869, dedicato a Cavour. Egli sostiene che:

“La cosa più utile, che potrei scrivere ora, sarebbe senza dubbio un saggio su Cavour, non troppo lungo, ma informato ed efficace. Non abbiamo in lingua tedesca niente di abbastanza degno dell’imponente uomo (…). Una presentazione di quest’uomo potrebbe mostrare al nostro pubblico in modo più efficace di ogni disquisizione generica in che cosa consista la Realpolitik geniale.” (62)

Questo saggio non si limita solo alla persona di Cavour ma offre al lettore la storia dell’Italia partendo dal congresso di Vienna. L’agire politico dello statista viene presentato come modello da cui prendere spunto per le vicende prussiane. Lo storico definisce Cavour come un politico dall’intelletto assai perspicace, assennato e tramite la sua segretezza, tiene in mano i fili del movimento nazionale. La morte prematura ha lasciato un vuoto incolmabile.

In pratica, dopo il 1848 gli italiani e la relativa politica sono ancora giudicati dai tedeschi con disprezzo, come si evince dal motto “Essi possono cambiare padrone ma non possono farne a meno”, per Metternich l’Italia è solo “un’espressione geografica”. (63) Ma è solo grazie a Cavour che, nonostante tutto, gli italiani precedono i tedeschi nella costruzione della nazione.

Anche Nino Bixio (64), generale e politico italiano tra i più noti del Risorgimento, lascia una testimonianza sull’immagine estera della politica cavouriana che riassume le varie visioni, e scrive nel 1861: “La vostra politica, mio caro amico, riscuote un consenso sempre maggiore in Europa. Vi viene resa giustizia ovunque, escludendo le sacrestie e i salotti legittimisti”. (65)

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1 E. Francia, 1848 La rivoluzione del Risorgimento, Bologna, Il Mulino, 2012, p. 7.

2 Ivi, p. 12.

3 V. Fiorino, G. Fruci, A. Petrizzo, Il lungo Ottocento e le sue immagini, Pisa, ETS, 2013, p. 11 e ss.

4 E. Francia, Oggetti risorgimentali, Carocci, Roma, 2021, p. 14.

5 Museo Nazionale del Risorgimento Italiano di Torino.

6 E. Francia, Oggetti risorgimentali, cit., p. 91.

7 G. Fruci, I plebisciti e le elezioni (consultato in data 22/05/2022).

8 G. Fiorentino, L’Ottocento fatto immagine, Palermo, Sellerio, 2010, p. 44.

9 A.L. Perna, La guerra di Crimea nelle foto d'epoca di Roger Fenton (consultato in data 15/05/2022).

10 G. Astuto, Cavour con la rivoluzione e con la diplomazia, Acireale-Roma, Bonanno, 2011, p. 11.

11 E. Francia, Oggetti risorgimentali, cit., p. 9.

12 G. Mazzoleni, La comunicazione politica, Bologna, Il Mulino, 2012, p. 18.

13 E. Francia, 1848 La rivoluzione del Risorgimento, cit., p. 29.

14 Ivi, p. 30.

15 Ivi, p. 253 e ss.

16Ivi, p. 256.

17E. Francia, Oggetti risorgimentali, cit., p. 91.

18T. Schipa, Viva Verdi, in Treccani.

19 O. Bergamini, La democrazia della stampa, Roma-Bari, Laterza, 2013, p. 125.

20 Ivi, p. 126.

21 Ivi, p. 127.

22 Ivi, p. 129.

23 Ivi, p. 131.

24 V. Fiorino, G. Fruci, A. Petrizzo, Il lungo Ottocento e le sue immagini, cit., p. 179 e ss.

25 E. Francia, 1848 La rivoluzione del Risorgimento, cit., p. 244.

26 S. Morachioli, Il volto del giornale. Usi e funzioni della personificazione nella stampa satirica risorgimentale (consultato in data 19/05/2022).

27 Fondazione Cavour, archivio (consultato in data 19/05/2022).

28 O. Bergamini, La democrazia della stampa, cit., p. 131.

29 Ivi, p. 131 e ss.

30 G. Fedel, Saggi sul linguaggio e l'oratoria politica, Milano, Giuffré, 1999, p. 211 e ss.

31 A. Omodeo, L’opera politica del Conte di Cavour 1848-1857, Milano, Mursia, 2012, p. 3 e ss.

32 Su Michelangelo Castelli, cfr. la voce di Giuseppe Talamo, in Dizionario Bibliografico degli Italiani, volume 21, 1978.

33 A. Omodeo, L’opera politica del Conte di Cavour 1848-1857, cit., p. 15.

34 E. Goffman, La vita come rappresentazione, Bologna, Il Mulino, 1969, p. 239,240.

35 A. Omodeo, L’opera politica del Conte di Cavour 1848-1857, cit., p. 6 e ss.

36 D. Mack Smith, Cavour, Milano, Bompiani, 1984, p. 44.

37 A. Viarengo, Camillo Benso di Cavour autoritratto, cit., p. XL e ss.

38 Su Gaspare Finali, cfr. la voce di Elisabetta Orsolini, in Dizionario Biografico degli Italiani, volume 48, 1997.

39 A. Viarengo, Camillo Benso di Cavour autoritratto, cit., p. XLII.

40 Ivi, p. XLIII.

41 A. Omodeo, L’opera politica del Conte di Cavour 1848-1857, cit., p. 338 e ss.

42 A. Viarengo, Camillo Benso di Cavour autoritratto, Milano, Mondadori, 2016, p. 181,182.

43 G. Astuto, Cavour con la rivoluzione e con la diplomazia, cit., p. 95.

44 P. Gentile, Il campione della diplomazia: Cavour, primo ministro verso l'Europa, consultabile all'indirizzo.

45 G. Astuto, Cavour con la rivoluzione e la diplomazia, cit., p. 103 e ss.

46 Ivi, p.97.

47 D. Mack Smith, Cavour il grande tessitore dell’Unità d’Italia, cit., p. 7.

48 F. Bonini, L'orizzonte politico istituzionale vicino: la nascita delle circoscrizioni provinciali in Italia, in Storia Amministrazione Costituzione, Isap, n. 11, 2003, p.303.

49 F. Ieva, Il Piemonte risorgimentale nel periodo preunitario, cit., p. 83 e ss.

50 A. Viarengo, Camillo Benso di Cavour autoritratto, Milano, cit., p. 668 e ss.

51 Biblioteca della Camera dei deputati (consultato il 11.05.2022).

52 D. Mack Smith, Cavour, Milano. Bompiani, 1984, p. 214.

53 Ivi.

54 U. Levra, Cavour, l’Italia e l’Europa, cit., p. 227.

55 Ivi, p. 202.

56 Ivi, p. 204.

57 Ivi, p. 207.

58 Ivi, p. 228.

59 Ivi, p. 229.

60 Su Urbano Rattazzi, cfr. la voce di Corrado Malandrino, in Dizionario Biografico degli Italiani, volume 86, 2016.

61 U. Levra, Cavour, l’Italia e l’Europa, cit., p. 227.

62 Ivi, p. 255.

63 Ivi, p. 257.

64 Su Nino Bixio, cfr. la voce di Fiorella Bartoccini, in Dizionario Biografico degli Italiani, volume 10, 1968.

65 U. Levra, Cavour, l’Italia e l’Europa, cit., p. 227.

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QUALCHE LINEA CONCLUSIVA

A conclusione di quanto esposto nei vari capitoli dell’elaborato, possiamo tentare di tracciare alcune linee conclusive, di carattere generale e particolare.

È cosa nota che il XIX secolo sia stato ovunque un grande laboratorio di idee e trasformazioni, durante il quale la visualità inizia ad assumere un ruolo sempre più importante all’interno della comunicazione pubblica, imponendosi come un vettore del sentimento patriottico.

Nel caso particolare di Camillo Benso di Cavour è abbastanza chiaro che la sua capacità politica sia frutto di una lungimirante e fondata visione d'insieme che gli ha consentito di acquisire una visione larga e pragmatica.

Le modalità del suo discorso politico, nonostante le difficoltà incontrate, sono caratterizzate dal sapiente uso della diplomazia e da un’acuta sensibilità nelle relazioni pubbliche e private. La sua passione per la politica, coltivata negli anni tra studio e viaggi, si è coniugata con un alto senso dello Stato e con un’oggettiva onestà intellettuale. Cavour possiede inoltre una grande capacità di mediazione e di sintesi, doti che contraddistinguono per giudizio condiviso un tratto della sua personalità.

“Credo di essere portato per la politica ma ho ancora bisogno di studi e di pratica degli affari” (1) così si esprimerà in una lettera al padre agli inizi della sua vita politica.

Secondo gli studiosi (2), Cavour è stato un formidabile interprete della sfera politica, intesa come strumento in grado di massimizzare i benefici per la comunità. Realismo e grandi ideali si intrecciano non per caso continuamente nella sua azione. Questo per lui, come ha sottolineato Rosario Romeo (3), ha significato rischiare continuamente per poter arrivare ad un risultato più ampio e più alto possibile.

“L'uomo di Stato che non è disposto a sacrificare il suo nome al suo paese non è degno di governare i suoi simili” (4).

La frase è stata pronunciata da Camillo Benso di Cavour pochi mesi prima di morire.

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1 A. Viarengo, Cavour, Roma, Salerno Editrice, 2010, p. 55.

2 R. Romeo, A. Viarengo.

3R. Romeo, Cavour e il suo tempo (1854-1861), Roma-Bari, Laterza, 1984, p. 825.

4F. Cammarano, L’arte del governo: Camillo Cavour (consultato in data 09/06/2022).

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Bibliografia

Astuto, Giuseppe

Cavour con la rivoluzione e con la diplomazia, Acireale-Roma, Bonanno, 2011.

Barbi, Michele

Poesia popolare italiana. Studi e proposte, Firenze, Sansoni, 1974.

Bergamini, Oliviero

La democrazia della stampa, Roma-Bari, Laterza, 2013.

Berti, Domenico

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