Tesi di BATTISTA BOGGIONE - Il Tessitore. Memoria e usi pubblici di Cavour in età liberale (1861-1915) **Parte Seconda**


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Indice

Parte Seconda

Capitolo 3. Il consolidamento del mito (1877-1900)

3.1 Recuperare un mito

3.2 Cavour, i padri della patria e l’Esposizione di Torino

3.3 «Una grande e vera festa del cuore». Il 6 giugno 1886

3.4 Il corpus cavouriano in crescita

3.5 Fine secolo

Capitolo 4. L’apoteosi. Il Tessitore dall’Italia giolittiana alla Grande guerra (1901-1915)

4.1 Ascendenti politici. Vecchi e nuovi liberali

4.2 Commemorazioni e manifestazioni pubbliche

4.3 Polemiche cinquantenarie

4.4 Il centenario cavouriano

4.5 Il trionfo dei Grandi

4.6 Bibliografia cavouriana

4.7 Finale di stagione

LA TESI CONTINUA NELLA Parte Terza

Capitolo 5. Spazi, immagini, narrazioni

5.1 Spazi urbani e memoria

5.2 Il Conte di marmo, il Conte di bronzo. Statue e monumenti

5.3 Iconografie

5.4 Devozione e cultura popolare

5.5 Il cavourismo museale e scolastico

Conclusioni

Fonti

Bibliografia

Ringraziamenti

divisore 4

Capitolo 3. Il consolidamento del mito (1877-1900)

Cavour è un poliedro. Esaurisce coloro che lo investigano, e nessuno può esaurirlo.

L. Luzzatti, 1886(1)

c’è […] un’arte di Stato, che in alcuni uomini, destinati ad essere rigeneratori delle nazioni, tocca ad altezze che l’occhio umano appena raggiunge, dove la politica, e la morale convergono l’una verso dell’altra, si toccano e si confondono in un solo abbracciamento. Da quelle altezze il conte di Cavour, a cui si deve l’indipendenza e l’unità d’Italia, lancia a’ suoi accusatori l’ultima, la più placida ironia del suo abituale sorriso.

E. Masi, 1897(2)

La stagione che si aprì a seguito dell’avvento della Sinistra storica al governo avrebbe sancito il passaggio a una nuova fase dell’eredità cavouriana e della memoria pubblica legata allo statista piemontese. In un primo momento, la rottura della tradizione ministeriale patrocinata dalla Destra sembrò porre in pericolo il culto di Cavour alimentato – spesso solamente a parole – dallo schieramento moderato. Appurata l’impossibilità di individuare un erede dotato delle capacità del Gran ministro, il richiamo nominale all’esempio di Cavour aveva ancora sostenuto in via teorica l’azione dei governi postunitari fino al 1876. Al di là della progressiva convergenza delle due fazioni liberali manifestatasi alla Camera negli anni recenti, con il marzo 1876 l’eclissi simbolica del modello parve divenire realtà. La salita al potere di personaggi cardine della Sinistra come Agostino Depretis, Benedetto Cairoli, Giovanni Nicotera e Giuseppe Zanardelli determinava un cambio di passo significativo – benché l’esempio e la memoria dello statista piemontese avrebbero spesso suscitato il pieno rispetto, se non addirittura la velata ammirazione, da parte di alcuni importanti esponenti(3). Dal punto di vista politico, si poteva riscontrare apparentemente ben poco di cavouriano nella figura di Depretis, ex mazziniano e collaboratore garibaldino definito da Cavour stesso un «uomo di neve», indeciso, incapace di contrastare l’impopolarità, buon esecutore di ordini altrui ma «mediocrissimo direttore»(4). Uomo di neve che, per quanto poco carismatico, si rivelò invece più consistente del previsto e, assorbito di fatto parte del programma liberal moderato, riuscì a segnare un decennio di vita politica italiana,

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1 La commemorazione di Cavour al teatro Garibaldi, «L’Euganeo», 7 giugno 1886.

2 E. Masi, Fra libri e ricordi di storia della rivoluzione italiana, Nicola Zanichelli, Bologna 1897, p. 303.

3 Analogamente agli interventi parlamentari dei deputati della Destra, il richiamo all’esempio di Cavour, infatti, non sembrerebbe essere raro in occasioni delle dichiarazioni pubbliche. Si vedano, per esempio, i discorsi tenuti da Zanardelli a Iseo (3 novembre 1878) e Brescia (13 gennaio 1895), oppure i riferimenti nei discorsi alla Camera del 6 febbraio 1882 e 21 febbraio 1885, G. Zanardelli, Discorsi parlamentari di Giuseppe Zanardelli, Tipografia della Camera dei Deputati, Roma 1905, vol. I, pp. 106, 373, 746; vol. II, pp. 149-150; oppure l’intervento di Depretis al Senato del 29 giugno 1879 e alla Camera del 16 maggio 1883, A. Depretis, Discorsi parlamentari di Agostino Depretis, Tipografia della Camera dei Deputati, Roma 1891, vol. VII, pp. 379-380; p. 279.

4 Cfr. il profilo G. Monsagrati, Agostino Depretis, in Il Parlamento italiano, cit., vol. V, 1877-1887. La Sinistra al potere, pp. 343-361; G. Carocci, La politica di Agostino Depretis durante il “decennio di preparazione”, in «Belfagor», VII (1952), 31 gennaio, p. 2; meno recente, G.B. Festari, La formazione politica di Agostino Depretis, Ancora, Milano 1937, p. 114.

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districandosi tra le maglie dell’opposizione, gestendo le alchimie parlamentari e approdando alla pratica del trasformismo, talvolta interpretato come una nuova versione del Connubio(5). Al pari di Cavour, anche il «decrepito di Stradella» sarebbe morto in carica, determinato a tenere le redini del ministero fino all’ultimo momento nonostante le cattive condizioni di salute. Di tutt’altra tempra si sarebbe mostrato invece il suo successore Francesco Crispi che, animato da velleità di protagonismo e sentimenti proto-nazionalisti, segnò il maggior distacco dalla tradizione cavouriana di governo imprimendo all’Italia di fine secolo svolte rilevanti con la promozione di un vasto progetto riformatore – preludio di concezioni più autoritarie – al fine di contenere le trasformazioni inevitabili della società(6).

In tal contesto, il Paese procedeva a stento ma gradualmente sulla strada della modernizzazione, avviato a inseguire uno sviluppo economico che tardava a dare i suoi frutti, afflitto dalle conseguenze di una «finanza allegra» e impegnato a costruire un’identità nazionale in grado di dare coesione alla collettività. La prosa del Risorgimento si svolgeva perlopiù priva di entusiasmi, suscitando talvolta indignazione e rimpianti. Complice la congiuntura economica non favorevole e la stagnazione comune agli altri paesi occidentali, l’ultima parte del secolo vide il prevalere di politiche economiche protezionistiche che si discostavano dalla scuola del libero scambio a cui la Destra guardava ancora con fiducia, portate all’estremo in occasione della guerra doganale con la Francia(7).

Poche soddisfazioni avrebbe riservato la politica estera, terreno sul quale il confronto con il Tessitore appariva sempre più impietoso. Terminata l’esperienza di Visconti Venosta, quasi tutti i ministri avvicendatisi alla Consulta incapparono in smacchi diplomatici destinati a gravare sulle aspettative della classe dirigente e sugli umori dell’opinione pubblica. Nel 1878 risultò infatti avvilente la partecipazione italiana al Congresso di Berlino, dove il ministro Luigi Corti, promotore della politica delle «mani nette ma pulite», aveva figurato come semplice spettatore dinanzi alla spartizione degli interessi mondiali da parte delle potenze. L’ambizioso progetto di mantenere l’Italia equidistante dalle altre nazioni si dimostrò inapplicabile e insufficiente per un paese che, ammesso al concerto europeo, inseguiva sogni di grandezza pur non avendo i mezzi per realizzarli. Indecisioni e tentennamenti portarono una figura popolare ma inesperta di pratiche diplomatiche come Benedetto Cairoli a concludere la propria parabola politica nel 1881, quando, subita l’iniziativa francese in Tunisia, sfumò il progetto di un protettorato italiano d’oltremare(8). Risultato rilevante fu conseguito invece dal successore Pasquale Stanislao Mancini che, inaugurata una timida politica coloniale nel Mar Rosso e assistito – non a caso – da due diplomatici di formazione cavouriana come Edoardo De Launay e Carlo Felice Nicolis di Robilant, abbandonò la neutralità improduttiva e associò il Paese agli imperi tedesco e austro-ungarico mediante la stipulazione della Triplice Alleanza. Unico in grado di risollevare temporaneamente la

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5 Alcuni punti di incontro, relativi alla politica di contenimento del mondo cattolico, per esempio, nel celebre discorso di Stradella, cfr. F. Bartolotta, Parlamenti e governi d’Italia dal 1848 al 1970, vol. I, Vito Bianco, Roma 1971, pp. 543-550.

6 F. Cammarano, Storia dell’Italia liberale, cit., pp. 104-129; A. Capone, Destra e Sinistra da Cavour a Crispi, cit., pp. 391 e segg.; C. Duggan, Creare la nazione. Vita di Francesco Crispi, Laterza, Roma-Bari 2000.

7 G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, vol. VI, Lo sviluppo del capitalismo e del movimento operaio, Feltrinelli, Milano 1970, pp. 328-364.

8 L. Saiu, La politica estera italiana, cit., pp. 26-27; sul caso specifico, cfr. G. Calchi Novari, Cairoli, la Sinistra storica e gli inizi della penetrazione in Africa: un caso di colonialismo controllato, in «Africa: Rivista trimestrale di studi e documentazione dell’Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente» XLV (1990), n.3, pp. 445-464; un riferimento al confronto tra Corti e Cavour nel 1878 in F. Albano, Cento anni di padri della patria, cit., p. 142.

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reputazione dell’Italia all’estero fu proprio il conte Robilant, ex ambasciatore a Vienna, che in veste di ministro tutelò il Paese dalle macchinazioni delle grandi potenze riuscendo addirittura a dialogare alla pari con Bismarck e negoziare migliori condizioni di alleanza(9). In seguito alla disfatta di Dogali (1887), la politica estera italiana attraversò nuovamente una fase di tensioni e insuccessi, legati soprattutto ai tentativi di espansione coloniale promossi da Crispi e culminati con la battaglia di Adua che costrinse il Paese a un periodo di ripiegamento. Sul volgere del secolo Costantino Nigra, l’ultimo cavouriano ancora in attività, osservava con disincanto la traiettoria assunta dall’Italia sullo scacchiere internazionale(10). Del genio diplomatico del Tessitore non era rimasto nulla.

Nell’applicazione pratica sembrò dunque che la tradizione del conte fosse un ricordo dei tempi passati, appartenente a una stagione ormai conclusa. Prendendo in esame i resoconti delle sedute parlamentari, il nome di Cavour risulta citato in misura assai minore se si guarda alle legislature precedenti; assunto come protagonista istituzionale ma generico della situazione preunitaria, il Gran ministro era menzionato nei casi in cui si intendeva richiamare un precedente illustre relativo all’argomento di discussione. Lo statista avrebbe ancora rappresentato un modello di riferimento per la Destra, intenzionata a superare il vuoto lasciato dall’assenza di figure forti e desiderosa di riguadagnare il terreno perduto a vantaggio della Sinistra che, alla prova dei fatti, si dimostrava piuttosto concreta.

Accantonato sul piano pratico, Cavour sarebbe però diventato parte integrante della retorica patriottica postunitaria, inserito nella cerchia di glorie che, con il passare del tempo e la scomparsa degli altri protagonisti del Risorgimento, andava arricchendosi di figure generalmente apprezzate da culture politiche differenti. Come prevedibile, la campagna celebrativa promossa dalla Sinistra privilegiò una lettura del Risorgimento favorevole a esaltarne la componente democratico-volontaristica; tuttavia, i tempi si rivelarono maturi per l’esaltazione congiunta di tradizioni risorgimentali eterogenee, accostate tra loro in occasione dei grandi anniversari secondo l’interpretazione conciliatorista della storia recente. In tale contesto, la fortuna di Cavour avrebbe attraversato fasi diverse, contraddistinte da un grado più o meno elevato di partecipazione, a seconda delle ricorrenze e del tenore dei festeggiamenti. A rinvigorire e consolidare il mito cavouriano, difeso con ardore dai famigliari e coltivato dai moderati, avrebbero contribuito le pubblicazioni – epistolari, scritti politico-economici, diari, biografie, saggi – mirate a irrobustire la narrazione del buon Tessitore affermatasi nel corso degli anni. L’accresciuta disponibilità di fonti, in particolare, sarebbe stata assai apprezzata, poiché funzionale a implementare il corredo di documenti a difesa dell’operato governativo. Infatti, benché l’accesa conflittualità che aveva contraddistinto il primo quindicennio postunitario fosse ormai venuta meno, qualche motivo di scontro e di polemica sarebbe emerso nel periodo successivo, rinverdendo il dibattito relativo al ruolo assunto da Cavour durante la fase “gloriosa” dell’unificazione italiana.

3.1 Recuperare un mito

Alla fine degli anni Settanta il Paese aveva già assistito alla perdita di un buon numero di figure rilevanti. Nel 1872 l’Italia repubblicana e democratica aveva pianto la morte di Mazzini, avvenuta in incognito e celebrata con grandi manifestazioni di dolore collettivo. Le folle radunatesi al passaggio del treno che trasportava la salma verso il

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9 Cfr. G. Giordano, Cilindri e feluche, cit., pp. 218-242; R. Petrignani, Neutralità e alleanza. Le scelte di politica estera dell’Italia dopo l’Unità, Il Mulino, Bologna 1987, pp. 304-433.

10 F. Chabod, Storia della politica estera italiana, cit., pp. 614-618; A. Pennini, La diplomazia del disincanto, cit., pp. 9-52.

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cimitero di Staglieno testimoniarono la popolarità di un personaggio osteggiato ufficialmente dalle istituzioni(11). Nel 1878 le morti illustri furono ben tre, susseguitesi in poche settimane: tra gennaio e febbraio si spensero Vittorio Emanuele II, Alfonso La Marmora e Pio IX. La mobilitazione di popolo realizzatasi in occasione delle esequie pubbliche dimostrò il vivo trasporto provato dagli italiani, chiamati a partecipare in massa al lutto nazionale. In particolare, come dimostrato da Umberto Levra, la cerimonia orchestrata scrupolosamente dal governo per i funerali del sovrano, tumulato al Pantheon in ossequio alla retorica patriottica in via di costruzione, dimostrava le chiare intenzioni della Sinistra(12). Strumento fondamentale di coesione per l’intera comunità, il funerale del re concretizzò le aspirazioni della classe dirigente, interessata a organizzare rituali dal forte impatto emotivo in grado di creare consenso e spirito di appartenenza tra i cittadini. L’immagine della nazione raccolta metaforicamente attorno al feretro del re galantuomo, frutto di iniziative spontanee unite all’accorta regìa del ministro degli Interni Crispi, suggeriva il raggiungimento di un certo grado di maturità e una coscienza patriottica da parte del Paese. Il profluvio di pubblicazioni, necrologi, conferenze commemorative, opuscoli e componimenti in onore di Vittorio Emanuele II confermava il sentimento diffuso da nord a sud nei confronti di un’istituzione popolare, ritenuta elemento fondante della nazione. Questi elementi, destinati a diventare parte integrante della celebrazione postuma del sovrano, sancivano la consacrazione definitiva della dinastia e del suo rappresentante più illustre(13).

Pertanto, alla luce dei fatti elencati, dovette lasciare qualche amarezza tra gli affezionati cavouriani lo scarso successo che negli ultimi anni aveva arriso alla memoria del Gran ministro e alla tomba di Santena. Dopo i festeggiamenti in onore del monumento torinese, infatti, non si riscontrarono cerimonie degne di nota organizzate in concomitanza del 6 giugno, né di altre date ritenute significative ai fini della commemorazione. A suffragare tale osservazione è l’assenza di notizie desumibili dalle carte o dai periodici. Esauriti gli entusiasmi del 1873, l’interesse per Cavour conobbe una fase calante, a cui contribuì probabilmente la nuova stagione politica e il verificarsi di altri lutti che assorbirono la carica emotiva e la mobilitazione popolare. Nello stesso torno di anni, del resto, il castello di Santena era stato sottoposto a lavori di restauro, per i quali la nipote Giuseppina aveva stanziato spese ingenti, che forse non resero semplice l’organizzazione di cerimonie presso il piccolo borgo alle porte di Torino(14).

Lo stato della situazione era colto dall’anonimo corrispondente della «Gazzetta piemontese» che, il 6 giugno 1879, si recò a Santena per visitare la residenza dei Benso di Cavour. In quella data ricorreva il diciottesimo anniversario della morte e il giornalista approfittò dell’occasione per compiere quella che, per un torinese, si configurava come una tranquilla gita fuori porta. Il resoconto fornito al lettore riproponeva le tappe dei pellegrinaggi compiuti nel decennio precedente, a ridosso della morte dello statista: viaggio in treno fino a Cambiano, passeggiata in direzione di Santena, visita della cappella, della tomba, della sala consigliare e della camera da letto del conte, contemplazione esterna del castello. Il corrispondente apprezzava il carattere mesto e sobrio del maniero, del sepolcro e delle decorazioni («nulla d’imponente; ma tutto nobilmente signorile e grazioso»); minore fu invece l’entusiasmo quando l’uomo

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11 S. Luzzatto, La mummia della repubblica, cit., pp. 42-48; M. Ridolfi, Mazzini, in M. Isnenghi (a cura di), I luoghi della memoria. Personaggi e date dell’Italia unita, cit., pp. 15-17; P. Finelli, «È divenuto un Dio», cit., pp. 665-695.

12 U. Levra, Fare gli italiani, cit., pp. 3-80; un quadro in merito al periodo in D. Mack Smith, Storia d’Italia, Laterza, Roma 1966, pp 217-226.

13 Cfr. A. M. Banti, La memoria degli eroi, in Storia d’Italia. Annali 22, cit., pp. 645-655.

14 Fondazione Camillo Cavour di Santena, Fondo Famiglia Alfieri, CM 1809, Specchio delle spese occorse nel Castello di Santena a tutto il 4 febbraio 1879 per provviste, riparazioni ed abbellimenti.

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scoprì che l’amministrazione comunale non aveva intenzione di organizzare alcuna celebrazione commemorativa per l’anno in corso. Il recente raggiungimento dello status di comune autonomo da parte di Santena, infatti, avrebbe impedito l’allestimento di una degna cerimonia. Il fatto sollevava le perplessità del visitatore, persuaso della necessità di rendere un pur minimo omaggio a nome del municipio in occasione della ricorrenza:

Non s’è fatto niente, non si pensa a far niente, perché […] Santena […] non ebbe né tempo, né denaro per preparare una festa commemorativa. Se noi applaudiamo all’indipendenza di questo Comune, se comprendiamo le sue strettezze finanziarie, non possiamo capire come non si sia trovata nemmeno una povera margherita da deporre sulla tomba di quell’uomo che tutto il mondo ammira e c’invidia. Speriamo che nel prossimo anno – e specialmente nel 1880 – quelli di Santena, un po’ saturi della gioia per l’indipendenza… comunale, si ricorderanno un po’ anche del gran fattore dell’indipendenza nazionale(15).

Del resto, non pare improbabile immaginare che, a fronte di altri anniversari più significativi dal punto di vista simbolico, il diciottesimo anniversario della morte suscitasse minore trasporto e fosse percepito dalla comunità locale come ricorrenza meno solenne. L’occasionale negligenza nei confronti dell’aspetto commemorativo non risulterebbe peraltro nemmeno imputabile a Giuseppina Cavour che, stando alle fonti, in quel periodo dovette probabilmente soggiornare a Firenze, una delle residenze preferite del marito Carlo Alfieri(16).

L’apparente disinteressamento da parte delle istituzioni locali sembrò quindi suscitare qualche dubbio in merito all’effettiva presenza del culto cavouriano tra le rappresentanze ufficiali del regno. A detta dell’anonimo corrispondente, tuttavia, il fatto si poneva in contrasto con l’arrivo continuo di visitatori, un fenomeno confortante, testimonianza dell’ammirazione nutrita dal popolo nei confronti di Cavour. Nella cappella infatti era visibile il registro firme, suddiviso in più volumi, che attestava il passaggio di migliaia di persone, illustri e comuni cittadini, nobili e operai. Il registro provava dunque il tributo che non solo l’Italia, ma «ogni paese del mondo civile» aveva reso all’uomo di Stato e continuava a rendere quotidianamente(17). In realtà, il giornalista non andava oltre il numero approssimativo delle firme, né specificava quanto queste risultassero diluite nel tempo o concentrate in occasione dei grandi anniversari degli anni passati. Tuttavia, il dato parve sufficiente a giustificare l’apparente continuità delle visite al sepolcro e la vitalità di un culto che, considerato il contesto, non sembrava però godere di ottima salute.

Contrariamente agli auspici del giornale, il municipio di Santena non organizzò una cerimonia commemorativa nemmeno per il 6 giugno 1880. Nel clima apparente di apatia dilagante un primo segnale di cambiamento giunse da ambienti estranei al mondo istituzionale o famigliare. Il 1° novembre, infatti, una rappresentanza della torinese Società dei Reduci della Crimea si recò a Santena per deporre una corona di fiori. Il fatto si mostra degno di nota in primo luogo per l’iniziativa spontanea, maturata da parte di un’associazione non legata ai marchesi Alfieri-Cavour; in secondo luogo, la scelta della data risulta inedita per quanto concerne le commemorazioni santenesi, organizzate nella maggior parte dei casi in occasione dell’anniversario della morte. Ulteriore elemento rilevante è la stessa associazione promotrice che, benché estranea al culto della memoria cavouriana in sé, attesta invece la relazione tra Cavour e i circoli monarchico-militari, inseriti nel medesimo circuito commemorativo. Nell’interesse per

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15 Pellegrinaggio alla tomba di Cavour, «Gazzetta piemontese», 6 giugno 1879.

16 E. Masi, Asti e gli Alfieri, cit.

17 Pellegrinaggio alla tomba di Cavour, «Gazzetta piemontese», 6 giugno 1879.

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la celebrazione postuma dello statista infatti si può cogliere il riflesso del legame tra gli ambienti ministeriali e gli ambienti del Regio esercito, ritenuti espressione degli organi istituzionali orbitanti intorno alla dinastia dei Savoia. Pertanto, questi ultimi attingevano sovente al medesimo repertorio simbolico e patriottico, sovrapponendo talvolta ritualità commemorative. Del resto, con il passare degli anni, le società di ex militari e di reduci sembrarono conservare un legame stretto con Cavour, ritenuto promotore principale della partecipazione piemontese al conflitto in Crimea. Il dato risulta rilevante poiché dimostrerebbe la ricezione compiuta di uno degli aspetti su cui la retorica postunitaria aveva insistito maggiormente per legittimare, a posteriori, tutte le azioni compiute durante il cosiddetto «decennio di preparazione». Il racconto elaborato mirava infatti a dipingere il conflitto in Oriente come l’antefatto militare della liberazione dell’Italia dallo straniero e dal dispotismo, nonché come il riscatto della sconfitta di Novara e la prova della lungimiranza attribuita allo statista, intento a pianificare per gradi la riscossa nazionale(18).

Significativa dal punto di vista simbolico, la cerimonia dovette comunque risultare piuttosto modesta, complice la presenza minima della deputazione inviata dall’associazione torinese e l’assenza dei marchesi Alfieri-Cavour, rappresentati dall’intendente della casa Giuseppe Sachis; ciononostante, il fatto esplicitò la presenza di un interesse, seppur flebile, per il sepolcro di Santena e la memoria del personaggio. Al di là del dato pratico, l’evento suscitò la soddisfazione della Società, il cui segretario scrisse a Giuseppina Cavour per ringraziare della concessione e comunicare l’intenzione da parte del direttivo di riproporre una simile cerimonia per la data del successivo 6 giugno. Approvata durante la seduta consigliare del 19 dicembre, l’iniziativa sarebbe stata estesa ad altre società di reduci nella speranza di rendere il dovuto «atto di ossequio a quella tomba venerata»(19). Contrariamente alle più cupe aspettative dei cavouriani, il ventesimo anniversario della morte non sarebbe passato del tutto inosservato.

La Società dei Reduci venne presto imitata da altre organizzazioni, intenzionate a promuovere una celebrazione degna della ricorrenza. Nei primi giorni del 1881, infatti, alcune Società di mutuo soccorso torinesi diedero vita a un comitato, costituito per commissionare una corona marmorea da deporre sulla tomba del conte. A informare dell’iniziativa i marchesi Alfieri-Cavour fu Leopoldo Calandrelli, presidente del cosiddetto Comitato promotore per una corona funebre a Camillo Benso di Cavour. Sul personaggio in questione risultano reperibili poche notizie: già presidente della Società dei Sott’ufficiali di Torino e promotore di una corona in bronzo per la duchessa d’Aosta, pluridecorato membro di circoli e associazioni, l’uomo sembra essere stato particolarmente attivo nel campo della commemorazione pubblica locale. Non dovette stupire quindi la nomina alla presidenza di un notabile noto per l’impegno e le competenze organizzative, destinato a legare il suo nome alle celebrazioni cavouriane degli anni a seguire. Del resto, nella lettera del 24 gennaio con cui Calandrelli annunciava alla marchesa la costituzione del comitato e la commissione già avvenuta della corona in marmo si poteva cogliere l’entusiasmo dell’uomo che, recatosi alla tomba di Cavour insieme allo scultore Stefano Argenti e all’intendente del castello

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18 Relativamente alla memoria del reducismo coltivata dai veterani del conflitto in Crimea, cfr. P. L. Perdomo, La guerra della Crimea degli anni 1854-1855-1856. Reminiscenza del cav. Pier Luigi Perdomo, Stab. tipografico Istituto Pavoni, Brescia 1883, pp. 497-503.

19 FCCS, Fondo Famiglia Alfieri, CM 1819, Commemorazioni Cavour, lettera della Società Reduci della Crimea a Giuseppina Cavour, 9 novembre 1880; CM 1809, Comitato promotore, lettera della Società Reduci della Crimea a Giuseppina Cavour, 29 dicembre 1880.

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Sachis per decidere dimensioni e collocazioni dell’opera, non attendeva altro che l’approvazione a procedere da parte degli eredi(20).

La risposta affermativa di Giuseppina mise dunque in moto l’organizzazione dell’anniversario, previsto per domenica 5 giugno al fine di favorire l’adesione degli operai che, in tal modo, non avrebbero perso una giornata di lavoro. Nei mesi successivi Calandrelli seguì con dedizione i preparativi, confrontandosi con Sachis in merito ai lavori del ricordo marmoreo e alla sua consegna, avvenuta alla fine di maggio. In parallelo il presidente si occupò di garantire alla ricorrenza una partecipazione degna delle aspettative estendendo l’invito alle personalità del capoluogo, ad altre associazioni e rappresentanze. La cerimonia infatti non sarebbe stata limitata al semplice scoprimento della corona, ma avrebbe dato luogo a un nuovo pellegrinaggio, così come era avvenuto negli anni immediatamente successivi alla scomparsa di Cavour. Alla commemorazione furono pertanto invitati il conte Balbo Bertone di Sambuy (sindaco di Torino), il deputato del I collegio “cavouriano” Ferrari, il marchese Compans di Brichenteau, Giovanni Battista Bottero e tutti i cittadini che avrebbero spontaneamente desiderato partecipare alla celebrazione. Forte della presenza di qualche grande nome, il Comitato si rivolse però anche e soprattutto ai comuni torinesi nel tentativo di dare all’iniziativa un’impronta popolare: la corona marmorea, infatti, sarebbe stata finanziata in gran parte dalle offerte delle società operaie. Nella circolare diramata ai presidenti delle società il Comitato si premurò di ricordare quanto fosse importante l’omaggio nei confronti dello statista («la riconoscenza è non solo un dovere, ma l’onore dei popoli liberi»)(21). Per conferire maggiore risalto all’evento, a fine maggio l’opera in marmo bianco e nero dello scultore venne esposta nella vetrina di un negozio sotto i portici della centrale piazza Castello(22). Assicurata la presenza del marchese Alfieri, appena eletto vice-presidente del Senato, la cerimonia parve ottenere il beneplacito definitivo(23).

Giunse quindi la data del 5 giugno e la commemorazione poté finalmente essere celebrata. L’evento raccolse il concorso di duecento persone, in gran parte affiliate a circoli e associazioni locali, la cui eterogeneità rispecchiava la pluralità dei corpi sociali interessati: tra i presenti si annoveravano infatti alcune società di militari e veterani, un circolo scientifico-letterario, una rappresentanza degli studenti universitari torinesi, il circolo dei pompieri, alcune rappresentanze di artigiani, molte società operaie del territorio e addirittura una deputazione del circolo universitario Vittorio Emanuele II di Bologna. Ricalcata sul modello dei pellegrinaggi anteriori, la nuova edizione del pellegrinaggio si rivelò più articolata – nonché più impegnativa, se si considera l’orario previsto per l’inizio delle cerimonie. Come da programma, i partecipanti si diedero appuntamento in piazza Castello, dinanzi alla prefettura, alle ore sei del mattino per recarsi in corteo al seguito delle bandiere fino alla statua cavouriana di piazza Carlo Emanuele II. «Svegliato» Cavour al suono della banda musicale – notava ironicamente il corrispondente della «Gazzetta piemontese» – e deposta una corona di fiori, i pellegrini ascoltarono un primo discorso, pronunciato dal capitano locale dei vigili del fuoco; dopodiché, al grido di Viva Cavour! il corteo raggiunse la stazione di Porta Nuova per imbarcarsi sul treno speciale diretto a Cambiano. Di lì in seguito la giornata trascorse seguendo il copione delle altre commemorazioni santenesi: camminata a ritmo

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20 Ivi, CM 1814, Commemorazioni Cavour, lettera di Leopoldo Calandrelli a Giuseppina Cavour, 24 gennaio 1881; riferimenti alla risposta affermativa della marchesa nella lettera di Calandrelli del 2 febbraio 1881.

21 Ivi, lettera di Leopoldo Calandrelli a Giuseppina Cavour 4 maggio 1881; verbale del Comitato promotore e programma.

22 Lettere, Arti e Teatri. Corona marmorea al conte Cavour, «Gazzetta piemontese», 22 maggio 1881.

23 FCCS, Fondo Famiglia Alfieri, CM 1814, lettera di Leopoldo Calandrelli a Giuseppina Cavour, 15 maggio 1881.

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di marcia con accompagnamento musicale delle bande, incontro con le rappresentanze di Santena e i notabili locali presso il municipio, deposizione di fiori dinanzi al palazzo comunale e ritrovo presso la cappella del castello. I visitatori vennero quindi accolti da Carlo Alfieri, unico rappresentante della famiglia, che intrattenne i presenti con un breve discorso commemorativo(24).

Discostandosi in parte dalla collaudata retorica celebrativa, innestata su Cavour come grande statista e diplomatico, le parole del marchese si soffermarono in particolare sull’aspetto caritatevole del personaggio, dipinto nelle vesti di illuminato benefattore. L’accento posto da Alfieri su questi elementi non stupisce: influì senza dubbio l’intenzione da parte del Comitato di organizzare una cerimonia il più possibile popolare, volontà che colse nel segno, se si considera la presenza preponderante delle società operaie e di mutuo soccorso tra le rappresentanze accorse a Santena. Di conseguenza, l’edizione del ventesimo anniversario fu in gran parte dedicata ad esaltare il Cavour amico del popolo, quel Cavour che – sottolineava Alfieri con sfoggio retorico – avrebbe potuto fare propria la massima di Marco Aurelio: Homo sum, nihil humanum a me alienum puto. Concepito appositamente per il pubblico, velato del vago paternalismo proprio dell’aristocrazia, il discorso rievocò quindi la naturale predisposizione del conte verso le classi inferiori e le sue attenzioni nei confronti delle esigenze dei meno abbienti. Alfieri proclamava a chiare lettere l’animo cristiano che guidò in ogni occasione Cavour fin dalla gioventù, quando questi, ventenne, concepiva un’opera dedicata alle condizioni delle classi operaie; oppure quando, recatosi in Inghilterra e per nulla abbagliato dallo splendore materiale del progresso, si interessava allo stato di indigenza che affliggeva la popolazione irlandese proponendosi di studiare il caso per avanzare possibili soluzioni. L’elemento umanitario diveniva quindi parte integrante del profilo dell’uomo politico e del giornalista, attento alla questione sociale anche durante le fasi centrali del Risorgimento. Cavour incarnava la sintesi virtuosa tra competenze tecniche e spirito benevolo:

Per il concetto altissimo ch’Egli aveva della dignità umana, insieme alla coscienza sicura di sé, Egli sentiva con costante ardore e singolare efficacia l’amore del prossimo, la premura dei suoi bisogni, la compassione delle sue sofferenze, il rispetto dei suoi diritti. Quella associazione dello spirito di carità – per chiamarlo col nome proprio – colle più severe disciplina scientifiche […] fece del Cavour un efficace precursore della politica che va oggidì allargando il suo dominio nel mondo civile; della politica che dall’amore dell’umanità s’inspira, dalla scienza dell’umanità è regolata(25).

Pertanto, la commemorazione esortava il popolo a riconoscere i meriti della «sana filantropia» che, nelle parole di Alfieri, non sembrava essere altro che una manifestazione della tanto decantata «politica del buon senso». Tra le righe del discorso, il marchese celebrava implicitamente l’espressione in campo sociale del juste milieu, concetto cui Cavour era legato soprattutto per quanto riguardava la dottrina politica. Ovunque fosse stato impegnato, il conte aveva applicato i medesimi criteri ispirandosi ai principii cardine del progresso moderato.

Accanto al grande statista appariva dunque anche il grande benefattore, ulteriore sfaccettatura dell’uomo-Cavour che si sommava alle altre contribuendo a realizzare un ritratto complesso. Considerato il contesto di tale trasporto emotivo, riemergeva ancora una volta sullo sfondo, senza tuttavia essere citato, il Papà Camillo che buona parte dei

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24 Pel 20° anniversario della morte di Cavour, «Gazzetta piemontese», 6 giugno 1881.

25 C. Alfieri di Sostegno, Discorso pronunziato dal senatore Marchese Carlo Alfieri di Sostegno nel giorno 5 giugno 1881 in occasione della vigesima commemorazione funebre a Camillo Cavour in Santena per cura di un Comitato delle Associazioni popolari, Roux e Favale, Torino 1881, p. 5.

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presenti ricordava con affetto. In conclusione, per Alfieri la cerimonia del 6 giugno 1881 era la festa con cui il popolo commemorava «l’amico suo, il suo ministro, il suo uomo», esprimendo un voto di gratitudine al «suo Camillo, al Camillo della Storia»(26).

Il pellegrinaggio era quindi la manifestazione di un popolo che, se nelle aspirazioni ideali della retorica patriottica avrebbe dovuto coincidere con la nazione intera, in quel momento risultava ancora circoscritto alla comunità locale. Eccettuata la rappresentanza bolognese, infatti, alla celebrazione erano accorsi i cittadini del Piemonte, anzi, più precisamente, i cittadini della provincia torinese. Del resto, considerata la fase stagnante che aveva caratterizzato la fortuna cavouriana negli anni recenti, la buona affluenza dovette rispecchiare le aspettative del Comitato che, probabilmente, non aveva ambito a organizzare una celebrazione di ampia portata. Il dato non sfuggì al marchese Alfieri il quale, non a caso, accentuò con il suo discorso il legame stretto tra Cavour e il «popolo subalpino», sottolineando quanto il conte avesse incarnato le migliori qualità delle genti piemontesi(27). Sull’evento aleggiava pertanto una vaga connotazione piemontesista che, se da un lato attestava le radici profonde della memoria cavouriana esplicitando l’attaccamento affettivo da parte dei suoi conterranei, dall’altro denunciava l’assenza di mobilitazione della comunità nazionale, non ancora animata da sufficiente ardore patriottico.

La cerimonia proseguì quindi con la deposizione di fiori all’ingresso della cappella, i concisi interventi del sindaco di Torino e del deputato Ferrari, la lettura di parole patriottiche da parte degli studenti e infine l’ingresso nel sepolcro, dove avvenne lo scoprimento dell’opera di Argenti, costituita da una corona in marmo bianco appoggiata su di un cuscino, sorretti da una colonna in marmo nero. Le brevi iscrizioni incise a lettere dorate sul nastro, dettate dal professor Barbieri, erano dedicate Al massimo cooperatore dell’Unità italiana; la sobria epigrafe apposta alla colonna, attestante la commissione da parte del Comitato, fu preparata dallo stesso Calandrelli. A celebrazione conclusa, i pellegrini presero parte al pranzo organizzato dal direttivo nel parco del castello per i centosettanta aderenti, intrattenendosi nella consueta sequenza di brindisi e invocazioni patriottiche. A interrompere la festa e porre fine ai discorsi «che bollivano in pectore» giunse – autentica costante delle ricorrenze cavouriane – un acquazzone che, spenti gli entusiasmi, ricondusse i visitatori al treno del ritorno(28).

Stando alle parole dei presenti, la commemorazione si era rivelata un grande successo. Nei giorni successivi Calandrelli scrisse all’intendente Sachis esprimendo soddisfazione per i festeggiamenti dedicati allo «Statista mondiale». Alla luce dei fatti, la celebrazione poté dirsi sicuramente riuscita, soprattutto se confrontata con la cerimonia modesta tenutasi il giorno successivo, quando la citata Società dei Reduci di Crimea compì il proprio pellegrinaggio, annunciato nel dicembre precedente agli eredi Cavour. La seconda celebrazione assunse un carattere privato, nonostante la presenza di una delegazione parlamentare che si era accodata in extremis a seguito della richiesta formulata alla Camera dal deputato Alberto Cavalletto – un cultore della memoria cavouriana di cui si avrà modo di parlare più avanti(29). Dato luogo a un ritrovo tutt’altro che affollato, l’omaggio consistette nella visita da parte dalla deputazione dei Reduci in compagnia dei soli parlamentari presenti in quei giorni a Torino, ovvero il deputato Chiaves, rappresentante della Camera, il conte Benintendi, rappresentante il Senato, e pochi altri(30). Il confronto tra i due eventi ravvicinati dimostra come, in questo caso, fosse stato l’associazionismo dei privati a mantenere vivo l’interesse postumo per

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26 Ivi, p. 7.

27 Ibid.

28 Pel 20° anniversario della morte di Cavour, «Gazzetta piemontese», 6 giugno 1881.

29 AP, Camera dei Deputati, XIV legislatura, Discussioni, tornata del 4 giugno 1881, p. 5824.

30 Ultime notizie. Secondo pellegrinaggio a Santena, «Gazzetta piemontese», 6 giugno 1881.

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Cavour, nei cui confronti gli ambienti governativi avevano dimostrato invece una scarsa sollecitudine, perdendo così l’occasione per incentivare il culto delle glorie patrie e rafforzare la coesione nazionale intorno a uno dei presunti padri della patria. Ancora una volta, l’iniziativa dei famigliari e degli affezionati giungeva in soccorso della memoria cavouriana, sostenuta con sufficienza dalle istituzioni centrali del regno.

Tuttavia, non tutti furono d’accordo in merito all’opportunità di simili festeggiamenti. Conclusa la celebrazione, infatti, a Torino qualcuno si chiedeva quale fosse la forma migliore per rendere omaggio al Tessitore e, soprattutto, se il pellegrinaggio organizzato dal Comitato rispondesse ai requisiti di sobrio tributo da parte dei posteri. All’entusiasmo manifestato dai partecipanti, infatti, si contrapponeva il duro commento con cui un anonimo articolista della «Gazzetta piemontese» (forse il direttore Bersezio) chiudeva il resoconto della giornata di festa fornito dal reporter inviato a Santena. Seppur lodando il sentimento all’origine delle manifestazioni commemorative e l’ammirazione che animava i singoli partecipanti, l’anonimo criticava il risultato finale che in fin dei conti – si potrebbe dire – sembrava assomigliare più a una piacevole escursione in campagna che non a una solenne commemorazione. Ne derivava quindi la perplessità riguardo all’effettiva rilevanza dell’evento, senza dubbio non all’altezza delle grandi cerimonie degne di tal nome, ma neppure caratterizzato dal raccoglimento intimo proprio dell’anniversario celebrato dai pochi affezionati:

queste dimostrazioni, troppo ristrette per aver l’importanza di un’onoranza pubblica, troppo gonfiate o strombazzate per aver la spontanea sincerità di una cerimonia privata, troppo impari alle grandezze sancite dalla storia, riescono a fare l’opposto di quello che i promotori ne sperano e quasi rimpiccioliscono i personaggi che queste cerimonie si propongono di onorare. Onoriamo le memorie dei nostri grandi, ma rispettosamente, in modo degno di loro; e non ci sembrano degni abbastanza così ristretti pellegrinaggi che finiscono in reciproci applausi col bicchiere alla mano, e non nascondono il desiderio nei vivi di innalzar se stessi aggrappandosi alle grandi memorie dei morti(31).

Sospeso tra il grande e il piccolo, il pellegrinaggio del 5 giugno si attestava al livello della mediocrità provinciale, privo delle alte idealità che avrebbero animato un evento di importanza nazionale. Dalle colonne del giornale pareva trapelare l’irritazione per quel banchetto organizzato all’ombra dei pioppi, per i momenti di convivialità innaffiati dai calici di vino, per la profusione di complimenti e le strette di mano, per i brindisi indetti «dall’alto delle bigonce» che stridevano con il carattere mesto e solenne della commemorazione. Anche in queste occasioni sembravano prevalere gli interessi dei singoli, sempre pronti a fregiarsi di meriti e titoli, tradendo lo spirito virtuoso dei defunti appena omaggiati. Nella critica rivolta genericamente agli organizzatori dell’evento si poteva cogliere un riferimento a Calandrelli il quale, pur dando prova di patriottismo sincero, pareva sfoggiare con compiacimento le onorificenze e gli incarichi onorari legati alle commemorazioni, nonché ambire a un ruolo preminente negli ambienti associativi torinesi. Queste accuse turbarono il presidente del Comitato che, a distanza di qualche giorno, sfogò la propria irritazione in una lettera a Sachis, esprimendo da un lato il totale disinteresse per le ambizioni grette di cui si era parlato, dall’altro la consapevolezza di aver sempre contribuito al miglioramento delle società presiedute(32).

Sulla presunta mediocrità della cerimonia aveva pesato però soprattutto la decisione di realizzare un pellegrinaggio «popolare». O, per meglio dire, eccessivamente

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31 Pel 20° anniversario della morte di Cavour, ivi.

32 FCCS, Fondo Famiglia Alfieri, CM 1819, Commemorazioni, lettera di Leopoldo Calandrelli a Giuseppe Sachis, 24 giugno 1881.

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popolare. Infatti, l’idea di privilegiare il coinvolgimento delle società di mutuo soccorso e il loro contributo economico – ritenuto troppo modesto – all’opera di Argenti non aveva entusiasmato certi ambienti del capoluogo, i quali, pur apprezzando il gesto di Calandrelli dal punto di vista simbolico, avrebbero preferito l’adesione di personaggi facoltosi in grado di finanziare un ricordo marmoreo più significativo e un festeggiamento solenne. Scontratisi con il presidente, convinto della necessità di promuovere il culto cavouriano tra il popolo e non solo tra pochi eletti, gli oppositori ostacolarono la sottoscrizione aperta dal Comitato che, a quanto pare, fu penalizzata da «diverse censure». A celebrazione conclusa, però, la «Gazzetta del popolo» prese le difese dei promotori. Come è facile supporre, dietro l’anonimo autore dell’articolo dedicato al pellegrinaggio dovette celarsi proprio Bottero che, bollato come «fuori luogo» il rimprovero mosso da chi sperava nel contributo di «borse più grosse», tesseva le lodi dell’organizzazione e spiegava ai lettori il senso della commemorazione:

Nel concetto dei promotori, la patriottica dimostrazione doveva appunto significare che al pensiero del Conte Cavour, così come nell’ordine politico come nell’economico, restan tuttora, dopo un ventennio, informate e fedeli anche le classi più democratiche. Non v’è dubbio che un Comitato di cui avessero fatto parte personaggi ufficiali e milionarii, avrebbe potuto raccogliere maggior somma e circondare la commemorazione d’un maggior apparato. Ma lo scopo, lo spirito della solennità sarebbe andato totalmente smarrito. La gita a Santena avrebbe assunto il solito carattere d’una dimostrazione di partito; e, perduto tra le oblazioni più doviziose, il modesto obolo dell’operaio sarebbe a tutti sembrato quasi estraneo all’offerta qualunque essa fosse(33).

Per Bottero la cerimonia testimoniava dunque la riconoscenza da parte di un popolo finalmente concorde, in grado di dare una manifestazione di compattezza “politica” e non di partito.

A distanza di vent’anni dalla morte dello statista, l’episodio dimostra quanto l’omaggio a Cavour dovesse tenere in considerazione, da un lato, i valori simbolici attribuiti alla cerimonia e, dall’altro, la realizzazione concreta dell’omaggio che, auspici le migliori rappresentanze della società, si sarebbe voluto grande, solenne, trionfale. Pertanto, qualora si fosse privilegiato uno dei due aspetti sbilanciando l’equilibrio tra forma e sostanza, si sarebbe incorsi facilmente nelle critiche. Come si è avuto occasione di cogliere, a una parte della stampa torinese la ristretta cerimonia promossa dai reduci della Crimea parve essere – paradossalmente – più dignitosa del festeggiamento collettivo promosso da Calandrelli.

D’altronde, le critiche mosse dalla «Gazzetta piemontese» alle attività collaterali annesse alla commemorazione trovavano il loro fondamento nelle consuetudini riscontrabili in ogni genere di iniziative promosse dall’associazionismo che, come noto, mirava al coinvolgimento dei suoi membri mediante banchetti, attività sportive, intrattenimenti di vario genere(34). Ciononostante, occorre rilevare che, in assenza del Comitato presieduto da Calandrelli, il ventesimo anniversario della morte di Cavour sarebbe probabilmente passato inosservato ai più, configurandosi come commemorazione privata sulla quale, in seguito, recriminare con amarezza. Senza dubbio il pellegrinaggio non poté dirsi imponente; considerato il calo di affluenza a Santena riscontrato negli anni antecedenti e l’assenza di iniziative appositamente concepite, la mobilitazione di duecento persone rappresentava comunque un risultato di cui tenere conto. La riunione di un buon numero di associazioni torinesi da parte del

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33 Ventesimo anniversario della morte del Conte Camillo Cavour, «Gazzetta del Popolo», 7 giugno 1881.

34 Sull’associazionismo e le sue pratiche, cfr. A. M. Banti – M. Meriggi (a cura di), Élites e associazioni nell’Italia dell’Ottocento, Il Mulino, Bologna 1991; F. Taricone, Teoria e prassi dell’associazionismo italiano nel XIX e XX secolo, Università di Cassino, Cassino 2008.

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Comitato dimostrava le doti organizzative del presidente Calandrelli, a cui faceva da contraltare la Società dei Reduci della Crimea che, alla prova dei fatti, non ebbe la capacità o non ambì a orchestrare un evento più affollato. Al di là dei giudizi della stampa e delle insoddisfazioni di chi avrebbe preferito un risultato diverso, la ricorrenza del 1881 evidenzia il tentativo di ridare slancio a un culto cavouriano che stentava ancora a sfruttare l’adesione di corpi sociali diversi.

Nonostante le critiche, l’iniziativa del Comitato avrebbe trovato un seguito. Creato su basi temporanee al fine di celebrare il ventesimo anniversario, il direttivo non venne sciolto all’indomani del 6 giugno. Fedele alla linea assunta fin dalla costituzione del direttivo, Calandrelli legò il suo nome al paese di Santena, cogliendo ogni occasione utile a onorare il nome di Cavour. Promossa l’adesione del Comitato alle società locali e instaurato un rapporto stretto con Sachis(35), il presidente tradusse la propria ammirazione per il Gran ministro in un impegno di lunga durata. Alla fine dell’anno, infatti, Calandrelli destinò il denaro avanzato dalla raccolta fondi per la corona marmorea all’asilo infantile di Santena, istituito da Giuseppina Cavour a ricordo dell’attenzione sempre dimostrata dallo zio nei confronti delle esigenze sociali. All’Asilo infantile Camillo Cavour, inaugurato nell’ottobre 1881, venne pertanto intestato un certificato di rendita nominativa con il quale fu possibile procurare doni, premi e sussidi per i bambini iscritti(36). Ne derivò la gratitudine della comunità e del sindaco che ringraziò pubblicamente i benefattori, riconoscendo all’origine di quel gesto i pellegrinaggi che «di tanto in tanto si [andavano] facendo»(37).

Pertanto, forte dei buoni rapporti con la famiglia Alfieri-Cavour e l’intendente Sachis, il Comitato continuò a visitare Santena in occasione delle altre ricorrenze, senza tuttavia mobilitare le altre associazioni precedentemente coinvolte. Una delegazione si recò infatti sul sepolcro di Cavour anche il successivo 6 giugno 1882 e il 5 giugno 1883(38). Nel frattempo, procedeva in parallelo l’omaggio della Società dei Reduci di Crimea che, apparentemente priva di rapporti con il direttivo di Calandrelli, dava luogo ai propri sobri pellegrinaggi, organizzati in date differenti da quelle scelte dal Comitato(39). Non è dato sapere se tra le due società fossero sorti motivi di diffidenza reciproca o se, sulla scia delle polemiche sorte intorno al pellegrinaggio «popolare», le rispettive rappresentanze avessero deciso di arroccarsi sulle proprie posizioni. Tuttavia, l’elemento rilevato suggerisce l’impressione, se non di una rivalità, quantomeno di un disinteresse a unire le forze per organizzare un tributo collettivo, sintomo dell’unità e della concordia che la retorica del tempo auspicava con insistenza. I tempi per iniziative di ampio respiro non erano ancora maturi.

In attesa del 1884

Le buone intenzioni di Calandrelli tenevano quindi viva la flebile memoria cavouriana. Tuttavia, collocata nel contesto dei primi anni Ottanta, la commemorazione del 1881 apparve decisamente modesta se confrontata con la mobilitazione patriottica verificatasi in altri contesti nei mesi successivi. Il 2 giugno 1882 morì infatti Garibaldi. Come noto, la scomparsa del generale commosse il Paese intero, suscitando un’ondata di entusiasmi

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35 FCCS, Fondo Famiglia Alfieri, CM 1819, Commemorazioni, lettere di Leopoldo Calandrelli a Giuseppe Sachis, 8 giugno, 24 giugno 1881; cfr. anche la lettera del 2 marzo 1883.

36 Comitato per una Corona marmorea a Cavour, «Gazzetta del Popolo», 12 maggio 1881.

37 Santena, ivi, 13 maggio 1882; FCCS, Fondo Famiglia Alfieri, CM 1819, Commemorazioni, lettera di Leopoldo Calandrelli a Giuseppe Sachis, 22 novembre 1881.

38 Ivi, lettere di Leopoldo Calandrelli a Giuseppe Sachis, 11 giugno 1882 e 2 giugno 1883.

39 Santena, «Gazzetta del Popolo», 17 giugno 1883; FCCS, Fondo Famiglia Alfieri, CM 1819, Commemorazioni, lettera di Giovanni Panico a Giuseppe Sachis, 31 maggio 1882; lettera di Giovanni Panico a Giuseppe Sachis, 5 giugno 1883.

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nella popolazione e dando inizio al mito postumo, destinato ad avere una grande fortuna(40). Avvenuta in un’Italia ormai diversa da quella del 1861, la morte di Garibaldi, autentico mito vivente, trovò terreno fertile per la diffusione di pratiche, rituali e celebrazioni legate alla «canonizzazione» laica del personaggio. Favorite senza dubbio dal governo, cerimonie funebri, pellegrinaggi e omaggi pubblici si susseguirono in tutta la nazione. Caprera sarebbe diventata presto fulcro della ritualità postuma insieme alle molte località che avevano fatto da sfondo alle imprese del generale, celebrato indistintamente in ogni area del Paese(41).

Il 1882 riportò quindi in primo piano l’immagine dell’Italia dolente che si recava in pellegrinaggio presso la tomba, vera o fittizia, del Grande e ridiede slancio alla retorica patriottica interessata a promuovere il culto degli eroi che avevano contribuito all’Unità. La ricezione della morte di Garibaldi alimentò nuovamente il discorso pubblico articolatosi intorno alla scomparsa degli altri padri della patria, legati alla sua figura per motivi diversi: da un lato Mazzini, col quale l’eroe aveva condiviso inizialmente la lotta per la redenzione del Paese grazie al moto di popolo, dall’altro Vittorio Emanuele, al cui servizio il condottiero aveva militato dando un contributo decisivo all’unificazione sotto l’egida della monarchia. Benché agli antipodi dal punto di vista politico-ideologico, l’Apostolo e il Re galantuomo trovavano in Garibaldi il punto di raccordo utile a conferire coesione alla eterogeneità dei profili biografici. Inoltre, entrambi erano in grado di mobilitare grandi folle in occasione delle ricorrenze luttuose. Lo dimostrano i pellegrinaggi a Staglieno, compiuti con continuità da ormai dieci anni, e le più recenti visite al Pantheon(42).

In questo quadro di esaltazione popolare risultava però assente Cavour. A fronte del trasporto manifestato per le altre figure cardine del Risorgimento, il ricordo di grandi mobilitazioni in onore del Tessitore risaliva ormai al decennio precedente, alle feste torinesi del 1873. Il contesto generale dunque poneva in risalto il disinteresse apparente per il primo ministro, relegato in posizione defilata, come se la sua morte fosse sopraggiunta in tutt’altra epoca. Fu così che il 6 giugno 1883, ricorrendo il ventiduesimo anniversario della scomparsa di Cavour, la «Gazzetta piemontese» tentò di riportare l’attenzione sul vuoto che si era creato attorno alla figura dello statista. Titolando l’articolo con un perentorio Cavour, il giornale denunciava indignato le condizioni in cui versava la memoria del conte. Appena celebrata la prima ricorrenza della morte di Garibaldi, il quotidiano sosteneva irritato che, giudicando dalle «semplici esteriorità», il popolo italiano avesse dimenticato Cavour. Invitata la nazione ad applicare il criterio di «giustizia» anche nel rendere il tributo di riconoscenza a tutti i grandi personaggi, l’anonimo del giornale notava infatti come a molti sfuggisse che a Santena giacesse la «salma non meno venerabile» di Cavour. Non si poneva in dubbio l’importanza di tutti e quattro i padri della patria che la Storia, di lì a breve, avrebbe consacrato elevandoli alle medesime altezze. La critica era però indirizzata a coloro che, promuovendo con ardore una figura a scapito delle altre, creavano gerarchie tra i grandi e spingevano verso l’oblio il meno popolare dei quattro, ovvero Cavour. Secondo la «Gazzetta piemontese», quindi, si creava una sorta di discrasia tra la grandezza oggettiva dello statista, che di anno in anno aumentava prendendo posto «nelle menti colte e nei cuori educati», ispirando un metodo di governo funzionale allo sviluppo

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40 L. Riall, Garibaldi, cit., p. 457.

41 Cfr. D. Mengozzi, La morte e l’immortale, cit., pp. 185-226; anche A. M. Banti, La memoria degli eroi, cit., pp. 655-659.

42 Cfr. i contributi in M. Isnenghi (a cura di) I luoghi della memoria, cit.: M. Ridolfi, Mazzini, pp. 15-21; U. Levra, Vittorio Emanuele II, pp. 47-64; M. Isnenghi, Garibaldi, pp. 32-33. In merito alle descrizioni dei pellegrinaggi al Pantheon del 1884, cfr. Il pellegrinaggio nazionale a Roma, «Gazzetta piemontese», 10, 11, 16, 19, 21 gennaio 1884; F. Albano, Cento anni di padri della patria, cit., pp. 104-111.

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«logico e naturale» della nazione, e il riconoscimento pubblico tributato dalla popolazione. Pertanto, rielaborata una celebre massima foscoliana, il giornale esortava gli italiani a studiare la vita e l’opera di Cavour: solamente in tal modo, infatti, si sarebbero tradotti in pratica gli insegnamenti lasciati in eredità. In quella mole di esempi virtuosi si sarebbe colta l’essenza della buona politica, dal cui orizzonte erano esclusi – non a caso – tutti gli elementi propri del movimento rivoluzionario al quale, invece, la popolazione sembrava rendere omaggio con maggiore enfasi:

Imparerete come quale debba essere la vita di un uomo pubblico che voglia rendere il suo paese grande e rispettato. Imparerete come la prima e più efficace politica consista nel buon senso, nel buon diritto, nello studio coscienzioso e disinteressato dei problemi politici e sociali, nella lealtà ed onestà. Imparerete a distinguere quello che è pratico da quello che è soltanto ideale, quello che è utile da quello che è soltanto bello e seducente. Imparerete a sfuggire le esagerazioni, a conoscere per tutte le cose la giusta misura […]. Imparerete, insomma, […], un indirizzo ed un metodo di politica, che si conciliano meravigliosamente colle idee più liberali, ma che intanto tolgono ad un paese di correre sempre e soltanto sulla disastrosa via dei continui esperimenti(43).

Concludendo la tirata polemica, il quotidiano pubblicava alcuni stralci epistolari desunti dalle più recenti edizioni di fonti cavouriane che, in virtù del contenuto altisonante, esplicitavano la statura morale e politica del personaggio. Ritornavano così, ancora una volta, i temi e gli episodi tradizionalmente impugnati dai moderati a dimostrazione dei loro assunti: la discussione in merito alla religione e al rapporto Stato-Chiesa, le considerazioni espresse durante il conflitto di Crimea e il Congresso di Parigi, il commento confidenziale rilasciato dopo l’accordo di Plombières(44). In assenza di manifestazioni popolari, ci si augurava quantomeno che, grazie alla conoscenza del suo pensiero, gli italiani trovassero ispirazione per una condotta politica di alto livello.

Ripreso da molti giornali piemontesi, l’articolo sembrò suscitare una vasta eco. Il tema, affrontato in modo così diretto, attirò gli interessi della stampa e di comuni cittadini. Ne sono una prova alcune lettere inviate da anonimi torinesi alla redazione della «Gazzetta piemontese», in seguito pubblicate. Tra queste spiccavano due lettere che restituivano l’impressione generale, senza dubbio poco felice. L’autore della prima dichiarava infatti lo stupore dinanzi all’indifferenza «in basso quanto in alto» per la «sacra memoria» di Cavour, trascurato anche a Torino che, pur rispettando la memoria, dimostrava di essere piuttosto tiepida nelle dimostrazioni di riconoscenza. Pertanto, l’anonimo ipotizzava un risultato ben diverso qualora Cavour fosse nato in un’altra città, come Milano, Genova o Roma, dove la sua tomba sarebbe diventata presto «l’Arca Santa, la Mecca» di tutti gli italiani fedeli alla monarchia costituzionale. Considerato il rapido decadimento nell’oblio, ci si domandava dunque quale sarebbe stato il destino dello statista negli anni a venire giungendo a evocare provocatoriamente l’immagine di un archeologo del futuro che, rinvenuta a distanza di secoli una targa commemorativa dedicata al Cavour benefattore d’asili infantili, avrebbe annunciato al mondo scientifico l’esistenza nel XIX secolo di un certo Cavour, «uomo benefico»(45). Senza dubbio – continuava l’anonimo – in tutto il Paese erano stati innalzati monumenti, scolpiti busti e incise lapidi; i festeggiamenti torinesi del 1873 erano stati imponenti; periodicamente venivano pubblicate nuove lettere e nuovi saggi per illustrare

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43 Cavour, «Gazzetta piemontese», 6 giugno 1883.

44 Ivi. Le lettere erano inviate da Cavour al marchese Villamarina, ad Alfonso La Marmora e Urbano Rattazzi.

45 Pro Cavour, ivi, 28 maggio 1884.

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la sapienza politica del conte; tuttavia, questi fatti non erano sufficienti ad attestare un reale sentimento di partecipazione:

Quello che manca è il ricordo vivo, il ricordo della coscienza popolare, il ricordo che ha salde radici nel cuore di una memore e grata nazione. I monumenti sono certamente una gran cosa, ma io farò osservare che hanno statue, archi di trionfo, obelischi e colonne anche i tiranni, e uomini che al loro simile non arrecarono che danni e lutti e sciagure; la dimostrazione della giustizia dei posteri è nell’oblio in cui lasciarono il loro nome(46).

Però, non tutto era perduto e l’anonimo individuava nel prossimo periodo un’occasione perfetta per riparare ai danni e rilanciare con enfasi la figura di Cavour sul piano nazionale. Si trattava dell’imminente Esposizione generale italiana che avrebbe avuto luogo a Torino nel 1884, da aprile a novembre(47). La ricorrenza del 6 giugno sarebbe caduta proprio nel pieno della manifestazione, offrendo agli organizzatori la possibilità di sfruttare l’arrivo in città di rappresentanze, industrie, comitati e visitatori da tutta Italia per organizzare un evento commemorativo di impatto importante. Si esortava quindi la cittadinanza a indire un grande «Pellegrinaggio nazionale alla tomba di Santena» che potesse ricordare al popolo i meriti di Cavour e l’attualità del suo esempio.

Dello stesso tenore era un’altra lettera anonima con cui si invitava il municipio a connotare in senso marcatamente patriottico l’Esposizione, rendendo finalmente Torino e Santena meta di pellegrinaggio da parte del popolo intero. Del resto – si affermava – l’ex capitale era stata privata della salma di Vittorio Emanuele: il sepolcro di Santena assumeva quindi un valore ulteriore poiché utile a riaffermare la centralità di Torino, fulcro del Risorgimento sabaudo di cui i torinesi dovevano essere fieri. Ogni omaggio al re corrispondeva a un omaggio al suo primo ministro, ma l’assunto valeva anche a parti invertite: leggendo tra le righe, «rialzare la memoria» di Cavour «nel cuore del popolo» significava anche riappropriarsi idealmente del corpo del sovrano, mantenendo il legame simbolico tra il re, la città della dinastia e la prima sede del governo costituzionale all’origine dell’ordinamento politico postunitario. Anche in questo caso emergeva la percezione di un rapporto stretto tra Vittorio Emanuele II e Cavour, ritenuti coppia indissolubile e quindi emblema composito del Risorgimento monarchico. Rimproverando alla città l’occasione mancata nel 1869, quando si era ipotizzata al contempo l’organizzazione di un’esposizione internazionale, l’inaugurazione del traforo del Frejus e lo scoprimento del monumento cavouriano, la lettera spronava quindi a inserire il ventitreesimo anniversario della morte di Cavour tra gli eventi principali della prossima manifestazione, compito questo che sarebbe spettato alla «coscienza popolare», ovvero ai circoli e alle associazioni cittadine(48). Considerata la mole di iniziative collaterali che l’evento avrebbe generato, si riteneva doveroso – se non addirittura scontato – impiegare parte degli sforzi anche per ridare lustro al sepolcro di Santena.

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46 Ibid.

47 In merito all’Esposizione, cfr. L. Aimone – F. B. Filippi, 1884. La nazione italiana al lavoro, in U. Levra – R. Roccia (a cura di), Le esposizioni torinesi 1805-1911, Archivio Storico della città di Torino, Torino 2003, pp. 79-109; anche S. Onger, Immaginare lo sviluppo: le esposizioni industriali nell’Italia dell’Ottocento, in M. L. Betri, Rileggere l’Ottocento, Risorgimento e nazione, Comitato di Torino dell’Istituto per lo Storia del Risorgimento italiano-Carocci, Torino 2010, pp. 457-472; per un contesto generale, cfr. A. C. T. Geppert – M. Baioni (a cura di), Esposizioni in Europa tra Otto e Novecento. Spazi, organizzazione, rappresentazioni, numero monografico di «Memoria e Ricerca» XII (2004), n. 3.

48 Cavour, «Gazzetta piemontese», 6 giugno 1883.

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L’anno dell’Esposizione giunse portando con sé anche la ricorrenza cavouriana. A distanza di qualche giorno dalla data, la «Gazzetta piemontese», ricordata ai lettori la polemica dell’anno precedente, riconosceva qualche modesto movimento a favore della commemorazione. Non si trattava ovviamente di «quel pellegrinaggio solenne e grandioso» che il giornale avrebbe desiderato; tuttavia, sembrava che «qualche cosa» si volesse fare. I toni moderatamente soddisfatti del giornale non si riferivano in realtà a una manifestazione inedita, bensì al solito pellegrinaggio organizzato da Calandrelli, il quale colse l’occasione per incrementare il numero di visitatori al sepolcro di Santena. Nel concreto, si ripropose l’edizione del 1881 con l’estensione dell’invito a tutte le società e ai circoli, liberali e popolari, desiderosi di partecipare alla commemorazione, a cui si aggiungevano alcune rappresentanze arrivate in città per visitare l’Esposizione. Degno di nota fu però un dato che dimostrò la volontà da parte degli organizzatori di dare un seguito alle manifestazioni patriottiche presso la tomba di Cavour, ovvero il cambio di denominazione del comitato di Calandrelli in Comitato permanente per le onoranze funebri di Camillo Benso di Cavour. Adempiuto il suo compito in occasione del ventesimo anniversario con la realizzazione della corona marmorea, il direttivo s’incaricò, in un momento non meglio precisato, di organizzare le celebrazioni cavouriane comunicando il programma alla cittadinanza. Concepito al fine di evitare il periodo di oblio che aveva contraddistinto gli anni recenti, il Comitato avrebbe dunque tentato di mantenere vivo il ricordo almeno in occasione delle ricorrenze funebri.

Considerata la pressoché nulla affluenza degli ultimi due anni, il pellegrinaggio dell’8 giugno 1884 vide un rinnovato interesse da parte della cittadinanza che partecipò aderendo agli inviti distribuiti ed elargiti dal presidente anche per mezzo della stampa(49). Come nel 1881, la maggior parte delle società afferiva al mondo militare e operaio, a cui si erano aggiunti alcuni rappresentanti del Circolo monarchico liberale universitario della città. Non si ha modo di conoscere il numero dei pellegrini; tuttavia, stando alle fonti, il livello di partecipazione non dovette superare quello del ventesimo anniversario. Considerato il contesto dell’Esposizione, la risonanza dell’evento fu comunque maggiore come dimostrarono, infatti, le delegazioni istituzionali giunte dalle altre aree del Paese: tra queste, il professore Mazzanti, rappresentante del sindaco di Roma, l’ispettore del Corpo del genio civile delegato del Ministero dei Lavori pubblici all’Esposizione, l’artista romano Dante Paolocci, un rappresentante dell’Associazione costituzionale di Reggio Emilia e un giornalista de «L’Italia Centrale». Significativamente, però, non vi fu una partecipazione diretta del municipio di Torino, impegnato dalla mole di attività legate all’Esposizione, che assicurò il proprio futuro contributo in occasione del venticinquesimo anniversario della morte, nel 1886(50).

Conformemente al programma già sperimentato, il pellegrinaggio si svolse con il viaggio in treno fino a Cambiano e la camminata in direzione di Santena, dove al corteo si aggiunsero le società operaie locali. Presso il sepolcro avvenne la cerimonia commemorativa in presenza di Sachis, rappresentante dei coniugi Alfieri-Cavour. In tale occasione, il Comitato si limitò a deporre una corona di fiori; dopo i consueti concisi discorsi, parlò anche il romano Mazzanti che esaltò il rapporto tra Cavour e Roma, sottolineando la lungimiranza dello statista nel proclamare la liberazione della città e rammentando l’inizio dei lavori per la statua cavouriana commissionata dal municipio capitolino. Presso la tomba venne collocato quindi l’omaggio più solenne, la corona metallica realizzata a Torino e donata dal municipio di Roma, seguita dalla corona

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49 La circolare diffusa dal Comitato di Calandrelli è riprodotta in «Gazzetta piemontese», 28 maggio 1883.

50 ASCT, Gabinetto del sindaco, Miscellanea, 1880-1884, c. 90, Onoranze a Camillo Cavour. Pellegrinaggio alla tomba, lettera di Leopoldo Calandrelli al sindaco di Torino, 28 giugno 1884; minuta del sindaco di Torino a Leopoldo Calandrelli, 3 giugno 1884.

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floreale inviata dal generale Biscaretti di Ruffia e un mazzo di fiori consegnato da parte del Comitato. Alla cerimonia non seguì più il banchetto: consumato un rinfresco nel parco del castello, i pellegrini visitarono le modeste stanze abitate da Cavour e conclusero relativamente presto la commemorazione con il ritorno in tarda mattinata alla stazione ferroviaria(51).

Che l’anno 1884 avesse contribuito a portare qualche visitatore in più a Santena fu evidente anche in un’altra occasione. Il consueto pellegrinaggio “parallelo” compiuto dalla Società dei Reduci della Crimea – tenutosi il 17 agosto – vide infatti l’adesione delle società «consorelle» di Milano e Genova. Anche in questo caso i numeri dei presenti non dovettero essere esorbitanti, considerato peraltro il carattere privato della commemorazione. Tuttavia, l’evento diede risalto alla cerimonia patrocinata dai circoli militari, legati al Regio esercito e alla monarchia, che celebravano in particolare il Cavour promotore delle imprese belliche. A tal proposito è illuminante il discorso di Camillo Castellini, esponente dell’associazione genovese che accese gli animi dei presenti rievocando il giorno della morte del «figliuol primogenito della Patria», del «padre Diletto». In questa peculiare declinazione del mito cavouriano, il tributo al ministro proveniva da coloro che, in tempi non sospetti, avevano dato inizio all’epopea del riscatto italiano adempiendo ai voti di un ministro lungimirante:

Ricevi il rispettoso, l’affettuoso omaggio di questi antichi Campioni di quella memorabil guerra d’Oriente, che, con profetico pensiero, hai voluto si combattesse; imperocché le tue profonde vedute di eminente Statista ti avevano chiarito, ciò che andavi esclamando agli amici: doversi l’indipendenza d’Italia conquistare in Crimea. […] [Inchiniamoci] dinanzi a questa sua non tomba, ma Ara, a questa Ara onorata e sacra del sommo Unificatore italiano e spargiamola di fiori votivi. Son mute, è vero, le ceneri di Camillo di Cavour: ma il nome di Lui è segnato nel libro della immortalità, in quel libro “dove sillaba mai non si cancella”; son mute, sì, le ceneri, ma parla lo Spirito, cui il mondo intiero non può contenere; quello Spirito, il quale, aliando or forse a noi dintorno, gode e s’allegra del riverente omaggio di questi vecchi soldati che appartengono a una generazione che passa; vespertini crepuscoli, ma crepuscoli infuocati d’un giorno splendido di sole, di libertà, di vita(52).

Sullo stesso piano si ponevano le parole della deputazione milanese che dipingeva l’immagine di un Cavour che «torreggiava» anche tra i giganti del Risorgimento. Pervasa da un sentimento di nostalgia per il passato eroico, la cerimonia dei Reduci della Crimea celebrava l’epopea del Risorgimento soffermandosi in particolare su uno degli episodi funzionali a esaltare il defunto e, allo stesso tempo, celebrare l’apporto del singolo alla causa nazionale(53). Prendendo implicitamente le distanze dal pellegrinaggio «popolare» promosso dal Comitato di Calandrelli, gli ex militari coltivavano una sorta di memoria interna alla propria società, tenendo vivo il ricordo di Cavour, declinato in una delle sue molteplici sfaccettature.

3.2 Cavour, i padri della patria e l’Esposizione di Torino

Santena non fu l’unico luogo simbolico a promuovere la figura di Cavour. Come noto, anche l’Esposizione riservò uno spazio dedicato alle glorie della storia italiana recente, il celebre Padiglione del Risorgimento. Nella struttura temporanea costruita per

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51 Sulla tomba di Cavour, «Gazzetta piemontese», 9 giugno 1884.

52 FCCS, Fondo Famiglia Alfieri, CM 1819, Commemorazioni, minuta del discorso pronunciato da Camillo Castellini; un riferimento al discorso anche nella lettera del presidente della Società dei Reduci genovese, Paolo Gherardi, a Giuseppe Sachis, 26 settembre 1884.

53 Ivi, minuta del discorso pronunciato dal rappresentante della Società dei Reduci di Milano.

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raccogliere cimeli, reliquie, immagini e oggetti ritenuti utili alla pedagogia patriottica della cittadinanza figurò anche Cavour, inserito nella messe di personaggi che affollavano un percorso espositivo ricco di suggestioni. La mostra attestava di fatto la costituzione di un pantheon risorgimentale composito, espressione dei diversi movimenti che avevano portato all’Unità d’Italia, intesa come punto d’arrivo di tutte le tradizioni patriottiche. Cavour diveniva quindi parte della cosiddetta retorica «conciliatorista» ai suoi albori, mirata a rappresentare una visione pacificata del Risorgimento in cui risultavano appianati i contrasti, le rivalità e le tensioni tra le diverse culture politiche che avevano animato il processo. Con l’edificazione del Tempio si poté dunque assistere all’esplicito accostamento non solo dei movimenti politici, ma anche dei grandi nomi che avevano contribuito al risultato finale: primi tra tutti, Vittorio Emanuele II, Garibaldi, Cavour e Mazzini(54). Ne era prova evidente il discorso inaugurale tenuto da Tommaso Villa, la mente organizzatrice delle esposizioni torinesi, che sancì di fatto la nuova stagione retorico-commemorativa(55).

D’altronde, il processo di graduale avvicinamento reciproco dei «padri della patria» aveva mosso i primi passi proprio all’inizio degli anni Ottanta. Scomparso Garibaldi nel 1882, l’ultimo grande protagonista della stagione risorgimentale, la definizione del canone conciliatorista poté essere ulteriormente articolata. Tuttavia, il grado di compatibilità variava ovviamente a seconda degli ideali incarnati dai personaggi. Come è già stato possibile rilevare, negli anni successivi alla morte Cavour era stato accostato alla figura di Vittorio Emanuele in quanto ministro del governo regio e quindi «emanazione» costituzionale del sovrano. Attestato già da tempo, il binomio re-presidente del Consiglio aveva alle spalle una tradizione consolidata che, rappresentando l’idillio tra dinastia e organi costituzionali, sorvolava di fatto sui noti contrasti tra Cavour e Vittorio Emanuele(56). È significativo notare però come, in seguito alla morte del re, l’epiteto di «padre della patria» saltuariamente attribuito a Cavour fosse divenuto titolo esclusivo del sovrano, risultato della mitizzazione promossa dal governo(57). Più problematico si presentava invece il rapporto con Garibaldi, un personaggio che, seppur convertito alla monarchia, era espressione del movimento volontaristico complementare all’azione governativa di Cavour. Nell’eroe di Caprera infatti si potevano cogliere tutti gli elementi che la compagine anti-moderata non riscontrava nel defunto presidente del Consiglio: la spontaneità del sentimento, il coraggio, lo spirito di sacrificio, il carisma del leader, l’impulsività, lo spirito umanitario. Il ricordo dell’atteggiamento ambiguo nei confronti della spedizione in Sicilia, l’accusa di presunto opportunismo unito alla pratica di una diplomazia poco limpida rivolta a Cavour, intento a contenere le irruenze del generale sfruttandone però le doti, gravava sulla reputazione del ministro. Inoltre, erano assai note le tensioni tra i due personaggi, culminate nel celebre scontro alla Camera del 18 aprile 1861. Nel concreto, erano molti gli elementi di incompatibilità tra i due personaggi. Tuttavia, la retorica patriottica non aveva tardato ad avvicinare Cavour e Garibaldi, proponendo già negli anni Sessanta un inedito accostamento che trovava il punto di forza proprio nella complementarità delle due figure. Il dato è rilevabile, in particolare, per quanto concerne le manifestazioni “verbali” di questo processo. Si vedano a tal proposito i discorsi celebrativi pronunciati da esponenti del mondo liberal-moderato in occasione di

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54 Sul tema dell’esposizione, cfr. U. Levra, Dalla città «decapitalizzata» alla città del Novecento, cit., pp. XCIX-CII; alcuni riferimenti in F. Albano, Cento anni di padri della patria, cit., pp. 108-109.

55 M. Baioni, Vedere per credere, cit., pp. 20-21; in merito a Tommaso Villa e al suo operato di lungo corso, cfr. S. Montaldo, Patria e affari. Tommaso Villa e la costruzione del consenso, cit.

56 A. Viarengo, Vittorio Emanuele II, cit., pp. 143-161.

57 Sull’affermazione dell’epiteto in riferimento al sovrano dopo la morte, U. Levra, Vittorio Emanuele II, cit., p. 54.

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feste e ricorrenze: da un lato si poneva il sommo Statista, la «penna», la mente che tutto prevede e tesse la tela diplomatica, frenando le esuberanze dei partiti e guidando il processo graduale di unificazione; dall’altro il Generale, la «spada», il braccio armato del ministero che, cavalcando la rivoluzione, completa l’opera laddove le istituzioni non avevano potuto conseguire risultati(58). Occorre notare, comunque, come il rapporto di parità tra i due personaggi non fosse stato sempre promosso dal mondo moderato, propenso talvolta a rappresentare Garibaldi come elemento subordinato a Cavour in quanto eroe «indisciplinato» ricondotto sulla via della razionalità(59).

Il compito più difficile consisteva però nell’avvicinare Mazzini al Tessitore. Collocato politicamente agli antipodi, l’Apostolo dell’Unità non offriva in apparenza nessun tratto compatibile con il profilo di Cavour. Repubblicano, esule, sostenitore a oltranza dell’elemento insurrezionale, profondamente antipapale, vissuto in clandestinità fino alla morte, Mazzini era l’anti-Cavour per eccellenza, un personaggio nei cui confronti il governo di Torino aveva pure spiccato un mandato di cattura e la condanna a morte. Al contrario di Cavour, esaltato dalle istituzioni ma di fatto recepito in misura marginale dalla popolazione, il patriota genovese, bandito a lungo dalla retorica ufficiale del regno unitario, godeva di fortuna decisamente maggiore tra il popolo. In quanto profeta utopista di un’Italia alternativa e irrealizzabile, circondato dall’aurea malinconica propria dello sconfitto, Mazzini viveva di una memoria del tutto differente. In assenza totale di elementi comuni tra le due figure, l’unico dato utile a promuovere l’accostamento sembrava proprio il carattere di alterità, l’opposizione tra gli estremi, la divergenza di ideali e di metodo dietro cui cogliere l’esistenza del medesimo fine(60).

Come anticipato, alcuni esempi che attestano la nascente prospettiva conciliatorista si erano riscontrati in seguito alla morte di Garibaldi. Si pensi alle epigrafi commissionate dal comune di Tivoli nel 1883 dedicate ai quattro padri della patria. Esposte nella sala principale del municipio, le iscrizioni esaltarono le figure di spicco celebrando le doti del singolo personaggio, impiegate al servizio del Paese. Se dunque Vittorio Emanuele II era il «padre della patria» che aveva anteposto l’onore della nazione alla propria vita, Garibaldi «l’eroico difensore» del popolo oppresso e Mazzini l’«inspiratore» di sublimi pensieri, Cavour diveniva colui che aveva saputo impugnare dinanzi all’Europa «i contrastati diritti d’Italia» e guidare la patria al trionfo(61). A fianco del prestigio della dinastia, dell’ardore militare e della forza del pensiero emergeva dunque l’ormai consolidata fama di Cavour fine diplomatico, al quale non era mancato il coraggio di parlare apertamente delle condizioni drammatiche del proprio paese vessato dallo straniero.

Simili concezioni si possono cogliere in occasione dello scoprimento di una lapide a Cavour, inaugurata il 30 settembre 1883 a San Giorgio di Piano, presso Bologna. L’iscrizione fu commissionata dopo lo scoprimento delle lapidi dedicate a Vittorio Emanuele e Garibaldi, fatto che evidenzia come, sull’onda delle sensazioni suscitate dalla morte del re e del generale, si fosse rinnovato un certo interesse per la figura dello

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58 Cfr. ad esempio, le parole di P. E. Imbriani in occasione dei funerali napoletani dello statista, Onori funebri resi dalla gioventù napolitana, cit., pp. 11-12.

59 Il dato si rileva a partire dai discorsi funebri in onore di Cavour; cfr. Solenni funerali… in S. Petronio, cit.; G. A. Primavesi, Elogio funebre…Dizzasco Valle Intelvi, cit., p. 12; in ogni caso, la ricomposizione dei contrasti era già stata promossa in passato: cfr. le lezioni napoletane di Francesco De Sanctis, nelle quali si sottolineava il punto di incontro tra il «genio di Cavour» e il «patriottismo» di Garibaldi. F. Della Peruta, Il mito del Risorgimento, cit., p. 57.

60 M. Ridolfi, Mazzini, cit. Sulla marginalizzazione di Mazzini all’interno del paradigma ufficiale, M. Baioni, La “religione della patria”, cit., pp. 26-27.

61 Per omaggio a Vittorio Emanuele II, Giuseppe Garibaldi, Camillo Benso di Cavour, Giuseppe Mazzini. Epigrafi poste nella sala maggiore della residenza municipale di Tivoli, Tip. Fratelli Pallotta, Roma 1883.

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statista anche là dove questo non si era mai manifestato. In tale contesto, la cerimonia in onore di Cavour, esaltato nella sua individualità, diventava quindi un omaggio tributato a tutti e tre i personaggi, dei quali si metteva in rilievo la consonanza di idee. Il valore dell’accostamento era evidenziato dalle parole con cui l’oratore Sisto Franchi, illustrata la vita di Cavour all’uditorio, rendeva onore alla collaborazione tra il ministro e il condottiero. I meriti dell’uno infatti contribuivano alla gloria dell’altro:

L’unità d’Italia, fuor della Venezia e di Roma, fu ben presto compiuta, coll’aiuto potente di Garibaldi, dell’eroe dei due mondi. Però, è bene ricordarlo, Camillo Benso di Cavour protesse la leggendaria spedizione dei mille di Marsala. Ciò non toglie nulla all’aureola che circonda il capo del gran guerriero, ed aggiunge una gemma a quella del gran ministro(62).

Insieme al sovrano e al generale, lo statista formava in tal modo una triade indissolubile che il trascorrere del tempo non avrebbe mai scalfito:

Per Camillo Benso di Cavour, come per Vittorio Emanuele II, come per Garibaldi, l’oblio non è possibile. Queste tre eroiche figure grandeggiano titaniche nella storia dell’umanità, né v’è forza di tempo che basti a cancellarne i profili. La rivoluzione italiana segna un’epoca indelebile, un’epoca da cui non ponno [sic] disgiungersi i nomi di tre grandi genii. Né la gloria dell’uno offusca quella dell’altro. Ma lo splendore di tutti e tre si sposa in una luce sola, in una luce inestinguibile che rischiarerà sempre la via della risorta Italia(63).

Riflessi di tale costruzione retorica si manifestavano in occasione di altre cerimonie pubbliche. A titolo d’esempio, il Comune di Murano nel 1884 celebrò l’inaugurazione dei busti di Cavour e Garibaldi, collocandoli a fianco del ricordo marmoreo del sovrano. Nella celebrazione congiunta di re, ministro e generale le rispettive biografie si intrecciavano, esaltandosi reciprocamente ed esplicitando l’apporto fondamentale dell’uno nei confronti degli altri. Anche in questo caso, a Cavour spettava la «stoffa» dello statista e del diplomatico che pianifica l’impresa. Un’impresa sublime che, necessitando però di alte intelligenze perché potesse concretizzarsi, aveva trovato nel re e nel generale i giganti in grado di intenderla e darle completa esecuzione(64). Indicato – per l’ennesima volta – come la virtuosa «personificazione dell’aristocrazia» che rappresentava lo spirito di conservazione e il progresso graduale della società(65), Cavour diveniva a tutti gli effetti il punto di equilibrio tra la componente rivoluzionaria e le istanze della tradizione moderata proprio perché collocato tra le loro espressioni più solenni, Garibaldi e Vittorio Emanuele.

A fianco dei singoli personaggi si collocavano però anche eventi ed episodi del Risorgimento, la cui ricorrenza induceva sovente l’esaltazione della figura ritenuta «più prossima» alla vicenda commemorata. Fu questo il caso milanese del giugno 1884, quando il capoluogo lombardo festeggiò il venticinquesimo anniversario della liberazione degli austriaci rendendo onore a Cavour l’8 giugno. All’interno del denso programma di celebrazioni figurarono infatti la deposizione di una corona di bronzo ai piedi del monumento cavouriano e la successiva conferenza tenuta presso il teatro Castelli da Romualdo Bonfadini, eventi organizzati dal Circolo Popolare a seguito

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62 Commemorazione di Camillo Benso di Cavour. Discorso di Sisto Franchi, Zanichelli, Bologna 1883, p. 16.

63 Ivi, pp. 20-21.

64 Inaugurandosi il II giugno MDCCCLXXIV in Murano accanto a quello di re Vittorio Emanuele II i monumentali ricordi di Cavour e Garibaldi, Tipografia Istituto Coletti, Venezia 1884, p. 15.

65 Ivi, pp. 18-19.

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dell’inaugurazione di una lapide dedicata a Vittorio Emanuele sulla facciata del palazzo Busca-Sola(66). La circostanza dell’anniversario collocava chiaramente Cavour nell’alveo del Risorgimento monarchico e militare legato alla campagna del ’59, sottolineando il consolidato binomio sovrano-ministro e attribuendo di fatto al re il coraggio del condottiero in battaglia, al presidente del Consiglio la mente del pianificatore lungimirante. A corroborare questa lettura contribuiva anche il «Corriere della Sera» che, in data 6 giugno, celebrava l’anniversario cavouriano esplicitando – alla luce delle più recenti pubblicazioni di lettere – il ruolo assunto dallo statista nel 1859(67). Associato alle altre figure e agli eventi cardine del processo unitario, Cavour entrava pertanto nel circuito della memoria pubblica collettiva nella veste di collaboratore fondamentale alla riscossa nazionale, benché il margine di autonomia riconosciutogli non sembrasse permettere una sua elevazione a protagonista delle vicende che lo avevano visto responsabile principale.

L’Esposizione

Inserito nel contesto, il Tempio del Risorgimento traduceva tali costruzioni retoriche proponendo una visione complessiva del processo risorgimentale. A fronte di un numero piuttosto elevato di opere, cimeli ed oggetti relativi a vari episodi e provenienti da contesti politici eterogenei, la presenza di Cavour non risulta però molto significativa. Si avrà occasione di parlare più avanti della presenza “museale” del Tessitore all’interno di mostre ed esposizioni; tuttavia, una rassegna degli oggetti offerti alla vista del pubblico nel 1884 consente di valutare in prima battuta il fenomeno ed esprimere alcune considerazioni. I cataloghi e le descrizioni del materiale distribuito nella sale restituiscono infatti il dato quantitativo inerente alla messa in mostra di oggetti legati alla vita, all’opera e agli eventi legati in qualche modo all’azione politica del Tessitore. Pertanto, la panoramica del patrimonio cavouriano si rivela utile anche per il significato, evidente o implicito, della sua esposizione.

All’ingresso del Tempio la concezione conciliatorista trovava la sua estrinsecazione nello schieramento di statue, busti e immagini raffiguranti i personaggi più importanti. Accanto alla statua imponente di Vittorio Emanuele figurava quella più modesta di Cavour insieme alle effigi di Garibaldi, Mazzini e Manin, a loro volta circondate dai busti di patrioti ritenuti gerarchicamente minori. L’accostamento stesso dei personaggi invitava il visitatore del padiglione a soffermarsi sul rapporto che legava talvolta individui del tutto diversi: era questo il caso di Cavour. Come notava un cronista, non vi era nulla di più stridente del posizionamento di Mazzini di fronte a Cavour, «due menti e due fortune» di segno opposto, nelle quali si coglieva il contrasto – destinato a grande fortuna – tra lo sconfitto e il vincitore, ovvero tra «i dolori dell’apostolato» e «le soddisfazioni della riuscita». Realizzata da un autore non meglio precisato, l’opera traduceva visivamente l’immagine del Tessitore che si apprestava «con la penna in mano ad una nota diplomatica per ingarbugliare i gabinetti d’Europa e districare l’Italia»(68).

Conformemente alla prassi espositiva dell’epoca, impostata sulla presentazione per accumulo dei cimeli in vetrina, la presenza intermittente di Cavour si rilevava con il passaggio alle sale successive. Proseguendo la visita, infatti, era possibile ammirare una

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66 «Corriere della Sera», 21 maggio 1884; 29 maggio 1884; 30-31 maggio 1884; 5 giugno 1884, 9-10 giugno 1884.

67 Camillo Cavour (1859), ivi, 6 giugno 1884.

68 L’Esposizione italiana del 1884 in Torino illustrata, Edoardo Sonzogno Editore, Milano 1884, dispensa 33, Nel Tempio del Risorgimento italiano, cit., pp. 259; cfr. anche G. Tempia, Guida al visitatore del tempio del Risorgimento italiano, G.B. Pennini, Torino 1884.

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serie di indumenti e oggetti appartenuti al conte, annoverati sotto la dicitura Suoi ricordi, come l’uniforme da ministro plenipotenziario indossata al Congresso di Parigi, un berretto in panno nero con visiera in cuoio e distintivi ministeriali, due feluche piumate da diplomatico, un fazzoletto in tela di lino bianco usato poco prima di morire, il gran cordone dell’ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, il gran cordone della Legion d’Onore, una spada cerimoniale a due tagli riccamente decorata, un campanello in bronzo e un tagliacarte in avorio presi dal suo scrittoio al momento della morte(69). A questi cimeli facevano poi idealmente corona due reliquie: l’originale maschera funebre in gesso, realizzata al defunto appena spirato (concessa dal Museo Civico di Torino) e «l’ultima pezzuola» usata dal ministro moribondo(70). Il lascito intellettuale e politico era testimoniato dall’edizione completa dei Discorsi parlamentari, prestata dal deputato Chiaves e esposta nella biblioteca del padiglione a fianco delle opere politiche di d’Azeglio, Balbo, Gioberti, Cibrario e Carlo Ilarione Pettiti(71). L’apparato iconografico era completato da un ritratto ad olio che Cavour aveva collocato nella propria camera da letto (donato in seguito alla morte del conte al suo maestro di casa e da questi all’ispettore delle poste di Torino), due ritratti incisi (di dimensioni e autori non specificati), un modello in gesso della statua realizzata da Della Vedova per la Borsa di Genova e le fotografie dei monumenti cavouriani di Ancona e Novara(72). Dell’enorme complesso di carte e documenti – ovvero l’eredità materiale più ampia a disposizione dei posteri – figurava solamente un esemplare, il cui valore simbolico era però indubbio, poiché si trattava dell’ordine del giorno, firmato da Cavour, con cui il primo Parlamento italiano proclamò Roma capitale(73). A conclusione della panoramica occorre citare il medagliere, frutto dei prestiti da parte di istituti e di privati, al cui interno l’effige cavouriana si rivela piuttosto ricorrente: raffigurata singolarmente o accostata ad altri personaggi, l’immagine del conte è attestata in una ventina di medaglie. Alcune, dedicate al primo ministro in vita, provavano l’ammirazione da parte della popolazione italiana in tempi preunitari; altre, più numerose, celebravano il conte insieme al sovrano, a La Marmora e a Garibaldi(74). In alcune vetrine erano esposti anche i punzoni originali coi quali furono coniate le medaglie.

Alla luce della rassegna proposta, la figura del Tessitore sembrerebbe aver occupato, se non una posizione marginale, almeno un rilievo contenuto all’interno del Padiglione. Considerata la volontà, da parte degli organizzatori, di esaltare il Risorgimento nella sua complessa eterogeneità, il percorso espositivo privilegiò la conciliazione della componente monarchica, sulla quale Cavour – come detto – risultava spesso schiacciato o in cui era incluso implicitamente, con la tradizione democratica recuperata, esplicitata dalla presenza cospicua di cimeli di varia provenienza(75). In tale contesto, era onnipresente invece Garibaldi, il cui nome ricorreva in ogni genere di cimelio esposto, decretando di fatto la popolarità indiscussa dell’eroe di Caprera. D’altronde, occorre riconoscere che il repertorio a cui i moderati potevano attingere per esaltare la figura di Cavour era piuttosto modesto: benché significative dal punto di vista storico, le reliquie esposte si dimostravano difficilmente spendibili sul piano della popolarità e non reggevano il confronto con le reliquie dei martiri, dei volontari, dei caduti. Non stupisce d’altronde il ricorso pressoché nullo agli autografi cavouriani, posti sotto chiave presso

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69 Catalogo degli oggetti esposti nel Padiglione del Risorgimento italiano, II. Oggetti, Dumolard, Milano 1888, pp. 203-205; cfr. i riferimenti in S. Cavicchioli, I cimeli della patria, cit., p. 168.

70 Ivi, p. 198; La mostra del Risorgimento italiano a Torino, «Gazzetta del Popolo», 3 e 18 maggio 1884.

71 Catalogo degli oggetti e documenti raccolti dalla Commissione Municipale di Torino ed esposti Padiglione del Risorgimento Italiano, Tipografia Eredi Botta, Torino 1884.

72 Ivi, vol. II, Ricordi patriottici dal 1850 al 1855, pp. 203-205.

73 Ivi, Il Risorgimento italiano all’Esposizione I, p. 182.

74 Ivi, Medagliere, pp. 143, 145-146, 154-155, 157, 177, 223-224, 320-321, 337-339, 344, 360, 364, 370.

75 M. Baioni, Vedere per credere, cit., pp. 26-27; S. Montaldo, Celebrare il Risorgimento, cit., p. 92.

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il Regio Archivio di Torino, che avrebbero costituito senza dubbio il nucleo di oggetti più rilevanti, benché di scarso effetto emotivo. Stando alle fonti disponibili, non sembra esserci stato particolare concorso alla fornitura dei cimeli cavouriani da parte della famiglia Alfieri-Cavour la quale, a padiglione già allestito, si sarebbe limitata a chiedere l’aggiunta di una medaglia(76). Per quanto importante sul piano istituzionale, anche dal punto di vista espositivo l’immagine del Tessitore faticava a riscuotere successo.

In preparazione dell’anniversario

La morte di Garibaldi rappresentò uno spartiacque all’interno della stagione celebrativa del Risorgimento. Sull’onda del rinnovato fervore patriottico, la commemorazione dei grandi aveva preso nuovo slancio e, grazie alle iniziative organizzate a seguito della morte del sovrano e del generale nizzardo, anche la figura di Cavour sembrò guadagnare un interesse marcato. Nell’anno 1885, infatti, il tributo allo statista si manifestò in occasioni più numerose rispetto al passato, anche al di fuori del Piemonte, offrendo talvolta spunti per una riflessione sulle condizioni attuali del paese e il suo rapporto con il Gran ministro.

In alcuni casi la scelta della data per rendere omaggio a Cavour cadde sul 14 marzo, genetliaco di Vittorio Emanuele, dato che confermava il duraturo legame tra il re e il suo ministro, ritenuti espressione dell’istituzione monarchica e pertanto associati anche quando la ricorrenza avrebbe dovuto coinvolgere una delle due figure. In tale ricorrenza, infatti, una rappresentanza del municipio di Roma posò la prima pietra del monumento cavouriano alla presenza della coppia reale. Compiaciuto dall’evento, il Circolo Romano di Torino organizzò una dimostrazione patriottica proponendo a tutti i soci e ai romani residenti nel capoluogo piemontese un pellegrinaggio alla basilica di Superga, tenutosi lo stesso 14 marzo, per deporre una corona di fiori sulla tomba di Carlo Alberto; il giorno successivo, la deputazione si recò a Santena per omaggiare in modo analogo Cavour(77). Ancora una volta, lo statista e il re martire, distanti in vita, si trovavano a condividere lo stesso spazio celebrativo in ossequio alla retorica che li voleva l’uno la prosecuzione ideale dell’altro.

Al di là dei gesti simbolici, esauritisi a volte in cerimonie modeste con ricadute limitate sulla mobilitazione dei partecipanti, vi erano occasioni utili ad articolare considerazioni più profonde. Nello stesso giorno anche l’Associazione Liberale Universitaria Vittorio Emanuele II di Pisa si prodigò affinché la ricorrenza dinastica fosse celebrata con solennità invitando Bonghi a pronunciare un discorso su Cavour. Restìo a parlare pubblicamente in occasione degli anniversari, il deputato napoletano si era lasciato convincere a partecipare dopo molte insistenze, conferendo così alla manifestazione grande rilevanza. Tenutosi presso il Teatro Ernesto Rossi della città toscana, l’evento raccolse molto pubblico. Alla presenza di tutte le autorità civili e militari locali, dei deputati della provincia e di alcuni senatori, Bonghi parlò dal palco pronunciando un discorso intitolato Il conte di Cavour e il concetto della libertà. Poiché inserita in un contesto associativo monarchico e liberale, la commemorazione privilegiò nettamente la connotazione moderata del personaggio, accantonando la retorica conciliatrice in via di affermazione. Dedicata ad affrontare il rapporto tra lo statista e la sua personale lettura della libertà, la conferenza mise in luce l’esempio di Cavour presentandolo come modello edificante per la gioventù assiepata nel teatro, desiderosa di apprendere gli insegnamenti del defunto ministro. Si auspicava quindi l’imitazione diretta da parte delle nuove generazioni, invitate a riconoscere la superiorità di Cavour

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76 FCCS, Fondo Famiglia Alfieri, CM 1819, Commemorazioni 1886, lettera della Segreteria della nobil casa Alfieri di Sostegno a Giuseppe Sachis, 2 giugno 1884.

77 Sulle tombe di Carlo Alberto e di Cavour, «Gazzetta piemontese», 12 marzo 1885.

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rispetto ai suoi contemporanei in quanto unico ad aver seminato nella patria tutti i «germi buoni» che ancora lasciavano sperare un miglioramento delle condizioni attuali del Paese(78). L’accento posto sulla libertà permise all’oratore di rammentare alcuni capisaldi del mito cavouriano, quale l’amore indiscriminato del conte per la libertà dimostrato fin dalla giovinezza, la fiducia in tale concetto «inteso come uno sviluppo e non come una rottura» della tradizione, l’idea di una sua applicazione coscienziosa in ogni ambito.

Dal discorso appassionato di Bonghi trapelava però un sentimento di inquietudine, venato di pessimismo, che si rivela sintomo del cambiamento dei tempi. Conclusa la stagione eroica del Risorgimento, la «prosa» non aveva ancora riservato grandi soddisfazioni, le aspettative iniziali erano state presto ridimensionate. La mediocrità della classe politica suscitava pertanto timori dinanzi all’avanzare della questione sociale e Bonghi, intravedendo il ritorno delle sette e delle cospirazioni, guardava con apprensione al futuro, sul quale incombeva la lotta di classe. Di conseguenza, evidenziato il valore attuale del concetto incarnato da Cavour, si invitavano le nuove generazioni a non fraintendere le implicazioni della libertà e a comprendere l’inopportunità dell’uguaglianza sociale, invocata a gran voce dalle classi inferiori. Sensibile all’educazione dei giovani liberali, Bonghi esortava a resistere alle seduzioni delle presunte «scuole socialistiche» e indicava nello statista il faro di riferimento in quella fase storica. La bussola utile a indicare la via d’uscita era infatti l’«approssimazione indefinita» promossa da Cavour, ovvero il conseguimento graduale, passo dopo passo, senza scossoni, degli obiettivi. Constatata l’assenza di grandi nomi negli ultimi vent’anni, alle nuove generazioni sarebbe stato il compito di fornire personalità degne dell’esempio di Cavour(79).

Altrove, la mobilitazione di studenti e cittadini si manifestò anche in occasione della ricorrenza del 6 giugno 1885, quando fu la città di Pavia a rendere omaggio allo statista. Per l’occasione fu chiamato a tenere una conferenza Carlo Nasi, avvocato di Torino che presso il teatro Guidi parlò all’uditorio toccando temi simili a quelli trattati da Bonghi. A prova dell’instabilità politico-sociale percepita con apprensione da parte dei moderati, l’intervento sottolineò l’importanza del principio monarchico, baluardo contro il falso patriottismo, attorno al quale si invitava il Paese a stringere una «lega formidabile contro le libere istituzioni»(80).

L’amarezza e l’inquietudine di tali riflessioni pervadevano anche le cerimonie concepite con tutt’altro spirito. Infatti, gli anniversari della morte non si limitavano a suscitare solo il ricordo dello statista paladino delle libertà costituzionali; a fianco della lettura ufficiale si collocava anche quella del Cavour benefattore, elemento posto al centro della cerimonia celebrata il 6 giugno in occasione della distribuzione di sussidi agli alunni dell’Asilo infantile Grabau di Livorno. Il fatto è significativo perché, di fatto, attesta il successo dell’immagine del «fondatore di asili» anche al di fuori del Piemonte. In tale situazione l’elogio del defunto fu pronunciato dal presidente del ricovero, il prof. Piero Donnini, che celebrò il conte dedito allo studio del pauperismo, sottolineando la rilevanza sociale degli interessi praticati da Cavour. Anche in questo contesto, tuttavia, si rivelava inevitabile l’accenno alla situazione attuale dell’Italia, dove dominavano i «raggiri infecondi», squallida degenerazione dei tempi gloriosi. Il pensiero non poteva dunque che correre a Santena, «dove con le ossa dell’uomo sommo

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78 R. Bonghi, Il conte di Cavour e il concetto di libertà. Conferenza dell’onorevole Ruggero Bonghi tenuta il 14 marzo 1885 nel R. Teatro Ernesto Rossi, Tipografia Valenti, Pisa 1885, pp. 9-10.

79 Ivi, pp. 30-33; Il conte Cavour e il concetto di libertà, «Corriere dell’Arno», 15 marzo 1885; cenni all’evento in Cose pisane, «La Croce Pisana», 21 marzo 1885.

80 Commemorazione di Cavour, «Gazzetta piemontese», 8 giugno 1885.

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sembrano essersi uno dopo l’altro addormentati anche gli alti e magnanimi ideali che ci lasciò in retaggio»(81).

Sulla scia del rinnovamento del legame “fraterno” tra Roma e Torino manifestatosi a marzo in occasione dell’inizio dei lavori al monumento cavouriano, il ventiquattresimo anniversario della morte dello statista vide l’omaggio di una corona floreale da parte della giunta romana al busto collocato in Campidoglio, evento prontamente comunicato per telegramma al municipio piemontese(82). A Torino la ricorrenza fu onorata dall’ormai tradizionale pellegrinaggio organizzato dal Comitato permanente, recatosi a Santena il 7 giugno portando con sé le solite rappresentanze di comitati e società per deporre un mazzo di fiori sul sepolcro. Anche in quel caso l’episodio fu teatro di un appello rivolto alla gioventù italiana affinché alla «falsa democrazia» propugnata da chi voleva «disperdere le ceneri del grande» si opponesse la «vera democrazia» modellata sugli insegnamenti del defunto. Interprete di questo sentimento fu Venanzio Sabbione, studente di legge inviato a rappresentare il Circolo monarchico-liberale dell’università, un personaggio che negli anni a seguire avrebbe ricoperto un ruolo di rilievo durante le cerimonie santenesi(83).

Il pellegrinaggio del Comitato fu anche l’occasione per esprimere un voto solenne, ovvero che per il venticinquesimo anniversario della morte si organizzasse una commemorazione di tutt’altra portata, un vero «pellegrinaggio nazionale» a Santena. Per quanto apprezzabile in sé, la cerimonia del 1885 non si dimostrava infatti all’altezza del personaggio celebrato. Pertanto, la stampa piemontese accoglieva con entusiasmo le dichiarazioni del municipio di Torino che, forse imbarazzato dinanzi alle iniziative simboliche prese dalla giunta romana, ribadiva l’intenzione di preparare festeggiamenti grandiosi per la ricorrenza del 1886. Soddisfatta, la «Gazzetta piemontese» auspicava già allora l’adesione sincera da parte di tutto il popolo italiano all’evento, occasione utile a dimostrare la compattezza della nazione raccolta attorno alle istituzioni che avevano affiancato Cavour in vita e garantivano, almeno in teoria, continuità all’azione dello statista. Aleggiava quindi ancora la polemica con i tempi presenti, nei quali si avvertiva una decadenza dello spirito civico in netto contrasto con l’eroismo del Risorgimento. Il pellegrinaggio del 1886 doveva infatti essere assecondato

unanimemente da tutti i partiti cui sta veramente a cuore l’unità e la grandezza d’Italia sotto gli auspizi d’una Monarchia liberale, con un Parlamento operoso, intelligente come quello che aiutò nella sua opera di redenzione il conte Camillo Cavour. Alla Stampa italiana in particolar modo noi rivolgiamo un caldo appello affinché con ogni suo mezzo voglia cooperare alla riuscita di questa solenne dimostrazione, la quale, per la persona cui è rivolta, riveste carattere di una vera dimostrazione italiana e non soltanto piemontese. Onoriamo Cavour come abbiamo onorato Garibaldi, Mazzini e Vittorio Emanuele; onorando quei grandi onoriamo l’Italia onoriamo noi stessi(84).

Rifuggendo da quelle manifestazioni colme di piemontesismo, recepite ormai come municipalismo gretto, la celebrazione del primo grande anniversario cavouriano avrebbe dovuto ridare slancio alla figura dello Statista, collocato finalmente in una dimensione nazionale.

Infatti, a distanza di più di vent’anni, mutato il contesto di riferimento, la morte di Cavour era parte di un calendario civile che si presentava fitto di ricorrenze patriottiche; il confronto con gli altri anniversari non poteva che indurre riflessioni in merito al

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81 P. Donnini, Camillo Cavour e gli asili d’infanzia, Tipi di Gius. Meucci, Livorno 1885, p. 5.

82 Per Camillo Cavour, «Gazzetta piemontese», 7 giugno 1885.

83 Il pellegrinaggio alla tomba di Cavour, ivi, 8 giugno 1885.

84 Per Camillo Cavour, ivi, 7 giugno 1885

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successo effettivo del singolo evento, alle sue ricadute sulla sfera pubblica, al grado di partecipazione da parte della comunità. Nel solo mese di giugno si trovavano a stretto contatto il Corpus Domini, la festa dello Statuto, la morte di Garibaldi e quella di Cavour, fatto che incentivava talvolta la celebrazione congiunta da parte della classe dirigente – ma anche polemiche e ritualità antagoniste(85). I tentativi di soprassedere alle tensioni non mancarono. La tendenza pacificatrice era ben esemplificata dai festeggiamenti grandiosi tenutisi proprio nel giugno del 1885 a Tolentino, un trionfo del conciliatorismo che vide l’esaltazione collettiva dei padri della patria(86). Destinata a porsi come fondamento della retorica patriottica, la celebrazione dei quattro personaggi cardine del Risorgimento concedeva ad ogni figura la sua parte di gloria nel compimento del disegno nazionale. Tuttavia, per gli affezionati della memoria cavouriana era tangibile il rischio che la figura di Cavour, seppur celebrata, perdesse parte della propria individualità, godendo quindi, di riflesso, della fortuna di Vittorio Emanuele II o di Garibaldi. La festa del 1886 sarebbe stata la “festa di Cavour” e non quella, onnicomprensiva, dei padri della patria, evento che avrebbe dovuto sancire la riconquista da parte di Cavour del suo legittimo spazio all’interno del pantheon nazionale. Restituire al Tessitore il posto assegnatogli dalla storia era quindi una vera e propria «giustizia storica», come affermò ancora la «Gazzetta piemontese» che, per quanto compiaciuta dei grandi festeggiamenti palermitani celebrati a maggio per l’anniversario dell’impresa dei Mille e a giugno in ricordo di Garibaldi, diede la propria benedizione a ogni iniziativa mirata a risollevare la fortuna di Cavour.

3.3 «Una grande e vera festa del cuore». Il 6 giugno 1886

Il rischio che le buone intenzioni rimanessero tali dovette essere piuttosto concreto se si prende in considerazione la lettera con cui Giuseppina Cavour, rivolgendosi da Firenze a Sachis l’11 aprile 1886, esprimeva dubbi in merito alla realizzazione del grande pellegrinaggio santenese(87). A quella data, infatti, l’unica certezza era rappresentata dall’arrivo, ormai consueto, delle associazioni operaie coordinate dal Comitato permanente. In vista della ricorrenza la marchesa sollecitava la conclusione dei lavori di ristrutturazione del castello, iniziati da qualche anno. Di lì a breve però la macchina organizzativa si mise in moto. A inizio maggio, infatti, giunse la conferma da parte di Calandrelli che annunciò il compimento di una nuova corona funebre, realizzata grazie alla raccolta fondi, e la sua consegna in presenza del marchese Alfieri prevista per il 5 giugno, giorno antecedente la commemorazione. Spettò dunque a Sachis accelerare i tempi del cantiere, seguendo manovali e giardinieri perché la residenza potesse accogliere degnamente i visitatori che, con il passare del tempo, si annunciavano sempre più numerosi(88). Al Comitato di Calandrelli si aggiunsero nel frattempo altre associazioni parallele: tra queste, venne costituito per l’occasione il Comitato Operaio per le Onoranze a Camillo Cavour il cui presidente Carlo Ferraris, raccolte le adesioni di 43 società operaie della città, non tardò a prendere contatti con l’intendente di casa Alfieri-Cavour per concordare i dettagli della giornata di festa(89). A conferire maggior risalto alla cerimonia fu anche la sovrapposizione dell’anniversario della morte alla festa dello

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85 In merito alle polemiche e ai contrasti, cfr. I. Porciani, La festa della nazione, cit.; M. Baioni, L’Italia allo specchio del Risorgimento, cit., pp. 561-562.

86 Relazione della festa patriottica che ebbe luogo in Tolentino il 14 giugno 1885 in onore di Vittorio Emanuele II, Giuseppe Mazzini, Camillo di Cavour e Giuseppe Garibaldi, Stabilimento Tip.-Lib. Francesco Filelfo, Tolentino 1885.

87 FCCS, Fondo Famiglia Alfieri, CM 1819, Commemorazioni 1886, lettera di Giuseppina Cavour a Giuseppe Sachis, 11 aprile 1886.

88 Ivi, lettera di Giuseppina Cavour a Giuseppe Sachis, 8 maggio 1886, 12 maggio 1886.

89 Ivi, lettera di Carlo Ferraris a Giuseppe Sachis, 18 maggio 1886.

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Statuto, una coincidenza che alimentò la dose di retorica contribuendo a rendere i festeggiamenti, almeno in teoria, nazionali. A meno di un mese dal pellegrinaggio la notizia si sparse per il capoluogo e la regione; risale forse a quei giorni un primo appello informale delle associazioni locali rivolto a società e circoli extra piemontesi al fine di raccogliere le rappresentanze di tutto il Paese. L’invito ufficiale giunse solamente il 28 maggio e fu diramato dal Comitato permanente in unione con il Comitato Operaio e il Comitato delle Società di ex Militari presieduto dal generale Paolo Crodara-Visconti. Dichiarata ormai indiscutibile «l’aureola di immortalità» di Cavour, «faro» di riferimento per tutti gli italiani durante le «bufere» che affliggevano le sorti della patria, l’appello di Calandrelli recuperava i toni della polemica espressa dalla stampa nei mesi precedenti e, attingendo alla retorica consolidata, affermava la necessità di un gesto concreto da parte del popolo:

l’animo nostro non deve arrestarsi alla fredda ammirazione, e compresi di gratitudine dobbiamo mesti pellegrinare alla sua tomba a portarvi un costante tributo di lacrime e di rimpianti. I popoli sono tanto più grandi quanto più sanno essere grati alla memoria di coloro che si sono immolati alla loro fortuna. Guai a quel popolo che getta la pietra dell’oblio sopra la fossa dei suoi grandi. E dalla tomba di essi esce sempre un’arcana ispirazione che solleva il pensiero e nobilita il cuore(90).

L’omaggio della nazione era dunque presentato come un rituale patriottico in grado di ridare slancio ai sogni di grandezza di un Paese ancora attestato su modeste posizioni: evocando l’immagine classicheggiante di Cesare che riceve ispirazione recandosi sulla tomba di Alessandro Magno, l’invito del Comitato vedeva nel parallelismo con l’attualità lo stimolo ideale a perseguire «nuove glorie nel campo incruento della civiltà e del progresso»(91).

Sull’onda della celebrazione degli ultimi anniversari incentivata da Calandrelli, il pellegrinaggio del 1886 sarebbe stato quindi il pellegrinaggio «popolare» per eccellenza, espressione della coesione nazionale tanto auspicata. A tal proposito è opportuno rilevare come il patrocinio dell’evento non sarebbe stato attribuito formalmente al Comitato permanente, a cui spettò – si ha modo di credere – buona parte dell’organizzazione, bensì al Circolo Popolare, nome in apparenza onnicomprensivo in cui confluirono per l’occasione tutte le società torinesi. La preminenza conferita a questa denominazione suggerisce la volontà, dal punto di vista simbolico, di connotare in senso patriottico-popolare l’iniziativa, sgorgata idealmente dal sentimento sincero dei piemontesi. A fianco delle espressioni verbali non mancarono gli incentivi concreti rivolti a tutti i potenziali partecipanti: per favorire l’adesione al pellegrinaggio furono promosse tariffe ridotte per il biglietto del treno sulla tratta Torino-Cambiano, così come un ribasso del cinquanta per cento sui biglietti ferroviari acquistati dai visitatori giunti dall’Italia centro-settentrionale(92).

L’immagine della nazione intera raccolta in festa attorno alla tomba di Cavour non si sarebbe però tradotta in un omaggio comune da parte di tutte le componenti politiche e sociali del Paese. Nemmeno in questa occasione si riuscì a unire con successo l’elemento popolare a quello ufficiale. Infatti, a causa delle concomitanti elezioni politiche, le rappresentanze istituzionali e il municipio di Torino furono costrette a comunicare la propria assenza alla manifestazione del 6 giugno, diserzione decisamente importante alla quale si sarebbe però rimediato con una seconda cerimonia

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90 Ivi, invito Commemorazioni patriottiche per Camillo Cavour.

91 Ibid.

92 Cfr. l’annuncio Per Camillo Cavour, «Gazzetta del Popolo», 30 maggio 1886.

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commemorativa da tenersi, a distanza di quindici giorni, nel capoluogo e a Santena(93). In tal modo, recatosi a Torino un buon numero di ministri e parlamentari, la ricorrenza sarebbe stata celebrata degnamente in presenza degli eredi politici di Cavour. Senza dubbio, i provvedimenti presi dalla municipalità potevano avere risvolti vantaggiosi poiché l’organizzazione di un secondo evento commemorativo avrebbe prolungato le feste cavouriane, dilatandone i tempi. Tuttavia, seppure dovuto a cause esterne, il fatto parve depotenziare fin dal primo momento la carica patriottica auspicata dagli organizzatori, promuovendo lo sdoppiamento della celebrazione su due binari, quello popolare e quello istituzionale, e suggerendo quasi l’impossibilità di tributare un omaggio coeso, complessivo e compiuto allo statista. Il «paese reale» e il «paese legale» non si sarebbero ancora incontrati sulla tomba di Cavour.

Il 6 giugno giunse a porre fine alle attese. All’alba di quel giorno la «Gazzetta piemontese» aveva buone ragioni per affermare: «avviene oggi quello che in questi ultimi anni non avveniva mai»(94). A fronte delle scarse aspettative nutrite da Giuseppina appena due mesi prima, la ricorrenza offrì uno spettacolo patriottico di grande impatto. Nel concreto, la celebrazione del venticinquesimo anniversario ripropose, su scala decisamente maggiore, le consuete tappe del pellegrinaggio riportato in auge da Calandrelli in tempi recenti. Il dato inedito fu la partecipazione popolare rivelatasi, fin dal primo mattino, assai ingente. Alle 6.30 le associazioni raccolte dal Comitato promotore si ritrovarono riunite in Piazza Carlo Emanuele II ai piedi del monumento cavouriano, circondato da una folla di circa 600 persone con bandiere e bande musicali. Al suono dell’Inno di Mameli, eseguito dalle fanfare dell’Associazione Generale degli Operai e del Circolo Popolare di Milano, i partecipanti si mossero in corteo per via Accademia Albertina e via Cavour, dove resero omaggio alla residenza cittadina dello statista esponendo le bandiere abbrunate in segno di lutto. Alla stazione ferroviaria di Porta Nuova i pellegrini si imbarcarono alle ore 8.00 sull’apposito treno preparato dal Comitato. Raggiunta Moncalieri, a pochi chilometri da Torino, il convoglio trovò ad attenderlo una sorpresa gradita: la stazione era infatti gremita da circa 400 persone, munite di bandiere e musiche, giunte dai dintorni per aggregarsi al corteo torinese. Di conseguenza, fu approntato in tutta fretta un altro treno per permettere agli inaspettati compagni di pellegrinaggio la partecipazione alla commemorazione. A Cambiano «la folla era immensa»: il corteo infatti fu ingrossato dalla presenza di altre centinaia di partecipanti locali che, unitisi al corteo, diedero luogo a una «bellissima processione». Secondo i corrispondenti, a Santena sarebbero giunte circa 1500 persone con 145 associazioni rappresentate, 105 bandiere e 5 bande musicali. Per un giorno, il tranquillo borgo di campagna fu animato dalla presenza di una massa di visitatori che, radunatisi all’ingresso del paese, furono accolti dal sindaco Borelli, dalla giunta, dalle associazioni e dalla fanfara locale. Sulle note della marcia funebre composta dal maestro Antonio Baur, i presenti si recarono quindi alla tomba dello statista. Lo «spettacolo commoventissimo» vide la deposizione di ben quattro corone – che si aggiunsero a quella deposta in mattinata dagli studenti del Liceo Gioberti di Torino – da parte delle Società Operaie torinesi, del Comitato permanente, del Comitato militare e delle Società Tabaccaie(95). Dopo anni di cerimonie decisamente poco affollate, lo schieramento di

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93 Inizialmente, le celebrazioni erano previste per la data del 10 giugno, cfr. ASCT, Atti municipali, 1885-1886, seduta del 29 marzo 1886, p. 197.

94 Cavour, «Gazzetta piemontese», 6 giugno 1886.

95 La commemorazione di Cavour a Santena, «Gazzetta piemontese», 7 giugno 1886; A Camillo Cavour. Il pellegrinaggio a Santena, «Gazzetta del Popolo», 7 giugno 1886. Una narrazione del pellegrinaggio è presente in P. Gentile, Camillo Cavour. Una biografia per immagini, cit., pp. 13-21; in merito alla visita dei liceali, cfr. il racconto steso da uno dei partecipanti e pubblicato in Per Cavour, «Il Diritto», 13 giugno 1886.

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pellegrini e bandiere assiepate attorno alla tomba di famiglia e al piccolo piazzale antistante la chiesa dovette risultare piuttosto impressionante, considerate le dimensioni modeste del sepolcro.

Come è possibile evincere dalle fonti a disposizione, la visita delle stanze abitate da Cavour era ormai divenuta parte integrante della commemorazione. Le apprensioni di Giuseppina Cavour per la ristrutturazione dei locali si rivelarono quindi fondate poiché, a seguito dell’omaggio reso alla cappella funeraria, anche il castello Alfieri-Cavour fu teatro della visita da parte dei partecipanti alla celebrazione. Rimossi i cantieri, la residenza aprì infatti le porte al corteo che, passando in rassegna gli ambienti, poté ammirare gli appartamenti dello statista, conservati così come si presentavano ai tempi del conte. Particolare compiacimento suscitava nei visitatori l’«aria di semplicità» emanata dal castello, dove tutto muoveva alla commozione: i cimeli, il mobilio originale, i dipinti, le reliquie di Augusto Cavour, i volumi dei Discorsi parlamentari esposti nella biblioteca si presentavano in successione, scandendo gli spazi e i tempi della vita dello statista. Del resto, occorre notare come la commemorazione costituisse una novità per la maggior parte dei visitatori recatisi a Santena, dove era possibile osservare in prima persona le tracce di vita materiale lasciate da Cavour. Non stupisce pertanto l’enfasi dei corrispondenti sulla descrizione dettagliata del castello, di cui si ha già avuto modo di parlare, che veniva proposta ai lettori dei quotidiani non solo torinesi(96).

Conclusa la visita, i partecipanti si radunarono nel parco del castello all’ombra del padiglione di grandi dimensioni innalzato per contenere tutti i partecipanti. In presenza del marchese Alfieri fu quindi data la parola al deputato Desiderato Chiaves, la personalità di spicco invitata a commemorare Cavour. Dall’alto del palco, in mezzo alla selva di bandiere, l’oratore si rivolse agli operai, ai veterani e agli studenti per tessere un elogio ispirato alla più sincera ammirazione. Rispecchiando il carattere popolare dell’evento, il discorso, frutto anche dei ricordi di Chiaves – che si presentò all’uditorio in veste di «discepolo», «collega» e compagno di «tante battaglie» del conte – rievocò la figura di Cavour privilegiando l’aspetto umano del personaggio. Efficace a tal proposito è la sintesi di quelle parole offerta dai cronisti:

Vorrebbe riprodurre fedelmente la figura di Cavour, facendolo rivivere in mezzo a noi; egli vede ancora quel patrizio che aveva dell’aristocratico solo quanto bastava per rimanere corretto e del democratico solo quanto bastava alla sua natura ed ai suoi sentimenti d’uomo schiettamente liberale. Cavour era natura accessibile a tutti, e così doveva essere per rimanere pari al compito che gli era affidato. Vorrebbe parlare dell’anima di lui, poiché è da questo lato che gli pare più fulgida ed interessante questa grande figura. Cavour fu l’uomo di genio. Definir la vastità della sua mente non è quasi possibile. Vi hanno di quelle menti che sono come manifestazioni della divinità sulla terra, che stampano sul cammino dell’umanità un’impronta che i secoli non cancellano(97).

Conformemente alle ultime commemorazioni, l’intero discorso fu quindi improntato a dimostrare, per mezzo di aneddoti ed elogi, il valore dell’intelletto ma anche e soprattutto il «gran cuore» di Cavour. Attingendo ai ricordi personali, Chiaves illustrò ai presenti l’«amico degli operai», «l’uomo benefico e pio» attento alla questione sociale, dipinto con «tocchi efficacissimi». Rivalità e contrasti interni al Risorgimento sembravano ormai superati, ricomposti alla luce del fine ultimo. Il Tessitore figurava

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96 La commemorazione di Cavour a Santena, «Gazzetta piemontese», 7 giugno 1886; A Camillo Cavour. Il pellegrinaggio a Santena, «La Voce del Lago Maggiore e dell’Ossola», 8 giugno 1886; Per la festa nazionale e Cavour, «La Perseveranza», 7 e 8 giugno 1886.

97 La commemorazione di Cavour a Santena, «Gazzetta piemontese», 7 giugno 1886.

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infatti non solo a fianco del re e di Garibaldi, ma anche di Mazzini: proprio come il genovese, Cavour era stato «unitario e rivoluzionario». Il discorso culminò in un elogio dello Stato liberale e della Dinastia Sabauda, ritenuti l’eredità più importante della sua opera politica, ai quali si rese omaggio con l’invito a rinnovare il giuramento alla Corona e allo Statuto. La folla proruppe quindi in Viva il Re! Viva la Dinastia di Savoia! Viva Chiaves! La cerimonia si concluse alle ore 12 e, raggiunta Cambiano, il corteo ritornò a Torino, dove le deputazioni diedero il seguito alla giornata partecipando al banchetto organizzato presso il Parco Valentino. Al Ristorante Sogno il sindaco Sambuy accolse le rappresentanze delle associazioni intervenute a Santena che onorarono l’invito inneggiando, a più riprese, a Torino, al suo statista e al suo re, esaltati nei discorsi patriottici pronunciati dai presidenti di comitati e circoli. Fu un trionfo simbolico della monarchia e di Cavour, come si poté evincere dalle parole dell’operaio milanese Bianse il quale invitò a brindare all’artista che realizzò «l’opera grandiosa» col bronzo di Casa Savoia(98). Tra brindisi e acclamazioni, i festeggiamenti terminarono nel pomeriggio. A detta della «Corriere della Sera», si era conclusa dunque una «grande e vera festa del cuore» che sembrava restituire finalmente a Cavour la posizione di legittimo cooperatore dell’Unità italiana(99).

La celebrazione «ufficiale»

Con un ritardo di due settimane, anche la celebrazione istituzionale poté avere luogo il successivo 21 giugno. Non si trattò più di festeggiamenti popolari. Intenzionato a organizzare una cerimonia solenne, il municipio di Torino riunì i maggiori esponenti della classe dirigente a Palazzo Madama, presso l’ex aula del Senato. Nella scelta del luogo e delle personalità coinvolte si coglieva il significato che gli ambienti altolocati intendevano attribuire alla ricorrenza. L’evento centrale della giornata fu una conferenza, tenutasi davanti a una platea composta da ministri, deputati, senatori, aristocratici e borghesi che, durante la mattinata, avevano recato omaggio alla tomba di Carlo Alberto a Superga. In sala venne radunata una folla numerosa, comprendente il duca d’Aosta e il duca di Genova in rappresentanza del re, i ministri Ricotti e Brin, alcuni parlamentari, già colleghi di Cavour, e tutte le autorità di Torino. A riempire l’aula furono però i consigli provinciali, le deputazioni e i sindaci di ben 69 località italiane, riuniti a simboleggiare il Paese intero. Nonostante alcune importanti defezioni, tra le quali quella del presidente del Consiglio Depretis, il sentimento di partecipazione simbolica da parte della nazione era attestato anche dalle dimostrazioni di simpatia espresse dagli assenti. Il municipio ricevette telegrammi di partecipazione da ministeri, sindaci e grandi personalità(100). A quel pubblico scelto, schierato tra bandiere tricolori abbrunate dinanzi a un busto del Tessitore, si rivolse un oratore d’eccezione, l’anziano Minghetti. A distanza di più di vent’anni dalla discussa Convenzione di settembre, il bolognese tornava per la prima volta a Torino e – fatto non secondario – vi rimetteva piede per elogiare Cavour, il capostipite della tradizione moderata a cui aveva preteso di ispirarsi. Ormai avviato al tramonto della sua esperienza politica, prossimo alla morte, l’ex primo ministro aveva accettato l’invito, forse perché intenzionato a riparare ai presunti “torti” commessi nei confronti di Torino, forse perché convinto sinceramente di rappresentare l’ultimo erede di Cavour. Al di là delle supposizioni, il ruolo di Minghetti appariva però rilevante proprio in virtù del suo legame politico con il defunto e,

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98 Ibid.

99 Gli operai sulla tomba di Cavour, «Corriere della Sera», 7 giugno 1886.

100 La commemorazione di Cavour nell’aula dell’antico Senato, «Gazzetta piemontese», 22 giugno 1886; La commemorazione di Camillo Cavour in Torino, «Gazzetta del Popolo», 22 giugno 1886.

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pertanto, il suo coinvolgimento riconosceva un rapporto di continuità tra il Gran ministro e il suo successore ideale.

Presentato come un «rapido ricordo della grandezza di Cavour», il discorso fu in realtà una lunga dissertazione da parte dell’oratore al quale, trascorsi venticinque anni dalla morte, lo statista appariva come «un personaggio storico» sul quale poter esprimere giudizi(101). Frutto della narrazione consolidata, scandita dalla sequenza di eventi biografici ormai noti, la conferenza mise l’accento sull’entità degli ostacoli affrontati da Cavour e la mediocrità dei mezzi a sua disposizione; come di consueto, ci si soffermò sul talento diplomatico, la lungimiranza e la purezza degli ideali, ascrivibili al concetto superiore della libertà, uniti alla capacità di dominare gli elementi rivoluzionari. Assai meno conciliatorista di altre commemorazioni pubbliche, il discorso di Minghetti risultava impostato sulla celebrazione pressoché esclusiva del binomio re-presidente del Consiglio: considerato il contesto istituzionale, non sorprende d’altronde l’elogio rivolto alla fermezza di carattere di Vittorio Emanuele, ritenuta superiore a quella del suo ministro. Anche in questo caso, dal racconto delle vicende emergeva a chiare lettere il ritratto di un individuo eccezionale ma non esente da momenti di sconforto: un uomo che smarrisce il senno dopo l’armistizio di Villafranca, accusa la fatica di un’impresa imponente e talvolta manifesta rabbia e apprensione. Il Congresso di Parigi, la guerra del ’59 e la campagna del Meridione attestavano – come sempre – la grandezza del personaggio. Per Minghetti, però, la «gloria maggiore» sarebbe stata la conduzione della lotta per l’indipendenza nel pieno rispetto della libertà, concetto supremo sul quale l’Italia moderna era stata edificata. La celebrazione di Cavour coincideva con l’elogio del liberalismo, riletto nella sua declinazione italiana. La parte più rilevante del discorso fu l’ultima, con la quale il bolognese confutò tutte le accuse alla memoria postuma di Cavour. Autentica difesa dello statista, la conclusione della conferenza rigettò le calunnie che dipingevano un politico meschino, egoista, dedito al raggiro e promotore di ogni genere di violenze nei confronti del Pontefice e dei Borbone. A tali falsità Minghetti rispondeva citando la celebre nota del 5 novembre 1860 con cui il conte, ribadendo la legittimità della propria condotta a nome dell’Italia, indicava nel diritto della nazione il fine ultimo del movimento unitario. Pertanto, esaltati i principii cardine del pensiero cavouriano in merito a Roma capitale e ai rapporti Stato-Chiesa, il bolognese chiudeva la propria arringa da tribunale con le seguenti parole:

Noi non abbiamo bisogno di citare circostanze straordinarie, né di esaltare gli effetti dell’astuzia, non d’invocare esempi storici, né di ricordare la politica torbida e piena di avvolgimenti che aveva dominato in Italia al tempo del rinascimento, e più tardi in quasi tutte le Corti d’Europa. La sua giustificazione è nel diritto nazionale, nella santità della causa propugnata, per la quale si può dire ch’ei fu lieto di consumare la vita: sicché tributandogli la corona del genio politico, noi possiamo aggiungere con franchezza che non v’ha macchia alcuna che renda quella corona meno fulgida(102).

Tra applausi fragorosi, Minghetti ricevette i complimenti di tutti i presenti e della stampa. Informata del successo e del tenore del discorso, anche l’assente Giuseppina Cavour si congratulò con il bolognese indirizzandogli un telegramma. Dopo anni di ruggini, Minghetti accolse con commozione il ringraziamento della famiglia e, scrivendo una lettera in risposta, espresse i propri sentimenti riguardo a quella giornata di festa:

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101 M. Minghetti, Solenne commemorazione del Conte Camillo di Cavour. Discorso del comm. Marco Minghetti. Torino, 21 giugno 1886, Eredi Botta, Torino 1886.

102 Ivi, pp. 57-58.

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Quante volte in questi giorni ho pensato a Lei, che non solo era legata al grande uomo in vincolo del sangue, ma da cui era prediletta per vera altezza di cuore! Avrei voluto degnamente rappresentare quella storica figura, ma era troppo superiore alle mie forze. Non è in una lettura di un’ora e mezza che si può descrivere la grandezza di Cavour nelle diverse fasi della sua vita politica. Comunque, […] ella giudicherà. Del resto la solennità non poteva essere più bella […] né più cordiale, dal rappresentante del re a quella delle città italiane, c’era tutto ciò che avere la patria nostra per fare omaggio alla memoria di Cavour(103)

Conclusa la cerimonia, venne il momento del tributo al sepolcro di Santena, previsto per il giorno successivo. Quasi tutti i presenti all’evento presero parte alla processione ufficiale che, tuttavia, assunse più la forma di una parata di personalità in carrozza che non quella di un pellegrinaggio. Al mattino del 22 giugno un corteo di 50 landeau prese infatti la via di Santena, preceduta da un plotone di carabinieri a cavallo, sfilando tra bandiere, arazzi e popolazione in festa. Giunti al borgo, addobbato con vessilli e un arco trionfale fittizio, le rappresentanze, i delegati del municipio di Torino e comuni cittadini assistettero alla funzione religiosa presso la chiesa parrocchiale di Santena, dove era stato allestito un catafalco circondato da ceri e fu recitata la messa in re minore di Cherubini, con assoli eseguiti da un tenore e un basso. Al termine della cerimonia, avvenne «tra due ali di popolo» la consueta visita al sepolcro con servizio d’onore di carabinieri, pompieri e guardie civiche di Torino. Giunse infine il momento della presentazione degli omaggi inviati da tutta Italia. Entrati nel castello, i presenti poterono ammirare la deposizione di corone, targhe e altri oggetti simbolici ai piedi del busto di Cavour presso il salone d’ingresso. Tra le altre, spiccavano le corone metalliche di re Umberto I, quella dei municipi di Roma, Torino, Firenze, Genova, Parma, delle città riunite del Veneto, del Collegio Nazionale Umberto I, le corone di fiori freschi o artificiali delle comunità di Livorno, Siena, Modena, della provincia di Reggio Emilia, di due società italiane con sede a Parigi, dell’Unione monarchica di Bologna, l’album con le firme dei sottoscrittori per la corona fiorentina e così via. Seguì quindi la consueta visita alla camera da letto di Cavour e una refezione offerta dal marchese Alfieri. Il pellegrinaggio terminò con la partenza del corteo di carrozze che, attraversato il grande parco della residenza, raggiunse il castello di San Salvà, proprietà del conte Sambuy, per rendere onore al banchetto offerto dal sindaco di Torino. Tra coppe di champagne e tradizionali discorsi di ringraziamento, il primo cittadino celebrò il legame tra Torino e l’Italia intera, riunite sotto il segno di Cavour e della monarchia, concludendo la giornata con l’invio al sovrano di un telegramma commemorativo(104).

La celebrazione torinese del venticinquesimo anniversario aveva raggiunto i risultati auspicati. Dopo le polemiche alimentate dalla stampa locale negli anni recenti, la memoria cavouriana parve risollevarsi dallo stato di oblio a cui l’aveva condannata l’indifferenza sostanziale che circondava Cavour, spesso omaggiato a parole ma non nei fatti. D’altronde, lo stato postunitario si presentava in gran parte come il risultato della progettualità a lungo termine dello statista piemontese. Nel contesto dell’Italia depretisina, avviata con qualche titubanza sulla strada della modernizzazione, la ricomposizione dei contrasti ideali sembrava infatti poter avvenire alla luce degli ultimi risultati conseguiti dal Paese, esito delle spinte riformiste della Sinistra in seguito al consolidamento realizzato dalla Destra. Tra progresso e conservazione, l’allargamento del suffragio, le prime iniziative industriali, il proliferare dell’associazionismo, l’adesione alla Triplice alleanza restituivano l’immagine di una nazione più solida,

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103 FCCS, Fondo Famiglia Alfieri, CM 1818, Minghetti, lettera di Marco Minghetti a Giuseppina Cavour, 22 giugno 1886.

104 L’Italia a Santena, «Gazzetta piemontese», 23 giugno 1886.

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strutturata, al cui interno si sviluppava per gradi la vita sociale di un popolo in cerca di una forte identità(105).

Gli sforzi di Calandrelli e del suo comitato, unici a coltivare ancora il culto di Santena a distanza di vent’anni dalla morte dello statista, riuscirono a smuovere il terreno attirando l’attenzione dei concittadini più sensibili al valore patriottico degli anniversari e alla loro ricaduta sulla sfera pubblica. Venuta meno l’ipotesi di una manifestazione unitaria con la quale presentare unite istituzioni e popolo alla tomba di Santena, la festa cavouriana si sdoppiò quindi in due cerimonie connotate secondo appartenenze simboliche diverse. Nella commemorazione in due tempi si poteva cogliere, icasticamente, l’omaggio delle due Italie. Da un lato, il pellegrinaggio popolare delle associazioni e dei circoli, espressione dell’Italia operosa, composta da studenti, veterani e lavoratori che, a passo di marcia, raggiungevano la tomba di Cavour sotto la calura estiva; dall’altro la cerimonia istituzionale di Minghetti, dei parlamentari e dei sindaci, le rappresentanze dell’Italia “legale” che sfilavano in corteo e, deposte le corone, brindavano con lo champagne alla salute del re.

Nonostante le difformità apparenti, entrambi i festeggiamenti attestarono però il tributo di riconoscenza da parte del Paese rappresentato nelle sue declinazioni geografiche e sociali. Per quanto concerne il pellegrinaggio popolare, pressoché ogni categoria di lavoratori inviò una propria rappresentanza a Santena: oltre agli operai, si riscontrò la presenza di guantai, conciatori, falegnami, albergatori, cocchieri, cuochi, armaioli e così via. La provenienza non fu nemmeno esclusivamente piemontese poiché alla processione figurarono anche alcune associazioni di Udine, Venezia, Bologna, Avellino. Senza dubbio, l’assenza del sovrano e del presidente del Consiglio privava, ancora una volta, la cerimonia del prestigio sommo che avrebbe meritato il Gran ministro, la figura a cui la retorica dell’epoca attribuiva la costruzione materiale del Regno d’Italia; ciononostante, una tale riunione di alte gerarchie conferiva un riconoscimento simbolico non così scontato. Degno di nota appare anche il dato numerico. Secondo le fonti a disposizione, è possibile affermare che la ricorrenza del 6 giugno abbia mobilitato circa 1500 persone, mentre la commemorazione istituzionale parrebbe aver portato a Santena circa 200 personalità eminenti. Confrontati con i numeri delle altre manifestazioni patriottiche in onore di Vittorio Emanuele II, Garibaldi e Mazzini, il risultato non parrebbe particolarmente entusiasmante, soprattutto se si tiene in conto il fenomeno di lunga durata e la costante partecipazione che caratterizzarono i pellegrinaggi popolari in onore degli altri padri della patria a partire dalla data della loro morte(106). Tuttavia, considerato il contesto, il livello di mobilitazione popolare in occasione dell’anniversario cavouriano assume un’importanza rilevante perché del tutto incomparabile con le precedenti edizioni del pellegrinaggio, onorato solamente da Calandrelli e dal suo ristretto comitato. La riuscita dell’evento provò innanzitutto l’esistenza di un culto relativo al Tessitore, di cui si temeva l’eclissamento totale; in secondo luogo, prendeva forma la possibilità di estendere la pratica del pellegrinaggio a un contesto nazionale e non solo piemontese. L’Italia sembrava aver riscoperto finalmente Cavour. A fronte di un tale successo, solamente il tempo avrebbe però dimostrato se a quella manifestazione patriottica sarebbe seguita una ritualità costante in grado di tenere in vita la memoria cavouriana.

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105 Per il contesto, cfr. G. Pécout, Il lungo Risorgimento, cit., pp. 247-265; F. Cammarano, Storia dell’Italia liberale, cit., pp. 87-103; G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, vol. VI, cit., pp. 179-327.

106 Cfr. Il pellegrinaggio a Caprera, «Gazzetta piemontese», 12 giugno 1882; Note genovesi, 20 giugno 1884; Note milanesi, 14 marzo 1885; B. Tobia, Una patria per gli italiani, cit., pp. 111-142; si vedano anche i numeri della «festa della democrazia» organizzata per l’inaugurazione del monumento genovese a Mazzini nel giugno 1882, P. Finelli, Santità, Patria e Rivoluzione, cit., pp. 676-677; in merito a Garibaldi, F. Della Peruta, Il mito del Risorgimento, cit., pp. 44-45.

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Il 6 giugno in Italia

In risposta alle grandi aspettative dei moderati, il tributo da parte del Paese non parve limitarsi alla sola Santena. Per tutto il mese di giugno il sentimento patriottico si mantenne alto a Torino dove, oltre alla festa dello Statuto e alla ricorrenza cavouriana, si celebrava anche il cinquantesimo anniversario dalla fondazione del corpo dei bersaglieri. Sulle colonne della stampa, i toni celebrativi si univano spesso a tirate polemiche contro l’attualità “grigia” del mondo politico e sociale. Il giorno dell’anniversario, la «Gazzetta piemontese» esaltava il pellegrinaggio popolare e professava il proprio cavourismo riproducendo per intero l’articolo del 1883 con il quale si lamentava lo stato di abbandono postumo della figura dello statista, ritenuto stimolo fondamentale alla realizzazione della cerimonia(107). Dopo anni di toni contenuti, la «Gazzetta del Popolo» tornava a celebrare il proprio idolo rammentando ai lettori la svolta decisiva per le sorti d’Italia nel 1850 quando Cavour, «potendo essere tutto», tese la mano alla Sinistra per ridare slancio alla riscossa nazionale, incorrendo nelle critiche dei suoi compagni. In sintonia con il clima diffuso di insoddisfazione nei confronti della situazione politica, il giornale di Bottero coglieva quindi l’occasione per scagliarsi contro il parlamentarismo e le sue degenerazioni, lasciando immaginare al lettore quali scenari – ben più apprezzabili – avrebbero arriso all’Italia qualora Cavour fosse vissuto ancora per qualche anno(108).

In Piemonte la stampa locale festeggiava il 6 giugno 1886 dedicando articoli alla figura di Cavour o riproducendo quelli dei più noti quotidiani torinesi. Sulla «Gazzetta d’Acqui» Giovanni Bistolfi ripercorreva con slancio letterario la vita del primo ministro, difendendolo dalla accuse di «avventurismo»(109); la cuneese «Sentinella delle Alpi» proponeva un autoritratto del conte, realizzato accostando ventinove citazioni dello statista, desunte dalle pubblicazioni a lui dedicate(110) un giovanissimo Alfredo Frassati firmava un numero speciale dell’«Eco dell’industria» di Biella, interamente dedicato allo statista, profetizzando il successo, lento ma inesorabile, del «colosso» Cavour che con il passare del tempo ingigantiva sempre più(111). Anche la conservatrice «Gazzetta di Mondovì», esprimendo la condanna del tempo presente, rimpiangeva lo spirito di moderazione che aveva guidato l’azione del conte nei rapporti con la Chiesa(112).

Al di fuori del Piemonte, il «Corriere della Sera» proponeva al pubblico milanese l’articolo in due puntate con cui Carlo Paladini illustrava la vita del conte, celebrato come l’uomo più a suo agio nel «mettere insieme l’Italia che non un sonetto». Nei giorni successivi, il quotidiano milanese ripubblicava in traduzione italiana il racconto di Giuseppina Cavour relativo agli ultimi giorni di vita dello zio(113). «La Perseveranza» rammentava ai lettori il significato dell’opera compiuta dal conte, sia per quanto concerneva il risultato, sia per quanto riguardava le modalità adottate, sentenziando senza mezzi termini come «l’Italia l’avesse plasmata lui»(114). Attaccando i fomentatori di

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107 Cavour, «Gazzetta piemontese», 6 giugno 1886; le descrizioni delle cerimonie torinesi si ritrovano, per esempio, in A Camillo Cavour. Il pellegrinaggio a Santena, «La Voce del Lago Maggiore e dell’Ossola», 8 giugno 1886.

108 Camillo Benso di Cavour, «Gazzetta del Popolo», 6 giugno 1886.

109 Camillo Cavour. VI giugno (1861-1886), «Gazzetta d’Acqui», 6 giugno 1886.

110 Il conte di Cavour ritratto da se stesso, «Sentinella delle Alpi», 6 giugno 1886.

111 «Eco dell’industria», 6 giugno 1886, supplemento al n. 45, Camillo Cavour.

112 Il 6 giugno, «Gazzetta di Mondovì», 6 giugno 1886.

113 XXV anniversario dalla morte di Cavour, «Corriere della Sera», 5-6 giugno, 7 giugno; Dopo il pellegrinaggio a Santena. Gli ultimi atti della sua vita. La morte, 8 giugno 1886.

114 Dopo venticinque anni, «La Perseveranza», 6 giugno 1886.

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discordia, «La Nazione» elogiava lo statista, posto al di sopra di ogni fazione, come «esempio di equanimità»; «Il Libero Cittadino» di Siena si associava al coro di voci lodando le celebrazioni torinesi, giunte dopo troppi anni di silenzio(115). «L’Euganeo» di Padova individuava in Cavour la vera mente dietro i successi delle battaglie risorgimentali, quando il conte era stato «la mente creatrice, ordinatrice, rivendicatrice di ogni cosa utile e santa, il custode delle nostre libertà, il tutelatore dei nostri diritti, il savissimo consigliere del nostro Re, il servitore, devoto fino al sacrificio della causa nazionale»(116). «Il Diritto», organo del ministero, rendeva omaggio a colui che, pur non avendo visto Roma, la «divinò, preparò e lasciò come retaggio inalienabile alla fede coraggiosa» del sovrano. Anche la «Gazzetta di Venezia», attestata su posizioni più conservatrici, tributava il proprio omaggio riproducendo gli articoli celebrativi del «Corriere della Sera»(117).

Degno di menzione era l’articolo di Dario Papa pubblicato su «L’Italia» di Milano che coglieva l’occasione dell’anniversario cavouriano per condensare tutto il sentimento antiministeriale e deplorare lo stato attuale dell’Italia, derisa pure dalle «repubblichette d’America», la cui prostrazione era attribuita a Depretis, «la forma risultante delle sue forze negative». Conclusa la poesia del Risorgimento, quando gli italiani avevano «vissuto a vapore» sull’onda dell’entusiasmo, restava l’Italia dei banchieri, della burocrazia, dei balzelli, afflitta da paure e repressioni. Si invocava quindi il ritorno integrale a Cavour, di cui il popolo doveva «religiosamente» mantenere il «senso del retto, dell’onesto, del doveroso, dell’ideale, del grande». Alle nuove generazioni spettava il compito solenne di recuperare gli insegnamenti del conte, ovvero

scuotere il giogo dei furbi, dei dappoco, dei pasciuti. Ricondurre l’Italia alle pure tradizioni di Cavour. Ricondurvela a qualunque costo […]. Si soffre, è vero. Ed anche questa è una tradizione della gran politica di Cavour. Non possiamo noi seguirlo nella via della gloria, dobbiamo vedere di imitarne l’alta serenità, il senno, la forza morale, il coraggio, la persistenza, nella via del dolore(118).

In tale contesto, anche la stampa illustrata rendeva omaggio allo statista. Il 6 giugno «L’Illustrazione italiana» dedicava un breve trafiletto a Garibaldi e Cavour, riproducendo un particolare del monumento milanese al conte; il successivo 20 giugno la rivista pubblicava la riproduzione a pagina intera del ritratto realizzato da Francesco Hayez a cui seguiva una dettagliata descrizione del sepolcro, del castello e degli appartamenti di Santena, corredati da litografie raffiguranti il corteo funebre del 6 giugno 1861, padre Giacomo, lo studio del conte, il sepolcro di Santena e palazzo Cavour a Torino(119). L’opera di Hayez campeggiava anche sulla prima pagina de «L’Illustrazione popolare»(120). Ai festeggiamenti si associava la stampa satirica, sempre pronta a cogliere con arguzia i riflessi dell’anniversario sull’attualità. «Il Fischietto» dedicava due pagine alla raffigurazione di Cavour in apoteosi a fianco dello Statuto personificato che, denutrito, con tanto di stampella, mostrava la gamba a un assorto

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115 6 giugno, «La Nazione», 6 giugno 1886; Camillo Benso di Cavour, «Il Libero Cittadino», 6 giugno 1886.

116 Viva il Re!, «L’Euganeo», 6 giugno 1886; anche Aneddoti sulla vita di C. Cavour, 7 giugno 1886; celebrazioni simili in Camillo Cavour, «Giornale di Udine e del Veneto orientale», 5 giugno 1886; Camillo Cavour, «Il Corriere di Lecco», 5 giugno 1886; Camillo Cavour, «Il Patriotta», 5-6 giugno 1886.

117 6 giugno, «Il Diritto», 6 giugno 1886; XXV anniversario della morte di Cavour, «Gazzetta di Venezia», 7 giugno 1886.

118 «L’Italia», 6 giugno 1886.

119 La festa nazionale. Cavour e Garibaldi, «L’Illustrazione italiana», 6 giugno 1886; Per la commemorazione di Camillo Cavour. Una visita a Sàntena, 20 giugno 1886.

120 XXV anniversario di Camillo Cavour, «L’Illustrazione popolare», 6 giugno 1886.

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Depretis, suscitando i sospiri per l’eredità politica tradita. Uguale tenore si riscontrava nel componimento di “Fra Chitarra”, Un sogno sulla tomba di Cavour, in cui lo spirito del conte appariva a dispensare consigli per l’avvenire. Nei giorni successivi, i lettori del giornale potevano rivivere col pensiero la commemorazione istituzionale del 22 giugno, rappresentata nei suoi momenti salienti dai disegni del corrispondente(121). Negli stessi giorni, «Il Pasquino» evocava lo spirito di Cavour che, facendosi largo tra le erinni furenti, additava compiaciuto lo Statuto come «Vangelo della nostra libertà»; nella vignetta celebrativa dedicata a Cavour e ai bersaglieri, Alessandro La Marmora, fondatore del corpo, augurava ai successori del conte di procedere a passo spedito, così come i suoi soldati(122).

La stampa affiliata ad altre culture politiche esibiva un trasporto decisamente minore. Negli ambienti radicali e democratici si preferì celebrare l’anniversario garibaldino del 2 giugno, evento a cui era dedicato spesso ampio spazio sulle colonne dei giornali. Per quanto riguarda Cavour, in quei giorni «Il Secolo» si limitò a fornire un resoconto della celebrazione in Campidoglio e della cerimonia milanese; anche in provincia la figura di Garibaldi esercitò maggiore interesse da parte dei giornali: per esempio, il democratico «Indipendente verbanese», «La Freccia» di Cremona, il «Farfarello» e la «Giovane Italia» di Brescia, «L’Avvenire» di Pistoia obliterarono del tutto la ricorrenza cavouriana, esaltando il condottiero nizzardo(123). Sul fronte clericale si riscontra un atteggiamento simile, votato perlopiù al silenzio, conforme alla sostanziale diffidenza con cui si guardava alla figura del conte(124). Raramente la stampa conservatrice espresse qualche tiepido commento. Invitato a presenziare alla conferenza del 21 giugno a Palazzo Madama, il cronista del «Corriere di Torino» esprimeva le proprie riserve in merito alla commemorazione di Minghetti, accusato di faziosità, nonché di prospettare in modo del tutto anacronistico l’applicazione imminente della Libera Chiesa in libero Stato in un’Italia assai diversa da quella dei tempi cavouriani(125). A demolire gli entusiasmi della compagine liberale fu però «L’Osservatore Romano», scagliatosi contro le manifestazioni patriottiche in onore di un uomo che, seppur grande, aveva agito sotto «il soffio di Satana» e impresso alla rivoluzione italiana il carattere «obbrobrioso d’ateismo e d’indifferenza». Per l’organo ufficiale della Santa Sede, nessun elogio avrebbe potuto riabilitare la figura di Cavour, le cui doti indiscusse non avevano agito per il «bene del Paese»(126). Come prevedibile, la prospettiva conciliatrice elaborata dal mondo liberale, promossa in ambito istituzionale, non aveva attecchito ancora con successo negli ambienti più estremi.

Alle feste torinesi fecero idealmente corona altre occasioni pubbliche di celebrazione. L’anniversario cavouriano comportò infatti anche un rinnovato interesse per cerimonie, interventi e conferenze dedicate a Cavour. Complice la sovrapposizione con la festa dello Statuto, nelle altre città l’omaggio prese la forma della celebrazione congiunta. A Roma, dove si volle commemorare anche il venticinquesimo anniversario dalla proclamazione della città a capitale d’Italia, il tributo si concretizzò il 6 giugno, quando un grande corteo partito da Piazza Navona raggiunse il Campidoglio per presenziare allo scoprimento di una lapide, cerimonia presieduta da Benedetto

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121 Lo Statuto e Cavour, «Il Fischietto», 6 giugno 1886; Un sogno sulla tomba di Cavour, 22 giugno 1886; Commemorazione di Cavour a Santena e San Salvà, 26 giugno 1886.

122 L’anniversario dei Bersaglieri e quello di Cavour, «Il Pasquino», 6 giugno 1886; 10 giugno 1886.

123 «L’Indipendente verbanese», 5, 12 e 19 giugno 1886; «La Freccia», 5, 12 e 19 giugno 1886; «Farfarello», 5, 12 e 19 giugno 1886; «Giovane Italia», numero unico di giugno 1886; «L’Avvenire», 6 e 13 giugno 1886.

124 Benché capostipite della tradizione liberale avversa ai clericali, la figura di Cavour non sembrerebbe mai citata, per esempio, durante le riunioni dell’Opera dei Congressi.

125 Cavour commemorato da Minghetti, «Il Corriere di Torino», 23 giugno 1886.

126 Il soffio di Dio, «L’Osservatore romano», 9 giugno 1886.

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Cairoli(127). Fatto degno di nota, fu proprio il lombardo a parlare «degnamente» di Cavour, cogliendo l’occasione per esaltare la concezione laica dello Stato «senza quelle capitolazioni» a cui avevano ceduto «i sedicenti continuatori dell’opera di Cavour, fossili vivi in un mondo morto». Inviati i saluti a Santena, punto di partenza ideale del percorso conclusosi con successo a Roma, il corteo entrò nell’aula capitolina per deporre quattro corone d’alloro dinanzi ai busti di Vittorio Emanuele, Garibaldi, Cavour e Mazzini(128). A Milano il locale Circolo popolare raccolse i membri delle società di reduci e veterani attorno al monumento cavouriano per deporre una corona di fiori ai piedi della statua; nel pomeriggio, il busto di Cavour esposto alla Borsa venne omaggiato da una corona commissionata dai negozianti della città; in serata, presso la sede del Circolo popolare l’avvocato Mario Paganetti tenne una conferenza sul tema(129). A Novara una prova del buon recepimento della vulgata conciliatorista da parte delle istituzioni locali si colse nell’inaugurazione del monumento a Garibaldi proprio in data del 6 giugno, cerimonia a cui seguì l’omaggio di due corone alla statua cavouriana, innalzata più di vent’anni prima(130). A Ferrara si celebrò lo scoprimento di una lapide realizzata con una pubblica sottoscrizione aperta dall’Associazione costituzionale, collocata nella centrale piazza delle Erbe a fianco delle preesistenti iscrizioni dedicate a Garibaldi, a Mazzini e ai martiri ferraresi. All’inaugurazione priva di cerimonia dell’epigrafe, dettata dal prof. Dal Ferro, seguì il discorso pomeridiano – di cui non è rimasta traccia – tenuto dal deputato Guglielmo Ruffoni al Teatro Tosi-Borghi in presenza di tutte le autorità e le scolaresche della città(131).

A Padova la ricorrenza vide l’organizzazione di una conferenza assai apprezzata, patrocinata dalla Società Savoia di Alberto Cavalletto, principale esponente dei moderati locali di cui si avrà modo di parlare più avanti. La commemorazione fu pronunciata dal deputato ed economista veneziano Luigi Luzzatti, invitato per l’occasione a parlare – caso emblematico – al Teatro Garibaldi, affollato da circa 2500 persone, tra le quali figuravano i deputati, le autorità, il corpo insegnanti e gli studenti locali. Assai applaudito, il discorso inserì il conte tra i più grandi statisti dell’epoca, attestando la superiorità di Cavour rispetto al suo presunto allievo Bismarck: nel parallelo tra i due l’oratore coglieva infatti lo scontro tra la «dittatura della persuasione» che aveva portato all’unificazione italiana e la «dittatura della forza» su cui si reggeva l’autoritarismo prussiano. Suddividendo la conferenza in tre parti funzionali ad esaltare Cavour come il «creatore del nuovo diritto pubblico europeo», il «pubblicista fatidico» e il ministro attento alle questioni sociali, Luzzatti prorompeva nel grido Torniamo a Cavour!, suscitando gli entusiasmi di tutti i presenti(132). Destinata ad avere vasta eco, la commemorazione evocò temi destinati a incardinarsi solidamente nel dibattito pubblico relativo a Cavour.

Sulla stessa linea si collocano altri eventi pubblici. Tra questi, la cerimonia svoltasi a Perugia presso la sala dei Notari in presenza di deputati, autorità, associazioni operaie

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127 Archivio Storico Capitolino, Ufficio VI, Titolario 1891-1890, Titolo 36. Busti, monumenti e lapidi, b. 14, f. 18, carte che comprendono le minute di invito alla cerimonia e gli appunti; estratto n. 26 dal Verbale delle deliberazioni della Giunta municipale, seduta del 29 maggio 1886.

128 La festa dello Statuto, «Il Messaggero», 8 giugno 1886.

129 Onoranze a Cavour, «La Perseveranza», 6 giugno 1886.

130 Corrispondenze. Novara, «La Vedetta», 12 giugno 1886.

131 Cronaca, «Gazzetta ferrarese», 7-8 giugno 1886. L’epigrafe, incisa da Cesare Banzi, recitava «Camillo Benso di Cavour / guidò sapiente ad unità / la patria rigenerata / l’ardimento d’Italia / nelle parole nell’opera di lui / stupì l’Europa / il culto del nome gloriosissimo / affida alla virtù dei figli e dei nipoti / Ferrara riconoscente. VI giugno MDCCCLXXXVI».

132 Commemorazione di Cavour a Padova, «L’Euganeo», 6 giugno 1886; Camillo Cavour. Commemorazione di Luigi Luzzatti al Teatro Garibaldi, 7 giugno 1886; Per la festa nazionale e Cavour «La Perseveranza», 7-8 giugno 1886.

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con ben trenta bandiere, conclusa con l’omaggio di fiori al busto dello statista esposto in aula. Organizzata per iniziativa del municipio locale e del Circolo Cavour di Jesi, la commemorazione vide l’intervento dell’avvocato Francesco Innamorati il quale, constatata la fortuna maggiore di Vittorio Emanuele e Garibaldi, la cui grandezza appariva evidente alle «più modeste immaginazioni», si assunse il compito di illustrare all’uditorio la figura a tutto tondo di Cavour, il «nume tutelare» degno della venerazione popolare(133). Lo stesso giorno, a Reggio Emilia il deputato Romualdo Bonfadini ricordò il Gran ministro che, con il passare del tempo, pareva ormai assomigliare a «un’epoca» più che a un uomo(134). A Lodi per la festa dello Statuto si costituì un comitato che, grazie al locale «Fanfulla», raccolse l’adesione di reduci, operai, studenti e ginnasti. Recatisi sotto i portici del municipio, i partecipanti onorarono il busto di Cavour con corone di fiori e un discorso letto dal professore Giulio Rossi che, indicando nella morte di Cavour, Vittorio Emanuele e Garibaldi le «tre date nefaste per l’Italia», promosse a pieno titolo la visione conciliatorista del Risorgimento. Esortato il pubblico ad abbandonare lo spirito di parte, l’oratore coglieva nella ricorrenza ravvicinata degli anniversari garibaldino e cavouriano un segno del destino e auspicava quindi la futura fusione delle due commemorazioni in un’unica grande festa nazionale(135). Poco lontano da Lodi, a Codogno la sezione locale dei Reduci delle Patrie Battaglie onorò lo Statuto e Cavour con una cerimonia; a Firenze il professore Luigi Chierici presenziò alle onoranze cittadine pronunciando alcune parole; al Teatro Goldoni di Livorno spettò a Dario Cassuto intrattenere le rappresentanze con un intervento(136). A Trevi l’inaugurazione di una lapide commemorativa, collocata sulla facciata del palazzo comunale, fu seguita da una conferenza dedicata a Cavour agricoltore(137). In provincia di Torino la pedagogia patriottica trovò terreno fertile anche nell’ambiente scolastico presso il collegio di Carmagnola: distribuiti i premi agli alunni meritevoli, il professore Alessandro Gatti si profuse in un elogio solenne di Cavour che, celebrando l’«Iliade politica» del conte, paladino della libertà come i Greci di Salamina, culminò nella dichiarazione di fedeltà alla dinastia e al regno d’Italia(138).

La conferenza più altisonante fu però quella tenutasi nella capitale il 6 giugno, presso l’aula del Collegio Romano. In tale occasione tornò a parlare Ruggiero Bonghi che, dopo l’intervento dell’anno precedente a Pisa, si avviava a divenire il principale conferenziere in materia cavouriana. Interpretabile come una sorta di celebrazione moderata parallela alla cerimonia delle associazioni romane, l’evento fu organizzato dal circolo monarchico-costituzionale Cavour e raccolse le rappresentanze istituzionali di ministri e deputati, tra i quali figuravano Robilant, Magliani, Coppino, Tajani, Brin e

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133 F. Innamorati, Camillo Benso di Cavour. Discorso letto nella commemorazione del 25° anniversario dalla morte del grande statista celebrata in Perugia il 27 giugno 1886 dall'avv. prof. Francesco Innamorati, Tip. V. Bartelli, Perugia 1886, p. 7.

134 R. Bonfadini, Camillo Cavour, estratto dalla «Rassegna di Scienze sociali e politiche», Tipografia di Mariano Ricci, Firenze 1886, p. 2; in merito all’evento, Per la festa nazionale e Cavour, «La Perseveranza», 7-8 giugno 1886.

135 G. Rossi, Al Conte Camillo Benso di Cavour nel XXV anniversario della sua morte: Commemorazione, Tip. Wilmant, Lodi 1886, numero di pagine assenti.

136 Commemorazione dello statuto e del 25. anniversario della morte del conte Camillo Benso di Cavour. 6 giugno 1886, Tip. di A. G. Cairo, Codogno 1886; cenni in merito all’evento lodigiano in Per la festa nazionale e Cavour, «La Perseveranza», 7-8 giugno 1886; L. Chierici, Onoranze fatte in Firenze al Conte Camillo di Cavour nel XXV anniversario della sua morte, il 6 giugno 1886. Discorso fatto dal prof. comm. Luigi Chierici ed atti principali del Comitato promotore, Tip. Ciardelli, Firenze, 1886.

137 P.-F. Corradi, Il Conte di Cavour agricoltore. Parole dette da Pier-Francesco Corradi in occasione dello scoprimento della lapide al Conte di Cavour, collocata dal Municipio di Trevi sulla facciata del palazzo comunale, 6 giugno 1886, R. Stab. F. Campitelli, Foligno 1886.

138 A. Gatti, Breve discorso commemorativo del Conte di Cavour pronunziato dal Prof. Gatti Alessandro, Tip. e lit. Chiari, Alessandria 1886.

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Genala. Dinanzi al pubblico scelto, Bonghi recuperava di fatto il recente articolo pubblicato sulla «Nuova Antologia», scritto rielaborando le riflessioni formulate nel corso degli anni a elogio e difesa dell’operato di Cavour. Con il suo contributo il napoletano aveva contribuito soprattutto ad alimentare la vulgata della grandezza postuma del Tessitore, il quale ingigantiva con il passare del tempo. Lamentando la scarsa riconoscenza nei confronti di Cavour, al quale era spesso attribuita l’origine di tutti i mali in cui versava l’assetto politico-sociale del Paese, Bonghi guardava infatti con timore alla retorica promossa dalle opposizioni, intenzionate a ridimensionare la portata del suo operato a favore di una rilettura impropria dei rapporti di forza che avevano animato il processo risorgimentale. Di conseguenza, erano colti in fallo coloro che, ricordando l’opera di unificazione italiana, «paragonavano quella di qualunque altro» all’azione di Cavour. In mezzo a tanta «confusione» di giudizi, i partiti e il popolo erano invitati ad accrescere la gloria di Cavour, a cui sarebbe corrisposta una maggiore robustezza dello stato unitario139. In occasione della conferenza, Bonghi ritornò sugli stessi temi illustrando la vita del Tessitore alla luce delle narrazioni consolidate. Battendo sui tasti della «grandissima perspicacia» e della «grandissima sincerità» che avrebbero contraddistinto Cavour, l’elogio del conte si traduceva quindi in un’esaltazione del moderatismo, lente attraverso alla quale osservare il progressivo affermarsi della libertà:

Il vero è che nel giusto mezzo si collocano tutti quegli uomini, che non solo sono in grado di cominciare qualche cosa, ma di finirla, non solo d’iniziare un movimento, ma di concluderlo. Il giusto mezzo consiste nel pesare le forze che sono attive in una società, e scegliere la via segnata dalla risultante di esse, e non pretendere che le une soverchino assolutamente le altre, ma contemperarle. Il Cavour fu, di fatti un giusto mezzo dal principio alla fine della vita(140.)

Considerato il contesto, la retorica conciliatorista risultava smorzata dal minore trasporto sentimentale di Bonghi verso le altre culture politiche risorgimentali, al cui cospetto il pensiero cavouriano si ergeva in tutta la sua grandezza. Espressa fiducia nella prossima riappacificazione tra Stato e Chiesa, ennesima prova della lungimiranza di Cavour, l’oratore si rivolse ancora una volta alle nuove generazioni affinché strette attorno alla monarchia si preparassero a governare la patria rifuggendo dal «vaniloquio continuo tra giornali, opuscoli, dimostrazioni, evviva, grida, applausi bugiardi»(141). A sottolineare il valore delle ultime parole, la chiusa del discorso venne salutata con un’ovazione da parte del pubblico al grido di Viva il Re! Viva la memoria di Cavour! Viva Torino!

Benché parte integrante di una lettura più compassata del Risorgimento, in certi ambienti l’anniversario cavouriano contribuiva ad alimentare le polemiche relative alle eredità concrete del passato recente. Anche in queste occasioni i custodi del pensiero moderato ribadivano una presa di posizione netta non solo nei confronti delle altre tradizioni risorgimentali, ma anche verso la prassi di malgoverno riscontrata nella contemporaneità. Già allora il nome di Cavour sembrò vagamente evocare un rimedio, una risposta a tutte le delusioni della politica attuale.

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139 R. Bonghi, Camillo Cavour, in «Nuova Antologia» LXXXVII (1886), 1° giugno 1886, pp. 422-426.

140 Id., Roma a Cavour. Discorso pronunciato da Ruggiero Bonghi nella solenne commemorazione di Camillo Cavour fatta per iniziativa del circolo “Camillo Cavour” nell’aula massima del Collegio Romano il 6 giugno 1886 anniversario della morte del grande statista, Ermanno Loescher & Co., Roma 1886, p. 26.

141 Ivi, p. 37.

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3.4 Il corpus cavouriano in crescita

Il lento recupero della memoria cavouriana sul piano della sfera pubblica procedeva parallelo alla produzione, decisamente più sostenuta, di scritti, saggi e articoli dedicati a Cavour. Nel corso degli anni Settanta era diminuito l’interesse per la figura dello statista non solo in campo commemorativo ma anche in ambito saggistico e bibliografico. All’indomani dei festeggiamenti torinesi del 1873, infatti, si era conclusa una prima stagione, coronata da buoni successi di pubblico, che aveva visto l’edizione di testi importanti come le opere di Artom e Blanc, De La Rive, Bianchi, Treitschke, Massari e Sassi. A queste pubblicazioni era seguita una fase di relativo silenzio, intervallato da alcuni sporadici contributi di rilevanza modesta e diffusione contenuta, quali, per esempio, un breve articolo di Bianchi dedicato alle prime elezioni politiche di Cavour e i ricordi personali di Federigo Sclopis, entrambi editi nel 1876 sulla rivista «Curiosità e ricerche di storia subalpina», diretta dallo stesso Bianchi(142). Il testo di Sclopis, in particolare, si presentava come un breve collage di fatti, bozzetti e impressioni utili a tratteggiare la fisionomia di un personaggio apprezzato, benché non sempre appoggiato nelle sue posizioni. A fianco degli elementi biografici, l’aspetto tecnico dell’eredità cavouriana continuava a impegnare gli accademici in disquisizioni relative alla ricaduta pratica dei principii enunciati dal conte, prima tra tutte la formula Libera chiesta in libero Stato, sulla cui genesi si interrogava ancora nel 1875 il giurista Guido Padelletti in un articolo della «Nuova Antologia»(143).

Con l’approssimarsi del nuovo decennio, lo studio di Cavour riprese slancio. Significativamente, si può cogliere una relazione tra i testi cavouriani e l’incentivo alla commemorazione dello statista, alimentato anche dalla presenza in ambito bibliografico di un rinnovato interesse per la figura del conte, riletta alla luce dei nuovi contributi, delle riflessioni più pacate, del rinvenimento di altre fonti utili a consolidare la sua immagine. Riapparendo sul mercato editoriale a distanza di qualche anno per corroborare il «monumento di carta» iniziato dai suoi collaboratori, il Tessitore si riaffacciava infatti sulla scena del dibattito pubblico innescando, con la sua presenza, quantomeno una reazione. D’altronde, il passare del tempo favoriva anche prospettive, scorci e approcci inediti con cui guardare a un personaggio già indagato e discusso. Ne era una prova il volume di Bonghi Ritratti contemporanei. Cavour, Bismarck, Thiers con il quale il moderato napoletano, ripubblicando senza modifiche la sua biografia cavouriana del 1861, accostava il conte a due delle personalità politiche più celebri d’Europa(144). L’operazione di Bonghi poneva dunque lo statista in stretta connessione con i presunti omologhi tedesco e francese, interpretabili come tre declinazioni diverse del conservatorismo. Il parallelo era evidente: da un lato, l’autoritario cancelliere prussiano, come l’italiano fautore dell’unificazione nazionale, dall’altro il politico francese, già primo ministro ai tempi di Luigi Filippo e primo presidente della Terza repubblica. Benché non intenzionato a confrontare i tre personaggi per definire una gerarchia interna, Bonghi decretava l’ingresso ufficiale di Cavour tra le grandi menti della politica europea. In particolare, emergeva il confronto con Bismarck, questione che, presentatasi nel discorso pubblico a seguito dei primi successi del tedesco, si sarebbe imposta gradualmente all’attenzione della critica storica di fine secolo. Cedendo alla tentazione di decretare la superiorità del genio di uno dei due, l’autore del volume

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142 N. Bianchi, Il conte Camillo di Cavour e le prime elezioni del Parlamento subalpino, cit.; nello stesso volume, F. Sclopis di Salerano, Il Conte Camillo Benso di Cavour. Rimembranze, pp. 456-487, da cui fu realizzato un estratto per la tipografia Bona, Torino 1876.

143 G. Padelletti, Libera Chiesa in libero Stato. Genesi della formula cavouriana, in «Nuova Antologia» vol. XXIX (1875), luglio, pp. 656-700.

144 R. Bonghi, Ritratti contemporanei. Cavour, Bismarck, Thiers, Treves, Milano 1879.

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riportava un proprio giudizio, anteriore al 1870, favorevole a decretare vincitore Cavour in virtù dell’esiguità dei mezzi a sua disposizione(145). A fronte della mole di fatti e argomentazioni presentate da Bonghi, la profondità di analisi non risultava però ancora così matura da consentire un quadro pienamente soddisfacente del confronto, come suggeriva nella sua recensione al volume anche Romualdo Bonfadini che, pur apprezzando il testo, rilevava la facilità eccessiva a trarre conclusioni dai singoli fatti e la tendenza a sentenziare con severità(146). Ciononostante, il testo proponeva senza dubbio una linea di indagine suggestiva, destinata ad alimentare la riflessione sia sui personaggi citati, sia sul significato da attribuire al loro operato.

Qualche anno dopo, la figura di Cavour si ripresentava, seppure in contesti diversi e davanti a pubblici ristretti. Ovviamente, tornava in primo piano la dottrina politica ereditata dallo Stato unitario, le cui implicazioni giuridiche erano indagate da Carlo Cadorna che, in diversi articoli pubblicati sulla «Nuova Antologia», esaminava la natura dei rapporti Stato-Chiesa sulla base del diritto ispirato agli insegnamenti cavouriani(147). Talvolta, dissertazioni in merito al personaggio figuravano anche in ambienti accademici espressione dell’élite culturale italiana, come avvenne nel 1882 presso il Circolo Filologico di Firenze dove Matteo Ricci Petrocchini, genero di Massimo d’Azeglio, proponeva ai membri della società una lettura intitolata D’Azeglio e Cavour, pubblicata in seguito sulla «Rassegna Nazionale». Frutto di memorie personali, il testo proponeva un parallelo-confronto tra i due nobili piemontesi, ritenuti dalla vulgata l’uno il continuatore dell’altro, e sottolineava le differenze nel carattere, nell’atteggiamento, nei mezzi adoperati, nelle relazioni con i contemporanei. Non si tacevano gli attriti in merito alla visione politica, così come si enunciava a chiare lettere l’opposizione di Cavour all’impresa garibaldina che, organizzatasi nonostante la sua contrarietà, costrinse lo statista al doppiogioco. Ciononostante, la commemorazione del cavaliere e del conte presentava i due esponenti del partito moderato piemontese in stretto rapporto, avvallando una celebrazione piemontesista dei tempi che furono. Infatti, affermava Ricci,

dalla somma però del mio discorso avrete già potuto raccogliere, che se i due chiari uomini dissentirono qualche volta nell’eletta dei mezzi, essi si trovarono però sempre uniti e concordi nel fine: che era la grandezza e la prosperità della patria italiana, colla nobile e giusta ambizione di servirla, perché meglio degli altri lo sapevano fare; ma senza nessuna mescolanza mai di personali interessi e di futili vanaglorie(148).

Parallelamente a queste pubblicazioni di modesta estensione, afferenti più al dato tecnico dell’eredità concreta o alla memorialistica, era però in via di sviluppo un’operazione decisamente rilevante in merito alla memoria cavouriana, allo studio della sua figura e alla difesa del suo operato. Data alle stampe l’edizione selezionata delle lettere di Cavour a cura di Bianchi, una mole ampia di carte inedite restava ancora inedita, potenzialmente a disposizione dei (pochi) autorizzati a prenderne visione. Superato il tornante degli anni Ottanta, un lavoro più esteso e sistematico sui documenti dello statista non tardò ad arrivare.

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145 Per il confronto tra il tedesco e l’italiano, cfr. ivi, pp. 197-205.

146 R. Bonfadini, Ritratti contemporanei. Cavour, Bismarck, Thiers, in «Nuova Antologia» XIV (1879), 15 aprile, pp. 637-639.

147 C. Cadorna, La politica del conte di Cavour nelle relazioni tra la Chiesa e lo Stato: confronto con gli altri sistemi, in «Nuova antologia» XXXII (1882), 15 aprile, pp. 637-659; XXXIII (1882), 15 maggio, pp. 226-249; 1° giugno, pp. 444-474; 15 giugno, pp. 649-675.

148 M. Ricci, D’Azeglio e Cavour, in «Rassegna Nazionale» IX (1882), pp. 163-184, poi pubblicato presso l’Ufizio della «Rassegna Nazionale» nello stesso anno.

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Gli epistolari di Chiala e Bianchi

La strada aperta da Berti nel 1862 e seguita con maggiore organicità da Bianchi aveva trovato il degno continuatore in Luigi Chiala. Nato nel 1834 a Ivrea, distintosi in gioventù per la sua attività di giornalista precoce e scrittore prolifico, arruolatosi volontario durante la campagna del ’59, l’uomo aveva trascorso buona parte della maturità nei ranghi dell’esercito al seguito di La Marmora fino alla morte del generale nel 1878, coniugando gli interessi giornalistici all’impegno di ufficiale. Direttore de «L’Italia militare» e della «Rivista militare italiana», Chiala aveva costruito la propria carriera di pubblicista affermato anche grazie al servizio nel Regio esercito, prendendo le difese di La Marmora dopo la sfortunata guerra del ’66, frequentando assiduamente gli ambienti politici della Destra che gli fruttarono una rete estesa di conoscenze. Accostatosi allo studio della storia recente con la stesura di numerosi profili biografici, il giornalista aveva dimostrato uno spiccato interesse per gli studi di natura diplomatico-militare, tema al centro di diverse pubblicazioni edite dopo la terza guerra di indipendenza. Non stupisce pertanto che, grazie ai legami con il mondo moderato e ai suoi studi, Chiala avesse incontrato Bianchi, la cui affiliazione monarchico-liberale unita alla pratica dell’indagine sui documenti storico-diplomatici incentivò uno scambio tra i due personaggi. Dimessosi dall’esercito con il grado di capitano, l’eporediese continuò pertanto la sua attività di polemista e giornalista, affiancando alla scrittura la ricerca sistematica delle fonti.

Dovette risalire pertanto alla fine degli anni Settanta la consultazione delle carte di Cavour conservate presso il Regio Archivio di Stato di Torino, concessa da Bianchi che, probabilmente, vide nel più giovane studioso un degno erede destinato a concludere l’opera impegnativa. D’altronde, Chiala aveva avuto modo di accostarsi alla figura del conte in un’altra occasione, quando Cavour non era ancora divenuto il Tessitore: datava infatti al 1855 un profilo biografico, commissionato da Berti e Castelli come introduzione delle opere politico-economiche del presidente del Consiglio(149). A distanza di vent’anni, conclusa la parabola politica del ministro e raccolta gran parte della documentazione presso gli archivi, il giornalista tornò quindi a interessarsi della figura del conte che offriva un’occasione importante per approfondire gli studi praticati. L’approccio ai documenti parve quindi scandito dalla comparsa in successione di alcuni scritti. Una prima testimonianza del lavoro sulle carte fu la pubblicazione nel 1879 del volume L’alleanza di Crimea, testo inizialmente concepito per fornire supporto alle note redatte da La Marmora in merito alla spedizione sarda nel Mar Nero, divenuto quindi una ricostruzione approfondita delle dinamiche che portarono alla firma del trattato con le potenze occidentali(150). Di conseguenza, lo scritto si configurava come una difesa dell’opera di Cavour, descritto come «l’uomo di genio» che, però, non aveva agito da solo poiché affiancato da validi collaboratori. Al volume seguì nel 1882 la comparsa sulla «Nuova Antologia» dell’articolo I primi passi di Camillo Cavour nella vita pubblica. Le elezioni del 1848, un contributo che, in linea con la pubblicazione quasi omonima di Bianchi, proponeva brani di lettere utili ad apprezzare le vicende vissute dal conte nei mesi precedenti alla firma dello Statuto, il ruolo di giornalista, i contrasti con gli altri esponenti del mondo liberale torinese, i momenti di sconforto alternati a quelli di esaltazione(151).

Gli esiti del lungo lavoro di lettura, selezione e trascrizione delle carte cavouriane si concretizzarono nella pubblicazione dell’epistolario. Inizialmente prevista in quattro

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149 C. Cavour, Opere politico-economiche, cit., pp. I-C.

150 L. Chiala, L’alleanza di Crimea, Voghera Carlo, Roma 1879.

151 Id., I primi passi di Camillo Cavour nella vita pubblica. Le elezioni del 1848, in «Nuova Antologia» XXXV (1882), 15 settembre, pp. 230-263.

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volumi, l’opera imponente, nota con il titolo di Lettere edite ed inedite di Camillo Cavour, venne data alle stampe in sei tomi tra il 1883 e il 1887 dall’editore Roux di Torino, collaboratore di fiducia di Chiala(152). Dopo anni di edizioni parziali e mirate, la mole di documenti veniva presentata nella sua presunta interezza ripercorrendo un arco cronologico molto ampio, dal 1821 al 1861. Forte delle oltre 600 lettere inedite che si sommavano alle 200 già citate in altri testi, l’epistolario forniva un contributo fondamentale alla memoria del Tessitore, della cui vita appariva, come si enunciava nell’introduzione al primo volume, un saggio significativo per ogni fase. Lungi dal voler tracciare una biografia completa di Cavour, impossibilitato a rendere la sua immagine a tutto tondo per la «scarsezza» di materiale, il curatore offriva la possibilità di osservare «l’animo e l’ingegno» della sua figura. Molto varia era la materia oggetto di interesse. Le carte toccavano pressoché ogni argomento, come la politica, l’amministrazione, la finanza, l’economia domestica, le imprese agricole, industriali e commerciali, ma erano presenti anche lettere di carattere privato, ritenute da Chiala le «più attraenti» perché in grado di aprire «uno spiraglio nella vita intima dell’uomo»(153). Si forniva quindi uno spaccato dell’esistenza per mano dello stesso Cavour, di cui – vanto del curatore – si poteva ammirare la scrittura spontanea, dotata di un proprio stile distante dai canoni letterari così apprezzati in altri personaggi coevi. Meno spontanea era invece la trascrizione delle carte da parte di Chiala il quale, conforme agli usi dell’epoca, agì in piena libertà sul contenuto delle lettere: lungo tutta l’epistolario si riscontrano infatti numerose omissioni, tagli e modifiche che, sebbene limitate per intervento del più esperto Nigra(154), sarebbero costate al curatore le critiche dei posteri. Estranea ai criteri del rigore scientifico proprio delle generazioni di storici successivi, l’azione consapevole del pubblicista piemontese rispondeva d’altro canto alle esigenze palesi del progetto, ovvero l’elevazione definitiva di Cavour a paladino della tradizione monarchico-liberale(155). Del resto, là dove si enunciava il criterio di discrezionalità applicato in fase di stesura dell’opera, vuoti e lacune erano ammessi dallo stesso Chiala, consapevole del rischio insito nella pubblicazione incauta dei documenti e intenzionato pertanto a evitare le polemiche:

Abbiamo soppresso in parecchie lettere alcuni passi, non perché la loro pubblicazione potesse offendere la memoria del conte Cavour, come uomo onesto, ma perché contenenti giudizi su cose o persone private, che potrebbero anch’oggi essere materia di scandali, o perché quei passi devono per molto tempo ancora rimanere inediti. Abbiamo, per contrario, serbati i giudizi non sempre temperati e giusti, così nella lode come nel biasimo, e sovente contraddicentisi fra loro a breve intervallo, intorno agli uomini politici del tempo. Imperocché – e questo vuolsi bene avvertire – il conte di Cavour era uomo di prima impressione, come è in generale di tutti gli uomini di natura schietta e leale; e se i giudizi suoi recano sempre l’impronta della schiettezza, e giova averne notizia per spiegare il suo procedere in questa o quella congiuntura, sarebbe ingiusto accoglierli in forma assoluta, affine di esaltare o deprimere i lodati o i censurati(156).

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152 Id. (a cura di), Lettere edite ed inedite di Camillo Cavour raccolte ed illustrate da Luigi Chiala deputato al Parlamento, 6 voll., Roux e Favale, Torino 1883-1887.

153 Ivi, vol. I, p. VI.

154 U. Levra, Fare gli italiani, cit., pp. 278-279; A. Pennini, La diplomazia del disincanto, cit., p. 25. L’ambasciatore aveva sconsigliato Chiala dal pubblicare documenti diplomatici, manipolati e parziali, relativi ai negoziati per la cessione di Nizza e Savoia nel 1860.

155 C. Cavour, Epistolario, cit., vol. I, 1815-1840, p. XXVII.

156 L. Chiala (a cura di), Lettere edite ed inedite, vol. I, cit., p. VIII.

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Le carte oggetto di studio, reperite in gran parte presso l’archivio torinese, erano state integrate anche da altre lettere inviate da amici, collaboratori e parenti(157). A corollario dei documenti pubblicati, ogni volume era preceduto da un quadro biografico, molto corposo, mirato a ricostruire l’arco cronologico interessato dalle lettere citate (1821-1851, 1852-1858, 1859-1860, 1860). Di fatto, si trattò di una vera e propria biografia, scandita in più introduzioni, che attingeva a sua volta informazioni ad altre carte e ai saggi precedentemente pubblicati. Dal lungo testo trapelava la lettura data dal curatore a Cavour e agli eventi di cui il conte era stato protagonista, riflesso della più generale interpretazione conferita da Chiala alla Storia nel suo divenire concreto. Come è stato notato dalla critica, questa era la concezione ideologica di un pubblicista schierato che, privo della visione più ampia frutto dell’osservazione di dinamiche sociali complesse, individuava nei singoli personaggi e nelle élites politico-militari le uniche forze responsabili delle vicende narrate(158). Convinto della superiorità indiscussa del partito moderato, Chiala rileggeva l’opera di Cavour alla luce del ruolo fondamentale attribuito alla classe dirigente piemontese, dimostrandosi in ciò il degno allievo di Bianchi e della «scuola sabaudista» che escludeva o limitava notevolmente il concorso delle componenti democratico-repubblicane al Risorgimento, riconducendolo ai piani superiori del conte. Tuttavia, meno abile del modenese nel tratteggiare il contesto complessivo della politica internazionale, Chiala si mostrò incline, come Massari, a cedere alla teleologia degli avvenimenti, sorvolando sulle difficoltà materiali incontrate da Cavour al quale sembrava invece attribuirsi la «facilità ovvia del miracolo»(159). Che fosse questo un atteggiamento dovuto alla provenienza provinciale di Chiala, un’intenzione deliberata o una congiuntura di entrambe le ipotesi, il risultato ottenuto sembrò incontrare appieno le attese del partito moderato piemontese, favorevole alla celebrazione verticistica di Cavour a scapito delle altre correnti risorgimentali.

Le reazioni all’uscita dei volumi furono d’altronde decisamente favorevoli. Il primo volume venne accolto con entusiasmo dalla stampa torinese, lodato anche dal critico liberale Ernesto Masi(160), e andò esaurito in pochi mesi. Per il secondo volume si predispose l’aggiunta del facsimile di un autografo cavouriano(161). Vivo apprezzamento era espresso da William De La Rive che, complimentandosi con Chiala per la fatica eseguita con scrupolosità di storico, rimproverava al piemontese il titolo troppo modesto di curatore con cui si presentava al grande pubblico(162). All’estero, anche il «Kölnische Zeitung» recensiva positivamente la traduzione tedesca dell’opera(163). Dopo anni di pubblicazioni parziali, la sapienza politica del conte aveva trovato finalmente una sua attestazione complessiva. Con questo lavoro Chiala poté di fatto elevarsi a principale conoscitore delle carte cavouriane. Indicativa per quanto concerne lo scopo dell’opera era la presentazione che l’editore Roux offriva al lettore sul proprio catalogo, sottolineando come l’epistolario rappresentasse il vero «monumento» alla sua memoria:

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157 ASBI, Fondo Chiala, c. 5, f. 7, lettera di Eugène Rendu a Luigi Chiala, 22 novembre 1883; c. 4, f. 52, lettera di Carlo Pellion di Persano a Luigi Chiala, 1° febbraio 1882; un riferimento ad alcune lettere prestate al curatore in c. 5, f. 18, William De La Rive a Luigi Chiala, 27 novembre 1886; prezioso si era rivelato l’aiuto del barone Antonio Manno nel rintracciare le corrispondenze con le famiglie nobiliari. U. Levra, Fare gli italiani, cit., p. 244.

158 M. Fubini Leuzzi, Chiala, Luigi in DBI, XXIV (1980); A. Omodeo, L’opera politica del conte di Cavour, vol. I, 1848-1857, t. 1, La nuova Italia, Firenze 1945, pp. 4 e segg.

159 W. Maturi, Interpretazioni del Risorgimento, cit., pp. 303-304 e C. Cavour, Epistolario, cit., vol. I, pp. XXVII-XXVIII; M. Fubini Leuzzi, Chiala, cit.

160 Lettere, Arti e Teatri, «Gazzetta piemontese», 12 giugno 1883; anche E. Masi, Fra libri e ricordi di storia della rivoluzione italiana, Nicola Zanichelli, Bologna 1897, pp. 249-303.

161 Cfr. l’annuncio pubblicitario in «Gazzetta piemontese», 27 luglio 1883.

162 ASBI, Fondo Chiala, c. 5, f. 18, lettera di William De La Rive a Luigi Chiala, 8 maggio 1884.

163 «Kölnische Zeitung», 17 aprile

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Il Cavour per così dire in veste da camera, il Cavour intimo getta una viva luce sul Cavour ministro, uomo pubblico: molti avvenimenti, rimasti per lungo tempo incompresi, vengono da quest’epistolario spiegati e commentati. L’epistolario di Camillo Cavour è indispensabile allo storico non meno che allo statista: al primo, come documenti di un valore inestimabile – al secondo, come esempio ed ammaestramento(164).

A corollario ideale del lungo lavoro di selezione e studio dei documenti, l’opera imponente dell’epistolario sarebbe stata integrata, nell’arco di pochi anni, dalla pubblicazione di altre fonti utili a contestualizzare il personaggio e il periodo storico. Sfruttando la mole di carte a sua disposizione e la fama di editore scrupoloso, Chiala contribuì infatti alla formazione del corpus cavouriano grazie anche alla collaborazione dell’editore Roux che avrebbe sempre sostenuto le iniziative in tal senso. Nel 1886 venne dato alle stampe Il Conte Cavour. Ricordi di Michelangelo Castelli, un testo che raccoglieva gli appunti biografici scritti dall’ex collaboratore tra il 1869 e il 1874(165). Realizzato su invito della vedova di Castelli, che aveva suggerito la pubblicazione in vista del venticinquesimo anniversario cavouriano, il volume offriva un ritratto dello statista, osservato attraverso gli occhi del suo segretario. In una prima parte, si ripercorreva per l’ennesima volta la parabola politica di Cavour, del quale si rielaborava la memoria grazie agli scritti redatti a distanza di qualche anno della morte e, quindi, frutto di una sedimentazione di lungo periodo; nella seconda parte, si offrivano altre lettere edite ed inedite, seguite infine da un’appendice con altre missive, stralci di giornale e brevi pubblicazioni desunte da saggi e altri volumi. I capitoli Appunti biografici e Aneddoti, in particolare, contribuivano alla rappresentazione umana del personaggio, sul quale l’ex segretario si soffermava esprimendo considerazioni relative alla sua opera, in linea con le letture del partito moderato(166).

Al libro seguì nel 1888 il testo Ricordi di Michelangelo Castelli (1847-1875), una pubblicazione che, concentrata maggiormente sulla vita del collaboratore, integrava di fatto la pubblicazione precedente estendendo l’arco cronologico delle fonti impiegate. Nel 1890-1891 venne pubblicato in due volumi il Carteggio politico di Castelli, l’epistolario che permetteva di ricostruire buona parte della corrispondenza del segretario dal 1847 fino alla sua morte(167). Tra i brani derivati da altre carte, era riportata per la prima volta la lettera del 9 giugno 1861 con cui Castelli descriveva a d’Azeglio gli ultimi giorni di vita di Cavour, il cui contenuto contribuiva a consolidare il mito della morte dello statista(168). Assai corposo per la mole di carte consultate, selezionate e trascritte, il carteggio si rivelava una fonte di grande valore soprattutto per il contributo alla memoria di Cavour e del suo partito, le cui testimonianze scritte non lasciavano dubbi in merito all’altezza dei propositi assunti dal mondo liberal-moderato.

Ultimo anello di questa collana cavouriana sarebbero stati infine anche i tre volumi Giacomo Dina e l’opera sua nelle vicende del Risorgimento italiano, editi tra il 1889 e il 1902, che si configuravano come un tributo al direttore de «L’Opinione» in qualità di esponente prestigioso della Destra(169). Frutto di un collage di articoli del giornale e di lettere già edite, il testo esaltava il ruolo di Dina inserendolo a buon diritto tra i principali collaboratori dello statista piemontese, contribuendo a celebrare la compagine

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164 Cfr. la pubblicità tratta dal Catalogo Roux e inserita al termine del primo volume delle Lettere edite ed inedite.

165 L. Chiala (a cura di), Il Conte Cavour. Ricordi di Michelangelo Castelli, Roux e Favale, Torino 1886.

166 Ivi, pp. 1-25; pp. 26-38.

167 Id. (a cura di), Ricordi di Michelangelo Castelli (1847-1875), L. Roux e C., Torino 1888; Id. (a cura di), Carteggio politico, cit.

168 Ivi, pp. 361-363.

169 Id., Giacomo Dina e l’opera sua nelle vicende del Risorgimento italiano, cit.

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moderata raccoltasi attorno a Cavour e intenzionata ad applicare i suoi insegnamenti anche dopo la morte. Del resto, nel lungo lavoro d’archivio compiuto da Chiala a partire dagli anni Settanta si coglieva la volontà esplicita di consolidare definitivamente l’immagine agiografica della Destra, risalendo alle sue origini e individuando in Cavour il vertice più illustre della tradizione politica. In un momento di crisi del partito moderato, mentre altre espressioni del liberalismo italiano tentavano di dettare i ritmi dell’azione governativa impantanandosi nelle pastoie del parlamentarismo(170), la pubblicazione di epistolari, fonti e memorie appariva una sorta di compensazione, un invito a tornare alle radici della pratica politica «sana», un richiamo alla solidità dei principii e degli uomini che avevano contribuito con successo al Risorgimento.

In cerca di nuove letture

Con l’approssimarsi della ricorrenza cavouriana del 1886 il panorama editoriale aveva visto la comparsa di altri testi che arricchivano la bibliografia sul personaggio. L’insieme dei contributi era piuttosto eterogeneo. Per molti, la ricerca sulle fonti restava ancora l’attività più utile a corroborare le tesi degli affezionati alla memoria del conte. Ne era convinto, tra gli altri, l’erudito Aurelio Gotti che con il breve saggio Cammillo Cavour del 1884 riconosceva il rilievo assunto dalle carte nella costruzione dell’immagine postuma del ministro, grazie alle quali si poteva ammirare «passo passo» la scalata al «monte», proprio come Dante nella Commedia(171). Intenzioni simili a quelle di Chiala continuavano a muovere anche Nicomede Bianchi, la cui opera di instancabile compulsatore di documenti procedeva parallela agli studi su larga scala del curatore dell’epistolario. Nel 1885 il modenese pubblicava un’ulteriore raccolta di lettere inedite, nota sotto il nome La politique du comte Camille de Cavour de 1852 à 1861, concepita per fornire un quadro più completo degli affari diplomatici seguiti con proverbiale abilità dal Tessitore. Costituito dalla corrispondenza scelta con le principali ambasciate e legazioni piemontesi in Italia e all’estero, il volume vantava la presenza di un buon numero di lettere fornite al curatore da un altro esponente della politica estera cavouriana, il marchese Emanuele d’Azeglio che, in qualità di ex ambasciatore a Londra, aveva contribuito anche alla redazione di note utili a esplicitare il contesto di riferimento(172). Così come avvenuto per le passate edizioni, il testo fu pubblicato in francese per garantire evidentemente una più larga diffusione in Europa, complice il contenuto afferente a questioni di rilevanza internazionale trattate dalla corrispondenza. Si presentava quindi agli studiosi di politica un «riassunto analitico» ricco di «materiali istruttivi» dai quali emergeva Cavour come coordinatore efficace della diplomazia piemontese, diretta con maestria verso l’obiettivo ultimo, un obiettivo «semplice» nella definizione ma complesso per la varietà delle situazioni e dei mezzi. A ennesima conferma del riconoscimento internazionale tributato al personaggio, al termine del volume si riportavano in traduzione i discorsi pronunciati alla Camera dei Lord e dei Comuni dopo la morte di Cavour(173). Impostato secondo uno schema ormai tradizionale, il volume presentava i risultati dell’ultima fatica di Bianchi, il cui interesse smodato per le carte dello statista lo spingeva ad auspicare la segnalazione futura di documenti cavouriani ancora inediti. Ne era un implicito riferimento l’osservazione del curatore

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170 Sulla questione del partito (o dei partiti), cfr. H. Ullrich, L’organizzazione politica dei liberali italiani nel Parlamento e nel Paese, in R. Lill – N. Matteucci (a cura di), Il liberalismo in Italia e in Germania dalla rivoluzione del ’48 alla prima guerra mondiale, Il Mulino, Bologna 1980, pp. 420-428.

171 A. Gotti, Cammillo [sic] Cavour, Uffizio della «Rassegna Nazionale», Firenze 1884.

172 N. Bianchi, La politique du comte Camille de Cavour de 1852 à 1861. Lettres inédites avec notes, Roux & Favale, Torino 1886.

173 Ivi, pp. 412-419.

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che, ringraziando nell’incipit il marchese d’Azeglio per il servizio reso, si diceva sicuro della presenza di migliaia di lettere conservate presso famiglie prestigiose di tutto il continente, la cui utilità sarebbe stata indubbia per completare il quadro. I saggi e gli articoli precedenti, uniti all’esteso epistolario in via di edizione, non apparivano ancora sufficienti a consolidare la difesa di Cavour, della dinastia e del partito moderato, ritenuti l’espressione suprema della gloria italiana recente. Tuttavia, il tempo non sarebbe bastato a Bianchi, morto nel febbraio del 1886 senza poter assistere ai festeggiamenti dell’anniversario cavouriano(174).

Accanto alle pubblicazioni selezionate di fonti, proseguiva la pamphlettistica apologetica. Lettere e ricordi personali erano alla base del lavoro di Diomede Pantaleoni, L’ultimo tentativo del Cavour per la liberazione di Roma nel 1861, un opuscolo del 1885 con cui l’autore tornava alle origini della questione romana ricostruendo le trattative tra Torino e Parigi nelle settimane precedenti alla morte del conte. In qualità di agente speciale inviato alla corte di Napoleone III, Pantaleoni descriveva nel dettaglio lo scambio intenso di proposte e controproposte che aveva animato il dibattito per la liberazione della futura capitale dal potere temporale, mirando a dimostrare l’atteggiamento ambiguo dell’imperatore, gli impegni profusi dallo statista e il tradimento dei suoi propositi nei mesi successivi alla sua scomparsa, quando in poco tempo «la sapiente ultima opera di Cavour fu disfatta», gettando la questione romana «nelle tenebre»(175).

Proprio nell’anno del grande pellegrinaggio nazionale la saggistica sul tema aveva prodotto altri testi celebrativi. Tra questi, la pubblicazione di un discorso pronunciato l’anno precedente dal torinese Vittorio Graziadei, intitolato semplicemente Cavour. Un testo che si inseriva nel filone biografico confermando la versione dei fatti sedimentatasi nel corso degli anni sul modello delle più celebri biografie: consapevole dell’impossibilità di attribuire a Cavour l’«aureola» di eroe battagliero o di martire della libertà, Graziadei lodava il «lavorio» graduale del primo ministro che come l’acqua «si apre la via nella roccia», non disdegnando vari mezzi per raggiungere l’obiettivo. Lo scritto prendeva inoltre le distanze da alcuni elementi ricorrenti in gran parte delle agiografie più diffuse. D’altronde, si ammettevano alcune azioni non particolarmente onorevoli del personaggio, giustificate implicitamente dal paragone ormai ricorrente con Machiavelli, in virtù del quale le opere «non tutte leonine, ma spesso di volpe» compiute dal conte risultavano accettabili(176).

Più peculiare e inserito in pieno clima conciliatorista fu l’articolo pubblicato negli stessi mesi da Pietro Vayra sulla «Rivista storica italiana», intitolato Cavour e Garibaldi, con il quale si proponeva la celebrazione congiunta dei due personaggi(177). La vicinanza del 2 giugno e del 6 giugno, infatti, spingeva l’archivista torinese a promuovere la riappacificazione postuma tra il ministro e il generale, ai quali si attribuiva l’intenzione di soprassedere ai noti contrasti, giustificata da una lettera di Garibaldi inviata da Caprera nel maggio 1861 a Cavour. Venuta meno la possibilità della riconciliazione a causa della morte dello statista, Vayra si diceva convinto della buona volontà nei confronti del generale da parte di Cavour, il quale non era «sceso nella tomba né nemico, né cieco ed ostinato avversario di Giuseppe Garibaldi, non ingiusto

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174 M. Fubini Leuzzi, Bianchi, Nicomede, cit.; cfr. il necrologio di E. Ferrero, Nicomede Bianchi, in «Archivio Storico Italiano» XVII (1886), pp. 414-428.

175 D. Pantaleoni, L’ultimo tentativo del Cavour per la liberazione di Roma nel 1861, Tipi di M. Cellini e C., Firenze 1885.

176 V. Graziadei, La parte di Cavour, Beniamino Manzone Editore, Torino 1886, p. 23.

177 P. Vayra, VI giugno. Cavour e Garibaldi, Fratelli Bocca, Torino 1886 [estratto dalla «Rivista storica italiana», (1886), vol. III, f. 2].

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verso di lui, non avaro dell’alta estimazione che gli era dovuto»(178). Il recupero «postumo» dei rapporti tra i due padri della patria si configurava pertanto come un gesto di onestà nei confronti del ministro, al quale non si doveva attribuire un rancore duraturo, né il livore degli invidiosi, bensì la disponibilità d’animo verso tutti i buoni patrioti. Vivo Cavour – continuava l’autore – l’accordo tra i due grandi del Risorgimento avrebbe senza dubbio permesso il conseguimento di migliori risultati, a scapito della serie di insuccessi in cui erano incappati i governi postunitari. Seppur destinato a una circolazione ristretta tra i lettori degli ambienti accademici, il contributo appare rilevante soprattutto poiché patrocinato da un membro della cosiddetta «scuola sabaudista» come Vayra, la cui contiguità ideologica con Bianchi e il comune lavoro sulle carte d’archivio erano assai noti. Del resto, l’accostamento a posteriori tra i due personaggi non appare nemmeno così inusuale, se si interpreta come un modo implicito per sancire la superiorità di Cavour su Garibaldi, ovvero la superiorità della lungimiranza del ministro sull’impetuosità dell’eroe nizzardo.

Nel contesto di rinnovato interesse per la figura di Cavour vi fu spazio anche per la pubblicazione dai toni «stravaganti». Era questo il caso dell’articolo Un iperestetico: il Conte di Cavour, scritto da Edmondo Mayor des Planches per la rivista «Archivio di psichiatria, scienze penali ed antropologia criminale»(179). Si trattò del breve contributo scritto dal futuro diplomatico e collaboratore crispino, all’epoca impiegato nella carriera amministrativa presso il Ministero degli Esteri, che si cimentò in una sorta di perizia clinica postuma della figura di Cavour. Una diagnosi puramente “letteraria” – si potrebbe dire – perché fondata sulle biografie, sulle testimonianze dei collaboratori e sulle lettere pubblicate nel corso degli anni, scandagliate là dove era possibile rinvenire i tratti psicologici utili a delineare il profilo del personaggio. Forte della conoscenza di queste fonti, ritenuto ormai assodato il genio di Cavour, l’autore rinveniva nello statista i sintomi dell’iperestesia, ovvero dello squilibrio emotivo che avrebbe contraddistinto la vita del conte a partire dall’infanzia. Le prove di questa ipotesi clinica erano rappresentate dall’irascibilità che emergeva saltuariamente nei momenti di tensione e conflitto, dal temperamento focoso mitigato a fatica dall’ambiente famigliare e dal servizio militare, dall’atteggiamento incostante, dagli sbalzi d’umore di cui si aveva testimonianza scritta. Ne derivava quindi l’immagine di un «ribelle» in adolescenza, un «giacobino» in gioventù e un adulto per cui l’amore era una «passione veemente» così come l’ambizione, giunto a meditare il suicidio almeno tre volte, l’ultima delle quali proprio nel ’59, quando il casus belli della guerra con l’Austria sembrò sfumare a causa delle politiche di pace promosse da Parigi, condannando al fallimento anni di lavorio diplomatico(180). Al di là dell’eccentricità del contributo, che dovette avere circolazione piuttosto ristretta, il tema trattato si rivelava degno di nota soprattutto perché, seppur fondata su analisi a posteriori, l’analisi di Mayor des Planches rileggeva Cavour attraverso un’altra lente proponendo, alla luce dell’indagine psicologica, un’immagine diversa del «genio». A contraltare della figura agiografica che vedeva nel conte l’uomo coerente, freddo e fermo nei propositi fino alla fine, in grado di sopportare le fatiche ministeriali con spirito di abnegazione, si presentava il ritratto di un personaggio senza dubbio eccezionale che tuttavia esplicitava atteggiamenti, pensieri ed emozioni ascrivibili a categorie proprie dell’uomo comune.

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178 Ivi, p. 7.

179 E. Mayor des Planches, Un iperestetico: il Conte di Cavour, in «Archivio di psichiatria, scienze penali ed antropologia criminale» VII (1886), pp. 412-419.

180 Ivi, pp. 415-416; sull’“instabilità psicologica” di Cavour durante i fatti del 1859 cfr. A. Viarengo, Cavour, cit., pp. 376-381; R. Romeo, Vita di Cavour, cit., pp. 395 e segg.

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I testi di Berti del 1886

Negli anni Ottanta il principale contributo bibliografico alla memoria di Cavour fu però opera di un altro autore. A distanza di più di vent’anni dalla prima discussa pubblicazione di lettere, Domenico Berti tornava a cimentarsi con la figura dello statista proponendo un testo differente, utile a corroborare la narrazione soffermandosi su un altro versante della biografia cavouriana. Rientrato nelle grazie della marchesa Giuseppina in un momento imprecisato, forse già in seguito alla morte di Ainardo, Berti sfruttò la ricorrenza del venticinquesimo anniversario per accedere nuovamente ai documenti ancora inediti della famiglia. Nel 1886 venne dunque pubblicato a Roma Il Conte Cavour avanti il 1848, un corposo volume dedicato alla fase pre-politica del protagonista(181). Fu di fatto una biografia giovanile di Cavour, la cui vita pubblica e privata veniva approfondita in 371 pagine, articolate in venti capitoli e corredata di venti note illustrative utili a contestualizzare il contenuto. A sostegno di questo progetto Berti aveva potuto impiegare buon parte di materiale inedito, messo a disposizione da Giuseppina, a cui si aggiunsero altre biografie, utili a conferire omogeneità alle informazioni acquisite. Le fonti si rivelavano piuttosto varie: si trattò in gran parte – dichiarava l’autore – delle lettere dei famigliari stretti, di alcuni imprecisati «scritti di varia natura» nei quali si accennava a Cavour, delle lettere scritte dal conte bambino, adolescente e giovane adulto ai suoi parenti, di un quaderno in cui erano annotate le prime letture e del diario autografo risalente agli anni 1833-1835 comprendente alcune note di viaggio all’estero(182). Di questi testi, redatti quasi tutti in francese, l’autore fornì la traduzione italiana, un fatto che, se da un lato garantiva la fruizione del testo a livello nazionale e non solo tra le classi colte del Paese, dall’altro poteva lasciare qualche dubbio in merito alla resa del contenuto originale.

Come affermava l’autore nel proemio, dopo anni di pubblicazioni mirate a narrare la grandezza del ministro, di cui si era detto «molto e bene», era giunto il momento di soffermarsi sul privato cittadino, del quale invece si era scritto «assai poco e non senza inesattezze». Si trattava quindi, innanzitutto, di colmare una lacuna negli studi della figura, correggendo le approssimazioni accumulatesi nel corso degli anni a causa dei biografi più sbrigativi; in secondo luogo, la pubblicazione mirava a un obiettivo rilevante ai fini della memoria cavouriana, perché utile a delineare un profilo coerente dello statista, incentrato sulla continuità dei valori incarnati durante la vita pubblica. Scrivendo la biografia giovanile del conte Berti si assunse infatti il compito di dimostrare la precocità dei principii attribuiti al Cavour più maturo, ricostruendo gli albori della concezione politico-sociale che la scuola moderata avrebbe tanto apprezzato, giungendo a idealizzarla in epoca postunitaria. Il fine del volume era pertanto esplicito, dichiarato senza remore dall’autore fin dalle prime righe dell’introduzione, dove si offriva al lettore la possibilità di vedere la «luce» sulle origini del regno d’Italia. Con questa operazione Berti rileggeva quindi la vita del giovane Cavour retrodatando di fatto la concezione unitaria dell’Italia libera dallo straniero, ricondotta allo spirito patriottico che aveva animato il conte fin dall’adolescenza, e individuando negli anni dell’apprendistato la formazione di un pensiero coerente, articolatosi in forme più complesse con il passare degli anni ma ispirato sempre a un sentimento di libertà innato. A sostegno di queste affermazioni, l’autore citava Alfred de Vigny sostenendo come «la vita di un uomo eminente non [fosse] che la effettuazione di un grande pensiero, che fin dalla gioventù ne occupa l’animo»(183). Considerata a distanza di tempo nel contesto della sua epoca, la precocità del patriottismo di Cavour attestava

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181 D. Berti, Il Conte Cavour avanti il 1848, Voghera Carlo, Roma 1886.

182 Ivi, p. 6.

183 Ivi, p. 9.

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anche l’originalità del pensiero, formulato con anni di anticipo rispetto alla pubblicazione della Giovine Italia di Mazzini, ai volumi di Gioberti, alle Speranze d’Italia di Balbo, ai Fatti di Romagna di d’Azeglio. In tal modo, rispondendo implicitamente alle note accuse di opportunismo e di scarso fervore patriottico avanzate dai detrattori, Cavour veniva inserito a buon diritto tra i «teorici» della riscossa nazionale. Come dimostravano le carte e le testimonianze, il sentimento si sommava alla tenacità d’animo del personaggio, le cui prime prove si configuravano come anticipazione delle fatiche ben più impegnative che la carriera politica avrebbe riservato. Incline, come altri giovani del tempo, ai momenti di meditazione malinconica, il conte aveva dimostrato però di saper andare oltre lo sconforto dettato dalle difficoltà. Infatti, secondo Berti,

egli non è nato per dare forma artistica al pianto, ma per scuotere una nazione e dirigerla verso la meta dei suoi grandi destini. Egli sa vincere i momenti di abbattimento che rattristano talvolta la sua gioventù, come più tardi vincerà quelli che gli funestano la vita di ministro. La forza d’animo e della mente che dimostrò in parecchie occasioni giovanili, è straordinaria. E a noi piace notare che il conte di Cavour fu tutto opera di se stesso(184).

Secondo gli studi dell’autore, dunque, gran parte del pensiero dello statista sul versante politico, economico, sociale era riconducibile in nuce alla fase pre-1848. La conformità di idee si rivelava pressoché evidente: anche la formula Libera Chiesa in libero Stato – che, come si ha avuto modo di evidenziare, molti attribuivano a un momento di difficoltà dell’ultimo Cavour – avrebbe addirittura trovato le sue origini nelle «meditazioni giovanili»(185).

Lo studio relativo al primo periodo cavouriano conferiva quindi altrettanta dignità al periodo dell’apprendistato e legittimava anche la correzione di alcune assunti formulati dagli altri biografi (Bonghi, De La Rive, Massari, Mazade, Treitschke, Chiala), sulle cui opere Berti esprimeva anche un giudizio sintetico in una delle note conclusive. In conclusione, secondo Berti, gli anni della gioventù contenevano la chiave interpretativa per leggere in profondità la figura di Cavour:

la vita del conte di Cavour avanti il 1848 gioverà a meglio intendere l’uomo che è tanta parte della nostra storia moderna, e, con lui, questa storia istessa. Egli non sorse come altri uomini di Stato di Francia e Inghilterra in una grande nazione, con ordini liberi ben fermi, con parti politiche organate da potenti tradizioni; ma in un piccolo Stato appena esordiente nella vita pubblica e mancante dei sussidi necessari per mantenerla ed afforzarla. Gli bisognò quindi erigere con la virtù fattiva della sua mente buona parte dell’edifizio che noi ora ammiriamo. Questa è la massima delle lodi che ad esso tributerà la storia(186).

Disposti in successione, il contesto famigliare, l’educazione militare, i viaggi, le relazioni, le monografie di economia politica, l’impegno in agricoltura, le idee religiose, gli esordi nella vita pubblica alle soglie del ’48 prendevano forma grazie alla prosa piacevole di Berti che intervallava il racconto con l’inserzione di brani di lettere, appunti e altri testi. Simile al volume di De La Rive per la vivacità della prosa, il volume realizzò un ritratto complesso del personaggio, rappresentato – si potrebbe dire – nel tentativo di fare sfogo ai suoi aneliti di libertà e nella sua lotta costante contro le avversità. Dal punto di vista prettamente storiografico, l’autore introduceva alcuni

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184 Ivi, p. 12.

185 Ivi, p. 14.

186 Ivi, p. 17.

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elementi propri della saggistica ispirata a criteri più scientifici. Rilevante per quanto riguarda un approccio documentato alle origini del pensiero cavouriano erano, per esempio, le riflessioni in merito alla concezione del rapporto Stato-Chiesa che Berti rintracciava, a ragione, nei contatti di Cavour con il mondo protestante svizzero(187). In tale quadro biografico, impostato comunque secondo i canoni tradizionali, risulta apprezzabile il capitolo dedicato alla figura dell’Incognita. Dietro il nome romanzesco si celava la contessa genovese Anna Giustiniani con la quale Cavour aveva intrecciato una relazione, perlopiù epistolare, a metà degli anni Trenta. Di fatto, per la prima volta Berti concedeva spazio anche al lato intimo del personaggio, le cui vicende sentimentali, dai risvolti tragici, conferivano maggiore complessità alla sua figura. Nel rapporto con la nobildonna, suicidatasi dinanzi al raffreddamento della passione dell’uomo che, sinceramente affezionato alla contessa, scelse di privilegiare l’attività pratica di campagna e lo studio dell’economia politica a scapito della relazione, si coglieva del resto un elemento biografico funzionale a rappresentare la pragmaticità di Cavour(188). Personaggio non estraneo alle passioni, già in gioventù il conte riconosceva le priorità a cui dedicare i propri sforzi. In amore così come in politica, quando i primi passi sulla scena pubblica torinese non avevano arriso alla sua fortuna, Cavour aveva saputo far fronte al biasimo altrui. Del resto – concludeva Berti al termine del volume – solamente gli individui preparati a reggere il peso dell’impopolarità erano destinati ad essere ricordati tra i più importanti uomini di Stato dai tempi della caduta dell’impero romano(189).

Insieme all’epistolario, Il Conte Cavour avanti il 1848 fu il testo più significativo pubblicato nell’ultimo quarto del secolo. Inseritosi nel filone cavouriano a complemento della biografia politica dello statista con l’obiettivo di illustrare la genesi dell’opera ministeriale, il saggio innestò la visione teleologica su una ricostruzione storica senza dubbio approfondita, compiuta grazie alle fonti inedite. Pertanto, il lavoro di Berti rispose innanzitutto alle esigenze del partito moderato, sempre attento a difendere l’«aurea immacolata» del proprio capostipite, sorvegliandone le rappresentazioni; d’altro canto, il volume inaugurò gli studi scientifici su Cavour, improntati a un maggiore rigore. Infatti, la ricerca di Berti fornì materiale per i successivi studi dedicati allo statista, presentandosi inoltre essa stessa come spunto di riflessione e fonte per le commemorazioni pubbliche tenutesi negli anni a venire. Benché menzionata spesso in passato nei discorsi celebrativi, la formazione giovanile del personaggio acquisì nuova linfa, conferendo maggiore dignità anche agli anni di apparente disimpegno politico del personaggio, sul quale erano proiettati invece i prodromi della grandezza futura. Nel concreto, si promosse la consacrazione definitiva di Cavour come figura a tutto tondo, complessa, sfaccettata ma fondamentalmente coerente fin dal principio relativamente alle questioni cardine della sua azione politica.

Che l’opera di Berti rappresentasse un cambio di passo nel filone cavouriano apparve chiaro al momento della pubblicazione. Il volume, edito in numerose copie in occasione del venticinquesimo anniversario della morte, riscosse un buon successo e fu assai apprezzato, in primo luogo da Giuseppina Cavour, che donò degli esemplari ad amici e conoscenti. Nelle settimane successive, la marchesa ricevette i pareri entusiasti di Giuseppe Pianell, di Tabarrini, di Nigra, di Stefano Jacini, del sindaco di Bologna Gaetano Tacconi. Per Pasquale Villari, il testo aveva gettato finalmente «nuova luce» sulla giovinezza di Cavour, motivo in più per auspicare la futura realizzazione di una biografia completa in grado di «riunire l’uomo privato, l’uomo pubblico». Il più commosso fu senza dubbio Artom che, consapevole della «diligenza» di Giuseppina nel

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187 Ivi, pp. 322 e segg.

188 Ivi, pp. 176-184.

189 Ivi, p. 326.

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raccogliere e tutelare le carte e di «tutto l’amore intenso» per l’«immortale zio» sempre dimostrato dalla nipote, attribuiva alla marchesa il merito principale della pubblicazione di Berti, letta tutta d’un fiato(190). Come da previsioni, l’accoglienza da parte della stampa torinese fu entusiasta(191). Nel novembre dello stesso anno, Francesco Bertolini avrebbe introdotto il corso di Storia del Risorgimento italiano all’università di Bologna ispirandosi chiaramente al volume di Berti per discutere l’origine della formula Libera Chiesa in libero Stato(192).

Un’appendice ideale del libro fu la successiva pubblicazione integrale dei diari, un resoconto dei viaggi all’estero compiuti da Cavour a metà degli anni Trenta arricchito di altri documenti inediti. Per questa edizione Berti lavorò con interesse sui quaderni messi a disposizione dalla nipote Giuseppina, trascrivendo gli appunti autografi del conte, a cui il curatore aggiunse anche annotazioni, una «miscellanea giovanile» costituita da osservazioni e riflessioni scritte desunte dalle letture di Cavour(193). Corredato da un’altra densa introduzione, il Diario si pose in stretta continuità con la biografia giovanile anche per l’intenzione dichiarata di voler dimostrare l’«italianità» del giovane Cavour il quale, viaggiando in Francia e Gran Bretagna, trovava la conferma della propria vocazione patriottica. Pertanto, il lettore aveva la possibilità di seguire il conte nelle sue peregrinazioni per l’Europa, osservando il manifestarsi del suo pensiero interiore, articolatosi sulla spinta degli stimoli intellettuali, delle frequentazioni, delle letture. Così come per la corrispondenza raccolta da Chiala, il pregio del diario consisteva senza dubbio nel presentare la scrittura vivida, le impressioni spontanee scaturite dagli eventi contemporanei in netto contrasto con le memorie della vecchiaia, stese quando il passare del tempo avrebbe contribuito a edulcorare le passioni, modificare i ricordi, alterare le sensazioni. Lo spaccato intimo del personaggio presentato dal curatore integrava quindi il ritratto giovanile offerto dalle lettere, illustrandone aspetti ancora sconosciuti. Grazie al diario, si contemplava una grande coscienza in divenire, dotata già in precoce età di tutte le qualità proprie dei migliori patrioti, che però, lungi dall’aver goduto della fortuna comune ad altri uomini politici, dovette «afferrarla, padroneggiarla e conquistare con durissimi travagli se stesso, la sua famiglia, gli amici, tutto»(194). In poche parole, affermava il curatore,

il conte di Cavour secondo il diario procede nella sua gioventù libero e sciolto dai legami di corte e di setta. La vita pratica gli è, fin dall’infanzia, ricca di ammaestramenti. Il suo ingegno è osservativo e dialettico in grado sommo. Nello spiegamento della sua mente non vi è nulla che non sia armonico, e le sue osservazioni sopra un soggetto qualunque sono fine e giuste. I suoi ragionamenti sono quasi sempre retti da principii che non solo hanno il loro appoggio nelle necessità politiche ma ancora nei veri assoluti e nella graduazione con cui vogliono essere recati in atto(195).

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190 FCCS, Fondo Famiglia Alfieri, CM 554, Commemorazioni, lettere a Giuseppina Cavour di Isacco Artom, 29 giugno 1886; Costantino Nigra, 7 luglio 1886; Gaetano Tacconi, 9 luglio 1886; Marco Tabarrini 12 luglio 1886; Stefano Jacini, 12 giugno [recte: luglio] 1886; Giuseppe Pianell, 17 luglio 1886; due lettere di Pasquale Villari, s.d. e 17 luglio 1886.

191 Cfr. Il Conte Cavour avanti il 1848, «Gazzetta piemontese», 20 giugno 1886.

192 F. Bertolini, Il Conte di Cavour prima del Risorgimento italiano e la formola libera chiesa in libero stato di Francesco Bertolini. Prolusione al corso di Storia del Risorgimento italiano nella R. Università di Bologna (XVII novembre MDCCCXXXVI), Nicola Zanichelli, Bologna 1886.

193 D. Berti (a cura di), Diario inedito con note autobiografiche del conte di Cavour, Voghera Carlo, Roma 1888. Alcuni appunti delle trascrizioni di Berti sono reperibili alla Biblioteca di Storia e Cultura “G. Grosso” di Torino (BSCG), nell’Archivio Domenico Berti. Cfr. la recensione dei testi in F. Bertolini, Il conte di Cavour avanti il 1848 e i suoi scritti giovanili per cura di Domenico Berti, in «Nuova Antologia» CVI (1889), 1° luglio, pp. 69-79.

194 Ivi, p. XIV.

195 Ivi, pp. LIII-LIV.

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Le opere di Berti aprivano di fatto una nuova stagione delle biografie cavouriane, incentivando l’analisi di aspetti meno scandagliati dalla pubblicistica. Per quanto ideologicamente orientati, in virtù della loro scientificità gli sforzi di Berti contribuivano a inserire per gradi Cavour all’interno del paradigma storiografico. Un processo che, d’altronde, si rivelava necessario anche per garantire allo statista la posizione rilevante all’interno della storia recente. Considerati i tempi, ogni testo si rivelava utile a contrastare le narrazioni concorrenziali che, rileggendo l’epopea del Risorgimento a seconda delle affiliazioni politiche, riservavano a Cavour attacchi espliciti. Il minore trasporto nei confronti del Tessitore, se non addirittura l’astio dichiarato, trapelava infatti in parte della saggistica storiografica che alimentava il sentimento delle opposizioni più estreme. Sul fronte cattolico intransigente, per il neoguelfo Cesare Cantù l’opera di Cavour era riconducibile alla mera guerra di espansione dinastica, concepita da un politicante più attento alle cifre che non alle idee, falso e interessato «a tenersi galla senza dirigersi a fissa meta». Approdato al progetto unitario dopo la spedizione dei Mille per realizzare un «Piemonte ingrandito», Cavour si sarebbe limitato a svolgere il compito più semplice, concesso agli «insensati» e ai «furibondi», ovvero il «demolire» ciò che ostacolava l’unità(196). Sul fronte opposto, nel Secolo che muore Guerrazzi si riferiva a Cavour come il «tosatore dell’Italia unita», il «Camillo degenerato» che, a differenza degli omonimi eroi romani, aveva costretto il popolo e la monarchia «a passare sotto le forche caudine di Napoleone III»(197). Insieme al noto giudizio negativo di Brofferio, le considerazioni di Guerrazzi investivano pure il Cavour-uomo, degradato da ministro a modesto possidente di campagna, rozzo e privo di buon gusto, che anche nella sua quotidianità manifestava una grettezza sintomo di bassa moralità(198).

Le prime biografie cavouriane, redatte sull’onda emotiva degli autori, non parvero più sufficienti a contenere simili narrazioni di parte, espressione di una militanza politica che, benché priva di riscontri documentari, mirava a danneggiare l’immagine dello statista. Le pubblicazioni di Chiala e Berti giunsero quando pareva ormai improbabile riuscire a rinnovare la biblioteca cavouriana, già ricca di difese agiografiche e di carteggi. Agli inizi degli anni Ottanta, però, pochi avrebbero immaginato la comparsa di testi dotati di un certo spessore documentario. Forte del successo riscontrato, la seconda ondata di pubblicazioni coglieva quindi nel segno, ottenendo l’approvazione di quel vasto «centro» politico che, a distanza di più di vent’anni, guardava con favore alla figura di Cavour. Ne era sintomo «La Rassegna Nazionale» di Firenze, la rivista di riferimento per i cattolici moderati che nel corso degli anni aveva affrontato il tema della riconciliazione tra mondo liberale e cattolicesimo(199). In linea con il pensiero del direttivo, Pietro Fea (con lo pseudonimo E. A. Foperti) recensiva positivamente alcuni dei testi cavouriani, dicendosi compiaciuto per il nuovo impulso agli studi impresso dalla ricorrenza e lodando l’esito del lavoro

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196 C. Cantù, Della indipendenza italiana. Cronistoria di Cesare Cantù, vol. III, t. II, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1876, p. 565.

197 D. Guerrazzi, Il Secolo che muore, vol. III, Casa Editrice Carlo Verdesi e C., Roma 1885, p. 15.

198 E. Rota (a cura di), Questioni di storia del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, C. Marzorati Editore, Milano 1951, pp. 933-938.

199 I contributi della «Rassegna Nazionale» relativi allo statista furono: A. Gotti, Camillo Cavour. La sua prima età studiata nelle lettere edite ed inedite raccolte ed illustrate da Luigi Chiala, VI (1884), pp. 305-321; M. P. A., L’idea italiana nella soppressione del potere temporale dei papi, VI (1884), pp. 182-198; E. Poggi, Alcune riflessioni sul libro “Il conte di Cavour”. Riflessioni di Michelangelo Castelli, VIII (1886), pp. 257-265; in merito agli ambienti della rivista, cfr. G. Licata, La Rassegna nazionale. Conservatori e cattolici liberali italiani attraverso la loro rivista (1879-1915), Edizioni di storia e letteratura, Roma 1968.

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d’archivio. Trascorsi venticinque anni dalla sua morte, infatti, la figura del conte iniziava ad apparire nella sua obiettiva grandezza:

Notiamo in questi lavori un progresso ragguardevolissimo, il quale dimostra come da noi gli uomini di forte ingegno, pur serbando un culto ragionevole del passato e ammirando di esso il molto che vi ha da ammirare, abbiano ormai scosso i pregiudizi che altra volta diminuivano il valore delle pubblicazioni di tal natura(200).

Confortati dalla ricezione favorevole, gli ambienti moderati del Paese intravvedevano la possibilità di superare definitivamente i contrasti che avevano animato il dibattito politico postunitario, presagendo la riconciliazione effettiva, e non solo retorica, delle culture risorgimentali. Non a caso, proprio nell’ottobre 1886 Chiala avrebbe impugnato il motto Torniamo a Cavour! contro il comizio anticlericale indetto a Torino da coloro che, dichiarandosi liberali, pretendevano dal governo un intervento drastico nei confronti delle provocazioni del mondo cattolico. Ispirato all’esercizio della moderazione nel senso cavouriano del termine, l’appello del piemontese culminava nell’invito affinché prevalesse il «gran concetto della libertà in tutto e per tutti»(201).

Il Tessitore europeo. Cavour come Bismarck?

Le edizioni di fonti e le recenti biografie confermavano quindi l’interesse di una parte del pubblico per lo statista, la cui grandezza era riconosciuta non solo in Italia. Dopo la vasta eco suscitata dalla sua morte nel giugno 1861, la pubblicistica straniera aveva ancora saltuariamente dedicato spazio alla figura di Cavour, soprattutto presso le nazioni liberali dell’Europa occidentale. Negli anni Sessanta e Settanta si rilevano infatti articoli relativi a Cavour, alla sua biografia e all’impatto esercitato dalla sua opera sull’Italia unita e sugli equilibri europei. In Gran Bretagna e Stati Uniti l’area liberal annoverò il conte tra le migliori incarnazioni del liberalismo “all’inglese” del continente, figura degna anche dell’ammirazione da parte degli ambienti più progressisti(202). Ne fu un esempio l’elogio del politico e giornalista Henry Mayers Hyndman – che di lì a poco si sarebbe unito a Marx contribuendo all’associazionismo socialdemocratico – per il quale Cavour, fiero e senza timore nonostante le gravissime responsabilità, aveva sempre agito nel pieno rispetto della libertà, del Parlamento e della sovranità popolare, senza inseguire il successo personale, senza deviare «di un’oncia» dalla strada intrapresa(203). In linea con le biografie e i saggi editi in Italia, conosciuti all’estero grazie alle traduzioni in francese, l’elogio del personaggio sovente si accompagnava alla sua apologia. Secondo l’anonimo della «Quarterly Review», autore nel 1879 di un lungo contributo dedicato allo statista, Cavour, l’uomo giusto, avrebbe sempre operato la scelta giusta al momento giusto, appellandosi ai sentimenti più nobili, seguendo i migliori istinti, tutelando la libertà altrui, guidato da un’ambizione fatta di «pura e santa materia». Era pertanto inutile domandarsi se la grandezza comportasse necessariamente la malvagità. Contrariamente a Federico il Grande, a Cromwell e a Napoleone, Cavour attestava la coesistenza delle migliori doti dell’animo umano:

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200 E. A. Foperti (Pietro Fea), Di alcune recenti pubblicazioni intorno a Camillo Cavour, in «La Rassegna Nazionale», VIII (1886), pp. 75-92.

201 Torniamo a Cavour!, «Gazzetta piemontese», 2 ottobre 1886.

202 Tra i vari contributi, per esempio, si rilevano contributi dal titolo Count C. B. Cavour in «Dublin University Magazine», vol. 60, 1862, pp. 624-640; «Eclectic Magazine», vol. 110, 1878, pp. 421-433 e «Fraser’s Magazine», vol. 97, 1878, pp. 185-199; «Westminster Review», vol. 129, 1888, pp. 40-51 riportato anche in «Littel’s Living Age», vol. 176, 1888, pp. 369-376.

203 H. M. Hyndman, Cavour, in «Fortnightly Review», 1877, vol. 22, pp. 219-243.

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It goes of towards solving the momentous problem: “Is greatness hopelessly incompatible with goodness? Must the wisest, brightest of mankind be invariably the meanest or the worst?” Henceforth, and for all the time to come, when these questions are repeated, the decisive answer is at hand. The philosophic student of history, the moralist, the philanthropist, all who think well and wish to think better of their species, have only to name Cavour(204).

Parallelamente, il pubblico britannico esprimeva apprezzamento per il Cavour «anglomane» che, in occasione dei viaggi in Inghilterra, si era interessato alla questione sociale, alle condizioni delle classi meno abbienti e, studiando i singoli casi, aveva avanzato proposte utili al loro miglioramento. Ancora nel 1881, infatti, la stampa avrebbe ricordato l’ottima conoscenza dei meccanismi parlamentari inglesi, la profondità di analisi e l’acume del giovane Cavour, dimostrato soprattutto in occasione dello studio della questione irlandese pubblicato nel 1844 sulla «Bibliothèque Universelle»(205).

In Francia, gli ultimi anni del Secondo Impero avevano visto la buona disposizione della pubblicistica orleanista, spesso condivisa dalla stampa vicina a Napoleone III, nei confronti di Cavour(206). Si colloca però in età repubblicana il testo più rilevante, ovvero la biografia scritta da Charles De Mazade, pubblicata nel 1877 dall’editore Plon. Considerata a lungo come una delle migliori biografie cavouriane tra i testi stranieri, Le Comte de Cavour offrì al pubblico francese una visione complessiva del personaggio, della sua opera e del contesto di riferimento(207). L’importanza del volume si coglie anche e soprattutto nel momento della pubblicazione, avvenuta a qualche anno dall’instaurazione della Terza Repubblica. L’autore, giornalista de la «Presse», collaboratore assiduo della «Revue des Deux Mondes» in veste di critico politico, aveva sempre dimostrato interesse per la questione italiana, a cui aveva dedicato contributi negli anni precedenti(208). Con la caduta del Secondo impero e l’avvento del regime repubblicano, De Mazade si dedicò con maggiore dedizione allo studio della vita di Cavour, ritenuta figura centrale del Risorgimento italiano. Anticipato dalla pubblicazione di alcuni articoli, frutto della lettura delle biografie di De La Rive, Massari e altri saggi, il volume non celava l’intenzione ultima dell’autore(209). In Cavour, infatti, De Mazade vedeva la figura del politico perfetto in grado di risollevare le sorti di una nazione prostrata e divisa, guidandola verso il successo finale. Era pertanto evidente il parallelo con la Francia repubblicana, sorta sulle ceneri dell’impero di Napoleone III dopo la disfatta della guerra franco-prussiana, sopravvissuta alla Comune di Parigi e avviata a consolidare le proprie istituzioni resistendo alle spinte dei reazionari, dei conservatori e dei monarchici. Con questa biografia, l’autore additava ai suoi connazionali un modello degno di ammirazione, auspicando l’avvento di un «Cavour

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204 “Art.”, Life of Cavour, in «Quarterly Review», vol. 148, 1879, pp. 99-142.

205 P. H. Bagenal, Count Cavour on Ireland, in «The Nineteenth Century», vol. 12, 1881, pp. 361-380.

206 Cfr. varie considerazioni in A. Morabito, La construction nationale, cit., pp. 175-178; pp. 471-488.

207 C. De Mazade, Le Comte de Cavour, Plon, Paris 1877. Risale a quel tempo anche la pubblicazione delle memorie, già citate in varie occasioni, di Henry d’Ideville, rappresentante francese a Torino nel 1861. H. D’Ideville, Journal d’un diplomat en Italie, cit.

208 Tra i contributi precedenti, cfr. C. De Mazade, L’épreuve de l’unité italienne, in «Revue des Deux Mondes» LXIII (1866), n. 4, pp. 1006-1034; L’Italie et Rome devant la Convention de Septembre, LXCVI (1866), pp. 726-760. Per quanto concerne l’interesse dei collaboratori della rivista per la questione italiana, cfr. L. E. Funaro, L’Italia nella «Revue des deux mondes» (1860-1915), in «Belfagor» XXIV (1969), pp. 350-356.

209 C. De Mazade, Le Comte de Cavour. Étude de politique nationale et parlamentaire, in «Revue des Deux Mondes», vol. 14, 1876, pp. 342-373; pp. 844-886; vol. 15, 1876, pp. 632-664; vol. 16, pp. 361-385; vol. 17, pp. 387-416; vol. 18, 1877, pp. 402-432; vol. 19, pp. 185-210; cfr. A. Morabito, La construction nationale, cit., pp. 480-489.

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francese» che, nel pieno rispetto delle libertà costituzionali, potesse esercitare una simile influenza sulla vita politica e sociale d’Oltralpe.

Considerato il contesto generale, merita un cenno anche la produzione tedesca. In Germania il saggio di Treitschke, già citato, ebbe un successo notevole al punto da influenzare a lungo la produzione successiva di pubblicazioni a tema cavouriano. Nel solco della biografia del 1869, rivista e riedita più volte dall’autore, si posero i contributi di altri storici ed eruditi di area liberale e conservatrice, in buona parte debitori dell’interpretazione fornita da Treitschke (un «testo normativo»), così come è stato rilevato da studi appositi(210). Tra questi, il lavoro dello scrittore e naturalista Otto Speyer che, attingendo anche alla traduzione tedesca del testo di Massari, nel 1875 divulgava a un pubblico più ampio la vita di Cavour, a cui era dedicato un lungo contributo nell’opera Der Neue Plutarch(211). Successivamente, l’edizione dell’epistolario diede nuova linfa alle pubblicazioni sul tema in area tedesca, dove le recensioni ai volumi corposi del biellese proposero talvolta rassegne bibliografiche ancora in buona parte influenzate dai giudizi di Treitschke. In tale contesto, la lettura a posteriori dell’opera del Tessitore risentiva anche della stagione politica coeva, egemonizzata da Bismarck: di conseguenza, si riscontrava la divisione tra i sostenitori della lotta a oltranza alla Chiesa cattolica in ossequio al Kulturkampf e chi vedeva in Cavour il nemico della fede e del legittimismo.

A riequilibrare i giudizi di parte riportando l’attenzione sulle fonti e calando il personaggio nel proprio contesto nazionale furono però due figure estranee agli studi storici veri e propri, ovvero Georges Thomas Lommel, un ingegnere ferroviario svizzero filoliberale con una buona predisposizione al lavoro storiografico, e il giurista Carl Ludwig von Bar. Nella ricostruzione dettagliata e ponderata di Lommel, Cavour era rappresentato come l’espressione più alta del talento politico italiano, il principale esponente della tradizione parlamentare mediterranea («der gute Genius Italiens», «einer der mächstigen Athleten des Parlamentarismus») inserito nel proprio contesto(212). Maggiore argomentazione si riscontrava nel lavoro di Bar che, assai critico nei confronti dell’autoritarismo, prendeva le distanze dalla lettura filo-bismarckiana di Treitschke e, forte delle pubblicazioni più recenti di lettere e fonti, descriveva il quadro di una vita svoltasi all’insegna della coerenza, degna delle «figure dell’antichità classica»(213). Lodando il principio di nazionalità assunto a guida della sua opera, lo spirito di moderazione e la corretta interpretazione dei rapporti tra Stato e Chiesa, rivalutando pure le capacità finanziarie criticate da altri, l’autore forniva quindi un ritratto a tutto tondo del personaggio, essenzialmente positivo, fondato su una dichiarata aderenza alle fonti. Considerati gli elementi alla base dello scritto di Bar, il rigore scientifico e l’argomentazione contribuivano a esaltare la figura di Cavour che, complice l’esplicita militanza liberale dell’autore, veniva ricondotta alla tradizione moderata non solo italiana ma europea(214).

Del resto, l’interesse per le pubblicazioni delle lettere e biografie cavouriane non era mai venuto meno, anche in virtù del significato politico che le carte del Tessitore potevano ancora avere a distanza di anni. Nel corso degli anni Ottanta la pubblicazione dei volumi di Chiala e dei testi curati da Berti ridiede slancio all’interesse per Cavour,

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210A. M. Voci, La Germania e Cavour, cit., p. 178.

211 O. Speyer, Camillo Graf von Cavour, in R. Gottschall (a cura di), Der Neue Plutarch. Biographien hervorragender Charaktere der Geschichte, Literatur und Kunst, F. A. Brodhaus, Leipzig 1875, pp. 247-376.

212 G.T. Lommel, Cavour, pubblicato in più parti sul supplemento settimanale dell’«Allgemeine Zeitung» tra il 6 giugno e il 23 settembre 1886.

213 C. L. von Bar, Cavour. Eine historisch-politische Skizze, Separat - Abdruck aus der Zeischrift «Die Nation», Berlin 1886.

214 Per quanto riguarda gli storiografi tedeschi cfr. A. M. Voci, La Germania e Cavour, cit., pp. 117-178.

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riverberando in parallelo il «revival» suscitato in Italia dalla ricorrenza del 1886. Come in Germania, anche in Gran Bretagna e Francia le recensioni dell’epistolario e del Conte Cavour avanti il 1848 furono positive, offrendo talvolta l’occasione per implementare le notizie biografiche con brevi articoli dedicati allo statista. In ambiente anglosassone si segnalano in particolare le recensioni dell’epistolario pubblicate negli anni 1883 e 1885 sul «The Spectator» e sulla «British Quarterly Review» dalla contessa Evelina Martinengo Cesaresco, cultrice della memoria cavouriana che, all’inizio del nuovo secolo, avrebbe curato una biografia del conte, e la recensione della biografia di Berti firmata dalla scrittrice Georgina Sarah Godkin nel 1890(215). In Francia, la «Nouvelle Revue» propose ai lettori la recensione dei Diari scritta da Edouard Rod, la «Revue Internationale» offrì un resoconto della biografia giovanile; in Germania, il paradigma proposto da Treitschke influenzava anche le buone recensioni dell’epistolario(216). Oltreoceano, lo statunitense William Roscoe Thayer, personaggio di cui si avrà modo di parlare più avanti, lesse con interesse i volumi di Chiala e dedicò alla figura di Cavour una terna di articoli pubblicati sul «The Nation» tra il 1883 e il 1885(217). Che l’interesse per le fonti cavouriane non fosse dettato solamente da mera curiosità erudita trovava riscontro anche nelle dichiarazioni della stampa straniera, a dimostrazione della ricaduta sul dibattito pubblico da parte delle edizioni di fonti. A titolo d’esempio, nel settembre 1883 il «Times» dava ampia eco alla lettera pubblicata da Chiala con cui Cavour illustrava a Vittorio Emanuele II i colloqui di Plombières, assicurandone l’autenticità e sottolineandone il valore storico(218). Nel 1885 Eugène Rendu rispose sulla «Rassegna nazionale» alle polemiche sollevate da «Le Constitutionnel» in merito alla «violenza» che Cavour avrebbe voluto impiegare contro il Papato e, forte delle dichiarazioni appena pubblicate da Pantaleoni, difendeva lo statista piemontese, intenzionato a raggiungere Roma appoggiandosi alla «ragione»(219). Nell’agosto 1886 «Le Figaro» alimentava le diffidenze dei francesi nei confronti dell’Italia triplicista ricordando ai lettori il dispaccio del 1859 con cui Cavour comunicava a lord Russell la necessità di compiere l’unità d’Italia anche «contro la Francia»(220).

Tra apprezzamenti e polemiche, il consolidamento della memoria cavouriana all’estero seguiva l’evoluzione avvenuta in Italia. Alla fine degli anni Ottanta, infatti, il paradigma conciliatorista sembrava ormai accolto anche dagli osservatori stranieri che ne davano prova in occasioni istituzionali. Esplicitazione evidente fu il ciclo di letture dedicate a Mazzini, Cavour e Garibaldi, tenutesi nell’agosto 1889 presso l’università di Oxford. Pronunciate dinanzi al pubblico di studenti da John Ransom Marriott, docente di storia dell’ateneo, la conferenza The Makers of Modern Italy esibì la celebrazione collettiva degli eroi del Risorgimento, rappresentati dalla trinità laica del «Prophet»,

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215 The Letters and Diary of Count Cavour, in «Quarterly Review», vol. 168, 1889, pp. 103-135; E. Martinengo Cesaresco, Letters of Cavour, in «British Quarterly Review», vol. 81, 1888, pp. 287-314; G. S. Godkin, Youth of Cavour, in «Littel’s Living Age», vol. 185, 1890, pp. 405-411.

216 E. Rod, Un journal de jeunesse de Cavour, in «Nouvelle Revue», 1889, vol. 56, pp. 883-887; D. Melegari, La jeunesse d’un grand homme, in «Revue Internationale», 1888, vol. 20, pp. 287-314; W. Lang, Cavour’s Lehrjahre, in «Preussische Jahrbücher», LI (1883), pp. 612-640; LIV (1884), pp. 291-312.

217 W. R. Thayer, Early Manhood of Cavour, in «Nation» 1883, vol. 36, p. 430-432; Id., Cavour and the Dawn of Italian Independence, in «Nation», 1883, vol. 37, pp. 338-339; Id., Last Months of Cavour, in «Nation», 1885, vol. 41, pp. 35-36.

218 Cavour’s Letters, «Times», 21 settembre 1883; il riferimento era alla lettera pubblicata da Chiala in Come s’è fatta l’Italia, «La Perseveranza», 23 agosto 1883.

219 E. Rendu, Un dernier mot sur le Comte de Cavour et la Papauté, in «La Rassegna Nazionale» VII (1885), pp. 696-701; riferimenti alla discussione anche in Cavour e il Papato, «La Nazione», 15 marzo 1885.

220 Vers les Alpes, «Le Figaro», 21 agosto 1886; la polemica era rinfocolata dal «Corriere della Sera», La stampa francese contro l’Italia. L’articolo del Figaro, 23-24 agosto 1886.

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dello «Statesman» e del «Crusader»(221). Inserito nel solco del liberalismo britannico e quindi considerato figlio diretto della migliore tradizione politica anglosassone, Cavour era recepito anche all’estero in qualità di uno dei fautori che avevano contribuito, in ottica teleologica, al progresso della civiltà.

Come si è avuto modo di evidenziare trattando il tema della pubblicistica tedesca, la rassegna della bibliografia e della stampa estera pone in primo piano un dato rilevante. Agli occhi di molti osservatori l’unità del Paese e il Tessitore evocavano un parallelo con l’unificazione della Germania imperiale. In virtù del loro passato recente, accomunato in apparenza da dinamiche simili, Italia e Germania si prestavano dunque all’analisi comparativa includendo nell’indagine anche le due figure cardine del processo politico. Sulla figura di Cavour aleggiava quindi un altro personaggio, ancora vivo e attivo: qualora si parlasse del conte e della sua opera, il pensiero correva spesso e inevitabilmente a Otto von Bismarck. Sorvolando sulla questione relativa agli effettivi punti di contatto tra unificazione italiana e tedesca su cui la storiografia si è spesa abbondantemente superando convinzioni superficiali, facili parallelismi e calando le due esperienze nel debito contesto politico, sociale e culturale, assume invece un certo rilievo ai fini dell’indagine il parallelo tra Cavour e Bismarck, così come era percepito dai contemporanei(222).

Superato il tornante decisivo del 1870-1871, il cancelliere tedesco aveva guadagnato definitivamente un ruolo da protagonista nello scacchiere europeo, divenendo di fatto l’arbitro degli equilibri diplomatici del continente. Posti al centro del dibattito coevo a causa di una condotta politica autoritaria, la Germania e il suo primo ministro erano oggetto di conversazione quotidiana non solo nelle cancellerie. Anche la pubblicistica si interrogava sugli effetti derivati dalla presenza di una nazione militarista e autoritaria nel cuore dell’Europa, sorta in violazione dei trattati internazionali analogamente all’Italia. Studiare le dinamiche che avevano portato alle rivoluzioni politiche più rilevanti del secolo corrispondeva quindi a indagare le menti all’origine di quelle trasformazioni. Così come la Prussia e il Piemonte, anche Bismarck e Cavour parevano condividere alcuni tratti comuni: aristocratici per nascita, possidenti terrieri, primi ministri di entità statali in fase di espansione, fini diplomatici e abili pianificatori di campagne militari, entrambi avevano raggiunto la meta. Un’analisi superficiale, di cui è possibile trovare riscontro nella stampa dell’epoca, consentiva quindi di stabilire l’equazione immediata tra il sassone e il piemontese. Tuttavia, una visione d’insieme più approfondita avrebbe permesso di distinguere l’opera politica dell’uno da quella dell’altro, cogliendone le implicazioni sul lungo periodo. Il fatto stesso che Bismarck fosse ancora vivo, nonché politicamente attivo, spingeva molti a chiedersi quale sarebbe stato il seguito di Cavour in età postunitaria, qualora l’italiano fosse sopravvissuto ancora per un decennio alla guida del Paese, e se la morte al culmine della gloria fosse preferibile al mantenimento, duraturo e corrosivo, del potere che, presto o tardi, anche il cancelliere avrebbe dovuto abbandonare(223).

Italiani e stranieri concordarono presto nel constatare la natura diversa dei due statisti, divenuti a loro volta capostipiti di una tradizione politica ispirata a principii incompatibili tra loro. Come anticipato, in Italia il confronto era stato affrontato da

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221 J. A. R. Marriott, The Makers of Modern Italy, Macmillan and Co., London 1889, p. 53.

222 Cfr. il celebre lavoro G. E. Rusconi, Cavour e Bismarck, cit.; P. Macry, Cavour statista europeo, in «Il Mulino» LXI (2011), n. 4, pp. 622-629; G. B. Clemens, L’immagine di Cavour nel mondo germanico, in U. Levra (a cura di), Cavour, l’Italia e l’Europa, cit., p. 249.

223 Considerazioni in merito, espresse quando Bismarck era ormai lontano dalla scena politica, si ritrovano per esempio in M. le Comte Benedetti (V. Benedetti), Le Comte de Cavour et le Prince de Bismarck, in «Revue des Deux Mondes», vol. 137, 15 octobre 1896, pp. 721-754, e vol. 138, 1er novembre 1896, pp. 90-115; a posteriori, in Italia si sarebbe detto che «il Bismarck italiano seppe andarsene al momento buono». Cfr. Telemaco ingrato, «Corriere della Sera», 6-7 agosto 1897.

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Bonghi nel 1869 e ripreso nel 1879 in occasione della redazione delle «vite parallele» di Cavour, Bismarck e Thiers. Di fatto, la lettura bonghiana dell’unificazione tedesca influenzò il giudizio successivo, contribuendo a smontare le presunte analogie e a sottolineare pregi e difetti dei due ministri alla luce dell’atteggiamento assunto nelle singole occasioni. Benché tutti coloro che si cimentavano nella comparazione tra Cavour e Bismarck si dicessero non intenzionati a decretare la superiorità dell’uno nei confronti dell’altro, l’opinione degli italiani e dei simpatizzanti della causa italiana tendeva ad attribuire i meriti maggiori al Tessitore. Dal punto di vista argomentativo, i motivi erano quelli già individuati da Bonghi: la disparità dei mezzi a disposizione, le diverse condizioni materiali di Piemonte e Prussia, le dimensioni e la modernità dell’esercito, il contesto diplomatico non ponevano dubbi in merito alla difficoltà della missione affrontata dallo statista italiano che aveva dovuto ricorrere a tutte le sue doti per raggiungere l’obiettivo prefissato(224).

Tuttavia, l’italiano appariva superiore soprattutto grazie al rilievo ideale e simbolico della propria opera, la cui ricaduta sul piano pratico sanciva lo scarto più rilevante nei confronti di Bismarck. Il Gran ministro era ritenuto infatti il vero campione della civiltà moderna in grado di declinare i concetti del migliore liberalismo coniugandoli al principio di nazionalità, propugnato nel rispetto della costituzione e della sovranità popolare. Con Cavour aveva trionfato il diritto nelle sue molteplici manifestazioni: il diritto morale, il diritto dei popoli, il diritto del XIX secolo; con Bismarck aveva vinto la forza bruta e materiale, l’autoritarismo spregiudicato, il sopruso nei confronti della libera opinione e il militarismo che aveva causato una guerra di espansione a danno delle altre nazionalità. Questo concetto era riassunto efficacemente dal piemontese Bartolomeo Maineri che, in un piccolo opuscolo del 1878, così commentava il confronto tra le due figure:

Cavour a proposte liberticide rispondeva: Con lo stato d’assedio il re legittimo a Napoli è Francesco II; il nostro diritto divino è la libertà. Bismarck non esita a mostrare che la forza materiale signoreggia il diritto eterno. Di qui la volontà dei popoli, di là conquista; per l’uno la giustizia e il progresso; per l’altro la prepotenza e la riopra, che finiscono col socialismo e nel comunismo o nikilismo [sic] invadenti. […] [Cavour] pose a fulcro di sue opere l’opinione e la coscienza pubblica legittime interpreti del diritto nazionale, l’altro sommise questo alla forza brutale, elevando la propria volontà sopra il volere dei popoli(225).

A distanza di qualche anno, Alfredo Oriani avrebbe parlato di «gomma» e «granito» per descrivere la sostanza infrangibile ma comunque differente dei due personaggi: da un lato la destrezza di Cavour, un vortice che avvolge, attira e raggira, dall’altro la rigidità di Bismarck, un proiettile che sfonda gli ostacoli(226).

In tale contesto, la commistione di giudizi plurali affondava le radici in elementi di carattere politico, retorico, giuridico, sociale. Le opinioni dei moderati italiani trovavano riscontro anche all’estero presso le nazioni liberali, dove si guardava con apprensione alla presenza di uno stato sì moderno, ma conservatore e militarista nel cuore dell’Europa. Memori dell’onta subita nel 1870, gli ambienti francesi non potevano che prendere le parti di Cavour. De Mazade, la cui biografia cavouriana era impostata chiaramente in aperta polemica con il modello bismarckiano, dichiarava la superiorità del piemontese, il cui genio «cordial et puissant» aveva realizzato la liberazione del

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224 La stessa lettura di Bismarck e Cavour, propria degli ambienti moderati cavouriani, era espressa da Emilio Visconti Venosta, cfr. F. Chabod, Storia della politica estera italiana, cit., pp. 588-590.

225 B. E. Maineri, Un rettore di campagna. Cavour e Bismarck, Stabilimento tipografico italiano, Roma 1878, pp. 18-19.

226 La rivolta ideale, in A. Oriani, Opera omnia, vol. XIII, Cappelli, Bologna 1924, p. 136.

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Paese senza danneggiare il principio di nazionalità altrui, lasciando in eredità un’Italia pacifica che, a differenza della Germania, non rappresentava una minaccia per la pace del continente(227). Considerazioni simili si ravvisavano in Inghilterra, la patria del liberalismo che, pur riconoscendo la grandezza del ministro prussiano, evidenziava lo scarto tra la legittimità del diritto e la prepotenza delle armi(228). Come anticipato, queste osservazioni non sfuggivano nemmeno ai liberali tedeschi, per i quali il parallelo tra Cavour e Bismarck comportava inevitabilmente prese di posizione a favore o contro la politica del cancelliere, elementi di cui si è già parlato. Complice forse il clima repressivo in vigore in Germania, la pubblicistica tedesca non avrebbe però mai impostato il confronto in termini di contrapposizione, preferendo suggerire al lettore lo scarto tra le due figure per mezzo di parallelismi, a loro modo espliciti(229).

Comunque, che il primo ministro italiano e tedesco rappresentassero i vertici della politica contemporanea era per molti un fatto innegabile. Non dovette quindi risultare inaspettata, dopo un decennio abbondante di confronti e in concomitanza con la ricorrenza cavouriana del 1886, la pubblicazione del deputato Filippo Mariotti intitolata La sapienza politica del Conte di Cavour e del Principe di Bismarck. Sorta di appendice ideale al corpus di opere dedicate allo statista, il volume proponeva la comparazione parallela e sistematica tra le due figure, chiamate idealmente a esprimersi in prima persona relativamente a una vasta mole di «voci», disposte in ordine alfabetico(230). Citando esplicitamente da un lato i discorsi parlamentari, le biografie e i saggi cavouriani, dall’altro i discorsi parlamentari del cancelliere e una breve nota biografica, Mariotti offriva un «manuale di politica pratica» di oltre settecento pagine, nel quale il lettore poteva trovare condensato il pensiero dei due statisti in merito a concetti, temi, questioni e personaggi vari: tra le voci, figuravano le parole «amministrazione», «Austria», «canali», «dogane», «emigrazione», «giorni festivi», «libertà», «operai», «socialismo». Dal «contradditorio» – come lo definiva l’autore – sulle 305 voci elencate emergevano quindi, spesso sottoforma di massima, le linee portanti di una politica di successo. Concepito probabilmente anche in ossequio alla firma della Triplice Alleanza, il libro dava corpo alle riflessioni sedimentate in quella parte di opinione pubblica attenta a valutare gli effetti pratici dei due modelli politici. Inoltre, la forma di confronto scelta da Mariotti si rivelava la più efficace (e la più prudente) poiché, priva di un’esposizione manifesta da parte dell’autore, lasciava ai diretti interessati la parola. Somiglianze e differenze, infatti, potevano così affiorare dai discorsi di Cavour e Bismarck. Lungi dall’attribuire il primato dell’uno sull’altro, la comparazione tra due modelli poteva essere letta in termini di complementarità, come rilevava entusiasticamente il cronista del «Corriere della Sera» che nell’accostamento di due atteggiamenti piuttosto diversi scorgeva però la «collaborazione numero uno»(231).

Al di là della stima manifestata, anche il contesto induceva a riflettere sulle implicazioni di quel parallelo. D’altronde, il clima culturale dell’epoca condizionava il giudizio dei contemporanei: la comparazione si inseriva infatti nel solco del confronto, allora in voga, tra «razze» latine e germaniche, esemplificato dal binomio romanità-germanesimo che ricercava nei popoli moderni le prove di un corredo genetico ancestrale superiore(232). Il parallelo-scontro a distanza tra Cavour e Bismarck, pertanto,

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227 C. De Mazade, Le Comte de Cavour, cit., p. 470.

228 Per esempio, cfr. “Art.”, Life of Cavour, cit., p. 411-412; in ambiente belga, cfr. N. Reyntiens, Bismarck et Cavout. L’unità de l’Allemagne et l’unité de l’Italie, C. Muquardt, Bruxelles – Leipzig 1875.

229 A. M. Voci, La Germania e Cavour, cit., p. 169.

230 F. Mariotti, La sapienza politica del Conte di Cavour e del Principe di Bismarck, Roux e Favale, Torino 1886.

231 Due grandi collaboratori, «Corriere della Sera», 19-20 agosto 1886.

232 Sul confronto tra romanità e germanesimo, cfr. il celebre G. Sergi, La decadenza delle nazioni latine, Bocca, Torino 1900; G. Corni, La Germania vista dall’Italia. Dall’età liberale al crollo al crollo del fascismo, in L. Ferrari (a cura di), Studi in onore di Giovanni Miccoli, Università di Trieste, Trieste 2004, pp. 399-416; anche S. Lanaro, L’Italia nuova. Identità e sviluppo, 1861-1988, Einaudi, Torino 1988, pp. 191-197; il tema, riferito a Cavour e Bismarck, era accennato già in B. E. Maineri, Un rettore di campagna, cit., p. 19.

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un modello a cui ispirarsi: antiliberale, protezionista e provocatore, il Secondo Reich negava buona parte dei principii fondamentali della tradizione moderata(233). Di conseguenza, la scelta triplicista della Sinistra ministeriale non poteva che indisporre gli eredi di Cavour, poco persuasi della necessità di associare l’Italia alla causa delle potenze autoritarie. Un’ulteriore conferma della «minaccia» insita nel modello bismarckiano sarebbe stato l’atteggiamento di Francesco Crispi, la cui ammirazione nei confronti del cancelliere, continuamente esibita, avrebbe comportato approcci politici dagli esiti rilevanti. Non a caso nel rifiuto di Cavour – fatto di cui si avrà modo di parlare – e nell’imitazione di Bismarck da parte del siciliano si possono cogliere alcuni elementi utili per comprendere le vicissitudini dell’Italia di fine secolo. Pertanto, alla luce delle opinioni dei contemporanei e delle considerazioni che ne derivano, dal punto di vista simbolico parrebbe plausibile individuare nella “triangolazione” Cavour-Bismarck-Crispi una chiave di lettura utile a interpretare la fase storica delicata: una fase in cui la circolazione e la rivisitazione dei modelli politici in contesti e tempi diversi rivelavano la potenziale ricaduta della teoria sull’azione governativa. La scelta tra una condotta ispirata ai principii del liberalismo occidentale e una gestione autoritaria del potere lasciava intravvedere la presenza di retaggi destinati a scontrarsi non solo sul breve periodo.

3.5 Fine secolo

Il tornante del 1886 sancì quindi la riaffermazione della figura di Cavour all’interno del circuito retorico-patriottico del Paese. Mobilitatisi in varie forme su invito delle istituzioni, gli italiani parvero reintegrare nuovamente lo statista nel pantheon di glorie risorgimentali a fianco delle personalità ben più popolari che, fino a quel momento, avevano inciso con maggiore efficacia sulla sfera pubblica. Alla luce del successo di questo ritorno in scena, avvenuto su scala ampia se si esclude il meridione, ci si sarebbe domandati però quanto avrebbe influito l’entusiasmo sollevato dall’anniversario cavouriano sulle manifestazioni patriottiche degli anni successivi e se il coinvolgimento popolare concretizzatosi a Santena avrebbe avuto un seguito. Del resto, la mobilitazione simbolica del popolo sembrava compensare almeno in parte la mancanza di un tributo concreto alla memoria politica del Tessitore, la cui eredità appariva ormai dispersa, obliterata dalle pratiche del parlamentarismo e dell’opportunismo. A fronte dei festeggiamenti per la ricorrenza cavouriana, la percezione dell’oblio in cui era precipitato l’insegnamento dello statista, preannunciato da anni di critiche, dibattiti e polemiche, era diffusa capillarmente tra gli ambienti liberali. Il senso di insoddisfazione si inseriva nel contesto dell’Italia umbertina in progressiva trasformazione. Avviatosi tra molte incertezze sulla strada del progresso materiale, il Paese attraversava le turbolenze politico-sociali di fine secolo, rendendo palesi le difficoltà legate allo sviluppo morale degli italiani. In questo quadro complessivo, la fine di Depretis, la cui direzione politica aveva elevato a sistema di governo la pratica del compromesso continuo così disprezzata dalla Destra, sancì il passaggio alla stagione successiva, connotata da atteggiamenti decisamente differenti. Invocato a più riprese dai difensori della

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233 F. Chabod, Storia della politica estera italiana, cit., pp. 460-465.

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tradizione moderata, il nome di Cavour sarebbe quindi tornato, sul piano politico così come su quello celebrativo, là dove il culto del Gran ministro sembrava poter ancora esercitare un ruolo nella perpetuazione dei principii liberali. Tuttavia, poco prevedibili sarebbero stati il livello di mobilitazione e la ricaduta sulla sfera pubblica a cui si sarebbero appellati i devoti alla memoria cavouriana.

L’anti-Cavour. Crispi e il cavourismo

La salita di Francesco Crispi al potere destò apprensione tra i moderati della Destra. Subentrato a Depretis nell’agosto 1887, il siciliano incarnava la Sinistra più lontana dalla tradizione cavouriana. Personaggio controverso, ex repubblicano e militante garibaldino convertitosi con ardore alla monarchia, costretto alle dimissioni dal ruolo di ministro perché accusato di bigamia, tornato alla ribalta durante gli anni della Pentarchia, Crispi avrebbe segnato il decennio successivo imponendo la sua personalità al Paese. La forte volontà di protagonismo, manifestata nel tentativo di esercitare il potere di primo ministro in tutte le sue potenzialità, sarebbe divenuta la cifra di una stagione politica, all’interno della quale non mancarono riforme radicali nel campo dell’amministrazione, una gestione autoritaria dei conflitti sociali, una politica estera avventurosa, un’intensificazione dello scontro politico denso di polemiche, attacchi personali e scandali(234). Senza dubbio, in Italia non si riscontrava la presenza di un primo ministro così incisivo sul piano dell’iniziativa politica, ma anche così presente nel dibattito pubblico, dai tempi di Cavour. Pari al piemontese in quanto a carisma e capacità di organizzazione del consenso attorno a sé, nonché espressione di quella «dittatura parlamentare» da alcuni percepita(235), per i liberali della tradizione Crispi rappresentò tuttavia l’alter-ego cavouriano. A seconda delle occasioni, molti avrebbero visto nel primo ministro l’assenza di ogni moderazione, complice l’atteggiamento tribunizio del siciliano, la cui condotta talvolta provocatoria non poteva che irritare i fautori una politica d’altri tempi. Uomo dalle molte sfumature e dalle molte maschere, nelle sue incarnazioni di giacobino, anti-clericale, anti-socialista, bismarckiano, francofobo, liberticida e colonialista Crispi oscillò tra le posizioni più disparate, incappando spesso nella disapprovazione dei pochi cavouriani che ancora auspicavano un ritorno ai principii liberali delle origini.

L’anti-cavourismo si manifestava anche sul piano simbolico. Del resto, l’ostilità del siciliano per Cavour e per la sua memoria era piuttosto nota. Al momento della nomina a presidente del Consiglio, il passato personale non lasciava dubbi in merito alle poche simpatie provate nei confronti del Tessitore. Come dimostrato da recenti studi, il trascorso di garibaldino e collaboratore attivo del generale nizzardo avrebbe inciso non solo sul giudizio postumo di Cavour ma anche sulle iniziative patriottiche mirate a celebrare Garibaldi, i Mille e la tradizione legata al volontarismo risorgimentale(236). A tale operazione, in linea con le strategie commemorative della Sinistra, corrispose un’oculata comunicazione politica, studiata nei minimi dettagli. L’esaltazione parziale della storia recente si rivelò utile anche alla figura di Crispi che, sovrintendendo alle manifestazioni patriottiche, promosse se stesso in qualità di ultimo rappresentante della stagione eroica del Risorgimento – quell’«ultimo titano» che aveva vissuto gli anni del cospirazionismo, dell’esilio, delle avventure garibaldine e della militanza parlamentare,

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234 D. Adorni, Francesco Crispi. Un progetto di governo, Olschki, Firenze 1999, pp. 153-185, 303-427; C. Duggan, Creare la nazione. Vita di Francesco Crispi, Laterza, Roma 2000; R. Romanelli, Il comando impossibile, cit., pp. 207-274.

235 C. Duggan, Creare la nazione, cit., pp.

236 Sull’argomento, S. Trovalusci, L’ultimo titano del Risorgimento, cit.

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agendo sempre nell’interesse della nazione(237). Il progetto deliberato di auto-celebrazione fu possibile grazie all’impegno in prima persona di Crispi, intenzionato a seguire ogni fase del processo, e dei suoi collaboratori fidati che tentarono di costruire con buoni risultati un’immagine popolare dello statista siciliano(238).

Del resto, erano queste le prime manifestazioni delle strategie comunicative sperimentate sul finire del secolo, in un periodo di transizione che avrebbe portato all’ingresso nella società di massa e al confronto con le esigenze del tempo presente. Si trattava quindi di nuove dinamiche, prontamente sfruttate da un personaggio sensibile alle questioni inerenti alla pedagogia nazionale e alla retorica patriottica come Crispi, il quale, di fatto, tentò di realizzare ciò che gli eredi cavouriani provavano a compiere con difficoltà da anni: la mitizzazione di una figura politica e la promozione della sua popolarità. Benché mai esplicitata, la rivalità con Cavour era percepita da Crispi, la cui esaltazione da parte degli ammiratori sembrava attingere talvolta al medesimo repertorio lessicale: la qualifica di «secondo padre della patria» o «Mosé italiano»(239), d’altronde, suggeriva facili accostamenti. I vantaggi per l’uomo di Ribera, però, sembrerebbero palesi. Nello scontro a distanza tra statisti, infatti, Crispi poté giocare la carta di un mito vivente in continua rimodulazione, rielaborato e modificato in modo tale da accentuare, per esempio, la carica anticlericale, l’avversione per il radicalismo o i sentimenti francofobi in base alle necessità del momento. Era il siciliano stesso a poter smentire, rettificare o diffondere le dichiarazioni più significative sul proprio conto, prontamente riverberate dalla stampa. Alimentato dall’assiduo protagonismo del presidente del Consiglio, il mito del grande patriota resse a lungo la prova della popolarità, nonostante gli attacchi delle opposizioni e le letture storiografiche proposte successivamente, sancendo di fatto un certo scarto con la tradizione precedente. L’immagine stessa della leadership politica era impostata in termini differenti. Ormai settantenne, Crispi prendeva le distanze dal paludato mondo parlamentare, privo di eroismi, per rievocare gli ardori del passato ed esibire una sorta di “gioventù dello spirito” mai sopita(240). Un «great old man» protagonista attivo della scena politica, dentro e fuori il Paese(241).

Tale accento sembrava dunque garantire la persistenza non solo di principii e di valori, ma anche di energie spirituali strettamente legate all’esperienza di volontario e collaboratore di Garibaldi, nonché di vera “mente” della spedizione in Sicilia, a scapito della presunta regìa occulta di Cavour sostenuta dai moderati. La continuità tra il condottiero nizzardo e Crispi, inoltre, legittimava simbolicamente il ruolo dell’uomo di Ribera a guida del Paese, garantendo la prosecuzione ideale del disegno garibaldino sotto l’egida della monarchia. Significativamente, nella celebrazione congiunta del generale e del sovrano, veri e propri «santi laici» del pantheon crispino(242), rimase esclusa la figura di Cavour che – come si ha avuto modo di dimostrare – un’invalsa consuetudine poneva sempre in stretta relazione con Vittorio Emanuele II. Inevitabilmente, la fede monarchica, autentico pilastro del Crispi maturo(243), ne risultava rinvigorita favorendo così la fama di grande statista dell’Italia postunitaria.

Lo stesso Crispi non aveva mai celato durante le sue uscite pubbliche l’opinione negativa in merito a Cavour. Un precedente significativo è rappresentato, per esempio, dall’entusiasmo con cui nel dicembre del 1860 «Il Precursore» di Palermo – all’epoca

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237 Ivi, pp. 34-39.

238 Oltre al ruolo del giornale «La Riforma», si rivelò centrale l’apporto di Primo Levi, Carlo Alberto Pisani Dossi e Luigi Perelli. Ivi, pp. 78-88.

239 Ivi, p. 167 e n; p. 113.

240 C. Duggan, Creare la nazione, cit., p. 527.

241 S. Trovalusci, L’ultimo titano del Risorgimento, cit., pp. 118-123.

242 C. Duggan, Creare la nazione, cit., p. 522.

243 Ivi, pp. 528-533; U. Levra, Fare gli italiani, cit., pp. 19-20.

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sotto la sua direzione – aveva accolto la falsa notizia della morte del piemontese. Nell’ottobre 1887, a pochi mesi dall’entrata in carica, la stampa presentava in termini piuttosto ottimisti la figura del nuovo primo ministro, dipingendolo come un fedele di Garibaldi che «parla[va] con rispetto di Cavour», pur senza mostrare affetto né ammirazione. Che il rispetto fosse poco appariva però chiaro dalla dichiarazione in merito ai tempi passati, ritenuti non così felici, con cui Crispi aveva descritto il clima di tensione vissuto dagli oppositori del conte, il quale «accarezzava chi lo sosteneva» e «caccia[va] in carcere» tutti gli altr(i244). D’altronde, sul complicato rapporto tra Cavour e Garibaldi aveva insistito molto lo statista di Ribera già negli anni precedenti alla sua nomina alla presidenza del Consiglio: si pensi al discorso commemorativo pronunciato nel 1884 a Bologna per il secondo anniversario della morte del generale nizzardo, quando furono rievocate le opposizioni del «mondo ufficiale» all’impresa dei Mille(245). Inoltre, lo smaccato elogio di Bismarck da parte del siciliano suscitava risentimenti negli ambienti moderati, soprattutto quando tributato a scapito del modello piemontese: risultava quindi comprensibile l’acredine del giornale «L’Italia» che, apprezzando ironicamente il ritratto «bellissimo» del cancelliere dipinto da Crispi durante un intervento pubblico, ricordava ai propri lettori come non fosse stato il tedesco a liberare l’Italia dagli austriaci nel 1859(246). Godeva dunque di poca fortuna la visione conciliatrice del Risorgimento, la cui rilettura crispina proponeva spesso la presenza di partiti avversi, costretti a collaborare per il bene del Paese e della monarchia. L’interpretazione personale di quelle vicende emerse soprattutto dal discorso pronunciato in qualità di deputato al teatro Politeama di Palermo nel novembre 1892. Ripercorrendo le tappe gloriose del movimento risorgimentale, il siciliano distinse infatti lo schieramento patriottico in due categorie. Da un lato, vi erano

gli audaci che volevano correre, ritenendo che non era mai presto, né giammai sufficiente l’azione per attingere la meta. Avevamo i restii, i quali, mentre altri rischiavano la vita o fortuna, fidavano nei principi, speravano da loro, e, dopo i primi successi nelle lotte per l’unità, impedivano di muoversi, perché temevano di perdere le fatte conquiste. I primi avevano alla testa Mazzini, l’idea; Garibaldi, la spada. I secondi erano capitanati da Camillo Cavour. Era glorioso battersi sotto capi così illustri e venerati(247).

Indicato come capofila degli opportunisti intenzionati a fare l’Italia grazie alla fatica altrui, Cavour era inserito quindi tra i «timorosi», tra i patrioti di modesta caratura che avevano contribuito in misura minore al risultato finale. Più pesante ancora delle dichiarazioni sarebbe stato però il silenzio osservato dal presidente del Consiglio durante i festeggiamenti per il Venti settembre del 1895, quando all’inaugurazione del monumento cavouriano di Roma Crispi non proferì parola, gettando nell’imbarazzo i presenti(248). Tra stoccate e silenzi, il Tessitore non godeva quindi di alcuna simpatia. Impossibilitato a ignorare completamente l’opera compiuta dallo statista durante il Risorgimento, il siciliano avrebbe infine riconosciuto al piemontese un solo merito, ovvero l’aver «diplomatizzato» la rivoluzione, ottenendo l’assenso delle corti europee(249). Nei rari casi in cui la menzione del conte era ritenuta doverosa per

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244 Crispi, «Corriere della Sera», 28-29 ottobre 1887.

245 C. Duggan, Creare la nazione, cit., p. 526.

246 «L’Italia», 28 ottobre 1887; in merito agli atteggiamenti del siciliano nei confronti della tradizione della Destra piemontese, cfr. G. Pécout, Il lungo Risorgimento, cit., p. 362.

247 Il discorso dell’on. Crispi a Palermo, «Corriere della Sera», 21 novembre 1892.

248 Cfr. Cronaca. Per il XXV anniversario. Il monumento a Cavour, «La Riforma», 23 settembre 1895.

249 La frase venne confidata al ministro Ferdinando Martini, cfr. F. Crispi, Ultimi scritti e discorsi extraparlamentari (1891-1901), a cura di T. Palamenghi Crispi, L’Universelle, Roma 1913, p. 275; il medesimo concetto venne espresse, in forme più lusinghiere, durante un discorso alla Camera nel 1883. AP, Camera dei Deputati, XV legislatura, I sessione, Discussioni, tornata del 18 maggio 1883, p. 3221.

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giustificare alcune scelte di politica estera, il riferimento pareva talmente forzato da spingere addirittura i repubblicani a difendere la memoria di Cavour(250). Il protagonismo assoluto dell’uomo di Ribera non concedeva nulla di più.

La presenza di Crispi al governo rappresentava quindi uno schiaffo alla tradizione del moderatismo legata ancora in qualche vaga forma alla figura di Cavour(251). Dopo anni di divisioni interne e di polemiche nei confronti della pratica del parlamentarismo, la Destra parve però reagire alla situazione, cogliendo nel contesto lo stimolo per avviare un cambiamento utile anche a ridare slancio all’azione politica. Significativamente, il tentativo di arginare le esuberanze del siciliano e del suo partito prese forma negli ambienti frequentati da Carlo Alfieri che, ispirandosi alla figura di Cavour, avrebbe patrocinato idealmente un progetto destinato ad avere vita breve. Manifestatasi già durante gli ultimi mesi del governo di Depretis, l’esigenza di riunire il movimento liberal-moderato in una compagine maggiormente strutturata e coesa riprese vigore in seguito ai primi provvedimenti del governo Crispi. Ultimo in ordine di tempo, il governo crispino si sommava agli altri fattori che movimentavano lo scenario politico rendendo necessaria una presa di posizione: il suffragio allargato, le minacce incombenti dei partiti estremi e l’inasprirsi della questione sociale esigevano una risposta da parte dei vecchi liberali(252). Fu così che la ricerca di contatti tra gli esponenti della Destra si intensificò allo scopo di riunire le associazioni di area monarchico-costituzionale sotto il segno dell’opposizione anti-crispina, coltivando l’illusione che quest’ultima fosse sufficiente a compattare le forze disgregate del moderatismo. In occasione del congresso tenutosi a Venezia nel giugno 1889, su proposta del marchese Alfieri tale raggruppamento assunse il nome di Federazione Cavour. Ricostruite da appositi studi, le vicende che ruotarono attorno alla federazione rivelarono il tentativo di conferire nuovamente una «fisionomia politica» al partito moderato, le cui articolazioni territoriali, gli interessi e la diversità di vedute avrebbero posto fine all’esperimento politico(253). Benché in grado di impensierire inizialmente il governo e la stampa ministeriale per la dimensione “altra” attribuita al raggruppamento, a cui avevano aderito anche alcuni grandi nomi, la Federazione incontrò al suo interno più resistenze che approvazioni, descrivendo una parabola utile a mostrare la rigidità della vecchia politica dinanzi alle esigenze del momento. Il fallimento dell’iniziativa esplicitò l’incapacità da parte dei moderati nel superare gli interessi individuali dettati dalla necessità attuali per progettare un’azione collettiva di più ampio respiro e di lunga durata: l’eterogeneità delle figure e delle associazioni coinvolte prevalse infine sulla compattezza dello schieramento, irrimediabilmente frammentato.

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250 Durante una seduta alla Camera, Salvatore Barzilai invitò Crispi a non scomodare Cavour in riferimento alla politica estera. Cfr. AP, Camera dei Deputati, XIX legislatura, I sessione, Discussioni, tornata del 28 novembre 1895, pp. 2602 e 2612.

251 Cfr. le riflessioni in F. Fonzi, Crispi e lo Stato di Milano, Giuffré, Milano 1965.

252 F. Cammarano, 1876-1886. Liberalismo europeo al bivio, in Id., L’inquietudine costituente. Saggi di storia politica, Pacini, Ospedaletto 2024, pp. 85-93; G. Guazzaloca, Fine secolo. Gli intellettuali italiani e inglesi e la crisi tra Otto e Novecento, cit., pp. 188-197.

253 Sul tema, F. Cammarano, Il progresso moderato. Un’opposizione liberale nella svolta dell’Italia crispina (1887-1892), Il Mulino, 1990, in particolare pp. 161-137; cfr. Id., Moderatismo ottocentesco. Un’ipotesi idealtipica, in Id., L’inquietudine costituente, cit., p. 41; Id., «La ricostituzione della parte moderata»: la Federazione Cavour tra partito del governo e partito del Paese. 1889-1891, in V. Conti – E. Pii (a cura di), Gli aspetti sociali delle istituzioni rappresentative (secoli XIX - XX), CET, Firenze 1987, pp. 107-126. Riferimenti ai tentativi di organizzazione del partito conservatore in U. Gentiloni Silveri, La mancata formazione del partito conservatore italiano all’inizio del secolo, in B. Coccia – U. Gentiloni Silveri, Federzoni e la storia della destra italiana nella prima metà del Novecento, Il Mulino, Bologna 2001, pp. 27-47.

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Ai fini della nostra indagine, in tale contesto appare però rilevante il ricorso al nome di Cavour come vessillo ideale dell’organizzazione, un simbolo in cui confluivano le aspettative di una classe dirigente insoddisfatta delle recenti prove politiche di cui aveva dato mostra il Paese(254). Sulla visione di un rinnovato cavourismo, rivelatosi poi puramente nominale, influiva d’altronde la presenza di Alfieri, la cui idea di federazione, ispirata al modello delle leghe inglesi, avrebbe dovuto contribuire a modernizzare la Destra riproponendo i principii del laicismo e del liberalismo. Ci si premurò pertanto di rassicurare i potenziali elettori, ai quali la Federazione era presentata non come un tentativo di riportare in vita «l’Antica Destra», bensì come il «grande Partito Nazionale moderato» creato da Cavour. «L’impero della legge» avrebbe trionfato sull’«arbitrio dei governanti», riportando in auge una linea governativa ispirata alla conduzione assennata della cosa pubblica e «richiamando la politica italiana alle massime e agli esempi di quel grande defunto che seppe fondare l’Italia»(255). Annunciata con enfasi pure in ambiente britannico, dove il nome dello statista era garanzia di moderazione(256), la nascita del raggruppamento sembrò per un breve periodo poter riunire davvero attorno alla figura del Gran ministro le “monadi” disperse del liberalismo.

A fronte dell’insuccesso della Federazione dovuto alle divisioni interne ormai insormontabili, il fatto dimostrò l’ascendente significativo esercitato dalla figura di Cavour sull’identità del mondo liberal-moderato che, avvertiti i sintomi della crisi, manifestava il disagio dinanzi al mutamento dei tempi richiamandosi idealmente all’unico altro grande interprete della tradizione politica italiana. In assenza di un Cavour, disgregatosi lo schieramento vagamente ispirato al suo esempio, la lotta contro Crispi si sarebbe concretizzata, da un lato, nell’opposizione in Parlamento e, dall’altro, nella mobilitazione delle forze sociali osteggiate da un governo sempre più autoritario. A redarguire Crispi e i suoi seguaci non restava che l’«ombra di Cavour» evocato nel componimento satirico di Nicola Vito Colella, il fantasma che, battibeccando con il siciliano, si vedeva costretto addirittura a recriminare sulla propria opera:

Italia, Italia sempre sventurata,

ed oggi assai dippiù, ché dai tuoi figli

in maggior parte vieni governata.

Se avessi ciò saputo, i miei consigli

non adoprato avrei con Garibaldi,

a strappar te dagli stranieri artigli(257).

Il cenacolo di Santena

Mentre il senatore Alfieri si prodigava con modesto successo a tenere viva l’anima del suo personale cavourismo in ambito politico, sul versante pubblico la memoria dello statista poteva godere di una ritrovata salute, recuperata grazie all’eco del

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254 Cfr. le riflessioni in merito ai termini di «differenza» e «unione» che avrebbero connotato la Federazione Cavour in F. Albano, Cento anni di padri della patria, cit., pp. 143-146; in generale, sulle strategie del mondo liberale, cfr. Ullrich H., L'organizzazione politica dei liberali italiani nel Parlamento e nel Paese (1870-1914), in R. Lill, N. Matteucci (a cura di), Il liberalismo in Italia e in Germania dalla rivoluzione del '48 alla prima guerra mondiale, Il Mulino, Bologna 1980, pp. 403-450.

255 Sulle vicende della Federazione osservate dalla stampa di Torino, cfr. Politica e bizantinismo «Gazzetta piemontese», 27 maggio 1889; La Federazione “Camillo Cavour”, 27 giugno 1889; Lettera telegrafica da Roma, 2 gennaio 1890; Le dimissioni del Marchese Alfieri. La Federazione Cavour, 10 gennaio 1890.

256 Cfr. l’esposizione del programma nel 1889 da parte di Alfieri sulla «Nineteenth Century Review», in F. Cammarano, Il progresso moderato, cit., p. 99 e nota.

257 N. V. Colella, L’ombra di Cavour 1890, Tipografia Fusco, Bari 1890, p. 7.

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venticinquesimo anniversario. Autentico spartiacque, l’anno 1886 sembrò aver rinvigorito la fortuna postuma di Cavour, la cui immagine ricorreva ora più frequentemente nelle manifestazioni patriottiche.

Santena si confermò meta privilegiata degli affezionati al ricordo dello statista, la cui tomba aveva ricevuto probabilmente più visite nell’arco di cinque anni in confronto al ventennio precedente. A conferma del ruolo rilevante svolto dal sepolcro e dalla residenza di campagna, Giuseppina Cavour diede seguito ai lavori di ristrutturazione del castello, incentivando anche una sorta di “musealizzazione” dei locali abitati dallo zio la cui visita, come si è evidenziato, era divenuta una tappa fissa del pellegrinaggio santenese. La tomba e gli appartamenti non furono però gli unici luoghi deputati a rappresentare materialmente il defunto. Nel corso del tempo, infatti, le numerose corone marmoree, metalliche e floreali recate in omaggio al sepolcro da parte di deputazioni e comitati si erano accumulate, costituendo un’importante testimonianza della devozione popolare nei confronti di Cavour. Consapevole della presenza di un vero e proprio tesoro degno di essere conservato e a sua volta esposto alla vista dei pellegrini, la marchesa aveva promosso quindi il restauro di una delle vecchie torri del castello, i cui ambienti avrebbero accolto la mole di tributi. Avviati prima della ricorrenza del 1886, i lavori comportarono anche un apporto artistico significativo poiché la decorazione pittorica degli interni venne affidata ad Alessandro Vacca e Giuseppe Rollini. Elemento degno di nota, i due artisti piemontesi avevano contribuito alla realizzazione del Borgo medievale di Torino, il piccolo castello goticheggiante innalzato a imitazione dei manieri valdostani nel Parco Valentino per l’Esposizione del 1884(258). In linea con il gusto dell’epoca, Giuseppina adeguò pertanto uno spazio della residenza settecentesca al revival medievale in voga, destinandolo alla memoria dell’amato zio. Poste fianco a fianco, stratificati in un cumulo di citazioni storiche reali e fittizie, le corone e gli affreschi sarebbero divenute parte di una celebrazione comune del Piemonte tradizionale, le cui effigi attestavano la gloria del passato remoto e del passato recente. Seguiti con costanza dall’ingegnere Melchior Pulciano e da Sachis, i lavori proseguirono nei mesi successivi all’anniversario del 1886 e terminarono presumibilmente nel 1890(259). L’esito fu a tutti gli effetti un “museo” cavouriano molto apprezzato dai visitatori che, al termine del rituale pellegrinaggio, avrebbero passato in rassegna gli omaggi commemorativi, in costante aumento, oggetto a loro volta di venerazione patriottica.

Tuttavia, Giuseppina non poté vedere la conclusione del restauro. Afflitta da un cattivo stato di salute, la marchesa morì il 5 giugno 1888, lasciando all’intendente della casa la gestione della residenza famigliare e al marito la tutela del patrimonio simbolico legato alla figura dello zio(260). Significativamente, con la sua morte si estinse il cognome

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258 FCCS, Fondo Famiglia Alfieri, CM 540, Pulciano, lettere di Melchior Pulciano a Giuseppe Sachis, 14 agosto, 14 e 28 settembre 1886; sul profilo di Alessandro Vacca, cfr. Augusta Taurinorum. Torino illustrata nelle sue cose e nei suoi cittadini, E. Marini, Genova 1900, p. 220; riguardo allo stile dell’epoca, Borgo e Castello medievali in Torino. Descrizioni e disegni del prof. A. Frizzi, Tip. Lit. Camilla e Bertolero, Torino 1894; I. Porciani, Il Medioevo nella costruzione dell’Italia unita. La proposta di un mito, in R. Elze – P. Schiera (a cura di), Italia e Germania: immagini, modelli e miti fra due popoli nell’Ottocento. Il Medioevo, Il Mulino, Bologna 1988, pp. 163-191.

259 Ivi, lettere di Melchior Pulciano a Giuseppe Sachis, 11 e 14 aprile 1888, 14 gennaio 1890; sulle vicende del castello, cfr. Il Castello di Santena. Storia e cultura nella dimora dei Cavour, cit., p. 158 e nota.

260 Giuseppina Alfieri-Cavour, «Gazzetta piemontese», 7 giugno 1888; M. Ricci, Giuseppina Alfieri di Sostegno nata Benso di Cavour, letta nella Sala della R. Accademia dei Georgofili il dì 8 luglio 1888, estratto da «La Rassegna Nazionale» X (1888), 16 luglio, Firenze 1888; S. Cavicchioli, Giuseppina Cavour, cit.; Id., Erinnerung und Mythos: Familientraditionen und Selbstdarstellungen des piemontesischen Adels, in G. Clemens – M. König – M. Meriggi (a cura di), Hochkultur als Herrschaftselement. Italienischer un deutscher Adel im langen 19. Jahrhundert, De Gruyter, Berlin-Boston 2011, pp. 167-187.

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Benso di Cavour. Si chiuse pertanto una fase rilevante della memoria cavouriana, fino ad allora legata strettamente al ruolo degli eredi di sangue del conte che ne avevano gestito l’integrità postuma. Configuratosi negli anni come obbligo morale da parte dei pellegrini, l’omaggio santenese a Giuseppina in qualità di erede e «vestale» del sepolcro di Santena divenne parte integrante della commemorazione patriottica. Principale responsabile della conservazione materiale e simbolica dell’eredità dello zio, nonché promotrice dell’immagine del Tessitore affermatasi nel corso degli anni, la marchesa aveva garantito la sopravvivenza del mito consolidandone i caratteri. E come tale Giuseppina sarebbe stata ricordata negli anni a venire in occasione delle ricorrenze cavouriane, complice la quasi sovrapposizione delle due date di morte: sepolta secondo le sue indicazioni nella cripta santenese a fianco dello zio, anche da defunta la nipote testimoniava il suo ruolo di donna devota al «culto degli eroi», in linea con la retorica del patriottismo femminile del Risorgimento(261).

L’opera ventennale dell’erede di casa Cavour aveva però dato i suoi frutti poiché, anche in assenza della marchesa, la celebrazione locale dello statista proseguiva grazie alla consuetudine dei pellegrinaggi popolari inaugurata dal Comitato torinese. Grazie al buon successo riscontrato in occasione dell’anniversario del 1886, gli anni seguenti videro la riproposizione dello stesso programma, organizzato sempre con entusiasmo da Calandrelli. Annunciato regolarmente con qualche giorno di anticipo da un avviso pubblicato sui quotidiani del capoluogo, il pellegrinaggio a Santena continuò a raccogliere l’adesione dell’associazionismo locale, operaio e militare in particolare. Per quanto concerne il livello di partecipazione, non si riscontrarono più i grandi numeri del 1886, rivelatisi ineguagliabili, né la mobilitazione da parte di tutto il Paese. Destinata ad affievolirsi piuttosto rapidamente, l’affluenza al sepolcro di Santena non venne però mai meno. Infatti, l’affermazione di una ritualità cadenzata in occasione dell’anniversario del 6 giugno mantenne desto l’interesse per la figura di Cavour, almeno a livello regionale. Occorre comunque notare come l’impressione suscitata dal pellegrinaggio nazionale avesse avuto effetto sulle commemorazioni successive: secondo le fonti, l’edizione del 5 giugno 1887 dovette riscuotere un buon successo di pubblico, come attesta la presenza di rappresentanze e associazioni(262). Le poche notizie in merito al pellegrinaggio del 3 giugno 1888 suggeriscono forse una minore partecipazione, dovuta probabilmente al pessimo stato di salute di Giuseppina, prossima alla morte; la mobilitazione parve essere più numerosa in occasione del pellegrinaggio del 9 giugno 1889, quando all’omaggio a Cavour si aggiunsero anche la deposizione di una corona sulla tomba della nipote e la prima visita alla Torre delle Corone, tappe presto inglobate nel rituale proposto dal Comitato(263). Più affollato fu il pellegrinaggio indetto per il trentesimo anniversario nel 1891 che, considerata la rilevanza simbolica della ricorrenza, comportò anche il tributo, nel primo mattino, di una corona al monumento torinese, la distribuzione di premi alla scuola elementare di Santena e un banchetto offerto dal marchese Alfieri presso il castello. In tale occasione si distinse maggiormente l’avvocato Venanzio Sabbione, rappresentante in passato degli studenti universitari torinesi, il quale intrattenne i presenti con un lungo discorso(264). Tra gli effetti positivi del pellegrinaggio nazionale vi fu anche l’organizzazione di iniziative spontanee, alimentate dalla retorica patriottica che proprio in occasione

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261 S. Cavicchioli, Giuseppina Cavour, cit.; S. Soldani, Il Risorgimento delle donne, in Storia d’Italia. Annali 22, cit., pp. 183-224.

262 La XXVI commemorazione della morte di Camillo Cavour, «Gazzetta piemontese», 6 giugno 1887.

263 Per esempio, cfr. La commemorazione di Cavour a Santena, ivi, 12 giugno 1889.

264 La XXVI Commemorazione della morte di Camillo Cavour, ivi, 6 giugno 1887.

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dell’anniversario cavouriano aveva ripreso vigore negli ambienti deputati all’educazione popolare. Fu questo il caso dell’originale gita svolta a Santena nel maggio 1889 da parte degli allievi della regia scuola tecnica Sommeiller di Torino i quali, informati che la consueta «passeggiata ginnastica» di fine anno si sarebbe svolta nei pressi di Santena, avrebbero proposto la visita della tomba di Cavour e commissionato una corona in lauro e quercia da deporre sul sepolcro. Lodato dalla «Gazzetta piemontese», il pellegrinaggio estemporaneo assumeva toni deamicisiani, ben rappresentati dall’immagine dei giovani che, sfidando il vento e la pioggia, raggiungevano la meta dando prova di devozione patriottica(265). Meno eroica ma altrettanto notevole fu invece la visita santenese da parte di duecento bambini della scuola Rayneri di Torino recatisi in compagnia di maestri e famiglie sulla tomba nel giugno 1891: agli abitanti del borgo si presentò lo spettacolo della «sfilata di giovanetti silenziosi, composti e commossi davanti a quel monumento di gloria» di cui tutti i presenti comprendevano «la maestà solenne»(266).

Assunto progressivamente un ruolo di rilievo in qualità di principale conferenziere, indicato come oratore anche nella ricorrenza successiva, Sabbione fu chiamato a presiedere il Comitato succedendo a Calandrelli, morto nel luglio 1893(267). Con la scomparsa dello storico presidente, tuttavia, il livello di partecipazione sembrò calare drasticamente. Divenuto a sua volta parte della commemorazione cavouriana in qualità di figura tutrice della memoria, Calandrelli aveva contribuito a ridare slancio alle iniziative patriottiche grazie alle sue abilità organizzative, alla fama di promotore attivo nel campo della celebrazione pubblica, alla rete di relazioni, alla capacità indiscussa di mobilitare l’associazionismo locale. Scomparsa Giuseppina Cavour, venuto meno il perno del Comitato, trascorso qualche anno dal grande pellegrinaggio nazionale, l’interesse per la visita ai luoghi cavouriani parve diminuire: a fronte dell’entusiasmo e dall’abilità retorica di Sabbione, spesso elogiata, lo spirito patriottico dei primi pellegrinaggi subì una flessione. Menzionate con minore trasporto dalla stampa locale, le edizioni successive ebbero luogo con discontinuità, come attesterebbe la mancanza di informazioni in merito alla ricorrenza del 1896, del 1897 e del 1899, nonché la presenza di Sabbione ad altri eventi commemorativi avvenuti negli stessi giorni. Complici gli impegni del senatore Alfieri a Firenze e Roma, anche il ruolo della famiglia nella promozione di Santena venne gradualmente meno nel corso degli anni Novanta.

La vulgata nazionale

Le celebrazioni del 1886 avevano comunque lasciato un segno nella diffusione del culto cavouriano. Pur in assenza di iniziative patrocinate dalla casa Alfieri-Cavour, la pratica dell’omaggio allo statista presentò una geografia e una forma più varia rispetto al passato. In particolare, furono le cerimonie organizzate dalle associazioni, dalle comunità locali o da singoli personaggi a conferire una certa vitalità alla celebrazione pubblica del Tessitore che, per quanto contraddistinta da livelli talvolta modesti di mobilitazione, testimoniava un certo interesse da parte della collettività nazionale e non solo piemontese. Gli esiti di questa tendenza si colsero negli anni a seguire fino alla fine del secolo. Relativamente alla statuaria, tra il 1888 e il 1895 furono inaugurati i monumenti di Padova, Santa Margherita Ligure e Roma. In parallelo, la data del 6 giugno offrì in diversi casi lo spunto per riflessioni sulla condizione attuale della politica nazionale. Mancò però l’istituzionalizzazione della ricorrenza, il cui festeggiamento sembra essere stato ancora piuttosto saltuario, ascrivibile in molte occasioni alla volontà degli interessati alla figura di Cavour: sia sul piano popolare sia

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265 La commemorazione di Cavour a Santena, ivi, 12 giugno 1889.

266 La commemorazione di Cavour a Santena, ivi, 8 giugno 1891.

267 I nostri scolari alla tomba di Cavour, ivi, 17 giugno 1891.

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su quello ufficiale, la fortuna della memoria pubblica dipese dallo spirito di iniziativa dei promotori che non sempre diedero prova di continuità. In tale contesto, se si escludono alcune celebrazioni di carattere eccezionale, il contributo delle grandi istituzioni fu modesto. Ne è un esempio la pressoché nulla esposizione del municipio torinese che, ritenendo forse di aver pagato sufficientemente il proprio tributo di riconoscenza partecipando con grande pompa ai festeggiamenti per il venticinquesimo anniversario, non si distinse più in occasione degli anniversari cavouriani successivi(268). In alcuni casi, i festeggiamenti a ricordo delle vicende legate all’operato dello statista consentivano comunque al mito di riaffiorare: cenni insistiti al ruolo del personaggio si rilevano, per esempio, durante l’inaugurazione del monumento alla spedizione di Crimea, trionfo diplomatico-militare della triade Vittorio Emanuele-Cavour-La Marmora: un evento che, peraltro, confermava il legame saldo tra gli ambienti dei reduci e il mito del Tessitore(269).

Minore trasporto avrebbe riservato l’ex capitale durante le celebrazioni patriottiche di carattere più generale. Assorbito ormai dal racconto idealizzato del passato recente come parte integrante del repertorio nazionale collettivo, nell’ultimo scorcio di secolo Cavour confermò la propria presenza sulla scena torinese in qualità di principale collaboratore della monarchia, appiattendosi spesso sulla figura del sovrano. In tale veste, il personaggio risultò in parte depotenziato della carica polemica che, in alcune occasioni, avrebbe potuto rinfocolare il dibattito e lo scontro politico. Considerato il rinvigorimento del partito cattolico a Torino, non risulta un uso pubblico della sua figura in funzione anti-clericale, per esempio, in occasione dell’Esposizione torinese del 1898 organizzata per il cinquantenario dello Statuto(270). Indicato come «ministro della monarchia» ed equiparato agli altri personaggi ritenuti centrali nel 1848, Cavour occupò una posizione relativamente modesta, collocato spesso al fianco del sovrano al cui cospetto talvolta sembrava quasi venire meno, come dimostrerebbe l’assenza di riferimenti espliciti alla sua figura anche nei giorni del settembre 1899 per l’inaugurazione, assai controversa, del monumento torinese a Vittorio Emanuele II(271).

Affidato alle cure di Calandrelli e del suo Comitato, il culto di Cavour sembrava godere solamente del sostegno nominale da parte del comune di Torino. Significativamente, si rileva maggiore sollecitazione da parte delle istituzioni là dove il sentimento popolare nei confronti dello statista sembrava necessitare di uno stimolo proveniente dalle élites cittadine. Esemplare in tal caso il municipio di Roma che, soprattutto durante il sindacato di un fervente cavouriano come il principe Ruspoli,

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268 A seguito della consultazione del materiale d’archivio municipale e dello spoglio dei giornali locali, non si riscontrano interventi o partecipazioni da parte del municipio torinese in occasione degli anniversari cavouriani successivi al 1886.

269 Cenni e riferimenti all’evento in F. Albano, Cento anni di padri della patria, cit., p. 142.

270 S. Montaldo, Patria e religione nel 1898, in U. Levra – R. Roccia (a cura di), Le esposizioni torinesi, cit., pp. 111-144; M. Tesoro, Lo Statuto albertino: l’anniversario dei primi cinquant’anni, in M. Baioni – F. Conti – M. Ridolfi (a cura di), Celebrare la nazione. Grandi anniversari e memorie pubbliche nella società contemporanea, Silvana, Cinisello Balsamo 2012, pp. 74-93; in merito alla rinnovata presenza cattolica, cfr. F. Mazzonis, Uomini e gruppi politici a Palazzo di Città, in U. Levra (a cura di), Storia di Torino, vol. VII, cit., pp. 493-495; sulla nuova fase del movimento cattolico a fine secolo, cfr. G. De Rosa, Storia del movimento cattolico in Italia, cit., pp. 251 e segg.

271 I rari riferimenti a Cavour in La posa della pietra fondamentale della colonna commemorante il primo cinquantenario dello Statuto, «Esposizione generale italiana. Torino 1898. Bollettino ufficiale», 10 maggio 1897; Lo Statuto «Esposizione generale italiana e d’Arte sacra. Rassegna popolare italiana», n. 1, 4 marzo 1898; Il saluto augurale, n. 9, 1° maggio; Il Parlamento Subalpino, n.10, 8 maggio 1898; L’Arte Drammatica all’Esposizione, n.14, 5 giugno 1898; Le feste popolari in Torino pel cinquantenario dello Statuto, n. 18, 3 luglio 1898; Le cento città italiane a Torino. Il Ricordo Artistico dello Statuto, n. 23, 7 agosto 1898; Le pagine istoriate dello Statuto, n.25, 21 agosto 1898; in merito al monumento del sovrano, Le feste di Torino, «Gazzetta piemontese», 10 settembre 1899.

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onorò con regolarità la ricorrenza del 6 giugno proponendo un rituale semplice, spesso circoscritto alla giunta municipale e ai membri della Società Savoia, consistente nella deposizione di una corona ai piedi del busto dello statista esposto in Campidoglio(272). Il valore della cerimonia fu sempre essenzialmente simbolico e non incontrò mai la dimensione popolare che altri avrebbero auspicato. In occasione del 6 giugno 1890, i protagonisti furono il marchese Alfieri in qualità di presidente della Federazione Cavour e l’avvocato Facelli, presidente del Circolo Cavour della capitale. Nonostante i buoni propositi, le iniziative più ampie e pubblicizzate non riuscirono a mobilitare numeri consistenti: nel 1892, in occasione del trentunesimo anniversario della morte, la ventina di bandiere di circoli e associazioni presenti nell’aula capitolina attestava lo «scarso concorso» della popolazione romana(273).

L’effetto positivo del pellegrinaggio cavouriano si coglieva quindi in altri aree, mobilitando le associazioni espressione degli ambienti moderati o legate in vario modo alla figura del conte. Negli anni a seguire, il Circolo Popolare di Milano confermò la propria fedeltà alla memoria dello statista riproponendo il rituale della corona di fiori ai piedi del monumento locale, fatto che suscitò anche l’interesse di cittadini estranei alla società e diede luogo, nel 1888, a una «modesta ma simpatica dimostrazione»(274). Per l’edizione del 1894 il direttivo del circolo curò il supplemento dell’«Idea Liberale», in cui confluirono articoli di eminenti figure di area moderata, brani tratti dalle opere cavouriane ritenute degni di nota(275). Esaltato non solo come Tessitore, ma anche nelle sue declinazioni di ministro attento alla questione sociale, di benefattore e di unitario ante litteram, il Cavour dei posteri guadagnava una posizione meno defilata rispetto agli altri eroi del Risorgimento, attestando la propria presenza nel discorso e nello spazio pubblico. Senza dubbio, anche la biografia giovanile scritta da Domenico Berti ebbe un certo rilievo nel rilancio della figura, di cui, improvvisamente, gli italiani scoprivano una giovinezza vissuta all’insegna del patriottismo. Una conferma di tale assunto si può cogliere nell’inaugurazione di una lapide commemorativa a Exilles, una delle località alpine in cui Cavour aveva soggiornato in qualità di ufficiale del Genio militare addetto alla manutenzione delle fortificazioni difensive. Il 14 agosto del 1887 il piccolo borgo piemontese fu teatro di una cerimonia commemorativa sproporzionata alle dimensioni del paese, nel quale convenne, oltre a deputati e autorità locali, una «valanga umana» che, secondo il cronista inviato sul luogo, non avrebbe risparmiato «nemmeno i tetti» dell’abitato, adorno di festoni e archi riportanti iscrizioni, percorso da pellegrini e bande musicali. Scoperta la lapide bronzea, dettata in latino dal professore Vallauri, i festeggiamenti culminarono nel discorso tenuto da Berti in persona il quale, ripercorrendo brevemente la vita del commemorato e soffermandosi sulla sua formazione giovanile, affermava la «pochissima differenza» tra il Cavour di Exilles e il Cavour del 1859, un uomo che avrebbe addirittura concepito la «rivoluzione piemontese» all’età di diciannove anni(276). Alla cerimonia non poté mancare Calandrelli

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272 ASC, Titolario 1891-1907, Titolo 59. Onorificenze pubbliche, b. 45, f. 22, appunto per l’anniversario della morte di Cavour, 6 giugno 1890; minuta del sindaco per l’invito all’anniversario, 3 giugno 1891; lettere di Edoardo Pompei al sindaco di Roma, 29 maggio e 3 giugno 1892; minuta del sindaco per l’invito all’anniversario, 5 giugno 1892; minuta del sindaco al direttore del Concerto Comunale, 5 giugno 1892; Titolario Postunitario, Titolo 15. Feste pubbliche, spettacoli diversi, b. 21, f. 858, minuta di Emanuele Ruspoli ad Antonio Valle, 5 giugno 1895.

273 Cronaca. La festa dello Statuto, «Il Messaggero», 6 giugno 1892; Le commemorazioni per il XXXI anniversario della morte, «Corriere della Sera», 7 giugno 1892.

274 Ventisette anni!, «Corriere della Sera», 6-7 giugno 1888.

275 Cavour, ivi, 6 giugno 1894.

276 L’occasione, ancora una volta, si prestò alla esaltazione del ministro insieme al suo re, il quale in gioventù avrebbe frequentato le stesse valli montane. Cfr. il resoconto dell’evento in A ricordo della giovinezza di Cavour, «Gazzetta piemontese», 15 agosto 1887; il discorso di Berti è riprodotto in D. Berti, Scritti vari, vol. II, L. Roux e C. Editori, Torino-Roma 1892, pp. 223-235.

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il quale, in rappresentanza del Comitato, donò al municipio un ritratto dello statista. Evento inedito fino a quel momento, la celebrazione di Exilles attestò la rinnovata considerazione di Cavour da parte della comunità locale, interessata a ricordare un soggiorno di soli tre mesi del giovane conte pur di associarne la fama al nome del paese. Assai simile per propositi ed esiti fu l’inaugurazione, meno partecipata, di una lapide in marmo avvenuta il 3 giugno dell’anno successivo a Donnas, piccolo borgo valdostano ai piedi del forte di Bard nel quale Cavour aveva sostato nell’inverno 1831-1832. Celebrato alla presenza delle autorità, l’evento vide anche la partecipazione delle associazioni operaie locali. In accordo con la vulgata diffusa dal volume di Berti, la targa si rivolgeva al futuro pellegrino invitandolo a fermarsi là dove, anni prima, il giovane ufficiale aveva trascorso «ore calme e soavi / sognando la patria una e libera»/277). Un’eco ulteriore del rilievo attribuito alla formazione prequarantottesca del ministro si coglieva anche nella conferenza popolare intitolata La giovinezza di Cavour, tenuta nell’ottobre 1888 dal deputato Giovanni Faldella presso il salone della Società operaia di Vercelli dinanzi a un pubblico «accalcatissimo», al quale si presentava, di fatto, una sintesi dei più recenti studi sulla figura del conte(278). L’enfasi celebrativa raggiungeva anche le aree decentrate della provincia piemontese: il 24 ottobre 1896 il comune di Grinzane rese omaggio al suo primo cittadino più illustre apponendo sulla facciata del castello, già abitato dal conte, una lapide dedicata al «sindaco operoso e benefico»(279).

Al di fuori del Piemonte, il culto cavouriano trovò fortuna anche e soprattutto in contesti provinciali del nord Italia, dove il patriottismo della classe dirigente locale incentivava forme di celebrazione pubblica con la promozione di conferenze, busti e lapidi in onore di Cavour presso i luoghi simbolico-istituzionali del territorio. Talvolta, l’evento permetteva di esplicitare la retorica conciliatorista grazie all’accostamento del conte agli altri “padri”, contribuendo a diffondere una visione pacificata del Risorgimento e proponendo in alcuni casi paralleli audaci, impensabili fino al decennio precedente. L’inaugurazione congiunta delle effigi di Cavour e Mazzini avvenuta a Caravaggio nel 1890 su iniziativa della società di mutuo soccorso locale attestava infatti la volontà di recuperare tutte le componenti del Risorgimento, delle quali si riconosceva una complementarità ritenuta necessaria e innegabile(280).

La ricorrenza del 6 giugno, associata spesso alla festa dello Statuto, non fu però l’unica data prestatasi alla commemorazione pubblica. Tra il repertorio di ricorrenze del calendario civile, infatti, anche il Venti settembre venne talvolta scelto per la celebrazione del Tessitore, sottolineando pertanto una lettura coerente del ruolo avuto dallo statista nell’orientare l’Unità e il suo compimento verso l’annessione della capitale. Il «significato altamente politico» di queste cerimonie – come avrebbe commentato la stampa – si colse in occasione del 20 settembre 1887, quando la

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277 Una lapide a Camillo Cavour a Donnas, «Gazzetta piemontese», 4 giugno 1888; la località in cui fu posta la lapide divenne a sua volta teatro di commemorazioni successive, cfr. Ivi, 5 marzo 1898.

278 G. Faldella, La giovinezza di Cavour, in Id., Piemonte ed Italia. Rapsodia di storia patriottica, Lattes & C., Torino 1911, pp. 11-95; un breve resoconto dell’evento in La giovinezza di Cavour, «Gazzetta piemontese», 1° novembre 1888.

279 «Il Conte CAMILLO BENSO di CAVOUR / fu di questo Comune / Sindaco operoso e benefico / dal maggio MDCCCXXXII al febbraio MDCCCXLIX / devoto culto / di sacre immortali memorie / alla tenacia secolare / di queste mura vetuste / ne volle piamente affidata / la ricordanza / XXIV ottobre MDCCCXCVI».

280 G. Favini, Camillo Cavour e Giuseppe Mazzini. Discorso pronunciato dall'avv. Gaetano Favini il 4 maggio 1890 a Caravaggio inaugurandosi le lapidi in memoria dei due sommi italiani, Tip. Messaggi, Treviglio 1890.

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cittadinanza di Imola festeggiò inaugurando un busto di Cavour presso l’atrio del palazzo comunale. Promosso dalla locale Società Vittorio Emanuele, lo scoprimento dell’opera in marmo fu accompagnata dalle parole del presidente del circolo e deputato Giovanni Codronchi Argeli, il cui patrocinio dell’iniziativa mirava evidentemente a incoraggiare non la produzione sterile di statue, bensì l’«educazione popolare»(281).

Decisamente rilevante fu l’inaugurazione del monumento di Padova, realizzato su commissione delle associazioni monarchico-liberali presiedute dal patriota Alberto Cavalletto e presentato alla comunità il 20 settembre 1888(282). La vicenda padovana, sulla quale si avrà modo di soffermarsi in seguito, testimoniava in particolare l’avvenuta ricezione della figura di Cavour in qualità di principale responsabile dell’unificazione italiana, il cui trionfo finale coincideva proprio con l’abbattimento del potere temporale a Roma. Nei festeggiamenti del Venti settembre, declinati secondo la visione moderata, si inseriva quindi la commemorazione del Gran ministro come una sorta di appendice ideale alla ricorrenza del 6 giugno che, privata dell’elemento funebre legato all’anniversario della morte, valorizzava in chiave teleologica l’opera politica esplicitando il punto di arrivo del progetto cavouriano. Posti in linea di continuità, il 6 giugno e il Venti settembre rappresentavano i due momenti cardine della fortuna post mortem del conte: alla scomparsa avvenuta a un passo dalla gloria seguiva la “risurrezione” patriottica in veste di profeta di Roma capitale. Trascendendo la morte fisica del suo ideatore, la Terza Roma incarnava la legittimità del disegno moderato, celebrando al contempo gli eredi politici di Cavour responsabili della liberazione della città dal dominio papale. Su questa visione si sarebbe dovuta innestare la cerimonia più solenne di tutte, ovvero l’inaugurazione del monumento romano durante i festeggiamenti del settembre 1895. Come si avrà modo di vedere in seguito, gli eventi dimostrarono l’arbitrarietà dell’accostamento di Cavour a Roma, apparentemente accettato da buona parte del mondo liberale, ma criticato dalla tradizione politica di segno opposto. In quel caso, infatti, la devozione liberal-moderata della giunta municipale dovette fare i conti con l’esuberanza del presidente del Consiglio, subendone le iniziative volte a porre al centro della manifestazione proprio il rivale Garibaldi. Collocata in coda alle celebrazioni organizzate secondo la regìa accorta del governo, la cerimonia cavouriana non poté reggere il confronto con la festa organizzata per il monumento di Garibaldi sul Gianicolo, esaltato con grande pompa da Crispi(283).

Il gesto di spregio nei confronti di Cavour trovò il degno contraltare nell’evento, più modesto per dimensioni e mobilitazione, organizzato dal comune di Torino per l’anniversario di Porta Pia, fatto che dimostrava d’altronde quanto il legame “fraterno” tra la prima e l’ultima capitale d’Italia trovasse proprio in Cavour il suo patrocinatore. Organizzata su iniziativa di un comitato costituito ad hoc e ispirata alla vulgata conciliatorista ormai largamente attestata, la giornata di festa vide la sfilata in corteo delle associazioni aderenti per le vie della città, il cui cammino era scandito dalle tappe patriottiche presso i monumenti e le lapidi degli “eroi”. Dopo l’omaggio al busto di Vittorio Emanuele II presso il portico del palazzo municipale, al monumento di Garibaldi, alla statua dedicata ai reduci della Crimea e alla lapide in ricordo di Sella, giunse la deposizione di una palma d’oro ai piedi della statua cavouriana di piazza Carlo Emanuele II. Non a caso, il corteo concluse il proprio pellegrinaggio in piazza Carignano, raccogliendosi davanti al palazzo sede del primo parlamento italiano. Fu in quel luogo che la cerimonia torinese del XX settembre raggiunse il suo culmine con lo

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281 Imola a Cavour, «Gazzetta piemontese», 21 settembre 1887; in merito al significato del Venti settembre, cfr. G. Verucci, Il XX settembre, cit., e M. Ridolfi, Feste civili e religioni politiche, cit., pp. 100-108.

282 Cfr. Camillo Cavour. Un augurio all’Italia, «L’Euganeo», 6 giugno 1888.

283 Cfr. I Porciani, Stato, statue, simboli, cit.

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scoprimento, avvenuta tra i «caldi evviva» della folla, di un’iscrizione commemorante la proclamazione di Roma capitale d’Italia da parte di Cavour. Decorata dallo scultore Leonardo Bistolfi con una lupa capitolina e la sigla S.P.Q.R., la lapide apposta sulla facciata del palazzo provava materialmente il rapporto inscindibile tra le due città celebrando, nello stesso giorno della liberazione effettiva di Roma, anche il 27 marzo 1861, la data della sua redenzione “spirituale” a opera del Tessitore(284). Il concetto venne largamente esaltato dalle parole dell’avvocato Faldella che, chiamato a commemorare l’evento dinanzi a una piazza assiepata di bandiere e cittadini, rievocò la gloria dei tempi passati tributando un omaggio anche a Gioberti, il precursore di Cavour la cui statua, collocata dirimpetto a Palazzo Carignano, rinvigoriva la lettura vagamente piemontesista della cerimonia. Al ricordo dei toni altisonanti del marzo 1861, culminati nel «discorso olimpico» di Cavour, che – commentava Faldella – solamente un fonografo avrebbe potuto restituire nella sua efficacia, seguì la rievocazione del decennio concluso con l’entrata in Roma, ottenuta percorrendo quella «via curva» indicata dal Tessitore e non la «via diretta» inseguita dai volenterosi ma sfortunati garibaldini(285).

Da Porta Pia in poi, l’oratore ravvisava quindi il trionfo della libertà cavouriana soprattutto nell’applicazione, forse fin troppo tollerante, della Libera Chiesa in libero Stato. Alle provocazioni del partito clericale rinvigoritosi nell’ultimo periodo, tuttavia, si contrapponeva la devozione dei buoni patrioti, incarnata dal comitato promotore della cerimonia, che provava la stabilità dello stato liberale, diretta emanazione della politica cavouriana. Si coglieva quindi un chiaro riferimento alle temperie attraversate dall’Italia di fine secolo, afflitta dagli attacchi del cattolicesimo intransigente, dalle derive della politica crispina e dalle pressioni delle forze popolari che esigevano un intervento a favore delle masse. In tali circostanze la dimostrazione di patriottismo da parte dei torinesi assumeva un significato rilevante in quanto riconferma della linea liberale, laica e moderata propria della tradizione politica risorgimentale di area piemontese. Il debito di riconoscenza verso Cavour fu infine sottolineato dalle parole del rappresentante del municipio Leone Fontana che, a margine dell’intervento, ricordò ai presenti il valore di quella manifestazione affollata. Quasi a voler commentare polemicamente il silenzio riservato da Crispi a Cavour durante i festeggiamenti romani, Fontana lodava la mobilitazione dei concittadini poiché

essa prova che l’oblio e l’ingratitudine non hanno fatto né fanno presa sui nostri cuori e che noi sentiamo adesso come lo sentimmo il dì della sua morte l’enorme debito che verso Camillo Cavour ha non Torino solamente, ma l’Italia e, oserei dire, il mondo civile(286).

Celebrato dalla sua città nel giorno del compimento ideale dell’unità italiana, il Tessitore assumeva le dimensioni di un eroe a tutto tondo, patrimonio della nazione inserito nel più ampio contesto della civiltà del progresso. Qualunque fosse il parere del governo o dei partiti avversari, le istituzioni garantivano a Cavour lo status di figura cardine del Risorgimento, assicurandone il culto della memoria quantomeno in occasione dei grandi anniversari in cui la figura era coinvolta direttamente. Spettava dunque alle singole parti politiche prendere posizione, là dove fosse ritenuto necessario

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284 Come l’Italia giunse a Roma; La manifestazione popolare. La deposizione delle palme ai monumenti ai fattori dell’Unità italiana, «La Stampa-Gazzetta piemontese», 20 settembre 1895.

285 Inaugurandosi a Palazzo Carignano la lapide commemorante il voto del Parlamento per Roma capitale d’Italia, Tipografia M. Massaro, Torino 1895, pp. 11-31.

286 Ivi, pp. 32-33.

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e qualora le contingenze motivassero un riferimento esplicito al Gran Ministro, la cui statura non poteva comunque essere ignorata.

Torniamo a Cavour

Avvertiti i sintomi della crisi, l’Italia di fine secolo parve talvolta trovare in Cavour un riferimento ideale, velato di nostalgia, per auspicare l’avvento di tempi migliori. Riscontrato l’apparente regresso politico-sociale del Paese, l’assenza di modelli virtuosi a livello politico e istituzionale spingeva a riflettere sulla grandezza dei tempi passati. Si riscontrava quindi, da più parti, un appello a rileggere l’opera dello statista nella speranza di una rigenerazione morale che investisse tutta la sfera pubblica e non solo quella politica. Considerata nella sua poliedricità, la figura di Cavour iniziò a riscuotere timidi consensi anche tra le culture politiche estranee alla tradizione liberal-moderata. È pertanto significativo notare come già nel maggio 1890, in occasione di una conferenza dedicata alla democrazia sociale presso il teatro della Canobbiana di Milano, Filippo Turati avesse riservato parole di elogio per lo statista. Affermando di rimpiangere la lettura tardiva delle opere del conte, Turati dichiarò pubblicamente di vedere in Cavour «un vero brav’uomo» attento alla questione sociale, apprezzato soprattutto per il suo invito a schierarsi sempre con gli oppressi(287). Accolto dall’ovazione del Circolo Radicale Cattaneo, il discorso del socialista sembrò inaugurare un’apertura ideale da parte delle frange meno estremiste nei confronti del campione della tradizione liberale italiana, degno degli elogi poiché esponente virtuoso del moderatismo. Dopo anni di connotazioni politiche strettamente legate al ruolo avuto dal partito cavouriano nella direzione del Paese, i tempi sembravano dunque maturi per un allargamento del consenso intorno al Gran ministro, la cui statura, indiscutibile e riconosciuta, spingeva a valutazioni più oggettive. Non era ancora giunto il momento del trionfo a-partitico di Cavour; tuttavia, in quegli anni iniziò a riscontrarsi un’inversione di tendenza che preparò il terreno alla commemorazione, più pacificata, del secolo successivo.

All’ombra di Cavour parvero quindi radunarsi molti insoddisfatti della situazione attuale. Delusa dalla politica crispina, dalla vita parlamentare, dagli scandali e dalla corruzione, la Destra moderata e monarchica guardava ancora con nostalgia a quel modello perduto di laboriosità, abnegazione ed equilibrio(288). In ambienti istituzionali così come in quelli più locali e decentrati, collocati alla base dell’eterogeneo schieramento liberale, il nome di Cavour era elevato a vessillo della politica “sana”, baluardo simbolico contro le degenerazioni del presente. Ancora una volta, gli anniversari cavouriani si prestavano all’attacco polemico, all’appello alla concordia, alla riproposizione di un programma ispirato ai principii su cui il partito moderato insisteva da anni, senza tregua. L’anelito alla libertà, inteso nella sua declinazione cavouriana, coinvolgeva vecchi e giovani liberali, convinti della necessità di un progresso da attuarsi per gradi, nel rispetto dello Statuto e nella concordia delle parti sociali. Per il trentesimo anniversario della morte dello statista, nel giugno 1891 l’Associazione Monarchica degli studenti milanesi pubblicava un manifesto che ben sintetizzava le aspirazioni dei circoli moderati:

Ricordiamo!

Ricordiamo, perché triste avvenire aspetta quei popoli – specialmente giovani – che non ricordano, che non hanno sempre alacre, sempre fedele la memoria del cuore! Se v’è

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287 Una conferenza dell’avv. Filippo Turati sulla democrazia sociale, «Corriere della Sera», 18 maggio 1890; relativamente alla lettura del Risorgimento da parte della Sinistra, cfr. F. Della Peruta, Il mito del Risorgimento e l’estrema sinistra dall’Unità al 1914, cit., pp. 32-70.

288 Cfr. le riflessioni di F. Fonzi, Crispi e lo “Stato di Milano”, cit., pp. 11-152.

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figura che un italiano non può dimenticare, se v’è mente dalla quale ancor oggi si possano imparare i veri metodi di libertà, se v’è cuore che ha nutrito sincero affetto al popolo tutto, quello è Camillo Cavour. Oggi che la libertà è minacciata da facili teorie di felicità inafferrabili, oggi che la libertà è minacciata nel libero svolgimento di nuova energia individuale, oggi che il più santo degli affetti – quello di patria – è colpito dallo stigma di pregiudizio e di bestialità, ricordiamo quel grande integro esempio di liberale, di patriotta! […] così oggi, rievocando la figura di Camillo Cavour, riuniamoci tutti noi, scendiamo coraggiosi in campo per la lotta feconda delle idee e per la giustizia, convinti che solo nella libertà sta la gloria della patria nostra, la salvezza della civiltà o la fortuna per le generazioni future(289).

Su questo sentimento di indignazione soffiava la retorica dei vecchi liberali. A guidare la carica polemica era ancora Bonghi, il conferenziere cavouriano per eccellenza che, prossimo alla morte, ebbe occasione di intervenire alle commemorazioni promosse dai circoli locali adeguando alle circostanze del momento il repertorio retorico già impiegato. Il 14 marzo 1892, genetliaco di Vittorio Emanuele II, Bonghi rese onore a Cavour presso il teatro Fraschini di Pavia dinanzi ai soci dell’Unione liberale monarchica e ricordò ai presenti il significato dell’«essere moderati» nel tempo presente, richiamando dunque le qualità migliori ravvisate nel capostipite della tradizione liberale italiana. Invitato a Legnago per lo scoprimento di una lapide dedicata a Cavour, nel giugno 1893 Bonghi tornò ancora sulla questione(290). In diversi casi i partecipanti, consapevoli della fase di transizione attraversata dal Paese, concludevano appellandosi all’unione di tutti gli spiriti patriottici e al coinvolgimento delle nuove generazioni. Echi di questa vulgata si ritrovavano nelle parole pronunciate da Desiderato Chiaves a Bologna nel 1892 presso il liceo Rossini, dove era stato collocato un busto dello statista. Simili esempi si colgono nella conferenza milanese tenuta da Bassano Gabba nel giugno 1893 presso il teatro dell’Accademia dei Filodrammatici in presenza della gioventù universitaria(291). Promosso dagli ambienti istituzionali più vicini al moderatismo, a fine secolo il dialogo tra tradizione e nuove leve vedeva anche nell’avvicendamento delle élites un passaggio di consegne utile a garantire la continuità dei valori: a tale fenomeno sembrerebbe rispondere, per esempio, la conferenza sul tema tenuta presso l’Università di Urbino da Manfredi Siotto Pintor, giovane docente di diritto presso l’ateneo marchigiano, figlio del giurista cavouriano Giovanni. Nella prolusione, mirata a rinvigorire lo spirito dei presenti al grido finale di «combattiamo!», non pare forzato rinvenire il tentativo di dare un seguito agli ardori giovanili del Risorgimento anche nella stagione del «lavoro fecondo»(292). Del resto, che Cavour rappresentasse l’emblema del sano patriottismo, utile a rafforzare il sentimento monarchico anche nelle aree più ostili, risultò evidente, per esempio, nel 1894 in

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289 Per Camillo Cavour, «Corriere della Sera», 6-7 giugno 1891.

290 La dimostrazione del partito liberale monarchico a Pavia. La commemorazione di Cavour fatta dall’on. Bonghi, ivi, 14 marzo 1892; Il discorso dell’on. Bonghi su Camillo Cavour, «Gazzetta piemontese», 16 marzo 1892; R. Bonghi, Il conte di Cavour. Commemorazione detta da Ruggero Bonghi il 4 giugno 1893 in Legnago, Tipografia italiana, Roma 1893; Commemorazione di Camillo Cavour, «Corriere della Sera», 6 giugno 1893; Notizie italiane, «Gazzetta piemontese», 11 giugno 1893.

291 Onoranze a Camillo Cavour in Bologna. Il discorso di Desiderato Chiaves, ivi, 7-8 giugno 1892; relativamente all’evento presieduto da Bassano Gabba, Commemorazione del conte di Cavour, «Corriere della Sera», 6 giugno 1893.

292 M. Siotto Pintor, Cammillo [sic] Benso di Cavour. I tempi che furono e i tempi che sono. Conferenza letta nell’Aula Magna dell’Università di Urbino il dì 7 giugno 1895, R. Bemporad e Figlio, Firenze 1895, p. 47. Elementi utili a cogliere la rilevanza della figura di Cavour in ambiente accademico si colgono anche in D. Schiappoli, La politica ecclesiastica del conte di Cavour e la libera Chiesa in libero Stato. Discorso inaugurale letto nell’Aula magna della Regia Università di Macerata il 20 novembre 1898, Stab. Tipografico Bianchini, Macerata 1898.

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occasione dell’intervento di Gaspare Finali alla festa dello Statuto in Cesena, dove l’appello alla concordia e all’unione indirizzato ai romagnoli auspicava il superamento delle tensioni, ricomposte sotto il buon nome di Cavour(293).

Senza dubbio, il richiamo insistito al Tessitore da parte del mondo liberale non trovava tutti d’accordo. In alcune circostanze, la figura del conte risultava ancora divisiva, come testimonia la cronaca di fine secolo. Anche le prese di posizione da parte delle personalità del mondo culturale, più o meno accentuate a seconda dei casi, avevano ricadute sulla percezione pubblica del personaggio. Carducci, colpevole di aver presenziato all’inaugurazione bolognese del busto cavouriano presso un circolo monarchico, fu fischiato dagli studenti(294). Maggiore risalto ebbe Antonio Fogazzaro che nel giugno 1897 partecipò alla commemorazione indetta dal comitato liberale di Vicenza consegnando in prima persona un busto di Cavour alla giunta clericale della città. Al gesto di provocazione nei confronti del municipio, espressione del blocco conservatore cattolico, si sommò anche il discorso tenuto dal letterato, profusosi in un’esaltazione quasi mistica del Tessitore. Accogliendo con entusiasmo l’iniziativa dei liberali vicentini – «Era tempo, viva Dio, signori, che anche a noi questo caro, geniale, paterno viso, si mostrasse!» – Fogazzaro rese onore allo statista, «adorato […] come un onnipotente», sottolineandone i meriti con riferimenti accentuati alla religione laica dell’Italia contemporanea(295). Nell’effigie in marmo si coglievano i tratti di un uomo straordinario che forse non aveva posseduto «il candore degli angeli» ma aveva saputo abbattere il regno di Napoli, «negazione di Dio» sulla Terra, uscendo vincitore ideale anche dal duello a distanza con l’autoritario Bismarck. Dovette pertanto risultare palese la perplessità del sindaco Roberto Zileri dal Verme, costretto suo malgrado a subire il panegirico di Roma libera dalla tirannia e accogliere il busto ascoltando le ultime parole provocatorie di Fogazzaro:

Signor Sindaco! A nome dei cittadini che posero questo ricordo io lo affido a Voi. Custoditelo con religiosa cura. Esso è sacro, rappresenta il genio della Patria risorta, rappresenta una vasta impronta dello Spirito di Dio(296).

A fronte degli screzi che simili espressioni di fedeltà cavouriana potevano suscitare, la presenza di una memoria pubblica non particolarmente sentita ma quantomeno accettata da parte degli estranei agli ambienti moderati era una realtà di fatto.

Nostalgie e speranze

Con l’ultimo decennio del secolo si avviava alla conclusione anche una fase della fortuna postuma di Cavour. Superato il momento di crisi sopraggiunto con le prime esperienze governative della Sinistra, sopravvissuta agli attacchi e all’indifferenza delle opposizioni, la fortuna post mortem si era quindi assestata su una posizione stabile.

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293 G. Finali, Commemorazione di Camillo di Cavour fatta per la festa nazionale del 1894 da Gaspare Finali senatore, Tip. Biasini di P. Tonti, Cesena 1894; Una commemorazione di Cavour a Cesena, «Gazzetta piemontese», 4 giugno 1894; sul contesto romagnolo, cfr. M. Ridolfi, Il partito della repubblica. I repubblicani in Romagna e le origini del Pri nell'Italia liberale 1872-1895, FrancoAngeli, Milano 1989. Esempi di contrasti in merito alle ritualità patriottiche di Ravenna nel 1892 in M. Baioni, Rituali in provincia, cit., p. 58.

294 Il riferimento è in «Iapigia. Rivista pugliese di archeologia, storia e arte» IV (1933), p. 343; sul rapporto tra il letterato e le vicende patriottiche, cfr. P. Alatri, Carducci e il Risorgimento, in Il mito del Risorgimento nell’Italia unita, cit., pp. 102-109.

295 A. Fogazzaro, Per Camillo Cavour nell’inaugurazione del ricordo marmoreo in Vicenza. Parole di Antonio Fogazzaro, 6 giugno 1897, Ufficio del «Nuovo Risorgimento», Torino 1897.

296 Ivi, p. 7; notizie dell’evento in «Corriere della Sera», 6 giugno 1897.

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Mantenuta viva dalla famiglia e da pochissimi affezionati durante gli anni 1877-1884, la memoria del Tessitore aveva ricevuto nuova linfa durante la stagione apertasi negli anni Ottanta, assicurandosi un seguito di sostenitori che, ancora fortemente radicato negli ambienti moderati, pareva però destinato ad allargarsi includendo altre espressioni dell’Italia postunitaria. A questo processo di diffusione del mito cavouriano aveva contribuito senza dubbio la pubblicazione di fonti e biografie: per quanto orientati dal punto di vista ideologico, tali testi promossero una conoscenza più approfondita del personaggio, della sua opera, della sua psicologia smussando i toni agiografici e approdando per gradi a una visione onnicomprensiva del contesto in cui Cavour aveva vissuto. Anche la storiografia e la saggistica di area non moderata inserivano ormai a pieno titolo lo statista nel processo “glorioso” del Risorgimento radicaleggiante, includendolo, pur con i suoi difetti, nella rosa di figure eminenti(297). Per Oriani, il conte era colui che aveva «condensato nella propria opera tutta la praticità possibile»: se Mazzini aveva visto «più lontano», Cavour aveva visto «più giusto»(298).

La costituzione del corpus cavouriano, implementato da saggi e opuscoli, conferiva peraltro sostanza alle rivendicazioni del partito liberale che, traendo conforto da quei testi, avrebbe guardato alla sapienza politica del conte nella speranza di trovare la soluzione ai problemi del tempo. L’ultimo decennio aveva visto un ulteriore incremento delle pubblicazioni, prima tra tutte l’edizione integrale degli scritti politici di Cavour, curata da Domenico Zanichelli nel 1892, che rappresentava idealmente il manuale pratico per l’uomo di Stato moderno(299). La biblioteca cavouriana si era arricchita ancora grazie ai contributi, sempre corposi, di Chiala il quale nei suoi volumi Pagine di politica contemporanea aveva sviscerato i meccanismi diplomatici impiegati dallo statista, incrementati da un ultimo saggio relativo alla collaborazione tra il conte e Napoleone III in Italia e Ungheria(300). Anche Costantino Nigra aveva dato il proprio contributo raccogliendo nel 1894 una parte della corrispondenza in francese di Cavour con la contessa Anastasie de Circourt. Edizioni assai apprezzate all’estero, dove la rilevanza politica e il significato vagamente anti-crispino di certi testi non sfuggivano agli osservatori stranieri(301). Così, alla luce della mole di pagine scritte sul Tessitore nell’arco di trent’anni dalla scomparsa, il «Corriere della Sera» si sentì legittimato ad indicare nell’opera cavouriana una nuova Divina Commedia, un «argomento inesauribile di studio» da leggere e rileggere in quanto fonte inesauribile di spunti, riflessioni e stimoli. Dinanzi a tale biblioteca, non stupisce pertanto la comparsa nel 1898 di un apposito opuscolo, compilato da Giuseppe Buzziconi, intitolato La bibliografia di Cavour, che raccoglieva la quasi totalità di pubblicazioni sul tema(302).

Fortunatamente per i cavouriani, l’edizione delle fonti più importanti era avvenuta a tempo debito. La fase della consultazione sistematica delle carte, incentivata da

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297 C. Tivaroni, Storia critica del Risorgimento italiano, vol. IV, L’Italia degli Italiani, t. 2, Roux Frassati e Co., Torino 1896.

298 A. Oriani, La lotta politica in Italia, a cura di P. Permoli, Universale Cappelli, Bologna 1969, p. 175; decisamente più critica l’opinione del «partito cavouriano», cfr. pp. 262 e segg.

299 D. Zanichelli, Gli scritti del Conte di Cavour nuovamente raccolti e pubblicati da Domenico Zanichelli, 2 voll., Zanichelli, Bologna 1892.

300 L. Chiala, Pagine di storia contemporanea dal 1858 al 1892, Roux Frassati e Co. Editori, Torino 1892-93; Id., Politica segreta di Napoleone III e di Cavour in Italia e in Ungheria (1858-1861), L. Roux e C. Editori, Torino 1895.

301 C. Nigra (a cura di), Le Comte de Cavour et la Comtesse de Circourt. Lettres inèdites publiées par le Comte Nigra, L. Roux et C.ie, Torino-Roma 1894; U. Levra, Nigra tra storia e mito, in Id. (a cura di) L’opera politica adi Costantino Nigra, cit., p. 39; per quanto riguarda la ricezione di questo testo da parte di quotidiani inglesi, francesi, belgi e italiani cfr. i ritagli di giornale conservati da Nigra stesso in MNRT, Archivio Nigra, c. 75, 1b. 27.

302 Il conte di Cavour e la Contessa de Circourt, «Corriere della Sera», 31 marzo-1° aprile 1894; G. Buzziconi, La bibliografia di Cavour, Roux Frassati e Co., Torino 1898.

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moderati ed ex collaboratori, era ormai conclusa. Dopo la morte di Bianchi, infatti, le ombre della censura si erano allungate sugli archivi di Torino, dove all’inizio degli anni Novanta era avvenuta la cosiddetta «reconquista clerico-moderata» del Regio Archivio. Formata su iniziativa ministeriale, la commissione dei cosiddetti «tre baroni» composta da Antonio Manno, Domenico Carutti di Cantogno e Emanuele Federico Bollati di Saint-Pierre esercitò uno stretto controllo sulle carte di Casa Savoia conservate a Torino, assicurandosi il loro trasferimento nella più appartata Biblioteca Reale(303). Benché concentrata sugli archivi dinastici, l’operazione lasciava supporre un giro di vite anche sulla documentazione prodotta dal conte, figura sulla quale non sarebbe stato opportuno indagare oltre.

D’altronde, a distanza di anni dalla morte dello statista, il fatto che le censure, le omissioni e le forzature strumentali fossero state applicate anche da parte dei fedelissimi a Cavour era noto agli stessi moderati. Poco prima di morire, nel 1890 Emanuele d’Azeglio ricordò una conversazione avuta con Giuseppina Cavour in merito agli ultimi giorni di vita del conte. Stando alle parole del marchese, la nipote avrebbe negato la veridicità del racconto agiografico, ammettendo di aver assistito uno zio delirante incapace di pronunciare, in punto di morte, la frase Libera Chiesa in libero Stato. Di conseguenza, la dichiarazione doveva essere inserita, come tante altre, nel «numero delle leggende»(304). Le ricostruzioni edulcorate o mistificate, realizzate a posteriori, non erano gli unici interventi adottati. Il rischio di rivelazioni scomode che investissero la sfera privata del personaggio a danno della presunta solidità morale esisteva ancora. Un altro evento dimostrò infatti quanto fosse attuale la necessità di vigilare sull’immagine immacolata di Cavour. Nel 1894 Costantino Nigra, frequentatore di ambienti antiquari, si era imbattuto in una raccolta di ventiquattro lettere, scritte dal conte all’amante Bianca Ronzani negli anni 1857-1860 e possedute da un collezionista di autografi viennese. Convinto del pericolo che minacciava la buona memoria del conte qualora il carattere estremamente intimo della corrispondenza fosse reso pubblico alimentando la «malsana curiosità» e generando «scandalo», Nigra optò per la scelta drastica. Consultatosi con Berti in merito al da farsi, ottenuto il consenso degli eredi e di Umberto I, ricevuto il denaro dalla Casa Reale, l’ambasciatore aveva acquistato le lettere alla cifra di 1000 lire e infine bruciato di persona il carteggio nel camino della sua residenza viennese alla presenza dei collaboratori. L’atto dell’avvenuta distruzione fu inviato agli eredi, insieme alle copie di alcune lettere, a loro volta eliminate dopo la lettura(305).

Difesa con tutti i mezzi, irrobustita da una narrazione condivisa da più parti, ma priva in realtà di quella spontaneità a lungo esaltata, la memoria di Cavour aveva quindi retto con successo alle prove affrontate in trent’anni di eredità politica, dibattito pubblico e mitizzazione. Senza dubbio, il culto del Tessitore spingeva a rilevare tutte le storture del presente: il consenso raccolto attorno alla sua figura risultava contraddistinto ancora da una commistione di nostalgia per il tempo passato e di amarezza per la contemporaneità, largamente diffusa tra i collaboratori dello statista rimasti in vita. Gli oscuri presagi di fine secolo non potevano che destare preoccupazione e disillusione nei sostenitori del liberalismo puro, a cui molti avevano guardato con fiducia durante la stagione risorgimentale(306). Poche soddisfazioni aveva riservato anche Carlo Alfieri, la cui

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303 U. Levra, Fare gli italiani, cit., pp. 160 e segg.

304 Le ultime parole di Cavour, «Gazzetta piemontese», 24 febbraio 1890.

305 A. Pennini, La diplomazia del disincanto, cit., pp. 26-27; Il Carteggio Cavour-Nigra dal 1858 al 1861, cit., vol. IV, La liberazione del Mezzogiorno, appendice II, Zanichelli, Bologna 1929, p. 430.

306 Per il contesto degli ultimi anni del secolo, cfr. U. Levra, Il Parlamento nella crisi di fine secolo, in Storia d’Italia, Annali 17. Il Parlamento, a cura di L. Violante e F. Piazza, Einaudi, Torino 2001, pp. 163-195; G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, vol. VII, La crisi di fine secolo e l’età giolittiana, Feltrinelli, Milano 1974, pp. 19-93; per il sentimento di sfiducia, cfr. A. Asor Rosa, La cultura, in Storia d’Italia, vol. IV, Dall’Unità a oggi, cit.

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presunta fede cavouriana, in realtà, sembrava ad alcuni dettata più da mero opportunismo che da sincera adesione agli ideali307. Il presente “grigio” appariva quindi velato da un senso di disagio che immalinconiva gli spiriti più sensibili. Ne dava ennesima prova Artom il quale, riflettendo sui tempi recenti, correva con il pensiero al ricordo affettuoso del conte e affidava alla sua vena lirica il sentimento nostalgico:

Quante volte, nel subito addensarsi

di politiche nubi d’Europa, o quando ferve

del Parlamento la feconda gara

or Cavour che farebbe? Or noi chiediamo

in ogni dubbio, in ogni novo evento

il gran nome invocando(308).

Cavour non sarebbe più tornato; tuttavia, si credeva ancora possibile ricavare dal suo esempio la carica ideale, la forza dei principii che avevano animato la rigenerazione del Paese, lo stimolo per ribadire la natura profondamente liberale delle istituzioni postunitarie. Di conseguenza, assumeva un significato rilevante impugnare il nome di Cavour nel segno del progresso moderato sostenuto da chi al Torniamo allo Statuto e alla proposta di leggi liberticide avrebbe opposto il Torniamo a Cavour, evocando l’atteggiamento liberale del Tessitore nei confronti della pubblica opinione(309). Simili erano le riflessioni, al volgere del secolo, di Vilfredo Pareto, convinto che il ritorno a «quel grande nostro concittadino» comportasse anche il recupero dei suoi insegnamenti in campo economico(310). Una risposta “dal basso”, per quanto simbolica, a tali sollecitazioni sembrava essere fornita dall’associazionismo locale. Le inaugurazioni di circoli intitolati a Camillo Cavour durante l’anno 1900 lasciavano presagire infatti la speranza che il nuovo secolo, sullo sfondo del regicidio, sancisse il recupero di una tradizione ritenuta in grado di ridare slancio al progresso graduale della società nel suo complesso(311). La missione del cavourismo non era dunque ancora conclusa. Sotto il patrocinio dell’esperto Emilio Visconti Venosta, erede del casato alla morte del suocero Alfieri nel 1897(312), la memoria del Tessitore si avviava ad affrontare le sfide del secolo tentando di intercettare le esigenze del Paese e fornendo, dove possibile, un modello utile a superare le difficoltà presentate dallo sviluppo politico, sociale e civile.

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307 Cfr. le opinioni di Domenico Farini in D. Farini, Diario di fine secolo, a cura di E. Morelli, Bardi, Roma 1961, 27 giugno 1896, pp. 982-983.

308 UCEI, Archivio Artom, b. 9, f. 239, A Cavour (terza versione).

309 Cfr., per esempio, Cavour e la libertà di stampa. Confronti storici, «La Stampa», 14 febbraio 1899.

310 Lettera di Vilfredo Pareto al presidente dell’Associazione Camillo Cavour, 21 gennaio 1901, citata in G. Rumi, Pareto e l’Italia del suo tempo, in G. Manca (a cura di), Vilfredo Pareto (1848-1923). L’uomo e lo scienziato, Libri Scheiwiller, Milano 2002, p. 97. I riferimenti a Cavour negli scritti dei teorici dell’elitismo, in realtà, sembrerebbero piuttosto rari, come è possibile rilevare consultando la produzione di Gaetano Mosca: benché le riflessioni di quest’ultimo in materia di classe politica suggeriscano una certa consonanza con il conte relativamente al concetto di azione governativa, paiono essere altri i richiami più frequenti. Cfr. E. A. Albertoni, Gaetano Mosca. Storia di una dottrina politica. Formazione e interpretazione, Giuffré, Milano 1978.

311 Notizie relative ai nuovi circoli in Un nuovo Circolo operaio a Parma, «Corriere della Sera», 2 gennaio 1900; Il Circolo Camillo Cavour, 3 febbraio 1900; L’inaugurazione del Circolo Camillo Cavour. La conferenza dell’avv. Bonzi, 15 marzo 1900; Risveglio liberale monarchico, 2 luglio 1900.

312 Cfr. Commemorazione di Carlo Alfieri di Sostegno e Angelo Brofferio nella inaugurazione delle lapidi onorarie poste nel civico collegio dal municipio di Asti addì VII maggio MDCCCXCVIII, Tipografia e Legatoria da libri Vinassa, Asti 1898.

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Capitolo 4. L’apoteosi. Il Tessitore dall’Italia giolittiana alla Grande guerra (1901-1915)

Si giudichi liberamente quando sia l’ora il merito o il demerito morale di molti atti superflui o necessari all’impresa che [Cavour] compì. Ma si riconosca, che quanto al valore spiegatovi egli è il vero grande uomo della rivoluzione italiana(1).

«Il Cittadino di Brescia», 1910

Se Camillo Cavour tornasse per un’ora soltanto tra noi si ritirerebbe sdegnato e arrossirebbe nel vedere che il suo nome serve a coprire le vanità di individui senza valore, senza ideali e senza coscienza, di gente priva di valore e di merito, di gente che nulla ha all’infuori della propria vacuità verbosa(2).

«La Tribuna Biellese», 1910

Superato il tornante del nuovo secolo, la fortuna cavouriana si avviò gradualmente alla conquista di un proprio spazio. Erano trascorsi quarant’anni dalla scomparsa e la distanza dall’evento, percepito come passato non più così recente, contribuì in parte a pacificare il discorso costruito attorno al personaggio e alla sua opera. Il processo, tuttavia, non fu né immediato né lineare. Come era avvenuto in più occasioni durante i decenni precedenti, si sarebbe rivelato decisivo il coinvolgimento delle istituzioni e delle élites culturali, mobilitatesi essenzialmente in concomitanza dei grandi anniversari, per incentivare forme di devozione degne della statura di Cavour. Il primo quindicennio del secolo fu pertanto contraddistinto dalla persistenza di atteggiamenti già riscontrati, diffusi a diversi livelli, mitigati però da una migliore disposizione collettiva nei confronti della cerimonia pubblica. Sul versante politico, venuta meno l’ostilità dichiarata o l’ostentata indifferenza da parte dei governi di Sinistra, la figura del conte sarebbe rimasta ancora a lungo sospesa nella condizione di nume venerabile a cui guardare con ammirazione nei momenti di sconforto. Privo di ricadute pratiche, il mito cavouriano avrebbe definitivamente abdicato al ruolo di modello concreto per le culture politiche ispirate alla tradizione moderata, confermando il solco incolmabile tra passato e presente. Dal punto di vista storico-culturale, si mantenne vivo l’interesse per il personaggio, indagato con più rigore secondo la prospettiva storiografica nel tentativo di scardinare visioni ormai sedimentate, pur preservando talvolta intenzioni apologetiche, e favorirne la popolarità. Non sarebbero mancate comunque le polemiche, rinfocolate dai cultori di altre tradizioni politiche che avrebbero ancora espresso dubbi sulla spontaneità dell’operato cavouriano e condannato l’ambiguità della sua figura. A unire idealmente il Paese intorno alla figura del Tessitore si sarebbero rivelati decisivi i festeggiamenti del biennio 1910-1911 che esaltarono da un lato l’individualità del personaggio nel contesto, dall’altro lato ne sancirono la definitiva consacrazione come membro del pantheon patriottico. La successiva mobilitazione simbolica di Cavour in occasione dei conflitti affrontati dall’Italia avrebbe messo alla

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1 Dopo il centenario di Cavour, «Il Cittadino di Brescia», 12 agosto 1910.

2 Camillo Cavour e i suoi sfruttatori, «La Tribuna Biellese», 10-11 agosto 1910.

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prova l’efficacia di queste costruzioni retoriche, cogliendone il grado di successo a seconda dell’uso pubblico proposto. Benché ritenuto inimitabile, l’operato del Gran Ministro avrebbe ancora agito da stimolo per la classe dirigente più sensibile alle affermazioni di grandezza.

4.1 Ascendenti politici. Vecchi e nuovi liberali

Culminata con il regicidio, la crisi di fine secolo aveva dato sfogo alle tensioni sociali accumulatesi negli anni e sommatesi alle problematiche di lungo periodo, ancora irrisolte, maturate con l’Unità. L’insuccesso della politica crispina, da un lato, e le tendenze autoritarie della Destra avevano esemplificato le difficoltà della politica italiana dinanzi alle trasformazioni in atto nel Paese, animato da forti contraddizioni. Il progresso materiale discontinuo, le condizioni della classe lavoratrice e la legislazione sociale inappropriata esigevano una risposta in campo economico, così come la domanda di maggiore partecipazione alla vita nazionale da parte delle masse imponeva misure di adeguamento alla classe dirigente, timorosa che tali elementi attentassero alla solidità dello stato unitario. Sfiorato l’abisso nel biennio 1898-1900 in concomitanza delle agitazioni popolari e delle risposte repressive, le previsioni poco ottimistiche per l’inizio del nuovo secolo non lasciavano presagire sviluppi positivi della situazione. Tuttavia, la fase politica subentrata alla morte di Umberto I coincise di fatto con la fine della crisi, favorita dall’atteggiamento con cui il nuovo sovrano promosse un clima distensivo tra le parti politiche e sociali. Seguì quindi un periodo di ripiegamento, utile alla ridefinizione dei rapporti tra classi e alla revisione dell’agenda governativa, ispirata alla ricerca di un dialogo con le componenti coinvolte nelle questioni di stringente attualità. Sfruttando la congiuntura economica favorevole che avrebbe accompagnato lo sviluppo del Paese fino al 1907, lo stato postunitario ritornò sulla strada già avviata tentando, dove possibile, la pacificazione dei conflitti e promuovendo un riformismo graduale in grado di modernizzare strutture, apparati e relazioni(3). Inaugurato dal ministero presieduto da Zanardelli, il nuovo corso della politica italiana prese slancio grazie alle componenti progressiste del mondo liberale, ovvero di quella Sinistra più sensibile alle esigenze della società e favorevole all’inclusione graduale delle compagini emarginate. Questo programma avrebbe visto la convergenza di forze parlamentari eterogenee che, unitesi o distanziatesi a seconda dei casi, si sarebbero confrontate sui temi all’ordine del giorno presentati dal nuovo protagonista della scena politica. Come noto, in tale fase il ruolo di arbitro fu giocato da Giovanni Giolitti. Perno delle alchimie alla Camera per circa un decennio, il piemontese segnò indelebilmente le vicende dell’epoca al punto da legittimare la denominazione a posteriori di età giolittiana(4). Considerata la rilevanza del personaggio, nonché gli effetti che il suo operato ebbe sullo sviluppo del Paese, un parallelo-confronto con la figura di Cavour porrebbe in luce gli esiti di un certo protagonismo politico che, benché ascrivibile in linea teorica ad altra tradizione, palesa alcune persistenze nella gestione della cosa pubblica, negli atteggiamenti, nella percezione della figura. Un’analisi in cui rientra anche la posizione del partito moderato-conservatore: diviso tra vecchi e nuovi liberali, la Destra tentò la

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3 Per il contesto generale, cfr. G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, vol. VII, cit., pp. 94-224; C. Seton-Watson, Storia d’Italia dal 1870 al 1925, Laterza, Roma-Bari 1967, pp. 228-248.

4 E. Gentile, L’Italia giolittiana. 1899-1914, Il Mulino, Bologna 1990; Id., Alle origini dell’Italia contemporanea. L’età giolittiana, Laterza, Roma-Bari 2003.

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via della modernizzazione ispirandosi sempre in linea teorica a Cavour, l’ombra del quale continuava a esercitare un ascendente simbolico di non poco conto.

Il giolittismo

Come rilevava Francesco Papafava nel 1903 commentando la nascita del secondo governo Giolitti, l’Italia sembrava destinata a essere «il paese dell’uomo unico». Dominato in diverse fasi della sua esistenza postunitaria dalle figure di singoli individui attorno ai quali si raccoglieva di volta in volta la maggioranza, il Paese aveva visto l’avvicendamento al governo di Depretis, Crispi e infine Giolitti, la cui posizione si rivelava sempre decisiva per le sorti dell’azione ministeriale(5). Coglieva dunque nel segno l’osservazione di Papafava – forse ancora prematura – poiché l’«uomo di Dronero» avrebbe influenzato notevolmente la vita politica nazionale, sia in qualità di primo ministro sia nei brevi momenti all’opposizione. Presidente del Consiglio in tre occasioni (1903-1905, 1906-1909, 1911-1914), Giolitti fu a tutti gli effetti una presenza stabile nel panorama politico.

Pertanto, considerata la durata dell’attività ministeriale, alle figure di Depretis e Crispi si può accostare anche quella del Gran conte. Per quanto concerne l’azione politica e la pratica di governo, nel corso degli anni il parallelo tra i due piemontesi è stato oggetto di appositi studi che hanno evidenziato continuità e divergenze, utili a cogliere le implicazioni teoriche della loro attività e valutare in ottica comparativa gli effetti della loro politica(6). Conclusa la parabola giolittiana, lo stesso mondo liberale si polarizzò su una lettura positiva o negativa di Giolitti come degno continuatore del Gran Ministro o suo pallido imitatore(7). Ai fini della memoria pubblica cavouriana, tuttavia, si può riscontrare, per quanto tenue e “carsico”, un parallelismo anche per quanto concerne la percezione comune dei personaggi. Benché non esplicitati quasi mai in termini chiari, punti di contatto e difformità tra le due figure sono comunque riscontrabili.

Al di là dell’origine, tra Giolitti e Cavour non sembravano esserci in realtà molte somiglianze. Le stesse vicende biografiche suggerivano trascorsi tutt’altro che paralleli. Classe 1842, nato in un contesto famigliare modesto, rimasto presto orfano di padre, l’uomo di Dronero aveva provveduto alle esigenze materiali laureandosi con rapidità in giurisprudenza ed entrando presto nei ranghi dell’amministrazione piemontese, ambiente in cui ebbe impiego fino alla sua elezione a deputato nel 1882. Primo presidente del Consiglio a non aver partecipato alle vicende risorgimentali, Giolitti era una figura il cui passato privo di aneddoti esaltanti appariva in contrasto con quello dei suoi predecessori, soprattutto con il veterano Crispi: l’uomo si sarebbe sempre dichiarato poco sensibile alla retorica patriottica al punto da ammettere di non essersi arruolato volontario durante le campagne del ’59-’60, pur avendone l’età minima, perché intenzionato a concludere presto gli studi e trovare un impiego stabile per sostenere la famiglia. I discorsi che proprio in quei giorni di mobilitazione ed

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5 F. Papafava, Dieci anni di vita italiana 1899-1909, vol. I, G. Laterza & Figli, Bari 1913, p. 377.

6 A. Giordano, Il primato della politica. Cavour, Giolitti e la governance dell’Italia liberale, Genova University Press, Genova 2018.

7 Cfr. le opinioni sostanzialmente favorevoli di Croce e la lettura meno entusiasta di Einaudi in ivi, pp. 15-17. Cfr. quindi B. Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915, Laterza, Roma-Bari 1967 [1927], pp. 203-215; L. Einaudi, Intorno al contenuto dei concetti di liberismo, comunismo, interventismo e simili, in «Argomenti» I (1941), f. 9, pp. 18-34.

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entusiasmo Cavour pronunciava al Parlamento subalpino non mossero particolarmente il giovane Giolitti(8).

Si trattava quindi di un burocrate, affiliato perdipiù alla Sinistra zanardelliana, che, dopo la prima esperienza ministeriale con Crispi, aveva tentato di proporre un’alternativa alla politica del siciliano restando però invischiato nello scandalo della Banca Romana. Superato nell’opposizione anti-crispina dalle iniziative dei conservatori, il piemontese era infine divenuto tra i principali esponenti della Sinistra costituzionale al volgere del nuovo secolo, ruolo riconosciutogli dall’incarico di ministro dell’Interno nel governo Zanardelli (1901-1903). Subentrato alla carica di presidente del Consiglio in seguito alle dimissioni del collega nel novembre 1903, Giolitti restò punto di riferimento dello schieramento liberale e progressista della Camera, raccogliendo fin dal primo momento i consensi diffusi del vasto Centro(9).

La conferma del piemontese a guida del governo suscitò in alcuni ambienti un cauto ottimismo. Il sostegno a Giolitti si declinò talvolta in manifestazioni di stima, per certi versi inattese, che trovavano in Cavour un termine di confronto e parallelo. Il dato, per quanto minimo, pare significativo per comprendere la mutata percezione del cavourismo, i cui caratteri erano riscontrabili in determinati atteggiamenti politici. Lo rilevava con grande enfasi Rinaldo De Sterlich, autore nel 1904 di un opuscolo dedicato proprio al binomio Cavour-Giolitti. Intitolato In treno lampo! Da Cavour a Giolitti, il pamphlet presentava in termini trionfali i due personaggi(10). L’autore, un pubblicista di cui si dispongono poche informazioni, dichiarava la propria simpatia per il nuovo presidente del Consiglio accostandolo al suo conterraneo più illustre. Si proponeva quindi la curiosa metafora ferroviaria del treno per indicare idealmente il filo diretto che univa i due personaggi percorrendo a grande velocità le «stazioni» intermedie rappresentate dai governi postcavouriani succedutisi fino al nuovo secolo. Punto di partenza e punto di arrivo erano le due brevi biografie che permettevano a De Sterlich di sottolineare un parallelo già esplicito nella forma. Da un lato la vita del conte, scandita secondo le tappe e gli eventi ormai noti ai lettori del corpus bibliografico, dall’altro la carriera di Giolitti che, benché ancora relativamente modesta, presentava secondo l’autore i segni di una futura grandezza. Perno del saggio era il precedente politico più importante dell’uomo di Dronero, ovvero il governo degli anni 1892-1893 che De Sterlich lodava come esperienza rilevante perché utile a mostrare le qualità del personaggio. La «lotta titanica» in Parlamento culminava nello scandalo della Banca Romana che, per l’autore, diveniva teatro dello scontro di Giolitti, interessato a svelare i torbidi della malapolitica, con Crispi, l’avversario delle libere istituzioni. Dipinte in tale veste, le vicende di fine secolo vissute dal piemontese assumevano dimensioni notevoli, sufficienti per reggere il parallelo con il più quotato Cavour. E così, implicitamente, alla fase di impopolarità attraversata dal conte prima del successo corrispondeva una fase analoga, seguita ai fatti della Banca Romana, in cui Giolitti figurava come vittima della campagna denigratoria che aveva tentato di affossarlo. Invece, proprio come il Tessitore,

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8 G. Giolitti, Memorie della mia vita, vol. I, Treves, Milano 1922, pp. 5-9; per un quadro generale, cfr. il più recente M. L. Salvadori, Giolitti. Un leader controverso, Donzelli, Roma 2020; N. Valeri, Giovanni Giolitti, UTET, Torino 1971.

9 G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, vol. VII, cit., pp. 153-158; E. Gentile, L’Italia giolittiana., cit., pp. 43-51; cfr. anche alcuni cenni nella prefazione di Olindo Malagodi a G. Giolitti, Memorie, cit., vol. I, pp. V-VII.

10 R. De Sterlich, In treno lampo! Da Cavour a Giolitti: ricordi, note, previsioni, Reale Tipografia del cav. Leonardo Andreoli, Bologna 1904.

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il burocrate aveva riguadagnato la stima e la fiducia del Paese, mostrando la sua essenza genuina che, per l’autore, sembrava ricalcare i tratti cavouriani:

nella vita privata incensurabile, anzi lodevole esempio di familiari virtù. Nella vita sociale avverso a qualsiasi affarismo, d’intraprese, di banche, di speculazioni o giuochi di Borsa!... estraneo a tutte le associazioni o combriccole di sette. E nella vita politica l’opinion pubblica ebbe a convincersi, che i suoi principi di libertà, di progresso, di bene intesa democrazia, non fossero già occasionali e vane dichiarazioni, per opportunità efimera [sic] o per ambizione di Governo, ma frutto di studio, di esperienza, d’illuminato convincimento e di una retta coscienza(11).

Giolitti era quindi l’«Uomo di Stato probo, coscienzioso e onesto» che aveva sempre combattuto con «armi cortesi», rifuggendo dall’oratoria vuota propria dei colleghi e ispirandosi alla massima spontaneità nell’eloquio, nella persuasione, nell’offrire delucidazioni(12). In poche parole, il primo ministro si presentava come una sorta di controfigura di Cavour, il cui programma pareva riproposto in termini attuali:

Egli ha saputo dare al suo indirizzo di governo una impronta tutta propria, informata a’ principi di libertà, di progresso e di bene intesa democrazia, avendo la chiara e secura visione dell’avvenire cui mira! Cavour fu grande nel tempo suo, e Giolitti ben gli può stare a confronto pe’ tempi nostri. E la storia che annovera fra’ grandi uomini di Stato Richelieu, Pitt, Pombal, Bismarck, Palmerston, Cavour… giudicandoli da’ fatti compiuti da loro, e da’ risultamenti ottenuti, rammenterà certamente il nome di Giovanni Giolitti(13).

L’elemento che consacrava il piemontese era proprio la citazione di statisti illustri ricorrenti, divenuti parte integrante della retorica celebrativa cavouriana già a partire dalla scomparsa del conte. Di conseguenza, De Sterlich – convinto che si potesse dire la «verità» non solo sui morti ma anche sui vivi(14) – vaticinava una carriera radiosa per Giolitti, avviato a gran velocità sulla strada percorsa dal suo conterraneo.

Per quanto sia possibile immaginare una circolazione assai modesta dell’opuscolo, il testo di De Sterlich offre comunque un dato significativo in merito alla percezione dell’uomo di Dronero. Un elemento che suggerisce, quantomeno, la presenza di alcune linee di continuità tra i due personaggi, rilevabili non solo da parte dei simpatizzanti della causa liberale, ma anche da esponenti di culture politiche estranee alla tradizione parlamentare postunitaria. Sullo stesso piano si colloca infatti il paragone avanzato da Filippo Turati in un articolo della «Critica sociale», pubblicato nel giugno 1903 durante la crisi del governo Zanardelli. Alla domanda se fosse possibile la formazione di un ministero riformatore il leader socialista rispondeva affermativamente indicando proprio nell’allora ministro degli Interni il candidato migliore, per il quale si schierava senza esitazioni affermando che Giolitti fosse «la maggior forza apparsa, dopo il conte di Cavour, nel Parlamento italiano»(15). Una testimonianza che conferma, in primo luogo,

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11 Ivi, p. 67.

12 Ivi, p. 75.

13 Ivi, p. 76.

14 Ivi, p. 5.

15 F. Turati, L’Estrema sinistra arbitra. È possibile un governo riformatore? in «Critica Sociale», 16 giugno 1903, p. 178; sul rapporto Cavour-Turati, cfr. G. B. Furiozzi, Turati ammiratore di Cavour, in «Rassegna storica del Risorgimento» XCIX (2012), n. 2, pp. 280-284.

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l’ottima opinione maturata da Turati nei confronti del Gran Ministro – elemento a cui si è accennato nello scorso capitolo – in quanto figura di riferimento della storia italiana recente, apprezzata per il suo spirito pratico, nonché per l’attenzione alle classi più umili; in secondo luogo, il gesto provava anche a livello simbolico l’apertura del socialismo riformista verso lo schieramento liberale progressista incarnato in quel momento da Giolitti. Come noto, l’appoggio ai ministeri non si sarebbe mai concretizzato in una partecipazione ai governi presieduti dal piemontese, nonostante le offerte del presidente del Consiglio. Tuttavia, l’adesione era evidente. E, pertanto, il fatto consente di rilevare come agli esordi del secolo fosse avvertita una consonanza tra i due primi ministri, quasi si presentisse che il successivo decennio sarebbe stato dominato dalla figura di Giolitti così come il «decennio di preparazione» lo era stato da quella di Cavour. Senza dubbio, un elemento che potrebbe aver contribuito a instaurare un parallelo immediato tra i due personaggi, accomunati da un buon sostegno alla Camera, era l’origine piemontese: se si eccettuano le esperienze piuttosto brevi del savoiardo Pelloux, dell’alessandrino Saracco e del tormentato governo giolittiano del 1892-1893, infatti, lo scranno del primo ministro non era più stato occupato da esponenti di prestigio del Vecchio Piemonte dal tempo di Lanza, ovvero da trent’anni. In tal modo, con Giolitti sembrava proseguire idealmente la tradizione «sabauda» del riformismo graduale che, almeno in teoria, incontrava le aspirazioni comuni delle forze politiche meno estremiste.

Dal punto di vista del presidente del Consiglio, non si riscontrano dati che suggeriscano la pretesa o quantomeno la percezione di agire in deliberata continuità con l’operato cavouriano. Benché poco sensibile alle suggestioni retoriche, l’uomo di Dronero dovette apprezzare il paragone con il Gran ministro, come confidava alla fine del 1903 Anna Kuliscioff a Turati vedendo nell’«incensamento» del leader socialista da parte di Giolitti «un po’ di gratitudine» per la «promozione» a Cavour(16). Al di là delle parole e delle lusinghe, lo statista mantenne comunque un profilo sobrio, coerente con il ruolo di funzionario dedito a far marciare la macchina amministrativa. Durante gli interventi parlamentari i rari cenni al precedente cavouriano confermavano, infatti, la condotta politica postunitaria nei suoi termini generali, ritenuti ormai acquisiti (per esempio, i rapporti tra Stato-Chiesa); talvolta, si coglieva qualche riferimento all’attenzione di Cavour per le condizioni degli operai, ritenute fondamentali per la tenuta dello Stato(17).

Alla luce del ritratto giolittiano realizzato da sostenitori e detrattori nel corso degli anni al potere, proprio l’insofferenza per le formalità, per l’eloquenza verbosa e per gli apparati cerimoniali consentono di cogliere una certa somiglianza tra i due personaggi, uomini pragmatici formatisi sul campo dell’esperienza. Le figure dell’imprenditore agricolo e del burocrate, infatti, creavano i presupposti per il politico competente, superiore ai giuristi e letterati che, meno ferrati, si rivelavano politicanti poco avvezzi alla gestione quotidiana della macchina statale. Tradottosi nella pratica attiva di governo, frutto di una visione ampia, l’operato di entrambi sul lungo termine ebbe ricadute profonde sulla realtà del Paese, come gli studi hanno messo in luce,

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16 F. Turati – A. Kuliscioff, Carteggio, vol. II, 1900-1909, t. I, a cura di F. Pedone, Torino 1977, p. 135, lettera di Anna Kuliscioff a Filippo Turati, 5 dicembre 1903.

17 AP, Camera dei Deputati, XXI Legislatura, 2a sessione, Discussioni, tornata del 30 maggio 1904, p. 13135-13136; cfr. Cavour, Giolitti e… la risposta a un reclamo, «Corriere della Sera», 17 marzo 1908.

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legittimando quindi l’epiteto di «statista»(18). Alla prova dei fatti, nel programma di Giolitti si riscontrò l’applicazione del riformismo graduale, legato per diversi aspetti alla visione cavouriana che – sostanzialmente – la Sinistra aveva ereditato declinandola secondo le esigenze del momento. Inoltre, l’approccio comune alla gestione della cosa pubblica presupponeva un certo protagonismo e la strenua volontà di mantenere salda la maggioranza; fatto che, nel caso di Giolitti, si tradusse nella riproposizione delle tattiche trasformistiche tanto criticate dai detrattori. Anche per l’uomo di Dronero esistevano ombre non indifferenti, bersaglio dei polemisti, rappresentate, come noto, dall’uso discrezionale dei prefetti, dalla corruzione elettorale nei collegi meridionali, dall’ambiguità con cui erano condotte le trattative parlamentari. Decisamente minore era la consonanza tra i due per quanto concerneva la politica estera, in merito alla quale, come si avrà modo di rilevare più avanti, Giolitti dimostrava un interesse limitato alle strette contingenze, libero dalle suggestioni patriottiche(19). Pregi e difetti dunque che, concluso il decennio giolittiano, confermavano l’impatto rilevante: motivo per cui, nel profondo del suo cuore, Giolitti aveva forse buoni motivi per ritenersi – come ipotizzava Olindo Malagodi – un «secondo Cavour»(20).

Entrambe le figure ebbero senza dubbio la capacità di polarizzare le simpatie dell’opinione pubblica, dividendola tra sostenitori e oppositori(21). Dopo il periodo cavouriano e crispino, le polemiche contro l’«uomo unico» ripresero con forza trovando manifestazioni varie, compresa ovviamente quella della satira politica che, con la gogna del «tiranno» di turno, sembrava porre in continuità gli statisti Cavour, Crispi e Giolitti(22). Il quadro presentato offriva quindi spunti per critiche a Sinistra e a Destra nei confronti del sistema giolittiano, avvertito come una degenerazione del parlamentarismo in cui confluivano l’attaccamento al potere, l’opportunismo e la corruzione. Pertanto, agli occhi di molti l’«onestà» di cui parlava De Sterlich non pareva affatto un valore universalmente riconosciuto, tale da legittimare la statura «cavouriana» di Giolitti.

I giovani liberali di Borelli

La speranza nella ventata di rinnovamento portata dal nuovo secolo era nutrita anche dal mondo moderato. In seguito alle prove poco felici offerte dalla Destra negli ultimi anni, le aspettative migliori non sembravano poggiare però sugli esponenti tradizionali dello schieramento liberale-conservatore. Il desiderio diffuso di ridare slancio all’attività politica, comune ad altre forze che avvertivano i fermenti sociali e intendevano – a seconda dei casi – cavalcarli o contenerli, aveva raggiunto le anime più inquiete dell’area moderata, intente a cercare la strada della modernizzazione efficace. Per

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18 Cfr. A. Giordano, Il primato della politica, cit.

19 N. Valeri, Giovanni Giolitti, cit., pp. 34-35; pp. 198-201; E. Gentile, L’Italia giolittiana, cit., p. 37.

20 O. Malagodi, Conversazioni della guerra 1914-1919, t. I, Da Sarajevo a Caporetto, Ricciardi, Milano-Napoli 1960, p. 83.

21 Sulla modestia di Giolitti rispetto a Cavour, emblematiche le affermazioni di Crispi («Giolitti non è Cavour, ma è nato nel comune di Cavour») e di Salvemini («Cavour lasciò dietro di sé meno gobbi di quanti ne aveva trovati, Giolitti ne aumentò il numero») citate in N. Valeri, Giovanni Giolitti, cit., pp. 112 e 145.

22 Cfr. il recente N. D’Apolito, Dall’Unità alla crisi dello Stato liberale. Giolitti e l’antigiolittismo, Studium, Roma 2022; ineludibile il riferimento a G. Salvemini, Il ministro della mala vita. Notizie e documenti sulle elezioni giolittiane nell’Italia meridionale, Edizioni della Voce, Firenze 1910; Giovanni Giolitti tra storia e caricatura. Mostra storico-documentaria, Circolo Ufficiali di Torino, 28 settembre-11 ottobre 2003, Centro Pannunzio, Torino 2003; sulla figura di Giolitti nella satira, V. Tedesco, La stampa satirica in Italia. 1860-1914, FrancoAngeli, Milano 1991, pp. 162 e segg.

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alcune di queste figure, l’uscita dall’impasse in cui risultava rallentata la politica liberale fu intravista nel recupero della tradizione, con un ritorno ideale alle origini che trovava proprio in Cavour il punto di riferimento.

Fu questo il caso di Giovanni Borelli e dei suoi seguaci. Nato nel 1867 a Modena, allievo di Carducci a Bologna, noto come giornalista e corrispondente di importanti quotidiani di area liberale, l’uomo rappresentava la generazione più giovane affiliata alla vasta compagine moderata che mal celava l’insoddisfazione per la politica contemporanea. Ne aveva dato prova in età precoce, al tempo delle inchieste relative ai Fasci siciliani, con analisi dettagliate in merito alle cause e agli effetti delle agitazioni in Meridione. Un passo decisivo per la sua attività di polemista era avvenuto nel 1895 con la direzione della rivista milanese l’«Idea liberale», organo della corrente moderata che prendeva le distanze dalle posizioni elitarie de «La Perseveranza» e dall’atteggiamento ondivago del «Corriere della Sera» (di cui Borelli era peraltro viceredattore)(23). Proprio dalle colonne del settimanale il modenese aveva sostenuto l’attacco alle “degenerazioni” parlamentari di fine secolo, accentuando la carica anticrispina della rivista soprattutto in ottica anticoloniale. Risalgono agli anni di fine secolo i contributi con cui Borelli aveva manifestato per la prima volta l’adesione al cavourismo puro, accendendo la polemica con i moderati che, come Domenico Zanichelli, non nascondevano il proprio sostegno a Crispi(24). L’attacco allo statista siciliano aveva preso la forma di articoli dai titoli eloquenti che, a pochi mesi dalla disfatta di Adua, smontavano la megalomania di un giacobino malamente camuffato da conservatore(25). Ne seguì un’accesa polemica sulla rivista: per il modenese, ai contemporanei che si fregiavano del titolo di cavouriani mancava proprio lo «Spirito di Cavour», l’anima di quel poderoso «fabbro del sogno» che aveva forgiato a colpi di «martello» l’Italia nuova(26). L’impegno in prima persona nell’orientare il periodico verso posizioni tradizionali, libere dalle incrostazioni trasformiste si concluse nel 1900 con la chiusura dell’«Idea liberale» per motivi finanziari. Non si arrestò tuttavia la militanza di Borelli in seno al partito moderato, la cui capacità di incidere sulla scena politica appariva connessa a una revisione del suo statuto originario.

Dopo alcuni tentativi di coordinamento delle forze sensibili alla questione(27), le velleità del modenese presero forma definitiva nel febbraio 1901 con la fondazione a Firenze del Partito Giovanile Liberale Italiano, una compagine che riuniva le ultime

23 A. Riosa, Borelli, Giovanni in DBI XII (1971); E. Di Rienzo, Borelli Giovanni, in Dizionario del Liberalismo Italiano, t. II, Rubbettino, Soveria Mannelli 2015, pp. 172-174; G. Paolini, Fuori e dentro il Parlamento. Rappresentanza e lotta politica nell’Italia liberale, FrancoAngeli, Milano 2020, pp. 185-199; in merito alla genesi de «L’Idea liberale», cfr. F. Fonzi, Crispi e lo “Stato di Milano”, cit., pp. 121 e segg.

24 Cfr. L. Borsi, Nazione, democrazia, Stato. Zanichelli e Arangio-Ruiz, Giuffré, Milano 2009, pp. 164n; in merito al pensiero di Zanichelli cfr. S. Cingari, Un percorso nel liberalismo italiano tra Ottocento e Novecento, in Patologie della politica. Crisi e critica della democrazia tra Otto e Novecento, a cura di M. Donzelli – R. Pozzi, Donzelli, Roma 2003, pp. 290-291.

25 Alla ricerca del buon senso. I. Per incominciare, «L’Idea liberale», 20 settembre 1896, pp. 245-247; II. La megalomania del conte di Cavour, 27 settembre 1896, pp. 561-564; III. La politica religiosa del conte di Cavour, 18 ottobre 1896, pp. 609-613; IV. La “questione morale” secondo il conte di Cavour, 25 ottobre 1896, pp. 625-627; cfr. M. M. Rizzo, Una proposta di liberalismo moderno. “L’Idea Liberale” dal 1892 al 1906, Milella, Lecce 1982; cfr. anche J. U. Müller, Dal conformismo al secessionismo. La parabola dei giovani liberali, in «Memoria e Ricerca», XV (2007), n. 2, pp. 27-42.

26 Lo Spirito di Cavour, «L’Idea liberale», 14 marzo 1900, in G. Borelli, Discorsi. L’Idea liberale. Miscellanea letteraria, Società Tipografica editrice modenese, Modena 1957, pp. 80-83.

27 Cfr. Il Congresso della Associazioni Liberali-Conservatrici, «Corriere della Sera», 27-28 marzo 1899.

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generazioni dei liberali intenzionati a ridare lustro al moderatismo. Moderatismo che per Borelli equivaleva né più né meno al cavourismo, la cui essenza era ritenuta ancora pienamente applicabile alle circostanze presenti. Lungi dall’essere una forma di tradizionalismo sorpassato, il programma dei giovani borelliani accoglieva di fatto alcuni stimoli offerti dalla contemporaneità – comuni alle forze politiche di area non conservatrice – per proiettarsi nell’avvenire del Paese con maggiore consapevolezza del passato. Significativamente, si trattava infatti di un ritorno al «Maestro politico» dell’Italia nuova, un modello di pragmatismo dotato però della carica ideale in grado di depurare la classe dirigente dalle scorie accumulate. Il cavourismo di Borelli era quindi un «liberalismo moderno» in cui avevano grande parte le teorie evoluzioniste di Spencer e l’individualismo, concetti impiegati per promuovere la riorganizzazione della borghesia, limitare le ingerenze dello Stato nella vita pubblica, favorire la costruzione di un partito conservatore più efficiente da opporre all’avanzata dei socialisti, coi quali si condivideva la necessità della lotta di classe(28). Da queste istanze maturava quindi la necessità di una svolta interna all’area conservatrice, grazie alla quale gli insegnamenti fondamentali di Cavour – la libertà dell’individuo e delle istituzioni, il liberismo economico – avrebbero trovato nuova linfa.

La mossa di Borelli non giungeva peraltro del tutto inattesa. L’iniziativa sorgeva da quei circoli intitolati a Camillo Cavour, menzionati in precedenza, che erano stati fondati a cavallo del secolo in alcuni capoluoghi del Paese, là dove si avvertiva maggiormente il fermento degli insoddisfatti. In questi centri sorsero gli organi ufficiali del partito, tra cui «Il Rinnovamento» di Firenze, «Il Risveglio liberale» di Mantova, «Avanti Savoia» di Bologna, «Critica» di Milano, che diedero voce al gruppo di giovani moderati. Presso l’Associazione Camillo Cavour di Firenze Borelli trovò un valido collaboratore nel giovane avvocato Aldemiro Campodonico, figura di spicco dell’ambiente politico e culturale locale che incentivò le iniziative(29). A pochi mesi dalla fondazione del partito, su uno di questi giornali trovò spazio anche la voce di un moderato anziano come Visconti Venosta. In occasione del quarantesimo anniversario della morte di Cavour, nel giugno 1901 l’erede materiale e spirituale del casato salutava con entusiasmo l’iniziativa di Borelli sulle colonne de «Il Risveglio liberale». Nell’articolo celebrativo L’eroe, il marchese sottolineava chiaramente il significato del movimento giovanile, affermando che ritornare a Cavour equivalesse a «ritornare alla fede ed alla intelligenza della libertà». Esaltato sì come ministro e diplomatico, ma soprattutto come campione del liberalismo, il conte veniva riproposto per l’ennesima volta come punto di riferimento del partito moderato, mentre all’orizzonte si profilavano sviluppi incerti. L’articolo suonava però anche come un’ammissione di colpa da parte dei vecchi liberali che, secondo Visconti Venosta, avevano concesso troppo allo Stato, all’affarismo e alla burocrazia, incentivando pertanto la disaffezione nei confronti del sistema parlamentare divenuto «centro di influenze illegittime». Di conseguenza, l’allontanamento dalla «via tracciata» aveva portato al regresso. Le buone volontà dei giovani rinfrancavano però l’autore dell’articolo che, al termine del mea culpa, esprimeva fiducia per un rinnovamento reale del partito, con effetti benefici sul Paese:

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28 La cultura italiana del ‘900 attraverso le riviste, vol. I, “Leonardo”, “Hermes”, “Il Regno”, a cura di D. Frigessi, Einaudi, Torino 1960, pp. 67-72; G. Paolini, Fuori e dentro il Parlamento, cit., p. 188.

29 J. U. Müller, Il Partito che non c’era. Il Partito Giovanil Liberale Italiano tra liberalismo, nazionalismo e fascismo, Rubbettino, Soveria Mannelli 2007, pp. 381-439.

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Le idee […] del Conte di Cavour, malgrado i fatti avvenuti dopo la sua morte, sono ancora una forza viva nella politica italiana. Con esse si è formato ed ha ingloriosamente vissuto un partito, con esse se ne può formare un nuovo che sentirà in sé la forza dell’avvenire. Una generazione più giovane succede, alla sua volta, a quella che ha succeduto al Conte di Cavour. Ed è una felice promessa il vedere ch’essa si rivolge alla sua immagine, allo studio della sua vita e della sua mente, per cercare tra le condizioni presenti, gli auspicii d’un ideale più vero, più benefico, più degno d’Italia(30).

Forte della benedizione del marchese, Borelli espose i termini della questione presenziando ad alcuni eventi pubblici, come l’adunata presso il Teatro Politeama di Piacenza nel giugno 1902, quando promise di imprimere al partito lo slancio che gli esponenti della Destra tradizionale, incarnata da Sonnino, non erano in grado di sollecitare(31). Fu però nel marzo successivo che la direzione del partito ebbe modo di chiarire i termini del programma in occasione del II congresso nazionale, tenutosi a Mantova. In quell’occasione, Borelli espose il manifesto già delineato a Firenze, articolato intorno ai seguenti punti: la fedeltà alla monarchia, le riforme statuali e tributarie, il decentramento amministrativo, il rifiuto della politica colonialista, il sistema proporzionale, il pieno rispetto della formula Libera Chiesa in libero Stato e le riforme sociali a favore della classe lavoratrice(32). Come prevedibile, il programma risultava impregnato del pensiero cavouriano anche quando il nome dello statista – «fonte immortale di giovinezza operatrice»(33) – non compariva esplicitamente. Considerato il contesto sociale ed economico, si coglieva l’intenzione di rendere attuale un certo riformismo sociale, ispirato ancora a una visione paternalista delle relazioni tra classi. Il manifesto programmatico si configurava quindi anche come critica aperta all’oblio di Cavour, della cui «tradizione intellettiva» non rimaneva che «nulla o quasi»(34). Parole e atteggiamenti che non dovevano però risultare molto gradite agli ambienti dei vecchi moderati, arroccati su posizioni consolidate, se si tiene conto, per esempio, delle frecciate che nell’aprile 1900 «La Nazione» aveva rivolto al Capitan Borelli e ai suoi seguaci, accusati di citare il conte senza aver mai letto una riga dell’epistolario e dei discorsi parlamentari cavouriani, attacchi a cui faceva eco il giudizio dispregiativo di Zanichelli nei confronti della «banda» borelliana(35).

Comprensibilmente, il revival e la polemica si saldavano in concomitanza degli anniversari, celebrati dagli organi della federazione giovanile. Nel giugno 1904, il comitato centrale diramò un comunicato che, pur esaltando anche Garibaldi, si spendeva nelle lodi del «Maestro»(36). Due anni dopo, «Il Risorgimento» di Perugia ospitò un articolo con cui Borelli invitava i lettori a riflettere sul «vangelo» di Cavour, ovvero il repertorio di scritti dai quali emergevano i capisaldi della retorica borelliana, come la dottrina liberale, la libertà di stampa, l’onestà del governo. Un sentimento antiparlamentare diretto contro la classe politica e il ministero, in poche parole contro le

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30 L’eroe, «Il Risveglio liberale», 2 giugno 1901.

31 Ragion d’essere e la tendenza del Partito Liberale-Conservatore Giovanile, ivi, 1° e 8 giugno 1902.

32 G. Borelli, Linee cronologiche e programmatiche del Partito Giovanile Liberale Italiano. Edite a cura della Federazione Nazionale, Premiata Tipografia Agraria, Milano 1903, pp. 10 e segg.

33 Ivi, p. 83.

34 Ibid.

35 Capitan Borelli, «La Nazione», 24-25 aprile 1900; Dopo la battaglia, 7 settembre 1903.

36 «Il Risveglio liberale», 5 giugno 1904.

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«animelle piatte ed anfibie della degenerazione conservatrice italiana» che guardavano con timore al risveglio del cavourismo(37).

In attesa di conseguire risultati tali da legittimare un ricambio generazionale all’interno del partito, l’ansia di rinnovamento e la carica polemica dei giovani liberali trovarono una convergenza naturale, ma momentanea, con un’altra compagine irrequieta della Destra, ovvero coi nazionalisti(38). Pervasi dallo stesso fermento, i seguaci di Borelli e di Corradini avevano trovato il loro punto di incontro nell’avvocato Campodonico, frequentatore dei circoli nazionalisti e collaboratore assiduo de «Il Regno», di cui sarebbe diventato direttore nel 1905. Convinto che le due forze fossero espressioni complementari di un sentimento comune declinato in modi diversi, Campodonico promosse fin dall’inizio l’avvicinamento tra i gruppi di giovani desiderosi di una «rinascenza politica»(39). Lo stesso Borelli partecipò con vigore all’attività del periodico nazionalista, contribuendo al dibattito interno ed esercitando, in un primo momento, una certa influenza sul gruppo corradiniano. Tuttavia, le somiglianze erano più apparenti che reali. Dietro il fervore di rinnovamento, l’ostilità per il socialismo e il parlamentarismo, configuratosi presto in polemica antigiolittiana, si celavano infatti sostanziali differenze destinate a emergere sul lungo periodo.

Con il passare del tempo, infatti i contrasti si rivelarono sempre più netti. Del resto, le premesse non suggerivano la possibilità di una convivenza pacifica. Già durante le prime occasioni di confronto, Corradini rifiutò infatti di applicare l’aggettivo liberale al proprio raggruppamento, sorto in aperta polemica con la classe dirigente del Paese. Pur ribadendo l’affiliazione monarchica, il leader nazionalista rispondeva alle parole di Campodonico ribadendo la possibilità di «fare una politica nazionale anche senza tirare in ballo la parola libertà e liberale»(40). Pertanto, il disprezzo verso le vecchie élites motivava la nascita di un periodico nuovo, estraneo alle influenze dei partiti tradizionali. Posizioni che, d’altronde, accomunavano gli altri collaboratori della rivista: i toni duri di Giovanni Prezzolini nel suo contributo I cenci vecchi del liberalismo non lasciavano dubbi in merito alle opinioni poco lusinghiere nei confronti del mondo moderato(41).

A questa divergenza fondamentale si aggiunsero altri punti di disaccordo che ostacolarono la fusione tra i due movimenti. I borelliani, infatti, ripudiavano l’espansionismo e il militarismo, declinati dai nazionalisti in chiave coloniale e diventati elemento costitutivo del gruppo di Corradini, a cui anteponevano invece la questione irredentista, ritenuta figlia naturale del Risorgimento. Inoltre, la politica protezionista invocata da «Il Regno» strideva con il liberismo dei giovani moderati che mai avrebbero limitato la libertà individuale in campo economico. Ulteriore ma non secondaria divergenza si riscontrava infine nel rapporto con l’ordine costituito. Da un lato, infatti, vi era il sostanziale rispetto dei borelliani per lo Statuto e le istituzioni, a cui si richiedeva un approccio più energico entro i limiti della legalità; dall’altro lato, la

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37 6 giugno. La parola del Maestro, «Il Risorgimento», 10 giugno 1900.

38 E. Papadia, I vecchi e i giovani. Liberal-conservatori e nazionalisti a confronto nell’Italia giolittiana, in «Contemporanea» V (2002), n. 4, pp. 651-676; Ead., Nel nome della nazione. L’Associazione Nazionalista Italiana in età giolittiana, Archivio Guido Izzi, Roma 2006; in merito alle origini del nazionalismo, F. Gaeta, Il nazionalismo italiano, Laterza, Roma-Bari 1980, pp. 90-92; F. Perfetti, Storia del nazionalismo italiano dalle origini alla fusione col fascismo, Cappelli, Bologna 1977, p. 26.

39 A. Campodonico, I risorgenti dell’oggi e i risorti di ieri, in «Il Regno» I (1903), 6 dicembre, pp. 4-6.

40 E. Corradini, Qualche altra parola, ivi, 13 dicembre, pp. 2-4.

41 G. Prezzolini, I cenci vecchi del liberalismo, ivi II (1904), 31 gennaio, pp. 4-5.

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37 6 giugno. La parola del Maestro, «Il Risorgimento», 10 giugno 1900.

38 E. Papadia, I vecchi e i giovani. Liberal-conservatori e nazionalisti a confronto nell’Italia giolittiana, in «Contemporanea» V (2002), n. 4, pp. 651-676; Ead., Nel nome della nazione. L’Associazione Nazionalista Italiana in età giolittiana, Archivio Guido Izzi, Roma 2006; in merito alle origini del nazionalismo, F. Gaeta, Il nazionalismo italiano, Laterza, Roma-Bari 1980, pp. 90-92; F. Perfetti, Storia del nazionalismo italiano dalle origini alla fusione col fascismo, Cappelli, Bologna 1977, p. 26.

39 A. Campodonico, I risorgenti dell’oggi e i risorti di ieri, in «Il Regno» I (1903), 6 dicembre, pp. 4-6.

40 E. Corradini, Qualche altra parola, ivi, 13 dicembre, pp. 2-4.

41 G. Prezzolini, I cenci vecchi del liberalismo, ivi II (1904), 31 gennaio, pp. 4-5.

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visione dei nazionalisti non escludeva il mutamento profondo degli organi istituzionali a favore di una svolta autoritaria(42).

Il tentativo di intraprendere un percorso comune si rivelò quindi infruttuoso. Nel corso degli anni, il confronto tra i due movimenti dimostrò progressivamente l’incompatibilità degli assunti fondamentali. E se in un primo momento fu il partito di Borelli a recitare il ruolo di “fratello maggiore” nei confronti del movimento di Corradini, meno strutturato, in seguito spettò al gruppo nazionalista assumere la guida dei giovani insoddisfatti e affermarsi come punto di riferimento della Destra più polemica(43). Gli effetti di questa inversione dei rapporti si manifestarono dapprima nel 1910, anno di fondazione del partito nazionalista, e in seguito al congresso del 1912, quando la compagine di Borelli si sfaldò, assorbita in parte dal gruppo di Corradini, in parte dalle frazioni moderate(44).

L’esito della collaborazione attestava il mutamento dei tempi. In un contesto di generale insoddisfazione per la classe politica e le condizioni del Paese, il vitalismo delle nuove generazioni non ammetteva ingerenze sostanziali dei modelli passati. Intravista dai moderati più giovani come via d’uscita dallo stato di apatia, la proposta di un cavourismo rivisitato cozzava con le aspirazioni degli altri movimenti interni al mondo conservatore. Intimoriti dall’ingresso delle masse in politica, dal socialismo e dalle amministrazioni bloccarde che riscuotevano buoni successi(45), i conservatori fedeli alle tradizioni liberali cercavano la soluzione nel passato recente. La risposta dei giovani borelliani si collocava ancora entro le coordinate dell’Italia concepita dai suoi padri fondatori, in accordo con le istanze risorgimentali: l’attualità degli ideali cavouriani si esplicava idealmente proprio nel sostegno al movimento irredentista, mirato a completare l’unificazione del Paese. Tuttavia, pur esistendo in apparenza un terreno di dialogo con gli altri insoddisfatti della situazione, si avvertiva la distanza di Cavour e del suo pensiero dalle esigenze della nuova Destra. Nauseati dalla politica stantìa, i nazionalisti esprimevano velleità di rinnovamento più ampie, globali, in linea con il fermento filosofico-culturale dell’epoca e in polemica con un sistema che, a sole parole, evocava immobilismo e apatia(46). Incentrato sul concetto di modernità, il confronto-scontro sul lungo periodo tra giovani liberali e nazionalisti premiò il partito di Corradini che, a differenza di Borelli, incarnò meglio il sentimento di inizio secolo. Il rifiuto della tradizione liberale non impedì però al nazionalismo di appropriarsi quando necessario della figura di Cavour, come si avrà modo di vedere in un secondo momento.

La parabola dei borelliani dimostra, del resto, il margine limitato di consenso di cui godeva un movimento relativamente modesto. Nonostante le ripetute candidature, il PGLI non ottenne alcun successo alle elezioni politiche, confermandosi nel tempo una

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42 Sulle differenze tra giovani liberali e nazionalisti, cfr. D. Frigessi, “Leonardo”, “Hermes” e “Il Regno”, cit., p. 72; R. Molinelli, Per una storia del nazionalismo italiano, Argalìa, Urbino 1966, pp. 21-36.

43 E. Papadia, Nel nome della nazione, cit., pp. 35-37;

44 G. Paolini, Fuori e dentro il Parlamento, cit., p. 198; R. Molinelli, Per una storia del nazionalismo, cit., pp. 44-47.

45 Relativamente ai successi del “blocco”, si veda per esempio R. Camurri (a cura di), Il Comune democratico. Riccardo Dalle Mole e l’esperienza delle giunte bloccarde nel Veneto giolittiano 1900-1914, Marsilio, Venezia 2000.

46 Cfr. L. Villari, Notturno italiano. L’esordio inquieto del Novecento, Laterza, Roma-Bari 2011; L. Mangoni, Una crisi di fine secolo. La cultura italiana e la Francia tra Otto e Novecento, Einaudi, Torino 1985; R. J. Evans, Alla conquista del potere. Europa 1815-1914, Laterza, Roma-Bari 2022, pp. 919-928; un quadro complessivo più recente in Nazione e anti-nazione, vol. I, Il movimento nazionalista da Adua alla guerra di Libia (1896-1911), a cura di F. Mazzei, Viella, Roma 2015.

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branca del moderatismo extraparlamentare, sempre pronta a polemizzare con i più quotati partiti ma, in realtà, incapace anch’essa di andare oltre le parole e proporre soluzioni concrete. Dal canto suo, la Destra tradizionale mostrava entusiasmo contenuto per la tradizione cavouriana, che si riteneva già realizzata nei suoi termini originali. Non lo manifestava apertamente Sonnino, leader parlamentare del blocco conservatore che, anche durante le sue brevi esperienze al governo, espresse posizioni più rigide(47). Maggiore adesione al pensiero del Tessitore era dichiarata invece dagli altri esponenti della Destra, come Antonio Salandra e in particolare Luigi Luzzatti che, non a caso, orbitava nello schieramento di Giolitti, con il quale condivideva le istanze riformiste(48). Significativamente, sarebbe spettata proprio al politico ed economista veneziano, distintosi nel 1886 con il suo celebre Torniamo a Cavour!, la celebrazione del centenario cavouriano nel 1910(49). Un’occasione per attestare su scala nazionale il rispetto e l’ammirazione per il nume tutelare del liberalismo che, alla prova dei fatti, non trovava però concreta applicazione in campo politico.

4.2 Commemorazioni e manifestazioni pubbliche

Superato il tornante del 1900, la fortuna cavouriana attraversava una stagione di moderato successo. Sul versante pubblico, poteva dirsi ormai esaurito lo slancio conferito dagli anniversari del 1886 e del 1895, a cui subentrarono commemorazioni più contenute, circoscritte a livello locale. In tutte queste occasioni non venne però meno la carica ideale che animava le cerimonie, ispirate sempre all’esaltazione del personaggio e dei suoi principii in relazione alla contemporaneità. Calato nel contesto borghese di inizio secolo, il mito del Tessitore era ancora strettamente legato ai temi su cui la vulgata postuma aveva investito con profitto. Declinata a seconda dei casi in ambito politico, economico o sociale, l’immagine di Cavour contribuiva a tenere in vita i valori fondanti dello Stato liberale, promuovendone la circolazione negli ambienti associativi del Paese, negli apparati istituzionali, nei grandi capoluoghi così come in provincia. A livello simbolico, il repertorio di ideali incarnato da Cavour sembrava avere ancora un certo peso sul mondo liberal-moderato urbano che, dinanzi ai mutamenti sociali auspicati dalle frange progressiste, maturava tendenze conservatrici più accentuate. Un atteggiamento conservatore che, però, si muoveva pur sempre nel solco del liberalismo e, rigettate le velleità reazionarie della crisi di fine secolo, tentava di mantenere saldo e rendere attuale il juste milieu caro alla tradizione moderata.

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47 Cfr. F. Fusi, “Il deputato della Nazione”. Sidney Sonnino e il suo collegio elettorale (1880-1900), Le Monnier, Bologna 2019; E. Minuto, Il partito dei parlamentari. Sidney Sonnino e le istituzioni rappresentative (1900-1906), Olschki, Firenze 2004; U. Gentiloni Silveri, Conservatori senza partito. Un tentativo fallito nell’Italia giolittiana, Studium, Roma 1999. Sostanzialmente assenti i riferimenti a Cavour negli interventi alla Camera, cfr. S. Sonnino, Discorsi parlamentari, 3 voll., Tipografia della Camera dei Deputati, Roma 1925.

48 F. Lucarini, La carriera di un gentiluomo. Antonio Salandra e la ricerca di un liberalismo nazionale (1875-1922), Il Mulino, Bologna 2012; P. Pecorari, Luigi Luzzatti. Economista e politico della Nuova Italia, Edizioni scientifiche italiane, Napoli 2003; cfr. l’«apoftegma» di Cavour da parte di Luzzatti in Legislazione sociale. La relazione Luzzatti sull’Ufficio del lavoro, «Corriere della Sera», 29 novembre 1901.

49 Cfr. capitolo precedente.

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Attualità di un modello

A distanza di quarant’anni dalla scomparsa del conte, il culto cavouriano si presentava ancora come baluardo delle istituzioni contro le forze disgreganti e, pertanto, assumeva spesso le forme di un ritorno nostalgico alle origini. Se si accetta il movimento borelliano come la punta più avanzata del fronte moderato, certo un po’ contradditoria per il suo tentativo di “fuga in avanti” guardando a Cavour, il resto del mondo liberale non poteva che apparire statico e apatico nella riproposizione dello stesso modello. Indubbiamente, in tutto ciò vi era un elemento di verità. La memoria cavouriana, velata di amarezza fin dalla sua nascita, aveva accentuato con il passare gli anni la propria tendenza a magnificare l’opera del Gran ministro a scapito degli eredi; pur essendo pronunciato con le migliori intenzioni, l’encomio postumo ripetuto più e più volte aveva messo in luce la distanza tra il modello ideale e la realtà. Tutt’altro che sfumatesi con il passare del tempo, queste tendenze risultavano spesso connaturate alla celebrazione di Cavour. Non ne furono immuni le cerimonie commemorative di inizio secolo che, sulla scia della stagione precedente, coinvolgevano l’associazionismo locale.

In tale quadro, alcuni esempi dimostrano la persistenza di rituali consolidati, su cui influiva in una certa misura il contesto mutato. Nel giugno 1901 spettò a Cesare Ferrero di Cambiano, deputato del V collegio torinese, pronunciare un discorso commemorativo all’inaugurazione dell’Unione Liberale Monarchica di Chieri, paese a poca distanza da Santena. Ricorreva in quell’anno il quarantesimo anniversario dalla morte di Cavour e, all’indomani del regicidio, l’evento offrì l’occasione per rinsaldare i legami tra circoli monarchici, mondo istituzionale e cittadinanza. Come evidenziava il sindaco Ferrati alla presenza di Visconti Venosta e dei trecento soci raccolti nel teatro Cappella, l’iniziativa assumeva il valore di una dimostrazione patriottica anche perché omaggiata da un esponente di quella «scuola» cavouriana che, a distanza di quarant’anni, si credeva ancora operativa per il bene del Paese(50).

Al di là del solito apparato retorico impiegato, l’intervento del deputato Ferrero si rivela essenzialmente notevole per due aspetti. In primo luogo, nel racconto della vita di Cavour, illustrata secondo canoni condivisi, si poteva cogliere la sedimentazione della corposa bibliografia a quel tempo disponibile, composta da saggi, epistolari e discorsi parlamentari che consentivano, se non la comprensione profonda del personaggio, almeno una buona conoscenza dei fatti. Pertanto, anche i punti critici dell’operato cavouriano potevano essere affrontati con agio ricorrendo ad argomentazioni solide, già sperimentate: il presunto opportunismo, l’ambiguità mostrata in alcune circostanze e l’approdo graduale al disegno unitario erano ricondotte allo spirito pratico dell’uomo, su cui aveva sempre agito la spinta ideale(51).

In secondo luogo, vita e opere di Cavour fornivano gli strumenti per risolvere, almeno sulla carta, i contrasti che tormentavano il Paese al momento presente. Considerata la situazione di inizio secolo – quando il socialismo avanzava e il mondo cattolico, alle prese con il movimento modernista, valutava un intervento più concreto sulla scena politica – l’inquietudine dei moderati poteva trovare riparo negli

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50 C. Ferrero di Cambiano, Commemorazione del Conte Camillo di Cavour detta in Chieri dall’on. Ferrero di Cambiano inaugurandosi l’Unione Liberale Monarchica il 9 giugno 1901, Tipografia e Legatoria Luigi Geuna, Chieri, 1901, pp. 3-4.

51 Ivi, pp. 12 e segg.

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insegnamenti dello statista(52). Anche in assenza di applicazioni postume, il pensiero cavouriano godeva infatti del principio di autorità. Pertanto, dinanzi alle richieste della società di massa si riproponeva quel riformismo graduale, calato dall’alto, che le élites avrebbero dovuto promuovere per preservare l’ordine sociale.

E mentre il concetto della libertà non era per lui un’astrazione, ma un mezzo ed una realtà che concretava nelle riforme d’ogni maniera che proseguiva e tentava da vero uomo di Stato, sentiva e pensava che le riforme più liberali devono essere fatte dalle classi conservatrici e dai partiti moderati, perché così non impaurano e si possono imporre più facilmente, giovano e non eccedono, sono evoluzione non rivoluzione. Aureo concetto […] che devono intendere e meditare finché n’è tempo, le nostre classi dirigenti!(53)

Si trattava, ancora una volta, della concezione paternalista della società, un po’ datata, che però trovava un sostegno formidabile nel capostipite del liberalismo italiano. Ritenuto sempre attuale, il cavourismo di inizio secolo indicava la missione dei governi in ambito politico ed economico, fondata sull’inclusione graduale dei cittadini nel corpo elettorale e sulla ripartizione equa di capitali, beni e terre a beneficio delle classi più umili. Quasi a voler sottrarre argomenti utili alle frange estreme, l’oratore condensò la propria analisi definendo la visione di Cavour come un «concetto cristiano e sociale»: endiadi che, afferendo contemporaneamente agli ambienti cattolico e radicale, esplicitava la dimensione onnicomprensiva del pensiero moderato(54). Le risposte alla questione sociale avanzate dall’estrema sinistra e dal cattolicesimo militante, in realtà, erano già state fornite dalla scuola moderata.

Simili accenti si riscontravano in altri eventi patrocinati dai circoli liberali. Il rapporto conflittuale tra classi, l’importanza del pubblico settore e i risvolti economici dell’azione politica si confermavano temi centrali per i conferenzieri intervenuti alle assemblee dell’associazionismo moderato. È pertanto possibile immaginare che, anche quando non menzionati esplicitamente dalla cronaca locale, i discorsi toccassero i nodi sensibili della questione. Così dovette parlare, per esempio, Enrico Panzacchi all’inaugurazione del circolo Camillo Cavour di Faenza nell’ottobre 1901. Sullo stesso tono fu senza dubbio la conferenza Vecchi ideali tenuta a Milano nel novembre 1903 da Alfredo Frilli, presidente della Lega nazionale antisocialista(55). Analoghe dichiarazioni furono fatte probabilmente alla cerimonia inaugurale del circolo Camillo Cavour di Volpiano, nell’agosto 1904(56).

Maggiore risonanza ebbero le parole pronunciate da Gino Bertolini a Milano in il 6 giugno 1905. L’oratore, consigliere comunale di Venezia e fratello del più noto sottosegretario di Stato Pietro Bertolini, partecipò alla cerimonia organizzata dall’Associazione costituzionale con una conferenza cavouriana densa di citazioni. Elemento che confermava anche in questo caso come il patrimonio “storico-letterario” della bibliografia sul tema fornisse un repertorio di frasi, motti e argomentazioni fruibili a seconda del contesto. Non stupisce pertanto l’uso mirato delle parole di Cavour per

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52 G. De Rosa, Storia del movimento cattolico in Italia, cit., pp. 419 e segg.; J. Droz (a cura di), Storia del socialismo, vol. II, Dal 1875 al 1918, Editori Riuniti, Roma 1973, pp. 315-327; in generale, cfr. G. Pécout, Il lungo Risorgimento, cit., pp. 377-389.

53 Commemorazione… in Chieri, cit., p. 27.

54 Ibid.

55 Corriere Milanese, «Corriere della Sera», 12 novembre 1903.

56 Inaugurazione dell’Associazione “Camillo Cavour”, «La Stampa», 1° agosto 1904.

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contrastare gli avversari delle istituzioni liberali. La lucida analisi fornita a suo tempo dal conte, infatti, permetteva di «smascherare l’utopia socialista» grazie ad argomentazioni solide, formulate già nel 1848 sulle colonne de «Il Risorgimento» mentre a Parigi imperversava la rivoluzione. La pregnanza delle massime cavouriane, inoltre, offriva un quadro sintetico del problema incarnato in quel momento dalle richieste della sinistra estrema:

“Una setta iniqua ed ignorante levantesi sopra un ipotetico desiderio, vecchio come la storia e sucido come il più cieco egoismo, ch’ha contro a sé l’individuo, la famiglia e ogni legge fondamentale dell’umana specie”: così il principe degli statisti italiani definiva il socialismo(57).

Bersaglio polemico di Bertolini non erano però solo i seguaci di Marx. Anche le rivendicazioni del mondo cattolico esigevano una presa di posizione, motivo per cui l’oratore si soffermava sull’interpretazione cavouriana dei rapporti Stato-Chiesa, spiegando le ragioni della politica liberale. Era però ancora una volta l’attualità a offrire l’occasione per rinverdire la polemica in merito alla corretta gestione degli affari ecclesiastici. La stoccata, infatti, era rivolta al governo francese che, con la presidenza del radicale Émile Combes, aveva sancito il principio di laicità dello Stato applicando la concezione separatista(58). A distanza di anni, la Francia repubblicana aveva seguito l’esempio italiano e il parallelo tra Combes e Cavour sorgeva quindi spontaneo. Dal confronto sintetico proposto da Bertolini, emergeva ovviamente vincitore l’italiano che, a differenza del francese, avrebbe agito con l’intenzione di giovare alla Chiesa. In ottica cavouriana, infatti, Libera Chiesa in libero Stato significava riconoscere l’utilità spirituale, culturale e sociale della Chiesa, promuovendone la libertà senza quei vincoli terreni che avevano appesantito e corrotto la sua natura. Per il mondo radicale, ateo e materialista, la laicità dello Stato era la conseguenza di convinzioni opposte che vedevano nella Santa Sede un male da combattere. In tal modo, la legislazione francese non faceva altro che rimuovere ciò che il mondo moderno aveva già estirpato, alimentando invece l’ostilità degli ambienti cattolici con una retorica aggressiva. Spostatosi sul terreno della politica ecclesiastica, lo scontro tra radicalismo e liberalismo – sempre attuale – rinnovava quindi tensioni di lungo periodo, proponendo spunti polemici utili a esaltare il Tessitore. Da un lato, l’opera «edificatrice» del «gigante» Cavour che poneva le basi per una coesistenza pacifica tra laici e clericali; dall’altro, la «tendenza dissolutoria» del «pigmeo» Combes che distruggeva l’ordine costituito(59).

Se si presta fede al commento stringato de «La Stampa», le affermazioni di Bertolini in merito alla politica ecclesiastica non dovettero risultare particolarmente gradite(60).

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57 G. Bertolini, In commemorazione di Camillo Cavour. Discorso tenuto il 6 giugno 1905 dall’avv. Gino Bertolini all’Associazione Costituzionale di Milano, Stabilimento tipografico Ambrogio Codara, Milano 1905, p. 27.

58 Ivi, p. 23; cfr. J. Limouzy, Émile Combes. Le fondateur spirituel de la laïcité. Du séminaire de Castres à la loi de 1905, Privat, Toulouse 2019; sul contesto, D. Barjot-J.-P. Chaline-A. Encrevé, Storia della Francia nell’Ottocento, cit., pp. 400-403. Significativamente, in quei mesi Cavour e la sua massima suscitarono un certo interesse entusiasmo Oltralpe, come è possibile notare in C. Benoist, La formule de Cavour: L'Église libre dans l'État libre, in «Revue des Deux Mondes» XXVIII (1905) 5, n. 2, pp. 343-372.

59 G. Bertolini, In commemorazione di Camillo Cavour, cit., pp. 24-25.

60 Una commemorazione di Cavour a Milano, «La Stampa», 8 giugno 1905.

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Considerato il contesto, non pare difficile cogliere in queste parole i segnali di apertura verso il mondo cattolico più conciliante – come noto, già a fine secolo si erano attuati i primi esperimenti di giunte clerico-moderate in funzione antisocialista(61). Del resto, l’ipotesi di un grande partito liberal-conservatore a forte partecipazione cattolica sembrava ormai destinato, presto o tardi, a concretizzarsi(62). Non era consigliabile fomentare l’ostilità del clero, né tantomeno accentuare toni ostili che avrebbero impedito un’alleanza funzionale a contenere il socialismo. Una conferenza su Cavour offriva dunque l’occasione per ribadire la linea liberale, depurandola però dagli accenti polemici che, talvolta, avevano contraddistinto la retorica dei moderati più rigidi nei confronti della Chiesa. Grazie a un confronto mirato a evidenziare la maggiore aggressività dei radicali, il mondo moderato poteva tentare la via del riavvicinamento, indicando proprio in Cavour la figura che aveva attenuato la politica avversa alla Santa Sede, proteggendola dagli attacchi eccessivi. Senza dubbio, dopo decenni di contrasti, il gesto appariva un po’ forzato, soprattutto perché coinvolgeva un personaggio che, in molti casi, aveva polarizzato le simpatie dell’opinione pubblica. La rivisitazione della politica ecclesiastica – per quanto ascrivibile alla cavouriana «libertà in ogni campo» – suscitava le perplessità dei moderati fedeli alla linea tradizionale, propensi a mantenersi equidistanti dalle forze estreme. D’altro canto, sostenere le buone intenzioni dello statista nei confronti della Chiesa poteva sembrare un atto piuttosto audace che una parte del clero avrebbe interpretato probabilmente come provocazione, considerando i toni piuttosto duri delle gerarchie ecclesiastiche nei confronti di Cavour. Risalivano proprio al 1905 le parole dell’anonimo sacerdote che, rivolgendosi agli alunni del ginnasio vescovile, aveva commentato con disprezzo i monumenti innalzati in memoria del conte, un personaggio la cui «anima brucia[va] nelle fiamme dell’inferno»(63).

Il quadro fornito dalle fonti a disposizione non suggerisce però una sintonia totale tra gli eredi spirituali del Tessitore aderenti al circuito associativo locale. Se il circolo Camillo Cavour di Milano dava prova di tradizionalismo organizzando nel dicembre 1902 la riunione di tutte le società monarchiche lombarde per deliberare una strategia comune da attuarsi a livello politico e logistico, altrove si riscontravano tendenze diverse, talvolta inaspettate(64). Il caso torinese, per esempio, restituisce l’eterogeneità della composizione liberale di fronte alle questioni del tempo. Nel giugno 1908, infatti, la locale associazione monarchica aveva accolto alcuni ex aderenti al partito giovanile di Borelli che, di fatto, apportarono una ventata di novità nell’ambiente. Alla prima seduta, la maggioranza dei membri manifestò interesse per un cambiamento significativo, esemplificato dal voto – definito «curioso» dal «Corriere della Sera» – favorevole alla stipula di accordi con la camera federale degli impiegati, con il partito radicale e con la sezione torinese del partito repubblicano in occasione delle elezioni amministrative. Il circolo invitava esplicitamente i suoi aderenti a votare la lista socialista, ponendo come obiettivo la promozione di un «programma innovatore»(65).

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61 Cfr. P. L. Ballini, A proposito di movimento cattolico e della genesi del blocco clerico-moderato, in «Studi Storici» XIV (1973), n. 3, pp. 670-680.

62 In merito al grande partito liberal-conservatore, cfr. A. Rogari, Alle origini del trasformismo, cit., pp. 182-192.

63 Per Dante la Dante Alighieri, in «Rivista popolare» XI (1905), 15 dicembre 1905, p. 666n.

64 Corriere Milanese, «Corriere della Sera», 22 agosto 1902; Una riunione delle Associazioni liberali monarchiche, 3 dicembre 1902; I temi del congresso monarchico, 7 dicembre 1902; Il congresso regionale monarchico, 8 dicembre 1902.

65 I giovani monarchici a favore dei partiti estremi, ivi, 11 giugno 1908.

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L’apertura inedita a sinistra dei giovani moderati torinesi, in netto contrasto con le posizioni tradizionali, venne ribadita l’anno successivo quando alcuni membri della Camillo Cavour si accordarono con la monarchica Pro Patria et Rege e l’Unione democratica costituzionale della città per un «appoggio incondizionato» alla lista socialista(66). Segnali che si opponevano alle tendenze manifestate dagli altri liberali propensi ad avvicinarsi al mondo cattolico, mobilitatosi negli stessi mesi per intervenire alle elezioni comunali.

La dispersione centrifuga del moderatismo torinese dovette suscitare particolare imbarazzo tra i membri del circolo, il cui presidente Colombini fu costretto a chiarire la posizione della Camillo Cavour con un comunicato diffuso nel giugno 1909. La linea politica era riportata alle origini. Infatti, non si metteva in dubbio lo schieramento a favore della lista costituzionale, già dichiarato da Colombini, i cui «puri principii liberali» vietavano «per considerazioni dottrinali e pratiche» l’appoggio ad altre fazioni, tantomeno all’Unione elettorale cattolica(67). Fomentate da una minoranza eclettica, destinate a rientrare piuttosto rapidamente, le tensioni interne all’associazionismo di matrice cavouriana evidenziavano comunque l’assenza della compattezza granitica tanto auspicata dalla classe dirigente. Ed è pertanto significativo rilevare come l’idea del progresso sociale, insito nel pensiero del conte, inducesse i sostenitori del rinnovamento a cercare convergenze inedite allo scopo di spezzare interessi consolidati e blocchi di potere ritenuti nocivi alla causa.

La connotazione politica non era però l’unico elemento sfruttato da circoli e conferenzieri per ribadire l’attualità del Gran ministro. Anche la declinazione economica della libertà cavouriana, il liberismo, si prestava alla rilettura in termini moderni. Tuttavia, le intenzioni non sempre rispecchiavano appieno la dottrina del libero scambio a cui, talvolta, si opponeva la proposta di una politica più conservatrice aderente agli interessi corporativi del mondo imprenditoriale. Nel febbraio 1901, per esempio, il circolo Camillo Cavour di Rovigo aveva promosso un comizio patrocinato dalle Associazioni agrarie del Polesine contro l’abolizione del dazio sul grano(68). In altre occasioni, il riferimento a Cavour era invocato là dove la speranza del progresso materiale non si era ancora concretizzata nei risultati auspicati. Ne era stato un esempio il Congresso degli agricoltori tenutosi a Bari nel dicembre 1901, evento che raccolse i rappresentanti dell’imprenditoria meridionale per affrontare i temi legati allo sviluppo economico e sociale delle campagne italiane. Chiamato a presiedere una seduta del congresso, il marchese Raffaele Cappelli, esponente della Destra assai interessato al miglioramento dell’agricoltura nei territori più arretrati, colse l’occasione per rievocare i progetti cavouriani relativi all’espansione economica del sud((69). Come noto, a distanza di quarant’anni dall’unificazione, le condizioni dell’Italia meridionale apparivano tutt’altro che incoraggianti e il divario in termini di crescita tra nord e sud, aggravato dalle pratiche clientelari del mondo politico, sembrava acuirsi sempre più a svantaggio delle popolazioni rurali.

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66 I giovani costituzionali coi socialisti a Torino, ivi, 13 giugno 1909.

67 Un dissidio nel campo dei giovani monarchici, ivi, 15 giugno 1909; sul contesto torinese, cfr. F. Mazzonis, Uomini e gruppi politici a Palazzo di Città, in U. Levra (a cura di), Storia di Torino, vol. VII, cit., pp. 486 e segg.

68 Importante comizio a Rovigo contro l’abolizione del dazio sul grano, «Corriere della Sera», 24 febbraio 1909.

69 Ivi, 2 dicembre 1901, Il Congresso degli agricoltori a Bari. Un discorso dell’on. Cappelli; F. Barbagallo, Cappelli, Raffaele in DBI XVIII (1975).

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In tale contesto, Cappelli rilanciò il programma cavouriano per il «risorgimento del Mezzogiorno», enunciato negli scritti del conte, fondato sulla concezione del sud Italia come area di sviluppo strategica, un «gigantesco promontorio gettato in mezzo al Mediterraneo per servire d’unione tra l’Oriente e l’Occidente»(70). Un programma che – occorre rilevare – sfruttava le suggestioni retoriche attribuite allo statista da buona parte dell’agiografia moderata, a partire proprio dalle celebri parole pronunciate in punto di morte riguardo al Meridione e alle sue possibilità di sviluppo, complice il buon governo delle classi dirigenti. Su queste parole influiva sicuramente l’idea di un sud destinato a diventare nell’arco di vent’anni l’area più ricca del Paese, forte di una flotta mercantile e di un settore agricolo tali da trainare l’economia nazionale(71). Al di là delle previsioni, formulate sulla base di esperienze maturate da Cavour in contesti differenti, l’ottimismo proverbiale del Gran ministro veniva ancora citato a sostegno del progresso materiale, alimentando le aspettative di proprietari e imprenditori. La carica ideale del pensiero moderato, distillata in massime e citazioni, possedeva un ascendente retorico efficace, facilmente spendibile nei casi in cui la contemporaneità evidenziava mancanze, distorsioni, arretratezze dovute al mancato adempimento del progetto originario.

Ritualità del nuovo secolo

Sul piano delle celebrazioni pubbliche, la memoria cavouriana godeva di una discreta fortuna, manifestata soprattutto durante gli anniversari, in linea con le dinamiche affermatesi a fine secolo. Persisteva la scarsa partecipazione del municipio torinese, il cui intervento si rivelava sempre limitato alle grandi ricorrenze e che sembrava delegare il rituale celebrativo all’associazionismo e ai circoli affiliati al mondo moderato. In tal senso si può interpretare, infatti, l’apparente assenza di cerimonie ufficiali in occasione del quarantesimo anniversario della morte, la cui commemorazione spettò, come detto, alla conferenza del deputato Ferrero di Cambiano presso Chieri. Maggiore impegno era profuso in quegli anni dal municipio romano che, avvertendo il debito simbolico nei confronti del Gran ministro, manteneva in vita l’omaggio di una corona di fiori al busto esposto in Campidoglio – per quanto modesto e privo di solennità eccessive, il gesto garantiva comunque continuità al rituale. Eccezione significativa fu l’anniversario del 1901, a cui diede probabilmente impulso il locale Circolo Savoia, sempre attento a celebrare la ricorrenza. Tenutosi il 23 giugno, l’evento romano vide la partecipazione di numerose associazioni monarchiche, congreghe militari e rappresentanze scolastiche: riunitisi in Piazza di Spagna, i convenuti sfilarono in corteo, accompagnati da musiche e bandiere, fino al monumento cavouriano presso Prati di Castello, dove si tenne il discorso del deputato conservatore Stanislao Monti Guarnieri(72). In modo analogo alle altre manifestazioni patriottiche, è difficile stimare i numeri dei presenti alla cerimonia che, probabilmente, dovettero ammontare a poco più di un centinaio. Decisamente affollata risultò la festa dello Statuto organizzata a Firenze nel giugno 1904, cerimonia avvenuta al cospetto di Vittorio Emanuele III. Rinsaldando il legame tra monarchia e

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70 Il Congresso degli agricoltori a Bari, «La Stampa», 3 dicembre 1901.

71 Il riferimento alle celebri dichiarazioni in punto di morte descritte da Giuseppina Cavour in L’ultima malattia del conte di Cavour, «L’Opinione», 26 luglio 1862. In merito alla tematica del Meridione arretrato, cfr. M. L. Salvadori, Il mito del buongoverno. La questione meridionale da Cavour a Gramsci, Einaudi, Torino 1976; sul fenomeno del contrasto Nord-Sud, cfr. G. Sabbatucci, Le due Italie, in G. Belardelli – L. Cafagna et alii, Miti e storia dell’Italia unita, Il Mulino, Bologna 1999, pp. 53-62.

72 In memoria di Camillo Cavour a Roma, «La Stampa», 24 giugno 1901.

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primo ministro, il programma dei festeggiamenti previde una conferenza cavouriana, pronunciata presso la sala consiliare di Palazzo Vecchio davanti alle migliori rappresentanze del regno(73). Un interesse rinnovato per il personaggio si manifestò nel luglio 1908 a Verona, dove, dopo anni di buone intenzioni mai concretizzatesi, fu infine eretto il monumento realizzato dai fratelli Carlo e Attilio Spazzi(74).

Alcuni cenni da parte della stampa suggeriscono la presenza di un culto celebrato saltuariamente nei grandi capoluoghi così come in provincia. Cerimonie cavouriane, piuttosto modeste, si tennero in varie aree dell’Italia centro-settentrionale. A Rovigo nel 1901 fu inaugurato un busto del Tessitore; a Milano, in occasione dell’anniversario del 1907 l’Associazione nazionale fattorini e agenti di cambio omaggiò il busto esposto alla Borsa deponendo una corona di fiori(75). Talvolta, la devozione per Cavour si manifestava in località apparentemente estranee alla memoria del personaggio: ricorrendo l’anniversario del 6 giugno, il sindaco di Grosseto Egidio Bruchi inviò ogni anno un telegramma commemorativo al municipio di Torino per rendere noti «l’omaggio, la reverenza e l’affetto» nei confronti del «grande statista» da parte della città toscana(76).

Santena continuava a esercitare un ruolo decisivo qualora si trattasse di celebrare con maggiore solennità l’anniversario. Benché non più frequentato da grandi numeri di pellegrini – morto Calandrelli, il Comitato permanente venne meno in breve tempo – il sepolcro di Cavour si confermava meta degli affezionati, non solo piemontesi, alla memoria. Nei rapporti stretti a inizio secolo tra moderati torinesi e milanesi, infatti, si coglie forse il primo abboccamento tra le associazioni liberali dei due capoluoghi che, in occasione del centenario del 1910, avrebbe permesso di organizzare nuovamente un pellegrinaggio alla tomba di Santena. I segni di questo scambio si rilevano nel 1903, quando l’Unione liberale monarchica Umberto I di Milano aderì all’iniziativa proposta dal circolo Camillo Cavour per una visita patriottica alla tomba dello statista(77). La proposta si concretizzò il 12 giugno 1904 con il pellegrinaggio delle società lombarde aderenti, accolte al castello di Santena da Visconti Venosta e da Venanzio Sabbione che, stando alle fonti, occasionalmente recitava ancora il ruolo di oratore alle commemorazioni(78). Svoltasi la cerimonia secondo la sequenza ormai consolidata di rituali, si auspicò la riproposizione del pellegrinaggio, complice la sensibilità delle nuove generazioni per la storia recente e per i principii fondativi dello stato unitario. Sensibilità giovanile che si manifestò parzialmente in occasione della visita al sepolcro organizzata dalla Società dei Reduci della Crimea torinese nell’agosto 1906 per commemorare il cinquantenario della vittoria alla Cernaia. L’iniziativa raccolse l’adesione di una dozzina di società militari e monarchiche locali(79). In conformità con le tendenze del passato, l’evento attestava il legame duraturo tra esercito e corona, unite

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73 Il plauso del re ai ginnasti italiani. Le festosissime accoglienze popolari al Sovrano. A Palazzo Vecchio la commemorazione di Cavour, «La Nazione», 4 giugno 1904.

74 Dalle provincie venete. Verona. L’inaugurazione del monumento a Cavour, «Gazzetta di Venezia», 6 luglio 1908.

75 In memoria di Camillo Cavour a Roma, «La Stampa», 24 giugno 1901; In onore di Cavour, «Corriere della Sera», 7 giugno 1907.

76 ASCT, Gabinetto del Sindaco, Corrispondenza, cartella 37, Feste e onoranze pubbliche, f. 252, 1904, telegramma di Egidio Bruchi al municipio di Torino, 6 giugno 1904.

77 Il congresso regionale monarchico, «Corriere della Sera», 8 dicembre 1902.

78 Omaggio alla memoria di Camillo Cavour, «La Stampa», 13 giugno 1904; Un pellegrinaggio alla tomba di Cavour, «Corriere della Sera», 14 giugno 1904.

79 Un omaggio alla memoria di Camillo Cavour, «La Stampa», 5 agosto 1906; Piccola cronaca e comunicati, 6 agosto 1906; Nell’anniversario della vittoria della Cernaia. Un pellegrinaggio alla tomba di Camillo Cavour, 16 agosto 1906.

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idealmente dalla figura dello statista il cui prestigio garantiva coesione agli ambienti del moderatismo più nostalgico. Il concorso di alcuni giovani alla cerimonia pareva però rassicurare gli anziani reduci del Risorgimento in merito alla persistenza dei valori che, a distanza di anni, la tomba di Cavour sembrava suscitare.

Tra aneddoti e storia

Per quanto concerne la vulgata e il discorso pubblico, la figura del Gran ministro emergeva saltuariamente da uno stato di relativo torpore. L’attenzione per l’opera di Cavour, infatti, era suscitata spesso dal puro dato documentario, ovvero dalla scoperta di nuove carte o dalla loro reinterpretazione, talvolta inserita in ricostruzioni di più ampio respiro. Un certo ruolo era svolto anche dalla componente aneddotica che, senza apparenti ragioni, riaffiorava di tanto in tanto dalle memorie, dalle leggende ancora in circolazione, dal pettegolezzo, dalla “riscoperta” di alcuni dettagli già rilevati dalla prima stagione biografica ma posti nuovamente in ombra dal passare degli anni. Per esempio, continuava a destare interesse il presunto avvelenamento di Cavour per mano di una donna al soldo di Napoleone III, vicenda che solleticava le fantasie di un pubblico in cerca di particolari misteriosi; a queste curiosità alludeva nel febbraio 1906 «Il Messaggero» mettendo in dubbio pure le testimonianze di Castelli in merito alle cause di morte(80). Oppure, il racconto del colloquio avuto dal banchiere Carlo Bombrini con Cavour, occasione in cui il conte, a ridosso della guerra del ’59, avrebbe coraggiosamente preteso la messa a disposizione dell’intera riserva aurea della banca genovese per finanziare una guerra dagli esiti incerti(81).

Il gusto per l’aneddoto della stampa contribuiva ad avvicinare Cavour ai lettori che, senza dubbio, avrebbero sfogliato con meno agio le monografie o le edizioni voluminose di fonti. Sul piano storiografico, nel primo decennio del Novecento furono date alle stampe alcune biografie, sulle quali si tornerà più avanti, concepite per ridare slancio al paradigma cavouriano, corroborando una lettura meno agiografica e ispirata a criteri più scientifici. In questa nuova fase avrebbero avuto un ruolo non secondario alcuni autori stranieri, il cui sguardo esterno offrì la possibilità di rivedere categorie sedimentatesi con il tempo, maturare riflessioni slegate dal fervore patriottico che pervadeva i più noti biografi italiani, collocare il Tessitore in una dimensione internazionale. Del resto, a cavallo del secolo erano scomparsi i principali responsabili del mito cavouriano, autori del corpus biografico e documentario rivelatosi fondamentale per la vulgata: con la morte di Berti (1897), Artom (1900), Chiala (1904) e Nigra (1907) si chiuse la stagione dei collaboratori/biografi, ascrivibili alla scuola «sabaudista», che aveva di fatto segnato in modo indelebile la costruzione della memoria. In Italia, il testimone venne raccolto idealmente da una nuova generazione di studiosi, accomunati dal lavoro assiduo sulle fonti e dalla militanza liberal-moderata, i cui testi più significativi furono editi spesso in anni successivi; all’estero, gli studi sarebbero stati coltivati da alcuni ammiratori del Risorgimento, legati in vario modo al Paese per vicende personali o simpatie politiche, che arricchirono la biblioteca cavouriana con testi assai apprezzati.

Significativamente, fu proprio uno studioso straniero a presenziare al primo Congresso di Storia del Risorgimento tenutosi a Milano nel 1906 per tenere una

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80 La morte di Cavour, «Il Messaggero», 15 febbraio 1906.

81 La “grave illegalità” di Cavour, «Il Giornale d’Italia», 6 giugno 1906.

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relazione su Cavour. Si trattava di William Roscoe Thayer, storico e poeta statunitense appassionato della storia italiana, un fedele del mito cavouriano già distintosi negli anni Ottanta per alcune pubblicazioni a tema risorgimentale(82). Frequentatore assiduo dell’ambasciatore italiano a Washington – quell’Edmondo Mayor des Planches che aveva contribuito al corpus con alcune edizioni di fonti – Thayer si era avvicinato alla figura del Tessitore iniziando un rapporto epistolare con Visconti Venosta e Chiala. La corrispondenza conservata (non molto consistente, in realtà) permette di cogliere il notevole interesse del nordamericano che, già negli anni Novanta, manifestava l’intenzione di scrivere una biografia dello statista. Lo scambio con Chiala, assai ammirato per la sua opera monumentale, si rivelò utile in particolare per raccogliere dettagli e ottenere delucidazioni sulla vita di Cavour, nei cui confronti Thayer mostrava una certa curiosità. Oltre a ragguagli e pareri(83), infatti, si richiedevano informazioni relative al repertorio di oggetti, rappresentazioni e cimeli cavouriani, tra i quali un ritratto conservato a Santena e la maschera funebre di cui lo storico avrebbe desiderato avere una copia(84). Non è dato sapere se queste ultime richieste siano state appagate; tuttavia, stando alle testimonianze, il materiale accumulato nel corso del tempo fu ingente. Intenzionato a fornire un ritratto completo dello statista, l’americano si sarebbe interessato anche a delinearne un profilo psicologico prendendo contatti con Lombroso(85). Le cattive condizioni di salute, però, limitarono le capacità lavorative di Thayer, che si doleva assai con Chiala dello stato di infermità, e costrinsero a dilatare i tempi di stesura della biografia, destinata a compiersi in occasione dell’anniversario del 1911(86).

Con il Congresso del 1906 si presentò l’occasione per dare corpo al lavoro di un decennio. Frutto di anni di riflessioni e studi, la ricerca di Thayer aveva assunto un’importanza notevole, riconosciuta anche dalla comunità italiana di eruditi e cultori del Risorgimento riunitasi a Milano. La presenza dello statunitense, incaricato di rappresentare l’Università di Harvard e l’American Historical Association, poteva dunque essere interpretata come attestazione di stima per un lavoro di lungo periodo che sposava le tendenze più recenti della ricerca storica. Come noto, le intenzioni alla base del Congresso derivavano dall’esigenza di inquadrare la pratica storiografica, dopo anni di empirismo frutto di memorie e militanze politiche, entro linee di maggiore rigore scientifico: la riunione si rivelò quindi decisiva per discutere le prospettive di studio sulla storia recente italiana, nonché l’approccio scientifico e i criteri espositivi che avrebbero dovuto adottare i musei del Risorgimento(87). Inserito in questo contesto,

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82 In merito a Thayer, cfr. G. Monsagrati, Un mondo che cambia. Gli Americani e gli italiani di fine Ottocento, in D. Fiorentino (a cura di), Gli Stati Uniti e l’Italia alla fine del XIX secolo, Gangemi, Roma 2010, pp. 97-99; per quanto concerne le pubblicazioni precedenti, cfr. capitolo 3.

83 «Descrivere tutto il Cavour – l’uomo privato e l’uomo di Stato – ecco la mia mira». ASBL, Fondo Chiala, c.5, f. 55, lettera di William Thayer a Luigi Chiala, 25 maggio 1896; cfr. anche le lettere del 14 agosto 1895, 13 gennaio 1896, 26 agosto 1902.

84 Ivi, lettera di William Thayer a Luigi Chiala, 16 febbraio 1899.

85 Cfr. la breve lettera del 22 agosto 1906 con cui William James, per conto di Thayer, domanda a Cesare Lombroso se questi sia in possesso «physiological documents» relativi a Cavour. Il documento è digitalizzato dal Lombroso Project del Museo di antropologia criminale “Cesare Lombroso” – Università di Torino.

86 Ivi, lettere di William Thayer a Luigi Chiala, 17 dicembre 1899 e 18 luglio 1901.

87Cfr. M. Baioni, Vedere per credere, cit., pp. 83-88; N. Raponi, La storiografia sul Risorgimento fino alla Prima guerra mondiale, in Cento anni di storiografia sul Risorgimento. Atti del LX Congresso di storia del Risorgimento italiano (Rieti, 18-21 ottobre 2000), Istituto per la storia del Risorgimento italiano, Roma 2002, pp. 21-25.

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Thayer perseguiva gli obiettivi della storiografia moderna che il mondo accademico italiano, ispirato sempre a un certo conservatorismo, intendeva promuovere. Su tali elementi influì probabilmente anche la sintonia ideale, o quantomeno la percezione di una sintonia, tra il comitato organizzativo, costituito da Bassano Gabba, il barone Antonio Manno, Costanzo Rinaudo e Alessandro Luzio, espressione degli ambienti monarchici, e lo storico americano, sincero ammiratore del liberalismo occidentale(88).

In realtà, a fronte delle considerazioni sul lavoro storiografico, la presenza di Thayer aveva probabilmente un rilievo simbolico, soprattutto per i significati attribuibili al suo intervento. La relazione, infatti, non presentava in apparenza elementi di novità rispetto al passato. L’intervento Cavour e Bismarck. Un parallelo storico si collocava sulla scia delle riflessioni in merito alla grandezza delle due figure, indagate con un approccio comparativo sperimentato da altri studiosi e pubblicisti(89). Il confronto puntuale tra le esperienze biografiche presentava gli snodi fondamentali, ovvero la formazione giovanile, il contesto sociale, l’approccio ai movimenti unitari, gli atteggiamenti nei confronti della stampa, dell’opinione pubblica, del parlamentarismo. In modo conforme alla saggistica prodotta sul tema, il parallelo storico cedeva al giudizio di valore che, benché formulato in termini accademici, ovviamente pendeva a favore di Cavour. Le ragioni erano le medesime: la difficoltà delle condizioni di partenza, l’esiguità dei mezzi, il numero degli avversari esterni e interni decretava vincitore ancora una volta il piemontese. Morto Bismarck nel 1898, superato il tornante del 1900, lo sguardo alle vicende passate consentiva però di stimare un bilancio del secolo passato, in cui la componente ideale aveva avuto un ruolo decisivo. Nel confronto tra lo statista italiano e il cancelliere prussiano, tra liberalismo e autoritarismo, si coglieva infatti la rivalità tra due forze destinate a opporsi eternamente:

La seconda metà del secolo decimonono incarnava così completamente in due personalità somme questi principii elementari che sono per sempre nemici. Di questi principii, la libertà è certamente il solo positivo, inestinguibile; essa misura tanto la nobiltà dell’anima dei singoli, quanto la civiltà collettiva d’un popolo; finora, non è mai stata applicata intieramente su un campo esteso o per lungo tempo(90).

Proiettato in epoche diverse, lo scontro tra libertà e autorità vedeva, secondo Thayer, il successo temporaneo della politica bismarckiana, utile a reprimere e contenere le spinte democratiche; tuttavia, l’opera cavouriana presentava la Libertà come il principio universale, destinato, presto o tardi, a prevalere(91).

Era dunque il valore atemporale degli ideali a conferire pregnanza al parallelo. Collocato nella sua epoca, l’intervento dell’americano rivelava la propria attualità in rapporto alle vicende nazionali e internazionali più recenti. Un discorso relativo a libertà e autorità riportava in primo piano le inquietudini per gli sviluppi politico-sociali del mondo contemporaneo, la cui prosperità materiale non comportava la sconfitta definitiva di fenomeni di lungo corso. I pregi del liberalismo cavouriano, la tutela delle

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88 Ivi, p. 23n; G. Monsagrati, Un mondo che cambia, cit., p. 99.

89 Atti del primo Congresso per la storia del Risorgimento italiano tenutosi in Milano nel novembre 1906. Resoconto stenografico, Lanzani, Milano 1907, pp. 65-73; il contributo fu pubblicato in formato di opuscolo, W. R. Thayer, Cavour e Bismarck. Un parallelo storico, Tipografia Enrico Voghera, Roma 1906.

90 Ivi, p.20.

91 Ibid.

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libertà previste dagli organi costituzionali, l’approccio moderato alla questione sociale non potevano che evocare nel pubblico italiano reminiscenze della crisi di fine secolo, il cui superamento non impediva la riproposizione di pratiche autoritarie. Benché elogiato dai successori, l’insegnamento liberale di Cavour aveva subito delle distorsioni – ennesima conferma di una Libertà precaria. Sul piano internazionale, la politica autoritaria di Bismarck aveva lasciato in eredità la Germania guglielmina, militarista e protezionista, che guidava lo schieramento conservatore fomentando, inoltre, l’imperialismo delle grandi potenze. Ambizione, quest’ultima, a cui non erano estranei nemmeno gli Stati Uniti di Thayer, guidati proprio in quegli anni da Theodore Roosevelt che, unendo populismo e velleità espansioniste, mostrava le derive pericolose della democrazia americana(92). Sorvolando sul valore storico della relazione, l’intervento dell’accademico di Harvard provava la possibilità di un uso pubblico di Cavour che, forte degli addentellati con il presente, permetteva di impugnare la sua immagine a difesa di una tradizione ritenuta viva. Coinvolgendo le categorie del liberalismo e dell’autoritarismo, declinate nel contesto italiano o straniero a seconda dei casi, l’argomentazione in sede di discussione storiografica si configurava ancora come una celebrazione del juste milieu.

4.3 Polemiche cinquantenarie

Senza dubbio, l’esaltazione in chiave universale di Cavour, sublimata dal suo corredo ideologico, godeva di una circolazione ristretta al dibattito tra storici, cultori del liberalismo, esponenti del mondo moderato. Al di fuori degli ambienti eruditi, lontano dall’accademia, lo spessore del dibattito relativo alla sua eredità giungeva talvolta in forma superficiale, filtrato da una visione edulcorata del tempo passato, a cui si guardava anche in forma di racconto idealizzato, più distaccato. La figura del Tessitore tornava quindi a presentarsi sulla carta stampata in concomitanza dei grandi anniversari di inizio secolo, quando i cinquantenari del decennio 1852-1861 e i centenari dalla nascita dei «padri della patria» inaugurarono un nuovo revival patriottico. Da un lato, infatti, le imprese del biennio ’59-’60 culminate nel marzo 1861 scandivano le commemorazioni degli eventi politico-militari; dall’altro lato, il secolo di distanza dalla nascita di Mazzini (1805), Garibaldi (1807) e Cavour (1810) induceva a riflettere sulle vicende individuali dei «padri» che avevano incarnato le diverse anime del processo unitario(93).

Inserita nella vulgata conciliatorista ormai affermata, la sequenza di ricorrenze solenni proponeva, almeno in teoria, un trionfo collettivo del pantheon, in cui ogni personaggio avrebbe trovato spazio per una propria celebrazione, officiata dagli eredi spirituali e materiali. Benché assai più diffusa rispetto ai decenni precedenti, l’idea di un Risorgimento pacificato non sempre trovava manifestazioni riuscite. Rancori mai del

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92 G. A. Craig, Storia della Germania, vol. I, Dall’unificazione alla Grande Guerra, Editori Riuniti, Roma 1983, pp. 327-359; O. Bergamini, Storia degli Stati Uniti, Laterza, Roma-Bari 2002, pp. 144-150; in generale, G. Carocci, L’età dell’imperialismo, Il Mulino, Bologna 1979, pp. 161-190. Significativamente, Thayer avrebbe in seguito dedicato una biografia al presidente statunitense, W. R. Thayer, Theodore Roosevelt. An intimate Biography, Grosset & Dunlap, New York 1919.

93 In merito al clima delle ricorrenze, cfr. E. Gentile, La Grande Italia, cit., pp. 6-18; alcune riflessioni in F. Albano, Cento anni di padri della patria, cit., p. 156. Per le celebrazioni, si veda, per esempio, Il centenario della nascita di Giuseppe Mazzini, «La Stampa», 23 giugno 1905; La giornata sacra a Garibaldi in Italia e all’estero, «Il Giornale d’Italia», 5 luglio 1907

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tutto sopiti, tensioni sotterranee, rivalità risalenti ad almeno cinquant’anni prima, tramandate dalla generazione degli «eroi» a quella dei loro continuatori, resistevano infatti al passare del tempo e riemergevano puntualmente in occasioni celebrative.

Il confronto Luzio-Mirabelli

Per quanto riguarda il caso di Cavour, l’incarnazione del principio monarchico e l’ostilità al movimento rivoluzionario restavano elementi critici, difficilmente trascurabili da parte repubblicana, radicale o socialista. Ne fu un esempio l’annosa polemica che coinvolse Alessandro Luzio nel 1907. Noto monarchico dedicatosi a temi risorgimentali disparati, ricondotti a una sua personale lettura del passato(94), lo studioso lombardo aveva già avuto modo di sfruttare le conoscenze maturate negli archivi per ricostruire alcuni retroscena storici a beneficio dei lettori dei quotidiani. Se nel febbraio 1907 un suo articolo, pubblicato sul «Corriere della Sera», dedicato alla guerra di Crimea e all’atteggiamento austriaco durante il conflitto non aveva suscitato particolari reazioni(95), tutt’altra impressione suscitò un contributo del maggio successivo. Apparso sulle colonne de «Il Giornale d’Italia», l’articolo Come fu fatta la spedizione dei Mille. Garibaldi, Cavour e Crispi proponeva una versione dei fatti favorevole al primo ministro piemontese(96). Si tornava dunque sulla tanto discussa questione dell’appoggio, manifesto o negato, da parte di Cavour all’avventura garibaldina. Insieme alla cessione di Nizza e Savoia, la vicenda rappresentava una macchia indelebile sulla reputazione del conte, un fatto che aveva messo in difficoltà molti apologisti, costretti a giustificare con modesta fortuna l’atteggiamento ambiguo del primo ministro.

Grazie alla consultazione dei carteggi di Besana e Finzi (gli intermediari tra Garibaldi e il governo), Luzio dimostrava, documenti alla mano, come Cavour fosse stato a conoscenza dell’impresa fin dal principio e l’avesse sostenuta contribuendo in particolare al reperimento dei fucili per armare i volontari. In un articolo denso di citazioni letterali, lo studioso si soffermava sugli scambi epistolari dei personaggi-chiave che tra aprile e maggio 1860 avevano gestito la situazione, ricorrendo a diversi espedienti per aggirare gli ostacoli e procurare le armi. Dalla ricostruzione emergeva il ruolo di varie figure, compreso quello di d’Azeglio che, temendo l’invio dei fucili a tutt’altra compagine, avrebbe provvidenzialmente ritardato la partenza dei garibaldini in attesa del via libera di Cavour. La dilazione permise l’arruolamento di altri volontari, ben più dei duecento preventivati da Garibaldi, e una migliore organizzazione logistica. Il sostegno del primo ministro si sarebbe manifestato con grande convinzione e, di fatto, secondo Luzio, contribuì alla realizzazione pratica dell’impresa. In soccorso ai Mille il piemontese avrebbe inviato inoltre le spedizioni di Medici e di Cosenz che, a distanza di qualche settimana dallo sbarco garibaldino, rinforzarono gli uomini di Garibaldi. Alla luce di queste prove, per Luzio si presentava la confutazione definitiva di tutte le accuse rivolte a Cavour:

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94 Cfr. a tal proposito A. Metlica, Il Risorgimento austriacante di Alessandro Luzio, in P. Favuzzi – A. Metlica (a cura di), Il fantasma dell’Unità. Riletture del Risorgimento tra Grande guerra e fascismo, Mimesis, Milano Udine 2013, 121-137.

95 La guerra di Crimea e la politica austriaca, «Corriere della Sera», 23 febbraio 1907.

96 Come fu fatta la spedizione dei Mille. Garibaldi, Cavour e Crispi, «Il Giornale d’Italia», 4 maggio 1907.

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Ed ora tirando un po’ le somme, che cosa emerge incontrastabile da questi documenti? Che Cavour, fautore precipuo delle spedizioni Medici-Cosenz, senza le quali sarebbe rimasta sterile di risultati quella dei Mille, non ostacolò in alcun modo la leggendaria impresa del 5 maggio, mentre gli era agevole il farlo, col negare a’ suoi luogotenenti il permesso di appoggiarla: e nemmeno aveva il diritto di appellarsi a una promessa datagli in nome di Garibaldi, di agir di conserva con la politica del Governo. L’unico ostacolo vero si dovette a un’ispirazione del d’Azeglio […] se per quell’inatteso impedimento si ritardò una spedizione precipitosa e mal ponderata, che impostata su basi troppo ristrette e poco solide rischiava di finire in uno de’ consueti disastri delle avventure mazziniane. Potete voi concepire la battaglia di Calatafimi vinta da soli duecento o trecento garibaldini?(97)

Era dunque chiaro il ruolo del governo piemontese anche per quanto concerneva l’impresa del Meridione, realizzata sul campo dal generale nizzardo, ma agevolata notevolmente dalla politica di Cavour. Non era peraltro un caso la pubblicazione di un simile articolo sul «Giornale d’Italia», organo della Destra fondato da Sonnino e Salandra nel 1901, che dava quindi spazio a una rilegittimazione del disegno moderato anche in merito a un episodio monopolizzato del mondo repubblicano e radicale(98). Nel contesto delle celebrazioni centenarie di Mazzini e Garibaldi, la netta presa di posizione a favore di Cavour rappresentava un tentativo di riconquista della scena a favore del personaggio a lungo osteggiato dalle altre culture politiche. Un personaggio che, occorre ricordare, Luzio non avrebbe mai stimato particolarmente, pur partecipando alla commissione dei carteggi cavouriani, e anzi avrebbe ridimensionato con il passare del tempo, preferendo anteporgli la figura di Vittorio Emanuele II. La celebrazione del Tessitore a scapito dei rivoluzionari si poteva quindi leggere, già allora, come una esaltazione delle istituzioni sabaude, su cui era incentrata buona parte della retorica monarchica(99).

La risposta non si fece attendere. Pochi giorni dopo, infatti, l’articolo suscitò le reazioni di Roberto Mirabelli, esponente del partito repubblicano che pubblicò sul «Giornale d’Italia» del 14 maggio la confutazione alla tesi di Luzio. Il deputato dell’Estrema meridionale, già autore di un volume sulle vicende del 1860(100), si oppose al quadro descritto offrendo a sua volta un corredo di fonti mirate a smentire il presunto appoggio di Cavour all’impresa, lettura luziana che destava «grande meraviglia» soprattutto perché sostenuta da uno «storico diligentissimo». Ispirandosi al «dovere» di onorare la verità storica alla vigilia delle feste centenarie per Garibaldi, Mirabelli tentò di attribuire a ogni personaggio il suo ruolo. Pur nel rispetto di Cavour, l’autore dell’articolo enunciava a chiare lettere il progetto dello statista, ovvero una politica ispirata dal sentimento di indipendenza contro il dominio austriaco e limitata all’espansione del Regno di Sardegna che, per lungo tempo, egli avrebbe voluto condurre in alleanza con la monarchia borbonica(101). Rilevando un uso frammentario della corrispondenza di Finzi, ammessa dallo stesso Luzio, Mirabelli citava un vario repertorio di fonti, compresi l’epistolario di Chiala, le pubblicazioni di Bianchi, le memorie di Garibaldi, le lettere di Persano e alcuni scambi epistolari desunti da volumi

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97 Ibid.

98 Sul «Giornale d’Italia», cfr. V. Castronovo, La stampa italiana nell’età liberale, cit., pp. 162-167.

99 Cfr. A. Metlica, Il Risorgimento austriacante, cit., p. 136.

100 R. Mirabelli, Per la storia rivoluzionaria del Sessanta, Nicola Zanichelli, Bologna 1886.

101 Garibaldi e Cavour nella spedizione dei Mille, «Il Giornale d’Italia», 14 maggio 1907.

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sul tema. Cavour ritornava quindi a essere l’uomo della “sfregatina di mani”, l’antagonista dell’impresa che avrebbe tentato in ogni modo la buona riuscita dello sbarco e il passaggio sul continente con la collaborazione di La Farina e della diplomazia internazionale, favorevole anche all’ipotesi di una Sicilia indipendente retta da un principe dei Borbone. Presentate le prove, Mirabelli affermava la necessità di rendere giustizia a Garibaldi e di agire contro ogni sorta di «fanatismi» in quanto «contrari alla libertà e alla verità»(102).

Prevedibilmente, la questione era destinata a protrarsi a lungo tra botte e risposte. La polemica si spostò sul «Corriere della Sera», dalle cui colonne Luzio replicò al deputato repubblicano con l’articolo Garibaldi e i partiti, soffermandosi in particolare sulla figura del generale nizzardo. Alla vigilia del centenario garibaldino, lo storico accusava infatti Mirabelli di voler «sequestrare la memoria dell’Eroe popolare, a monopolio d’un solo partito politico, più rumoroso e intemperante»(103). Spiegate le ragioni della popolarità interclassista e super partes di Garibaldi, Luzio tornava poi sulla spedizione dei Mille, ribadendo la stima di Cavour per il generale e sostenendo la faziosità di Mirabelli, il quale discuteva di storia pur nella consapevolezza di non avere prove, «come se, più che stabilire irrefragabilmente dei fatti, importasse giocare abilmente a domino, collocando i pezzi da chiudere i passi all’avversario, e vincerlo… anche se questi abbia i caposaldi del gioco»(104). Lo storico ribatteva, punto su punto, alle affermazioni del repubblicano, citando la lista di sottoscrizioni aperta per il «milione di fucili» e i fondi mobilitati a favore dell’impresa, difendendo l’atteggiamento di Cavour, dovuto alle pressioni diplomatiche che fino all’ultimo momento avrebbero reso incerto pure Garibaldi. La presunta velleità di alleanza con i Borbone non era altro che una ruse, un obbligo di facciata provato da alcune testimonianze. Inoltre, Luzio chiamava in causa anche Pasquale Villari il quale, precedentemente, aveva dimostrato le pressioni esercitate da Cavour sull’italo-inglese Giacomo Lacaita per impedire un intervento britannico contro i garibaldini in Calabria(105).

Tutt’altro che convinto dalle argomentazioni, Mirabelli accettò la partita «a domino» nel tentativo di attestare la veridicità delle sue parole, ispirate al principio di «moralità». Lo scontro si giocò su continui rinvii alle fonti che, a seconda dei casi, avrebbero dovuto dimostrare il patriottismo o la malafede di Cavour. Il 29 luglio il repubblicano replicò sul «Corriere» sostenendo che Luzio confondesse la cronologia delle dichiarazioni di Cavour, favorevole alla monarchia siciliana indipendentista anche dopo lo sbarco sul continente dei volontari, e citasse malamente le fonti(106). Si sosteneva inoltre l’inutilità dell’intervento di Lacaita, in virtù delle note simpatie britanniche per l’impresa di Garibaldi, e si accusava Luzio di confutare parole mai pronunciate da Mirabelli. Contro il presunto sostegno all’impresa si descriveva l’esiguità dei mezzi messi a disposizione dal governo piemontese e la malcelata ostilità degli emissari di Cavour nei confronti di Garibaldi(107). Il successivo 23 agosto Luzio replicava a sua volta, citando a sostegno della propria tesi la documentazione diplomatica che confutava l’idea di un «uscio aperto sfondato da Lacaita» e altre testimonianze, talvolta posteriori

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102 Ibid.

103 Garibaldi e i partiti, «Corriere della Sera», 1° luglio 1907. Sull’appropriazione di Garibaldi da parte delle parti politiche, cfr. il caso ravennate in M. Baioni, Rituali in provincia, cit., pp. 88-98.

104 Garibaldi e i partiti, «Corriere della Sera», 1° luglio 1907.

105 Ibid.

106 Garibaldi e Cavour nella spedizione dei Mille, «Corriere della Sera», 29 luglio 1907.

107 Ibid.

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alle vicende, da parte dei personaggi coinvolti(108). Ulteriori lettere e dati numerici confermavano la buona volontà di Cavour, nonché il concorso finanziario per provvedere al trasporto via mare dei soccorsi, prestato anche dal sovrano («l’aritmetica non è un’opinione; e i conti parleranno chiaro!»)(109). Era questa la risposta definitiva di Luzio che intendeva chiudere il dibattito rimandando ulteriori approfondimenti alla questione nel suo volume di prossima uscita, in cui era inclusa la corrispondenza di Finzi. Per lo storico, l’intero dibattito dimostrava la necessità di una «storia obiettiva» che imponeva di sottrarre Garibaldi e Cavour alle appropriazioni indebite dei partiti(110). Il medesimo criterio di giustizia adottato da Luzio nei confronti del nizzardo, celebrato dagli italiani a prescindere delle loro fedi politiche, doveva quindi essere applicato anche al primo ministro, omaggiato pure dal mondo socialista britannico:

In Inghilterra nella commemorazione di Garibaldi s’è visto un leader socialista sorgere dalle colonne del Daily News a dichiarare che non bisogna dimenticare Cavour “uno dei fattori primi della indipendenza italiana e il più grande statista dell’Europa moderna”. Quale lezione mortificante per noi, che stiamo ancora a discutere se Cavour volesse o no puntellare, per un certo tempo, il governo borbonico, come se a questa accusa non fosse luminosa smentita tutta la sua vita, la sua morte stessa(111)

L’autorevolezza con cui Luzio pretese di chiudere la questione non fu però sufficiente. Mirabelli si dimostrò infatti più agguerrito del previsto: spostato nel settembre 1907 il dibattito sulle colonne de «Il Secolo», assai più congeniale alle simpatie del deputato, il deputato si dilungò in una confutazione integrale della tesi di Luzio, contrastata su ogni punto con la meticolosa citazione delle fonti. La replica fu in seguito pubblicata in formato di opuscolo, proponendo anche la lettera con cui Villari rispondeva cautamente alle interrogazioni di Mirabelli in merito al caso Lacaita, seguita dalla risposta del repubblicano(112). Ripercorrendo tutti i temi coinvolti nel dibattito, il testo si presentava denso di argomentazioni e articolato sui nodi centrali, «i fatti incontrovertibili» di Luzio: la connivenza con i Borbone, la questione dei fucili, la «chiappoleria diplomatica» che celava l’ostilità di Cavour, le spedizioni di soccorso erano affrontate in successione, le tesi di Luzio smontate regolarmente. Di fatto, Mirabelli non intendeva cedere e sfidava lo storico sul terreno delle fonti.

Al termine della discussione, il repubblicano intendeva però chiarire lo scopo ultimo della polemica, tutt’altro che una mera questione da eruditi fine a se stessa. Il deputato concludeva affermando che, lungi dal voler negare il ruolo di Cavour nel Risorgimento, fosse necessario riconoscere «a ognuno la sua parte». «Senza iperbole e senza feticismi», i protagonisti di quella stagione eroica dovevano essere ricondotti alle loro effettive responsabilità:

Così, io ho detto e torno a dire che – repubblicano – credo di non mancar di reverenza al Cavour, anzi credo onorarlo più degli smaccati encomiatori suoi – dicendo di lui,

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108 Garibaldi e Cavour nella spedizione dei Mille, «Corriere della Sera», 23 agosto 1907; Finzi aveva commentato le vicende in un articolo pubblicato su «La Perseveranza» del 1869.

109 Ibid.

110 Ineludibile il profilo di Luzio, «campione dell’indirizzo filologico puro», tratteggiato in W. Maturi, Interpretazioni del Risorgimento, cit., pp. 432-446.

111 Garibaldi e Cavour nella spedizione dei Mille, «Corriere della Sera», 23 agosto 1907.

112 R. Mirabelli, Garibaldi e Cavour nella spedizione dei Mille. Replica dell’on. R. Mirabelli al sig. A. Luzio, articoli estratti da «Il Secolo», Tipografia della Società Editrice Sonzogno, Milano 1907.

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schiettamente, quel che è, od a me sembra, la verità: o sia che il suo posto, nel Pantheon nazionale o, come dice il Cavour, nel sublime dramma del risorgimento italiano, non è tra i fattori dell’unità! Fu nemico ardente e potente dell’Austria e grande assertore d’indipendenza. Questo sì – ed è il suo blasone di nobiltà. Il resto è favola. La redenzione del Mezzogiorno d’Italia – da cui l’unità – si deve a Garibaldi, all’apostolato mazziniano, alla virtù delle forze popolari, all’eroismo del volontario italiano. Unicuique suum(113).

Considerata l’assenza di un’ultima replica da parte di Luzio, la polemica poté dirsi conclusa con l’argomentazione di Mirabelli, uscitone apparentemente vincitore. Secondo le parole del deputato, la presa di posizione non era quindi dovuta a faziosità politica, bensì all’obbligo della verità che, nonostante i buoni propositi e il rispetto riconosciuto alla controparte, non contribuiva certo alla distensione dei rapporti tra tradizioni risorgimentali differenti. Lo stesso riferimento di Mirabelli al confronto con Luzio, il «vessillifero gagliardo della vecchia Destra», lasciava trasparire un certo rancore nei confronti della tradizione moderata, colpevole di aver ridimensionato l’apporto popolare alle imprese garibaldine e ricondotto l’Eroe in seno alla monarchia sabauda.

Appendice ideale di questo confronto può essere ritenuto l’articolo Il conte Cavour e la preparazione dei Mille, pubblicato da Italo Raulich nel 1909 sulla «Rivista contemporanea». Approssimandosi gli anniversari della guerra d’indipendenza e dell’impresa garibaldina, lo storico liberale tornò sull’argomento con un saggio che, pur senza fare esplicito riferimento alla polemica recente, dava seguito al discorso(114). Ne emerse un giudizio più smussato rispetto alle posizioni di Luzio, favorevole a riabilitare la figura di Cavour dopo gli attacchi dei radicali, ma sostanzialmente mirato a riconoscere il pragmatismo dimostrato dallo statista in circostanze di difficile decifrazione. Appoggiandosi a un repertorio di fonti meno ampio (l’epistolario di Chiala), Raulich si inserì di fatto nel solco già tracciato dalla scuola sabaudista nelle sue espressioni più mature. Era questa una visione aggiornata che accoglieva l’idea di un Cavour convintosi all’unità solamente nel 1860 e che rileggeva l’operato del conte alla luce delle difficoltà oggettive presentate dal contesto internazionale. A distanza di cinquant’anni dai fatti, sembrava ormai evidente anche ai moderati l’impossibilità di attribuire a Cavour il disegno unitario nel ’59, così come l’iniziativa di una spedizione in Sicilia con il concorso di elementi rivoluzionari. Dalla ricostruzione di Raulich emergeva dunque l’atteggiamento cauto del presidente del Consiglio che, favorevole all’impresa ma desideroso di agire «senza imprudenze», avrebbe infine concesso il via libera a ridosso della partenza. Non essendo possibile assecondare pienamente Garibaldi, né opporglisi, Cavour avrebbe agito nell’unico modo consentito: secondo Raulich, lo statista sperò nella riuscita dell’impresa, ma fu costretto a simulare provvedimenti repressivi nei confronti del movimento rivoluzionario per rassicurare l’Europa(115). Le vicende che seguirono, però, avrebbero dimostrato il coraggio del Tessitore: la spedizione piemontese in Umbria e nelle Marche, decisa con rapidità, equivaleva in termini di audacia all’impresa dei Mille. Non si poteva celare ovviamente l’intenzione anti-garibaldina della campagna del Centro Italia. Tuttavia, ancora una

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113 Ivi, p. 16.

114 I. Raulich, Il conte di Cavour e la preparazione dei Mille, estratto della «Rassegna Contemporanea», Cooperativa tipografica Manuzio, Roma 1909.

115 Ivi, pp. 27-28.

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volta, la ragione di Stato e gli interessi superiori dell’Unità giustificavano l’operato del conte. Al termine della ricostruzione, infatti, si attribuiva a Cavour la volontà di riprendere la guida del moto nazionale, un’azione apparentemente «irriguardosa» nei confronti di Garibaldi, ma necessaria a depotenziare la rivoluzione e consolidare i risultati ottenuti(116). Tenendo conto della contraddittorietà di elementi già in gran parte noti, il quadro complessivo riproponeva i termini della questione così come erano stati presentati dalla saggistica e dalla storiografia moderata.

Non erano dunque venuti meno gli ardori politici, soprattutto da parte radicale e repubblicana, in merito alle vicende più controverse del passato. Il dibattito Luzio-Mirabelli lo dimostra. La mole di fonti disponibili, incrementate dalle pubblicazioni di memorie ed epistolari dei protagonisti, forniva nuovo materiale per indagini approfondite che, condotte in modo opportuno, potevano rinforzare convinzioni sedimentate da lungo tempo. Trascorso un cinquantennio, l’ambiguità di Cavour nel 1860 sembrava ormai difficilmente confutabile, nonostante gli sforzi degli ambienti moderati, costretti a giustificare le azioni del primo ministro talvolta con fini teleologici.

Alla luce di questi elementi, il dibattito suggerisce la presenza di una certa conflittualità tra intellettuali militanti i quali, in ossequio alla propria fede politica, rinfocolavano polemiche in parte sopite, complice la scomparsa di testimoni e protagonisti. Senza dubbio, le disquisizioni storico-filologiche, condotte dagli specialisti grazie alle carte d’archivio e alla conoscenza della bibliografia sul tema, dovettero avere una ricaduta piuttosto limitata sull’opinione pubblica che – si può immaginare – seguì con difficoltà la polemica, indigesta a gran parte dei lettori abituali di quotidiani. Per quanto suggestivo, il confronto tra carteggi e telegrammi proposto da Luzio e Mirabelli si presentava come una questione da eruditi politicamente impegnati, interessati comunque a conferire una certa risonanza al dibattito e diffondere la presunta realtà dei fatti.

Verso il centenario

A fronte degli screzi tra studiosi, la vulgata comune sembrava favorire un’immagine positiva di Cavour. La retorica conciliatorista, ormai ampiamente accettata, sorvolava infatti con maggiore agio sui nodi critici della memoria cavouriana, proponendo una visione edulcorata della stagione risorgimentale. Nel decennio dei grandi anniversari, la celebrazione pubblica del Tessitore suscitava consensi diffusi non solo tra i cultori del mito. Segnali di distensione si coglievano da parti politiche tradizionalmente avverse all’area moderata, come dimostrarono le parole di Ernesto Nathan in occasione del 6 giugno 1908. Conformemente alla tradizione del Municipio, il neosindaco di Roma omaggiò in prima persona il busto capitolino di Cavour deponendo una corona di fiori e accompagnando la cerimonia con un discorso peculiare che la stampa non mancò di cogliere nella sua peculiarità. La morte del Tessitore, infatti, induceva a celebrare la «quadriga patriottica» composta da «il grande apostolo, il gran re, il gran capitano e il grande statista», fautori dell’Unità e dell’annessione di Roma. Sorvolando sulla «retorica verbale e verbosa» disprezzata dai più conservatori, l’«ippologia patriottica»(117) del sindaco repubblicano risultava però particolarmente riuscita poiché testimoniava la

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116 Ivi, p. 33.

117 La commemorazione della morte di Cavour. La quadriga patriottica del sindaco Nathan, «Corriere della Sera», 7 giugno 1908; Cronaca. Per Camillo Cavour, «Il Messaggero», 8 giugno 1908.

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ricomposizione ideale dei contrasti tra le diverse anime del Risorgimento, celebrata proprio il 6 giugno nella capitale, meta simbolica di tutte le culture politiche(118).

Ispirate allo stesso principio furono altre cerimonie patriottiche tenutesi nei grandi centri del Paese, dove, a seconda dei casi, la commemorazione collettiva si alternava alla celebrazione individuale di Cavour. A Milano, il cinquantenario della liberazione della Lombardia vide l’organizzazione di varie iniziative nel giugno 1909: tra queste, il corteo di studenti e scolari che omaggiarono i monumenti di Cavour, Garibaldi e la lapide di Mazzini; il 6 giugno, le Associazioni costituzionali della città deposero una corona ai piedi della statua(119). In tale “fervore commemorativo”, alimentato dai racconti delle imprese belliche e degli eroismi dei combattenti(120), il «Corriere della Sera» si soffermava sulla figura del primo ministro, descrivendo con trasporto le battaglie interiori di Cavour. Ammessa la dimensione collettiva del Risorgimento, risultato di un’unica volontà, occorreva però riconoscere a ognuno il suo ruolo. Al conte era spettata quindi la parte del dramma, tutto celebrale e psicologico, colto con difficoltà dal grande pubblico, sicuramente più sensibile ai sacrifici materiali patiti dai patrioti. Per rendere giustizia alla vera mente dell’Unità si doveva infatti cercare

fuori dei tumulti di guerra la figura pensosa dell’uomo che in quei tumulti getta di volta in volta la sua vita incorporea, fatta di volontà e di ansia, d’intelletto e di amore, e che sembra in ogni cruento giuoco degli eserciti giocar la usa mente di statista e il suo cuore di italiano. Non egli passa, per le città liberate, alla testa dei combattenti; ma egli, spiritualmente, li conduce, egli che li ha da anni cercati e preparati, egli che li ha radunati e scagliati contro il nemico. Più fiero che in ogni spirito d’uomo è nel suo spirito il dramma della patria […] Egli ha il compito più terribile e più duro: e non vi aleggia dintorno la poesia che canta i martiri e le battaglie. Si dorme sotto la tenda del capitano: non si dorme nel letto del ministro. […] L’epopea trascura un po’ i ministri: la leggenda, che è il fiore della storia fragrante dalla ingenua anima popolare, vede e canta i bei gesti. È un’arte plastica la leggenda: e male appartengono ad essa le tragedie interiori(121).

Così come era stato nei decenni precedenti, la figura del primo ministro non poteva certo dirsi popolare al pari degli altri protagonisti. Ciononostante, il clima di rinnovato patriottismo dettato dagli anniversari, celebrati a ritmo serrato, sembrò preparare il terreno all’incombente centenario cavouriano che sarebbe giunto proprio nel mezzo della stagione commemorativa. L’entusiasmo manifestato per le altre ricorrenze risorgimentali si intrecciava alle aspettative per una celebrazione in grande stile del Tessitore, la cui figura, in pieno clima conciliatorista, veniva ormai citata regolarmente durante le occasioni ufficiali.

Emblematico a tal proposito fu il riferimento a Cavour da parte delle istituzioni durante la cerimonia alla Camera in onore dei Mille, quando, tra i deputati chiamati a

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118 Cfr. N. Ciani, Da Mazzini al Campidoglio. Vita di Ernesto Nathan, Ediesse, Roma 2007, pp. 232 e segg.; A. Caracciolo, Roma capitale: dal Risorgimento alla crisi dello Stato liberale, Editori Riuniti, Roma 1984, pp. 249-258.

119 Per i festeggiamenti milanesi, cfr. M. Baioni, La “religione della patria”, cit., pp. 116-118.

120 Sugli episodi milanesi, cfr. M. Baioni, L’Italia allo specchio del Risorgimento. Memorie in conflitto, in Gli Italiani in guerra, cit., vol. II, Le tre Italie. Dalla presa di Roma alla settimana rossa (1870-1914), UTET, Torino 2009, p. 564; Id., Il 1859 nella memoria. Milano e le feste del cinquantenario, in Id., Risorgimento conteso, cit., pp. 151-168.

121 In memoria del beneficio. Nel cinquantenario dell’entrata degli eserciti alleati a Milano, «Corriere della Sera», 6 giugno 1909.

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parlare, figurò anche il conte Gianforte Suardi, già patrocinatore del monumento cavouriano di Bergamo. Ricordando l’apporto dei volontari bergamaschi alla spedizione dei Mille, Suardi colse l’occasione per celebrare tutti i padri del Risorgimento nazionale, soffermandosi poi in particolare su Cavour e sulla concomitanza di due anniversari così importanti nello stesso anno:

Questo cinquantenario del dì in che Giuseppe Garibaldi salpò da Quarto coi destini d’Italia in pugno alla conquista di un Regno, che ci portò all’unità della patria, è vicino al centenario della nascita di Camillo Cavour, il grande ministro, che mandò ad effetto il sogno di Mazzini (bene! bravo!) l’apostolo dell’unità, che con senno e con audaci aiutò la sterica missione della Patria, continuatore del martire di Oporto, che bandì la guerra santa dell’indipendenza nel 1848. Questa mistica coincidenza che fonde un solo ricordo in quest’anno l’Eroe del popolo e il genio della politica nazionale, sia auspicio propiziatore dei futuri destini d’Italia (bravissimo! Bravo! Applausi al Centro e a Destra)(122).

Il caso non sembrerebbe peraltro isolato. La medesima tendenza è riscontrabile anche al di fuori dell’aula, sia che si trattasse di ricordare l’impresa dei Mille, sia che si trattasse di una commemorazione cavouriana. Un intervento dedicato alla spedizione garibaldina da parte del senatore Faldella a Torino toccò i medesimi punti; sullo stesso tenore fu anche la conferenza tenuta dal deputato Angelo Valvassori-Peroni ad Ancona in occasione del 6 giugno, quando la sezione locale del Partito Giovanile Liberale si riunì ai piedi del monumento locale per deporre una corona e scoprire una targa in bronzo(123). Assumendo toni meno polemici rispetto al passato, Luzio ripercorreva le vicende della spedizione garibaldina sul «Corriere della Sera»(124). Notizie in merito alle cerimonie celebrate nei capoluoghi e in provincia da parte delle municipalità restituiscono l’immagine di un omaggio collettivo, rivolto spesso ai due protagonisti dell’epopea risorgimentale(125). L’accostamento tra Garibaldi e Cavour, già proposto annualmente dalla vicinanza dei rispettivi anniversari funebri, raggiunse quindi il culmine proprio nel 1910. Le velleità conciliatoriste, tuttavia, potrebbero non essere le uniche ad aver influito sulle dinamiche rilevabili. In questo fenomeno giocarono forse un ruolo decisivo le istituzioni che, intenzionate a depotenziare la carica repubblicana e democratica delle manifestazioni commemorative, avevano buoni motivi per promuovere con maggiore insistenza il binomio Tessitore-Eroe. Gesto che, mascherato dietro la volontà di sottrarre le figure dei padri ai singoli “partiti”, poteva però apparire come l’ennesima appropriazione indebita di Garibaldi da parte della monarchia. Al di là delle ipotesi legittime che l’uso pubblico del Risorgimento spinge a formulare, le manifestazioni esteriori sembrerebbero confermare comunque la promozione di un clima distensivo anche da parte degli ambienti radicali, come suggerisce, per esempio, l’immagine dei due anziani garibaldini che, deposta la corona commemorativa ai piedi del monumento torinese, avrebbero gridato Viva Cavour!(126). Le premesse ai festeggiamenti imminenti sembravano dunque alquanto incoraggianti.

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122 AP, Camera dei Deputati, XXIII legislatura, Discussioni, tornata del 5 maggio 1910, p. 6630.

123 Cfr. Cronaca cittadina. La solenne commemorazione della spedizione dei Mille, «La Stampa», 6 maggio 1910; Commemorazione di Cavour ad Ancona, «Corriere della Sera», 6 giugno 1910.

124 La spedizione dei Mille, «Corriere della Sera», 5 maggio 1910.

125 Per esempio, La festa patriottica di domenica, «Il Progresso», 11 maggio 1910.

126 La solenne commemorazione dei Mille, «La Stampa», 6 maggio 1910.

4.4 Il centenario cavouriano

L’anniversario giungeva in una fase delicata di transizione, mentre il Paese era immerso nelle controverse trasformazioni del decennio. Si era interrotta temporaneamente l’egemonia politica giolittiana, intervallata da esperienze governative più brevi funzionali a preparare il ritorno dell’uomo di Dronero sulla scena. Conquistate alcune rilevanti riforme sociali, l’Italia attendeva fiduciosa gli sviluppi che lasciavano presagire l’ingresso definitivo del Paese nel nuovo secolo: la revisione della scuola media, il monopolio statale dell’assicurazione sulla vita e, soprattutto, il suffragio universale maschile erano ormai questioni all’ordine del giorno, prossime alla loro definizione. Mentre la società civile guardava alla ricaduta pratica dei provvedimenti, sullo sfondo appariva sempre più concreta la possibilità di un’avventura coloniale oltremare, là dove le aspirazioni dell’opinione pubblica più irrequieta potevano trovare una valvola di sfogo. A cinquant’anni dall’Unità, i risultati del lento processo di modernizzazione sembravano finalmente evidenti, all’interno e all’esterno della nazione. Lanciato all’inseguimento delle grandi potenze, il Paese si apprestava a celebrare il fondatore di quello Stato liberale che, tra molte difficoltà, aveva resistito alle fosche previsioni degli scettici, decretando il successo compiuto del disegno cavouriano.

Gli antefatti

L’occasione per discutere della ricorrenza centenaria si era presentata nei primi mesi del 1907. Era ancora vivo il ricordo dell’anniversario mazziniano, celebrato nel 1905 con notevole concorso di popolo a Staglieno, così come un certo entusiasmo e grandi aspettative erano suscitate dal centenario garibaldino festeggiato di lì a breve(127). L’eco di queste manifestazioni patriottiche, diffuse in tutto il Paese, raggiunse anche gli ambienti moderati più vicini al Tessitore, figura per la quale un’analoga mobilitazione avrebbe senza dubbio sancito la consacrazione definitiva del personaggio all’interno del pantheon nazionale. Della rilevanza attribuita all’evento erano consapevoli, tra gli altri, anche gli esponenti del giornalismo piemontese riunitisi nel gennaio 1907 a Torino per partecipare al congresso della Stampa subalpina. In tale sede si esplicitò formalmente una prima proposta di festeggiamenti, avanzata a nome del comitato direttivo dal consigliere dell’associazione, il conte Delfino Orsi. Prevedendo una celebrazione su larga scala non solo da parte della città di Torino, il direttivo tentò di anticipare le altre iniziative suggerendo alla municipalità una celebrazione ad hoc dedicato alla figura del Cavour giornalista, inteso come precursore della migliore tradizione giornalistica piemontese. Pertanto, la proposta di Orsi prese la forma di un’Esposizione internazionale della Stampa da tenersi a Torino nell’anno 1910: l’evento avrebbe consentito di esaltare la figura del conte in una delle sue declinazioni, ovvero quella dell’uomo che «prima di essere statista, fu giornalista» e che «prima di cooperare con la meravigliosa azione alla costituzione del Regno d’Italia, ne divulgò l’idea dalle colonne del Risorgimento»/128). All’assemblea dei soci fu presentata anche la risposta del(sindaco di Torino, il senatore Secondo Frola il quale, pur accogliendo con entusiasmo l’iniziativa, dovette però rendere nota la mole di eventi in programma per le ricorrenze

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127 Cfr. per esempio, Il centenario della nascita di Mazzini, ivi, 23 giugno 1907.

128 Una Esposizione internazionale a Torino per solennizzare tre date storiche, ivi, 21 gennaio 1907.

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del 1859, 1860 e 1861. In seguito a un confronto con il collega romano Nathan, impegnato nell’organizzazione dei festeggiamenti per il cinquantesimo anniversario dell’Unità, Frola propose quindi di rimandare l’Esposizione all’anno 1911 in modo tale da solennizzare la ricorrenza parallelamente alle celebrazioni romane; su suggerimento di Teofilo Rossi, presidente della Camera di Commercio locale, si deliberò di estendere il concetto della mostra, allargandola all’industria nazionale. Con grande soddisfazione dei presenti, la nuova formulazione venne accettata e divulgata con un comunicato(129).

Conosciuta da un pubblico più ampio rispetto al passato, la vita di Cavour sembrava offrire nuovi stimoli per una celebrazione in grado di restituire la poliedricità del personaggio, nonché la complessità di una figura che, al di là del nome di Tessitore, aveva dimostrato doti notevoli in campi contigui a quelli dell’operato strettamente politico. Dopo anni di saggi, articoli e volumi mirati a magnificare il personaggio, l’iniziativa per una commemorazione internazionale poteva scaturire anche dall’immagine di Cavour-giornalista, divenuta ormai parte integrante del ritratto postumo. Tale ritratto, per quanto vagamente familiare al mondo di coloro che frequentavano gli ambienti politico-economici del Paese, stentava però a divenire a tutti gli effetti popolare; il successo di questo racconto, auspicato dai cultori del mito già ai tempi delle sue prime elaborazioni, non sembrava incontrare ancora i gusti di un uditorio più ampio. Da tale consapevolezza derivava l’esigenza di un volgarizzamento del mito cavouriano, necessità avvertita da Cesare Lombroso che, intervenendo all’assemblea della stampa torinese, invitò a «popolarizzare l’opera del grande statista» con una pubblicazione che ne illustrasse «il pensiero e l’azione»(130.) Prontamente colta, l’esortazione si tradusse nel bando di un concorso a premio(131). Tra grandi esposizioni e biografie divulgative, il 1910 sarebbe stato – almeno in teoria – l’anno della consacrazione popolare di Cavour.

L’occasione offerta dall’anno 1910 non doveva quindi essere sprecata. Il rischio di un’ennesima commemorazione solenne ma “vuota” venne presto percepito dal mondo intellettuale sensibile al tema. Il nodo della questione era colto efficacemente da Luigi Ambrosini il quale, nel 1909, dalle colonne de «Il Marzocco» e «La Voce» espose senza giri di parole il proprio pensiero riguardo al centenario. Secondo il giornalista, l’imminente ricorrenza avrebbe dovuto conferire a Cavour la popolarità che spettava di diritto a un personaggio rilevante, più significativo dei pur benemeriti Mazzini e Garibaldi, i cui esempi eroici sembravano ormai poco attuali. Pertanto, con i festeggiamenti dell’agosto 1910 sarebbe stato auspicabile promuovere una celebrazione ispirata a criteri commemorativi che andassero oltre l’immagine stereotipata e superficiale, figlia di strategie comunicative sorpassate. Occorreva quindi avvicinarsi con uno spirito rinnovato alla figura di Cavour per vedere

non la sola sua faccia d’uomo che portò gli occhiali, ma quella sua stessa anima così meravigliosamente profonda, che poté senza scomporsi accogliere ne’ suoi seni le più grandi tempeste d’un popolo che si faceva nuovo; questo io sono molto propenso a credere sia un dovere – e un dovere precipuo – per ognuno di noi italiani non incolti e

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129 Ibid.; Un’esposizione per il centenario di Cavour, «Corriere della Sera», 21 gennaio 1907.

130 Una Esposizione internazionale a Torino per solennizzare tre date storiche, «La Stampa», 21 gennaio 1907.

131 Concorso a premio per una biografia popolare di Camillo Cavour, in «Il Risorgimento Italiano» I (1908), n. 2, pp. 365-366; riflessioni sull’«ingiustizia» di cui era vittima la fortuna postuma di Cavour in M. Baioni, La “religione della patria”, cit., pp. 94-95.

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per bene. E mi sta in mente, e lo dico senz’altro, che la figura di Camillo Cavour, non pure negli atti più rilevati di quella storia che fu sua, ma anche nei meno volgarmente noti della sua vita, oggi come oggi, tale essendo l’Italia, abbia in sé molti più elementi educativi che non la figura di Giuseppe Garibaldi o dello stesso Mazzini(132).

Secondo Ambrosini, erano conclusi i tempi della retorica eroica così apprezzata dal popolo, affascinato dalle battaglie, dai grandi ideali, dalle «forche» e dai «martiri» che, a distanza di cinquant’anni, lasciavano in eredità cimeli da museo e corposi volumi ormai sterili. Di tutt’altro spessore era invece l’esempio offerto dalla classe dirigente moderata che aveva fatto l’Italia «coi caratteri, con le volontà e con sacrificio di denaro». Ne seguiva quindi l’elogio di Cavour, la cui personalità richiedeva uno sforzo di penetrazione più profondo, destinato a produrre maggiori benefici se confrontato con l’ammirazione più ingenua nei confronti di Garibaldi e di Mazzini. Si rivelava quindi assai attuale l’esigenza di una divulgazione del pensiero, dell’opera e della vita di Cavour realmente utile al cittadino, al quale non sarebbe certo bastata la biografia popolare di 32 pagine proposta dal municipio di Torino in vista del centenario. La ricorrenza del 1910 doveva proporre un racconto cavouriano in forma di «romanzo» appassionante e coinvolgente, privo di orpelli retorici. Tema su cui Ambrosini tornò anche nell’agosto 1909 esponendo le ragioni della propria insoddisfazione dinanzi a pratiche commemorative prive di effetti concreti, care a quella tradizione liberale che dimenticava facilmente i propri modelli e pretendeva di rendere omaggio alla sua figura in momenti circoscritti:

Poiché, con le molli lusinghe della retorica conferenziera o con le corde vocali dell’eloquenza mitingaia, tentare di richiamare a noi per un’ora di un giorno l’ombra del più glorioso politico che la nostra storia di popolo ricordi; e insieme di uno degli uomini meno popolari del Risorgimento, e dei peggio conosciuti e interpretati e sentiti; fare questa commemorazione senza preparazione di intelligenze e senza convinzione di animi, solo perché il calendario civile la porta; è cosa manifestamente ridicola e indegna. Commemorare un grande vuol dire per un popolo evocarlo; cioè rivederlo innanzi a sé, risentirlo entro di sé; attestare dinanzi al passato che egli non è morto: ma chi è più morto di Cavour, oggi, nella coscienza del popolo italiano? Fra i sommi del suo tempo nessuno(133).

Dimenticato come «certi ori pregiati di famiglia» collocati in soffitta, Cavour doveva essere riportato in vita a beneficio della collettività, affinché del grande uomo non rimanesse quel cumulo di «cineserie» – gli occhiali dorati, la forte complessione, il colloquio con «un imperatore» per «far la guerra all’Austria» – che i più ricordavano con scarso trasporto. L’ignoranza diffusa in merito al personaggio, unita all’indifferenza da parte del mondo politico, aveva creato i presupposti per una situazione attuale di cui andare poco fieri: come ricordava Ambrosini citando un aneddoto di cronaca recente, la metà dei candidati a un concorso pubblico per l’insegnamento liceale non era stata in grado di scrivere un tema relativo a Cavour e al suo operato(134). Caso eclatante che, secondo il giornalista, suonava come un campanello d’allarme e induceva a prendere

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132 L. Ambrosini, Per la popolarità di Camillo Cavour, «Il Marzocco», 7 febbraio 1909.

133 Id., Cavour I, «La Voce», 19 agosto 1909.

134 Ibid; in merito al fallimentare concorso, cfr. M. Baioni, La “religione della patria”, cit., p. 111 e i pareri espressi all’epoca in La storia del Risorgimento nelle Università italiane, in «Il Risorgimento Italiano» 1908, nn. 5-6, p. 1119.

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adeguati provvedimenti. Istruito in modo opportuno da una commemorazione pregna di significato e da una biografia esaustiva opera di uno scrittore «di polso e di vena», il popolo avrebbe compreso finalmente le ragioni di una retorica abusata, ricollocando Cavour al posto assegnatogli dalla storia(135). Promotori e cerimonieri erano avvertiti: l’occasione non poteva essere sprecata.

Le premesse

Giunto l’anno fatidico, la macchina organizzativa iniziò a mettersi lentamente in moto. Gli ambienti associativi furono i primi a mobilitarsi. Come anticipato, fu in occasione del centenario che il sodalizio istauratosi tra le società moderate di Torino e Milano ebbe modo di cementare i rapporti, conferendo ai festeggiamenti cavouriani una dimensione più articolata. L’esiguità della documentazione disponibile consente di ipotizzare la presenza di iniziative sorte in modo autonomo presso le singole associazioni cavouriane piemontesi e lombarde che, nella primavera del 1910, sarebbero confluite in un programma unico. Dalle carte emerge il notevole spirito d’iniziativa della deputazione milanese, rappresentata dall’avvocato Bassano Gabba, all’epoca sindaco della città, che tentò fin dal primo momento di esercitare una certa influenza all’interno delle società coinvolte. Gabba prese infatti contatti con i colleghi torinesi per concertare una commemorazione in pompa magna in grado di superare la solennità dei pellegrinaggi santenesi svolti nell’ultimo decennio. Tra marzo e aprile, il comitato milanese promosse l’adesione di importanti nomi alla società costituita per il centenario, primo tra tutti Visconti Venosta che ne divenne presidente onorario, ma anche altri esponenti delle élites lombarde e piemontesi come i senatori Carlo Prinetti, Giovanni Celoria, l’ammiraglio Paolo Thaon di Revel, lo storico Luzio, i membri della municipalità milanese(136). La rinnovata convergenza delle società cavouriane lasciò presagire l’organizzazione di un nuovo grande pellegrinaggio popolare che, sulla scia dell’evento realizzato nel 1886, conferisse centralità alla tomba di Cavour.

In realtà, i progetti degli organizzatori sembrarono andare ben oltre. Fin dal primo momento prese corpo infatti l’ipotesi di realizzare un grande «monumento nazionale» a Cavour da collocarsi presso il castello di Santena. Il progetto ambizioso, realizzabile ovviamente in tempi successivi al centenario con il contributo di tutti i comuni d’Italia, sarebbe stato però presentato nell’agosto 1910 con la posa simbolica della prima pietra. Quale forma dovesse assumere il monumento non è però chiaro: le poche informazioni al riguardo, riferite in modo indiretto da Gabba, citano progetti piuttosto vaghi ed eterogenei. Si trattava forse di una statua o di un complesso marmoreo; più probabilmente, si intendeva realizzare una sorta di mausoleo nel quale collocare le ceneri dello statista, i cimeli e le numerose corone metalliche esposte nella torre del castello che, nelle intenzioni dei promotori, avrebbe costituito il nucleo del futuro museo cavouriano. In ogni caso, i progetti non dovettero essere particolarmente soddisfacenti se si presta fede ai commenti di Gabba in merito ad alcuni bozzetti presentati – una delle proposte era stata infatti bollata come «una indegnità, una irriverenza al gran nome» di Cavour(137).

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135 L. Ambrosini, Cavour II, «La Voce», 4 novembre 1909.

136 FCCS, Fondo famiglia Visconti Venosta, Lettere famigliari, c. G1, lettera di Bassano Gabba a Emilio Visconti Venosta, marzo [?] 1910.

137 Ivi, lettera di Bassano Gabba a Emilio Visconti Venosta, marzo [?] 1910.

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Considerati gli esiti oggi osservabili, le buone intenzioni degli aderenti si dovettero presto arenare nelle incombenze pratiche. Di fatto, l’ambizioso progetto non sarebbe stato realizzato. Le ragioni non sono note: forse la mancata esecuzione del monumento fu dovuta alla concezione approssimativa, alle incomprensioni sorte tra i membri della commissione, all’oggettiva difficoltà rappresentata dalla raccolta di denaro su scala nazionale. A porre fine al dibattito fu però Visconti Venosta. Fedele alle volontà testamentarie di Cavour, consapevole che la presenza di un monumento celebrativo eretto proprio a Santena sarebbe suonato come un oltraggio alla memoria del conte ostile a ogni formalità, il marchese avrebbe piuttosto suggerito l’istituzione di un centro di studi agrari intitolato allo statista(138). Per quanto concerne la ricorrenza centenaria, ci si sarebbe dovuti accontentare di una forma tradizionale di omaggio, seppur organizzato in grande stile da parte dei comitati coinvolti. Ciò che trapela però dalle fonti disponibili è la presenza di una rivalità tra alcune società torinesi e milanesi, «solite gelosie» lamentate con dispiacere da Gabba in una lettera a Visconti Venosta. Come è facile supporre dalle fonti, i piemontesi avrebbero mal tollerato lo spirito d’iniziativa dei milanesi, “usurpatori” della memoria cavouriana interessati a patrocinare la buona riuscita del centenario. A fronte dei dissidi interni, la ricomposizione dei contrasti fu probabilmente favorita da Sabbione, punto di riferimento dei «cavourristi» subalpini, e dal nuovo sindaco di Torino Teofilo Rossi di Montelera che nell’aprile 1910 avrebbe presenziato alla riunione del comitato milanese per concordare l’organizzazione congiunta dei festeggiamenti, decretati a Torino il 7 maggio in sede di consiglio comunale(139).

Mentre associazionismo e municipalità discutevano delle forme più opportune per la celebrazione, il centenario cavouriano fu oggetto di dibattito in ambito istituzionale. Il successivo 2 giugno, infatti, alla Camera si celebrò l’anniversario della morte di Garibaldi; sulla scia degli entusiasmi suscitati dalla breve commemorazione, Edoardo Daneo prese la parola per proporre all’aula un disegno di legge, avanzato da sessanta senatori, mirato a proclamare festa nazionale la data del 10 agosto 1910, così come era avvenuto in occasione degli altri centenari. Forte del sostegno di buona parte della Camera, Daneo si spese quindi in un elogio di Cavour, frutto della visione conciliatorista, per convincere i colleghi a votare il provvedimento(140). L’appello sembrò riscuotere consensi diffusi, testimoniati dalle esclamazioni favorevoli dei deputati. Al termine dell’arringa, intervenne però Napoleone Colajanni il quale, dicendosi «imbarazzato» a prendere la parola, criticò l’ennesima proposta di istituzione di una festa nazionale. Pur rispettando la stima che il popolo italiano avrebbe dovuto manifestare per Cavour in tale occasione, Colajanni non risparmiava una stoccata alla retorica dello schieramento liberale; quest’ultimo, infatti, tentò di troncare sul nascere la polemica. Daneo e Ferrero di Cambiano interruppero l’intervento ricordando al deputato che il disegno di legge prevedeva l’istituzione una tantum della festa nazionale, in modo analogo agli altri centenari. Il chiarimento, tuttavia, non fu sufficiente a placare gli animi poiché buona parte dell’aula interruppe più volte Colajanni; stizzito, il deputato attaccò i suoi detrattori accusandoli di «non aver mai fatto nulla per la patria»(141). Anche

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138 Cfr. Cavour commemorato in Italia, «L’Italia», 11 agosto 1910.

139 Ivi, lettera di Bassano Gabba a Emilio Visconti Venosta, 30 marzo 1910; sul sindacato di Teofilo Rossi, cfr. R. Roccia, Due sindaci innovatori: Secondo Frola e Teofilo Rossi di Montelera, in Id. (a cura di), Storia illustrata di Torino, vol. VI, Torino nell’età giolittiana, Sellino, Milano 1980, pp. 1581-1600.

140 AP, Camera dei Deputati, XXII legislatura, Discussioni, tornata del 2 giugno 1910, p. 7760.

141 Ivi, p. 7761.

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in questa occasione si riproponeva quindi lo scontro tra l’Estrema e il resto della Camera, poco persuasa della sincera adesione del mondo radicale ai principii delle istituzioni liberali. A tentare di riportare l’ordine fu lo stesso presidente del Consiglio Luzzatti che riconciliò idealmente gli animi ricordando il valore universale di Cavour e della sua opera, motivo di orgoglio per ogni cittadino italiano, riconosciuto anche dalla pubblicistica straniera la quale, dinanzi ai nomi dei più grandi statisti del XIX secolo, non aveva esitato a premiare la figura del Tessitore(142). Le parole del primo ministro furono accolte con grandi applausi dall’aula che al termine del discorso mise ai voti il disegno di legge. La proposta presentata da Daneo venne approvata quasi all’unanimità: unici a votare contro furono Colajanni, Guido Podrecca, Genuzio Bentini e Alberto Merlani(143).

Considerato il relativo consenso nei confronti della memoria cavouriana, la pur minima opposizione tra i banchi dell’aula parlamentare palesava una certa resistenza alla vulgata conciliatorista. La resistenza risultava ancora radicata in certi ambienti socialisti e repubblicani, minoritari, poco inclini a sorvolare sull’affiliazione monarchica di Cavour, e annoverava tra i suoi sostenitori anche il direttore de «L’Asino» Podrecca, il cui giornale, non a caso, avrebbe sostanzialmente ignorato la ricorrenza cavouriana(144). D’altronde, è lecito supporre che dietro il voto favorevole della maggioranza dei deputati si celassero altre tiepide adesioni da parte dei progressisti i quali, tuttavia, resero omaggio alla retorica patriottica ormai dominante. Nonostante gli sforzi della classe dirigente per favorire letture più concilianti e l’attenuata carica polemica delle opposizioni, l’assenza totale di contrasti appariva ancora un miraggio. Bollato dalla stampa come «spiacevole incidente», l’episodio Colajanni alla Camera fu di fatto minimizzato, depotenziato del suo possibile valore negativo. Un incidente spiacevole come quello che rischiò di verificarsi il giorno successivo, quando una circolare errata del ministero dell’Istruzione ordinò a tutti i provveditorati scolastici del Paese la celebrazione della festa nazionale in data 4 giugno, «giorno della nascita di Cavour». Corretto dalla rettifica immediata, il telegramma del ministro Credaro avrebbe incentivato il festeggiamento – notava ironicamente «Il Giornale d’Italia» – di un’«eresia storica»(145) che, a fronte delle parole di politici e pubblicisti, lasciava supporre una certa approssimazione da parte della classe dirigente. Non restava che attendere le feste del 10 agosto per valutare il livello reale di coinvolgimento delle istituzioni e la loro capacità di mobilitazione in un contesto mutato.

Le feste ufficiali

Preannunciato da alcuni eventi commemorativi celebrati in tarda primavera e in estate, complici le ricorrenze del 1860, il centenario cavouriano non giunse totalmente inatteso al vasto pubblico. In certe occasioni, la ricorrenza del 6 giugno si prestò ad anticipare i festeggiamenti del 10 agosto. Già nel maggio del 1910 Artuto Foà aveva pronunciato una conferenza a Milano presso il Teatro dei Filodrammatici con gli auspici del

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142 Ivi, p. 7762.

143 Il centenario di Cavour festa nazionale, «Corriere della Sera», 3 giugno 1910; per quanto concerne Colajanni, cfr. E. G. Faraci, Napoleone Colajanni. Un intellettuale europeo. La Politica e le Istituzioni, Rubbettino, Soveria Mannelli 2018.

144 In merito a Podrecca, G. Candeloro – E. Vallini, L’Asino di Podrecca e Galantara (1892-1925), Feltrinelli, Milano 1970.

145 Nascita o morte?, «Il Giornale d’Italia», 6 giugno 1910.

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municipio e del sindacato dei giornalisti; il 5 giugno Emilio Robiony celebrò lo statista con un intervento presso il municipio di Campobasso; il 12 giugno toccò a Nerio Malvezzi intrattenere l’uditorio bolognese presso il Circolo Enrico Panzacchi con un discorso dedicato a ripercorrere la vita intera del personaggio; il 24 giugno un istituto tecnico di Chioggia commemorò l’impresa garibaldina e il centenario cavouriano promuovendo la conferenza tenuta dal professore Filiberto Bassani(146).

Nei mesi precedenti al centenario non mancarono le iniziative commerciali ed editoriali di carattere popolare. A Torino, il municipio commissionò una medaglia commemorativa; il comitato promotore diede alle stampe alcune lettere selezionate del conte, riprodotte anche fotograficamente, in un’edizione di lusso a cura di Giovanni Sforza; furono approntate numerose copie della biografia «per il popolo» di Camillo Alberici, vincitore del concorso auspicato anni prima da Lombroso per promuovere Cavour tra le masse; l’associazione locale della Dante Alighieri distribuì gratuitamente ai migranti italiani all’estero una copia del volume di Luigi Gramegna, Cavour e i torinesi nel 1859. Per incontrare il gusto del grande pubblico, venne realizzata una raccolta di aneddoti curata da Samuele Ghiron; il Comune di Milano omaggiò gli scolari della città con una biografia riccamente illustrata(147).

Le celebrazioni ufficiali ebbero luogo in Piemonte, tra Torino, Santena e Vercelli. Il programma, stilato dal comitato torinese-milanese con l’apporto del sindaco Rossi venne reso noto ai primi di luglio da «La Stampa» e pubblicato su un apposito manifesto a ridosso delle celebrazioni(148). Si annunciò la presenza in città delle maggiori istituzioni del regno che, come nel 1873, avrebbero riportato per qualche tempo Torino al centro dell’attenzione nazionale. Articolato in più giorni, l’omaggio in grande stile alla memoria di Cavour avrebbe goduto anche della presenza del sovrano. Nei giorni precedenti alla celebrazione, alcuni grandi quotidiani prepararono il terreno ai festeggiamenti: l’8 agosto «La Stampa» proponeva l’articolo di Giuseppe Antonio Borgese Cavour e noi, ovvero un’analisi dell’immagine «reale» e «spirituale» dello statista, nonché un auspicio affinché l’anniversario imminente inaugurasse la popolarità futura; sul «Corriere della Sera», Francesco Ruffini anticipava la sua prossima pubblicazione cavouriana offrendo un saggio del Cavour agricoltore(149). In molti casi si diffuse il programma delle feste torinesi, delle quali si sarebbe reso conto con dovizia di particolari nei giorni successivi.

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146 Una conferenza su Cavour, «Corriere della Sera», 5 maggio 1910; F. Bassani, Nel 50° anniversario del 1860 e pel centenario della nascita di Camillo Cavour. Conferenza letta alla r. Scuola Tecnica di Chioggia il 24 giugno 1910, Tip. Ernesto Pizzati, Padova 1910; N. Malvezzi, Per il centenario della nascita di Camillo Cavour. Discorso tenuto a Bologna il 12 giugno 1910 per iniziativa del Circolo Enrico Panzacchi, Zanichelli, Bologna 1910.

147 Nel primo centenario della nascita di Camillo Cavour. Ricordo del Comitato piemontese per la Storia del Risorgimento italiano, Vincenzo Bona, Torino 1910; C. Alberici, La vita di Camillo Cavour narrata al popolo, R. Bemporad & figlio editori, Firenze-Torino 1910; L. Gramegna, Cavour e i torinesi nel 1859, Officine grafiche della STEN, Torino 1910; S. Ghiron, Aneddoti sulla vita di Cavour, Enrico Voghera, Roma 1910; C. Quaroni, Camillo Cavour ricordato ai giovinetti italiani nel primo centenario della sua nascita, R. Bemporad & figlio editori, Milano 1910. In merito al ruolo della Società Dante Alighieri all’estero, cfr. P. Salvetti, Immagine nazionale ed emigrazione nella Società “Dante Alighieri”, Bonacci, Roma 1995.

148 Pel centenario di Cavour, «La Stampa», 1° luglio 1910; il manifesto è riportato nella pubblicazione Solenne commemorazione del centenario della nascita di Camillo Cavour. Agosto 1910, Tipografia G. B. Vassallo, Torino 1910, p. 7; in merito al sindacato di Rossi, cfr. T. Ricardi di Netro (a cura di), Teofilo Rossi. Il sindaco di Torino della grande esposizione, Centro Studi Piemontesi, Torino 2016.

149 Cavour e noi, «La Stampa», 8 agosto 1910; Cavour agricoltore, «Corriere della Sera», 9 agosto 1910.

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Torino

L’afoso mercoledì 10 agosto presentò agli occhi dei cronisti una Torino in festa, a tratti carnevalesca, descritta spesso come un tripudio di colori e addobbi. Fin dal primo mattino, la giornata sembrò annunciare l’imminenza di una grande occasione. Proclamata la festa nazionale, si predispose la chiusura di negozi e attività commerciali. Nelle vie e nelle piazze del centro, in gran parte chiuse al traffico di veicoli, vennero innalzate antenne inghirlandate e sormontate da vittorie alate, furono appesi festoni e striscioni tricolori. Molte finestre e balconi esponevano bandierine; le riproduzioni litografiche e fotografiche di Cavour, rappresentato in ogni forma di effige, campeggiavano nelle vetrine; in alcune aree del centro, i pennoni esponevano le grandi date che avevano scandito la vita pubblica del conte dal 4 novembre 1852 al 6 giugno 1861; attorno al monumento di Dupré furono collocate quattro gigantesche «alabarde» che esponevano le date centenarie dei padri della patria. In accordo con le ditte dei trasporti, si promossero prezzi ribassati dei biglietti di treni e tram per incentivare il turismo patriottico del circondario. Ovunque era possibile scorgere le divise sgargianti di militari, carabinieri e agenti municipali in grande uniforme, mobilitati per solennizzare l’evento e garantire la sicurezza delle personalità radunatesi a Torino; accanto ai colori variopinti, spiccava spesso il nero delle redingotes, appuntate di medaglie e nastri, indossate da onorevoli e commendatori(150).

L’attesa della cittadinanza venne meno alle ore 10, quando Vittorio Emanuele III sfilò in carrozza tra due ali di folla e raggiunse la Mole Antonelliana, prima tappa della commemorazione. Non parve casuale la scelta degli organizzatori: recentemente inaugurato come sede torinese del museo del Risorgimento, l’edificio incarnava la modernità architettonica della città, sintesi al contempo di progresso e tradizione storico-patriottica. In tale spazio espositivo si radunarono il presidente del Consiglio Luzzatti, alcuni ministri, deputati e senatori in buon numero, i membri del municipio, i rappresentanti di altri Comuni e provincie, tra cui anche Nathan, e alcuni membri della casa reale, compresi il duca d’Aosta e il principe Tommaso. A questo solenne uditorio si rivolse, introdotto dal sindaco Rossi, il primo oratore della giornata Daneo. Ripercorsa con piglio enfatico la vita dello statista per momenti salienti, il discorso ricco di citazioni si concluse con un elogio smaccato del «gigante» che aveva unito per un fine superiore le doti degli altri «Grandi», ovvero il valore e la lealtà di Vittorio Emanuele II, il pensiero e l’apostolato di Mazzini, l’eroismo e la generosità di Garibaldi(151).

Tra scroscianti applausi, scoperta una lapide commemorativa, la celebrazione si spostò dunque a Palazzo Madama, nell’ex aula del Senato. In tale sede i rappresentanti istituzionali diedero libero sfogo a tutto il repertorio retorico disponibile. Parlò nuovamente il sindaco di Torino, profusosi in un elogio della tradizione parlamentare incarnata da Cavour, seguito dal presidente del Senato Giuseppe Manfredi e,

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150 Festa nazionale pel centenario di Camillo Cavour, «Gazzetta del Popolo», 10 agosto 1910; La Nazione italiana a Cavour, «Il Lavoro», 11 agosto 1910; Le solenni onoranze d’Italia al conte di Cavour nel primo centenario della nascita. Gli epigoni, «L’Avvenire d’Italia», 11 agosto 1910.

151 Solenne commemorazione, cit., pp. 11-42; per il resoconto della giornata, cfr. La solenne commemorazione di Torino pel centenario della nascita di Cavour, «Gazzetta del Popolo», 11 agosto 1910; cfr. M. Volpiano, 1862-1903. La Mole Antonelliana. Da sinagoga a Museo nazionale dell’indipendenza italiana, Archivio storico della Città di Torino, Torino 2004.

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significativamente, dal presidente della Camera, il radicale Giuseppe Marcora(152). Sintomo dei tempi mutati, Marcora si unì agli elogi dei colleghi, dichiarando senza esitazioni Cavour come «uno fra i maggiori uomini e fattore eminente del Risorgimento d’Italia» la cui grandezza non poteva ormai essere sminuita da alcuna critica(153). Seguì dunque il discorso centrale della giornata, ovvero l’intervento del presidente del Consiglio. Attualizzando le parole al contesto ma mantenendone intatta la struttura e i punti cruciali, Luzzatti ripropose di fatto l’elogio pronunciato nel 1886 a Padova, il celebre Torniamo a Cavour! che tanto aveva entusiasmato i nostalgici del conte: comparirono quindi nuovamente i temi cari all’economista veneziano, ovvero il Cavour fondatore del nuovo diritto pubblico europeo, il Cavour giornalista e il Cavour vincitore del duello a distanza con Bismarck. Riproposta in presenza delle maggiori istituzioni del regno, l’esortazione a ritornare a Cavour – un motto sempre attuale – si fuse con l’ossequio alla teleologia dinastica che aveva guidato le sorti della nazione fino alla meta prefissata:

Tornare a Cavour, vuol dire difendere l’ordine nella libertà, promuovere il progresso indefinito, insofferente della reazione e della rivoluzione. Tornare a Cavour è culto di uomini liberi, tanto più fermo e leale quanto meno servile, per queta dinastia di Savoia, senza la quale né le fatidiche audacie di Mazzini, né il senno del sommo Statista, né la spada di Garibaldi, né gli eserciti della Francia alleati ai nostri, avrebbero bastato a darci una patria libera e una. Tornando a Cavour non si rinunzia a nessun alto ideale per l’avvenire e per la magnifica grandezza della patria nostra; si intende anzi a tesoreggiarlo e custodirlo come un sacro deposito(154).

Chiuse la sfilata retorica Nathan, a cui spettò il compito di ricondurre la commemorazione patriottica entro gli schemi consolidati della visione conciliatorista, con un breve elogio dello statista e degli altri padri della patria, utile a rammentare ai presenti il gemellaggio ideale tra Torino e Roma che trovava proprio in Cavour il suo trait d’union(155).

Degna conclusione della festa fu infine il banchetto delle autorità, trionfo della ritualità notabilare che suggellò una celebrazione grandiosa, priva di pecche apparenti. Lo spirito patriottico e conviviale fu turbato solo in parte da una polemica, subito rientrata, di cui fu responsabile Marcora. Inebriato dal buon vino – ipotizzava la stampa –, il radicale aveva rievocato i tempi passati, suggerendo una certa somiglianza tra le repressioni del periodo carloalbertino e il pestaggio subito in prima persona nei giorni successivi al regicidio del luglio 1900. Un’uscita infelice prontamente smorzata dagli altri convitati, decisi a evitare scomodi diverbi in un’occasione di festa che, nelle intenzioni degli organizzatori, doveva presentarsi priva di tensioni, rancori, ostilità(156). Nell’agosto del 1910 non vi era spazio per rivangare i momenti critici del passato, remoto o recente che fosse.

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152 Solenne commemorazione, cit., pp. 53-54.

153 Ivi, p. 58.

154 Ivi, pp. 61-73.

155 Ivi, pp. 75-77.

156 Due discorsi disgraziati. “Avvolgimenti bui” e “congiure di Montecatini”, «Il Momento», 12 agosto 1910; La trama politica, «L’Ora», 12 agosto 1910; Per una pretesa “gaffe” di Marcora a Torino. Echi della congiura di Montecatini, «Gazzetta del Popolo», 12 agosto 1910; in merito all’evento del luglio 1900, cfr. A. Galante Garrone, I radicali in Italia (1849-1925), Garzanti, Milano 1973, p. 359.

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Santena, la nuova «Mecca d’Italia»

La giornata ufficiale del 10 agosto si concluse lasciando il campo agli intrattenimenti disposti dal municipio, culminati nelle luminarie offerte alla cittadinanza in serata. Seguì quindi la cerimonia di Santena di domenica 14 agosto, giorno dedicato alla manifestazione “popolare” del centenario. Ancora una volta, si trattò di una nuova edizione del pellegrinaggio nazionale che si svolse secondo il programma più volte applicato nei decenni precedenti: ritrovo dei pellegrini nei pressi della stazione di Porta Nuova, gita in treno fino a Cambiano, passeggiata in corteo con accompagnamento di bande e musiche fino al castello di Santena, visita della tomba e del castello, banchetto nel parco della tenuta. A differenza delle ultime edizioni, la commemorazione del 1910 presentò numeri decisamente ragguardevoli. Secondo le fonti, parteciparono al pellegrinaggio circa 1600 persone, comprendenti privati cittadini, deputati, veterani, studenti, operai e un buon numero di donne che resero necessario l’allestimento di un treno di 15 vagoni; tra le varie associazioni operaie e militari rappresentate, si contavano ben 90 bandiere. La deputazione milanese era costituita da più di 300 persone guidate da Cesare Gallotti, commissario prefettizio del capoluogo, recentemente subentrato a Gabba, e dal presidente del comitato Garbarino. Ai cronisti si presentava uno spettacolo assai variopinto. Come raccontava l’entusiasta corrispondente della «Gazzetta del Popolo», al binario del treno si era accalcata una «fiumana», animata dai dialetti di tutto il Paese; tra i reduci, gli anziani garibaldini in camicia rossa e i veterani bersaglieri si intrattenevano amichevolmente con le autorità e i popolani(157). Era a tutti gli effetti l’immagine di una patria unita e riconoscente che andava oltre le simpatie, le esperienze, le affiliazioni individuali:

No, non dicasi che la nostra generazione non sente come quella che ha vissuto i tempi eroici, non dicasi che il nome dei grandi uomini non faccia vibrare l’anima italiana; ieri Torino, anzi l’Italia hanno dato una solenne smentita a queste affermazioni. Giovani e vecchi fraternizzavano: abbiamo visti molti che non nascondono i loro sentimenti repubblicani partecipare al corteo e rendere omaggio alla tomba del grande: abbiamo visto il drappello garibaldino inchinarsi a chi aveva dato la mente per la patria(158).

Raccoltisi attorno alla tomba di Cavour in quella Santena che Teofilo Rossi non esitava a definire la nuova «Mecca d’Italia», i pellegrini resero il consueto omaggio con la deposizione di corone metalliche e floreali, avvenuta alla presenza di Adele Alfieri di Sostegno e di Giovanni Visconti Venosta, rappresentanti della famiglia a nome del marchese Emilio. Seguirono quindi i discorsi delle maggiori autorità, tra le quali il sindaco del paese Cavaglià, il sindaco di Torino, i milanesi Gallotti e Garbarino che lasciarono infine la parola all’oratore della giornata, Cesare Ferrero di Cambiano. Riconfermato deputato del V collegio locale, il marchese intrattenne il pubblico con una lunga commemorazione, illustrante «la grande impresa della redenzione d’Italia» incarnata dalla vita di Cavour. Un discorso convenzionale, imperniato sui temi cardine cari alla tradizione moderata, che attestava una vulgata ormai matura, solida, frutto della commistione di idealità e spirito pragmatico riscontrabili nel personaggio, «una figura

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157 Il pellegrinaggio Lombardo-Piemontese alla tomba di Cavour a Santena, «La Stampa», 15 agosto 1910; La commemorazione centenaria di Cavour a Santena, «Gazzetta del Popolo», 15 agosto 1910.

158 Ibid.

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[…] troppo radiante perché qualche ombra la offuschi»(159). Critiche e avversioni di parte non potevano più scalfire la «serenità del giudizio» che, a distanza di cinquant’anni dalla morte, consentiva di portare le migliori rappresentanze della nazione sulla tomba di Cavour. Nell’occasione del centenario, la ritualità del pellegrinaggio, riproposta ancora una volta come esercizio di pedagogia patriottica destinato a perpetuarsi «nei secoli a venire», decretava senza mezzi termini la grandezza dello statista, sul cui sepolcro i posteri avrebbero dovuto giurare fede nella libertà e nell’unità «per la quale egli a[veva] operato con tanto amore e tanto intelletto»(160).

La commemorazione si concluse quindi con il banchetto per 700 invitati allestito all’ombra dei pioppi, occasione conviviale che confermava l’immagine del Paese unito, privo di contrasti interni, in cui anche il senatore Cavalli, reduce dei Mille, innalzava elogi alla figura di Cavour. Il pranzo rinsaldò il legame fraterno tra Torino e Milano, esemplificato – sottolineava Gabba – dalla cittadinanza onoraria milanese conferita allo stesso Cavour nel 1860 e attestata dalla pergamena esposta nelle stanze del conte(161). Tra brindisi e congratulazioni reciproche, la seconda giornata di festeggiamenti terminò con il ritorno a Torino di autorità e rappresentanze.

Vercelli

Ultima tappa del centenario fu l’evento organizzato a Vercelli presso il teatro Politeama. In tal caso, si trattò di una commemorazione di tutt’altro tono, a tratti “provinciale”, con la quale si rese omaggio alla declinazione locale di Cavour. Infatti, dopo giorni di cerimonie “nazionali” incentrate sullo statista Tessitore dell’Italia unita, la festa vercellese fu dedicata interamente al Cavour agricoltore, al possidente terriero che con la propria attività aveva contribuito allo sviluppo economico dell’area, al miglioramento delle condizioni e alla modernizzazione delle tecniche agricole(162). Una celebrazione senza dubbio distante dall’alta idealità patriottica che aveva contraddistinto le altre feste, ma che appariva in linea con le manifestazioni organizzate in passato dalla comunità di Vercelli, riconoscente nei confronti di Cavour innanzitutto come imprenditore – lettura confermata anche dal celebre monumento cavouriano dedicato al patrocinatore della Società di irrigazione.

Su questi temi in particolare si soffermò il senatore Faldella con la sua conferenza intitolata Il coltivatore di Leri. Benché non privo di riferimenti alla vita pubblica del conte, il discorso sviscerava i dettagli della vita agreste di Cavour. All’immagine del grande statista si affiancava e si sovrapponeva, suggerendo la contiguità tra l’attività politica e la pratica imprenditoriale, la figura del possidente terriero che si aggirava sorridente per i campi, ovvero «il giardiniere d’Italia» tanto versato negli affari quanto nella risoluzione delle questioni nazionali(163).

Le ultime tappe del rito vercellese videro quindi la partecipazione dei convenuti al banchetto e la sfilata in corteo delle autorità locali, delle associazioni e dei privati

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159 Solenne commemorazione, cit., p. 119.

160 Ivi, p. 120.

161 La commemorazione centenaria di Cavour a Santena, «Gazzetta del Popolo», 15 agosto 1910.

162 Il corteo popolare al monumento di Cavour, ivi, 16 agosto; Un ritratto di Cavour agricoltore. La commemorazione a Vercelli. L’inaugurazione del monumento ad Antonio Borgogna, «La Stampa», 16 agosto 1910; Spigolature, «L’Unione», 20 agosto 1910.

163 Solenne commemorazione, cit., p. 177; il discorso è riportato anche in G. Faldella, Piemonte ed Italia. Rapsodia di storia patriottica, S. Lattes & C., Torino 1911, pp. 101-186.

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cittadini fino al monumento di piazza Cavour, ai cui piedi le società coinvolte deposero due corone di fiori a nome del Comune e della Società di irrigazione. Il sipario sulle intense giornate piemontesi calò quindi alla sera del 15 agosto, quando la città fu illuminata a giorno suscitando «gaiezza e animazione» nei cittadini(164).

Una festa nazionale

Mentre a Torino si riuniva idealmente l’Italia intera, la stampa nazionale diede inizio a una campagna celebrativa senza precedenti. Tra il 5 e il 20 agosto, infatti, giornali, periodici e riviste dedicarono ampio spazio all’anniversario per mezzo di articoli commemorativi, brevi biografie, elogi e panegirici dedicati alla figura di Cavour, la cui effige – desunta da ritratti o caricature – era riprodotta spesso a corredo del testo, dando visivamente forma a una galleria di immagini.

Il 10 agosto fu un tripudio di celebrazioni. Titoli altisonanti campeggiarono sulle prime pagine dei maggiori quotidiani che modularono l’euforia patriottica, inscritta nella visione conciliatorista, senza rinunciare all’attualità stringente dell’esempio cavouriano. In Piemonte, «La Stampa» esaltava senza mezzi termini «l’uomo universale» a cui guardare in un periodo storico contraddistinto da rinnovate tensioni sul piano interno e su quello internazionale; «La Gazzetta del Popolo» pubblicava un ritratto di Cavour circondato dal celebre motto Perisca il mio nome, perisca la mia fama purché l’Italia sia; in provincia, i periodici locali facevano eco proponendo panegirici, articoli, aneddoti(165). I giornali liberal-moderati si univano al clima di festa. Il «Corriere della Sera» tesseva le lodi del «sagace Ulisse» che, in mezzo a tanti Achilli, Ajaci e Agamennoni, aveva vinto la guerra della «nostra Iliade»; «La Nazione», «La Gazzetta di Venezia» e «L’Ora» siciliana dedicavano una fitta pagina alla vita e alle opere di Cavour, proponendone una lettura libera dagli eccessi di parte(166). Un’efficace strategia comunicativa fu messa in atto da «Il Giornale d’Italia» che restituì icasticamente il coro di voci unanimi, a prescindere dall’appartenenza politica, pubblicando in prima pagina i giudizi sullo statista formulati da esponenti del mondo politico-letterario e ripubblicati da buona parte della stampa nazionale. Sulle colonne del foglio, infatti, le parole di Visconti Venosta, Gaspare Finali, Isidoro Del Lungo, Antonio Fogazzaro, Raffaele de Cesare, Giustino Fortunato, Guido Mazzoni e Pietro Chimienti si susseguivano dando fisicamente corpo alla visione conciliatorista: aspetto non secondario, accanto alle opinioni di eminenti liberali figurarono infatti anche i giudizi positivi di Salvatore Barzilai e di Turati («fu della borghesia patriottica il primo e massimo riformista»)(167).

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164 Un ritratto di Cavour agricoltore, «La Stampa», 16 agosto 1910.

165 L’uomo universale, ivi, 10 agosto 1910; Festa nazionale pel centenario di Camillo Cavour, «Gazzetta del Popolo», 10 agosto 1910; Le festa nazionale di domani 10 agosto, «L’Azione novarese», 9 agosto 1910; Nel primo centenario della nascita di Cavour, «La Sentinella della Alpi», 11 agosto 1910; Il conte di Cavour, «Gazzetta di Biella», 10-11 agosto 1910; Gazzettino e fatti vari. Cavour, «Gazzetta di Mondovì», 10 agosto 1910; Nel centenario della nascita di Camillo Cavour, «L’Arco», 12 agosto 1910; Cavour, «Il Progresso di Valle Macra», 13-14 agosto 1910; Nel centenario di Cavour, «La Bollente», 11 agosto 1911.

166 L’Artefice del Risorgimento italiano nel centenario della nascita, «Corriere della Sera», 10 agosto 1910; Nel centenario della nascita di Cavour, «La Nazione», 10 agosto 1910; Nel centenario della nascita di Camillo Benso di Cavour, «La Gazzetta di Venezia», 10 agosto 1910; Il conte di Cavour, «L’Ora», 10 agosto 1910.

167 L’opera e la gloria di Camillo Cavour. Cavour dinanzi alla cultura e alle dottrine politiche d’Italia. Giudizi e impressioni, «Il Giornale d’Italia», 10 agosto 1910.

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All’estero, l’anniversario godette di buona stampa. Tra i periodici dell’emigrazione italiana, a Parigi, «Il Risveglio Italiano» celebrava la ricorrenza con grande enfasi; a San Francisco, «L’Italia» trattava il tema proponendo articoli commemorativi e resoconti dei festeggiamenti torinesi. In Francia e Inghilterra quotidiani e riviste liberali si associavano al clima di festa: il «Daily News» e la «Westminster Gazette» esaltavano l’esempio virtuoso del liberalismo italiano; «Le Temps» pubblicava un ritratto biografico brillante, mentre «La Nouvelle Revue» rimpiangeva la morte dello statista che, qualora fosse sopravvissuto ancora per qualche anno, avrebbe legato saldamente i destini di Italia e Francia a beneficio di entrambe. In Svizzera, la «Gazette de Lausanne» raccontava le celebrazioni piemontesi e riproponeva alcuni passi della biografia di De La Rive(168). In ossequio alla Triplice Alleanza, buona parte dei quotidiani tedeschi dedicava un articolo in prima pagina a Cavour, il «Bismarck d’Italia»; anche in Austria-Ungheria la stampa ministeriale rendeva omaggio all’avversario del secolo passato ripercorrendone la biografia(169).

Nei capoluoghi di provincia, le testate locali esaltavano il Sommo statista proponendo spesso citazioni, aneddoti, lettere e discorsi parlamentari di Cavour(170). Consapevole della scarsa popolarità del personaggio – autentico refrain dell’ultimo decennio – la stampa periodica indugiava sulle ragioni dell’apparente disinteresse e rilanciava la figura del conte, sottolineandone le doti, il valore e l’opera politica, ritenuta puntualmente superiore a quella di Bismarck(171). Nei giorni successivi al 10 agosto, i quotidiani nazionali e locali narrarono la cronaca della cerimonia torinese, i cui echi sembravano ingrandire ancor di più le dimensioni reali della festa(172). Anche la stampa illustrata dedicava ampio spazio a Cavour, come fece «L’Illustrazione italiana» del 7 agosto pubblicando un lungo articolo di Alfredo Comandini e una sorta di biografia per immagini dello statista, corredata di ritratti, bozzetti, busti, riproduzioni fotografiche delle residenze del conte e del sepolcro di Santena; la «Domenica del Corriere» offriva una rassegna fotografica dei «luoghi cari al grande statista»; con un mese di anticipo, «Il Pasquino» riproponeva alcune delle migliori caricature di Teja e sfogava la fantasia

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168 «Il Risveglio italiano», 21 agosto 1910; Cavour commemorato in Italia, «L’Italia», 12 agosto 1910; «Daily News», 11 agosto 1910; Notes of the Day, «Westminster Gazette», 11 agosto 1910; The Centenary of Cavour, «Evening Mail», 12 agosto 1910; Nouvelle de l’Étranger. Le centième anniversaire de la naissance de Cavour, «Le Temps», 11 agosto 1910; Le centenaire de Cavour, 12 agosto 1910; R. Raqueni, Le centenaire de Cavour, in «La Nouvelle Revue», 1° settembre 1910, pp. 136-140; Le centenaire de Cavour, «Gazette de Lausanne», 11 agosto 1910; La mort de Cavour, 12 agosto 1910.

169 Cavour «Norddeutsche Allgemeine Zeitung», 10 agosto 1910; Italiens Bismarck. Zum 100järigen Geburtstage von Camillo Cavour, «Berliner Abendpost», 10 agosto 1910; Cavour, «Neue Freie Presse», 10 agosto 1910; Der hundertste Geburtstag Cavours, «Grazer Volksblatt», 11 agosto 1910.

170 Si trattava sovente degli aneddoti raccolti da Ghiron. Cfr. Cavour, «Il Moschettiere», 10 agosto 1910; Aneddoti sulla vita di Cavour, «L’Unione sarda», 9 agosto 1910; Nel centenario cavouriano. Un libro di aneddoti, «Gazzetta di Biella», 10 agosto 1910.

171 Camillo Benso Conte di Cavour, «L’Unione sarda», 10 agosto 1910; Camillo Benso di Cavour (1810-1910), «Gazzetta di Venezia», 10 agosto 1910; a livello locale in Piemonte, Alla memoria di Cavour, «Unione popolare», 17 agosto 1910.

172 L’Italia a Camillo Cavour. La solenne glorificazione a Torino, «La Nazione», 11 agosto 1910; Il centenario della nascita di Camillo Cavour, «Gazzetta provinciale di Bergamo», 11-12 agosto 1910; Nel I centenario della nascita del conte Camillo di Cavour, «Corriere di Reggio», 11 agosto 1910; Nel centenario della nascita del maggior Artefice dell’unità italiana, «Il Cittadino di Brescia», 11 agosto 1910; Il centenario di Camillo Cavour, «Il Piccolo», 14 agosto 1910.

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esaltando il defunto «gigante»(173). In agosto, il giornale avrebbe dedicato un numero apposito alle feste cavouriane.

Favorevoli al clima di diffuso patriottismo, anche gli organi estranei alla tradizione liberale ortodossa partecipavano alla festa nazionale. I mutati equilibri politici e le necessità del momento avevano relegato spesso in secondo piano i contrasti ormai noti, favorendo riavvicinamenti non così scontati sul piano simbolico(174). La convergenza tra moderati e cattolici liberali si coglieva nell’immagine positiva presentata da alcune testate, complici gli articoli del marchese Filippo Crispolti pubblicati su «Il Momento» di Torino e sul bolognese «L’Avvenire d’Italia». Ne derivava l’immagine di un mondo cattolico disposto ad accogliere i frutti del laicismo ottocentesco e riconoscere in Cavour l’uomo di genio, implicitamente superiore al «barbaro Bismarck»(175). In poche parole, doveva ormai apparire chiaro a tutti come

l’uomo prodigioso […] che dominò la Corte, il parlamento, i volontari, i rivoluzionari; che all’azione di molti, altrimenti dispersa e nulla, dette l’ubi consistam fu Camillo Cavour. […] si riconosca che quanto al valore spiegatovi egli è il vero grande uomo della rivoluzione italiana. Se non fosse nato, i nomi degli altri primi li ricorderemmo appena; l’opera loro non avrebbe lasciato notevoli tracce di sé. E mentre tutti gli altri avrebbero potuto essere soppiantati da colleghi egli solo non lo avrebbe potuto. Poiché non pure fra i contemporanei, ma nemmeno nella storia italiana degli ultimi secoli si trova un altro uomo politico paragonabile a lui(176).

Le parole di Crispolti, espressione della corrente più liberale, davano voce alle opinioni ormai condivise da buona parte del movimento cattolico e i riflessi si coglievano anche nella stampa locale di quei giorni(177).

Sentimenti favorevoli emergevano anche a Sinistra, dove l’anniversario cavouriano suscitava un certo interesse, spesso velato di polemica nei confronti degli eredi dello statista. Benché presto oscurato da vicende che assorbirono la stampa socialista, primo tra tutti l’eccidio di Bari avvenuto proprio il 10 agosto, la festa non poté essere del tutto ignorata. Privo di fronzoli retorici, sempre attento all’aspetto materiale della realtà, «L’Avanti!» celebrava il centenario a proprio modo, soffermandosi sulla questione sociale e dedicando quindi un primo articolo alla politica economica italiana del passato, di cui il conte era ritenuto il massimo esponente. Ne emergeva a chiare lettere il ritratto di un uomo pratico realmente interessato alle condizioni dei ceti più umili e quindi ammirato per aver avviato, con «una fede e una profondità di vedute» rare a trovarsi, il Piemonte feudale sulla strada della prosperità e del progresso civile, processo interrotto soltanto dalla morte dello statista(178). In un secondo momento, il giornale operò un confronto tra liberismo cavouriano e protezionismo italiano, elogiando i provvedimenti economici promossi dal conte e condannando la dottrina dei dazi

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173 Per il centenario di Camillo Cavour, «L’Illustrazione italiana», 7 agosto 1910; Nel I centenario della nascita di Camillo Cavour. I luoghi cari al grande statista, «Domenica del Corriere», 7-14 agosto 1910; Cavour nella caricatura di Teja, «Il Pasquino», 7 luglio 1910.

174 Cfr. M. G. Rossi, Le origini del partito cattolico, Editori Riuniti, Roma 1975.

175 Cavour, Bismark d’Italia? Nel centenario della sua nascita, «L’Avvenire d’Italia», 10 agosto 1910.

176 Pel centenario di Cavour, «Il Momento», 10 agosto 1910.

177 Cfr. Alla memoria di Cavour, «Unione popolare», 10 agosto 1910; Nel 1° centenario della nascita di Camillo Cavour, «L’Ancora», 12 agosto 1910.

178 Camillo Cavour e la politica economica italiana, «L’Avanti!», 7 agosto 1910.

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reintrodotta a fine secolo(179). Anche «La Battaglia», organo della federazione socialista umbra, si univa alle lodi e invitava l’intero proletariato italiano a partecipare «in un’onda sincera di entusiasmo e di fede»(180).

Sul versante repubblicano alcune reazioni furono positive. Deposti gli antichi rancori, si preferì rendere omaggio al personaggio in sé e non alla tradizione politica dei suoi eredi, da cui si prendevano le distanze. Preferendo «dire di lui le cose migliori», «La Ragione» si soffermava sulla promozione del libero scambio e la lotta al clericalismo, questione esaltata con enfasi anche da «L’Azione democratica»(181). Tema questo di una certa attualità – si pensi all’azione dei “blocchi popolari” che guidavano i comuni di varie città – sottolineato dalle culture politiche laiche, radicali e liberali che, proprio in quei giorni, assistevano con interesse all’imitazione della linea cavouriana in Spagna, dove il primo ministro Canalejas stava tentando di promuovere la separazione definitiva tra Stato e Chiesa(182). Tra il compiacimento generale, il cavourismo di cui tanto si sproloquiava nelle aule pareva avere una ricaduta concreta nel nuovo secolo.

Un centenario per tutti?

Alle feste torinesi fece corona ideale una serie di manifestazioni patriottiche, diffuse in tutta la Penisola. Per la prima volta dai tempi della morte di Cavour, l’omaggio al Tessitore sembrò realmente unire la comunità italiana. Sulla presunta spontaneità della celebrazione gravava senza dubbio il carattere di obbligatorietà sancito per legge dal Parlamento, motivo per cui è lecito supporre che la festa nazionale non potesse essere ignorata del tutto dai municipi, grandi o piccoli che fossero. D’altronde, i timori dei più cauti non erano venuti meno con l’approssimarsi della festività e l’organizzazione apparentemente grandiosa del centenario(183). Il modesto grado di mobilitazione mostrato dal popolo italiano in occasione delle ricorrenze cavouriane precedenti lasciava supporre sentimenti tiepidi nei confronti dell’anniversario più solenne. In ogni caso, municipi e istituzioni parvero dare una prova soddisfacente. La panoramica della stampa di quei giorni restituisce infatti l’immagine di un’Italia imbandierata, quasi sospesa nella calura estiva per celebrare Cavour. Nella maggior parte dei casi negozi e attività commerciali chiusero i battenti, i principali capoluoghi furono addobbati a festa. Su modello torinese, in molte località edifici pubblici e privati esposero bandiere e festoni tricolori: così si presentavano Milano, Bologna, Firenze, Napoli, Lecce, Brescia, Siena, Faenza, Reggio Emilia, Lodi, Intra, Mantova, Bergamo, Cuneo, Biella(184). A Napoli l’artiglieria di Castel dell’Ovo e della flotta ormeggiata al largo della città diede inizio alle salve in mattinata, così come a Genova e La Spezia, dove la corazzata Conte di

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179 Liberismo cavouriano e protezionismo italiano. Per la commemorazione di Camillo Cavour, ivi, 8 agosto 1910.

180 Camillo Benso di Cavour, «La Battaglia», 13 agosto 1910.

181 Il centenario di Cavour, «La Ragione», 11 agosto 1910; Cavour e la politica ecclesiastica, «L’Azione democratica», 14 agosto 1910; cfr. anche Camillo Cavour, «Il Corriere Mugellano», 14 agosto 1910.

182 Camillo Benso conte di Cavour, «La Sveglia», 13 agosto 1910; Spagna ed Italia. A proposito delle onoranze a Cavour, «L’Idea radicale», 17 agosto 1910.

183 Camillo di Cavour, «Il Popolo romano», 10 agosto 1910; Nel centenario di Camillo Benso di Cavour, «Il Messaggero», 10 agosto 1910.

184 Tra i vari, Cronaca cittadina, «Gazzetta di Mantova», 10 agosto 1910; Corrispondenze. Da Sestri Levante. Il X agosto, «Il Mare», 13 agosto 1910 e Corrispondenze. Da S. Margherita Ligure, 20 agosto 1910; Il centenario della nascita, «Eco del popolo», 15 agosto 1910; un quadro generale è proposto in La buona giornata. Nelle altre città italiane, «Gazzetta del Popolo», 11 agosto 1910.

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Cavour, ancora in cantiere, fu omaggiata dalle autorità civili e militari. Le giunte municipali pubblicarono proclami e manifesti commemorativi, mirati a promuovere la partecipazione dei cittadini alle celebrazioni locali. L’eccezionalità della ricorrenza fu celebrata spesso con concerti di orchestre e bande musicali tenuti nelle pubbliche piazze, a loro volta illuminate in serata. Là dove presenti, statue, busti e iscrizioni cavouriane furono omaggiati da corone di fiori, ritualità celebrate a Genova, Milano, Roma, Padova, Verona, Siena, Santa Margherita Ligure; ovunque i circoli monarchico-liberali si mobilitarono per offrire un tributo minimo alla memoria di Cavour, se non per organizzare iniziative più ambiziose(185). Il municipio di Torino ricevette telegrammi di congratulazioni da parte di Comuni e associazioni(186). La ventata di rinnovato patriottismo si manifestava anche in luoghi più decentrati ma rilevanti dal punto di vista simbolico: a pochi chilometri dal confine austriaco, i militari del 1° reggimento d’artiglieria stanziati nella fortezza di Pieve di Cadore omaggiarono la ricorrenza con salve di cannone e la deposizione di corone ai piedi del busto di Cavour(187). A Buenos Aires, la sezione locale della Dante Alighieri organizzò un incontro a cui parteciparono la comunità di immigrati e la rappresentanza diplomatica(188).

Alcune cerimonie più articolate si svolsero nei principali capoluoghi del Paese. A Milano, il Comitato per le onoranze cavouriane diretto da Gabba e Garbarino patrocinò un evento commemorativo presso il municipio, a Palazzo Marino, per inaugurare una lapide in ricordo della cittadinanza onoraria milanese conferita a Cavour(189). A Firenze, il Comune omaggiò con una corona di fiori la lapide collocata in Santa Croce; a Genova, Giovanni Borelli tenne una conferenza presso il teatro Carlo Felice; a Siena, sindaco e giunta presenziarono alla cerimonia celebrata nella Sala degli Arazzi del palazzo civico; il municipio livornese promosse un discorso celebrativo presso il teatro locale Politeama, pronunciato dal deputato Dario Cassuto(190). Il successivo 20 settembre Borelli illustrò per un’ora e mezza l’opera del proprio idolo dinanzi a un pubblico numeroso, folto di «balde e giovani energie», presso il Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze(191). Negli stessi giorni, l’esordio dell’anno scolastico 1910-

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185 La cronaca di Genova, «Il Lavoro», 9 agosto 1910; Echi d’una festa patriottica, «Il Mare», 20 agosto 1910.

186 Nel centenario di Camillo Benso di Cavour, «Il Messaggero», 10 agosto 1910; Archivio Storico di Padova, Fondo atti amministrativi per categorie, f. 25, Centenario Cavour, minuta di F. Giusti a Teofilo Rossi, 10 agosto 1910.

187 Cavour commemorato in Italia e all’estero, «Il Momento», 12 agosto 1910.

188 Cfr. Cavour commemorato a Buenos-Ayres, «Il Lavoro», 12 agosto 1910.

189 «Esultante per la libertà riconquistata / Il Consiglio Comunale di Milano / Nell’adunanza del XXX Aprile MDCCCLX / acclamava cittadino d’onore / di questa metropoli provata al lungo sacrificio / e all’eroica riscossa / Camillo Benso di Cavour / Nel I Centenario dalla nascita del Sommo Statista / X Agosto MCMX». In Milano per Cavour. Una lapide a palazzo Marino, «Corriere della Sera», 10 agosto 1910.

190 Gli italiani a Camillo Cavour. La cerimonia di ieri in S. Croce, «Il Nuovo giornale», 11 agosto 1910; Cronaca di Genova, «Il Lavoro», 9 agosto 1910; Il centenario della nascita di Cavour, «L’Unione sarda», 11 agosto 1910; Cose locali. Per il centenario della nascita di Cavour, «Il Libero cittadino», 12 agosto 1910; Commemorazione di Camillo Cavour. Discorso dell’on. Dario Cassuto, Off. Tipografica P. Ortalli, Livorno 1910; relativamente al ruolo politico della Dante Alighieri, cfr. B. Pisa, Nazione e politica nella Società “Dante Alighieri”, Bonacci, Roma 1995.

191 G. Borelli, Discorsi, cit., p. 272-286.

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1911 venne salutato a Milano con una conferenza dedicata al binomio Cavour-Manzoni(192).

Nonostante le apprensioni di coloro che temevano una celebrazione sotto tono, l’anniversario cavouriano sembrava aver rispettato i migliori pronostici. Tra conferenze, sfilate e intrattenimenti vari, risultarono apprezzabili le parole dell’anonimo popolano il quale, dinanzi al trionfo di luci e colori imbastito dalle istituzioni, avrebbe esclamato «peccato che i centenari vengano soltanto ogni cento anni!»(193).

L’Italia in festa descritta dai cronisti corrispondeva solo in parte alla realtà. A fronte delle manifestazioni esteriori, non furono in pochi ad avvertire l’artificiosità delle cerimonie. Infatti, per alcuni osservatori imbandierare edifici e strade non sembrò sufficiente a compensare un deficit di popolarità percepito diffusamente. Certo – notava «Il Messaggero» – le feste di Torino colpivano per grandiosità e solennità; tuttavia,

per molti segni […] la cerimonia locale […] non sembra destinata a riassumere tutta l’anima della penisola. Vero che il Parlamento sanzionò questo 10 agosto – il dì natale di Camillo Benso di Cavour – “festa nazionale”; ma ove se ne tolgano alcune insignificanti dimostrazioni di carattere meramente e freddamente burocratico, le cento e cento città d’Italia paiono assenti dalle feste commemorative di Torino e del Piemonte. Perché l’orario festivo degli uffici municipali, il maggior getto delle fontane, l’apposizione di qualche ghirlanda, l’illuminazione di qualche edificio, il programma hors d’oeuvre di qualche concerto musicale non sono certo le forme più espressive di un caloroso consenso della moltitudine(194).

Alle radici della questione si riscontrava dunque una sorta di «anestesia sentimentale» da parte del popolo italiano, sicuramente poco affascinato dall’accordo di Plombières, dalla politica di gabinetto e dalle disquisizioni teoriche su Stato e Chiesa. La responsabilità di tale disaffezione era però imputata alla classe dirigente moderata «obliosa e degenere», colpevole di imbottire con la retorica i concetti cavouriani senza volerli applicare, contribuendo in tal modo all’impopolarità del personaggio. Si rimproverava dunque un uso pubblico spregiudicato di Cavour, chiamato in causa a seconda delle esigenze per incensare l’opera dei partiti liberali consapevoli della distanza incolmabile che li separava dal modello. Il trionfo di affermazioni, elogi e panegirici pronunciati nell’agosto 1910 era dunque avvertito nella sua strumentalità da alcuni liberali e alcune culture politiche le quali, spesso ben disposte nei confronti del Tessitore, ritenevano doveroso scindere la celebrazione di Cavour da quella del mondo moderato(195).

La polemica trovava riscontro, per esempio, nell’uso pubblico del mito cavouriano a Firenze, dove, a ridosso delle elezioni amministrative, l’Unione Liberale tentava di arginare lo schieramento bloccardo mobilitando in prima linea il Tessitore, ritenuto creatore del «vero» blocco nazionale patriottico. Una mossa che indignò i socialisti fiorentini per la «sfacciataggine» dei liberali che, accordatisi con i cattolici, tradivano

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192 M. Scherillo, Manzoni e Cavour: discorso letto per l'inaugurazione dell'anno scolastico 1910-1911 nell'aula magna della Regia Accademia Scientifico-Letteraria di Milano dal professore Michele Scherillo, Stab. Tip. Renato Romitelli e C., Milano 1911.

193 Gli aneddoti della vita di Cavour, «Corriere della Sera», 12 agosto 1910.

194 Nel centenario della nascita di Camillo Benso di Cavour, «Il Messaggero», 10 agosto 1910.

195 I due Cavour, «Il Socialista», 11 agosto 1910; A Cammillo di Cavour. X agosto 1810-X agosto 1910, «Il Ponte di Pisa», 7 agosto 1910.

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gli ideali di Cavour e attaccavano i pilastri del laicismo, nonché della democrazia(196). Le critiche accese, però, non erano limitate allo scontro tra avversari politici. Anche all’interno del mondo moderato sorse presto una polemica destinata ad avere vasta eco, a cui aveva dato avvio la sezione romana del Partito Giovanile Liberale. Indignati dalla retorica vuota dei governanti, i giovani moderati della capitale avevano pubblicato un manifesto, un’aperta denuncia dell’appropriazione indebita di Cavour a cui si assisteva in quei giorni:

Ci riconosciamo, fra e sovra quanti altri si affollano oggi a recitar ditirambi sull’ara di Santena, il diritto di non frammischiarci alla varia e troppa gente di tutte le bandiere e di ogni inafferrabile definizione, la quale esulta in giubilo e prodiga ghirlande metaforiche. Non che ci punga il miserevole desiderio di costringere il nome e la memoria di Camillo di Cavour entro il cilicio di una piccola impresa di scuola. Non siamo nutriti di spirito avvenirista e però teniamo un puro onore i principii e le virtù della libertà. Camillo di Cavour non può ridursi all’insegna convenutale o faziosa di settatori. […] noi oggi vi gridiamo, cittadini d’Italia, la inanité, la miseria, l’inverecondia di una celebrazione cui non seguano opere di ripristino, di fedeltà ideale, di liberazione civile. L’unità politica pensata da Camillo Cavour […] doveva alimentarsi di una virtù onnipossente: la coscienza dell’esser nostro nel mondo e di un principio creatore e ordinatore della ricchezza, della giustizia, della forza materiale e morale: il liberismo. La coscienza supponeva la mente storica: il principio conteneva l’economia redentrice della libertà. I due termini furono rinnegati ad opera di un trentennio di rinunzie, di accattonaggio, di baratteria politica: ora è tempo venuto che la mala parentesi si chiuda(197).

Stampato per essere affisso il 10 agosto nelle strade di Roma, il proclama venne ritirato dalla questura. Pertanto, di propria iniziativa i giovani liberali annullarono la manifestazione prevista per il pomeriggio del 10 agosto, ridotta a una cerimonia modesta celebrata ai piedi della statua romana. Al momento attuale, non è possibile risalire ai responsabili reali della censura, riconducibili, in termini generali, ai funzionari dell’Interno: senza dubbio, coinvolto o meno nella questione, il governo non dovette gradire affatto la provocazione dei giovani borelliani che, non paghi, inviarono un telegramma di ironiche congratulazioni a Luzzatti, impegnato a celebrare il Cavour paladino della libera stampa(198). Sostanzialmente ignorato dai quotidiani liberali, che preferirono sorvolare sulla questione e smorzare polemiche nocive alla buona riuscita del centenario, il fatto suscitò l’indignazione degli altri periodici. In tal modo, radicali e socialisti si trovarono a solidarizzare con i censurati e rimproverare le istituzioni per un pessimo esercizio della liberalità cavouriana tanto decantata; anzi, gli stessi socialisti avrebbero voluto patrocinare la celebrazione mancata, salvo poi desistere per non essere accusati di usurpazione della memoria del Tessitore da parte dei liberali(199). La fronda interna al partito moderato aveva dunque colto un’occasione preziosa per riportare in primo piano i temi cari a una certa tradizione; tuttavia, il purismo dei borelliani cozzava contro l’opportunismo dei grandi notabili. Lungi dall’essere un’occasione di confronto utile a rilanciare l’attualità del pensiero di Cavour, il centenario pareva un espediente

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196 Cfr. la ricostruzione dell’evento in A. Gori, Tra patria e campanile. Ritualità civili e culture politiche a Firenze in età giolittiana, cit., pp. 103-110.

197 Il testo integrale del manifesto in G. Borelli, Discorsi, cit., pp. 352-355; fu riportato, spesso in completo, da alcuni quotidiani del tempo.

198 A Roma. La commemorazione in Campidoglio, «Il Messaggero», 11 agosto 1910.

199 Per la commemorazione di Camillo Cavour. Un manifesto vietato dalla questura!, «La Libera parola», 11 agosto 1910; Il manifesto del Partito Giovanile Liberale Italiano, «L’Unione sarda», 11 agosto 1910.

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per ribadire la linea dei vertici moderati, disposti a deformare i principii originali in base alle contingenze. Come dimostrava lo scontro di quei giorni e l’inconsistente discussione del fatto alla Camera nel dicembre successivo(200), il Torniamo a Cavour! di Luzzatti non coincideva affatto con quello di Borelli.

La presunta unità del Paese dinanzi alla figura di Cavour nascondeva in realtà alcune divisioni di lungo periodo, opportunamente celate dalla stampa ministeriale. Il centenario, infatti, esponeva la classe dirigente al tiro incrociato delle frange estreme che non risparmiavano frecciate all’ipocrisia del liberalismo. Se alcuni ambienti dell’Estrema preferirono obliterare del tutto la ricorrenza, altri coglievano l’occasione per attaccare il vecchio e il nuovo partito moderato. Tra gli irriducibili, ci fu chi, come il romagnolo «Lamone», non rinnegava la fede repubblicana e protestava contro la festa indetta per un «riottoso trainato dalla Rivoluzione»; la mazziniana «Terza Italia» condannava le feste cavouriane, espressione dell’odiata monarchia, celebrate senza il concorso popolare mentre a Bari le forze dell’ordine sparavano sui braccianti. Perlopiù disinteressati all’avvenimento, gli anarchici criticavano «l’osanna servile» dei moderati nei confronti del Gran ministro, responsabile della cessione di Nizza e Savoia(201). I socialisti più critici rilevavano la presenza in quei giorni di «due Cavour»: il Cavour del Risorgimento, omaggiato formalmente dalle istituzioni, e il Cavour «traslato in Curia», modellato a uso e consumo dei liberali favorevoli all’alleanza con i clericali(202).

L’avvicinamento tra conservatori non disinnescava però le vecchie tensioni, mai venute meno. Anche il mondo cattolico più retrivo esprimeva riserve dinanzi ai festeggiamenti. Riserve talvolta silenziose, come quelle del giornale «Vera Roma» che preferiva ricordare provocatoriamente il centenario della repubblica colombiana(203); riserve talvolta più polemiche, soprattutto se fomentate dalla Santa Sede. Infatti, l’11 agosto «L’Osservatore Romano» ribadì la posizione intransigente con l’articolo Una pregiudiziale sbagliata, utile a rinnovare la condanna del liberalismo «fedifrago ed ipocrita» e a sottolineare l’essenza anticlericale di Cavour. Si redarguivano dunque i cattolici più morbidi che rimpiangevano il Tessitore per la sua presunta moderazione, grazie alla quale si sarebbero evitate le degenerazioni del socialismo e dell’ateismo; mali imputabili – secondo la Curia – proprio al conte e ai suoi seguaci. Ne derivava quindi la logica (e allo stesso tempo paradossale) deduzione, secondo la quale «L’Asino» socialista e anticlericale fosse figlio diretto di Cavour, affermazione derisa dalla stampa repubblicana(204). Si trattava di dichiarazioni pesanti che, contestualizzate e sommate alle parole spese dai partiti estremi nelle stesse circostanze, consentivano di rilevare convergenze inedite, impensabili fino a qualche tempo prima. Collocato nel mezzo della disputa politica, paladino del juste milieu in vita così come in morte, Cavour poteva essere reinterpretato a seconda delle letture come anticlericale o come antisocialista, offrendo margini di dibattito sempre attuali.

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200 AP, Camera dei Deputati, XXIII legislatura, Discussioni, 2a seduta, tornata del 16 dicembre 1910.

201 Per un centenario, «Il Lamone» 11 agosto 1910; Ai nostri amici abbonati e collaboratori, «Terza Italia», 14 agosto 1910; L’apoteosi centenaria di Cavour, «L’Avvenire anarchico», 14 agosto 1910; simili atteggiamenti da parte repubblicana in Attorno al centenario di Cavour, «Il Pensiero Lariano», 7 agosto 1910.

202 I due Cavour, «Il Socialista», 11 agosto 1910.

203 «Vera Roma», 7 agosto 1910.

204 Una pregiudiziale sbagliata, «L’Osservatore romano», 11 agosto 1910; Sotto gualdrappe e cingoli, «Il Cacciatore delle Alpi», 14 agosto 1910; benché dissenzienti per molti aspetti, i redattori de «l’Asino» si dissero «lietissimi» dell’accostamento a Cavour. Cavour precursore dell’”Asino”, «L’Asino», 21 agosto 1910.

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Un bilancio agrodolce

A cerimonie concluse, giunse il momento dei bilanci. Quello celebrato nell’agosto 1910 era stato dunque un centenario a due facce. Da un lato, le feste ufficiali di Torino per una figura omaggiata dalla maggior parte del mondo politico, narrate con enfasi dalla stampa governativa. Dall’altro lato, le polemiche immancabili in merito all’uso pubblico di Cavour e i dubbi relativi alla spontaneità della devozione popolare.

Sul piano formale, si trattò senza dubbio di una manifestazione apprezzabile che aveva comportato un investimento simbolico e materiale significativo. Se si presta fede alle cronache del tempo, gli sforzi della classe dirigente non avevano lasciato nulla di intentato. Il sovrano, il governo e le più alte cariche dello Stato erano stati coinvolti nelle celebrazioni, conferendo solennità all’evento. L’istituzione per legge della festa nazionale aveva garantito l’estensione al Paese intero della ricorrenza, promossa in pur minima parte dalle istituzioni locali. Da nord a sud, le sfilate di personalità, i trionfi di colori e di luci, i tributi simbolici alle effigi di Cavour restituivano anche visivamente il tributo collettivo, celebrato secondo pratiche e ritualità consolidate. L’estesa campagna stampa a favore della ricorrenza, la mole di articoli commemorativi e i numerosi riferimenti a biografie, fonti, aneddoti cavouriani pubblicati sui periodici avevano dato ampia risonanza all’anniversario: dinanzi a una tale mobilitazione, l’opinione pubblica fruitrice di giornali avrebbe difficilmente ignorato il centenario, reclamizzato anche dai manifesti municipali. Per quanto concerne l’organizzazione e la promozione della festa, l’anniversario del 1910 poteva essere dunque considerato un successo, forse il primo vero successo globale della memoria cavouriana postuma. Apparentemente, le istituzioni non avevano motivo di recriminare sulla riuscita del centenario: l’impegno della classe dirigente era stato per molti aspetti impeccabile.

Restava tuttavia la sensazione di un festeggiamento abbastanza fittizio, freddo e distaccato. Ai fiumi di parole, infatti, non sembrava corrispondere il sentimento sincero dei governanti, il cui omaggio assumeva i tratti della formalità vuota, della pratica burocratica, del dovere imposto dalla vulgata patriottica. Al di là della sfilata in grande uniforme e dei giochi pirotecnici, restava ben poco dello spirito di Cavour. Anche l’evento più solenne riservava motivi di insoddisfazione, dovuta a una classe dirigente che esaltava il proprio idolo nella forma, prendendone le distanze nel concreto. Non vi era dunque nulla di nuovo: la celebrazione pubblica del mito cavouriano risultava ancora una volta velata di amarezza, un’amarezza ormai connaturata alla memoria del Tessitore. Il dato era colto efficacemente dalla caricatura che, proprio nei giorni di festa, raffigurava il gigante Cavour intento a guardare da altezze incomparabili i suoi adulatori «pigmei» e che, conclusa la baldoria, coperto di corone commemorative, si apprestava a tornare a letto, sicuro di non essere scomodato inutilmente per altri cento anni(205^.

Del resto, anche l’elogio quasi unanime da parte del mondo politico destava qualche perplessità nei cultori del cavourismo puro. Secondo i nostalgici moderati, la celebrazione nazionale aveva infatti comportato lo snaturamento del personaggio, i cui tratti peculiari risultavano sfumati, idealizzati in ossequio alla pedagogia patriottica dominante. Era questo l’aspetto “negativo” del conciliatorismo che i puristi della tradizione tanto deploravano. Così come i cattolici e i socialisti intransigenti, anche alcuni moderati guardavano con disgusto alla trasformazione del Tessitore nell’uomo di

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205 «Il Pasquino», 7 luglio 1910; cfr. anche Come il blocco onora Cavour, «Il Bastone», 14 agosto 1910.

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tutti partiti. Questione messa in luce su «La Stampa» da “Bergeret”, costretto a constatare la realtà dei fatti:

Ecco dunque scoccata l’ora in cui Camillo di Cavour è l’uomo di tutti quanti: anche di quelli che più fieramente avversò e perseguitò. Per ogni personaggio storico giunge questa triste ora, e la sua figura vi si disfà come in un crepuscolo. […] Il Cavour della commemorazione è adunque un Cavour rimpicciolito, falsificato e imbastardito; un Cavour la cui originalità creativa è dissimulata sotto la foglia di fico delle convenienze e degli opportunismi. […] Insieme con Garibaldi, Mazzini e Vittorio [Emanuele], egli è assolutamente incomprensibile agli italiani contemporanei: e specialmente a quelli che costituiscono l’Italia ufficiale e lo hanno commemorato, ma che, se egli tornasse qua giù, rinunzierebbero persino al grado o all’impiego pure di non aver a che fare con lui(206).

Alle mistificazioni politiche si sommava l’impopolarità ormai cronica del personaggio. Da più parti la festa centenaria fu avvertita infatti come un’imposizione dall’alto, una celebrazione obbligatoria per legge che la popolazione subiva senza comprenderne a fondo le ragioni. In linea con le pratiche sociali dell’epoca, a molti la manifestazione dovette apparire una festa dei circoli notabilari e massonici, sempre pronti a organizzare occasioni conviviali. Benché i numeri della partecipazione ai festeggiamenti pubblici non siano noti, è plausibile immaginare un concorso popolare piuttosto modesto, come sembrerebbe suggerire la stampa non governativa. Imputabile alla calura estiva o all’assenza di sentimento patriottico, il trasporto degli italiani risultava in gran parte contenuto. A eccezione delle feste torinesi, le cerimonie promosse dagli altri municipi non presentarono uno spettacolo entusiasmante: a Firenze, il corteo cittadino diretto a Santa Croce si svolse senza la partecipazione di società e rappresentanze partitiche; a Roma, la cerimonia in Campidoglio fu officiata in presenza di pochi individui, così come pochi furono – forse un centinaio – i romani raccoltisi ai piedi del monumento a Prati di Castello(207). Al clima di disaffezione contribuì anche una certa stanchezza della ritualità ufficiale che, fine a se stessa, smorzava gli entusiasmi. Tra i deterrenti, scoraggiante dovette risultare la verbosità dei conferenzieri, i cui effetti divertirono i cronisti intenti a descrivere un pubblico spesso disattento, sonnecchiante, sul quale aleggiava, nei momenti di silenzio, un «ronzio di moscone» emblematico(208).

Il quadro non era quindi dei più confortanti. Secondo alcuni, si era trattato di un altro «solenne abbaglio»(209) del governo che elargiva feste e giorni di riposo a un popolo sostanzialmente estraneo a Cavour, sulla figura del quale sembrava regnare un’ignoranza inquietante. Certo, non erano mancati gli esempi virtuosi, come il letterato del foggiano che, indignato per la mancata affissione di manifesti celebrativi da parte del proprio municipio, aveva composto una poesia pretendendone la pubblicazione sulla gazzetta locale(210). Era questa un’eccezione isolata in contrasto con altri elementi, dai quali si deduce l’immagine di un’Italia poco sensibile alla retorica patriottica, attenta

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206 A lumi spenti, «La Stampa», 17 agosto 1910.

207 Il corteo di stamani. Le corone in Santa Croce, «La Nazione», 11 agosto 1910; A Roma. La commemorazione in Campidoglio, «Il Messaggero», 11 agosto 1910; La ricorrenza a Roma, «Corriere della Sera», 11 agosto 1910.

208 Le cerimonie ufficiali per la commemorazione di Cavour, «La Ragione», 12 agosto 1910.

209 La festa di Cavour, «Giopi», 13 agosto 1910.

210 Per Cavour. Nel I centenario de la sua nascita, «La Verità», 20 agosto 1910; per il contesto nel Sud Italia, X agosto, «Corriere meridionale», 11 agosto 1910.

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alle occupazioni pratiche piuttosto che alle cerimonie. Come raccontano le cronache locali, infatti, la sospensione dell’attività lavorativa suscitò alcuni malumori e l’obbligo di chiusura degli esercizi commerciali non venne rispettato da tutti i negozianti. In certi casi, il clero conservatore approfittava della situazione proponendo contro-festeggiamenti: a Lucera, il vescovo distribuiva cioccolata ai bambini in onore del patrono locale(211). Interrogati dai giornalisti in merito alla natura dei festeggiamenti, alcuni intervistati avrebbero dichiarato la propria ignoranza al riguardo («Cavour??!!! Chi era Cavour?»)(212), ammettendo talvolta di non aver mai sentito parlare del conte(213). Tra i più giovani, il nome di Cavour non evocava lo statista, bensì l’omonimo sigaro la cui vendita era stata proibita recentemente per legge ai minorenni(214). Dichiarazioni, colte subito dalla stampa satirica, che risultavano imputabili non tanto alle affiliazioni politiche ostili al partito moderato quanto all’effettiva ignoranza della storia istituzionale recente.

Alla luce della panoramica proposta, emerge chiaramente come l’imposizione dell’omaggio formale – seppur in grande stile – non potesse compensare l’impopolarità. Era un dato innegabile: ammirato e celebrato con trasporto a Torino nella duplice rappresentazione di Tessitore e Papà Camillo, Cavour suscitava tiepidi consensi al di fuori del Piemonte. Alla prova dei fatti, l’impegno della classe dirigente scontò l’assenza di un vero culto nazionale del personaggio, i cui caratteri si confermavano difficilmente apprezzabili da parte della popolazione. Una mancanza – occorre riconoscere – dovuta anche agli elementi strutturali del mito cavouriano che, in quanto patrimonio di un partito notabilare ritenuto da molti datato e spesso connotato in termini poco lusinghieri, risultava estraneo al comune sentire degli italiani. Di conseguenza, ne deriva la sensazione che, nel 1910, non si potesse ottenere molto di più sul piano concreto. Indubbiamente, esistevano dei margini di miglioramento colmabili forse con l’educazione del popolo e la diffusione di una cultura cavouriana “minima”, nella speranza che – come scriveva il satirico «Bortolì» – non si dovesse attendere il bicentenario del 2010 per assistere a una celebrazione realmente sentita da tutto il Paese(215).

4.5 Il trionfo dei Grandi

Sulla scia delle ricorrenze patriottiche recenti, il successo istituzionale del centenario cavouriano fu seguito idealmente dal cinquantenario dell’Unità. Gli entusiasmi sollecitati nei mesi precedenti confluirono quindi nella festa nazionale celebrata presso le capitali del regno che, come noto, furono teatro di cerimonie, esposizioni e manifestazioni commemorative dal grande impatto mediatico. L’evento si rivelò funzionale a esaltare la storia recente del Paese, coniugando la rievocazione del Risorgimento alla celebrazione dei traguardi raggiunti negli ultimi anni: elementi funzionali a rappresentare un’Italia moderna, parte integrante dell’élite europea,

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211 X agosto, «Frizzo», 21 agosto 1910.

212 La festa di Cavour, «Giopi», 13 agosto 1910; sullo stesso tenore, Il centenario di Cavour, «Il Cittadino. Rivista di Monza e Brianza», 18 agosto 1910.

213 F. Coppola, Cavour e il popolo, «Il Marzocco», 7 agosto 1910.

214 Nuove generazioni; La nuovissima legge sul fumo e l’omaggio a Cavour, «La Luna», 11 agosto 1910.

215 Pel centenario di Cavour, «Bortolì», 13 agosto 1910.

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proiettata in un futuro apparentemente privo di minacce(216). Numi tutelari di questa visione ottimista della contemporaneità erano i quattro padri della patria, le cui effigi ricorrenti accompagnavano ogni espressione – retorica o visuale che fosse – del sentimento patriottico. Dal punto di vista simbolico, il 1911 rappresentò a tutti gli effetti il tripudio del conciliatorismo codificato negli anni precedenti, benché, sul piano pratico, la pluralità di manifestazioni organizzate nel Paese, molto partecipate, denunciasse la presenza di tensioni interne, contraddizioni e municipalismi latenti, indice di una coesione nazionale ancora approssimativa(217).

Ad ogni modo, la figura di Cavour si inserì a pieno titolo nel contesto celebrativo. In ossequio alla vulgata dominante, mirata a esaltare in egual misura i padri della patria indugiando ovviamente sulla componente monarchica dell’Italia unificata, l’omaggio si rivelò piuttosto generalizzato. Il Tessitore era ormai parte di ogni commemorazione patriottica. In particolare, i riferimenti alla sua figura, al suo operato e alla sua lungimiranza politica risultano più accentuati agli esordi della lunga stagione commemorativa, nel marzo 1911, in concomitanza con gli anniversari “istituzionali” della nazione unificata: la proclamazione del Regno d’Italia, la Libera Chiesa in libero Stato, la promessa di Roma capitale. Il legame ribadito tra Torino e Roma, sedi delle esposizioni più importanti in quanto punto di inizio e punto di arrivo dell’epopea risorgimentale, corroborava la lettura moderata dello Stato postunitario, configurandosi come un omaggio implicito al disegno politico del Tessitore.

Sul piano formale, non si rilevano novità sostanziali rispetto alla promozione più recente del mito cavouriano. Agli occhi degli italiani si ripresentava l’immagine consolidata del ministro lungimirante che aveva traghettato il piccolo Piemonte fino alla grande Italia, applicando in ogni campo i principî di libertà. Su questi elementi insistettero i discorsi pronunciati nelle sedi istituzionali più illustri: così parlarono commemorando la data del 17 marzo 1861 Costanzo Rinaudo alla Mole Antonelliana e il deputato Arturo Vecchini alla Scala di Milano; le medesime suggestioni si riscontrarono nel discorso pronunciato dal sovrano in Campidoglio(218). Come previsto originariamente, durante i festeggiamenti torinesi si commemorò anche Cavour in veste di massimo rappresentante del giornalismo subalpino: riunitisi nel padiglione internazionale della Stampa e del Giornale, i giornalisti provenienti dal Paese intero inneggiarono al loro glorioso «capostipite»(219). Per tutti, Cavour era dunque quella figura rappresentata da Achille Beltrame sulla prima pagina della «Domenica del Corriere»: il grande statista che, dinanzi all’apparizione dell’Italia turrita con lo stendardo in pugno, aveva proclamato al parlamento e alla nazione la nascita del regno unificato in attesa di Roma capitale(220); per i torinesi, era anche quel «piccolo Ministro» che passeggiando sotto i portici della città, «saettando gli arguti occhi lucenti», escogitava il grande

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216 B. Tobia, Il giubileo della patria. Roma e Torino nel 1911, in Le esposizioni torinesi, cit., pp. 145-174; Le Esposizioni del 1911. Roma-Torino-Firenze, a cura di G. Treves, Fratelli Treves, Milano 1911; E. Gentile, La Grande Italia, cit., pp. 13-18.

217 Cfr. le riflessioni in C. Brice, Il 1911 in Italia. Convergenza di poteri, frazionamento di rappresentazioni, in «Memoria e Ricerca» XVIII (2010), n. 34, pp. 47-62; E. Gentile, La Grande Italia, cit., pp. 5-71.

218 Alla Mole Antonelliana; Feste giubilari. Il discorso dell’on. Vecchini alla Scala di Milano, «La Stampa», 18 marzo 1911.

219 Il banchetto dei giornalisti al “Restaurant du Parc”, ivi, 3 maggio 1911.

220 Le feste della patria: Cavour ha la visione della grande Italia e ne proclama nel Parlamento Subalpino l’unità con Roma capitale, «Domenica del Corriere», 26 marzo-2 aprile 1911.

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disegno(221). Pur cadendo nel 1911 anche il cinquantenario della morte, parrebbero meno insistiti gli accenni alla ricorrenza funebre, commemorata con una certa enfasi in casi isolati. Il 6 giugno, soltanto la locale «Gazzetta del Popolo» ricordava ai torinesi la data luttuosa con un lungo articolo; a Milano, presso il conservatorio Verdi, il deputato Fabbri commemorò lo statista con una «magnifica illustrazione del suo pensiero» in presenza del conte di Torino, di alcuni parlamentari e di un vasto pubblico; a Roma l’assessore Trompeo presenziò la consueta cerimonia capitolina e intrattenne un uditorio più affollato del solito pronunciando un discorso ispirato(222).

In un contesto di generale esaltazione del pantheon eroico, Cavour ebbe comunque i suoi momenti di gloria, sanciti talvolta al più alto livello istituzionale. Alla vigilia delle celebrazioni, il 28 febbraio 1911 la Camera accolse la proposta avanzata da Ferdinando Martini, favorevole alla proclamazione della tomba di Santena a monumento nazionale. Si trattava infatti, secondo il deputato, di un atto di «giustizia e dovere» nei confronti di colui che aveva preparato l’Unità con «lunga, mirabile arte di Stato»(223). Raccolti 216 voti favorevoli e 21 contrari nella seduta dell’11 marzo, la proposta si tramutò dunque in legge il 16 marzo, data in cui il re firmava la legge(224). Un provvedimento significativo perché, innanzitutto, equiparava Cavour agli altri padri della patria; in secondo luogo, l’ufficialità della legge sembrava compensare la mancata commissione del “monumento” santenese di cui aveva dibattuto il comitato lombardo-piemontese nel 1910, quando si vagheggiò la realizzazione di un sepolcro più maestoso e, per l’appunto, “nazionale”. Non vi sono prove decisive in merito a questa ipotesi: tuttavia, il gesto simbolico parve rispondere idealmente alle richieste formulate dai più caldi sostenitori del mito cavouriano, intenzionati a decretare in modo inequivocabile la caratura nazionale di un personaggio confinato a lungo in ambienti sociali (le élites moderate) e geografici (il Piemonte sabaudo) distanti dalla collettività.

Maggiore eco mediatica ebbe però l’evento celebrato il 10 agosto 1911 a La Spezia, ovvero il varo della Conte di Cavour. A posteriori, la celebrazione appare senza dubbio la manifestazione cavouriana più riuscita dell’interno cinquantenario. Con un anno di ritardo, infatti, erano giunti a conclusione i lavori della corazzata intitolata al primo ministro che, secondo i piani iniziali, avrebbe dovuto prendere parte ai festeggiamenti dell’anno precedente. Punta di diamante della nuova flotta militare progettata nel 1900 su indicazione dei vertici della Marina, la dreadnought attestava la partecipazione italiana alla corsa agli armamenti in atto tra le grandi potenze. Fatto che compiaceva notevolmente la stampa nazionale, impegnata in quei giorni a magnificare l’opera di ingegneria navale – si trattava infatti della nave italiana più grande, più veloce e più potente – evocando le suggestioni suscitate dal nome altisonante. La notizia circolò e l’evento conquistò rapidamente l’attenzione dell’opinione pubblica. Il binomio Cavour-flotta, del resto, non era inedito: risaliva infatti ai mesi successivi al 6 giugno 1861 l’elogio del conte in veste di ottimo ministro della marina, capace di dare slancio al commercio marittimo e di pronosticare lo sviluppo portentoso della flotta mercantile italiana; peraltro, già in vita lo statista era stato omaggiato con l’intitolazione di un

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221 G. Deabate, Ai portici di Po, in Le Esposizioni del 1911, cit., p. 126.

222 Nel cinquantenario del gran lutto nazionale. La morte di Cavour, «Gazzetta del Popolo», 6 giugno 1911; La solenne commemorazione di Cavour, «Corriere della Sera», 7 giugno 1911; La commemorazione di Cavour, «Il Messaggero», 7 giugno 1911; Il diario delle esposizioni e delle feste, in Le Esposizioni del 1911, cit., p. 206.

223 AP, Camera dei Deputati, XXIII, legislatura, Discussioni, tornata del 28 febbraio 1911, pp. 12672.

224 Ivi, tornata dell’11 marzo 1911, p. 13195.

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piroscafo, appartenente alla Compagnia Transatlantica operativa tra Genova, New York e Montevideo, e di una fregata(225). Nel 1911 quest’ultima poté essere sostituita dal più recente risultato dell’ingegneria nautica. L’inaugurazione della nave proprio a La Spezia, dove Cavour aveva trasferito il porto militare per favorire quello commerciale di Genova, era dunque un’occasione di vanto per tutta la nazione, nonché per «La Stampa» che alla vigilia della cerimonia esaltava il proprio conterraneo ricordandone le doti di ministro(226). Grazie al varo della Conte di Cavour, a cui presto si sarebbero aggiunte la Giulio Cesare e la Leonardo Da Vinci, della stessa classe, stava per cessare la «dolorosa situazione» di inferiorità militare che una parte dell’opinione pubblica lamentava osservando i progressi sul campo delle altre nazioni europee(227). Forte della stazza e della potenza di fuoco – 169 metri di lunghezza, 22.700 tonnellate, 35 cannoni di vario calibro e velocità massima di 22 miglia orarie(228) –, la corazzata traduceva in termini concreti le aspirazioni di grandezza dei più irrequieti, solleticava le ambizioni dei più bellicosi.

In tale occasione, il patriottismo tradizionale intercettò l’entusiasmo di molti, compreso quello de «L’Avanti!» che si unì ai festeggiamenti, nonostante l’accezione evidentemente militarista dell’evento, per ricordare i pregi di Cavour ministro della marina(229). Tra i più compiaciuti figuravano i nazionalisti, già convinti sostenitori delle feste cinquantenarie(230). Per i seguaci di Corradini, l’evento era una commemorazione lodevole, priva di quei formalismi fini a se stessi cari alla tradizione liberale:

Ecco il fulgente auspicio di fede e di potenza: il nome di Lui inscritto su la poppa enorme cui oggi accolgono le acque del Suo golfo. Questo segno di devota memoria e di viva e attiva reverenza sopra tutto gli doveva l’Italia: non i brutti marmi gelidi e inutili, non le sciocche intitolazioni di piazze e di vie indifferenti; ma il ricordo di Lui, padre dei risorti destini d’Italia, nella forza giovine di una grandissima nave lanciata all’immenso abbraccio azzurro delle onde mediterranee, presso quelli che furono i confini del primo piccolo Regno, là dov’Egli volle la Patria saldamente munita per la riconquista del mare italiano(231).

«Opera dell’ardimento e dell’intuito portentoso» dello statista che ne aveva avviato l’espansione, La Spezia diveniva il teatro ideale in cui salutare l’ultimo prodotto della tecnologia italiana. La Conte di Cavour sembrava preannunciare il riscatto imminente delle sconfitte militari e, all’orizzonte, si intravvedeva già la revanche di Lissa(232).

La giornata del varo fu un successo di pubblico e di stampa. Stando alle fonti, la folla che raggiunse La Spezia per assistere al varo contava circa 70.000 persone, delle quali 35.000 giunte in città il giorno precedente via treno: riversatasi alla stazione ferroviaria,

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225 Come ricordava alla vigilia dell’evento «Il Giornale d’Italia», il piroscafo aveva trasportato La Moricière, il generale pontificio catturato prigioniero durante la campagna del 1860, da Ancona fino a Genova. Per il varo di Spezia. La nave dello Statista, «Il Giornale d’Italia», 10 agosto 1911. Notizie in merito alla fregata Conte di Cavour in A. Comandini – A. Monti, L’Italia nei cento anni del secolo XIX, vol. V, 1871-1900, Vallardi, Milano 1900, p. 506.

226 Sul mare nel nome di Cavour, «La Stampa», 10 agosto 1911.

227 Ibid.

228 Varo della “Conte di Cavour”. Spezia, 10 agosto 1910, numero speciale della «Rivista Nautica», Roma 1911, p. 8.

229 Il varo domani alla Spezia della “Conte di Cavour”, «L’Avanti!», 10 agosto 1911.

230 Cinquantenario, «L’Idea nazionale», 29 marzo 1911.

231 Per il varo della “Conte di Cavour”, ivi, 10 agosto 1911.

232 Ibid.

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la massa di spettatori avrebbe occupato ogni albergo, pensione o camera in affitto ancora disponibile; i meno fortunati bivaccarono per le strade. Al largo del porto si presentarono numerose imbarcazioni, piroscafi e barche giunte appositamente da Genova, «tribune suppletive» colme di spettatori. L’indomani, alle ore 9 del mattino giunse dal mare il sovrano che, accompagnato dal duca e dalla duchessa di Genova, presenziò alla cerimonia officiata sul ponte della corazzata dal vescovo di Sarzana, monsignor Carli. Alla benedizione seguirono il battesimo con il lancio della bottiglia e l’ingresso della nave in acqua, accolto dalle acclamazioni della folla, dalle salve di cannone, dai fischi delle sirene(233). Come narrano le cronache, si trattò di una vera festa di popolo. Più apprezzato probabilmente per l’occasione mondana in sé e l’indotto celebrativo che non per la ricorrenza cavouriana vera e propria, l’evento suggeriva comunque un livello di partecipazione popolare non indifferente, senza precedenti per quanto concerneva la ritualità pubblica legata al nome dello statista.

L’immagine della corazzata campeggiò su quasi tutte le prime pagine dei quotidiani nazionali e i cronisti sovente si dilungarono nel racconto della cerimonia. A celebrazione dell’evento, la «Rivista Nautica» realizzò un numero speciale, venduta in edizione di lusso: un opuscolo illustrato corredato di disegni, fotografie e grafici relativi alla nave, ai personaggi coinvolti nella progettazione e alle gerarchie militari che ne avevano sostenuto la costruzione, a cui faceva da premessa un breve saggio di Paolo Boselli, dedicato a Cavour e il mare(234). Salutate con entusiasmo dalla nazione, la potenza della tecnica e il valore evocativo del passato convivevano nella figura della corazzata che solcava il Mediterraneo, quasi un presagio delle imminenti prove belliche che attendevano il Paese.

4.6 Bibliografia cavouriana

Alle celebrazioni ufficiali si intrecciò il rilancio di nuove iniziative editoriali che, in risposta alle esigenze avvertite da più parti, avrebbero dovuto rendere popolare Cavour. Già nella seduta dell’11 marzo 1911 l’onorevole Emilio Pinchia si rivolse alla Camera per promuovere un’edizione antologica dei discorsi parlamentari in traduzione italiana, a imitazione del volume curato da Artom e Blanc nell’ormai lontano 1862; in tal modo, si sarebbe offerta a tutti gli italiani la possibilità di familiarizzare maggiormente con il pensiero del Tessitore(235). Benché le ragioni dell’invito sembrassero condivisibili a molti, la proposta non trovò applicazione immediata.

D’altronde, la bibliografia a tema cavouriano si presentava tutt’altro che scarna. Nell’ultimo decennio non erano mancate infatti pubblicazioni dedicate alla vita e all’opera dello statista, la cui figura continuava a suscitare un certo interesse tra i simpatizzanti della causa liberale. Si trattava di testi senza dubbio non ascrivibili alla letteratura popolare vera e propria; anzi, in molti casi la voluminosità delle edizioni e la densa argomentazione contribuivano a rendere poco fruibili lavori concepiti spesso per un pubblico più selezionato che non disdegnava di conoscere anche l’operato dei

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233 «La Stampa», 11 agosto 1911; Il varo della “dreadnought” Cavour a Spezia, «Il Giornale d’Italia», 11 agosto; Il varo della R. N. “Conte di Cavour”, «Lega Navale» VII (1911), pp. 209-213.

234 Varo della “Conte di Cavour”. Spezia, 10 agosto 1910, cit.; cfr. La “Cammillo Cavour” scende trionfalmente in mare, «La Nazione», 11 agosto 1911; Il varo della “Conte Cavour” felicemente compiuto, «Gazzetta di Venezia», 11 agosto 1911; Il varo della “Conte Cavour” alla Spezia, «Il Lavoro», 11 agosto 1911.

235 AP, Camera dei Deputati, XXIII, legislatura, Discussioni, tornata dell’11 marzo 1911, pp. 13195.

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collaboratori del conte(236). Il corpus cavouriano era comunque in espansione grazie anche all’apporto dei pubblicisti stranieri i quali, in linea con le tendenze di fine secolo, compulsavano fonti, saggi e biografie per comprendere a fondo un personaggio di caratura internazionale. In molti casi, gli autori di questi testi godevano di un rapporto particolare con l’Italia.

Le biografie

Tra le pubblicazioni straniere, una posizione rilevante spettò alla biografia della contessa Evelyn Martinengo Cesaresco, nata Carrington. Personaggio eclettico dai vasti interessi culturali, inglese di origini italiane per parte di madre, la nobildonna nutriva grande interesse per la storia e la letteratura della Penisola, frequentata abitualmente dalla famiglia. Il matrimonio con il conte Eugenio Martinengo Cesaresco, aristocratico bresciano parente di celebri patrioti, aveva consentito di approfondire lo studio del Risorgimento, fase storica che la donna apprezzava in tutte le sue declinazioni, collezionando cimeli, leggendo corposi volumi sul tema, scrivendo saggi e volumi(237). All’iniziale infatuazione per Garibaldi e il movimento rivoluzionario subentrò in un secondo momento l’interesse per Cavour, i cui epistolari furono oggetto di recensioni positive pubblicate su alcune riviste britanniche(238). La consultazione del corpus cavouriano e i frequenti soggiorni in Italia incoraggiarono quindi la contessa a scrivere una biografia del conte, data alle stampe in inglese nel 1898, seguita da una prima edizione italiana nel 1901(239).

Frutto della lettura pressoché totale della bibliografia esistente, unita alla consultazione di memorie e corrispondenze dei collaboratori, il lavoro di Martinengo Cesaresco esprimeva l’ammirazione del pubblico inglese per un personaggio universalmente apprezzato(240). Si trattava di una biografia non molto estesa ma densa, scritta – affermava l’autrice – per compensare il vuoto seguito alla pubblicazione dell’epistolario di Chiala, il cui peso notevole aveva dissuaso ulteriori aspiranti biografi. Il testo della contessa fu probabilmente il primo ad accogliere le suggestioni conciliatoriste: infatti, non si metteva in dubbio il concorso di tutte le forze politiche, istituzionali e rivoluzionarie, del movimento risorgimentale; in tale contesto, un ruolo di rilievo spettava però alla «mano di Cavour» che aveva saputo reggere e unire quelle forze. Seguendo la cronologia degli eventi dalla nascita alla morte e suddividendola in tredici capitoli, la Martinengo tratteggiava una delle personalità più importanti del secolo. Simile a Bismarck per i noti motivi, ma differente e superiore per molti altri, Cavour si confermava paladino della libertà meritevole di elogi sempre più grandi; in coda all’argomentazione, l’autrice rigettava le note accuse di cinismo rivolte al conte, contrario a ogni inganno e finzione, ed elogiava i risultati conseguiti dallo stato liberale

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236 E. Artom, L’opera politica del Senatore I. Artom nel Risorgimento italiano, vol. I, cit.; B. Emmert, Alcune aggiunte alla “Bibliografia Cavouriana” del Prof. Giuseppe Buzziconi, in «Rivista storica del Risorgimento italiano» II (1910), pp. 726-734.

237 Per il profilo della nobildonna, cfr. O. F. Tencajoli, Una scrittrice inglese due volte italiana. Evelina Martinengo Cesaresco Carrington, in «La Donna», a. VIII, 5 dicembre 1912, pp. 24-26.

238 Cfr. capitolo precedente.

239 E. Martinengo Cesaresco, Cavour, Macmillan and Co., London 1898; per l’edizione italiana, ead., Cavour, Treves, Milano 1901; cfr. considerazioni in M. P. Casalena, Biografie. La scrittura delle vite in Italia tra politica, società e cultura (1796-1915), Mondadori, Milano 2012, pp. 344-351.

240 Ivi, p. 221-222.

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in Italia, che però riteneva ancora carente di coesione nazionale(241). Il testo incontrò la buona reazione del pubblico – piuttosto ristretto – dei fedeli cavouriani, tra i quali vi fu anche Thayer: scrivendo a Chiala, lo storico americano lodò la sintesi efficace proposta in quello che, a primo impatto, «non pare[va] il lavoro di una donna»(242).

A breve distanza di tempo, giunse dalla Germania un contributo più significativo dal punto di vista ideologico. Si trattò della breve biografia scritta da Franz Xaver Kraus, sacerdote cattolico di Treviri, noto intellettuale, docente di archeologia cristiana, studioso di Dante e storico della Chiesa. Pubblicato in tedesco nel 1901 a sole quattro settimane dalla morte dell’autore, il testo di Kraus giungeva in soccorso alla causa moderata proponendo un ritratto molto positivo di Cavour. Influenzato dal pensiero rosminiano, interprete del modernismo cattolico più vicino alle esigenze della contemporaneità, il sacerdote rileggeva la vita del Tessitore cogliendovi l’espressione migliore del laicismo ottocentesco che era riuscito a compiere «la missione del secolo XIX», ovvero coniugare religione cristiana e liberalismo. In settanta pagine, l’autore riuscì a contestualizzare efficacemente la situazione italiana prequarantottesca, innestandovi poi la biografia di Cavour. Quest’ultima si presentava come il risultato di molte letture e frutto dell’amicizia stretta da Kraus con Adele Alfieri di Sostegno, figlia di Giuseppina Cavour e cognata di Visconti Venosta, frequentata abitualmente durante i soggiorni primaverili in Italia(243). Da queste conversazioni l’autore trasse il materiale utile alla sua ultima fatica editoriale, lavoro in cui la questione ecclesiastica avrebbe certo assunto un rilievo evidente. Il volume si configurò quindi come una presa di posizione netta contro le degenerazioni dello Stato pontificio e a favore di Roma capitale; pur dispiaciuto per i contrasti violenti tra Stato e Chiesa, contrario all’accordo con il movimento rivoluzionario, il sacerdote condivideva la quasi totalità dell’operato cavouriano, attribuendo in buona parte alla Santa Sede la responsabilità della perdurante ostilità e rimpiangendo la morte prematura dello statista(244).

Come prevedibile, la biografia suscitò reazioni contrastanti. In Italia, dove il testo fu immediatamente tradotto da Diego Valbusa, il lavoro fu apprezzato da Salandra che lo recensì su «Il Giornale d’Italia», rilevandone la novità nell’«ispirazione politico-religiosa» e definendolo «ghibellino»; la ricezione fu buona anche da parte di Costanzo Rinaudo sulla «Rivista Storica Italiana», vive approvazioni furono suscitate negli ambienti cattolici della «Rassegna Nazionale». In Germania, il mondo liberale e protestante accolse con ottimismo il volume di Kraus(245). Di tutt’altro segno furono le reazioni della Curia. In Italia si optò per il silenzio: il libro fu ignorato dalla «Civiltà Cattolica»; premuratosi di avere una copia del volume, il segretario di Stato pontificio mobilitò la rete consolare per raccogliere informazioni sull’autore. Toccò al clero tedesco condannare senza remore Kraus e la sua opera, confutata sistematicamente sul piano ideologico in quanto contraria alle posizioni ufficiali della Chiesa(246).

Gli stimoli provenienti dall’estero vennero accolti in Italia da Domenico Zanichelli. Dopo aver curato l’edizione integrale degli scritti politico-economici dello statista, il

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241 Ivi, pp. 216-218.

242 ASBL, Fondo Chiala, c. 5, f. 55, lettera di William R. Thayer a Luigi Chiala, 16 febbraio 1899; cfr. la recensione in «The American Historical Review» IV (1899), n. 4, pp. 725-726.

243 Cfr. S. Cerato, Vita privata della nobiltà piemontese, cit.

244 F. X. Kraus, Cavour. Die Erhebung Italiens im 19. Jahrhundert, Franz Kirchheim, Mainz 1902; trad. it. a cura di D. Valbusa, Cavour. Il Risorgimento d’Italia nel secolo decimonono, Kichheim, Magonza 1902.

245 «Il Giornale d’Italia», 19 gennaio 1902, Il “Cavour” di Francesco Saverio Kraus.

246 A.V. Voci, La Germania e Cavour, cit., pp. 178-185.

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giurista bolognese si era cimentato anche nella stesura di una biografia corposa, forte di oltre trecento pagine e pubblicato dall’editore Bàrbera. Un testo decisamente «militante»(247) che si discostava in parte dalla visione edulcorata in auge a quel tempo, promuovendo un’esaltazione del juste milieu come culmine di «ogni forza ideale e pratica» del Risorgimento a scapito della componente rivoluzionaria. Non si riscontravano quindi sostanziali novità rispetto alla narrazione tradizionale che, nel caso di Zanichelli, si presentava corroborata da solide dissertazioni in merito ai risvolti tecnico-giuridici dell’operato cavouriano, conseguenza evidente del profilo accademico dell’autore. Rilevante per lo spessore argomentativo, la biografia di Zanichelli esprimeva la tendenza ormai dominante all’analisi convenzionale, scientificamente più valida dei testi agiografici, ma priva della «giustificazione pratico-politica» e del «calore» proprio dei patrioti, così come rilevato da Romeo(248)

Le pubblicazioni dell’anniversario

Il biennio giubilare del 1910-1911 offrì l’occasione per valutare quanto era stato prodotto in ambito cavouriano e suggerire nuovi spunti alla riflessione storiografica. Accanto ai testi di natura specialistica inerenti alla materia economica o politica, editi con una certa continuità nel corso del tempo, furono pubblicate alcune biografie più agevoli, talvolta aneddotiche, concepite per una circolazione scolastica, sulle quali ci si soffermerà in seguito(249). Era dunque evidente la duplice necessità rilevata dai sostenitori di Cavour: da un lato, i progressi dell’indagine storiografica, utili a consolidare l’approccio scientifico alla ricostruzione delle vicende storiche; dall’altro, la trasposizione del Tessitore in una rappresentazione realmente apprezzata dal pubblico. Come sottolineato in varie occasioni dagli stessi cultori della memoria cavouriana, l’esigenza di una vulgata autenticamente popolare si riproponeva a ogni ricorrenza commemorativa. Con il passare del tempo, però, il concetto della “biografia popolare” sembrò assumere le forme di un mito, vagheggiato dalla classe dirigente nella speranza di promuovere la cultura del moderatismo tra un pubblico più vasto. Complici i modesti risultati editoriali, la realizzazione della biografia definitiva sembrava continuamente procrastinata. Pertanto, non dovette stupire la decisione di pubblicare in traduzione italiana il volume di De La Rive, edito nel 1911 dai fratelli Bocca sulla scia dei festeggiamenti per il cinquantenario. Una scelta notevole, patrocinata da Visconti Venosta che nella prefazione del libro attribuiva il merito dell’iniziativa alla cognata Adele, convinta sostenitrice della traduzione. Ormai noto agli italiani sul suo freddo «piedistallo di gloria», Cavour doveva essere riscoperto anche nella sua umanità(250); in cinquant’anni di saggi e riflessioni, il ritratto offerto dal cugino svizzero appariva

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247 M. P. Casalena, Biografie, cit., pp. 301-303; N. Raponi, La storiografia sul Risorgimento, cit., pp. 42-43; D. Zanichelli, Cavour, Bàrbera, Firenze 1905.

248 R. Romeo, Nuove questioni, cit., p. 812.

249 Tra i molti, cfr. S. Lissone, Cavour agricoltore, Tip. fratelli Isoardi, Cuneo 1910; A. Vinardi, Cavour agricoltore. Lettere autografe inedite, in Id., Nel mondo dei Titani. Eroi della bellezza, eroi dell’azione, eroi dell’idra, eroi del pensiero e delle fede, A. Solmi, Milano 1911; l’interesse per la raccolta complessiva dei testi sul tema non si era esaurito: B. Emmert, Alcune aggiunte alla “Bibliografia Cavouriana”, cit.; una panoramica dei saggi di inizio secolo in N. Raponi, La storiografia sul Risorgimento, cit., pp. 44-45.

250 W. De La Rive, Il conte di Cavour. Racconti e memorie, F.lli Bocca, Torino 1911; FCCS, Fondo Famiglia Visconti Venosta, VII, Intermezzi 2, Ad Adele, bozza di prefazione all’edizione italiana della biografia di De La Rive.

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ancora come il prodotto più genuino della scuola storiografica cavouriana, degno di essere riproposto alle nuove generazioni.

In attesa del volume popolare, fecero la loro comparsa tre pubblicazioni senza dubbio non “agevoli” per estensione e argomentazione; ciononostante, si trattò probabilmente dei testi più significativi di inizio secolo. Nel 1911, infatti, giunse a conclusione l’opera di Thayer. Edita con il titolo The Life and Times of Cavour, la biografia in due volumi dello storico americano rappresentava il punto di arrivo di una lunga fatica, realizzata in modo discontinuo a causa delle precarie condizioni di salute dell’autore. Pura dichiarazione di fede nel liberalismo, il lavoro estendeva quanto Thayer aveva affermato in nuce al Congresso del 1906, celebrando la vicenda cavouriana come l’esperienza più considerevole del secolo passato insieme a quella di Lincoln(251). L’americano stesso attribuiva all’opera un valore «politico» in senso ampio; un significato non ristretto alle vicende eminentemente ministeriali, considerate le vaste dimensioni dell’analisi, articolata in ben 37 capitoli che svisceravano la vita dello statista. Con questo studio Thayer ricapitolava di fatto la produzione bibliografica precedente, di cui dimostrava una conoscenza approfondita; inoltre, l’argomentazione risultava arricchita grazie al confronto con molte figure, italiane e straniere, che avevano collaborato alla stesura, tra i quali Chiala, Mayor des Planches, Zanichelli, Ernesto Artom, la contessa Martinengo e gli storici Macaulay Trevelyan e Nelson Gay(252).

Alla luce del lungo lavoro, la biografia di Thayer presentava una visione tipicamente moderata del Risorgimento, allineata alle interpretazioni della “scuola cavouriana”, e risentiva di antiche ruggini; pur stimando gli eroi del movimento repubblicano e rivoluzionario, l’americano privilegiava l’operato superiore di Cavour, i cui epiteti si sprecavano: era infatti il «Master Opportunist» che non aveva mai tradito le proprie convinzioni, il «mago» in grado di usare correttamente la «bacchetta magica», l’uomo che aveva democratizzato la monarchia e, in definitiva, l’architetto dell’Italia moderna(253). Nel concreto, emergeva la figura di un Cavour vicino alle sensibilità del mondo protestante e, pertanto, rappresentato come il paladino della libertà religiosa che aveva sconfitto il millenarismo della Chiesa e la setta gesuitica(254). Pubblicata in inglese nel 1911 e salutata con entusiasmo dai fedeli cavouriani, l’opera dovette però avere una circolazione piuttosto ristretta, se si considera che la traduzione italiana sarebbe stata realizzata soltanto nel 1930.

Più limitata ancora fu la diffusione del saggio di Walter Friedensburg, storico e archivista tedesco che nel 1911 diede alle stampe una biografia giovanile di Cavour. Incentrato sugli anni 1810-1850, il libro era – in teoria – la prima parte di un’opera in due volumi che l’autore intendeva dedicare allo statista italiano. Più articolato della pubblicazione di Kraus (superava infatti le quattrocento pagine), lo scritto di Friedensburg tentava di conferire nuova linfa alla tradizione inaugurata da Treitschke proponendo una biografia erudita e densa, redatta secondo i criteri della ricerca scientifica e grazie all’impiego di fonti edite in tempi recenti. Nelle intenzioni dell’autore, infatti, occorreva accostarsi a Cavour attraverso la lente fornita dalle nuove

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251 W. R. Thayer, The Life and Times of Cavour, 2 voll., Houghton Mifflin Company, Boston-New York 1911.

252 Ivi, vol. I, pp. XI-XII.

253 Ivi, vol. II, pp. 495-500.

254 R. Romeo, Nuove questioni, cit., p. 814; cfr. G. Monsagrati, Un mondo che cambia, cit., pp. 99-100; N. Raponi, La storiografia sul Risorgimento, cit., p. 43.

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pubblicazioni per poter studiare una «personalità infinitamente avvincente»(255). Sulla scia del testo di Berti, la gioventù del conte assumeva quindi un’importanza rilevante ai fini della ricostruzione storica, alla quale Friedensburg contribuiva con la consultazione dei dispacci della legazione prussiana di Torino conservati a Berlino(256). A fronte delle dichiarazioni di intenti e della buona ricezione in Italia(257), il risultato non sembrò apportare significative novità alla storiografia, rivelandosi un buon consolidamento delle nozioni acquisite negli ultimi decenni: si trattò di un volume molto corposo che, pur offrendo una certa «penetrazione psicologica»(258), risentiva comunque di una visione hegeliana della storia, mutuata da Treitschke259, e presentava una gran mole informazioni – forse troppe, notava Thayer, il quale biasimò la scrupolosità eccessiva delle fonti, l’ampia estensione del libro e l’affastellamento di dati, privi di organizzazione gerarchica e pertanto indice di un interesse meramente erudito(260). Frutto di grande studio, l’opera completa avrebbe richiesto una lunga elaborazione, nonché una maggiore articolazione delle sue parti, superiore alle previsioni dell’autore, per consentire un ritratto completo di Cavour. Suggerimenti e considerazioni che, tuttavia, rimasero nel campo delle ipotesi poiché, a seguito dello scoppio della Grande guerra, Friedensburg fu costretto a interrompere il lavoro, destinato a non avere un seguito.

Formazione politica e libertà religiosa erano alcuni dei nodi principali affrontati anche da Francesco Ruffini in La giovinezza del conte di Cavour, edita in due volumi nel 1912(261). Apprezzato il testo di Berti, il celebre accademico recuperava l’idea di una biografia giovanile del conte, approfondendo la trattazione con documenti e lettere inedite che l’autore dichiarava di aver trovato «fortuitamente» negli archivi di Santena e di Vienna. Come affermava Ruffini in prefazione, «il documento [aveva] fa[tto] l’uomo biografo»: ne derivò quindi uno scritto di 800 pagine, articolato in 39 capitoli, con cui l’autore tentava di rispondere, almeno in parte, all’appello di Ambrosini per la promozione popolare di Cavour. Non si pretendeva certo di realizzare la biografia tanto auspicata; tuttavia, l’intenzione di Ruffini era quella, più volte manifestata in passato, di avvicinare il grande pubblico all’essenza intima del conte, degno non soltanto dell’ammirazione collettiva ma anche dell’«amore» che spetta ai veri uomini(262).

Presentata come una raccolta di «minuzie» quotidiane tralasciate dai grandi biografi, l’opera ricomponeva il ritratto complessivo del giovane Cavour accostando gli elementi con una tecnica, definita dallo stesso autore, «divisionistica»(263). Sul piano ideologico, non si riscontravano sostanziali differenze dalla biografia di Berti, finalizzata anch’essa a dimostrare la profondità di pensiero del giovane Cavour, tutt’altro che «un grande improvvisatore», durante la fase dell’apprendistato. Nonostante le professioni di modestia, il testo di Ruffini sembrava però andare oltre proponendo una ricostruzione

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255 Letteralmente, «eine Gestalt von weltgeschichtlicher Größe, die zugleich als Persönlichkeit unendlich anziehend ist». W. Friedensburg, Cavour, cit., p. VII.

256 Ivi, p. X.

257 Cfr. la recensione di Emilio Pognisi in «Rivista storica italiana» XXX (1913), pp. 438-439.

258 Il parere positivo di Romeo, cfr. R. Romeo, Nuove questioni, cit., p. 816.

259 A. M. Voci, La Germania e Cavour, cit., pp. 185-190.

260 Cfr. la recensione di Thayer pubblicata in «The American Historical Review» XVII (1911), n. 1, pp. 141-142; simile il parere di W. Miller in «English Historical Review» XXVII (1912), pp. 174-175; una recensione entusiasta invece quella di Wilhelm Lang, «Historische Zeitschrift» CX (1913), PP. 408-410.

261 F. Ruffini, La giovinezza del conte di Cavour. Saggi storici secondo lettere e documenti inediti, 2 voll., Fratelli Bocca, Torino 1912.

262 Ivi, vol. I, p. IX.

263 Ivi, p. X.

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che univa l’abilità saggistica dell’accademico alla prosa narrativa felice: collocati a metà tra lo studio erudito e la biografia vera e propria, i due volumi presentavano una divulgazione ampia arricchita dall’acume filologico e dalla cultura vasta dell’autore. Come rilevato successivamente, dalle pagine di Ruffini emergeva di fatto un quadro appassionato, una rievocazione a tratti poetica dell’epoca passata, non priva di nostalgie per il Vecchio Piemonte, propria di un vecchio liberale(264).

Tra i meriti dell’opera, vi era senza dubbio l’indagine relativa alla concezione religiosa di Cavour e dei rapporti Stato-Chiesa, a cui Ruffini contribuiva in veste di studioso di diritto ecclesiastico e fermo sostenitore della libertà religiosa. Dando seguito a un saggio pubblicato nel 1908, l’autore individuava infatti le origini della Libera Chiesa in libero Stato al tempo dei viaggi all’estero e della frequentazione degli ambienti ginevrini, quando Cavour, entrato in contatto con gli esponenti del liberalismo protestante, avrebbe maturato le convinzioni destinate a renderlo celebre(265). Accanto alle riflessioni di carattere teorico si delineava il ritratto, ormai in buona parte acquisito, del giovane ufficiale, dell’agricoltore, dell’amante, del giocatore d’azzardo formatosi alla scuola della vita concreta. Pensiero e prassi, dunque, sublimati nella figura cardine del liberalismo italiano: elementi che contribuirono senza dubbio all’accoglienza molto positiva dell’opera, prima tra tutte quella di Luigi Einaudi che lodò il testo in quanto biografia del «cadetto» per eccellenza, utile a mettere in luce l’operosità, l’ingegno e la formazione politico-pratica del futuro uomo di Stato(266).

Coronamento della stagione editoriale promossa dalle ricorrenze cinquantenarie, il buon successo di critica lasciava sperare nella stesura di una seconda parte della biografia cavouriana, estranea in realtà alle intenzioni di Ruffini: previsioni ottimiste, a cui seguì, per quanto riguarda il caso italiano, una fase di sostanziale disinteresse durata cinquant’anni. Eccettuato il saggio di Omodeo (non ascrivile al genere biografico), nessuno storico di rilievo si cimentò infatti nell’impresa di tentare una biografia completa di Cavour, per la quale si dovette attendere l’opera definitiva di Romeo. In compenso, sulla scia dell’iniziativa promossa dagli ambienti governativi per l’edizione integrale dell’opera di Mazzini(267) nel 1913 fu costituita la “Commissione nazionale per la pubblicazione dei Carteggi di Camillo Cavour”, avente per scopo la revisione organica e l’integrazione dell’epistolario. Un progetto ambizioso, destinato a protrarsi per decenni tra rallentamenti, pause e cambi di rotta fino alla sua ricostituzione negli

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264 R. Romeo, Nuove questioni, cit., pp. 816-818; N. Raponi, La storiografia sul Risorgimento, cit., pp. 43-44; Maturi coglieva nell’opera di Ruffini gli effetti di una «dolce, pacata arte di narrare la storia». W. Maturi, Interpretazioni del Risorgimento, cit., pp. 484-485.

265 F. Ruffini, La giovinezza del conte, cit., vol. II, pp. 365 e segg.; alcune anticipazioni erano state pubblicate in Id., Le origini elvetiche della formula del conte Cavour “libera Chiesa in libero stato” in Festschrift für Emil Friedberg, von Veit & Comp., Leipzig 1908, pp. 199-220 e successivamente il 9 agosto 1910 su «La Stampa» con il titolo Il Conte di Cavour e il cattolicismo liberale; nell’anno del centenario cavouriano aveva dato alle stampe Il conte di Cavour, l’Accademia di Torino e la scienza, Vincenzo Bona, Torino 1910. Quattro anni dopo avrebbe curato una raccolta di lettere, Camillo Cavour e Mélanie Waldor secondo lettere e documenti inediti con facsimili e ritratti, Bocca, Torino 1914.

266 L. Einaudi, Storia politica ed economica. Un libro sulla giovinezza del Conte di Cavour, in «La Riforma Sociale» XIX (1912), n. 5., pp. 397-402; cfr. l’opinione di Luzio in La giovinezza di Cavour, «Corriere della Sera», 11 maggio 1923 e in A. Luzio, Garibaldi, Cavour, Verdi. Nuova serie di studi e ricerche sulla storia del Risorgimento, Fratelli Bocca, Torino 1924, pp. 235-251.

267 Cfr. F. Albano, Cento anni di padri della patria, cit., p. 167.

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anni Sessanta, che tentava di tenere il passo con le iniziative promosse a favore degli altri miti risorgimentali(268).

4.7 Finale di stagione

Lasciato alle spalle il giubileo nazionale, terminati i bilanci di un cinquantennio intenso e movimentato, l’Italia proseguiva, pur con qualche incertezza, sulla via dello sviluppo. Era un progresso che negli anni seguenti avrebbe presentato vari volti e varie realizzazioni, declinate a seconda della necessità in risposta alle richieste delle parti sociali, dell’opinione pubblica, delle forze politiche. Dopo la parentesi di Luzzatti, Giolitti aveva ripreso le redini del governo, deciso a proseguire il programma di riformismo graduale nel tentativo di accontentare, a destra e sinistra, le compagini più influenti del Paese(269). Da un lato, l’assenso alla campagna di Libia, giunta in coda ai festeggiamenti del cinquantenario come una sorta di perpetuazione dello slancio patriottico, per saziare le velleità militariste dei nazionalisti e gli interessi delle élites industriali; dall’altro lato, la promozione del suffragio universale per accattivarsi le frange progressiste e includere finalmente le cosiddette masse nella sfera politica nazionale. Mentre in Parlamento dominava la discussione in merito al monopolio statale delle assicurazioni sulla vita, al di fuori dell’aula la conflittualità sociale e la competizione politica si intensificavano, portando agli esiti in gran parte attesi. A Destra si attuò definitivamente con il patto Gentiloni l’alleanza tra liberali e cattolico-conservatori in funzione antisocialista; nel campo opposto, la mancata compattezza dello schieramento progressista comportò la scissione delle correnti socialiste nei rispettivi partiti. Le dinamiche politiche correvano parallele alle trasformazioni di un’Italia più industrializzata e alfabetizzata, benché non esente da contraddizioni e afflitto da gravi fenomeni invalidanti, quali la cronica arretratezza del Meridione e il flusso emigratorio costante. Tra soste e accelerazioni, il dibattito interno al Paese procedeva mentre sullo sfondo, a livello globale, si profilavano segnali meno incoraggianti: il rallentamento dell’economia causava un nuovo ristagno produttivo, culminato nella crisi del 1913, e le rivalità internazionali celavano la minaccia di un conflitto generale(270).

In tale contesto, Cavour e il cavourismo restavano riferimenti ideali della politica ispirata alla moderazione, allo smussamento dei contrasti, alla formazione di alleanze all’interno della più vasta compagine liberale. Obliterato il termine trasformismo che rammentava pratiche parlamentari di dubbia moralità, riproposte come nuovi «connubi» tra le forze interessate a tutelare le conquiste del riformismo contro i partiti estremi, le convergenze politiche a destra o a sinistra richiamavano alla memoria i precedenti ben più illustri. A questo uso strumentale non fu estraneo nemmeno Giolitti quando nell’ottobre del 1911, in occasione di un discorso tenuto a Torino, espose un programma

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268 In merito alle vicende dell’Epistolario, cfr. C. Cavour, Epistolario, cit., vol. I, 1815-1840, Zanichelli, Bologna 1962, pp. XXIV-XXVII; la commissione era costituita, oltra a Luzio, da Martini, Ruffini, Villari, Sforza, Mazziotti, Rossano e dai segretari Spano e Gambigliani-Zoccoli. I componenti della Commissione per la pubblicazione dei carteggi di Cavour, «Corriere della Sera», 23 febbraio 1913; cfr. U. Levra, Dietro le quinte del monumentale epistolario di Camillo Cavour, cit., p. 101; M. Finelli, Il monumento di carta, cit.; M. Scotti – F. Cristiano, Storia e bibliografia delle Edizioni nazionali, Sylvestre Bonnard, Milano 2002.

269 S. Rogari, Alle origini del trasformismo, cit., pp. 192-199.

270 Sul contesto, G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, cit., pp. 329-372; E. Gentile, L’Italia giolittiana, cit., p. 202-225.

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di intese con la sinistra socialista evocando l’accordo Cavour-Rattazzi che così tanti benefici aveva portato alla patria(271). Posta in linea di continuità l’opera del Tessitore con quella dell’uomo di Dronero in nome del bene del Paese, l’accostamento audace solleticava le reminiscenze risorgimentali sollecitate dalle ricorrenze cinquantenarie. Per quanto legittima sul piano teorico, l’acrobazia verbale di Giolitti irritava però vecchi e nuovi conservatori, compresi i nazionalisti che nelle parole del primo ministro coglievano una forzatura estrema, nonché un oltraggio alla memoria del conte. Come asseriva «L’Idea nazionale», il genio di Cavour aveva riunito attorno a sé uomini di sicura fede patriottica, figure appartenenti alla benemerita Sinistra storica e non al socialismo disfattista con cui «fornicava» Giolitti «ripara[tosi] all’ombra» dello statista: redivivo, il Gran ministro avrebbe combattuto senza tregua i nemici della nazione, rivoluzionari e clericali(272).

Il presunto purismo cavouriano dei nazionalisti non trovava però riscontro nelle tendenze del grande schieramento liberale, ormai avviato a collaborare con le frange moderate delle vecchie opposizioni ultramontane. Il mutato atteggiamento si manifestava anche sul piano simbolico: gesto eclatante, impensabile fino a qualche anno prima, fu l’inaugurazione del monumento cavouriano di Bergamo, roccaforte cattolica, avvenuto nel 1913 proprio in occasione del XX settembre alla presenza del sovrano(273). Un evento che decretava le cessate ostilità tra moderati laici e cattolici proponendo un Cavour rivisitato in chiave conservatrice, esaltato come paladino dell’ordine sociale. Approvata la nuova legge elettorale, siglato il patto Gentiloni in vista delle elezioni, il monumento di Bergamo diventava un manifesto programmatico esplicito che non lasciava più dubbi in merito alle intenzioni del blocco liberale e monarchico. Lo Stato unitario – lo Stato cavouriano – accoglieva tutti i sostenitori della causa moderata.

Nonostante le apparenze, la causa coincideva ancora pienamente con quella di Cavour. Spettò quindi agli esponenti della Destra chiarire la questione a ridosso delle urne, quando, nell’ottobre 1913, le prime grandi elezioni a suffragio universale avrebbero rivelato la composizione del Paese reale. Le posizioni del partito moderato erano illustrate lucidamente da Salandra il quale, parlando agli elettori del collegio di Lucera, professava il proprio cavourismo esplicitando il filo diretto che univa il Gran ministro al liberalismo di inizio secolo, ispirato ai medesimi principii:

Sono liberale dell’antica e classica scuola italiana. Appartengo al partito che fu creato da Camillo di Cavour, e può tuttora governare il Paese secondo le direttive segnate dalla sua mano. È questa la prerogativa del vero genio politico: non esaurire la propria azione nei ristretti termini di una vita o di una generazione, ma indicare a uno Stato, a un popolo le vie dell’avvenire. Liberale italiano della scuola di Camillo di Cavour è chi reputa fondamento dello Stato il principato civile forte di prestigio dinastico, di armi proprie e del consenso popolare: è chi ritiene compatibile la sovranità dello Stato col più ampio e libero esercizio di ogni attività spirituale e materiale che non offenda la legge; è chi intende con agile mente e sente con cuore sincero che condizione prima del progresso civile è in questo momento storico la pacifica ascensione di ogni ceto verso l’acquisto dei beni superiori dell’esistenza e che spetta allo Stato favorirla con ogni

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271 L’onorevole Giolitti espone il suo programma di decisa democrazia al Teatro Regio di Torino, «La Stampa», 8 ottobre 1911.

272 Il discorso di Torino e il patriottismo dell’onorevole Giolitti, «L’Idea nazionale», 12 ottobre 1911.

273 Cfr. capitolo successivo.

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mezzo, a patto però che resti suprema animatrice del moto sociale la libertà individuale(274).

Com’è noto, le elezioni premiarono lo schieramento liberal-conservatore, il cui notevole successo arginò la spinta del movimento socialista. Tuttavia, se lo spirito del cavourismo, benché alterato a uso e consumo degli eredi, appariva ancora attuale, non poteva dirsi lo stesso della struttura notabilare del partito moderato, i cui limiti apparivano ormai evidenti a tutti. Si riaffacciava quindi l’ipotesi del grande partito moderno conservatore, vagheggiato da molti alla luce delle trasformazioni in atto. Come suggerivano le lettere inviate a «La Perseveranza», le esigenze della nuova politica di massa richiedevano il superamento delle associazioni costituzionali, ormai desuete, a favore di un raggruppamento più coeso e coordinato in grado di rassodare le forze disperse del liberalismo. Lungi dall’essere un partito strutturato secondo i criteri dei partiti contemporanei (autentica idiosincrasia dei moderati), una nuova formazione intitolata Camillo Cavour avrebbe raggiunto lo scopo auspicato da coloro che, soddisfatti dei risultati elettorali, temevano gli effetti di una tale disorganizzazione sul lungo periodo(275). Per il momento, tuttavia, il successo arrideva agli ambienti della Destra che, in seguito alla crisi ministeriale del marzo 1914, ponevano come successore di Giolitti proprio Salandra. Tale presenza apparentemente temporanea, funzionale come altre al ritorno in forze dell’uomo di Dronero al governo, in realtà si sarebbe consolidata rivelandosi decisiva per il futuro del Paese. Che si trattasse di un revival cavouriano o di un semplice uso pubblico del Tessitore a favore delle alchimie parlamentari, la retorica di Salandra sarebbe stata presto messa alla prova.

In ogni caso, la diretta continuità tra Cavour e la Destra di inizio secolo non convinceva a fondo. Celato da una facciata di ossequio alla memoria del conte, sulla quale si riverberava ancora l’effetto del centenario, il cavourismo delle origini non sembrava più sedere in Parlamento. Lo dimostrò la «chiassata» scatenatasi il 6 giugno 1914, quando l’omaggio istituzionale reso a Cavour diventò occasione di polemica tra i banchi della Camera. Al cattolico Vittorio Vinaj, intervenuto per ricordare ai colleghi l’anniversario cavouriano con un elogio del conte e la lettura della pagina di Cuore dedicata allo statista, rispose infatti il socialista Antonino Graziadei che, nauseato dal panegirico, rinfacciò l’ipocrisia del mondo liberale («Lo avete dimenticato sempre e lo avete tradito per cinquant’anni Cavour!»)(276). Ne seguì uno scontro acceso, presto degenerato in un vociare confuso all’interno dell’aula, riportata all’ordine soltanto dal presidente «con grandi scampanellate»(277). In cinquant’anni di storia postunitaria, il camuffamento cavouriano del liberalismo più recente sembrava ormai illudere soltanto i presunti eredi del Gran ministro.

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274 Discorso dell’on. Salandra a Lucera, «Corriere della Sera», 19 ottobre 1913; in merito all’opera di Salandra, cfr. F. Lucarini, La carriera di un gentiluomo, cit., p. 226; cfr. il meno recente V. Galizzi, Giolitti e Salandra, Laterza, Bari 1959, pp. 67-119.

275 Per una nuova grande Associazione liberale, «Corriere della Sera», 7 novembre 1913; relativamente al dibattito e al clima antipartito diffuso all’epoca, cfr. M.-L. Sergio, Dall’antipartito al partito unico. La crisi della politica in Italia agli inizi del ’900, Studium, Roma 2002.

276 AP, Camera dei Deputati, XXIII legislatura, Discussioni, tornata del 6 giugno 1914, pp. 3810-3811.

277 Una chiassata all’Estrema per l’anniversario di Cavour, «Corriere della Sera», 7 giugno 1914.

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Guerra e pace

Come in politica interna, così in quella estera la figura di Cavour continuava a rappresentare un modello importante, tornato alla ribalta in occasione delle vicende internazionali che coinvolsero, a vario titolo, l’Italia. Costretto per anni al ruolo di spettatore dinanzi al sopravanzare delle grandi potenze, frustrato dagli insuccessi coloniali, legato a un’alleanza rivelatasi infruttuosa, il Paese non aveva dato grandi prove di sé sullo scenario europeo. Con il nuovo secolo, dopo il periodo di ripiegamento seguito alle vicende crispine, i cosiddetti «giri di valzer» provarono l’esistenza di alcuni margini di manovra che consentissero di smarcarsi da una politica di secondo piano. Qualche timido segnale di ripresa si colse quindi in età giolittiana, quando i ministri avvicendatisi alla Consulta incoraggiarono iniziative indipendenti. Decano della vecchia diplomazia restava, del resto, lo stesso Visconti Venosta, una figura autorevole che, a seguito della sua ultima esperienza ministeriale, parve rievocare lo spirito dei tempi andati con la partecipazione nel 1906 alla conferenza di Algeciras, dove la sua presa di posizione filo-francese contribuì a risolvere la crisi marocchina(278).

Tuttavia, in certi ambienti si avvertiva l’esigenza di una politica differente, più dinamica, intraprendente, degna di una grande potenza. Le ricorrenze giubilari del 1911 rilanciarono anche il tema della credibilità del Paese in ambito internazionale: col Torniamo a Cavour! emergeva quindi la necessità del riconoscimento collettivo da parte delle altre nazioni, affinché, a cinquant’anni dalla sua nascita, il regno d’Italia entrasse realmente a far parte del consesso europeo. Come recitava “Bercheret” su «La Stampa», gli italiani erano stati «cornuti e bastonati» per troppo tempo, incappati in una catena di errori diplomatici senza fine che avevano portato, nel 1911, all’assenza totale di una politica estera, proprio quando la possibilità di un’egemonia mediterranea appariva concreta. Una situazione frustrante e intricata al tempo stesso, risolvibile solo da un Cavour: ma, a quanto pareva, «di Cavour non ne nasc[evano] più»(279). Lettura condivisa e ampliata su più larga scala dai nazionalisti che ormai includevano a pieno titolo il conte nel proprio pantheon di glorie. Analizzando la situazione coeva e deprecando la decadenza dello stato liberale nell’agosto 1911, i seguaci di Corradini ritenevano infatti doveroso distinguere la figura del Tessitore da quella dei suoi eredi attuali. Liberale per necessità, Cavour era stato un vero nazionalista poiché interessato alle esigenze reali del Paese, per il quale aveva dedicato anima e corpo: il suo liberalismo era dunque un nazionalismo adeguato ai tempi correnti, forte all’interno e all’esterno. Venuto meno il contenuto, non restava altro che la degenerazione parlamentare della sua politica, fine a se stessa, interrotta soltanto dall’esperienza governativa di Crispi, prontamente riabilitata(280).

A poche settimane da quelle parole la frustrazione degli insoddisfatti trovò libero sfogo in seguito allo scoppio del conflitto italo-turco per il possesso della Libia.

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278 Cfr. L. Saiu, La politica estera italiana, cit., pp. 52-55.

279 Cornuti e bastonati, «La Stampa», 12 luglio 1911.

280 Da Camillo Cavour al nazionalismo, «L’Idea nazionale», 17 agosto 1911; sullo stesso tono F. Coppola, Cavour e il popolo, in «Il Marzocco», cit.; nel primo dopoguerra, Corradini avrebbe esplicitamente parlato dell’«imperialismo» di Cavour in L’«Idea Imperiale», ivi, 4 novembre 1922. Riferimenti al recupero di Cavour e Crispi in F. Gaeta, Il nazionalismo italiano, cit., pp. 134-135; tra gli aderenti al programma nazionalista, Mario Viana dedicò riflessioni al carattere liberale di Cavour in anni successivi. Cfr. per esempio Il liberismo di Cavour, «La Rivoluzione liberale», 1° novembre 1925; G. Vignoli (a cura di), Mario Viana. L’uomo, l’opera, Circolo culturale “Benedetto Croce”, Savona 1971.

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Presentata come «guerra di popolo» in linea con il Risorgimento nazionale appena commemorato, la campagna coloniale favoriva un uso pubblico deliberato di personaggi, episodi e categorie legate al secolo concluso(281). Tuttavia, stando alle fonti, la figura di Cavour non sembrò partecipare in modo particolare al clima di rinnovato fervore patriottico, al di là del generico riferimento alla politica di gabinetto. Sulle ragioni di questa esclusione dal repertorio di immagini retoriche e reminiscenze influì forse l’estraneità del Tessitore al colonialismo – fenomeno che per motivi evidentemente cronologici il conte non aveva conosciuto nella sua forma matura e imperialista. Concetto che, invece, si prestava a una certa rilettura nazionalista del movimento democratico-repubblicano, soprattutto per quanto concerneva gli ambienti garibaldini(282). Inoltre, considerato il contesto, ben più allettante di Cavour appariva il recupero del «rivale» Crispi, la cui figura iniziava a godere, proprio in quel momento, di una rinnovata fortuna(283). Per gli ambienti orbitanti attorno a Corradini era però indubbia la necessità di una guerra in terra straniera, anche apparentemente slegata alla sopravvivenza del Paese, così come lo era stato il conflitto in Crimea. Decisa dal conte vincendo le opposizioni dei mediocri, la spedizione in Oriente anticipava la missione civilizzatrice in Tripolitania – anch’essa velata di un certo esotismo – lasciando presagire sviluppi grandiosi, pari all’unità d’Italia. Di fatto, come aveva affermato Corradini al termine di una conferenza tenuta nel gennaio 1911, Cavour aveva dimostrato l’autentico «valore della lotta internazionale», ben diverso dall’omonimo concetto socialista. Il Tessitore era quindi il «precursore» e «maestro» delle campagne militari che attendevano il Paese(284).

La vera mobilitazione postuma del Tessitore in campo bellico avvenne in seguito ai fatti di Sarajevo. Scelta senza eccessivi tentennamenti la neutralità nel rispetto letterale dei trattati di alleanza, si aprì il campo alle speculazioni relative all’eventuale partecipazione del Paese al conflitto(285). Una questione giocata sul filo della diplomazia tra proposte, controproposte, abboccamenti e colloqui che, per la prima volta, non solo attestava un certo peso dell’Italia sulla bilancia degli equilibri internazionali, ma offriva anche l’opportunità di ottenere cospicui ingrandimenti territoriali, a seconda dello schieramento prescelto. Da questo dibattito non poteva pertanto restare escluso il diplomatico per eccellenza, quel Cavour a cui tutti, compresi gli avversari più irriducibili, avevano sempre riconosciuto il merito di aver imposto l’unità d’Italia al congresso delle grandi potenze, «diplomatizzando» la rivoluzione. Non stupisce quindi “l’arruolamento” strumentale del Tessitore a favore o contro l’ingresso in guerra del Paese, un’operazione praticata da entrambi gli schieramenti. L’opzione tra neutralità e intervento si presentava infatti come una questione di fine analisi politica, in cui era coinvolto il concetto di genio che, secondo la pubblica opinione, risultava ormai del tutto estraneo alla classe dirigente del Paese. A seconda delle interpretazioni, i richiami

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281 Cfr. M. Isnenghi, Le guerre degli italiani. Parole, immagini, ricordi 1848-1945, Mondadori, Milano 1989; G. Pécout, Il lungo Risorgimento, cit., pp. 394-395.

282 E. Cecchinato, Camicie rosse. I garibaldini dall’Unità alla Grande Guerra, Laterza, Roma-Bari 2007, pp. 234 e segg.; in merito alla mobilitazione della stampa nazionalista, cfr. F. Gaeta (a cura di), La stampa nazionalista, Cappelli, Rocca San Casciano 1965, pp. XIV-XV.

283 Cfr. F. Bonini, Crispi e l’unità. Da un progetto di governo un ambiguo mito politico, Bulzoni, Roma 1997.

284 Il riferimento è a E. Corradini, Le nazioni proletarie e il nazionalismo, Casa Ed. Nazionale, Roma 1911; cfr. le considerazioni in S. Sighele, Il nazionalismo e i partiti politici, Treves, Milano 1911, p. 45n.

285 B. Vigezzi, L’Italia di fronte alla Prima guerra mondiale, vol. I, L’Italia neutrale, Riccardo Ricciardi Editorie, Milano-Napoli 1966, pp. 27-39.

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dei precedenti cavouriani e gli appelli alla perizia diplomatica tanto celebrata erano ritenuti in grado di indirizzare, consigliare, esortare il governo a compiere la scelta migliore per le sorti della nazione. Dopo decenni di elogi, il mito del grande statista sembrava avere finalmente un’applicazione pratica.

Già in agosto, quando l’ipotesi della partecipazione italiana al conflitto era ancora orientata a favore degli imperi centrali, la retorica interventista non esitò infatti a scomodare le guerre del 1856 e del 1859 per giustificare la scelta delle armi. Rievocato il pragmatismo cavouriano, i fautori dell’intervento andavano oltre le facili analogie risorgimentali al punto da legittimare anche lo scontro con la Francia, la traditrice di Villafranca, come attualizzazione della politica del Tessitore: un’azione in linea con la prassi diplomatica degli Stati sabaudi, costretti per ragioni di sopravvivenza a combattere alternativamente austriaci e francesi. Tuttavia, il peso assunto dall’irredentismo sulla coscienza patriottica orientò presto gli interventisti verso lo schieramento a favore dell’Intesa. Nel 1914 si ripresentavano le grandi occasioni. Come affermava Giovanni Papini su «Lacerba» accostando – ironia della storia – i due maggiori statisti italiani, «Cavour e Crispi non [avrebbero] esit[at]o»(286). Sulla stessa rivista, a settembre, Arturo Reghini, invocata una presa di posizione netta da parte del governo contro la «cecità universale» del Paese, pretendeva l’intervento in spregio ai principii del dibattito democratico, così come avrebbe fatto il Tessitore («aveva forse Cavour il consenso del paese quando mandava i bersaglieri in Crimea?»)(287). Su «L’Idea nazionale», i nazionalisti alimentavano la retorica bellicista anti-austriaca coinvolgendo il Gran ministro. Il 2 ottobre, Corradini pubblicava una lettera aperta al presidente del Consiglio, invitandolo ad assolvere il compito dei padri e «terminare l’opera del Conte di Cavour»(288). Consapevoli delle forti opposizioni all’intervento presenti nel Paese, i nazionalisti evocavano talvolta i precedenti risorgimentali in cui il conte aveva dato prova di grande persuasione, soprattutto in ambiente parlamentare: oltre al talento diplomatico si recuperava anche l’abilità, eminentemente politica, del grande statista. Chiamando in causa l’idolo del moderatismo, i seguaci di Corradini si inserivano così nel dibattito interno al disprezzato mondo liberale, al quale si indicava la via da percorrere proprio nell’azione risoluta del piemontese. Due giorni dopo la lettera al primo ministro, l’emblematico articolo di Domenico Oliva Cavour contro la neutralità chiariva le ragioni di questa mobilitazione postuma, instaurando un parallelo tra la guerra di Crimea e il conflitto europeo in corso: osteggiato da una grande maggioranza, inviso a molti, il Tessitore aveva osato, dimostrando la lungimiranza delle proprie convinzioni con il successo militare e diplomatico della spedizione in Oriente. Tutt’altro che guerrafondaio, Cavour aveva vinto le resistenze di chi non aveva compreso l’importanza di un momento decisivo. Il parallelo era dunque evidente:

Ora, come allora, si cominciò dalla neutralità, ora, come allora, conviene uscirne animosamente, vincendo gli stessi dubbi, gli stessi paurosi e dannosi consigli, gli stessi

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286 G. Papini, Il dovere dell’Italia, «Lacerba», 15 agosto 1914.

287 A. Reghini, Sempre avanti?, ivi, 20 settembre 1914.

288 Lettera aperta al presidente del Consiglio, «L’Idea nazionale», 2 ottobre 1914; cfr. B. Vigezzi, L’Italia di fronte alla Prima guerra mondiale, vol. I, L’Italia neutrale, cit., pp. 659 e segg.; cfr. Nazione e anti-nazione, vol. II, Il movimento nazionalista dalla guerra di Libia al fascismo (1911-1923), a cura di P. S. Salvatori, Viella, Roma 2015.

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dissentimenti, le stesse ubbie, gli stessi partiti, che antepongono un mediocre, incerto, precario bene presente a un certo e gloriosissimo bene futuro(289).

Sullo stesso tono si poneva l’articolo dedicato alle origini della guerra del ’59, ennesimo successo cavouriano a fronte del raggruppamento disfattista formatosi in seno al parlamento(290). Prese di posizioni nette che, ancora una volta, assumevano i caratteri dell’antigiolittismo, ritenuto espressione di quella politica provinciale, meschina, bottegaia che preferiva temporeggiare nella speranza di guadagnare dei compensi dai colloqui con le grandi potenze.

A questo uso spregiudicato di Cavour rispondeva, in toni più pacati, il fronte neutralista. Come rilevato da precedenti indagini(291), non per tutti l’operato del conte era sinonimo di intervento nella guerra, da compiersi a qualunque costo pena la rovina del Paese. Ne era convinta la «Gazzetta del Popolo» che, indicato in Cavour l’uomo della moderazione dedito a tutelare gli interessi italiani sia con la pace che con la guerra, non sosteneva la necessità del conflitto. Una posizione che lo stesso Tessitore avrebbe condiviso, preferendo percorrere la via diplomatica delle trattative, dalle quali si sarebbe ottenuto probabilmente un buon risultato senza impegnare il Paese in un conflitto oneroso, dall’esito non così certo(292). Altrettando cauto era l’organo ministeriale, «Il Giornale d’Italia» che, ospitando il dibattito in merito alla questione interventista sulla rubrica La polemica nazionale, dava voce anche a chi, come Giacomo Emilio Curatolo, distingueva tra la guerra di Crimea e il conflitto in corso. Il senatore smontava infatti le analogie tra le due vicende belliche proposte dalla stampa britannica che, proprio in quei giorni, invitava il governo italiano all’intervento richiamando il precedente cavouriano: secondo Curatolo, gli interessi attuali del Paese non esigevano l’ingresso in un conflitto di cui la Gran Bretagna, abile sobillatrice in passato come nel presente, tentava di mostrare l’appetibilità(293).

In mezzo a tali elucubrazioni, ci fu chi pensò di dare la parola direttamente al Tessitore. Era il caso di Raffaele Cognetti de Martiis che sfruttò la metafora “onirica” nel tentativo di sbrogliare la questione. Si trattava di un espediente letterario già impiegato nel giugno 1914, quando l’economista, inscenata una seduta spiritica, aveva interrogato l’anima di Cavour in merito alla cosiddetta Settimana rossa, ottenendo consigli utili ad analizzare, comprendere e risolvere in modo pacifico gli eventi legati alle proteste popolari. Nell’ottobre successivo, Cognetti convocò in una seconda seduta lo spirito di Cavour per fare luce sulla situazione internazionale, domandando al conte quale fosse la strada migliore da intraprendere. Ispirata a un certo neutralismo, la risposta del defunto fu emblematicamente diplomatica:

Onde una nazione possa rimanere neutrale senza pericolo, quando le maggiori potenze sono impegnate in una gran guerra, si richiede a parer mio una condizione assoluta, ed è che la neutralità di quella nazione non torni né a danno, né a vantaggio più dell’una, che dell’altra parte belligerante. […] Conchiudendo, ove fosse dimostrato che questo è il momento più opportuno per rompere la guerra, che ogni indugio ci è dannoso, io direi: poniamo la diplomazia per ora non in cale, facciamo la guerra. Ma poiché, sia in ordine

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289 Cavour contro la neutralità, «L’Idea nazionale», 4 ottobre 1914.

290 La vigilia della guerra del ’59. Una seduta storica, ivi, 16 ottobre 1914.

291 Un quadro generale della questione in F. Albano, Cento anni di padri della patria, cit., pp. 178-182.

292 Germanismo e italianità, «Gazzetta del Popolo», 25 settembre 1914.

293 Il Conte di Cavour, la guerra di Crimea e quella di oggi, «Il Giornale d’Italia», 26 settembre 1914.

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all’azione diplomatica, sia in ordine alla guerra, l’indugio non può esserci fatale, dobbiamo lasciare il Governo del Re libero di determinare nell’intimo della sua coscienza, quale sia, l’ora la più opportuna per rompere la guerra(294).

Risposte non definitive che, alla prova dei fatti, rispecchiavano le posizioni dei più cauti. Pertanto, i mesi passarono, Sonnino subentrò al defunto marchese di San Giuliano in veste di ministro degli Esteri e le prospettive dell’intervento si fecero sempre più concrete e allettanti(295). Sul piano interno, il livello di conflittualità si alzò alimentando la frenesia e la violenza del dibattito.

E fu così che, per restare nel campo dell’allegoria, il Cavour evocato dall’Oltretomba scivolò dalla posizione di sostanziale neutralismo a una posa decisamente interventista. Lo testimoniava nel gennaio 1915 l’anonimo funzionario di Montecitorio che, celato dietro al nome di “Nessuno”, recapitava nientemeno che al presidente del Consiglio una lettera del Tessitore, giunta dall’Aldilà. Il tono perentorio del defunto non lasciava dubbi. Spronando Salandra a compiere il disegno unitario, Cavour invocava una decisione energica:

A voi è capitato il momento di riparare a tanti errori. Non sapeste coglier subito l’occasione. Per buona sorte, le faccende della guerra volsero in modo che essa non vi è ancora sfuggita. Osate. La stessa situazione parlamentare vi ammonisce; congiure di deboli che hanno presa sui deboli. Sacrificar sé alla patria è bello; ma sacrificar sé e la patria al nemico in agguato è ridicolo. Non tenete conto della resistenza delle masse. La massa è irresistibile solo quando ha ragione, quando si vuol trascinarla dietro a una politica che essa non sente. Una generosa politica nazionale non può non trascinarla. E non tenete conto del neutralismo degli ultraconservatori. Sono avversari, questi, che nuocciono solo quando si ha la debolezza di seguirli. […] e non guardate a chi è che vi chiede a più alta voce la guerra. Conosco anche questi exagerés. […] Vedete che io vi parlo un linguaggio molto rude e positivo; è linguaggio di uno che mise davvero l’Italia sopra tutto, nel pensiero e nell’azione. Ebbi in vita la grande ventura di raggiungere quasi per intiero il mio sogno; ho avuto dopo morto il dolore di veder gli italiani minori delle loro sorti(296).

Il processo era ormai innescato e l’arruolamento di Cavour tra i paladini dell’intervento risultò irreversibile, con qualche minima eccezione. Non mancò infatti chi, come il senatore filantropo Ettore Ponti, tentò di richiamarsi al Tessitore invocando la pace nel continente e auspicando la creazione di una futura confederazione europea: fonti alla mano, si ricordava «lo spirito divinatore e profetico» di Cavour citando le lettere in cui il conte condannava apertamente la guerra come «un des fléaux les plus désastreux de l’humanité»(297). Tuttavia, la retorica bellicista risultava dominante. In aprile, Gioacchino Volpe tenne una conferenza presso il circolo filologico di Milano illustrando la figura e

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294 R. Cognetti de Martiis, Un’intervista con Camillo Cavour sulla guerra, Tipografia Adorni-Ugolotti, Parma 1914; pubblicato in origine su «La Gazzetta di Parma», 18 ottobre 1914; cfr. anche Id., Un’intervista con Camillo Cavour sulle “Giornate rosse”, Tipografia Adorni-Ugolotti, Parma 1914.

295 L. Riccardi, La politica estera dell’Italia nei mesi della neutralità, in F. Cammarano, Abbasso la guerra! Neutralisti in piazza alla vigilia della Prima guerra mondiale in Italia, Le Monnier, Milano 2015, pp. 105-114.

296 “Nessuno”, Lettere dei morti, Ravà & C., Milano 1915, pp. 20-21. Anche a livello locale si coglieva la necessità, per Salandra, di concludere la missione cavouriana, come evidenziava il «Corriere di Romagna», citato in M. Baioni, Rituali in provincia, cit., p. 116 e nota.

297 Per una Confederazione europea, «Corriere della Sera», 19 aprile 1915.

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l’opera di Cavour, «il genio delle cose possibili e vicine» al quale si attribuivano dichiarazioni proto-irredentiste quanto mai attuali. A conclusione dell’intervento, lo storico rammentava infatti come il conte si dichiarasse convinto della necessità di «mantenere le buone relazioni con Trieste», lasciando presagire ulteriori sviluppi bellici. Nella citazione cavouriana che seguì, si coglieva il manifesto dell’interventismo: «Noi seminiamo perché i nostri figli possano raccogliere»(298).

E così, mentre D’Annunzio guidava le folle agli scogli di Quarto rievocando l’impresa dei Mille, a Milano un lungo corteo si snodava per le vie della città e raggiungeva, al grido di Fuori i barbari!, la statua di Cavour. Il significato della dimostrazione patriottica venne prontamente spiegato da uno degli organizzatori, l’avvocato Deffenù che, deposta una corona ai piedi del monumento, si rivolse alla folla. Un discorso, acclamato a gran voce, in cui confluivano reminiscenze risorgimentali, sentimenti nazionalisti, aspirazioni irredentiste e, immancabili, i malumori antigiolittiani:

Camillo di Cavour non fu un ministro alla Giolitti: egli non patteggiò, né tese la mano allo straniero per ribadire le catene ai piedi del popolo italiano. Questo grande uomo di Stato intravide i destini d’Italia, e quando l’ora sacra suonò, seppe darci una patria nostra. Diversamente si comportano certi politicanti che stanno tramando contro i destini d’Italia e si sono venduti ai flagellatori del Belgio e ad agli oppressori della povera Serbia. Qui al monumento di Cavour rinnoviamo il nostro giuramento: facciamo che da Milano parta la scintilla per la lotta contro gli oppressori, o contro coloro che si azzarderanno in questo grave momento a tradire le sante ispirazioni del Paese(299).

L’ingresso nel conflitto era ormai questione di tempo. Di lì a poco, l’aggressività del fronte interventista e le pressioni della piazza ottennero i risultati auspicati; alla firma del patto segreto di Londra seguì la dichiarazione di guerra e la mobilitazione generale. La missione era compiuta. Vestita la divisa, anche Cavour partecipava alla nuova impresa bellica; la ricaduta sulla ritualità pubblica fu immediata. Il 6 giugno, durante la consueta commemorazione capitolina presso la Promoteca, il prosindaco di Roma Apolloni celebrò il «Grande dei Grandi», al quale la nazione rendeva l’omaggio migliore conducendo a termine «quell’opera che per bellezza e concezione costitui[va] il più grande capolavoro delle genti italiche»(300). Per i contemporanei era dunque questo il lascito più importante di Cavour: un capolavoro da concludersi con un investimento di uomini, mezzi e denaro spropositato che avrebbe rivelato a caro prezzo gli effetti della retorica risorgimentale in una società massificata, priva di poesia.

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298 Le conferenze di ieri a Milano, ivi, 15 aprile 1915; in merito a Volpe, G. Belardelli, Il mito della nuova Italia. Gioacchino Volpe tra guerra e Fascismo, Lavoro, Roma 1988.

299 Un grandioso corteo patriottico attraversa Milano tra scene d’entusiasmo, «Corriere della Sera», 14 maggio 1915.

300 La solenne celebrazione dello Statuto. La cerimonia in Campidoglio alla presenza del principe ereditario, «Il Messaggero», 7 giugno 1915; Una grandiosa giornata a Roma, «La Stampa», 7 giugno 1915.

LA TESI CONTINUA NELLA Parte Terza