Tesi di laurea
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Tesi di BATTISTA BOGGIONE - Il Tessitore. Memoria e usi pubblici di Cavour in età liberale (1861-1915)** Parte Prima**

Università degli Studi di Urbino Carlo Bo
Dipartimento di Scienze della Comunicazione, Studi Umanistici e Internazionali (DISCUI)
Corso di dottorato di ricerca in Studi Umanistici
Curriculum Storia contemporanea e culture comparate
CICLO XXXVII
Il Tessitore.
Memoria e usi pubblici di Cavour in età liberale (1861-1915)
SSD: HIST-03/A Storia contemporanea
Coordinatrice: Ch.ma Prof.ssa Liana Lomiento
Supervisore: Ch.mo Prof. Massimo Baioni
Dottorando: Giovanni Battista Boggione
ANNO ACCADEMICO
2023/2024
Indice
Parte Prima
Capitolo 1. 1861. Le amarezze dell’Unità
1.4 Il «cavourismo» degli eredi. I generali di Alessandro al governo
1.6 Assolto o condannato? Il dibattito sulla «pia morte»
Capitolo 2. Contro l’oblio. Definizione e difesa di un mito (1862-1876)
2.1 Il peso dell’eredità. Colmare il vuoto
2.2 L’apologia dei «cavourristi»
2.5 Firenze capitale o i «petrarchismi della politica cavouriana»
2.6 Disillusioni. Il cavourismo in frammenti
2.7 Verso la celebrazione nazionale. Cavour e le capitali
2.8 La vulgata cavouriana e i «monumenti di carta»
LA TESI CONTINUA NELLA Parte Seconda
Capitolo 3. Il consolidamento del mito (1877-1900)
3.1 Recuperare un mito
3.2 Cavour, i padri della patria e l’Esposizione di Torino
3.3 «Una grande e vera festa del cuore». Il 6 giugno 1886
3.4 Il corpus cavouriano in crescita
3.5 Fine secolo
Capitolo 4. L’apoteosi. Il Tessitore dall’Italia giolittiana alla Grande guerra (1901-1915)
4.1 Ascendenti politici. Vecchi e nuovi liberali
4.2 Commemorazioni e manifestazioni pubbliche
4.3 Polemiche cinquantenarie
4.4 Il centenario cavouriano
4.5 Il trionfo dei Grandi
4.6 Bibliografia cavouriana
4.7 Finale di stagione
Capitolo 5. Spazi, immagini, narrazioni
5.1 Spazi urbani e memoria
5.2 Il Conte di marmo, il Conte di bronzo. Statue e monumenti
5.3 Iconografie
5.4 Devozione e cultura popolare
5.5 Il cavourismo museale e scolastico
Conclusioni
Fonti
Bibliografia
Ringraziamenti
Introduzione
Cavour purtroppo è morto, e un Cavour non c’è(1).
Le parole lapidarie con cui Marco Minghetti, scrivendo a Michelangelo Castelli, commentava nel 1869 la situazione italiana rendono icasticamente l’immagine del Paese all’indomani dell’Unità. Constatato un dato inconfutabile, l’affermazione esplicitava il sentimento, velato di amarezza, comune a gran parte della classe dirigente. In seguito alla scomparsa improvvisa di Cavour, capostipite di quel partito liberal-moderato ritenuto da molti protagonista principale dell’unificazione, restava infatti un vuoto apparentemente incolmabile: molte erano le questioni ancora insolute e gravosi i problemi legati all’ordinaria amministrazione dello Stato che il defunto primo ministro aveva lasciato ai collaboratori. Rimpianta a lungo dai suoi eredi, ridimensionata dai suoi avversari, in ogni caso l’opera politica dello statista avrebbe rappresentato a lungo un termine di paragone, puntualmente riproposto in occasione dei momenti di crisi. Fermandosi a una lettura più superficiale, sarebbe dunque l’”assenza” di Cavour ad aver connotato i trascorsi politico-sociali dell’età postunitaria, suggerendo un’interpretazione limitativa e a tratti poco lusinghiera del ceto moderato chiamato a succedergli, complici le polemiche della pubblicistica coeva(2). Il rilievo effettivo del personaggio coinciderebbe con la sua vita pubblica, riconducibile, essenzialmente, al decennio 1852-1861. Inimitabile per molti aspetti, la vita del Tessitore pare quindi circoscritta alla sua mera esperienza biografica, oltre la quale si coglierebbero soltanto sporadici riferimenti nostalgici a un passato glorioso.
L’assenza materiale di Cavour nel contesto postunitario sembrerebbe aver precluso l’analisi della sua fortuna postuma. Pertanto, la domanda che Paul Guichonnet si poneva nel 1952 («Ou en sont les études sur Cavour?») si rivela ancora oggi utile per rilevare le direzioni che hanno imboccato gli studi cavouriani negli ultimi decenni(3) e constatare la presenza di una lacuna significativa. La panoramica generale consente infatti di appurare come l’attenzione si sia soffermata abbondantemente su alcuni versanti dell’indagine storiografica. Senza dubbio, la biografia e la disamina dell’opera politica hanno occupato la scena per lungo tempo, contribuendo ad approfondire la conoscenza di vicende già dibattute, portare alla luce elementi meno noti e aggiornare il dibattito scientifico. Uno studio – occorre ricordare – non scevro da letture e interpretazioni faziose che hanno inevitabilmente condizionato la l’analisi dell’operato cavouriano, sottoponendolo a distorsioni e forzature figlie del proprio tempo(4).
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1 L. Chiala, Carteggio politico di Michelangelo Castelli, vol. I, L. Roux e C., Torino 1890, lettera di Marco Minghetti a Michelangelo Castelli, 26 ottobre 1869, p. 420.
2 F. Cammarano, Storia dell’Italia liberale, Laterza, Roma-Bari 2011, pp. 3-47; G. Pécout, Il lungo Risorgimento. La nascita dell’Italia contemporanea (1770-1922), Mondadori, Milano 2011, pp. 230-246; F. Chabod, Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896, Laterza, Roma-Bari 1997 [1951], pp. 325-352; A. Capone, Destra e sinistra da Cavour a Crispi, in Storia d’Italia, sotto la direzione di G. Galasso, vol. XX, UTET, Torino 1981.
3 P. Guichonnet, Ou en sont les études sur Cavour?, in «L’Information historique» XIV (1952), n. 5, pp. 172-178.
4 Cfr. E. Tagliacozzo (a cura di), Cento anni di studi su Cavour, G. D’Anna, Messina-Firenze 1974; cfr. P. Gentile, Bibliografia cavouriana. Stato dell’arte, prospettive, in «Le Carte e la Storia» XXII (2016), n. 1, pp. 147-156.
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Con il secondo dopoguerra, l’approccio all’argomento si è fatto più pacifico. In campo biografico, imprescindibile è il riferimento all’opera magna di Rosario Romeo che, nel solco di Adolfo Omodeo, ha spogliato definitivamente gli studi cavouriani dalle incrostazioni agiografiche accumulatesi nel corso degli anni a partire proprio dall’età liberale. Un lavoro immenso in tre volumi che, anche nella sua versione più sintetica (Vita di Cavour, 1984), restituisce la parabola del personaggio, coniugando il dato politico all’analisi economica, da molti ritenuta il contributo migliore dello storico di Giarre(5). Il presunto carattere definitivo e onnicomprensivo di tale opera non ha esaurito però la ricerca, né gli sforzi interpretativi. Negli anni seguenti, non sono mancate biografie che, seppur più contenute per estensione e argomentazione, hanno riproposto la figura dello statista alla luce di sensibilità differenti, soffermandosi talvolta su determinate letture dell’operato cavouriano(6). Tra i più rilevanti e completi, i testi di Luciano Cafagna (1999), dedicato a sottolineare l’eccezionalità del modello politico nel contesto italiano, e di Adriano Viarengo (2010) il cui lavoro, forte della corrispondenza recentemente pubblicata, risulta essere il più aggiornato(7). Anche la storiografia straniera si è cimentata in diverse occasioni con lo studio dello statista piemontese, sfruttando la presunta oggettività dello sguardo esterno alle vicende italiane e avanzando riflessioni in merito ai progressi del dibattito sul tema: a tale scopo sembra infatti aspirare il volume di Harry Hearder che propone una rilettura più moderna di Cavour, libera dalle influenze a lungo esercitate da Denis Mack Smith in ambito anglosassone(8), mentre in area tedesca Peter Stadler ha tentato di rinnovare una tradizione di studi arrestatasi, fondamentalmente, all’inizio del Novecento(9). D’altronde, un certo rinnovato interesse per la figura di Cavour trova riscontro nelle più recenti uscite editoriali che, adottando il taglio divulgativo proposto a suo tempo da Italo De Feo (1969), offrono la figura del conte a un pubblico ampio grazie ad affreschi generali, stilemi narrativi di tipo giornalistico e indagini inerenti a fasi circoscritte della biografia(10).
Accanto ai numerosi contributi che, nel corso degli anni, hanno sottolineato il valore politico, diplomatico, economico dell’opera cavouriana(11) si colloca la pubblicazione delle fonti e, in particolare, dell’Epistolario. Conclusosi nel 2012 con l’edizione del
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5 R. Romeo, Cavour e il suo tempo, 3 voll., Laterza, Roma-Bari 1969-1984; Id., Vita di Cavour, Laterza, Roma-Bari 1984; cfr. il recente G. Pescosolido, Rosario Romeo. Uno storico liberaldemocratico nell’Italia repubblicana, Laterza, Roma-Bari 2021, pp. 188-218; A. Omodeo, L’opera politica del conte di Cavour, La Nuova Italia, Firenze 1941.
6 A. Roveri, Camillo Benso di Cavour, La Nuova Italia, Firenze 1977 e F. Cognasso, Cavour, Dall’Oglio, Milano 1974.
7 L. Cafagna, Cavour, Il Mulino, Bologna 1999; A. Viarengo, Cavour, Salerno Editrice, Roma 2010.
8 Tra i testi più polemici di Denis Mack Smith, Victor Emanuel, Cavour and the Risorgimento, Oxford University Press, London 1971, Cavour e Garibaldi nel 1860, trad. it., 2 voll., Il Saggiatore, Milano 1972 e la biografia Cavour, Bompiani, Milano 1984; H. Hearder, Cavour, Longman, New York-London 1994.
9 P. Stadler, Cavour. Italiens liberaler Reichsgründer, R. Oldenbourg, München 2001. Per quanto concerne la precedente tradizione tedesca di studi, l’ultimo volume significativo risale alla biografia (incompleta) di Walter Friedensburg, Cavour, F. A. Perthes, Gotha 1911; per il contesto, cfr. A. M. Voci, La Germania e Cavour. Diplomazia e storiografia, Edizioni di storia e letteratura, Milano 2011.
10 I. De Feo, Cavour. L’uomo e l’opera, Mondadori, Milano 1969; F. Porciani, Cavour prima di Cavour. La giovinezza fra studi, amori e agricoltura, Rubbettino, Soveria Mannelli 2022; P. Pinto, Il conte di Cavour. Grandezza e solitudine, Castelvecchi, Roma 2022.
11 Moltissimi i contributi citabili: tra questi, E. Passerin d’Èntreves, L’ultima battaglia politica di Cavour. I problemi dell’unificazione italiana, ILTE, Torino 1956; U. Marcelli, Cavour diplomatico. Dal Congresso di Parigi a Villafranca, Forni, Bologna 1961; P. Luraghi, Pensiero e azione economica del Conte di Cavour, Museo Nazionale del Risorgimento, Torino 1961; F. Valsecchi, Interpretazione di Cavour, in «Intervento» IV (1975), pp. 47-62.
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ventunesimo volume, il cinquantennale lavoro inaugurato da Carlo Pischedda e continuato da Rosanna Roccia ha dato un prezioso contributo alla ricerca storica, razionalizzando le operazioni di collezione tentate in passato e fornendo materia prima per ulteriori studi(12). Alla stessa Roccia e ai partecipanti delle iniziative promosse dalla Fondazione Cavour di Santena si devono, peraltro, pubblicazioni utili a integrare la conoscenza del personaggio, suggerendo piste di ricerca e ulteriori stimoli(13). Un’attenzione particolare è stata dedicata anche alla parola scritta di Cavour, il cui lascito – raccolto e commentato in continuità con lo spirito delle più antiche pubblicazioni – si coglie, per esempio, nell’antologia curata da Roberto Balzani, nel volume Autoritratto. Lettere, diari, scritti e discorsi, curato da Viarengo, e nel recente C’era una volta Cavour di Giuliano Amato che propone una selezione dei discorsi parlamentari più significativi, contestualizzandone il contenuto, cogliendone l’attualità e, di fatto, additandone la «grande politica»(14).
La rilevanza del personaggio nel panorama storiografico non è dunque mai venuta meno. D’altronde, la questione è stata posta in luce da Gilles Pécout che, nel 2003, coniava l’espressione «moment Cavour» per ribadire l’importanza degli studi fino ad allora compiuti e sottolineare l’esigenza di ulteriori indagini relative a questo «animale politico»(15). Invito colto in parte tra il 2010 e il 2011, quando le ricorrenze del bicentenario cavouriano e del 150° anniversario dell’Unità hanno incentivato nuove occasioni di confronto sul personaggio, peraltro non prive di risonanza mediatica(16), concretizzatesi in prodotti editoriali che, nella loro eterogeneità, hanno arricchito il quadro a disposizione degli studiosi. Ci si riferisce, in particolare, ai volumi miscellanei curati da Umberto Levra (Cavour, l’Italia e l’Europa) e da Silvia Cavicchioli (Camillo Cavour e l’agricoltura), al testo di Giuseppe Talamo (Cavour) e al parallelo-confronto tra Cavour e Bismarck di Gian Enrico Rusconi(17).
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12 C. Cavour, Epistolario, a cura della Commissione nazionale per la pubblicazione dei carteggi del conte di Cavour, 21 voll. in 34 tomi, Zanichelli [poi Olschki], Bologna [Firenze] 1962-2012; U. Levra, Dietro le quinte del monumentale epistolario di Camillo Cavour, in «Studi Piemontesi» XLII (2013), n. 1, pp. 101-107 e P. Gentile, I cento anni della Commissione per la pubblicazione dei carteggi del Conte di Cavour: note a margine del volume conclusivo dell’epistolario, in «Rassegna Storica del Risorgimento» XCIX (2012), n. 3, pp. 421-434; la Regia Commissione editrice aveva prodotto, negli anni, volumi monotematici quali Il carteggio Cavour-Nigra dal 1858 al 1861, Zanichelli, Bologna 1926 e Carteggio Cavour-Salmour, Zanichelli, Bologna 1936; a cura di Carlo Pischedda e Giuseppe Talamo, anche C. Cavour, Tutti gli scritti, 4 voll., Centro Studi Piemontesi, Torino 1976-1978.
13 Tra le varie pubblicazioni di Rosanna Roccia, cfr. il più recente Camillo Cavour. Dettagli in controluce, Centro Studi Piemontesi, Torino 2022 e numerosi articoli in «Studi Piemontesi»; molti i contributi di Carlo Pischedda, tra i quali Camillo Cavour. La famiglia e il patrimonio, a cura di R. Roccia, Società per gli studi storici della Provincia di Cuneo-Società storica vercellese, Cuneo-Vercelli 1997.
14 C. Cavour, La libertà come fine. Antologia di scritti e discorsi (1846-1861), a cura di R. Balzani, Ideazione, Roma 2002; A. Viarengo (a cura di), Autoritratto. Lettere, diari, scritti e discorsi, BUR, Milano 2010; G. Amato, C’era una volta Cavour. La potenza della grande politica, Il Mulino, Bologna 2023. Tra i molti testi citabili, anche la ristampa di C. Cavour, Discorsi per Roma capitale, Donzelli, Roma 2010 [1971].
15 G. Pécout, “Le moment Cavour”. Cavour politico nella storiografia, in «Ricerche di storia politica» XVIII (2003), n. 3, pp. 389-407.
16 Si veda a tal proposito il “processo a Cavour” andato in scena il 10 agosto 2011 a San Mauro Pascoli (provincia di Forlì e Cesena) che ha visto il dibattitto tra “l’accusa”, rappresentata da Lorenzo Del Boca e Roberto Martucci, e la “difesa” dello statista, incarnata da Roberto Balzani e Gilles Pécout. Un resoconto in “Conte di Cavour, assolto”, «Corriere della Sera», 11 agosto 2011.
17 U. Levra (a cura di), Cavour, l’Italia e l’Europa, Il Mulino, Bologna 2011; G. Talamo, Cavour, Gangemi, Roma 2010; S. Cavicchioli (a cura di), Camillo Cavour e l’agricoltura, Comitato di Torino dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano-Carocci, Torino 2011; G. E. Rusconi, Cavour e Bismarck. Due leader tra liberalismo e cesarismo, Il Mulino, Bologna 2011. L’interesse per l’apporto di Cavour ai vari contesti locali si colgono in S. Montaldo (a cura di), Le Langhe di Camillo Cavour. Dai feudi all’Italia unita, Skira, Milano-Ginevra 2011 e M. E. Tonizzi (a cura di), Cavour e Genova. Economia e politica, Genova University Press, Genova 2011. Alcune suggestioni per prospettive comparative con il contesto straniero in E. Del Lago, The age of Lincoln and Cavour. Comparative perspective on nineteenth-century American and Italian Nation-Building, Palgrave Macmillan, New York 2015.
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Dalla panoramica proposta emerge quindi una chiara predilezione degli studi per temi importanti, per molti aspetti ascrivibili a canoni tradizionali, che non superano però il crinale del 1861. Oltre tale data periodizzante si profila un campo perlopiù incolto, nel quale è possibile intravvedere i segnali di persistenze cavouriane che, al di là dell’eredità prettamente politica e materiale, hanno caratterizzato l’età postunitaria. Sembrerebbe quindi possibile parlare di un Cavour “dopo Cavour”. Non sono infatti mancati del tutto gli spunti utili a intuire le potenzialità di una simile indagine. Al momento presente, se si escludono le considerazioni in merito alla fortuna storiografica dello statista(18), le ricerche sono poche, limitate spesso a particolari casi di studio, benché afferenti a varie manifestazioni del fenomeno. Ne sono un esempio le riflessioni di Fulvio Cammarano relative alla Federazione Cavour, effimero tentativo di opposizione alla politica crispina ispirato – in linea teorica – al capostipite del liberalismo italiano, la cui promozione da parte delle élites suggeriva quantomeno la ricerca di un modello politico funzionale a ricompattare le forze disgregate del mondo moderato(19). L’aspetto ideologico, connaturato alla figura di un primo ministro, non pare essere però l’unico a strutturare il discorso. Per quanto concerne l’ambito della memoria pubblica, le pagine che Annarita Gori ha dedicato nel suo studio della Firenze giolittiana alle celebrazioni locali per il centenario cavouriano suggeriscono, a distanza di cinquant’anni dalla scomparsa del personaggio, la presenza di pratiche commemorative intrecciate a reinterpretazioni politiche del Tessitore; simili suggestioni sono evocate da Pierangelo Gentile con il racconto del pellegrinaggio alla tomba di Santena organizzato in occasione del venticinquesimo anniversario della morte, indice di una partecipazione popolare al culto della memoria(20). Altri stimoli, giunti dall’estero, hanno dimostrato la possibilità di sviscerare uno dei temi. Degna di nota è infatti la ricerca con cui Camilla Weber, unica ad analizzare un singolo aspetto della fortuna post mortem, ha studiato approfonditamente la presenza di Cavour nei manuali scolastici dell’Italia liberale, operando su un numero consistente di testi, registrando le ricorrenze del nome, instaurando confronti e comparazioni, fornendo dati numerici e percentuali che, di fatto, restituiscono un quadro pressoché esaustivo della questione(21).
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18 Tra i vari riferimenti, W. Maturi, Interpretazioni del Risorgimento. Lezioni di storia della storiografia, Einaudi, Torino, 1962, pp. 289-306; E. Rota (a cura di), Questioni di storia del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, C. Marzorati Editore, Milano 1951, pp. 933-938; R. Romeo, Nuove Questioni di Storia del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, Marzorati, Milano 1961, pp. 801-835 (anche in Id., Dal Piemonte sabaudo all’Italia liberale, Laterza, Roma-Bari 1974, pp. 183-232); un quadro della questione in H. Hearder, Cavour, cit., pp. 205-228.
19 F. Cammarano, Il progresso moderato. Un’opposizione liberale nella svolta dell’Italia crispina (1887-1892), Il Mulino, Bologna 1990, in particolare pp. 116-137; cfr. Id., Moderatismo ottocentesco. Un’ipotesi idealtipica, in L’inquietudine costituente. Saggi di storia politica, Pacini, Ospedaletto 2024, p. 41.
20 A. Gori, Tra patria e campanile. Ritualità civili e culture politiche a Firenze in età giolittiana, FrancoAngeli, Milano 2014, pp. 99-110; P. Gentile, Camillo Cavour. Una biografia per immagini, Fondazione Cavour, Santena 2017, pp. 13-21.
21 C. Weber, Camillo Cavour in den Schulbüchern des liberalen Italien, Peter Lang, Frankfurt am Main 2010.
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Un approccio sul lungo periodo è stato tentato, ma limitatamente al contesto francese, da Angelo Morabito con il suo lavoro relativo alla fortuna Oltralpe degli eroi risorgimentali, indagata secondo un impianto comparativo(22). Soffermandosi sul versante politico, saggistico e storiografico, l’analisi introduce il concetto di ricezione postuma di Cavour, del quale si dimostra il forte ascendente sui settori dell’opinione pubblica sensibili alla componente ideale del suo operato. Per quanto concerne gli esiti più recenti della ricerca, un’indagine di ampio respiro compiuta su un arco cronologico esteso è stata realizzata da Federica Albano con il volume Cento anni di padri della patria. Nel testo, dedicato al caso italiano, l’autrice ha ripercorso gli anni compresi tra il 1848 e il 1948 esaminando per piani paralleli la memoria di Vittorio Emanuele II, Garibaldi, Mazzini e Cavour, seguendone le linee di sviluppo fino agli esordi della repubblica(23). Pur non trattandosi di una pubblicazione dedicata esclusivamente allo statista, la ricerca ha tentato una prima analisi della questione, limitata per ragioni pratiche a uno studio di carattere generale, e avanzato ipotesi interpretative del fenomeno nel suo complesso. Dalla «partita a scacchi» giocata tra i quattro padri della patria sembrerebbe uscire sconfitto Cavour, la figura in apparenza meno presente sulla scena pubblica; allo statista sarebbe spettato un ruolo relativamente defilato soprattutto se confrontato con il successo, indubbio, riscosso da un personaggio come Garibaldi. Del resto, è proprio l’approccio comparativo che porta a delineare un quadro sfavorevole al conte – oscurato dalla mole ingente di fonti e pubblicazioni dedicate agli altri “padri” – e a sostenere il carattere elitario della fortuna cavouriana(24).
Ne deriverebbe quindi l’idea di un successo molto modesto, se non di una palese impopolarità dello statista, riconducibile, essenzialmente, a due ragioni. Innanzitutto, la figura di Cavour sembrerebbe spesso appiattita su quella di Vittorio Emanuele II nel ruolo di comprimario o “emanazione” ministeriale del sovrano, al quale spetterebbe invece il primato di simbolo istituzionale per eccellenza: il Tessitore e la sua opera politica parrebbero recepiti come una sorta di appendice della monarchia sabauda, quasi priva di una propria autonomia(25). In secondo luogo, il conte risulta caratterizzato dagli elementi tipici del mondo politico notabilare, aristocratico e borghese, difficilmente spendibili sul piano della popolarità, soprattutto se si considera il forte ascendente esercitato dall’immaginario eroico risorgimentale, più propenso a esaltare volontari e martiri a scapito del diplomatico grafomane, assorbito dal lavorio mentale e rinchiuso nelle stanze del potere. A posteriori, su tale profilo incomberebbe – occorre ricordare – il giudizio negativo di tutti i detrattori della Destra storica, del cosiddetto piemontesismo
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22 A. Morabito, La mémoire de Cavour dans la culture politique française de sa mort (1861) à la fin du XIX siècle, in «Mélanges de l’École française de Rome. Italie et Méditerranée», CXX-CXXI (2008), pp. 237 e segg.; sul tema, più in generale, la tesi di dottorato Id., La construction nationale italienne dans le miroir français. Représentation croisée des "pères de la patrie italienne" du Printemps des Peuples à la Grande Guerre (1848-1914), sous la direction de C. Brice et A. M. Banti, Paris Ouest, 2012.
23 F. Albano, Cento anni di padri della patria. 1848-1948, Comitato di Torino dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano-Carocci, Torino 2017.
24 Ivi, pp. 135-146.
25 Sul primato della monarchia nel contesto identitario italiano, cfr. C. Brice, Monarchie et identité nationale en Italie. 1861-1900, Éditions de l’École des hautes études en Sciences sociale, Paris 2010; F. Mazzonis, La monarchia nella storia dell’Italia unita. Problematiche e semplificazioni, in «Cheiron» XIII (1996), pp. 25-26 e Id., La monarchia e il Risorgimento, Il Mulino, Bologna 2003; M. Tesoro (a cura di), Monarchia, tradizione, identità nazionale. Germania, Giappone e Italia tra Ottocento e Novecento, Bruno Mondadori, Milano 2004.
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e del sistema di governo inaugurato, secondo facili approssimazioni, proprio da Cavour(26).
Temi e questioni
A fronte delle considerazioni di carattere generale desumibili dal contesto storiografico, gli studi menzionati suggeriscono l’opportunità di un’indagine apposita, esplicitamente dedicata ad approfondire la questione. L’esiguità delle riflessioni elaborate sul tema stimola e giustifica una ricerca che tenti di colmare le lacune e superare l’ostacolo rappresentato dall’apparente mancanza di fonti, archivistiche e bibliografiche, rilevabile con sondaggi meno sistematici. Esclusa l’ipotesi di un’assenza totale dello statista dall’immaginario postunitario, la realtà dei fatti esibisce tracce di un fenomeno concreto. Alla luce dei risultati conseguiti e delle suggestioni evocate da più parti, pare dunque legittimo domandarsi se all’apparente presenza “carsica” di Cavour successivamente alla sua morte corrisponda una memoria intermittente, non strutturata e saltuaria, o se sia esistita una continuità della fortuna, evolutasi in forme, linguaggi, pratiche ben definite e soltanto intercettate da altre ricerche.
Considerata la rilevanza del personaggio, l’occasionalità della memoria parrebbe implausibile. Di conseguenza, si pone anche il quesito se all’effettiva persistenza di elementi corrisponda la costruzione di un vero e proprio mito cavouriano, le cui manifestazioni assumerebbero forme eterogenee. Lo scopo del presente lavoro è dunque uno studio della fortuna post mortem di Cavour col quale tentare, quantomeno, di ridimensionare il vuoto storiografico seguendo le prospettive di ricerca legate alla memoria, all’uso pubblico della storia e alle sue ricadute concrete sulla percezione collettiva. Declinata in diversi ambiti e secondo letture che coinvolgono aspetti politici, sociali e culturali, la ricezione di un personaggio centrale come Cavour assume senza dubbio un certo rilievo: inevitabile a causa delle implicazioni legate al suo operato, il discorso costruito attorno alla figura del conte porta all’emersione del dibattito pubblico, promuove un processo di mitizzazione e influenza forme di ritualità commemorative ancora inesplorate. La definizione degli estremi cronologici si è rivelata pertanto fondamentale per delimitare l’indagine. In un primo tempo, è stata considerata l’ipotesi di una ricostruzione sul lungo periodo del fenomeno cavouriano, proponendo quindi un arco temporale centenario (1861-1961) entro il quale analizzare l’evoluzione dei processi durante l’età liberale, la Grande guerra, il regime fascista, il secondo conflitto mondiale e la prima stagione repubblicana. La ricognizione preliminare, compiuta con campionature delle fonti disponibili, ha però constatato l’esistenza di materiali corposi che avrebbero richiesto una trattazione assai più articolata e dilatato i tempi della ricerca. Significativamente, le fonti di epoca liberale confermavano la possibilità di scendere in profondità con l’indagine, soffermandosi sulle origini e l’elaborazione del mito cavouriano. Si è quindi deciso di dimezzare la cronologia e circoscrivere l’analisi al primo cinquantennio postunitario, tra la morte dello statista (1861) e l’intervento italiano nella Grande guerra (1915).
Del resto, la scelta di impostare l’analisi seguendo questi itinerari trova conforto nei singoli studi dedicati, nel corso del tempo, agli altri padri della patria. Illuminanti a tal proposito sono gli esiti delle ricerche condotte per rilevare l’elaborropazione di miti destinati ad avere lungo corso, talvolta ben oltre l’età liberale. Per quanto concerne la figura di Garibaldi, le riflessioni di Mario Isnenghi, il lavoro di Lucy Riall e i saggi raccolti da Andrea Ragusa pongono in evidenza il processo di esaltazione, in vita così come in morte, del generale nizzardo, il cui “culto eroico” ha ispirato forme di mobilitazione nonché alimentato pratiche di devozione largamente diffuse(27). Allo stesso modo, gli aspetti concreti della celebrazione postuma sono stati sottolineati da Sergio Luzzatto e Michele Finelli, le cui ricerche dimostrano come la memoria di Mazzini, vincolata alla pubblicazione integrale dei suoi scritti ma anche alla preservazione del suo corpo, sia stata interpretata in termini tanto spirituali quanto prettamente materiali(28). Con i suoi lavori dedicati a Vittorio Emanuele II, Umberto Levra ha fatto luce sulle politiche celebrative connesse al trapasso del sovrano e sul coinvolgimento degli ambienti governativi in occasione dei funerali. Considerazioni, ampliate da Alberto Mario Banti, che consentono di inserire il discorso della memoria nel quadro più ampio dello sviluppo, costruito a tavolino, dei miti risorgimentali(29).
L’esito felice di tali ricerche ha peraltro incentivato approcci simili nei confronti degli altri personaggi che popolano l’immaginario dell’Ottocento italiano: ne dimostrano la replicabilità, per esempio, gli studi di Silvia Cavicchioli su Anita Garibaldi e di Gian Luca Fruci su Manin, così come la ricerca di Sara Trovalusci relativa all’autocelebrazione di Crispi permette di seguire la costruzione in fieri e la promozione del mito da parte del personaggio stesso(30). Frutto di una regìa accorta o di una narrazione elaborata a posteriori, talvolta risultato di entrambe, le immagini dei “grandi” vivono di vita propria: interagendo (o interferendo) con la realtà dei fatti, ne influenzano, immancabilmente, la percezione.
Pertanto, un’indagine ad ampio raggio sulle forme assunte dalla fortuna cavouriana trova la sua collocazione nel campo di studi relativi alla memoria pubblica, sulla scia delle suggestioni fornite, a suo tempo, da Maurice Agulhon(31). È questo un terreno
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26 Cfr. le riflessioni in P. Gentile, Bibliografia cavouriana, cit., p. 148; in merito alle letture “municipaliste” della nazione, cfr. G. Fiocca, Viva la patria, abbasso lo Stato! Le molteplici appartenenze delle classi dirigenti, in «Passato e Presente» XLIII (1998), pp. 35-59.
27 M. Isnenghi, Garibaldi fu ferito. Storia e mito di un rivoluzionario disciplinato, Laterza, Roma-Bari 1997; L. Riall, Garibaldi. L’invenzione di un eroe, Laterza, Roma-Bari 2007; A. Ragusa (a cura di), Giuseppe Garibaldi. Un eroe popolare nell’Europa dell’Ottocento, Lacaita, Manduria-Bari-Roma 2009.
28 S. Luzzatto, La mummia della repubblica. Storia di Mazzini imbalsamato, Einaudi, Torino 2011; M. Finelli, Il monumento di carta. L’Edizione Nazionale degli Scritti di Giuseppe Mazzini, Pazzini, Villa Verrucchio 2004; P. Finelli, «È divenuto un Dio». Santità, Patria e Rivoluzione nel «culto di Mazzini» (1872-1905), in Storia d’Italia, Annali 22. Il Risorgimento, a cura di A. M. Banti e P. Ginsborg, Einaudi, Torino 2007, pp. 665-695; S. Levis Sullam, L’apostolo a brandelli. L’eredità di Mazzini tra Risorgimento e fascismo, Laterza, Roma-Bari 2010.
29 U. Levra, Fare gli italiani. Memoria e celebrazione del Risorgimento, Comitato di Torino dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, Torino 1992; A. M. Banti, La memoria degli eroi, in Storia d’Italia, Annali 22, cit., pp. 637-664; P. Gentile, Il mito dinastico, in Immaginare la nazione. Saperi e rappresentazione del territorio a Torino 1848-1911, catalogo a cura di P. Pressenda, Italgrafica, Novara 2015, pp. 5-16.
30 S. Cavicchioli, Anita. Storia e mito di Anita Garibaldi, Einaudi, Torino 2017; G. L. Fruci, The two faces of Daniele Manin. French republican celebrity and Italian monarchic icon (1848–1880), in «Journal of Modern Italian Studies» XVIII (2013), n. 2, pp. 157-171; Id., «Un contemporain célèbre». Ritratti e immagini di Manin in Francia fra rivoluzione ed esilio, in Fuori d’Italia: Manin e l’esilio, a cura di M. Gottardi, Ateneo Veneto, Venezia, 2009, pp. 129-155 e pp. 243-252; cfr, la tesi di dottorato di I. Brovelli, Daniele Manin et l’image de la révolution de Venise en France et en Italie (1848-1880), sous la direction de Gilles Pécout, EPHE, Paris 2019; S. Trovalusci, L’ultimo titano del Risorgimento. Il mito di Francesco Crispi nell’Italia liberale (1876-1901), Viella, Roma 2023.
31 Si ricordano, tra i molti testi, M. Agulhon, La “statuomanie” et l’histoire, in «Ethnologie française», VIII (1978), n. 2, pp. 145-172 e i volumi dedicati alla Marianna francese, Marianne au combat. L’imagerie et la symbolique républcaines de 1789 à 1880, Flammarion, Paris 1979 e Marianne au pouvoir. L’imagerie et la symbolique républicaines de 1880 à 1914, Flammarion, Paris 1989.
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dissodato dalle ricerche inerenti alle pratiche sociali e culturali elaborate nel corso del lungo Ottocento, durante i processi di «nazionalizzazione» delle masse su cui la storiografia ha indagato abbondantemente(32). Espressione di una volontà innanzitutto politica finalizzata a costruire un repertorio ricorrente di immagini, simboli e miti con il quale rafforzare l’identità nazionale del popolo e contribuire al nation building, gli sforzi della classe dirigente investirono più ambiti(33). Non ne risulterebbe escluso Cavour. In Italia, la retorica patriottica di età liberale coinvolse inevitabilmente le figure e gli eventi maggiori del Risorgimento per superare le divisioni preunitarie e gettare le fondamenta del nuovo Stato su una presunta base comune(34). Derivò quindi l’esigenza di inquadrare il discorso pubblico entro coordinate stabili, riconducibili a un sistema di valori condiviso, esplicato a diversi livelli. Numerose e assai note sono le indagini che hanno svelato i meccanismi della «pedagogia della nazione» e additato i suoi esiti. Come dimostrano gli importanti studi di Mario Isnenghi, Bruno Tobia, Maurizio Ridolfi, Simonetta Soldani e Ilaria Porciani, tali politiche agivano su molti piani: i personaggi, lo spazio urbano, le immagini, gli oggetti, il calendario civile, le commemorazioni si prestavano a divenire «luoghi e simboli della memoria», potenzialmente reinterpretabili nel corso degli anni(35). Un disegno articolato a cui concorrevano le letture del Risorgimento proposte dai musei, illustrate da Massimo Baioni, e la diffusione di pratiche associazioniste che, come rileva Gilles Pécout, alimentavano la coesione, lo spirito patriottico e il senso di appartenenza dei suoi partecipanti(36).
Considerata la complessità di tale contesto, consapevoli delle aperture ai nuovi fronti della ricerca offerte dal cultural turn(37), ci si interroga quindi in merito alle forme che la memoria cavouriana può avere assunto, alle sue manifestazioni concrete e alla sua possibile evoluzione nel corso di cinquant’anni. I temi e le suggestioni sono molti.
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32 G. L. Mosse, La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania (1815-1933), Il Mulino, Bologna 1975; E. J. Hobsbawm, Nazioni e nazionalismi dal 1780. Programma, mito e realtà, Einaudi, Torino 1991; A.-M. Thiesse, La creazione delle identità nazionali in Europa, Il Mulino, Bologna 2001; B. Anderson, Comunità immaginate. Origini e fortuna dei nazionalismi, Manifestolibri, Roma 2009.
33 Cfr. S. Soldani – G. Turi (a cura di), Fare gli italiani. Scuola e cultura nell’Italia contemporanea, vol. I, La nascita dello Stato nazionale, Il Mulino, Bologna 1993; sul ruolo delle élites, cfr. S. Montaldo, Patria e affari. Tommaso Villa e la costruzione del consenso tra Unità e Grande Guerra, Comitato di Torino dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Torino 1999; M. Meriggi – P. Schiera (a cura di), Dalla città alla nazione. Borghesie ottocentesche in Italia e in Germania, Il Mulino, Bologna 1993.
34 Cfr. F. Tarozzi – G. Vecchio (a cura di), Gli italiani e il Tricolore. Patriottismo, identità nazionale e fratture sociali lungo due secoli di storia, Il Mulino, Bologna 1999.
35 M. Isnenghi (a cura di), I luoghi della memoria. Simboli e miti nell’Italia unita, Laterza, Roma-Bari 1996; B. Tobia, Una patria per gli italiani. Spazi, itinerari, monumenti nell’Italia unita, Laterza, Roma-Bari 1991; M. Ridolfi, Le feste nazionali, Il Mulino, Bologna 2003; Id., Feste civili e religioni politiche nel «laboratorio» della nazione italiana (1860-1895), in «Memoria e Ricerca» III (1995), n.5, pp. 83-108; I. Porciani, La festa della nazione. Rappresentazione dello Stato e spazi sociali nell’Italia unita, Il Mulino, Bologna 1997.
36 M. Baioni, Vedere per credere. Il racconto museale dell’Italia unita, Viella, Roma 2020; Id., “La religione della patria”. Musei e istituti del culto risorgimentale, 1884-1918, Pagus, Quinto di Treviso 1994; S. Montaldo, Celebrare il Risorgimento. Collezionismo artistico e memorie familiari 1848-1915, Comitato di Torino dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano-Carocci, Torino 2013; G. Pécout, Les sociétés de tir dans l’Italie unifiée de la seconde moitié du XIXe siècle, in «Mélange de l’Ècole française de Rome. Italie et Mediterranée» CII (1990), n. 2, pp. 533-676.
37 Per una panoramica dei cultural studies si rimanda a C. Sorba – F. Mazzini, La svolta culturale. Come è cambiata la pratica storiografica, Laterza, Roma-Bari 2021.
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Innanzitutto, occorre tenere conto dell’eredità politica che, al momento attuale, risulta essere un argomento piuttosto dibattuto dalla storiografia(38). Affidataria ne fu la compagine moderata eterogenea, ispirata in linea di principio agli insegnamenti dello statista ma divisa in merito all’interpretazione dei grandi problemi ancora insoluti, come il completamento territoriale dell’Unità, la configurazione amministrativa del Paese, la definizione dei rapporti Stato-Chiesa, la questione romana. Rivendicato con orgoglio dalla Destra ed elevato a vessillo del liberalismo “puro” e “sano”, il lascito ideale del conte frammentò ulteriormente i moderati che, invocando a più riprese i precedenti politici di Cavour, avrebbero preteso di dare un seguito alla sua opera(39). Nella percezione dei contemporanei, le scelte e i provvedimenti successivi al 1861, motivo di delusione, dimostravano la modestia della classe dirigente la quale, con il passare del tempo, avvertì la distanza incolmabile dal modello. Il testamento del ministro e dei suoi compagni di partito divenne un repertorio a cui attingere nel momento del bisogno. Come avrebbe scritto Benedetto Croce, con la morte dello statista («una crudeltà della natura») e la caduta dei suoi epigoni, restava ai posteri un prezioso tesoro:
gli atti loro, le parole che ci hanno lasciate scritte, sono fonti perenni di educazione morale e civile, e ci ammoniscono e ci confortano e ci fanno a volte arrossire; sicché deve dirsi che, se cadde dalle loro mani il fuggevole potere del governo, hanno pur conservato il duraturo potere di governarci interiormente, che è di ogni vita bene spesa ed entrata nel pantheon delle grandezze nazionali(40).
Questa percezione, diffusa già nei mesi successivi alla scomparsa del ministro piemontese, influenzò fin dal primo momento la produzione saggistica e biografica. In linea con i sentimenti diffusi tra le élites, le perplessità lasciarono presto spazio alla frustrazione per un presente che, ben lontano dai fasti eroici del Risorgimento, aveva lasciato spazio alla “prosa” priva di entusiasmi, costellata – per alcuni – da apparenti fallimenti. Superato il tornante del 1876, significativo per vari aspetti, all’amarezza dei moderati si unì la nostalgia per la stagione passata. Dell’eredità di Cavour, priva di risvolti pratici, sembrava rimasta soltanto la componente ideale; l’uomo sarebbe stato elevato a nume tutelare del liberalismo e del parlamentarismo, celebrato spesso in aperta polemica con le presunte degenerazioni del sistema politico(41). Tali considerazioni si inseriscono quindi nel clima generale di deprecatio temporum che ha connotato determinate fasi dell’età liberale, corroborando le riflessioni inerenti alle strategie
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38 S. Marelli, Storia dei liberali. Da Cavour a Zanone, Panozzo & Pantanelli, Pesaro 1981, pp. 38-56; F. Livorsi, L’Italia liberale. Il pensiero politico dal 1861 al 1920, WR Editoriale, Alessandria 1988; N. Del Bianco, Marco Minghetti. La difficile unità italiana da Cavour a Crispi, FrancoAngeli, Milano 2008. Riflessioni più ampie in M. L. Salvadori, Liberalismo italiano. I dilemmi della libertà, Donzelli, Roma 2011.
39 S. Rogari, Alle origini del trasformismo. Partiti e sistema politico nell’Italia liberale, Laterza, Roma-Bari 1998, pp. 3-38.
40 B. Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915, Einaudi, Torino 1973 [1928], pp. 6-7.
41 Emblematica la riflessione di Alessandro Guiccioli in data 12 novembre 1900: «Lunga passeggiata nel parco di Santena. Il pensiero corre al Conte di Cavour e alle raggianti illusioni del partito liberale. Taluno ha detto che Cavour ebbe tanta fede negli Italiani, anche perché non li conosceva bene. Vero è che quella gran fede lo assistette nel fare l’Italia». A. Guiccioli, Diario di un conservatore, Edizioni del Borghese, Milano 1973, p. 263.
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approssimative impiegate per gestire l’amministrazione, le finanze, le relazioni internazionali, lo sviluppo del Paese(42).
In secondo luogo, strettamente connesse al rilievo politico della memoria cavouriana sono la nascita, l’elaborazione e l’affermazione di una vulgata. Avvenuta in un frangente delicato, la morte del conte indusse il partito moderato a definire i caratteri fondamentali del personaggio per costruire un’immagine idealizzata del “buon governante”, proposta con insistenza già nelle ore successive alla scomparsa. Questo ritratto, delineato in buona parte seguendo i canoni dell’agiografia, fu assorbito dalla retorica patriottica degli anni successivi che, grazie al contributo dei famigliari e degli ex collaboratori, consolidava un ritratto divenuto presto dominante.
Elaborata per contrastare le contro-narrazioni dei partiti avversi, pronti a sfruttare il vuoto lasciato dallo statista per riguadagnare terreno, la vulgata si rivelò funzionale anche a difendere l’operato della classe dirigente moderata che, attaccata da più parti, avrebbe di volta in volta impugnato il nome di Cavour a scudo del proprio agire. Punto di equilibrio tra conservazione e rivoluzione, l’opera del piemontese era additata come manifestazione virtuosa del genio italiano, fonte d’ispirazione per l’avvenire del Paese. In tale contesto, acquisì importanza l’immagine del rivoluzionario moderato in grado di guidare la nazione verso l’Unità contenendo le esuberanze del movimento mazziniano e agendo in aperta violazione dei trattati europei. Un progetto, deliberatamente apologetico, sul quale si innestò l’opera degli intellettuali e funzionari «monarchico-sabaudisti», descritti da Levra, intenzionati a legittimare i risultati del partito cavouriano(43): espressione riuscita dello «spirito di sistema» che aveva impressionato Gramsci(44), l’edizione di saggi, opuscoli, pamphlet, corrispondenze e discorsi parlamentari rinfocolava il dibattito, mantenendo alto il livello di conflittualità. Come attestato in altri casi(45), un ruolo decisivo spettò alle figure degli ex collaboratori cavouriani e simpatizzanti della causa moderata, quali Isacco Artom, Alberto Blanc, Nicomede Bianchi, Michelangelo Castelli, Domenico Berti, Giacomo Dina, Giovanni Battista Bottero e Luigi Chiala. Allo stesso tempo, dirimente fu il controllo sulle pubblicazioni da parte dei famigliari di Cavour, primi tra tutti i nipoti Ainardo e Giuseppina, che imbastirono i primi lineamenti storiografici, ai quali avrebbero contribuito, in diversi frangenti, anche i biografi stranieri(46).
La persistenza di contrasti tra culture politiche evoca quindi gli studi relativi alla ricezione del Risorgimento da parte di partiti e movimenti che si richiamavano a
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42 Sulla deprecatio temporum, cfr. A. Asor Rosa, La cultura, in R. Romano – C. Vivanti (a cura di), Storia d’Italia, vol. IV, Dall’Unità a oggi, t. II, Einaudi, Torino 1975, pp. 821-839; anche le riflessioni di G. Guazzaloca, Fine secolo. Gli intellettuali italiani e inglesi tra Otto e Novecento, Il Mulino, Bologna 2004.
43 U. Levra, Fare gli italiani, cit., p. 239.
44 A. Gramsci, Quaderni del carcere, vol. III, Einaudi, Torino 1975, pp. 2074-2075.
45 Sul contributo dei collaboratori nella definizione postuma del mito individuale, per esempio, cfr. P. Finelli, «È divenuto un Dio», cit.; Z. Ciuffoletti – A. Colombo (a cura di), I Garibaldi dopo Garibaldi. La tradizione famigliare e l’eredità politica, Lacaita, Manduria 2005; S. Trovalusci, Consegnarsi alla storia. Il mito di Francesco Crispi e l’opera di Tommaso Palamenghi, in «Passato e Presente» CXVI (2022), n. 2, pp. 21-38.
46 Cfr. S. Cavicchioli, Giuseppina Cavour vestale delle memorie risorgimentali, in «Studi Piemontesi» XL (2011), n. 2, pp. 529-532; R. Roccia, Santena: cenacolo degli affetti e approdo ultimo del Conte di Cavour, in «Studi Piemontesi» XXXIX (2010), n. 2, pp. 423-426; sul profilo di alcuni personaggi coinvolti nel processo, G. Talamo, Un moderato. Michelangelo Castelli, Edizioni dell’Ateneo, Roma 1955; in merito al contesto editoriale della biografia, cfr. C. Ceccuti, Le grandi biografie popolari nell’editoria italiana, in Il mito del Risorgimento nell’Italia unita, «Il Risorgimento» XLVII (1995), nn. 1-2, pp. 110-123.
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differenti tradizioni(47). Diluita nell’arco di cinquant’anni, l’analisi consente infatti di valutare l’effettiva persuasività del mito e spiegare – quando possibile – anche le ragioni dei silenzi e dei vuoti, altrettanto significativi ai fini di una comprensione più completa del fenomeno. Ennesima dimostrazione di una lettura del passato recente tutt’altro che pacificata(48), lo studio di Cavour contribuisce a tracciare il percorso, già intricato, delle varie memorie risorgimentali, per le quali è possibile parlare di un uso pubblico evidente(49). Da un lato, i ridimensionamenti proposti dalla Sinistra e dall’Estrema, dall’altro lato, il rigetto totale da parte del cattolicesimo intransigente sembrerebbero giustificare l’assenza di omaggi espliciti alla memoria dello statista(50); tuttavia, il passare del tempo, le evoluzioni del contesto politico – nonché delle strategie pedagogico-patriottiche – comportarono un progressivo smussamento dei contrasti, in linea con la stagione conciliatorista affermatasi a partire dagli anni Ottanta(51). Tra polemiche accese e convergenze inedite, la vitalità del dibattito emerge puntualmente in occasione delle ricorrenze(52).
La presenza di date e anniversari, infatti, si rivela centrale ai fini dell’indagine. Grazie alle ricadute sulla sfera pubblica, commemorazioni, feste e cerimonie rappresentano un banco di prova utile a cogliere il ruolo della ritualità, il suo grado di successo (o insuccesso), il livello di mobilitazione(53). Indubbiamente, le date più rilevanti per valutare il grado di partecipazione e gli stadi della fortuna cavouriana sono il 1861, anno della morte, il 1873, anno delle feste cavouriane indette a Torino per l’inaugurazione del monumento locale, il 1886, venticinquesimo anniversario della morte, e il 1910, centenario della nascita celebrato a livello nazionale. Per quanto concerne il calendario civile, sulla data del 6 giugno – anniversario della scomparsa – si sarebbe incentrata la politica commemorativa dell’intero cinquantennio(54). Promossi con notevole discontinuità a partire dagli anni Sessanta, gli anniversari trovano il loro
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47 Cfr. i contributi in Gli italiani in guerra. Conflitti, identità, memorie, sotto la direzione di M. Isnenghi, vol. II, Le «Tre Italie»: dalla presa di Roma alla settimana rossa (1870-1914), a cura di S. Levis Sullam e M. Isnenghi, UTET, Torino 2009.
48 M. Baioni, Risorgimento conteso. Memorie e usi pubblici nell’Italia contemporanea, Diabasis, Reggio Emilia 2009, pp. 39-43; riflessioni generali in L. Riall, Il Risorgimento. Storia e interpretazioni, Donzelli, Roma 1997; per i paradigmi storiografici meno recenti, imprescindibili i riferimenti di W. Maturi, Interpretazioni del Risorgimento, cit. In merito all’importanza della ricezione, cfr. P. Ory, L’histoire culturelle, PUF, Paris 2004, pp. 87-88.
49 Si richiamano i noti studi di J. Habermas, L’uso pubblico della storia, in G. E. Rusconi (a cura di), Germania, un passato che non passa. I crimini nazisti e l’identità tedesca, Einaudi, Torino 1987, pp. 98-109 e N. Gallerano, Storia e uso pubblico della storia, in Id., L’uso pubblico della storia, FrancoAngeli, Milano 1995, pp. 17-32; G. Calchi Novari, Politiche della memoria, Manifestolibri, Roma 1993.
50 F. Della Peruta, Il mito del Risorgimento e l’estrema sinistra dall’Unità al 1914, in Il mito del Risorgimento nell’Italia unita, cit., pp. 32-70; F. Traniello, Nazione e storia nelle proposte educative degli ambienti laici di fine Ottocento, in L. Pazzaglia (a cura di), Cattolici, educazione e trasformazioni socio-culturali in Italia tra Otto e Novecento, La Scuola, Brescia 1999, pp. 61-91; un quadro generale in G. De Rosa, Il movimento cattolico in Italia. Dalla restaurazione all’età giolittiana, Laterza, Roma-Bari 1970.
51 Sulla stagione conciliatorista J.-N. Luc (a cura di), Pédagogie et liturgie nationale dans l’Italie post unitaire. Histoire et historiographie de l’enfance, in «Mélanges de l’École Française de Rome», CIX (1997), n. 1, e M. Baioni, La “religione della patria”, cit., pp. 17-27.
52 Cfr. M. Baioni, Vedere per credere, cit., pp. 22-33.
53 Cfr. Id., Rituali in provincia. Commemorazioni e feste civili a Ravenna (1861-1975), Longo, Ravenna 2010, p. 11. Si veda, per esempio, F. Dolci (a cura di), Effemeridi patriottiche. Editoria d’occasione e mito del Risorgimento nell’Italia Unita (1860-1900). Saggio di bibliografia, Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 1994; un’indagine sul caso regionale in C. Mancuso, La patria in festa. Ritualità pubblica e civile in Sicilia (1860-1911), La Zisa, Palermo 2013.
54 Le Geste commémoratif, sous la direction de J. Davallon – P. Dujardin – G. Sabatier, CERIEP, Lyon 1994.
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precedente più solenne nei funerali celebrati, anche in absentia, a ridosso della scomparsa: un evento inatteso che, costringendo la classe dirigente a improvvisare un cerimoniale funebre di tale solennità, avrebbe a sua volta contribuito all’elaborazione dei rituali e al mito del Gran ministro, pianto dalla nazione intera. Significativamente, la presenza in calendario della ricorrenza cavouriana non si sarebbe rivelata scevra da conseguenze poiché poteva comportare, a seconda dei casi, commistioni o attriti, come hanno dimostrato, per casi analoghi, noti studi(55). L’occasionale sovrapposizione alla festa dello Statuto o l’aperta competizione con la festa del Corpus Domini e l’anniversario della morte di Garibaldi, infatti, avrebbero offerto nuove occasioni di dibattito.
Le forme di mobilitazione sono tipiche della società di età liberale: i discorsi commemorativi, l’esposizione di busti, lo scoprimento di lapidi da parte di comitati e municipi, la deposizione di corone di fiori descrivono una ritualità organizzata nel tentativo di coinvolgere strati più ampi della cittadinanza, diffondere una sorta di “venerazione” e, sostanzialmente, rendere popolare la figura di Cavour. Tema questo, la popolarità, destinato a tormentare per lungo tempo i cultori della memoria, convinti della necessità di promuovere il “cavourismo” anche al di fuori delle cerchie notabilari. Si concepì quindi il pellegrinaggio alla tomba di Santena, pilastro della ritualità cavouriana, e si tentò di rendere divulgativa la biografia dello statista. Per quanto non sempre possibili, le riflessioni relative all’efficacia delle strategie adottate permettono talvolta di ipotizzare non solo il grado effettivo di partecipazione, ma anche di adesione ideale a tali iniziative, commemorative o editoriali che fossero.
Dalla ricerca emerge chiaramente lo spaccato di un’Italia in festa. Di fatto, il quadro di celebrazioni ricorrenti, città imbandierate, luminarie, padiglioni, sfilate e banchetti, contribuisce a rivedere in parte l’immagine relativa al “grigiore” della ritualità pubblica liberale(56). Al di là del parere estetico di Giosué Carducci, per il quale il repertorio di simboli, divise e decorazioni era «brutto» al punto da provocare l’«itterizia»(57), il presente studio conferma l’idea di pratiche celebrative partecipate che, anche nella loro componente esteriore, riscuotevano un certo successo. Risulterebbe quindi edulcorata l’immagine dell’Italia dolente, raccolta in lutto perenne sulle tombe di eroi e martiri, ammantata della retorica del sacrificio(58); le cronache dell’epoca lasciano trasparire i colori e le musiche delle processioni, delle occasioni conviviali, degli intrattenimenti collaterali e del turismo patriottico sovvenzionati anche grazie al sostegno del circuito associativo locale, sempre mobilitato.
Ai concetti della comunicazione e della ricezione, più volte evocati, si lega infine la presenza materiale dello statista nello spazio urbano, nella pubblicistica, nell’iconografia, nei musei, nella pedagogia popolare. Un tema inedito e degno di approfondimento è infatti rappresentato dalla statuaria cavouriana che, forte dei 13 monumenti realizzati durante il cinquantennio, consente di tracciare una sorta di
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55 I. Porciani, Lo Statuto e il Corpus Domini. La festa nazionale dell’Italia liberale, in Il mito del Risorgimento nell’Italia unita, cit., pp. 149-173.
56 Cfr. le opinioni in E. Gentile, Il culto del littorio. La sacralizzazione della politica nell’Italia fascista, Laterza, Roma-Bari 1993, p. 22, riviste e ridefinite in Id., La Grande Italia. Ascesa e declino del mito della nazione nel ventesimo secolo, Mondadori, Milano 1997.
57 G. Carducci, Edizione nazionale delle opere di Giosuè Carducci, vol. XXIV, Confessioni e battaglie, serie prima, Bologna 1944, pp. 127-128.
58 Cfr. le riflessioni in M. Baioni, Rituali in provincia, cit., pp. 108-110; cfr. anche Id., Risorgimento conteso, cit., pp. 123-125.
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geografia della devozione liberale e riflettere quindi sulle ragioni della sua presenza in determinati contesti e della sua assenza in altri. Esposte nelle piazze italiane o all’interno di edifici simbolici della comunità locale, le statue si rivelano vettori utili a comprendere il processo di mitizzazione, cogliendone al contempo i risvolti ideali e concreti, come hanno suggerito i primi studi pionieristici(59). Nel quadro di un’indagine sui contesti postunitari, è dunque lecito domandarsi se sia esistita una «monumentomania» cavouriana in Italia e quali forme questa abbia eventualmente assunto. Significativa è infatti la ricostruzione delle vicende – desumibili dalla documentazione archivistica e dai quotidiani – relative alla commissione artistica, alle scelte dei comitati promotori, alla discussione inerente alla buona o cattiva riuscita del risultato, alle grandi aspettative, all’immagine dell’uomo che si intendeva trasmettere. Come ha rilevato Catherine Brice, infatti,
Non solo i monumenti sono dei mezzi di comunicazione politica, ma tutti i dibattiti e tutte le decisioni che li riguardano sono anch’essi dei mezzi per «fare politica», senza che questo voglia dire che la monumentalità sia un pretesto, una sorta di politica in tono minore. […] Il monumento è dunque una forma di espressione politica, di agire politico, e ha un carattere operativo, la cui specificità è legata alla natura stessa dell’oggetto, e in primis alla sua materialità(60).
Tutt’altro che univoca e condivisa, “l’idea di Cavour” poteva essere declinata a seconda delle letture che il ceto notabilare riteneva più consone alla celebrazione locale, complici le affiliazioni politiche(61). In qualità di nume tutelare dell’Italia unificata, come ministro e diplomatico, come imprenditore o come economista, il Cavour scolpito diveniva a sua volta oggetto di usi (e riusi) pubblici non privi di contrasti. Evidenti sono dunque le implicazioni dovute alla concezione e alla fruizione dello spazio urbano, sulle quali incidevano la pratica odonomastica, la collocazione di busti e l’iscrizione di lapidi commemorative che, a vario titolo, esibiscono deliberate politiche di promozione(62).
Connaturata alla questione estetico-figurativa è quindi l’iconografia post mortem dello statista che si inserisce nel solco degli studi dedicati alla cultura visuale, al suo ruolo e alla sua capacità di strutturare il discorso pubblico(63). Esemplificata da celebri
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59 M. Agulhon, La “statuomanie” et l’histoire, cit.
60 C. Brice, La monumentalità pubblica. Quale ricezione per il discorso politico nazionale nell’Italia di fine Ottocento, in P. Finelli – G. L. Fruci – V. Galimi (a cura di), Parole in azione. Strategie comunicative e ricezione del discorso politico in Europa fra Otto e Novecento, Le Monnier, Firenze 2012, p. 113; R. Koselleck, Les monuments aux morts. Lieux de fondation de l’identité des survivants, in «Revue de Métaphysique et de Morale» CVI (1998), n. 1, pp. 33-61.
61 Cfr. il recente R. Villa – G. C. F. Villa, Statue d’Italia. Storia della statuaria commemorativa pubblica, vol. I, Monumenti dal Risorgimento alla Grande Guerra, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2024; C. Beltrami – G. C. F. Villa (a cura di), Scolpire gli eroi. La scultura al servizio della memoria, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2011; M. Tesoro (a cura di), La memoria in piazza. Monumenti risorgimentali nelle città lombarde tra identità locale e nazionale, Effigie edizioni, Pavia 2012. Ricerche per quanto concerne Garibaldi in C. Beltrami – G. C. F. Villa – A. Villari, Garibaldi nel bronzo e nel marmo, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2012.
62 S. Raffaelli, I nomi delle vie, in M. Isnenghi (a cura di), I luoghi della memoria. Simboli e miti, cit., pp. 263-269; A proposito di odonomastica e toponomastica: percorsi di ricerca, in «Memoria e Ricerca» XIII (2005), pp. 129-167.
63 V. Fiorino - G. L. Fruci - A. Petrizzo (a cura di), Il lungo Ottocento e le sue immagini. Politica, media e spettacolo, Edizioni ETS, Pisa 2006; M. Pizzo, Forme di costruzione e divulgazione dell’iconografia risorgimentale, in A. Arisi Rota – M. Ferrari – M. Morandi (a cura di), Patrioti si diventa. Luoghi e linguaggi di pedagogia patriottica nell’Italia unita, FrancoAngeli, Milano 2009, pp. 169-184.
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ritratti pittorici e fotografici – si pensi al dipinto realizzato da Francesco Hayez – che hanno permesso la codificazione di una vera e propria icona, l’immagine del conte appare, ancora oggi, immediatamente riconoscibile grazie ad alcuni caratteri peculiari (gli occhiali, la barba e le basette, la «forte complessione»). Interrogarsi in merito alla committenza e alla circolazione di queste immagini, dunque, consente di ipotizzare l’esistenza di circuiti utili a diffondere un canone iconografico(64). L’espressione complementare del ritratto ufficiale può essere considerata la caricatura, la cui piena dignità di fonte storica, recentemente sottolineata(65), giustifica una panoramica delle raffigurazioni satiriche, comprese quelle realizzate in seguito al giugno 1861. Dopo aver bersagliato per anni il Cavour vivente, i vignettisti avrebbero però ancora a lungo rappresentato il conte defunto, esplicitandone l’assenza ingombrante e traducendo in figura i panegirici cari alla retorica liberale.
A complemento del quadro, il contesto offerto dalle altre manifestazioni del mito cavouriano permette di valutare la pervasività di questa narrazione. Le domande relative alla presenza di una pubblicistica “popolare”, risultato di omaggi spontanei alla memoria del conte, tentano infatti di delineare i tratti di una memoria coltivata anche in contesti estranei agli ambienti politici, là dove è possibile riscontare una sincera adesione individuale. Al contempo, l’esposizione di cimeli e oggetti appartenuti al conte attesta il ruolo importante della cultura materiale nel racconto del Risorgimento proposto dai musei e dalla famiglia Cavour(66). Inevitabili sono le letture stereotipate affibbiate alla figura del conte, figlie delle semplificazioni di stampo deamicisiano(67). Pertanto, anche la ricezione da parte della manualistica scolastica – le cui sintesi di storia patria tradiscono determinate preferenze – sembrerebbe esibire il frutto di simili interpretazioni. Sullo stesso piano si collocano quindi gli sforzi dell’editoria popolare, costretta a tenere conto degli orizzonti di attesa di un pubblico più ampio, che tentava di incontrare gli interessi del lettore meno strutturato, appagandone i gusti per l’aneddoto e il pettegolezzo(68).
L’osservazione in prospettiva di tutti i temi menzionati, spesso compenetrati tra loro, compone la figura del Tessitore. Un personaggio costruito sapientemente grazie al consolidamento di alcuni paradigmi agiografici nel tentativo di allargare la cerchia di devoti ammiratori al di fuori del Piemonte, facendo di Cavour una figura di caratura nazionale e internazionale. L’immagine granitica dell’uomo di Stato conviveva, però, anche con la sua declinazione autenticamente popolare, ben impressa nel ricordo dei torinesi, ovvero quella di Papà Camillo: il personaggio gioviale e schietto che, mano in
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64 Alcuni spunti in M. Pizzo (a cura di), Cavouriana. Immagini di Cavour dalle collezioni del Museo Centrale del Risorgimento. Museo centrale del Risorgimento – Ala Brasini, 16 gennaio-28 febbraio 2009, Museo centrale del Risorgimento, Roma 2016.
65 S. Morachioli – I. Piazzoni (a cura di), La caricatura politica in Europa fra Otto e Novecento, numero monografico di «Memoria e Ricerca» XXX (2022), n. 1; L. Benadusi – E. Serventi Longhi (a cura di), Le maschere della realtà. Satira e caricatura nell’Italia contemporanea, Viella, Roma 2022.
66 Sul tema, M. Avetta (a cura di), Museo cavouriano di Santena. Catalogo, Fondazione Camillo Cavour, Santena 1962; P. Gentile (a cura di), La casa di Camillo Cavour. Storie e oggetti dal Castello di Santena, Società Tipografica Ianni, Santena 2014.
67 Cfr. la postfazione di Gilles Pécout Le livre Coeur: éducation, culture et nation dans l’Italie libérale, a E. De Amicis, Le livre Coeur, Éditions Rue d’Ulm/Presse de l’École normale supérieure, Paris 2005, pp. 357-483.
68 Cfr. le riflessioni di A. Ascenzi, Tra educazione etico-civile e costruzione dell’identità nazionale. L’insegnamento della storia nelle scuole italiane dell’Ottocento, Vita e Pensiero, Milano 2004; per un contesto più circoscritto, si veda E. Marazzi, Libri per diventare italiani. L’editoria per la scuola a Milano nel secondo Ottocento, FrancoAngeli, Milano 2014.
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tasca, popolava la memoria aneddotica locale conferendo note di colore alla narrazione istituzionale degli eventi. Proprio sulla compresenza del mito “ufficiale” e della sua variante “informale” si sarebbe giocata, con alterne fortune, la possibilità di stemperare le occasioni di attrito, sorvolare sugli aspetti critici dell’opera politica e approdare a una lettura condivisa e condivisibile di Cavour.
Archivi e fonti
Gli interrogativi di ricerca hanno motivato la consultazione di un ampio ed eterogeneo spettro di fonti. Dal punto di vista archivistico, la varietà degli istituti frequentati restituisce l’estensione geografica dell’indagine compiuta a livello nazionale. La rilevanza della documentazione, disseminata in numerosi archivi dell’Italia centro-settentrionale, si è rivelata di natura qualitativa e non quantitativa – in molti casi la consistenza delle carte utili alla ricerca risulta infatti limitata al singolo fascicolo.
I materiali consultati includono le corrispondenze, la documentazione amministrativa e i registri che ricostruiscono le vicende inerenti ai monumenti e alle commemorazioni locali, spesso legate ai festeggiamenti della ricorrenza del 6 giugno. Gli istituti frequentati a tale scopo sono dunque i seguenti: l’Archivio Storico della Città di Torino, gli Archivi di Stato di Novara, Biella, Padova, Ancona; gli Archivi comunali di Vercelli, Genova, Milano, Padova, Verona, Livorno; l’Archivio della Provincia di Ancona; l’Archivio Storico Capitolino; l’Archivio della Camera di Commercio di Genova; l’Archivio Apostolico Vaticano, la Biblioteca Angelo Mai di Bergamo. Per quanto concerne gli archivi di persona, è stata presa visione delle carte di Isacco Artom (archivi dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane di Roma), Costantino Nigra (Museo del Risorgimento di Torino), Domenico Berti (Biblioteca di Storia e Cultura “G. Grosso” di Torino), Luigi Chiala (Archivio di Stato di Biella) e di Alberto Cavalletto (Biblioteca civica di Padova). L’archivio della Fondazione Camillo Cavour di Santena ha consentito la consultazione della corrispondenza degli eredi e la documentazione relativa alla memoria di famiglia.
I sondaggi presso l’Archivio Centrale dello Stato non hanno prodotto risultati utili ai fini della ricerca, così come privi di conseguenze significative sono state la consultazione dell’inventario digitale del fondo Nicomede Bianchi (Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia) e i contatti presi con l’archivio della Banca d’Italia (sede fiorentina).
Una parte molto cospicua del lavoro di ricerca è avvenuta sulle fonti a stampa, comprendenti i giornali, gli opuscoli, la pubblicistica, la saggistica in volume e su rivista, i dibattiti parlamentari, le edizioni di fonti. Un censimento generale delle pubblicazioni a tema cavouriano, svolto nell’arco dei primi due anni di ricerca, ha comportato la raccolta di circa 200 testi, decisamente eterogenei: si tratta di orazioni funebri, necrologi, discorsi commemorativi, pamphlet, componimenti in versi, saggi, raccolte di lettere grazie alle quali è stato possibile ricostruire l’evoluzione del mito, nonché la sua ricaduta sul discorso pubblico.
Particolarmente utile ai fini dello studio è stato lo spoglio della stampa periodica che ha consentito di individuare le tracce della memoria cavouriana, i dibattiti, le polemiche, la ricezione da parte delle varie culture politiche. Limitandosi ai quotidiani nazionali consultati, si menzionano le testate «Gazzetta piemontese / La Stampa», «Gazzetta del Popolo», «Corriere della Sera», «La Nazione», «Il Messaggero», «La Riforma», «Il Popolo romano», «Il Secolo», «Il Fanfulla», «L’Opinione», «Gazzetta di Venezia», «L’Osservatore romano», «La Perseveranza», «Il Diritto». Altrettanto prezioso il contributo di alcuni giornali locali, connotati per la loro dichiarata affiliazione moderata, come il torinese «Il Conte di Cavour» e il padovano «L’Euganeo».
Il reperimento di materiale bibliografico e saggistico di epoca liberale è stato possibile grazie alla frequentazione sistematica di numerosi istituti. Tra questi, in ambito piemontese, le biblioteche afferenti al sistema di Ateneo di Torino (tra le quali Biblioteca Giovanni Tabacco, Biblioteca Norberto Bobbio, Accademia delle Scienze), la Biblioteca Civica Centrale e la biblioteca del Museo Nazionale del Risorgimento; significative le collezioni della Biblioteca Nazionale Centrale (sedi di Firenze e Roma) e della Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Roma. Assai preziosa si è rivelata la collaborazione a distanza di numerosi altri istituti che hanno fornito scansioni digitali del materiale.
Fondamentale per integrare le consultazioni in loco presso le emeroteche è stato l’apporto delle piattaforme quali Internetculturale, Emeroteca digitale toscana, Emeroteca digitale Braidense, Giornali del Piemonte e delle digiteche realizzate dalla Biblioteca di Storia Moderna Contemporanea e dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.
Per quanto concerne il repertorio iconografico, il reperimento di immagini inedite è stato possibile grazie alla consultazione digitale della Civica Raccolta delle Stampe “Achille Bertarelli” di Milano e delle schede del Catalogo generale dei Beni Culturali.
Struttura del lavoro
La tesi è scandita in cinque capitoli che presentano in ordine sequenziale le diverse fasi del fenomeno cavouriano, mantenendo aperto il dialogo con il contesto politico-sociale contemporaneo e approfondendo gli argomenti ritenuti più rilevanti ai fini dell’indagine. Si è scelto quindi di rinunciare, da un lato, alla trattazione per singoli temi e, dall’altro, alla semplice ricostruzione diacronica degli eventi: alla luce dei risultati ottenuti durante la ricerca, l’accostamento dei due approcci consente di sottolineare sia la progressione cronologica del cavourismo, cogliendone i nodi fondamentali, sia l’esistenza di aspetti significativi sui quali soffermare l’attenzione.
Di conseguenza, la prima parte, più consistente, è suddivisa in quattro sezioni cronologiche, alle quali corrispondono altrettanti stadi della memoria cavouriana: 1861; 1862-1876; 1877-1900; 1901-1915. La seconda parte è dunque costituita dal quinto capitolo che propone gli affondi tematici relativi alla statuaria, all’iconografia, alla rappresentazione visuale del personaggio e alla sua ricezione da parte della cultura popolare.
Nel primo capitolo (1861) sono trattate le vicende successive alla scomparsa di Cavour. Gli aspetti cruciali di tale fase sono la ricezione della morte a livello istituzionale, giornalistico e popolare, l’eredità politica del personaggio e l’articolazione del discorso pubblico. I primi paragrafi ricostruiscono le impressioni suscitate da un evento traumatico e inatteso che di fatto monopolizzò, per qualche giorno, la stampa governativa, suscitando un cordoglio diffuso anche tra gli avversari del partito moderato(69). Alla panoramica delle reazioni, politiche e popolari, si accompagna l’analisi del cerimoniale funebre torinese, per molti aspetti inedito, a cui fecero corona ideale
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69 Una panoramica generale in M. Julini, La morte di Camillo Cavour. Storia di un’inquietante ipotesi risorgimentale, Ananke, Torino 2011, pp. 13-64.
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altre dimostrazioni di lutto pubblico, organizzate su tutto il territorio nazionale e indice di un sentito patriottismo(70). Significativamente, la vasta eco suscitata all’estero contribuì a sottolineare la caratura europea del personaggio. Il quadro idilliaco, esaltato dagli ambienti istituzionali, non risulta però privo di ombre, come dimostrano le provocazioni delle frange estreme – in particolar modo gli ambienti cattolici e legittimisti – pronte a rinverdire polemiche sempre attuali. Si rivelò quindi cruciale la difesa postuma di Cavour da parte degli esponenti moderati che, fin dalle prime ore, promossero l’immagine del Gran ministro, paladino delle libertà ed erede di Machiavelli, ponendo così le basi della vulgata formulata negli anni successivi(71). Come evidenziano i paragrafi dedicati ai necrologi, la narrazione costruita attorno al momento del trapasso assunse presto un’importanza esiziale. Le ultime parole attribuite al conte e la morte “da buon cristiano” avrebbero infatti alimentato il mito dello statista fedele ai propri principii, non senza suscitare i dubbi dei detrattori, compresa la Santa Sede che non tardò a indagare sulla conversione tardiva del piemontese(72).
Con il secondo capitolo, relativo alla fase 1862-1876, prende avvio l’elaborazione del mito. Seguiti per piani paralleli, emergono temi, questioni, processi destinati a protarsi per gran parte del cinquantennio: il dibattito sul ruolo avuto da Cavour durante il Risorgimento, la costruzione di una memoria apologetica, le trasformazioni della compagine cavouriana interna al partito moderato(73). In assenza di un degno successore, il peso dell’eredità politica fu avvertito con crescente apprensione dalla classe dirigente, amareggiata dinanzi ai risultati modesti conseguiti in campo politico, diplomatico, economico e amministrativo. Accolte con reazioni contrastanti, la Convenzione di settembre e la politica ecclesiastica esacerbarono i dissidi interni al mondo liberale, frammentando ulteriormente la compagine moderata in partiti che, a vario titolo, pretendevano di incarnare lo spirito del cosiddetto “cavourismo”. Come evidenzia la prima parte del capitolo, alle polemiche risposero i famigliari e gli ex collaboratori del conte che, grazie alla pubblicazione di corrispondenze parziali e opuscoli, costruirono per gradi l’immagine del Tessitore, definendone i caratteri successivamente esaltati dal «monumento di carte»(74). E così, mentre Ainardo Cavour poneva sotto gelosa custodia il patrimonio materiale, archivistico e documentale dello zio tenendolo lontano da occhi indiscreti, l’opera saggistica di Nicomede Bianchi e gli articoli di Giacomo Dina su «L’Opinione» salvaguardavano il patrimonio ideale da appropriazioni politiche
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70 Relativamente al significato dei funerali, cfr. E. Fureix, La France des larmes. Deuils politiques à l'âge romantique, 1814-1840, Champ Vallon, Seyssel 2009; A. Ben-Amos, Funerals, politics, and memory in modern France, 1789-1996, University Press, Oxford 2000; P. Rújula López – P. Géal, Los funerales políticos en la España contemporánea. Cultura del duelo y usos públicos de la muerte, Prenzas de la Universidad de Zaragoza, Zaragoza 2023.
71 Sull’argomento, cfr. X. Tabet, Il «mito risorgimentale» di Machiavelli, in P. Carta – X. Tabet (a cura di), Machiavelli nel XIX e XX secolo. Machiavel aux XIXe et XXe Siècles. Giornate di studio organizzate dal Dipartimento di Scienze Giuridiche di Treno, l’Université Paris 8 e l’ENS-LSH de Lyon (Lyon, 3-4 giugno 2003; Parigi, 5-7 giugno 2004), CEDAM, Padova 2007, pp. 67-85.
72 P. Pirri, Strascichi della non ritrattazione in morte di Cavour, in Id., La questione romana. 1856-1864, Parte prima. Testo, Pontificia Università Gregoriana, Roma 1951, pp. 392-405.
73 Cfr. A. Berselli, Il governo della Destra. Italia legale e Italia reale dopo l’Unità, Il Mulino, Bologna 1997.
74 A distanza di qualche decennio dalle prime pubblicazioni, l’edizione strumentale e parziale delle fonti cavouriane suscitò alcune reazioni; cfr., per esempio, F. Gabotto, Come si pubblicano le lettere di Camillo Cavour, in «Il Risorgimento italiano» VIII (1915), pp. 505-526.
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indebite(75). Nella seconda parte del capitolo, si osservano gli stadi finali della “mitizzazione”. All’indomani di Porta Pia, la consacrazione definitiva del conte come profeta di Roma capitale si associò all’omaggio di Torino che, nel 1873, inaugurava finalmente il suo monumento promuovendo le prime vere feste cavouriane.
Il terzo capitolo propone la fase del consolidamento (1877-1900). Sullo sfondo delle vicende politiche che hanno contraddistinto gli ultimi decenni dell’Ottocento – i governi della Sinistra, il periodo crispino e la crisi di fine secolo – la fortuna di Cavour si inserisce nel contesto celebrativo promosso dalla stagione conciliatorista. Come illustrano i primi paragrafi, al rischio di potenziale “oblio” della figura seguirono la nascita di una ritualità pubblica incentrata sulle commemorazioni del 6 giugno e i pellegrinaggi alla tomba di Santena. Ci si sofferma quindi sul ruolo di Giuseppina Cavour e del Comitato permanente, grazie agli sforzi dei quali la celebrazione del venticinquesimo anniversario della morte poté avere risonanza nazionale e rinsaldare il mito del Tessitore. Le celebrazioni pubbliche, organizzate con una certa regolarità fino alla fine del secolo, convivono però con la crisi del modello cavouriano a livello istituzionale, resa palese dal silenzio di Crispi in occasione dei festeggiamenti romani per il XX settembre(76). Il capitolo pone dunque in evidenza il progressivo eclissamento politico della figura, sottolineato dal partito moderato che, pur richiamandosi con insistenza al suo capostipite, non riusciva a compensare il vuoto; paralleli e confronti con il presunto omologo Bismarck accompagnarono il dibattito pubblico fino alla fine del secolo. Derivò quindi la consuetudine di connotare polemicamente gli anniversari con il biasimo del tempo presente, ben esemplificato dal motto Torniamo a Cavour. Come evidenziano gli ultimi paragrafi, la riflessione sulla statura politica dello statista proseguiva grazie alla pubblicazione di altri saggi e biografie che, insieme all’edizione dell’Epistolario, costituirono un vero e proprio “corpus cavouriano” a cui anche la pubblicistica straniera avrebbe guardato con interesse(77).
Nel quarto capitolo (1901-1915), coincidente con l’età giolittiana, la figura di Cavour approda definitivamente nel pantheon patriottico. Una prima parte, dedicata all’eredità politica, ricostruisce i dibattiti polemici relativi alla declinazione moderna del cavourismo che ampie aree del mondo liberale ritenevano di incarnare. Sul piano commemorativo, si evidenzia la progressiva standardizzazione delle cerimonie, ispirate a una retorica ormai consolidata e accettata, pur con qualche resistenza, anche dai partiti avversi alla tradizione moderata. Tuttavia, come evidenziano i paragrafi centrali, l’idea di un Risorgimento pacifico risulta in parte ridimensionato a causa delle polemiche sorte in occasione degli anniversari risorgimentali, nelle quali il Gran ministro risultò inevitabilmente coinvolto. Il capitolo dedica dunque ampio spazio alle celebrazioni nazionali del 10 agosto 1910, indette per commemorare il primo centenario della nascita: un evento significativo per le dimensioni dei festeggiamenti, l’impiego di una pedagogia patriottica definita, l’esaltazione quasi apartitica del Tessitore e il deliberato uso politico del mito cavouriano che, nel contesto dell’Italia di inizio Novecento,
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75 L. Chiala, Giacomo Dina e l’opera sua nelle vicende del Risorgimento italiano, 3 voll., Roux Frassati, Torino 1896-1903.
76 G. Verucci, Il XX settembre, in M. Isnenghi (a cura di), I luoghi della memoria. Personaggi e date, Laterza, Roma- Bari 1997, pp. 87-100; I. Porciani, Stato, statue, simboli. I monumenti nazionali a Garibaldi e Minghetti del 1895, «Annale ISAP» I (1993), pp. 211-242; M. Baioni, La politica monumentale nella Roma postunitaria, «Passato e Presente» XLVIII (1999), pp. 133-145.
77 Tra i primi tentativi di redigere una bibliografia complessiva su Cavour, si veda G. Buzziconi, La bibliografia di Cavour, Roux Frassati e Co., Torino 1898.
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era reinterpretato positivamente anche dai presunti avversari. La ricostruzione dell’evento spinge dunque a riflettere sulle evoluzioni della fortuna cavouriana e valutare l’effettivo grado di popolarità del personaggio – una questione affrontata in più casi anche dal mondo accademico che tentava di divulgare i risultati dell’indagine storiografica, impostata su criteri più scientifici, irrobustita da importanti contributi. Le ultime tappe del capitolo propongono dunque le manifestazioni della memoria negli anni compresi tra le celebrazioni cinquantenarie dell’Unità e la Grande Guerra(78). All’apoteosi di Cavour in occasione del 1911 seguirono le riletture marcatamente faziose del mondo nazionalista, responsabile di un’ulteriore spaccatura interpretativa resa evidente dalle connotazioni, a seconda dei casi, neutralista o interventista del politico piemontese.
L’argomentazione si conclude con il capitolo dedicato all’approfondimento tematico. I primi paragrafi offrono una panoramica dell’odonomastica cavouriana, dei busti e delle epigrafi commemorative tentando, dove possibile, di metterne in luce il contesto e le eventuali ricadute sulla sfera pubblica. Segue quindi il censimento dei monumenti, casi-studio utili a ricostruire i processi di nazionalizzazione e a esibire, sostanzialmente, uno spaccato delle politiche commemorative locali. Grazie alla statuaria, infatti, la fortuna postuma cavouriana assume una forma concreta: pur nell’eterogeneità delle singole vicende, si riscontra il medesimo repertorio di propositi, mobilitazioni e dinamiche che hanno comportato la loro realizzazione. All’iconografia cavouriana sono dedicati i paragrafi che, soffermandosi sui ritratti e sulla caricatura, ipotizzano l’esistenza di alcuni canoni figurativi, talvolta definiti prima del 1861 e destinati ad avere forte impatto sulla componente visuale del Risorgimento. L’ultima parte del capitolo indaga gli aspetti legati agli effetti della pedagogia sulla rappresentazione “popolare” di Cavour, i cui tratti salienti trovano espressione nel sentimento patriottico dei comuni cittadini, nella cultura materiale esposta dai musei, nelle sintesi di storia offerte dai manuali scolastici(79).
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78 Sul cinquantenario dell’Unità, E. Gentile, La Grande Italia, cit., pp. 5-71; un quadro del contesto del 1911 in L. Benadusi – S. Colarizi (a cura di), 1911. Calendario italiano, Laterza, Roma-Bari 2011.
79 Un approccio simile per lo studio della presenza dei personaggi risorgimentali nella manualistica scolastica è per esempio, G. A. [sic], Mazzini nei testi scolastici della scuola secondaria superiore, in «Bollettino della Domus Mazziniana» XXXV (1986), n. 2, pp. 170-174.
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Capitolo 1. 1861. Le amarezze dell’Unità
1.1 Morte di un ministro
Cavour ebbe ieri una colica, fu salassato tre volte ieri e oggi. Cavour attende di già al lavoro, non ostante i replicati salassi. Se nella sua carriera ministeriale ci cava la pelle, è un miracolo(1).
Il miracolo auspicato da Federigo Sclopis di Salerano non avvenne. Dopo una settimana di malattia, trascorsa interamente a letto, Camillo Benso di Cavour si spense alle ore 6.45 di giovedì 6 giugno 1861. Quella che era sembrata l’ennesima ricaduta nel malanno di cui il presidente del Consiglio soffriva da tempo si rivelò fatale. Il quadro complessivo degli ultimi giorni di vita è stato ormai ricostruito dalla ricerca storica secondo modalità generalmente condivise(2). I primi malesseri avvertiti dal conte al termine della seduta parlamentare del 29 maggio non avevano destato eccessive preoccupazioni. Spossato dagli impegni governativi attesi con una dedizione divenuta all’epoca proverbiale, Cavour si era ritirato nella propria residenza torinese, da dove non sarebbe più uscito, al fine di recuperare le forze. La settimana che lo portò alla morte, scandita da un numero consistente di salassi e somministrazioni tardive di chinino, fu caratterizzata da un progressivo peggioramento, intervallato da brevi momenti di ripresa. A nulla servirono le cure del medico di famiglia Rossi e, in un secondo tempo, del dottor Maffoni. Assistito dai famigliari, prima tra tutti l’amatissima nipote Giuseppina figlia del fratello Gustavo, e dagli amici, tra i quali Michelangelo Castelli, Isacco Artom e Luigi Carlo Farini, Cavour tentò di tenersi vigile e attivo, pur cadendo talvolta in momenti di delirio febbricitante, alternati ad attimi di razionale lucidità. Le ultime ore di vita, trascorse in uno stato di crescente affaticamento, videro un susseguirsi di visite al suo capezzale, sulle quali poi molto sarebbe stato scritto fornendo materiale per i resoconti postumi, oscillanti tra la narrazione agiografica e la testimonianza oculare dei fatti. Il moribondo aveva ricevuto il medico personale del re, il professor Alessandro Riberi che, arrivato con grande ritardo, constatò le condizioni ormai gravi del malato; il sovrano, recatosi in incognito al capezzale, con cui parlò ancora delle stringenti questioni politiche, e il principe di Carignano; infine, il padre Giacomo da Poirino, curato della vicina chiesa di Madonna degli Angeli, foriero dell’estrema unzione. Giunto il tempo delle ultime confidenze rilasciate a parenti e amici, il conte era morto nel conforto della fede all’età di cinquantuno anni non ancora compiuti.
La notizia della malattia di Cavour non aveva colto impreparata l’opinione pubblica. Nulla lasciò presagire, tuttavia, che le periodiche febbri malariche potessero vincere la
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1 F. Sclopis di Salerano, Diario segreto (1859-1878), a cura di P. Pirri, Deputazione Subalpina di storia patria, Torino 1959, 30 maggio 1861, p. 325.
2 R. Romeo, Cavour e il suo tempo, vol. III, cit., 1984 p. 933-937; A. Viarengo, Cavour, cit., pp. 477-480; H. Hearder, Cavour. Un europeo piemontese, cit., pp. 202-204. Più recente, il resoconto dettagliato degli ultimi giorni è reperibile in M. Julini, La morte di Camillo Cavour, cit., pp. 13-64.
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salute del piemontese(3). Del resto, fin dal principio la stampa della capitale aveva registrato il fatto in modo neutrale. Il 30 maggio, «L’Opinione» comunicava ai lettori un deciso miglioramento delle condizioni («gli furono fatte tre cavate di sangue ed ora sta molto meglio ed è quasi ristabilito»(4)), ribadito il 2 giugno («tutto sembra per la guarigione»(5)) e ancora il giorno successivo(6). Come avrebbero testimoniato le narrazioni postume elaborate da coloro che in quei giorni assistevano il malato, lo stato di salute in effetti non era sembrato in netto peggioramento, benché le cure del dottor Rossi – «quel cannibale di medico», scriveva Farini(7) – non entusiasmassero affatto. Ne fu la prova, apparentemente, il consiglio dei ministri tenutosi in camera da letto il 31 maggio(8). La stampa, pertanto, dedicò ampio spazio alla festa dello Statuto, celebratasi per la prima volta in tutto il Paese proprio in quei giorni, domenica 2 giugno, e che si configurava come l’occasione solenne per valutare lo stato di coesione della nazione da poco unificata. Il resto passò dunque in secondo piano. Fu però all’alba del 4 giugno che alcune notizie meno rassicuranti trapelarono all’esterno di palazzo Cavour, quando, ritenuti ormai insufficienti i consulti del medico curante Rossi, il malato ricevette la visita del dottor Angelo Maffoni. Ai salassi seguì la somministrazione del chinino liquido. Le inquietudini si diffusero per l’intera capitale. «L’Opinione» non nascondeva le difficoltà incontrate dal primo ministro ma si mostrava ancora fiduciosa nella guarigione(9). La «Gazzetta Ufficiale», che fino a quel momento aveva taciuto sullo stato di salute di Cavour, pubblicava il 4 giugno lo stringato bollettino emesso dai due medici curanti i quali, comunque, sottolineavano come il degente possedesse «facoltà intellettuali libere»(10). La mancata ripresa iniziò a suscitare dubbi in merito alle concrete possibilità di rivedere comparire presto in pubblico il presidente del Consiglio. Alla notizia della ricaduta nella malattia, la Borsa subì una flessione(11). L’ostentata tranquillità non pervadeva nemmeno gli ambienti ufficiali. La sera del 4 giugno, Palazzo reale ospitava il ballo di Corte ma i ministri presenti esprimevano una certa preoccupazione(12). Le apprensioni avevano raggiunto anche Massimo d’Azeglio che, immerso nella solitudine di Cannero, fuori Torino, si confidava con l’amico Massimo Mautino presagendo la peggiore delle circostanze:
La malattia di Cavour è molto grave da quanto mi scrive. Non mi si dice quale sia […]. A ogni modo se il Signore lo chiamasse in paradiso ora sarebbe un bel pasticcio! E per lui, dopo aver fatto tanto sarebbe proprio ingiustizia della sorte – non ardisco dire della
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3 Come ricorda Romeo, «non di rado, nel corso dell’ultimo quindicennio, Cavour era stato colpito da brevi indisposizioni: episodi che si rinnovavano varie volte nell’anno, duravano alcuni giorni e, trattati con salassi, venivano superati senza speciali difficoltà». R. Romeo, Cavour e il suo tempo, vol. III, cit., p. 933.
4 Notizie politiche, «L’Opinione», 30 maggio 1861.
5 Notizie politiche, ivi, 2 giugno 1861.
6 Notizie politiche, ivi, 3 giugno 1861.
7 L. Chiala (a cura di), Carteggio politico di Michelangelo Castelli, vol. I, L. Roux e C., Torino 1890, Lettera di Luigi Carlo Farini a Michelangelo Castelli, 2 giugno 1861, p. 361.
8 A. Viarengo, Cavour, cit., p. 477.
9 Notizie politiche, «L’Opinione», 4 giugno 1861.
10 Ultime notizie, «Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia», 4 giugno 1861.
11 Notizie di Borsa, ivi.
12 F. Sclopis, Diario segreto, cit., 4 giugno 1861, p. 327.
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Provvidenza – esser messo fuor del ballo e non potere vedere l’ultimo atto […]. Speriamo che tutto finisca con una buona paura di più(13).
In quello stesso giorno un numero crescente di comuni cittadini iniziò a recarsi a palazzo Cavour per ricevere notizie e poté constatare in prima persona il precipitare degli eventi. Si formò una vera e propria massa di persone che, seriamente preoccupate per lo stato di salute del conte, affollò i cortili e gli scaloni della residenza nobiliare, sita nella centrale via Arcivescovado a poca distanza dagli edifici nevralgici del potere. Con l’arrivo di padre Giacomo da Poirino, amico del presidente del Consiglio, si rese nota la confessione e la successiva somministrazione del viatico all’ormai moribondo Cavour. La vista che si presentava a chi in quelle ore si recava al palazzo era del tutto inedita («la via davanti alla sua casa era piena di gente, tutta atteggiata a dolore vero, spettacolo che non ho mai veduto per altri personaggi»)(14) e restituiva la partecipazione sentita della popolazione torinese che avvertiva i rischi connessi all’eventuale dipartita del primo ministro. L’ottimismo dei primi giorni aveva lasciato il campo alle più fosche delle previsioni. Interpretando i voti del Senato, nel pomeriggio Sclopis domandò notizie sullo stato di salute del conte, ottenendo una risposta poco incoraggiante(15).
Alla sera del 5 giugno la stampa dovette riconoscere la realtà dei fatti. Il bollettino medico di fine giornata, lapidario («Lo stato di febbre continua. Niun cambiamento notevole»), suonava ormai come un verdetto finale e veniva colto da tutti nella sua profonda gravità. La «moltitudine numerosissima» accorsa davanti alle porte di palazzo Cavour crebbe nelle ore notturne(16) al punto che il sovrano, desideroso di un ultimo colloquio con il conte, dovette accedere passando per una porta di servizio(17). La visita di Vittorio Emanuele II fu l’ultimo evento di cui i lettori dei quotidiani ebbero menzione prima del decesso.
Il 6 giugno
I giornali del 6 giugno non ebbero il tempo di comunicare l’annuncio della morte, sopraggiunta nel primo mattino. Come è facile supporre, a Torino la triste notizia dovette diffondersi a voce con estrema rapidità proprio grazie alle persone assiepate in via dell’Arcivescovado. Già in mattinata il municipio dava ordine di stampare un proclama da affiggersi per le vie della città. Il testo, condensando la mestizia e lo sconforto del momento, assumeva toni altisonanti e retorici al fine di mantenere saldi gli animi della cittadinanza. Pur in presenza di una «sciagura nazionale», le istituzioni non intendevano dare adito a manifestazioni di disordine:
Questo è giorno di costernazione e di lutto per chiunque desidera ed ama la libertà e la gloria della comune patria, ma non vi lasciate vincere dalla sfiducia e dall’abbattimento. La costanza e la fermezza nelle sventure sono le virtù dei popoli forti e generosi […]. La divina Provvidenza, che ha con tanta ricchezza di avvenimenti mostrato di voler
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13 M. D’Azeglio, Epistolario 1819-1866, a cura di G. Virlogeux, vol. X, 2 gennaio 1860-31 dicembre 1863, Centro Studi piemontesi, Torino 2019, lettera di Massimo d’Azeglio a Massimo Mautino, 5 giugno 1861, p. 267.
14 F. Sclopis, Diario segreto, cit., 5 giugno 1861, p. 327.
15 Atti Parlamentari, Senato del Regno, VIII legislatura, Discussioni, tornata del 5 giugno 1861, p. 345.
16 Notizie politiche, «L’Opinione», 6 giugno 1861.
17 Il particolare dell’entrata in incognito si ritrova, tra le varie fonti, anche in V. Bersezio, Il regno di Vittorio Emanuele II. Trent’anni di vita italiana, v. VII, L. Roux e C., Torino-Roma 1893, p. 588.
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serbare la nazione ad un glorioso avvenire, non permetterà che la grande opera iniziata dall’illustre nostro cittadino, di cui deploriamo la perdita, rimanga incompiuta. Concittadini, abbiamo fede nei destini d’Italia(18).
La giunta torinese, riunitasi d’urgenza a Palazzo di Città, mise immediatamente a disposizione un «luogo distinto» nel Campo Santo cittadino e comunicò la partecipazione nella forma più solenne possibile ai funerali, di cui ancora nulla si sapeva. Sull’onda della forte impressione suscitata dalla notizia, si deliberò l’apertura di una sottoscrizione per innalzare un monumento a Cavour, ordinandone la pubblicazione sui principali giornali e chiamando a concorrervi tutti i comuni, gli enti, i corpi morali d’Italia. Nel corso della mattinata, mentre il sovrano convocava il governo, molte botteghe e negozi della capitale chiusero i battenti in segno di lutto, così come i teatri e l’esposizione di belle arti; per le vie rimasero solo alcuni cittadini che, ancora increduli, ripetevano la novità. In breve tempo, tutta la città ne venne informata e subentrò il silenzio. L’impressione fu quella di una città appestata(19). I corrispondenti dei giornali milanesi avrebbero in seguito accennato alla «desolazione profonda», l’«anima addolorata», l’«immensa tristezza» letta in volto a politici, passanti, gente comune(20). Per tutto il giorno la folla si accalcò davanti a palazzo Cavour, alla cui porta era stato schierato un picchetto della Guardia nazionale. Nel pomeriggio si permise ai cittadini di visitare la camera ardente ma, a causa della massa notevole, l’ingresso venne presto vietato(21). A livello istituzionale, la prima occasione pubblica nella quale venne reso noto l’evento fu la breve seduta pomeridiana della Camera. Messi al corrente del fatto grazie a Giuseppe Massari, i deputati si erano radunati con largo anticipo e in profondo silenzio nell’aula di palazzo Carignano, dove le tribune pubbliche si presentavano affollate(22). Aperta la seduta alle ore 13.30, prese la parola il presidente Urbano Rattazzi il quale, con voce commossa, comunicò ai presenti «la perdita di quell’eminente uomo di Stato», autentica «sventura per la patria». Seguì l’invito alla riconoscenza verso il defunto che «colla potenza del suo ingegno, colla forza della sua volontà […] aveva resi, in circostanze così straordinarie, segnalati servigi all’Italia, e stava come in procinto di mettere la corona alle comuni speranza, ai voti comuni». Dichiarato il lutto nazionale, Rattazzi esortò gli astanti a non disperare, facendo proprie quelle parole che già venivano attribuite al Cavour moribondo:
egli stesso, nelle ultime parole che uscirono dal suo labbro sul letto di morte, manifestava la ferma sua fede nell’avvenire d’Italia; si mostrava sicuro che il principio di libertà, d’indipendenza, di unità avrebbe conseguito un pieno trionfo. Staremo saldi in questa fede: concordi tra noi, stretti sinceramente intorno al trono del valoroso e lealissimo nostro Principe, noi potremo raggiungere la meta, alla quale, per sì mirabile tenacità di propositi, siamo ormai felicemente vicini.
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18 Il manifesto è riportato integralmente in «L’Opinione», 7 giugno 1861.
19 H. D’Ideville, Journal d’un diplomat en Italie. Notes intimes pour servir à l’histoire du Second empire. Turin, 1859-1862, Hachette et C.ie, Paris 1872, p. 225; per un confronto con la morte di Manin, cfr. I. Brovelli, Daniele Manin et l’image de la révolution de Venise en France et en Italie (1848-1880), cit.
20 «Gazzetta di Torino», 6 giugno 1861; cfr. anche «La Perseveranza», 7 giugno 1861.
21 Notizie politiche, «L’Opinione», 7 giugno 1861. Per quanto concerne la presenza della Guardia nazionale durante ogni festività e cerimonia civile, cfr. I. Porciani, La festa della nazione. Rappresentazione dello Stato e spazi sociali nell’Italia unita, cit., pp. 72-78.
22 «Gazzetta del Popolo», 7 giugno 1861.
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Intrepretando il sentimento dei deputati, il presidente propose la sospensione di tre giorni dell’attività parlamentare della Camera, protratta su suggerimento di Giovanni Lanza a venti giorni, e la copertura con gramaglia della tribuna e del tricolore sventolante su palazzo Carignano. Informati da Marco Minghetti delle temporanee assunzioni ad interim dei ministeri lasciati vacanti dal defunto, i deputati lasciarono l’aula. Se si presta fede ai resoconti degli atti parlamentari, non furono pochi i presenti che, uscendo dall’edificio, si asciugarono le lacrime dagli occhi(23).
Alle ore 14.15 fu la volta del Senato del Regno. Spettò dunque a Federico Sclopis il compito di informare i senatori della dipartita di un uomo pianto da «tutto il mondo civile», unico esempio storico di uomo di Stato in grado di concepire e portare avanti con abilità e fermezza un disegno grande come l’Unità d’Italia. Dicendosi sicuro che anche gli avversari di Cavour avrebbero avuto motivo di piangerne la morte, Sclopis omaggiò a suo modo il defunto rielaborando una nota massima di Tacito («Camillus Cavour posteritati narratus et traditus superstes erit»). A conferma delle dichiarazioni del presidente, intervenne Lorenzo Pareto, ex primo ministro e noto anti-cavouriano, il quale associandosi pienamente al cordoglio generale e rimarcando la continuità dei valori tra Carlo Alberto e il conte ottenne la sospensione dei lavori parlamentari per venti giorni(24).
La prima attestazione a stampa della notizia è forse rintracciabile nell’edizione aggiornata della «Gazzetta Ufficiale» che, ponendo ad incipit del foglio un breve comunicato, sintetizzava in poche righe gli elementi rivelatisi in seguito essenziali per la vulgata relativa alla morte:
Un’immensa sventura ha colpito il paese! S. E. il Conte Camillo Benso di Cavour, Cavaliere dell’Ordine Supremo della SS. Annunziata, Presidente del Consiglio dei Ministri, Ministro degli Affari Esteri e Ministro della Marina, spirava questa mattina, 6 corrente, alle 7, munito di tutti i conforti della Religione, assistito dalla sua famiglia e da’ suoi amici. I suoi ultimi momenti furono interamente calmi. Egli morì colla serenità dell’uomo giusto ed esprimendo la più viva fede nei destini d’Italia(25).
In un solo e conciso annuncio venivano enumerati infatti i dati su cui la stampa e la pubblicistica avrebbero imperniato la narrazione e la costruzione di un mito. Cavour, infatti, veniva presentato come il presidente del Consiglio infaticabile che reggeva più ministeri, «cugino del re» in quanto cavaliere dell’Annunziata(26), passato a miglior vita nelle condizioni ritenute ottimali per un uomo: aveva atteso la morte in compagnia di parenti e amici, raccoltosi in religiosa meditazione, scevro da ogni turbamento e vaticinando previsioni incoraggianti per l’Italia. Circondato dall’aurea del “buon governante”, il defunto conte di Cavour assumeva fin dal primo momento le vesti del politico caduto al culmine della carriera sotto il peso di impegni soverchianti che, tuttavia, non gli avevano impedito di abbandonare la vita terrena affidando ai suoi intimi istruzioni e consigli per l’avvenire. Al foglio ufficiale faceva eco, durante il pomeriggio,
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23 Marco Minghetti, già ministro dell’Interno, aveva assunto il portafogli degli Esteri; il generale Manfredo Fanti era stato nominato ministro della Marina. AP, Camera dei Deputati, VIII legislatura, Discussioni, tornata del 6 giugno 1861, pp. 1234-1235.
24 AP, Senato del Regno, VIII legislatura, Discussioni, tornata del 6 giugno 1861, p. 346.
25 «Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia», 6 giugno 1861.
26 Per quanto riguarda l’ordine della SS. Annunziata nella storia della dinastia, cfr. A. Merlotti, I Savoia: una dinastia europea in Italia, in W. Barberis (a cura di), I Savoia. I secoli d’oro di una dinastia, Einaudi, Torino, pp. 114-116.
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la «Gazzetta di Torino» che, listando a lutto il breve annuncio, si diceva incapace di proferire parola, se non ripetere «è morto!».
La notizia corse rapida per telegrafo. A Milano, pubblicato dal municipio un proclama, «la costernazione» era generale, i negozi e le botteghe vennero spontaneamente chiusi, la Borsa interruppe le attività. Nel capoluogo lombardo, a Brescia, Reggio Emilia, Modena, Ferrara, Ravenna e Chieti furono sospesi gli spettacoli teatrali. In diversi centri i municipi ordinarono onori funebri da celebrarsi nei giorni successivi. Governatori e prefetti comunicarono che «le popolazioni considera[va]no la morte del conte di Cavour come una pubblica sventura»(27). A Firenze si celebrò immediatamente una messa in suffragio del defunto presso la chiesa di San Simone, evento che raccolse «moltissimo concorso»(28). A Messina i bastimenti presentarono il lutto; a Bari la notizia suscitò «dolorosa sensazione»; da Perugia si rese noto come «tutta l’Umbria considera[sse] la morte di Cavour una sventura nazionale»; a Napoli l’artiglieria della flotta all’ancora nel porto diede inizio alle salve, i giornali uscirono listati in nero appellando i cittadini alla concordia(29). Il corrispondente napoletano de «L’Opinione» descriveva con queste parole il quadro drammatico di quelle ore
io vorrei che voi vi foste trovati qui allorché giunse la notizia dell’irreparabile perdita, dell’immensa disgrazia, che colpì la patria nostra. Inimicizie politiche, diversità di opinioni, tutto si dimenticò in presenza di quella tomba ahi! Troppo presto aperta. Amici e nemici politici si accostavano, si stringevano le mani, s’interrogavano cogli occhi, quasi sperando di pur trovare chi smentisse il terribile telegramma… e nessuno lo smentì(30).
Alle otto del mattino l’annuncio raggiunse Genova. Nel capoluogo ligure, dove il governo e il partito piemontese riscuotevano tiepidi consensi, il corpo insegnante della città aveva in precedenza deliberato la celebrazione di un triduo per la guarigione del presidente del Consiglio. Venuta meno l’utilità del triduo, a mezzogiorno le artiglierie della fortezza tirarono ventuno colpi di cannone(31). Il teatro Carlo Felice venne chiuso. Il municipio deliberò immediatamente l’organizzazione di esequie solenni e, con notevole spirito d’iniziativa, propose l’erezione di un monumento. Nelle stesse ore, l’associazione dei commercianti aprì una sottoscrizione per una statua da collocarsi nella Borsa della città(32). Nel Veneto austriaco, la notizia assunse i toni della tragedia. Aggirando il controllo delle autorità, a Padova una massa di persone comprendenti tutti gli studenti dell’università e «moltissimi popolani» si riunirono spontaneamente nella basilica di Sant’Antonio per presenziare alla messa, al termine della quale venne intonato il De Profundis(33).
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27 Notizie italiane, «Gazzetta del Popolo», 8 giugno 1861.
28 «La Nazione», 7 giugno 1861.
29 Dispacci, «L’Opinione», 12 giugno 1861; Dispacci elettrici privati, «Il Precursore», 13 giugno 1861.
30 Notizie da Napoli, ivi.
31 «Corriere Mercantile», 6 giugno 1861.
32 La notizia è riportata nella «Gazzetta di Torino», 7 giugno 1861.
33 Corrispondenze dal Veneto, «L’Opinione», 11 giugno 1861.
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La «sventura nazionale»
La data del 6 giugno 1861 era destinata a incidersi in modo indelebile nella memoria collettiva. L’evento tanto inaspettato era realmente accaduto. Non si trattava di un errore delle agenzie di stampa, così come era invece avvenuto nel dicembre 1860 quando «Il Precursore» di Palermo, mentre la Sicilia accoglieva festante la visita di Vittorio Emanuele II e l’esercito sabaudo portava a termine l’assedio di Gaeta, aveva annunciato con malcelato compiacimento la morte di Cavour a causa di febbri malariche(34). Dopo aver suscitato gli entusiasmi del partito mazziniano, la notizia, circoscritta all’area siciliana, aveva avuto vita breve. Chiarito l’equivoco in poche ore, il giornale di Francesco Crispi era stato costretto alla rettifica il giorno successivo(35). Nel giugno del 1861, invece, il Paese intero dovette confrontarsi con la realtà dei fatti. Una realtà che vedeva mancare improvvisamente colui che, dopo aver guidato le vicende politiche e - in particolare - l’azione diplomatica del regno di Sardegna in nome dell’Italia ancora divisa, aveva ratificato la nascita ufficiale del nuovo Stato unitario e si apprestava a dare un seguito alle fatiche di un triennio intenso. Erano infatti molti i temi oggetto di discussione quotidiana negli ambienti parlamentari e numerosi i nodi da sciogliere. Innanzitutto, sul piano internazionale, si attendeva con inquietudine il riconoscimento del regno d’Italia da parte delle grandi potenze; restava aperta la cosiddetta «questione romana», quanto mai attuale in seguito alla proclamazione da parte di Cavour di Roma capitale in pectore dell’Italia unita; infine, si sperava nella prossima liberazione del Veneto austriaco, agognato dai tempi dell’armistizio di Villafranca(36). Sul fronte interno, la fragile compagine unitaria richiedeva una mole impressionante di interventi vòlti anche ad impedire le spinte centrifughe che potevano minarne la stabilità. La lotta al brigantaggio nel Meridione, entrato nella sua fase più acuta, assorbiva gran parte delle risorse logistiche e militari(37). Nelle aule parlamentari, la classe politica si interrogava su quale assetto amministrativo applicare alla Penisola, oscillando tra l’opzione centralista e la concessione di autonomie regionali(38). La notevole disparità di condizioni tra le diverse aree dell’Italia rendeva arduo il piano di sviluppo economico auspicato dai settori produttivi nazionali. Complessivamente, l’Italia del giugno 1861, popolata da ventidue milioni di abitanti, si presentava come un paese dalla forte componente rurale, in cui il tasso di alfabetizzazione era molto basso, la presenza di ferrovie al di fuori dell’area settentrionale assai modesta, l’industrializzazione limitata(39). La legislazione,
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34 «Il Precursore», 6 dicembre 1860.
35 A tal proposito, si veda quanto appuntava nel suo diario Giorgio Asproni il 5 dicembre 1860: «Giorgio Tamajo verso mezzogiorno […] mi ha dato la notizia che stamani il Re ha ricevuto per telegramma la notizia che avantieri il Conte di Cavour cessò di vivere per improvvisa morte. Mi ha detto avere la notizia da fonte sicura. Stassera [sic] mi ha confermato la notizia Francesco Crispi, che l’annunzierà domani sul Precursore». G. Asproni, Diario politico. 1855-1876, vol. II, 1861-1863, a cura di C. Sole, Giuffré, Milano 1980, 5 dicembre 1860, II, p. 590; sulla smentita da parte del giornale di Crispi, cfr. «Il Precursore», 7 dicembre 1860.
36 L. Saiu, La politica estera italiana dall’Unità a oggi, Laterza, Roma-Bari 2005, pp. 4-5.
37 C. Pinto, La guerra per il Mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870, Laterza, Roma-Bari 2019.
38 F. Boiardi, L’ultimo governo Cavour, in Il Parlamento Italiano. 1861-1988, vol. I, 1861-1865. L’unificazione italiana da Cavour a La Marmora, Nuova CEI, Milano 1988, pp. 168-172; R. Romanelli, Centralismo e autonomie, in Id. (a cura di), Storia dello stato italiano dall’Unità a oggi, Donzelli, Roma 1995, pp. 126-136.
39 Cfr. R. Balzani – C. M. Fiorentino, Risorgimento: costituzione e indipendenza nazionale 1815-1849/1849-1866, Soveria Mannelli, Rubbettino 2023, pp. 217 e segg.; A. Capone, Destra e Sinistra da Cavour a Crispi, vol. XX, Storia d’Italia, sotto la direzione di G. Galasso UTET, Torino 1981, pp. 43-55; La questione amministrativa: accentramento, decentramento, regionalismo, in A. Aquarone, Le istituzioni, in Bibliografia dell’età del Risorgimento in onore di Alberto M. Ghisalberti, Firenze, Olschki 1972, vol. II, pp. 506-508.
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l’economia in tutti i suoi settori e l’apparato burocratico necessitavano di attente valutazioni e di interventi mirati a risolvere i problemi sorti con il biennio ’59-’60 e sommatisi ai preesistenti(40). Pertanto, l’unificazione comportava un vivo dibattito e la ridefinizione di parametri su una scala che, fino a pochi mesi prima, era ancora ritenuta di carattere «sovranazionale» per il piccolo regno di Sardegna. In quei mesi di accesso confronto, occorreva trovare una direttrice, un’azione che, coinvolgendo le molte voci che affollavano il Parlamento, veicolasse gli sforzi della classe dirigente verso obiettivi il più possibilmente condivisi. Forte del suo carattere e dell’abilità dimostrata in anni di accorta attività politica, Cavour era sembrato destinato a restare alle redini del governo per un periodo di tempo sufficiente a imprimere, quantomeno, una direzione all’Italia unificata. Amato o disprezzato, la sua carriera ministeriale non sembrava ancora tramontata. Il banco di prova a cui il conte era atteso era proprio quella che, a posteriori, sarebbe poi stata definita la «prosa» del Risorgimento. La sua morte improvvisa interrompeva invece il processo iniziato nel ’59 e svoltosi con bruschi rallentamenti e accelerazioni inattese a cui si guardava generalmente con fiducia. La «creatura viva» ma afflitta «da molti malanni» attendeva ancora una cura definitiva(41).
In Italia il risveglio del 7 giugno fu dunque per molti un evento traumatico. Protagonista indiscussa dei quotidiani nazionali, la morte di Cavour campeggiò su ogni foglio a stampa(42). Il sentimento di stupore e incredulità dominava soprattutto sui quotidiani non piemontesi, informati del fatto con comprensibile ritardo. Negli ambienti moderati l’annuncio prendeva i contorni della tragedia. Listati di nero, gli articoli di prima pagina commentavano l’evento, a seconda dei casi in modo più o meno diffuso. Da nord a sud il cordoglio della stampa filo-ministeriale si mostrò unanime. Riprendendo le parole pronunciate dalle istituzioni, «La Perseveranza» evocava fin dal titolo Una sventura nazionale il dramma di un Paese che, attendendo con crescente inquietudine notizie sulla salute di Cavour, doveva infine constatare la dipartita de «il gran cittadino». Il giornale milanese esprimeva un sentire che, come si può immaginare, doveva essere piuttosto diffuso tra chi seguiva con interesse le vicende della Penisola, in Italia così come all’estero. Chi avrebbe immaginato la scomparsa tanto repentina dell’attore principale della politica nazionale?
Da dieci anni noi eravamo assuefatti a vedere un uomo sempre calmo ed impavido sulla via perigliosa per cui ci andavamo inoltrando; da dieci anni la grandezza, la fortuna di Italia sembravano identificate in un nome – in un nome semplice e grande: Cavour(43).
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40 Per quanto riguarda il settore economico, V. Castronovo, La storia economica, in Storia d’Italia, vol. IV, Dall’Unità a oggi, t. 1, pp. 45-77; per un quadro complessivo, cfr. F. Cammarano, Storia dell’Italia liberale, cit., pp. 3-30.
41 Cfr. l’immagine efficace evocata da Luciano Cafagna: «L’Italia lasciata da Cavour era come una creatura viva, e tutto sommato ben vitale, ma di quelle afflitte da molti malanni, molte patologie, e non lievi, ma che non uccidono, che si possono intrattenere, però non guariscono o guariscono soltanto con l’età, oppure, con l’età, cambiano magari forma e succede solamente che si sopportano meglio». L. Cafagna, Cavour, cit., pp. 219-220.
42 Una panoramica della ricezione da parte della stampa è fornita da F. Albano, Cento anni di padri della patria, 1848-1948, cit., pp. 61-65; anche in M. Julini, La morte di Camillo Cavour, cit., pp. 65-78.
43 Una sventura nazionale, «La Perseveranza», 7 giugno 1861.
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«L’Opinione», diretta dal cavouriano Giacomo Dina, titolando sobriamente Camillo Cavour dedicava l’intera pagina alla notizia e ripercorreva le tappe salienti della vita del defunto, additandone al lettore la grandezza, sottolineandone l’eccezionalità. La fede nella libertà, l’amore di patria, la perizia ministeriale, la dedizione al lavoro venivano esemplificate dalle azioni che avevano costellato la sua carriera pubblica. Per quanto importanti, le morti di Pinelli, Siccardi, Balbo e Gioberti - continuava il quotidiano torinese – non erano paragonabili alla sciagura di quei giorni, giunta proprio nel momento in cui si attendevano le grandi conferme(44). A Firenze, «La Nazione» dava corpo allo sgomento titolando la prima pagina con un gigantesco Cammillo [sic] Cavour. Morto in Torino il 6 giugno 1861, sormontato da una croce. Per i liberali fiorentini la vita dello statista, narrata per fasi ritenute centrali (la carriera militare, i viaggi all’estero, il giornalismo, l’opera ministeriale), era culminata nell’aver reso «inestimabili servigi alla patria», punto di arrivo di un secolo intero di preparazione(45); «Il Monitore di Bologna» piangeva la perdita del genio rigeneratore, l’infaticabile lavoratore per il bene del Paese(46).
Nella capitale, la stampa locale si spendeva in fiumi di parole. La «Gazzetta del Popolo», affiliatasi pienamente al partito cavouriano, dedicava quasi l’intero numero del 7 giugno all’evento. La descrizione del lutto cittadino, su cui il giornale si soffermava rammentando la folla riunitasi a Palazzo Cavour, assumeva i tratti di un dolore interclassista: nobili e operai, ricchi e poveri erano uniti dal cordoglio profondo perché «purtroppo, il conte Cavour era morto per tutti». Sulle colonne del giornale, il necrologio si prestava al racconto esaltante delle qualità del personaggio. Felice Govean ricordava quindi i meriti del primo ministro che, come un padre affettuoso, aveva finalmente dato una patria libera ai propri figli affinché questi potessero percorrerla «sulle rapide ferrovie senza incontrare gendarmi stranieri, dogane e servizi di passaporti, che incagliassero le persone, il commercio, l’industria, l’agricoltura». Emergeva il Cavour affettuoso e instancabile che vegliava giorno e notte per garantire un sonno tranquillo ai compatrioti(47). La morte del primo ministro veniva infatti percepita come la morte di un padre: lo stesso Alessandro Borella, collaboratore assiduo del giornale, ricordava di non aver così sofferto dalla scomparsa del proprio genitore(48). La «Gazzetta di Torino» si univa al pianto, dipingendo come «immensa» la sciagura. Secondo il giornale, l’Italia aveva trovato nello statista il punto di riferimento, la roccia su cui fare affidamento in tempo di crisi. Non si dubitava del ruolo avuto dal popolo durante il Risorgimento, ma – si notava – si era rivelata necessaria l’intelligenza che le dirigesse e le portasse al successo. Ritornava dunque la figura del padre a cui i figli guardavano nel momento della difficoltà, certi che, come si soleva dire comunemente, «Cavour saprà ben cavarsene!»(49). Si ebbe l’impressione di aver perso ogni sostegno, ogni difesa dalle aggressioni esterne:
Or ci sembra quasi d’essere in un subito lasciati a mezzo la via, fattasi repentinamente buia: tutte quelle forze o avverse o riluttanti che il conte di Cavour colla preponderante forza della sua popolarità infrenava o rendeva innocue, o traeva a sé, or ci sembra che
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44 «L’Opinione», 7 giugno 1861.
45 Cammillo Cavour morto in Torino il 6 giugno 1861, «La Nazione», 7 giugno 1861.
46 Cronaca, «Il Monitore di Bologna», 7 giugno 1861.
47 «Gazzetta del Popolo», 7 giugno 1861.
48 Morto!, ivi.
49 Timori e speranze, Gazzetta di Torino», 7 giugno 1861.
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debbano gettarsi in traverso e fuorviarci od impedirci il cammino! Questi timori e questi pericoli non sono vani e immaginarii(50).
La sensazione di abbandono era percepita diffusamente(51). Venuto meno l’uomo del miracolo, caduto a un passo dalla meta, si profilava all’orizzonte un futuro denso di incertezze. Inquietati all’idea che la morte di Cavour frantumasse l’unità del movimento nazionale, la cui divisione interna destava preoccupazione nelle élites liberali, e aprisse il campo a tutti i partiti avversi al governo di Torino, i quotidiani auspicavano la concordia del popolo italiano(52). Ci si augurava che gli italiani possedessero quel grado sufficiente di maturità utile a elaborare il lutto in modo consapevole, con animo placido ma non rassegnato. Non era il momento della polemica, della rivalsa, della denigrazione.
Tutti i quotidiani concludevano il necrologio con un invito accorato alla speranza nell’avvenire, nell’astratta forza della nazione, nel destino che aveva fino a quel frangente sostenuto le sorti del Paese. In particolare, si esortava a serrare i ranghi intorno alla monarchia, interpretata come unico baluardo contro lo sconforto e il potenziale disfattismo. Al ministro eccezionale sarebbero succeduti i suoi presunti eredi, la schiera di liberali e collaboratori al progetto cavouriano. Al mattino del 7 giugno, era ancora «L’Opinione» a tentare di sollevare gli animi, mettendo in guardia da ogni eventuale tentazione di abbandonare la causa:
non iscoraggiamoci! Miseri noi, se ci lasciamo prostrare da questo doloroso evento; miseri noi, se il partito liberale, costituzionale, italiano di pensiero e di propositi, non comprende la gravità delle presenti circostanze! Un momento d’esitazione potrebbe esserci fatale, e nuocere al corso e allo sviluppo della nostra causa. Noi dobbiamo adoperarci a seguir le tracce segnateci dall’illustre estinto, imitarne l’audacia dei concetti, la fermezza dei propositi, la prudenza della politica e lo zelo instancabile pel bene del Re e della patria. Raccolti in compatta falange intorno a VITTORIO EMANUELE ed al vessillo nazionale sorreggano i liberali le sorti della patria(53).
Era convinzione comune che l’unica soluzione possibile fosse seguire la strada tracciata dal genio di Cavour. All’unità nazionale doveva corrispondere l’unità popolare, raccolta idealmente in un solo fascio, proiettata a compiere materialmente l’opera già compiuta moralmente dal conte(54). Come ricordava ancora «La Nazione», occorreva asciugar presto le lacrime perché la «causa della giustizia» non sarebbe mai morta («ciò che egli ha fatto c’insegna ciò che dobbiamo fare»)(55).
Del resto, l’esortazione a non disperare sarebbe giunta, secondo la vulgata diffusasi nelle ore successive alla morte, proprio dalle labbra di Cavour. I racconti in merito alle ultime ore del conte infatti erano stati prontamente recepiti dalla stampa, soprattutto da quella locale. Informato il lettore della tragedia, il quadro che si intendeva fornire rispecchiava il canone della morte giusta, attesa dall’uomo in condizioni di piena lucidità e nella consapevolezza di aver sempre agito secondo coscienza. Per i quotidiani nazionali, il presidente del Consiglio era morto «in perfetta calma e con spirito sereno».
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50 Ibid.
51 Cammillo Cavour. Morto in Torino il 6 giugno 1861, «La Nazione», 7 giugno 1861.
52 Timori e speranze, «Gazzetta di Torino», 7 giugno 1861.
53 «L’Opinione», 7 giugno 1861.
54 Ibid.; cfr. anche la Timori e speranze, «Gazzetta di Torino», 7 giugno 1861.
55 Cammillo Cavour morto in Torino il 6 giugno 1861, «La Nazione», 7 giugno 1861.
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Padrone delle proprie facoltà, il conte avrebbe pronunciato parole sull’Italia, Roma, Venezia, Napoleone III; avrebbe inoltre affermato la propria contrarietà allo stato d’assedio in Meridione ed espresso fiducia nel destino del Paese(56). Il patriottismo prendeva le forme di un augurio finale all’Italia e un saluto affettuoso al re(57). La «Gazzetta del Popolo» rinvigoriva i lettori presentando l’articolo Coraggio e la cosa ormai va, il cui titolo riprendeva una frase attribuita a Cavour sul letto di morte. Secondo il giornale, erano gli amici stessi al capezzale del moribondo a provare l’ottimismo di cui Cavour era pervaso. Lungi dall’essere delirante, il conte avrebbe parlato «assennato e veggente», rassicurando i suoi vicini («Oh ma la cosa va, state sicuri che ormai la cosa va»)(58). La retorica trasfigurava quindi gli ultimi istanti di vita, elevando il defunto nella dimensione superiore dei sapienti, dei filosofi, dei saggi.
Il ritratto realizzato dalla stampa enumerava le qualità ritenute preminenti nel profilo del personaggio. Per molti era venuto meno l’uomo di Stato per eccellenza, il campione indiscusso della politica parlamentare italiana, il fine diplomatico esterofilo. In diversi casi si proponeva una breve biografia del personaggio, riletta alla luce degli avvenimenti recenti e pertanto assunta a modello edificante per il lettore. Ne risultava dunque un compendio di vita e di episodi che ripercorreva gli ultimi cinquant’anni, talvolta corredato da citazioni, massime, aneddoti inseriti per esaltare il carattere e la personalità dell’uomo. Fin dal primo momento si volle presentare Cavour nella veste di primo cittadino della nuova Italia, ministro indefesso, patriota della prima ora, amante della pura libertà in ogni campo, conoscitore degli aspetti tecnici connessi alla scienza della politica e dell’amministrazione. L’esempio più calzante era prestato, ancora una volta, dal resoconto pubblicato da «L’Opinione». Menzionando la formazione e la carriera pubblica, il quotidiano delineava un ritratto in cui il dato caratteriale della figura assumeva un rilievo importante. Dotato di numerosi pregi, il defunto era in grado di sopperire anche alle mancanze. In particolare, si ricordava che
Egli non era oratore; ma era un parlatore famigliare, ricco d’idee, che a poco a poco si accendeva e si cattivava l’attenzione di tutti e la simpatia de’ suoi stessi oppositori politici. Vi hanno discorsi di lui che rimarranno quali modelli di eloquenza parlamentare per la sobrietà delle parole, per l’elevatezza de’ pensieri, per la novità e la grandezza de’ concetti e per l’abilità diplomatica. Benché irascibile ed impetuoso, egli non lasciavasi trascinare dalla discussione ad imprudenze che potessero comprometterlo; ei sapeva signoreggiare se stesso ed arrestarsi quando più ampie rivelazioni avrebbero potuto nuocere alla comune causa(59).
Il giornale di Dina si sbilanciava asserendo di non conoscere uomo di Stato nella storia d’Europa simile a Cavour. Fin dal principio, si inaugurava l’esaltazione del personaggio in un contesto «internazionale», destinata a divenire parte integrante della celebrazione postuma. Si riconosceva il peso avuto dai viaggi giovanili, dalle amicizie e dagli studi compiuti all’estero, frutto dei legami famigliari e della naturale predisposizione di Cavour al confronto con il liberalismo occidentale. In quelle fortunate esperienze si colsero già allora i prodromi dell’ottima reputazione di cui godette in vita il conte, interlocutore stimato e temuto dai colleghi stranieri. Nel piemontese si potevano
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56 Notizie politiche, «L’Opinione», 7 giugno 1861.
57 «La Perseveranza», 7 giugno 1861.
58 Coraggio e la cosa va, «Gazzetta del popolo», 7 giugno 1861.
59 «L’Opinione», 7 giugno 1861
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pertanto individuare l’audacia e la prudenza del cardinale Richelieu, la fermezza e la tenacia di William Pitt, l’interesse per gli ideali economici di Robert Peel, l’operosità del prussiano Heinrich von Stein, qualità tutte sublimate nella persona del defunto(60). Seppur valutata con considerazioni ancora approssimative, la levatura europea di Cavour, oggetto di studi decisamente più recenti, era percepita già dai contemporanei(61).
Le opposizioni
Al coro di voci alzatesi a ricordare il defunto si erano uniti, in misure diverse, anche i giornali del campo avverso(62). A Torino i periodici di area cattolica, probabilmente confortati dall’idea che Cavour si fosse riconciliato con Dio in punto di morte, rispettosi dinanzi al mistero del trapasso, compativano la perdita di un uomo a suo modo eccezionale. «L’Armonia», acerrima nemica del conte in vita, concedeva al necrologio buona parte della seconda pagina. Memori della politica anticlericale culminata nella proclamazione di Roma capitale (prontamente citata), gli autori del giornale non intendevano infierire sul defunto, astenendosi da ogni giudizio:
Avversari politici dell’illustre estinto, finché fu potente ne combattemmo con forza e con libertà le idee e gli errori. Sul suo freddo cadavere non penseremo che ai bei doni dell’animo suo. Toccherà alla storia il giudicarlo: a noi il compiangerlo e deplorarne la perdita.
Piuttosto, si riconosceva la «mente vastissima», «i tenaci propositi», l’intraprendenza, il coraggio, la laboriosità, nonché il «suo buon cuore», provato dalla beneficenza largamente elargita, e la lealtà dimostrata in più occasioni nei confronti del giornale(63). Inoltre, ricordando la parentela con san Francesco di Sales (sempre rivendicata dal conte) ci si soffermava sulla fede ritrovata nell’ultima ora proprio in compagnia di un frate, simbolo della Chiesa così a lungo combattuta. Pertanto, la pia morte del conte aveva reso onore a tutta la sua vita, animata dall’audacia e da un coraggio «assai raro in questi tempi, il coraggio della propria religione»(64). Molto simili erano le considerazioni pubblicate in prima pagina da «Il Campanile», il quale, rispettando la tomba ancora aperta del «precipuo propugnatore dell’Unità Italiana», deponeva ogni rancore. Anche in questo caso si preferiva citare Manzoni affidando il giudizio ai posteri. Ai contemporanei ci si contentava di ricordare l’«ingegno prontissimo» e una «maravigliosa» pratica della vita parlamentare che avevano permesso al conte di passare dall’impopolarità iniziale al controllo incontrastato del proprio partito. Tacendo dei mezzi adoperati per raggiungere i suoi obiettivi, il giornale coglieva nella morte ammirevole dell’uomo un motivo in più per «adorare i decreti della Provvidenza»(65). Oltreconfine, la «Gazzetta di Verona» s’inchinava e riconosceva i meriti «d’uno dei più vasti e nobili ingegni» d’Italia, lodandone «l’intelligenza straordinaria».
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60 Ibid.
61 U. Levra (a cura di), Cavour, l’Italia e l’Europa, cit., 2011.
62 Per un quadro della stampa dell’epoca cfr. M. R. Manunta, I periodici di Torino. 1860-1915, vol. I, A-L, Comitato di Torino per la Storia del Risorgimento Italiano, Torino 1995, V. Castronovo, La stampa italiana dall’Unità al fascismo, Laterza, Roma-Bari 1973.
63 Il giornale si riferiva, in particolare, al sostegno economico offerto dal presidente del Consiglio a un monastero femminile del Ponente ligure dopo la soppressione dei conventi, all’assistenza ai poveri, alla pubblicazione di lettere e opuscoli che combattevano la politica cavouriana. Cfr. Morte del Conte di Cavour, «L’Armonia», 7 giugno 1861.
64 Ibid.
65 Camillo di Cavour, «Il Campanile», 7 giugno 1861.
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Con notevole onestà, il periodico rammentava che
fiore pellegrino è il genio sulla terra; ed è nostro dovere […] di onorarlo ed esaltarlo anche quando si trova in un campo opposto a quello in cui combattiamo. […] La sua tomba rimarrà illustre come quella di Dante e Machiavelli […] e non vi sarà alcuno dei nipoti nostri che fermandosi ad onorarla, non sentirà trascorrere per l’ossa quell’arcano fremito, che ci prende quando sostiamo presso alle ceneri degli uomini grandi!(66)
Nel campo democratico, i toni furono perlopiù contenuti. Dopo l’errore del dicembre 1860, «Il Precursore» di Palermo poté finalmente comunicare con cognizione di causa la notizia del decesso, facendone un breve cenno. Il quotidiano si astenne però dall’infierire e fu costretto a riconoscere la gravità della situazione, al punto da augurarsi che il dispaccio annunciante la disgrazia non fosse veritiero. Del resto – asseriva l’anonimo scrivente – un tale personaggio non era facilmente sostituibile («La sola sua colpa [fu] quella di non essersi saputo elevare ai destini d’Italia»(67)). In un breve articolo listato a lutto, «Il Diritto» dava l’annuncio qualificando il fatto come «un grave […] avvenimento, destinato ad avere un’eco profonda in tutta Italia e fuori», causa di «sentito dolore» nei cittadini. Citando il proclama diffuso dal municipio di Torino, il giornale coglieva l’occasione per rielaborarne il comunicato e proporre al lettore una sintesi che ben si prestava a rinvigorire tutti i sostenitori dell’unità nazionale, qualsiasi fosse la loro affiliazione («Il lutto e la gravità dell’avvenimento non ingenerino lo sconforto, non attutiscan la fede. Gli uomini muoiono. La patria non muore mai»)(68). In questo contesto, l’eccezione più significativa proveniva però dal principale oppositore del defunto presidente del Consiglio. Di tutt’altro spirito era infatti il quotidiano di Mazzini, «L’Unità italiana». Il giornale, informato della cattiva salute di Cavour, aveva attaccato duramente il moribondo pubblicando il 6 giugno in prima pagina un feroce articolo. Ritenendo ormai probabile la morte o quantomeno il ritiro a vita privata dell’uomo, il periodico aveva intonato il proprio De Profundis scagliandosi contro la politica del primo ministro, ritenuto vertice di un sistema di interessi nefando e dannoso. Di Cavour si forniva un ritratto fisico e morale poco lusinghiero. A partire dalla descrizione fisica, degna del quadro clinico elaborato da un medico, non vi era pietà:
Il conte è – per usar termini quasi tecnici – di costituzione pletorica e d’abito apopletico. Collo grosso e corto, testa affondata nelle spalle, pinguedine esuberante, lavoro continuo, vita sedentaria, tensione eccessiva delle facoltà intellettuali, occupazione soverchia data agli organi digestivi, lievito ultra-stimolante deposto nel sangue dall’ardore delle lotte politiche, sono le cause fisiche e convenzionali, remote e prossime, organiche e occasionali, dei serii insulti cui va il conte frequentemente soggetto.
Seguiva dunque a breve distanza un quadro della persona, sintesi di tutti i caratteri negativi che la compagine democratica ravvisava in Cavour, vero contraltare delle parole pubblicate l’indomani dal giornale di Dina:
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66 «Gazzetta di Verona», 7 giugno 1861.
67 «Il Precursore», 7 giugno 1861.
68 «Il Diritto», 7 giugno 1861.
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Destro, astuto, scevro di pregiudizi, scettico, facile e pronto parlatore, fecondo in ripieghi, prodigo di promesse, sprezzatore di principii, giocoliere di parole, impiegò, a far il male, tutti i mezzi del male, disciplinò il suo partito, lo compromise più che non voleva, e lo dominò.
Dichiarandosi «nemici del sistema politico […], non della sua persona», gli uomini di Mazzini anticipavano i tempi e si domandavano se l’allontanamento di Cavour dal governo fosse un bene o un male. La risposta non era però così ottimista. In qualità di capo del partito moderato, il conte era ritenuto l’espressione massima di un mondo già in sé deplorevole. Passando in rassegna una girandola di nomi di eventuali successori (Marco Minghetti, Alfonso Lamarmora, Bettino Ricasoli, Urbano Rattazzi e addirittura Gioachino Pepoli), il giornale rifiutava di esporsi, riconoscendo la difficoltà delle previsioni. In ogni caso, avrebbero trionfato gli interessi dei partiti, a danno del Paese. I rimedi sarebbero rimasti gli stessi:
Avverrà come d’una farmacia la di cui insegna mostra sovente il nome d’un nuovo esercente. Cangiano i titolari, ma è sempre la stessa farmacia col medesimo rabarbaro e colla medesima cassia. È il sistema, non gli uomini, che a noi importa si cangi.
I mazziniani avevano concluso quindi con un appello alla nazione e al popolo, sulla cui forza, energia e capacità di azione si confidava per l’imposizione della volontà collettiva ai governanti. Roma, l’Unità, la nazione in armi erano gli obiettivi. Se così non fosse stato, considerata la statura non eccelsa degli altri moderati, allora ci si poteva augurare la guarigione del primo ministro(69).
«L’Unità italiana» attirò immediatamente gli strali della stampa nazionale. Il fatto risultò piuttosto grave perché l’articolo dei mazziniani, dato alle stampe all’alba del 6 giugno, divenne noto al pubblico quando Cavour era appena spirato. L’attacco al moribondo assumeva quindi i toni del presagio funesto, dell’augurio di morte, dell’impietosa irriverenza. Ad intervenire, prima tra tutti, fu «La Perseveranza» che bollò l’articolo come «oltraggio al pubblico lutto», «cinica derisione di una grande aventura [sic]». Si rimproverava duramente il quotidiano mazziniano accusandolo di disumanità («i nemici si combattano quando son vivi, che non s’insultino quando non possono difendersi»). Secondo il giornale il milanese, i democratici avevano superato in asprezza pure gli odiati austriaci, dei quali invece si ricordava il rispetto mostrato nei confronti di Tito Speri mentre il condannato saliva al patibolo(70). La risposta del giornale milanese venne prontamente ripubblicata da «L’Opinione» il giorno successivo, suscitando il risentimento comune della stampa torinese: per la «Gazzetta di Torino», i mazziniani si erano rilevati i peggiori nemici del Paese(71). Il 7 giugno, confermata la notizia della morte, «L’Unità italiana» commentava la scomparsa riservando un’ultima stoccata: l’«astro» si era eclissato definitivamente e non vi era più pericolo che potesse comparire all’orizzonte, così come accaduto in occasione della crisi di governo del gennaio 1860. Contrastando la narrazione ufficiale che voleva Cavour lucido e sereno
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69 Della salute del conte Cavour, «L’Unità italiana», 6 giugno 1861.
70 «La Perseveranza», 7 giugno 1861.
71 «Quest’atto inqualificabile ci dà la misura dell’elevatezza dei principii del loro partito! Misero chi non comprende la religione delle tombe, chi non sente quanto sia vituperevole l’atto di chi getta il fango sul nemico estinto! […] L’Unità italiana, non esitiamo a dirlo, con questo suo contegno si è posta al di fuori della nazione e contro la nazione». Il giornale del sig. Mazzini, «Gazzetta di Torino», 9 giugno 1861; sulla stessa linea Criterii della stampa, «Gazzetta del Popolo», 10 giugno 1861.
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fino al momento del trapasso, i mazziniani raccontavano di un primo ministro delirante, lasciato solo nel suo letto affinché il vaneggio non fosse udito. Il giornale guardava quindi con ironia alle gentilezze che i moderati si scambiavano nelle aule di Palazzo Carignano, pregustando lo scatenarsi delle rivalità interne al partito di governo(72). La presunta unità del partito cavouriano, di cui i moderati sembravano riempirsi la bocca in un momento così delicato, appariva ad altri una chimera.
1.2 I funerali di Torino
Lo sgomento iniziale lasciò presto il campo alle incombenze pratiche e giunse quindi il momento del funerale. Un’analisi della cerimonia funebre si rivela significativa dal punto di vista metodologico, così come dimostrato dagli studi relativi alla morte di altre personalità illustri, poiché utile a porre in luce la rilevanza del valore rituale e l’impatto del defunto sulla percezione pubblica, sia immediato – si pensi alla testimonianza letteraria fornita da Victor Hugo in merito ai funerali di Napoleone – sia successivo, quando, elaborato il lutto, fu avviato il processo di “mitizzazione”(73). Un terreno già frequentato dalla storiografia sul lungo Ottocento, i cui risultati più significativi, rappresentati dai lavori di Emmanuel Fureix, Avner Ben-Amos, Pedro Rújula López e Pierre Géal, hanno evidenziato l’apporto simbolico dell’apparato cerimoniale e figurativo, nonché le implicazioni dettate da un uso consapevole del funerale politico in un contesto di forte partecipazione emotiva(74).
Su probabile iniziativa dei famigliari si decise la celebrazione dei funerali di Stato per il giorno successivo, venerdì 7 giugno, alle ore 18. Il tempo intercorso tra la morte e le esequie fu piuttosto breve. Non si conoscono le ragioni di una simile scelta e non si esclude che fosse stato Cavour nelle sue ultime volontà a dettare i provvedimenti. La rapida tumulazione appare in contrasto con le tempistiche adottate sia per le personalità coeve sia, a distanza di anni, per i protagonisti Vittorio Emanuele II, Mazzini e Garibaldi(75). Da un lato, si può sostenere che la decisione di scandire in tempi rapidi la cerimonia funebre rispecchi lo spirito pratico e ostile ai formalismi proprio del conte Cavour; dall’altro è plausibile ipotizzare che un evento così inatteso e traumatico abbia incentivato le istituzioni a accelerare i tempi previsti per i funerali. Non si esclude peraltro la convergenza tra le due motivazioni ipotizzate. La situazione precaria del Paese, ritenuto in perenne stato di “emergenza”, la necessità di sostituire un ingombrante primo ministro, nonché gli sforzi richiesti per tutelare l’ordine pubblico potrebbero aver giocato un ruolo significativo. Infatti, Cavour è stato il primo presidente del Consiglio, piemontese e italiano, a morire in carica; inoltre, era percepito già allora come il principale artefice politico dell’unificazione, protagonista indiscusso dell’agone parlamentare, punto di riferimento dell’azione governativa. Un evento di portata tale
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72 Ultimo corriere, «L’Unità italiana», 7 giugno 1861.
73 Cfr. per esempio i funerali solenni di Vittorio Emanuele II (U. Levra, Fare gli italiani, cit., pp. 3-40), Mazzini (S. Luzzatto, La mummia della repubblica, cit., pp. 16-19, 37-48) e Garibaldi, Aurelio Saffi e Andrea Costa (D. Mengozzi, La morte e l’immortale. La morte laica da Garibaldi a Costa, Lacaita, Manduria-Bari Roma 2000, pp. 185 e segg.); V. Hugo, I funerali di Napoleone. Note prese sul luogo, Roma, Editori Riuniti, 1994.
74 E. Fureix, La France des larmes. Deuils politiques à l'âge romantique, cit.; A. Ben-Amos, Funerals, politics, and memory in modern France, cit.; P. Rújula López – P. Géal, Los funerales políticos en la España contemporánea, cit.; relativamente al caso italiano, cfr. P. Pasini, Venezia in gramaglie. Funerali pubblici nel lungo Ottocento, Il poligrafo, Padova 2013.
75 Cfr. U. Levra, Fare gli italiani. Memoria e celebrazione del Risorgimento, cit., pp. 3-40; S. Luzzatto, La mummia della repubblica, cit., L. Riall, Garibaldi. L’invenzione di un eroe, cit.
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come i funerali di Stato avrebbe richiesto più giorni di preparativi, la mobilitazione di forze non indifferenti e l’impiego di un repertorio di immagini, riti e simboli a cui la giovane nazione non poteva ancora attingere perché inesistente(76). In altre circostanze, si sarebbe preteso un omaggio decisamente articolato e costruito, considerata la rilevanza del defunto. L’eccezionalità della situazione ebbe forse il sopravvento su quella del personaggio; il risultato fu il tentativo di condensare l’elaborazione del lutto in due giorni.
In questo contesto, un dato assai significativo e per nulla scontato si presentava agli occhi dei concittadini: il conte Cavour avrebbe goduto dei funerali religiosi. Sul presidente del Consiglio gravava infatti la scomunica papale, emanata nel luglio 1855 a causa della politica anti-ecclesiastica perpetrata dal governo di Torino(77). Come noto, tra le più dure conseguenze dell’esclusione dalla comunità dei cattolici si annoverava anche l’impossibilità di ricevere la sepoltura cristiana. Peraltro, era ancora vivo il ricordo delle polemiche che avevano animato la cittadinanza nel 1850 quando il vescovo Luigi Fransoni aveva vietato la celebrazione di esequie religiose al ministro Pietro De Rossi Santarosa, sostenitore dichiarato delle leggi Siccardi. Il caso aveva turbato in modo notevole l’opinione pubblica, mobilitatasi in forze e riuscita infine a ottenere i funerali religiosi per il ministro, parallelamente all’allontanamento dell’autorità vescovile(78). Come ebbero modo di apprendere con un certo sollievo i torinesi, l’incresciosa situazione non si sarebbe ripresentata nel giugno 1861. Infatti, un peso piuttosto importante doveva averlo avuto il racconto delle ultime ore di Cavour diffuso dalla stampa e, si può immaginare, per testimonianza diretta dei presenti tra la folla accorsa a Palazzo Cavour. Le visite ripetute di padre Giacomo - mandato a chiamare proprio dal moribondo - sembravano dimostrare da un lato la religiosità mai venuta meno del conte e dall’altro, se non una ritrattazione, almeno la volontà di riconciliazione con la Chiesa. È possibile affermare quindi che, alla luce di queste notizie e pur in assenza di una comunicazione in tale direzione da parte del mondo ecclesiastico, la scomunica non fosse più ritenuta sussistente e che la «pia morte» di Cavour avesse redento il defunto dalle presunte colpe stigmatizzate da Pio IX. Inoltre – elemento significativo – l’ambiguità di fondo relativa al congedo del conte dalla vita terrena avrebbe orientato, a seconda della lettura data a quegli avvenimenti, la celebrazione di messe in suffragio dell’anima del defunto e l’impegno a perorare il ricordo del conte da parte del clero locale. Non è forse secondario ricordare come la stampa del 7 giugno avesse insistito sui dettagli puramente «confessionali» del trapasso. Queste considerazioni, del resto, potrebbero suffragare anche le ragioni della scelta inusuale per la celebrazione così rapida dei funerali. La decisione di organizzare esequie immediate avrebbe forse impedito accertamenti più approfonditi in merito all’ultimo ravvedimento o conversione di Cavour. Accertamenti che, come si avrà occasione di vedere, non tardarono a venire.
Il 7 giugno l’esposizione della salma, durata l’arco di qualche ora il giorno del decesso a causa dell’affluenza popolare, venne nuovamente garantita. L’affluenza di torinesi, accorsi «senza distinzione di classi e di età a rimirare per l’ultima volta le
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76 Cfr. C. Brice, Monarchie et identité nationale en Italia (1861-1900), Éditions de l’École des hautes études en sciences sociales, Paris 2010; M. Ridolfi – M. Tesoro, Monarchia e repubblica. Istituzioni, culture e rappresentazioni politiche in Italia (1848-1948), Mondadori, Milano-Torino 2011, pp. 43-46.
77 A. Viarengo, Cavour, cit., p. 301.
78 Sul caso dei funerali del ministro, cfr. G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, vol. IV, Dalla rivoluzione nazionale all’Unità, Feltrinelli, Milano 2011, p. 120; anche A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, Einaudi, Torino 1971, p. 213.
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sembianze del grand’uomo ch’essi veneravano ed amavano ed erano lieti di vedere e salutare», fu piuttosto ingente e si rese necessaria la presenza di un drappello di carabinieri a cavallo per contenere la folla(79). Tra questi vi era anche il disegnatore G. Stella che, intorno alle ore 10 del mattino, poté copiare il volto di Cavour previo il permesso del marchese Gustavo. Nel frattempo, si discutevano gli sviluppi. Le disposizioni per la sepoltura prese spontaneamente dalla giunta municipale non incontrarono però l’assenso della famiglia, rappresentata dal fratello del defunto e dai nipoti Giuseppina e Ainardo. La sepoltura in un «posto distinto» nel campo santo di Torino proposta per mezzo di una deputazione dal sindaco Augusto Nomis di Cossilla venne infatti rifiutata(80). Uguale risposta ottenne anche Vittorio Emanuele II il quale aveva offerto come sepolcro la basilica di Superga, il sacello della dinastia(81). Un’offerta dettata dalla commozione destata nel re durante l’ultimo incontro con il conte(82) che, occorre sottolineare, si mostrava carica di significati simbolici e poteva essere interpretata come un tentativo di conferire solennità alla celebrazione, priva di una ritualità pubblicamente riconosciuta. Per la prima volta, infatti, la salma di un presidente del Consiglio avrebbe riposato a fianco dei sovrani appartenenti alla dinastia che si gloriava di essere la più antica d’Europa. Inoltre, la collocazione di Cavour accanto a Carlo Alberto, il re «martire» della causa italiana, avrebbe unito colui che aveva dato inizio al moto unitario (secondo l’ottica monarchica) e colui che l’aveva portato a compimento; il promulgatore dello Statuto e il suo estensore all’Italia intera. Sorvolando sulle inimicizie tra i due personaggi(83), il sovrano e il presidente del Consiglio, già accomunati per l’aver vissuto lo stesso numero di giorni (cinquant’anni, nove mesi e ventisei giorni, si sarebbe ricordato con insistenza)(84), avrebbero rappresentato idealmente due declinazioni del martirio: la morte causata dai dolori dell’esilio e la morte dovuta alle fatiche ministeriali insormontabili. Se realizzata, la proposta del sovrano avrebbe dunque inserito Cavour nel pantheon di glorie dinastico, rendendo interpretabile la figura del primo ministro come una sorta di emanazione della monarchia. Di conseguenza, il concetto del governo regio inteso come «governo del re» avrebbe trovato la sua simbolica manifestazione proprio nell’incameramento della salma di Cavour all’interno del sepolcro dei Savoia.
Tuttavia, ciò non avvenne. Aderendo alle disposizioni del defunto, i parenti resero noto che Cavour sarebbe stato tumulato a Santena, poco fuori la capitale, nella cripta presso la storica residenza di campagna. Considerata la dedizione con cui Giuseppina avrebbe tutelato la memoria dello zio, è plausibile che sia stata la nipote a pretendere il rispetto delle volontà(85). La scelta rimarcava il profondo attaccamento sempre dimostrato
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79 «L’Opinione», 8 giugno 1861.
80 Notizie politiche, ivi, 7 giugno 1861.
81 V. Bersezio, Il regno di Vittorio Emanuele II, cit., p. 591; relativamente al valore di Superga per la dinastia, cfr. anche M. T. Silvestrini, Religione «stabile» e politica ecclesiastica, in G. Ricuperati (a cura di), Storia di Torino, vol. V, Dalla città razionale alla crisi dello Stato d’Antico Regime, Einaudi, Torino 2002, pp. 398 e segg.
82 Cfr. A. Viarengo, Vittorio Emanuele II, Salerno Editrice, Roma 2017, p. 270.
83 L’inimicizia tra il re il conte risaliva ai tempi della gioventù di Cavour, quando questi, adolescente, aveva rifiutato di prestare servizio come paggio di corte. Cfr. A. Viarengo, Cavour, cit., p. 35.
84 Le ricorrenze furono assai numerose negli anni a seguire; per quanto concerne i riferimenti in pubblicazioni istituzionali, cfr. T. Sarti, I rappresentanti del Piemonte e d’Italia nelle tredici legislature del Regno, Tipografia Editrice A. Paolini, Roma 1880, p. 257.
85 S. Cavicchioli, Giuseppina Cavour vestale delle memorie risorgimentali, in «Studi Piemontesi» XL (2011), pp. 529-532; per i rapporti di Cavour con i nipoti, cfr. R. Romeo, Cavour e il suo tempo, vol. III, cit., p. 929.
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dal conte alla famiglia e alla tradizione dei suoi avi. Si confermava in tal modo l’importanza della dimensione privata degli affetti, coltivata dal conte nei rari momenti di distacco dagli impegni, a scapito della pompa delle occasioni ufficiali. In particolare – si sarebbe poi saputo – Cavour sarebbe stato sepolto a fianco del nipote Augusto, primogenito del fratello Gustavo caduto a Goito nel 1848 all’età di vent’anni(86). Come ben sapevano gli intimi di casa Cavour, il conte nutriva un affetto profondo per il giovane, di cui conservò sempre un ricordo commosso al punto da esibire con orgoglio nel proprio studio la pallottola fatale, incastonata al vertice di una piccola piramide, la divisa da granatiere insanguinata e un ritratto raffigurante il nipote in punto di morte(87). La sepoltura nella cripta di famiglia assumeva quindi un valore composito e allo stesso tempo coerente: era l’espressione di quel patriottismo «di famiglia» che affondava le radici nell’ambiente degli affetti, mobilitati in varie forme e secondo le qualità del singolo per il bene della causa nazionale. Pertanto, il rifiuto della dignità regale non comportava l’abdicazione al sistema di valori incarnato in quel momento a livello istituzionale dalla monarchia; bensì si privilegiava la sua più domestica declinazione, decisamente consona al carattere e alla personalità della figura che si intendeva celebrare.
Comunicate le volontà di Cavour, il municipio di Torino prese provvedimenti immediati. L’ordine del corteo funebre che snodandosi per le vie principali della capitale avrebbe portato in processione la salma venne presto reso pubblico, preparando la cittadinanza al commiato(88). Un’atmosfera simile non era più stata vissuta dai tempi dell’arrivo in città della salma di Carlo Alberto, morto in Portogallo il 28 luglio 1849 e rientrato in patria nell’ottobre successivo(89). Decisamente più modeste erano state invece le celebrazioni per la morte di Gioberti, un altro presidente del Consiglio morto (non più in carica) a Parigi nel 1853. Nella solennità dei funerali a Cavour si ritrovarono molti elementi delle esequie che il Piemonte aveva riservato alla salma del re esiliato. In assenza di una «tradizione» in grado di solennizzare l’evento, si può affermare che il corteo funebre e il cerimoniale adottato risultarono ammantati della veste formale propria della monarchia. I funerali del primo ministro presentarono infatti caratteristiche desunte dal corteo organizzato in onore del defunto Carlo Alberto implementati, però, anche dalle componenti della società civile. Nelle intenzioni della municipalità e degli organi governativi, il convoglio funebre avrebbe dovuto schierare in successione le rappresentanze della nuova nazione, una commistione di solennità regale, dignità istituzionale e compartecipazione popolare. Nell’ordine, il catafalco con tiro a sei
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86 Sul valore della morte nelle famiglie dell’aristocrazia subalpina, si veda, per esempio, S. Cerato, Vita privata della nobiltà piemontese. Gli Alfieri e gli Azeglio 1730-1897, Comitato di Torino dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano-Carocci, Torino 2006, pp. 280-291.
87 R. Roccia, Santena: cenacolo degli affetti e approdo ultimo del Conte di Cavour, in «Studi Piemontesi» XXXIX (2010), II, pp. 423-426; per quanto riguarda i rapporti con Augusto, Id., Camillo Cavour e il nipote Augusto. Il prezzo più alto della vittoria di Goito (30 maggio 1848), in «Studi Piemontesi» XLIX (2020), I, pp. 327-340; sulla residenza di Santena, cfr. Il castello di Santena. Storia e cultura nella dimora dei Cavour, Fondazione Camillo Cavour, Torino 1992; anche il catalogo della mostra Castello di Santena. 1861-1961, Fondazione Camillo Cavour, Santena 1962.
88 Archivio Storico della Città di Torino, Miscellanea amministrazione, cartella 51, Ordine del convoglio funebre per i funerali di S.E. il conte Camillo di Cavour; riportata sui vari giornali, tra cui «L’Opinione» e «La Perseveranza» del 7 giugno 1861.
89 Sui funerali piemontesi a Carlo Alberto, celebrati il 12, 13 e 14 ottobre 1849, cfr. A. Salice, Vita di re Carlo Alberto il Magnanimo, Stabilimento tipografico-librario di Salvatore Rossi, Tortona 1867, pp. 371 e segg.; cfr. anche la Funerali di Carlo Alberto, «Gazzetta del Popolo», 12, 13 e 15 ottobre 1849; relativamente al simbolo e alla liturgia del funerale monarchico, cfr. C. Brice, Monarchie et identité nationale, cit., pp. 102-103.
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cavalli sarebbe stato preceduto da reparti scelti del Regio esercito, accompagnati dai militi della Guardia nazionale e dalle corporazioni religiose; al suo fianco avrebbero marciato i presidenti di Camera e Senato e due cavalieri dell’ordine della SS. Annunziata; a seguire, sarebbero stati presenti un araldo portante il Collare Supremo dell’ordine, conferito dal re al conte nel 1856(90), gli altri cavalieri, gli aiutanti di campo del re e dei principi reali, gli «ufficiali dello Stato», i senatori e i deputati, il Consiglio di Stato, la Corte dei Conti, la Corte d’Appello, le rappresentanze del municipio, il Corpo universitario, il Ministero degli Esteri e quello della Marina. Al popolo sarebbe apparsa quindi la nazione nella sua forma più solenne. Una nazione giovane che, in assenza di simbologie e cerimoniali codificati coi quali esplicitare una propria identità istituzionale, derivava in gran parte i suoi apparati ufficiali da quelli del regno di Sardegna. Fatto che confermava il ruolo assunto dalla monarchia nel compensare il “deficit di legittimità” avvertito diffusamente(91). In considerazione dei provvedimenti assunti, per quanto concerne il cerimoniale funebre adottato è possibile ipotizzare un’«invenzione della tradizione»: non a caso, un cerimoniale assai simile sarebbe stato impiegato per i funerali di un altro presidente del Consiglio morto in carica ovvero per le esequie – esclusivamente civili – di Agostino Depretis (3 agosto 1887)(92). Ovviamente, la modestia del paese di Stradella comportò una celebrazione su scala ridotta; ciononostante, si ravvisano la persistenza e la continuità di elementi di lunga durata nella messa in scena della processione funebre.
La giornata del 7 giugno trascorse sospesa in un silenzio mesto fino alle ore 18. Chiuse tutte le attività commerciali, la Borsa e i teatri, proibita la circolazione delle vetture nelle vie centrali della capitale, i torinesi si erano riversati in strada ad attendere l’ultimo passaggio del defunto presidente del Consiglio. La città, «tetra e cupa come se l’avessero bombardata»(93), era parata a gramaglia, Palazzo Reale si presentava deserto, le finestre dei ministeri coperte «da fittissime cortine» e i balconi rivestiti da panni neri. Durante il giorno in molti si erano fermati dinanzi alle vetrine dei negozi per osservare più e più volte le litografie di Cavour esposte dai commercianti: «tutti le miravano, le rimiravano parendo loro di averlo ancora sotto gli occhi, e quindi si allontanavano silenziosi, chi sospirando, e chi tergendosi le umide ciglia». L’emozione di quel giorno era descritta, ancora una volta, da «L’Opinione» che evocava il lutto di una «famiglia in cui sia appena mancato il più grande appoggio di essa», una famiglia divenuta pienamente conscia della perdita alla vista del feretro(94). Sul volto di tutti gli astanti si coglieva scolpito il «profondo rammarico»(95). Lo stato d’animo trovò il suo parallelo nel clima atmosferico. Fu sotto la pioggia battente, infatti, che i presenti videro marciare al
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90 Cavour stesso, così poco propenso a godere delle onorificenze, aveva apprezzato il gesto del re, risultando visibilmente commosso in presenza dei suoi amici intimi. A. Viarengo, Cavour, cit., p. 327.
91 M. Ridolfi – M. Tesoro, Monarchia e repubblica, cit., p. 19; per il confronto con il caso dei Borbone in Francia, cfr. E. Fureix, La France des larmes, cit., pp. 223-272.
92 Sul concetto di invenzione della tradizione, si rimanda ai celebri saggi contenuti in H. J. Hobsbawm – T. Ranger, L’invenzione della tradizione, Einaudi, Torino 1987 [1983], in particolare H. J. Hobsbawm, Come si inventa una tradizione, pp. 3-17 e D. Cannadine, Il contesto, la rappresentazione e il significato del rito: la monarchia britannica e l’«invenzione della tradizione», pp. 99-159. Relativamente alla cerimonia e al corteo organizzate per Depretis, cfr. Le onoranze ad Agostino Depretis, «Gazzetta piemontese», 4-5 agosto 1887.
93 «L’avete veduta questa città […]? Avete veduto tutte quelle liste nere che sbarravano tutti i negozi con scrittovi sopra: per lutto nazionale? Ditemi quando mai un sì universale dolore ci ha tutti così investiti?». Cfr. Funerali al conte Cavour, «Gazzetta del Popolo», 8 giugno 1861.
94 Funerali di S.E. il conte di Cavour, «L’Opinione», 8 giugno 1861.
95 «Gazzetta di Torino», 8 giugno 1861.
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suono cadenzato dei tamburi il lungo corteo. Circostanza che, non mancavano di cogliere i cronisti, sembrava sottolineare il valore universale della perdita, pianta pure dal Cielo(96). L’8 giugno «Il mondo illustrato» avrebbe raffigurato icasticamente i funerali pubblicando l’immagine del carro funebre che attraversava Piazza San Carlo tra due ali di folla, punteggiata di ombrelli.
Il corteo, muovendosi all’interno dei cordoni formati da ufficiali, prese avvio dalla residenza del conte in quella che già allora era chiamata via Cavour. Proseguì fino a via Nuova, continuando in via Porta Nuova, piazza San Carlo e la prosecuzione di via Nuova. Raggiunta piazza Castello, costeggiò il palazzo di ministeri, percorse via Po fino a via San Francesco di Paola per poi svoltare in via Cavour e fermarsi dinanzi la chiesa di Santa Maria degli Angeli, dove si svolse la funzione religiosa. Durante la processione, i torinesi gettarono fiori sul feretro dalle finestre e dai balconi parati a lutto; dal monte dei Cappuccini, oltre il fiume Po, si levarono le salve di artiglieria, accompagnate da quelle dei moschetti dei militari schierati nelle strade. Trascorse due ore, deposta la salma nella basilica dove ad attenderla vi era il corpo diplomatico straniero, una grande folla occupò la chiesa e lo spazio antistante all’edificio. Dopo la funzione alcuni deputati, senatori e rappresentanti europei «fecero a gara» per raccogliere i fiori e le corone deposte dai presenti. Si concluse così il funerale torinese(97). Diradatasi la folla, la salma rimase nella basilica fino al sopraggiungere della notte quando, scortata dai frati della chiesa della Madonna degli Angeli, venne trasferita al castello di Santena, dove vi arrivò alle otto di mattina. L’estremo saluto a Cavour venne pertanto riservato ai famigliari, agli amici e collaboratori più intimi, ai conterranei. Nel primo mattino raggiunsero la residenza Gustavo Cavour e il figlio Ainardo in compagnia di Artom, del conte Perrone di San Martino e del conte Radicati di Brozolo, gli ultimi segretari del ministero degli Esteri. Alle ore 10 il feretro sfilò in processione fino alla vicina chiesa parrocchiale dei Ss. Pietro e Paolo, trasportato dai servitori del castello, coperto dalle corone di fiori che i santenesi avevano deposto, preceduto dalla Guardia nazionale, da un distaccamento del 4° reggimento granatieri di Lombardia e da uno del 46° reggimento di fanteria accompagnati dalla musica militare. Al seguito camminarono il consiglio comunale e tutte le principali autorità di Chieri (comune di cui Santena era parte) con bandiera insieme ai servitori. Celebrate le esequie, la salma venne scortata dai tre segretari degli Esteri alla cripta di famiglia, collocata a fianco della cancellata d’ingresso del castello. I presenti, percorsi dalla «più viva e profonda commozione» videro il feretro scomparire tra le colonne doriche del piccolo tempio di granito. Le spoglie del conte Cavour vennero infine murate nella nicchia della tomba di famiglia(98). Nei pressi della tomba sarebbe presto comparso il seguente epitaffio inciso su una lastra di marmo – una dichiarazione dai toni clerico-moderati che sembrerebbe ribadire, se non l’abiura, il “ridimensionamento” della laicità e la morte cristiana, a conferma di una regìa familiare nella gestione del trapasso:
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96 Ibidem; «il cielo parve volesse dividere il lutto cogli italiani mescendo le sue alle lagrime di tutti, perché una continua pioggia accompagnò il convoglio durante quasi tutto il cammino, e tuttavia la popolazione si premeva lungo le vie». Cfr. I funerali di S.E. il Conte di Cavour, «Il Precursore», 13 giugno 1861.
97 L’atto di morte, inserito nel Registro degli atti dell’anno 1861 della parrocchia della Madonna degli Angeli, è riportato per intero in L. Chiala (a cura di), Lettere edite ed inedite di Camillo Cavour raccolte ed illustrate da Luigi Chiala, vol. VI, 1856-1861, L. Roux e C., Torino-Napoli 1887, Atto n. 89, Benso di Cavour Camillo, p. 713.
98 Esequie del conte di Cavour in Santena presso Chieri, «Gazzetta di Torino», 9 giugno 1861; Ultime notizie, «Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia», 8 giugno 1861.
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Strenuo propugnatore
Della libertà dei popoli
Dell’indipendenza d’Italia
D’ogni progresso economico intellettuale morale
Verso il fine di sua vita
Pose in cime de’ suoi voti
La concordia del sacerdozio colla civiltà
Proclamando la grande massima
«Libera Chiesa in Libero Stato»
Nell’ultimo morbo
chiese i conforti della religione
e spirò nel Signore
l’anima purificata dai sacramenti di Cristo
Nato il X agosto MDCCCX
Morì il VI giugno MDCCCLXI(99)
Terminato il viaggio terreno della salma, si guardava fiduciosi a quel piccolo borgo dal nome grande, destinato a essere «monumento a cui verrà ad inchinarsi chiunque nell’umiltà dell’animo onori le virtù sublimi del Genio»(100).
Nell’arco di poco più di due giorni si era concluso un evento di portata capitale. Carico di conseguenze imprevedibili, il lutto metteva alla prova il Paese appena unificato. Paese che, avviato sulla strada della costruzione graduale dei suoi apparati materiali ma anche simbolici, fu chiamato a confrontarsi immediatamente con una situazione inedita. Reduci dalla celebrazione della prima festa dello Statuto, ricorrenza tutta da inventare, gli italiani si trovarono a costretti a elaborare il lutto con gli strumenti e i repertori sul tema disponibili, in modi e tempi diversi(101). In attesa delle altre manifestazioni di cordoglio e di vicinanza, Torino aveva fornito l’esempio rendendo omaggio al proprio ministro con uno schieramento di rappresentanze composito, espressione di quella tanto auspicata comunità nazionale.
Agli occhi dei presenti ai funerali della capitale si era presentata raccolta in lutto la società civile della nuova Italia, rappresentata da un’eterogeneità di corpi e rappresentanze che andava oltre quanto era stato preventivato dal municipio. Stretti intorno alla salma spiccavano ovviamente le istituzioni, incarnate dai ministri Fanti (guerra) e Cassinis (giustizia), dai rappresentanti di Camera e Senato Rattazzi e Sclopis, dai cavalieri dell’Annunziata De Sonnaz e Crotti. Tuttavia, la partecipazione del Paese
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99 Il testo è riportato da d’Ideville, il quale aveva annotato anche le parole di un’iscrizione su tela: «Era l’Italia / terra dei morti / campo di strani e domestici strazi / ei vide i suoi mali / e meditò la sua redenzione / parlò al principe e ardì parlò al popolo / e sorse. / Parlò ai potenti / e infranse le spade dei despoti / vendicò i conculcati diritti / e l’Italia fu / plaudente e maravigliante / Europa». H. D’Ideville, Journal d’un diplomat en Italie, cit., pp. 207-209.
100 «Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia», 10 giugno 1861.
101 Sul valore della festa e la difficoltà della sua ricezione, cfr. I. Porciani, Lo Statuto e il Corpus Domini. La festa nazionale dell’Italia liberale, in Il mito del Risorgimento nell’Italia unita, cit., pp. 110-123; Id., La festa della nazione, cit., pp. 26-62, 143 e segg.; anche C. Brice, Monarchie et identité, cit., pp. 139-142.
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si esplicitava nella presenza di gruppi connotati secondo provenienze politiche, ideali, religiose e sociali assai diverse. Al seguito del corpo universitario e degli studenti sfilarono infatti, oltre ai direttori e redattori dei giornali e alle deputazioni della Banca nazionale e di altri istituti bancari, anche il rabbino maggiore e il consiglio israelitico di Torino, fatto che testimoniava gli ottimi rapporti di Cavour con la comunità ebraica(102). Le corporazioni religiose erano seguite da numerose donne velate. Inoltre, i funerali si erano prestati a radunare idealmente tutti i patriottismi sotto il segno comune della lotta allo straniero: al seguito dell’emigrazione veneta e di quella romana si riscontrò una cospicua rappresentanza ungherese e polacca, capeggiata da Lajos Kossuth e dal generale György Klapka. Poco oltre si videro le corporazioni dei mestieri e le società operaie con le rispettive bandiere venute da Torino, Milano, Alessandria, Voghera, Caselle, Parma, seguite a loro volta dai numerosi servitori e domestici della famiglia Cavour insieme a contadini e contadine provenienti dalle tenute di campagna del conte(103). Fatto degno di nota, il corteo era chiuso da «una immensa falange» di volontari garibaldini con le bandiere a lutto(104). Quest’ultima presenza, benché non commentata – forse volutamente – dalla stampa governativa, assumeva un certo peso soprattutto se letta alla luce dei trascorsi più recenti tra Cavour e Garibaldi. Senza dubbio era ancora forte l’impressione suscitata dal litigio avvenuto il 18 aprile 1861 alla Camera quando il presidente del Consiglio e il condottiero nizzardo si erano scontrati sul tema del destino da riservare all’esercito meridionale, evento conclusosi con accuse pesanti nei confronti del conte(105). Come noto, la questione aveva accentuato la distanza tra le due figure e contribuito a istigare nel mondo moderato l’avversione per Garibaldi. Ciononostante, l’omaggio dei garibaldini sembrerebbe dimostrare come queste tensioni non avessero inficiato in modo irreversibile la percezione “popolare” di Cavour inteso, se non come comprimario del generale, almeno come uno dei personaggi chiave del movimento unitario degno di riconoscimento(106). Occorre anche sottolineare che con questa dimostrazione di solidarietà l’area garibaldina parve dissociarsi dalla corrente mazziniana, unico partito ad avere infierito sul cadavere del defunto, e manifestare un parziale e simbolico allineamento con le istituzioni del regno.
Nella solennità della circostanza spiccava però un dato degno di nota: il sovrano e la famiglia reale avevano disertato i funerali. Lo stesso 6 giugno il re aveva lasciato Torino per recarsi alla reggia di Venaria(107). Come si evince dai resoconti delle esequie, Vittorio Emanuele II non era intervenuto alla cerimonia risultando assente anche durante la processione solenne per le vie della città. Nulla è riferito dai quotidiani sulle ragioni di questa decisione, estesa dal re anche ai principi Umberto e Amedeo, impossibilitati a
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102 Relativamente alle relazioni tra israeliti e Risorgimento, cfr. S. Foà, Gli ebrei nel Risorgimento italiano, Assisi-Roma, Carucci 1978; anche A. Cavaglion, Gli ebrei in Piemonte, Editrice Impressioni Grafiche, Torino-Acqui Terme 2016.
103 Funerali di S.E. il conte di Cavour, «L’Opinione», 8 giugno 1861.
104 Funerali al conte Cavour, «Gazzetta del Popolo», 8 giugno 1861.
105 Per quanto riguarda il dibattito in parlamento, cfr. Garibaldi in Parlamento. Dalla Repubblica romana ad Aspromonte, vol. I, Camera dei Deputati, Roma 1982, pp. 94 e segg; assai condivisibile il parere di Romeo secondo il quale lo scontro alla Camera «fu, insieme a quello col re a Monzambano, probabilmente l’episodio più tumultuoso di tutta la vita politica di Cavour: grave specialmente per la sede e per la pubblicità con cui avvenne». R. Romeo, Cavour e il suo tempo, III, cit., p. 919.
106 Relativamente al rapporto tra Cavour e Garibaldi, cfr. le note considerazioni anti-cavouriane di Denis Mack Smith, ormai superate, che hanno intaccato a lungo il giudizio sul piemontese. D. Mack Smith, Cavour contro Garibaldi. 1860, la nascita dell’Italia unita, Rizzoli, Milano 1999 [1954].
107 A. Viarengo, Vittorio Emanuele II, cit., p. 270.
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prendere parte alle esequie per «ragioni di studio»(108). La stampa non ne fece menzione sorvolando sulla questione. Nel concreto, la delega di rappresentanza di casa Savoia venne conferita agli aiutanti di campo capeggiati da Enrico Morozzo della Rocca, primo aiutante di campo del re. Un’indagine compiuta sui funerali di Stato dei ministri del Regno di Sardegna dimostra, del resto, come il sovrano non avesse presenziato alle esequie di ministri o ex ministri in carica negli anni precedenti al ’61(109); lo stesso risultato si riscontra per il periodo successivo, in piena età liberale(110). Si desume quindi che la diserzione ai funerali fosse divenuta nel tempo la prassi adottata dalla corte sabauda. Tuttavia, nel contesto del giugno 1861 l’assenza del monarca risulta alquanto peculiare per varie ragioni, soprattutto se si considera la “dignità regia” conferita ai funerali. Occorre ricordare infatti che Cavour, in qualità di cavaliere dell’ordine dell’Annunziata, risultava membro della parentela “acquisita” del sovrano. La qualifica stessa di cavaliere era ribadita dalla stampa fin dalle ore successive alla morte, figurando come titolo che precedeva quelli di presidente del Consiglio, di ministro degli Affari Esteri e della Marina(111). Il rilievo dato alla posizione del conte in seno alla monarchia era marcato, esplicitato formalmente dagli stessi proclami a stampa e reso palese dal cerimoniale adottato. L’offerta di tumulazione presso la basilica di Superga, per quanto magnanima e non così scontata da parte di un re che avrebbe sempre ricordato il carattere irascibile del suo ministro e i motivi di disaccordo(112), si mostrava quindi coerente al contesto simbolico-istituzionale in cui aveva agito Cavour in vita. Pertanto, parrebbe naturale ritenere che, in caso di sepoltura presso il sepolcro della dinastia, Vittorio Emanuele II avrebbe presenziato alla cerimonia. Dietro il rispetto formale mostrato nei confronti delle ultime volontà del conte non sembra comunque inverosimile cogliere i malumori mai sopiti nell’animo del re e, pertanto, si può legittimamente supporre che l’assenza del sovrano fosse dettata dal risentimento, dal rancore personale, dalla stizza(113). Declinata l’offerta, il rituale pubblico risultò quindi affidato al municipio di Torino. Venne meno anche la partecipazione, ipotizzata dai quotidiani in un primo momento, di Eugenio principe di Savoia-Carignano, i cui rapporti con il conte erano stati assai buoni(114). Tenendo conto delle fonti disponibili è lecito ipotizzare che, nel momento in cui si optò per un carattere municipale-privato dei
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108 Cfr. R. Romeo, Cavour e il suo tempo, vol. III, cit., p. 938.
109 Per Vincenzo Gioberti, cfr. G. Massari (a cura di), Ricordi biografici e carteggio di Vincenzo Gioberti, vol. III, Tipografia eredi Botta editori, Torino 1863, p. 613; nessun dato sembrerebbe reperibile in merito ai funerali di Cesare Balbo.
110 Per quanto concerne i presidenti del Consiglio dopo il 1861, si vedano per esempio i funerali di Massimo d’Azeglio, Nelle solenni esequie a Massimo d'Azeglio celebrate in Santa Croce il 29 gennaio 1866 per cura del Governo Italiano. Orazione funebre di Giambattista Giuliani, Tipografia Eredi Botta, Firenze 1866; Urbano Rattazzi, cfr. Cronaca di Roma. Onori funebri a Urbano Rattazzi, «L’Opinione», 9 giugno 1873; Alfonso La Marmora morì poche ore prima di Vittorio Emanuele II, cfr. G. Massari, Il generale Alfonso La Marmora, Bàrbera, Firenze 1880, pp. 448. Come ha notato Filippo Mazzonis, il fatto si sarebbe ripetuto anche per i funerali di altri ex primi ministri (Crispi nel 1901, Giolitti nel 1928). Cfr. F. Mazzonis, La Monarchia e il Risorgimento, cit., p. 151.
111 Cfr. «Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia», 6 giugno 1861;
112 A. Viarengo, Vittorio Emanuele II, cit., p. 270.
113 Il risentimento del monarca era piuttosto noto, cfr. F. Mazzonis, La Monarchia e il Risorgimento, cit., pp. 110 e 151; del resto, il re subì su diversi versanti l’autorità di Cavour che «aveva oscurato la sua immagine, arginato il suo potere e limitato la sua vita privata». P. Gentile, L’ombra del re. Vittorio Emanuele II e le politiche di corte, Comitato di Torino dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano – Carocci, Torino 2011, p. 107; per quanto concerne i motivi di tensione tra i due, cfr. A. Viarengo, Cavour, cit., p. 260 e 370-371.
114 Così riportava «L’Opinione» in Notizie politiche 7 giugno 1861; cfr. la voce A. Merlotti, Savoia-Villafranca, Eugenio Emanuele, principe di Carignano, in DBI XCI (2018).
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funerali e della tumulazione famigliare a scapito di quella dinastica, il cerimoniale di corte sabaudo avesse previsto la presenza di rappresentanti delegati della famiglia reale. Anche sotto questo aspetto i funerali di Cavour avrebbero quindi anticipato le esequie di Depretis, altro primo ministro deceduto in carica, alle quali assistettero i principi Amedeo e Tommaso in veste di rappresentanti del sovrano(115). A suffragare la tesi della legittimità formale di questa assenza vistosa, il fatto non sembra avere sollevato perplessità nell’opinione pubblica. Anche in un contesto eccezionale come quello della morte di Cavour l’assenza del re risultava conforme alle aspettative della popolazione.
Esaltatisi in un primo momento all’idea di vedere Cavour sepolto a Superga, i giornali recepirono positivamente e condivisero la notizia della tumulazione presso la tomba di famiglia, letta attraverso la lente del patriottismo “privato”. Abbandonate le suggestioni dell’ingresso trionfale nel pantheon sabaudo, la prima e ultima dimora del conte venivano a coincidere, elevandosi a degno sepolcro. Secondo la narrazione sviluppatasi a partire da quelle ore, con la sepoltura a Santena si chiudeva idealmente e simbolicamente la vita del nobile patrizio di campagna che, dopo aver preso le redini dello Stato e conseguito i massimi successi, ritornava alla dimensione rurale – ma pur sempre aristocratica – della casa natìa(116).
1.3 La risposta del Paese
Con una rapidità sorprendente il sepolcro di Santena si era richiuso sul corpo di Cavour. Torino aveva onorato il conte; si attendevano pertanto le reazioni del resto del Paese. La risposta della cosiddetta «Italia delle cento città» non tardò ad arrivare. Sulle colonne dei quotidiani le notizie riportanti la partecipazione nazionale si rincorrevano, giorno dopo giorno, dipingendo l’immagine di un sentimento comune, diffuso, apparentemente capillare. Nelle ore immediatamente successive alla morte molti centri tributarono omaggio al defunto presidente del Consiglio. Così avvenne a Genova, dove venne deliberato un servizio funebre l’8 giugno presso la chiesa della SS. Annunziata(117); lo stesso giorno Cremona si raccolse in preghiera presso il duomo(118). Tra l’8 giugno e il 16 giugno i municipi di Vercelli, Tortona, Sondrio, Lecco, Pavia, Milano, Porto Maurizio, Chiavari, Oneglia, Piacenza, Ferrara, Ravenna, Montevarchi, Ancona, Rieti, Avellino, Cagliari, Sassari, Lecce decretarono messe funebri. A Perugia si celebrò la messa pontificale officiata dai monaci benedettini assistiti dai parroci(119). Firenze promosse solenni funerali in Santa Croce(120), così come Pistoia nel proprio duomo; i pisani proposero la realizzazione di una lapide nel proprio camposanto(121). A Napoli il municipio stanziò 10.000 lire per celebrare pubbliche esequie(122); gli studenti dell’università e del regio liceo di Parma diedero il buon esempio ai compaesani
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115 Cfr. I funerali a Stradella, «Gazzetta piemontese», 3-4 agosto 1887.
116 Per quanto riguarda simili concezioni, cfr. S. Cerato, Vita privata della nobiltà piemontese, cit., pp. 290-291; benché afferenti al mondo borghese, sono valide anche le considerazioni in A. Martin-Fugier, I riti della vita privata nella borghesia, in P. Ariès – G. Duby, La vita privata. L’Ottocento, Laterza, Roma-Bari 1988, pp. 205-208.
117 «Il Corriere Mercantile», 8 giugno 1861.
118 «L’Opinione», 9 giugno 1861.
119 «Il Precursore», 17 giugno 1861; altre notizie sono riferite da «L’Opinione», 12 giugno 1861.
120 Il proclama del gonfaloniere Ferdinando Bartolomei è riportato in «Il Monitore toscano», 10 giugno 1861; Notizie italiane, «La Nazione», 10 giugno 1861; il proclama del governatore della Toscana Francesco Maria Sauli è riportato in «L’Opinione» del 15 giugno 1861.
121 Fatti diversi, «La Nazione», 9 giugno 1861.
122 «Gazzetta del Popolo», 11 giugno 1861.
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prendendo l’iniziativa per funerali solenni(123). Secondo la stampa, ovunque si riscontrò un concorso «numerosissimo» di cittadini, civili e militari. In diverse occasioni le rappresentazioni teatrali vennero sospese per più giorni. Il sentimento di partecipazione sembrava largamente diffuso. Talvolta, l’adesione al cordoglio venne imposta con la forza: a Palermo, un negoziante restio a chiudere i battenti in segno di lutto destò l’indignazione generale e fu costretto «a furia di popolo» ad imitare i colleghi(124). Nelle poche ore intercorse tra la morte e i funerali, la «Gazzetta del popolo» aveva ricevuto numerose sollecitazioni affinché le esequie solenni di Torino venissero ritardate così da permettere l’arrivo in città delle rappresentanze dei comuni italiani desiderosi di prendervi parte(125). «L’Opinione» si diceva impedito per ragioni di spazio a riferire di tutte le lettere ricevute per testimoniare il cordoglio della nazione(126). Sulla scia di Torino e Genova, altri comuni presero l’iniziativa per l’erezione di monumenti in memoria dello statista. A Napoli la giunta aprì una sottoscrizione per una statua e profuse 50.000 lire(127). Il 10 giugno l’esempio venne seguito dal municipio di Novara e dal consiglio provinciale di Ancona che deliberarono all’unanimità; l’11 fu la volta di Milano, il 19 toccò a Vercelli(128). Nella capitale i rappresentanti del mondo industriale e del ceto commerciale si associarono per promuovere un monumento da collocarsi all’interno della Borsa(129).
Significativo parve anche il caso romano. Nella capitale pontificia gli spettacoli dei teatri furono disertati per due sere. Informato della notizia, il Comitato Nazionale locale non perse tempo. Nelle ore successive, il giornale clandestino «Italia e Roma» diede alle stampe un proclama per informare i cittadini della disgrazia che, assunti i connotati del martirio, affliggeva l’Italia non ancora liberata dal giogo del dispotismo. Invitando a mantenere salda la fiducia nelle forze libere del Paese, i patrioti romani facevano proprio il voto di gratitudine che giungeva da varie parti d’Italia e, chiamata a raccolta la nazione intera, proponevano l’erezione di un monumento a Cavour da collocarsi idealmente in Campidoglio, realizzato con pubblico concorso dagli artisti italiani. Le oblazioni, indirizzate al parlamento di Torino, sarebbero state depositate presso le filiali locali della Banca di Torino(130). Entusiasticamente, il giornale offriva a chiunque avesse donato almeno dieci lire una copia della Vita di Cavour, opera in corso di stesura da parte dei collaboratori della testata. Ogni risparmio era ben accetto («sarà ricevuto con la moneta del ricco e dell’agiato, anche l’obolo del povero»). Memori della proclamazione di Roma capitale del nuovo Regno, i moderati della città esaltarono il ricordo di Cavour. Le cronache giunte dall’Urbe restituivano il clima di quei giorni, vissuto nel cordoglio e nell’esaltazione. Tornato a teatro, il pubblico romano manifestò la propria simpatia per la causa cavouriana prorompendo in grida di giubilo e urrà per
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123 Ivi, 10 giugno 1861.
124 «L’Opinione», 10 giugno 1861.
125 «Gazzetta del Popolo», 8 giugno 1861.
126 «Tutti i comuni fanno a gara per onorare la memoria del grand’uomo che si è perduto, e se noi volessimo solo menzionare i nomi, avremmo a quest’ora già una lista assai numerosa». «L’Opinione», 11 giugno 1861; «Prescindiamo dal pubblicare molti dispacci delle antiche provincie della Lombardia e dell’Italia centrale», ivi, 12 giugno 1861.
127 «Gazzetta ufficiale del Regno d’Italia»; «L’Opinione», 15 giugno 1861.
128 Archivio storico di Milano, Fondo Ornato Strade, c. 60; Archivio di Stato di Novara, Monumenti 1861-1878, c. 600; Archivio comunale di Vercelli, c. XXX; Archivio storico della provincia di Ancona, Atti della deputazione provinciale di Ancona 1861-1862.
129 «Gazzetta del Popolo», 8 giugno 1861.
130 Notizie italiane, «Il Pungolo», 16 giugno 1861.
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l’ex primo ministro, per re Vittorio Emanuele e per Napoleone III, gettando fiori «tricolori» e facendo pubblica mostra della croce di Savoia(131).
Il peso della perdita era riconosciuto anche dalle altre confessioni religiose, mostratesi solidali verso una figura di cui si elogiavano grandi meriti. Emblematica era stata la rappresentanza rabbinica accodatasi alla processione torinese. La vicinanza della comunità ebraica non si limitò alla sola presenza ai funerali. Nei giorni successivi, l’università israelitica della capitale propose la celebrazione di un «pietoso ufficio» per l’anima di Cavour da celebrarsi in uno degli oratori della città. Non essendosi mai verificata questa contingenza, gli ebrei torinesi, desiderosi di non contravvenire alle prescrizioni del loro culto, contattarono lo stimato rabbino ferrarese Isach Ascoli affinché si esprimesse in merito. La risposta, articolata con diversi riferimenti ai testi sacri, fu positiva. Infatti, al termine della riflessione Ascoli dichiarava che Cavour
possedeva incontrastabilmente in grado eminente i requisiti voluti dai nostri Dottori, per essere meritevole dell’eterna beatitudine, che sia lecito il pregargli pace all’anima in uno dei nostri santi Oratorj. Ed anzi aggiungo che siamo in stretto dovere di ciò fare onde tributargli un omaggio di gratitudine per gli immensi benefici di cui ricolmò gli Israeliti del Regno d’Italia(132).
Pochi giorni dopo, anche Ascoli avrebbe pronunciato un discorso funebre presso la sinagoga di Ferrara(133). Tra gli ammiratori di Cavour vi era pure Amedeo Bery, presidente della comunità valdese di Torino che, assente ai funerali a causa di fraintendimenti su giorno e ora delle esequie, indirizzò una lettera a Giacomo Dina per testimoniare il profondo cordoglio e il debito di riconoscenza verso il defunto. Scusandosi per l’assenza di rappresentanti alla cerimonia, Bery rivendicava la presenza in spirito del Concistorio Valdese. Infatti, aggiungeva il presidente
chi può mai mettere in dubbio, del rimanente, i sensi di ammirazione, di rispetto e di profonda gratitudine che i valdesi, al pari di chiunque, nutrirono sempre per il grande uomo a cui l’Italia tutta, ed essi più specialmente vanno debitori di benefici immensi, e l’indicibile lutto con cui dividono ora la nazionale sciagura della morte di tant’uomo?(134)
Presa la via del telegrafo e dei proclami a stampa, il coro di voci alzatesi a lamentare la scomparsa di Cavour appariva compatto. Sembrò che l’Italia intera facesse a gara nel dimostrare la più profonda devozione per lo statista. Per qualche giorno il tempo del compianto per chi improvvisamente era venuto meno e per ciò che era sembrato scontato fino ad allora si dilatò, inducendo alla riflessione su quanto restava nel Paese.
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131 Nostra corrispondenza, ivi, 18 giugno 1861.
132 I. Ascoli, Nelle solenni esequie del conte di Cavour. Voto del rabbino Isach Ascoli, Bresciani, Ferrara 1861, p. 8.
133 L’evento venne riportato con toni entusiastici anche dalla stampa israelitica francese che, tuttavia, ravvisava una tiepida risposta da parte della comunità ebraica d’Oltralpe. Cfr. Nouvelles diverses, Italie, «L’Univers Israélite», pp. 527-528.
134 La lettera di Amedeo Bery era pubblicata su «L’Opinione» del 10 giugno 1861; relativamente alla questione confessionale, cfr. G. Bouchard, Risorgimento e libertà religiose, in Gli italiani in guerra, vol. I, Fare l’Italia, cit., p. 133.
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«Coraggio!». Superare il lutto
A fronte di tanto cordoglio restava lo stupore, l’incredulità comune a sostenitori e avversari del defunto dinanzi a un evento che sembrava poter rimettere in discussione l’assetto dell’Italia. Le settimane che seguirono al 6 giugno furono dominate dalla percezione di un’assenza enorme, dalla consapevolezza diffusa della scomparsa di un attore centrale. Era il vuoto lasciato da una figura ritenuta ormai difficilmente sostituibile, a cui alcuni avevano guardato con stima e fiducia, altri con sospetto e diffidenza, altri ancora con odio e risentimento. Impreparati però a concepire un’eventualità così sconvolgente, i contemporanei si trovarono costretti a confrontarsi con la realtà dei fatti, andando in cerca di una possibile risposta alle incognite che si profilavano nell’immediato. Tra i moderati la perdita era ritenuta incolmabile e gettava sconforto in tutti coloro che, a vario titolo, avevano collaborato con il conte. Il giorno del funerale, Michelangelo Castelli trovava le energie per prendere la penna e scrivere a Massimo d’Azeglio, raggiunto dalla notizia nella sua Cannero. La lettera restituiva la sofferenza degli ultimi giorni, vissuta nella consapevolezza della tragedia imminente e raccontata con la commozione del ricordo ancora vivido:
Ho assistito a tutta la malattia di Cavour. Egli morì vittima della concentrazione continua delle idee, e della costruzione del suo enorme cervello. I medici non c’entrano nulla. Ho inteso tanti giudizi che, mi ripeto, doveva morire. […] lo vidi domenica ed un tristo presentimento mi entrò nel cuore, che non cessò più dal dirmi: è perduto! Dalla ricaduta fu sempre fuori di sé, non ebbe mai più coscienza del suo stato; fu un continuo vaniloquio. Riconosceva le persone, rispondeva giusto, ma dopo poche parole divagava subito. Io gli fui al letto vicino ore ed ore, mi riconosceva, mi fece chiamare più volte in fretta, e mercoledì insisté perché aveva da comunicarmi certe cose, da solo a solo. Avevo passata la notte, ed accorsi, restai tre ore presso di lui, e non ebbi parola alcuna seria. Si alzava, sedeva sul letto colla più grande sveltezza, sempre rivoltandosi; i suoi atteggiamenti erano quelli che aveva abituali, rideva spesso, alito fresco, fisionomia non alterata, e faceva gesto corrispondente, ma sempre frasi tronche […]. Parlò sino ad un’ora prima della morte. Aveva voce alta e limpida, l’ultima notte i suoi discorsi erano più seguitati, sempre politici; nessuno lo intese mai pronunziare una parola di odio, di rancore; tutti i sentimenti erano di amicizia, di stima, di compatimento, di speranza! Credo che la sua mente divagò sempre nelle regioni del bello e della speranza. Morì senza agonia, previa calma di un’ora; si estinse come un bambino, senza contrazione. – Il cuore mi scoppia! – Ah, caro Azeglio, piangerete voi pure. È vero le sue ultime parole furono: l’Italia è salva – tutto è salvo; siano esse fatali […]. Ho voluto scrivervi e piangere con voi. Mai si vide una costernazione uguale!(135)
Superando le narrazioni più semplicistiche che la stampa in quei giorni aveva iniziato a diffondere, le confidenze di Castelli non omettevano i particolari umani della vicenda a cui egli aveva assistito nei panni del collaboratore, dell’ammiratore, dell’amico. Stando al suo racconto, nulla avrebbe potuto la medicina per Cavour(136), caso ormai
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135 L. Chiala (a cura di), Carteggio politico di Michelangelo Castelli, cit., lettera di Michelangelo Castelli a Massimo d’Azeglio, 7 giugno 1861, pp. 361-363.
136 Lo sdegno nei confronti dei dottori che ebbero in cura Cavour era assai diffuso. «Quei medici meriterebbero la morte» scriveva a poche ore dalla morte Lorenzo Valerio. Cfr. ivi, lettera di Lorenzo Valerio a Michelangelo Castelli, 7 giugno 1861, p. 363; si veda l’avversione per i salassi enunciata in F. Cima, In parentalia Cavour ai fisici che lo curarono. Parenesi d’Igea, Tip. Crescini, Bergamo 1861, pp. 1-2.
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irrecuperabile. La dedizione agli impegni ministeriali, nota a tutti i coevi, aveva sovrastato anche le possibilità umane del conte. Nelle parole di Castelli sembrava aleggiare infatti una certa dose di fatalismo: per l’amico, la reale causa di morte era l’estrema attività celebrale di Cavour, condannato di fatto a soccombere dinanzi alla mole immane di lavoro assunto. Fatiche che gravavano sulla tanto decantata lucidità del moribondo, perdutosi gradualmente nel delirio e nelle frasi spezzate, riflesso dei pensieri più angoscianti. Il trapasso era avvenuto però secondo i canoni della morte dell’uomo giusto e buono, privo di rancori e fiducioso nell’avvenire al punto da pronunciare sul serio quella massima – «l’Italia è salva, tutto è salvo» – assurta presto a epitaffio per tutti gli afflitti.
Dal canto suo, d’Azeglio sprofondava nella disperazione. Abbandonatosi al pianto «come un bambino», il cavaliere comprendeva solo allora, nel momento più doloroso, quanto egli fosse stato legato al conte («Povero Cavour mi son accorto ora quanto l’amavo. Potevo ben crepar io, che non son buono più a niente!»)(137). L’incredulità trovava ampio spazio nella corrispondenza dell’ex presidente del Consiglio che, avviato sulla strada del tramonto, guardava ormai alla politica di Torino da spettatore e si interrogava sui disegni della Provvidenza. Agli occhi dell’artista d’Azeglio, la scomparsa del conte equivaleva a tutti gli effetti all’uscita di scena da parte del protagonista del dramma: il marchese non riusciva a capacitarsi di aver visto sparire Cavour «proprio come gli attori in scena spariscono in una cateratta»(138). Aggrappatosi alla fede in un Dio imperscrutabile, egli elaborava il lutto tentando di trovare consolazione nella buona volontà di chi si accingeva a colmare quel vuoto. Passato qualche giorno, manifestatisi gli omaggi della nazione riconoscente, d’Azeglio scriveva a Giuseppina Cavour invitandola a gioire del tributo spontaneo e profondo mostrato dalla nazione allo zio. Deplorato il partito d’azione, unico a gettare fango sulla salma di Cavour, la disgrazia si trasfigurava nella morte «all’apogeo della propria fama» concessa a pochissimi(139). Sulla stessa si linea si poneva il fisico e senatore Carlo Matteucci scrivendo alla famiglia De La Rive, i parenti ginevrini del defunto, domandandosi se con quella prova estrema Dio avesse voluto dimostrare l’importanza fondamentale della moderazione in politica(140). Allo sconforto dei primi momenti era subentrata la riflessione più fredda e razionale circa le reali conseguenze della morte. Per Emilio Visconti Venosta le manifestazioni di cordoglio in tutto il Paese non solo attestavano il riconoscimento pubblico della grandezza dell’estinto ma si presentavano
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137 M. D’Azeglio, Epistolario 1819-1866, vol. X, cit., lettera di Massimo d’Azeglio a Michelangelo Castelli, 9 giugno 1861.
138 Ivi, lettera di Massimo d’Azeglio a Fanny Targioni Tozzetti, 10 giugno 1861, pp. 270-271; così anche a Carlo Stefanoni, l’8 giugno: «Il caso del povero Cavour è stato proprio lo scoppio d’un fulmine, ed ancora non mi par vero! Scomparso in un attimo, da una così splendida scena; come gli attori quando sono inghiottiti da una cateratta! E il paese come rimane? Chi avrà muso, e polso per accettare una simile eredità?», pp. 267-278.
139 Ivi, lettera di Massimo d’Azeglio a Giuseppina Cavour, 14 giugno 1861, pp. 274-275; due giorni dopo, il cavaliere esprimeva simili considerazioni ad altri corrispondenti: «quel che penso, a ogni modo, è che per Cavour è forse stata l’ultima delle fortune. Morire prima di scendere, non tutti l’ottengono. E forse eravamo giunti al sommo della ruota». Ivi, lettera di Massimo d’Azeglio a Carolina Pepoli Tatini, 16 giugno 1861, pp. 276-277.
140 «Dio ha voluto chiamarlo a sé, conservandolo intatto al culmine della gloria? Egli ha voluto privare noi Italiani di questo aiuto così potente ma così fragile come cruelle preuve che la moderazione e la concordia sono delle virtù necessarie?», in Il carteggio Cavour-Nigra dal 1858 al 1861, a cura della R. Commissione editrice, Zanichelli, Bologna 1929, vol. IV, La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del regno d’Italia, dicembre 1860-giugno 1861, lettera di Carlo Matteucci a un membro della famiglia De La Rive, 8 giugno 1861, pp. 505-506.
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come «il rinnovamento d’una professione di fede»(141). La risposta positiva del Paese aveva il pregio d’incoraggiare la classe dirigente a proseguire sulla strada tracciata dal conte, ritenuta ancora valida e degna di essere percorsa con energia dai successori. Scrivendo a Giuseppe Torelli, d’Azeglio non escludeva rivolgimenti positivi anche in seguito a una tale disgrazia. In quel frangente l’orizzonte non era però affatto limpido soprattutto perché gli eredi di Cavour apparivano inconsistenti. Le mancanze – rilevava il marchese - erano imputabili in parte alla modestia degli uomini ma anche al protagonismo di Cavour, la cui laboriosità instancabile, tanto ammirata in vita, si era tramutata in danno per coloro che restavano:
È un gran proverbio, spesso vero “Tutto il male non vien per nuocere” onde aspettiamo prima di giudicare, e basti il dolerci, ed il sentirsi un gran vuoto per lo scomparire di quell’uomo che ha fatto lui l’Italia qual è, ed appetto al quale tutti noi non abbiamo fatto si può dir nulla. […] Il governo di Cavour era personale. Aveva creato il vuoto intorno a sé, e tutto si faceva da lui solo, mediante istrumenti. […]. Ma un poco mi rassicurava quel mazzo di forze che Cavour riuniva e dirigeva. Ora, per il momento, chi potrà tenersi in casa la rivoluzione come una iena addomesticata? Lui forse lo poteva […]. Ma nessuno ora ha la sua forza; e bisognerà decidersi(142).
Le apprensioni del marchese erano condivise anche dalla cognata Costanza per la quale la fine dei ministeri presieduti da Cavour coincideva con l’eclissi del partito piemontese, presto sostituito dal notabilato toscano(143). Fatto che lasciava presagire la perdita del ruolo centrale avuto fino a quel momento dal Piemonte sabaudo, interpretato e presentato dalle élites di Torino come il nucleo geografico e morale del moto unitario, l’espressione della collaborazione virtuosa tra legittimità monarchica e progressismo moderato della Destra(144). Paradossalmente, scomparso Cavour il mito del «vecchio Piemonte» - estraneo agli orizzonti del defunto - iniziava a prendere vigore.
Le sensazioni di smarrimento miste agli slanci patriottici si tradussero nella campagna celebrativa messa in atto dal mondo moderato subalpino. Sul fronte della stampa periodica spettò a Vittorio Bersezio, responsabile della sezione letteraria della «Gazzetta ufficiale», il compito di tessere le lodi dello statista sul principale foglio di riferimento del regno. Il giornalista si rese interprete del sentimento di riconoscenza nazionale. Una riconoscenza che – si poteva evincere – si tributava soprattutto al Piemonte, interpretato come baluardo delle libertà e motore principale del Risorgimento. In un lungo articolo d’appendice, si individuava infatti nella coppia Gioberti-Cavour la manifestazione del pensiero e dell’azione, l’uno il precursore dell’altro, caduti entrambi a un passo dal successo finale. Bersezio inaugurava forse per primo un’immagine assai fortunata, ripresa in più occasioni nei giorni a venire: quella di Mosé che, condotto il suo popolo alla terra promessa, muore in vista della meta. Così Cavour aveva guidato gli italiani divisi verso l’unità, partendo dal modesto Piemonte
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141 Così scriveva Visconti Venosta alla legazione italiana a Berlino, ivi, lettera di Emilio Visconti Venosta a Giuseppe Greppi, 14 giugno 1861, pp. 507-508.
142 M. D’Azeglio, Epistolario 1819-1866, vol. X, cit., lettera di Massimo d’Azeglio a Giuseppe Torelli, 16 giugno 1861, pp. 275-276.
143 C. d’Azeglio, Lettere al figlio (1829-1862), a cura di D. Maldini Chiarito, vol. II (15 juin 1849-14 avril 1862), Istituto per la storia del Risorgimento italiano, Roma 1996, lettera di Costanza d’Azeglio a Emanuele d’Azeglio, 10 giugno 1861, pp. 1840-1841.
144 Sulla definizione di piemontesismo e le sue implicazioni, si veda la definizione in U. Levra, Da una modernizzazione passiva a una modernizzazione attiva, in Storia di Torino, vol. VI, La città nel Risorgimento (1798-1864), a cura di U. Levra, Einaudi, Torino 2000, pp. CLVIII-CLIX.
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ritenuto da tutti battuto e umiliato dopo i fallimenti del ’48 e del ’49. In quel frangente, era apparso il Mosè d’Italia, che incarnando la volontà di un popolo aveva conseguito dei risultati eccelsi:
un uomo ha pensato – ma non solo pensato – perché questo era forse il pensiero e il desiderio di tutti – ha saputo fare della libertà del Piemonte una forza potentissima per ottenere la libertà d’Italia; sotto il governo di lui il piccolo paese subalpino divenne grande e forte come una idea giusta santamente proclamata, si fece invincibile come l’arma d’un principio saputa maneggiare con arte ed a dovere. L’Europa o non ci conosceva punto, o non si curava di noi; ora ci stima e ci ammira; Italia era disgiunta, avvilita e serva; ora è unita, vincitrice e libera. Abbiamo riconquistato nel mondo l’onore e la potenza, che sono gli elementi della prosperità morale e della felicità d’una nazione. E tutto cotesto lo dobbiamo a quell’uomo.
Si proseguiva con il ritratto delle doti e del carattere, sintesi di intelligenza, capacità d’analisi e di intuizione proprie del genio. Un uomo che «in tutto aveva il colpo d’occhio sicuro, la mente sempre desta, il giudizio pronto» in grado di superare ogni ostacolo, fermo nei suoi propositi. Erede della tradizione diplomatica sabauda, Cavour era a tutti gli effetti il Machiavelli del suo tempo – altro paragone destinato ad accompagnare la fama postuma dello statista(145). Stentato nella parola, invincibile però nel dibattito parlamentare, oratore capace non perché abile nel «maneggiare il sofisma» ma per la sua esposizione accorta e talvolta bonaria della verità, gli si riconosceva la proverbiale dedizione al lavoro. Assorbendo la vulgata ormai in circolazione, Bersezio dipingeva una morte sopravvenuta per stanchezza del corpo ma non del cervello. Coraggioso al pari dei militi in battaglia, Cavour era caduto come «soldato […] del pensiero e del lavoro», come l’uomo giusto certo del proprio operato. Il volto del trapassato assumeva addirittura i connotati del martire laico della nuova Italia, circondato da «un’aureola di luce»(146).
Il dibattito pubblico venne a lungo monopolizzato dalle questioni annesse all’evento che aveva effetti e ricadute su piani molteplici. Se nelle alte sfere ci si accalorava ad immaginare quale direzione avrebbero preso la politica governativa e il movimento unitario, il Paese si soffermava a riflettere sul quel personaggio, spesso conosciuto solo per nome, protagonista indiscusso delle vicende nazionali degli ultimi tre anni. Dopo i primi articoli pubblicati a seguito della scomparsa, molte parole vennero spese nel tentativo di descrivere la figura di Cavour nella sua complessità di uomo a tutto tondo, dotato di una fisionomia concreta e caratteristica, calata nella dimensione reale e storica di quel tempo. Il tempo dei necrologi non si era affatto concluso il giorno delle esequie solenni; anzi, sullo slancio del commiato così partecipato la stampa profuse fiumi di parole, destinati ad alimentare la retorica di molti panegirici, discorsi commemorativi, elogi pubblici. A titolo d’esempio, un buon saggio della quantità di pubblicazioni edite in quei giorni è fornito dal testo edito a cura di Raffaele Berninzone, ufficiale impiegato presso il ministero della Guerra che alla fine del luglio 1861 diede alle stampe la sua Raccolta dei migliori scritti e documenti pubblicati in occasione della morte del conte
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145 Sulla fortuna di Machiavelli nell’Ottocento, soprattutto in Italia, cfr. X. Tabet, Il «mito risorgimentale» di Machiavelli, in P. Carta – X. Tabet (a cura di), Machiavelli nel XIX e XX secolo. Machiavel aux XIXe et XXe Siècles. Giornate di studio organizzate dal Dipartimento di Scienze Giuridiche di Treno, l’Université Paris 8 e l’ENS-LSH de Lyon (Lion, 3-4 giugno 2003; Parigi, 5-7 giugno 2004), CEDAM, Padova 2007, pp. 67-85.
146 Camillo Cavour, «Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia», 8 giugno 1861.
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Camillo Benso di Cavour. Per quanto parziale e frutto di un lavoro di collezione privo di riferimenti precisi, il volume restituisce al lettore il coro di voci alzatesi da più parti a celebrare lo statista allo scopo di formare «la più splendida corona da deporsi sulla tomba del Grand’Uomo, il più bel monumento eretto al suo Nome»(147).
Ai toni panegirici si affiancavano considerazioni vòlte anche a prevenire le critiche che pesavano sul capo dello statista. Sulle pagine de «L’Italie», Cristina Trivulzio di Belgiojoso esaltava Cavour prendendo le difese del suo operato(148). Proiettato per sua costituzione al confronto con gli ambienti intellettuali transalpini, il giornale presentava secche smentite ai detrattori del defunto. Per la nota patriota, il presidente del Consiglio aveva avuto il merito di aver fatto comprendere all’Europa la natura essenzialmente moderata dell’Italia, prevenendo le spinte rivoluzionarie. L’uomo che il Paese piangeva non era il dittatore piemontese ma colui che esercitava la sua «ragione superiore», ostile al ricorso all’ingiustizia, all’illegalità, alla violenza («egli non credeva alla malvagità disinteressata della natura umana»). Secondo la Belgiojoso, lo spirito di Cavour, lungi dall’imporre una visione estranea agli orizzonti del Paese, incarnava quello della nazione. Consapevole di ciò, il popolo italiano aveva affidato il mandato al conte. In sua assenza, si sarebbe proseguito sulla strada tracciata. Il messaggio, indirizzato agli alleati francesi, era esplicito:
Il conte di Cavour non era nostro padrone, né noi eravamo i suoi strumenti che avesse potuto far muovere e di cui avesse potuto servirsi a suo talento. Se così fosse stato, noi potremmo crederci veramente perduti dal momento che colui che ci faceva muovere ha cessato di tenere e di tirare i fili. Ma ciò non è. Noi ascoltavamo i suoi consigli, seguivamo le sue lazioni perché le comprendevamo, perché esse erano conformi e simpatiche alla nostra natura, alla nostra intelligenza. La via che battiamo da due anni è di fatti quella tracciataci dal conte di Cavour; ma ella divenne nostra dal momento che noi abbiamo conosciuto ove elle tenda, e per quali tappe, e siamo ben lungi dal pericolo di dover rifare il cammino. Il nostro astro scomparve, è vero: ma noi siamo molto avanzati nel nostro viaggio, noi siamo abbastanza vicini a raggiungere la meta, perché ci colga il timore di traviare(149).
Pertanto, la memoria di Cavour non presentava macchie. Anzi, il nome era già scritto nella storia a fianco di Dante e Machiavelli, i quali non avevano avuto la consolazione di vedere, in punto di morte, l’Italia unita dinanzi agli occhi del mondo. Ai paragoni storico-eruditi si associava anche Felice Daneo nell’opera, appena data alle stampe, dedicata alla monarchia sabauda in Italia: oltre ai già citati Dante e Machiavelli, si scomodava anche il latino Marco Licinio Crasso, morto salvando il Senato dal pericolo incombente(150). Ferdinando Petruccelli della Gattina si spingeva su di un piano ancora
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147 La volenterosa operazione di collezione era stata portata avanti dall’ufficiale stesso che si era rivolto ai giornali, ai municipi, alle associazioni, alle società e ai privati cittadini affinché spedissero le pubblicazioni a tema cavouriano. L’autore riconosceva la difficoltà dell’impresa: «Non intendo tuttavia ch’essa sia completa, posciaché non uno, ma neppur dieci volumi sarebbero stati sufficienti all’immensa mole di scritti». Cfr. R. Berninzone, Raccolta dei migliori scritti e documenti pubblicati in occasione della morte del conte Camillo Benso di Cavour compilata per cura di Raffaele Berninzone, Tipografia Eredi Arnaldi, Torino 1861, pp. 3-4.
148 Sull’attività della nobildonna, cfr. P. Brunello, Cristina Trivulzio di Belgiojoso. Patrizia, patriota, donna, in Gli Italiani in guerra, vol. I., Fare l’Italia, cit., pp. 281-287.
149 «L’Italie», 8 giugno 1861.
150 F. Daneo, La monarchia italiana sotto lo scettro della casa di Savoia per Felice Daneo, Tipografia eredi Arnaldi, Torino 1861, p. 232.
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più retorico affidando alle colonne del «Regno d’Italia» il suo giudizio sull’uomo(151). Benché non seguace di Cavour, il lucano si inchinò davanti all’«acrobato [sic] politico miracoloso». Anche in questo caso, si difendeva a spada tratta l’azione politica dello statista, di cui si lodava la lungimiranza dimostrata con la cessione di Nizza, sacrificio necessario per ottenere Trento, Trieste, l’Istria. Gli epiteti si sprecavano: in Europa era venuto a mancare il «Giove olimpico» che fulminava la rivoluzione «malsana e malvagia», in Italia «l’Atlante» che reggeva immani macigni. L’elogio sfiorava la blasfemia poiché, a detta dell’autore,
la libertà, l’unità, l’ordine e l’indipendenza non correvano alcun rischio, finché questa sentinella vegliava. Le asperità si ottundevano, urtandosi a lui; le personalità eccentriche si liquefacevano […], tutti gli elementi centrifugi infine dell’unità o della libertà venivano a spezzarsi contro questa colonna di ferro, contro quest’uomo che aveva la logica di Dio ed il sarcasma di Satana. […] Dovunque e’ metteva la mano, come Cristo, creava la vita(152).
Ripercorrendo la stampa di quei giorni, si può constatare come il profluvio di elogi continuasse. Nel ricordarne i dati biografici, alcuni giornalisti vedevano in Cavour la sintesi del secolo. La «Gazzetta di Milano» affermava che «la storia di Cavour e[ra] la storia contemporanea d’Italia»; per «L’Unità e l’Indipendenza» di Catania il nome di Cavour era «il nome di un’epoca»(153). Talvolta lo si riconosceva non privo di difetti («E quale può esserlo tra i mortali?!», affermava «Il Popolano di Sassari») e, dovendo pur riconoscere qualche torto, si ricordava come il conte non avesse saputo attorniarsi di intelligenze sue pari, utili a proseguire l’opera quasi compiuta. Del resto – concludeva a tal proposito «Il Pungolo» di Napoli – gli uomini grandi sapevano compensare a loro modo le grandi mancanze(154). I termini di paragone più ricorrenti spaziavano dal mito alla storia: il Davide biblico, Dante, Machiavelli, il conte di Mirabeau affiancavano spesso il nome di Cavour, assurto ormai a personalità-chiave di un’epopea.
Anche la stampa satirica si associava al clima di cordoglio. Protagonista indiscusso della caricatura italiana negli ultimi dieci anni, complice la centralità del suo incarico e la fisionomia caratteristica della sua figura che ben si prestavano alla raffigurazione frequente, Cavour ricevette un omaggio postumo e affettuoso. Nella capitale, «Il Pasquino» dedicava al conte il numero del 9 giugno, privo di immagini, proponendo al lettore una raccolta di aneddoti e episodi legati alla vita del defunto. Tracciando un ritratto del personaggio per semplice accostamento di notizie e curiosità, il giornale esprimeva l’affetto dei torinesi per Papà Camillo – quel personaggio famigliare che molti avevano visto passeggiare per le strade di Torino, calmo e placido, fischiettando anche nei momenti di maggiore tensione e facendo mostra della proverbiale ma rassicurante «sfregatina di mani». Giornalista, militare, politico laborioso, affabile, sentimentale, amante della musica lirica, Cavour emergeva nella sua dimensione umana così apprezzata anche dai ceti popolari che, raccontava il periodico, coglievano il valore della perdita in tutta l«Il Pasquino»a sua gravità(155). Interprete dei sentimenti diffusi, la direzione de «Il Pasquino»
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151 Sul personaggio, cfr. C. D’Elia, Petruccelli della Gattina, Ferdinando, in DBI LXXXII (2015).
152 R. Berninzone, Raccolta dei migliori scritti, cit., p. 67
153 Ivi, p. 40; p. 56.
154 Ivi, p. 79.
155 «Perché tanto dolore? Lo udimmo questo perché sulle labbra di un poveraccio, un operaio che ne discorreva sul canto della via con un facchino – Te lo spiego subito, diceva a questi; poni che muoia io: ce n’è subito un altro, anzi cento da mettere al mio posto; e magari meglio di me; ma invece da mettere al posto di quello là, non ce n’è un altro!». «Il Pasquino», 9 giugno 1861.
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si assunse anche il compito di promuovere la riproduzione seriale di un ritratto del conte Cavour, messo in commercio alla cifra di una lira e venduto nella centrale Piazza Castello(156). «Il Fischietto», assiduo frequentatore della caricatura cavouriana, rendeva nota la morte del «calcolator profondo» che aveva navigato con destrezza nel «mare menzognero»(157). A Milano, «La Cicala Politica» - all’opposizione in politica interna – sospendeva l’ironia commiserando le sorti del Paese: si piangeva il «grande Italiano», rappresentato ormai come spirito nell’atto di scostare la tenda che lo celava per sussurrare raccomandazioni alla donna-Italia intenta ad accudire il suo bambino, l’Avvenire(158). «Lo Spirito Folletto», listato a lutto l’annuncio, raffigurava una titanica Italia impegnata ad allontanare preti e reazionari dalla lapide del morto, a cui era dedicata anche una versione rivisitata del Cinque maggio manzoniano(159). Addirittura il napoletano «La Pietra infernale», durissimo nei confronti di Cavour, offriva in prima pagina un breve cenno necrologico colmo di rispetto per il defunto(160).
Osservata attraverso la lente dei moderati, il Paese che piangeva e celebrava Cavour includeva tutti i partiti, superando le grette divisioni, dando espressione al «sano» patriottismo. Confortata dal concorso così diffuso, la stampa piemontese si compiaceva dell’elogio innalzato da coloro che, Cavour vivo, avevano criticato senza requie il ministero e le sue manifestazioni. Anche se l’Italia dei «coccodrilli» - per usare la riuscita immagine della «Gazzetta del popolo» - non sempre incontrava il favore di chi preferiva innanzitutto la coerenza(161).
Fuori d’Italia i Cavourristi
L’impressione che il cordoglio fosse veramente generale era però turbata da alcuni avvenimenti che riportavano il pensiero alla situazione reale e poco rassicurante del Paese. Non per tutti la morte di Cavour era stata una sciagura. Animata da movimenti centrifughi che parevano comprometterne in ogni momento la stabilità, la nazione mal celava le resistenze al nuovo ordine costituito. Sopraggiunta la morte di Cavour, queste resistenze tentarono di trovare uno spazio per dar voce al sentimento anti-governativo, declinato secondo le appartenenze politiche. In particolare, nei territori di recente annessione si manifestavano dissensi nei confronti del coro apparentemente unanime di elogi e lamenti. Non a caso, uno dei primi centri a registrare segnali di spregio fu proprio Napoli. Passate alcune ore dalla diffusione della notizia, in via Toledo vennero sorpresi alcuni uomini che distribuivano un proclama a stampa, polemicamente riprodotto dai quotidiani piemontesi. Il testo era esplicito:
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156 L’iniziativa incontrò il favore e l’entusiasmo della «Gazzetta del Popolo» che offriva simbolicamente una cordiale «stretta di mano» ai colleghi della stampa satirica. Cfr. «Gazzetta del Popolo», 10 giugno 1861.
157 «Il Fischietto», 7 giugno 1861.
158 «La Cicala politica», 9 giugno 1861.
159 «Lo Spirito folletto», 13 giugno 1861.
160 «La Pietra infernale», 9 giugno 1861.
161 Gli adulatori postumi di Cavour infatti «hanno sostituito l’incensiere con la sferza». «Gazzetta del popolo», 14 giugno 1861; il fatto era rilevato anche da Giorgio Asproni «Tutti i giornali si occupano della morte del Conte Cavour. Niente meglio rivela le miserie umane che il vedere quello che lo combattevano in vita come un malvagio, sbracciarsi e sfiatarsi ora per adularne la memoria. Parrebbe che non biasimavano i vizi dell’estinto, ma ne invidiassero il posto e la potenza». G. Asproni, Diario politico. 1855-1876, vol. II, cit., Giuffré, Milano 1976, 10 giugno 1861, p. 89.
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CONCITTADINI! Italia sarà: Iddio lo vuole. La mano del SIGNORE ha colpito chi ci DIVIDEVA ed AVVILIVA. Oggi uno dovrà essere il nostro grido: FUORI D’ITALIA I CAVOURISTI, gente peggiore dei Croati. VIVA L’ITALIA UNA, VITTORIO EMANUELE ed un MINISTERO che si mostri degno dell’UNA e dell’ALTRO! VIVA ANZI TUTTO GARIBALDI!(162)
Suscitando lo sdegno dei moderati, il sentimento degli anti-cavouriani assumeva toni ingiuriosi e provocatori. Negli stessi giorni un altro manifesto di uguale tenore («Cavour è morto. Viva Italia: ora vi sarà unità») circolava per le vie di Napoli. Il messaggio, per quanto non riconducibile ideologicamente a un partito preciso – alcuni accusavano i mazziniani, altri i borbonici – era chiaro e irritava i piemontesi. Infatti, nonostante le rassicurazioni e le notizie incoraggianti fornite dai giornali, le sensazioni di chi operava sul campo non erano affatto positive. Lo rilevavano in prima persona il generale Giovanni Durando e il suo sottoposto Carlo Felice Nicolis di Robilant che, di fronte a queste manifestazioni ritenute antipatriottiche, auspicavano il ricorso al pugno di ferro. Scrivendo a Giuseppe Govone, Durando non lasciava spazio all’immaginazione:
La morte di Cavour fu ovunque segnale di lutto universale, eccetto in … Napoli. […] Robilant vorrebbe stabilire una macchina a vapore per bastonare cotesti buffoni; credo che abbia ragione; se non bastoniamo, rischiamo di essere bastonati; meglio dunque l’attivo che il passivo. Qui siamo sempre minacciati di una reazione monstre(163).
In Piemonte, i giornali bollavano queste presunte minacce come ridicole provocazioni concepite per seminare la discordia tra gli italiani e si dicevano certi dell’onestà delle popolazioni meridionali. Inoltre, l’impressione suscitata dalla presenza dei garibaldini al funerale di Torino induceva a ritenere che gli ambienti della Sinistra fossero estranei ai manifesti in circolazione.
Un evento di più vasta risonanza si era verificato invece a Firenze. In quel caso, la ricezione della morte di Cavour si era innestata su una polemica già avviata, ovvero sull’opposizione festa dello Statuto - festa del Corpus Domini destinata ad avere lungo corso durante l’età liberale(164). La notizia della scomparsa trovò terreno fertile per rinverdire gli animi di tutti coloro che avversavano lo stato unitario, in particolar modo dei reazionari che inscenarono una sfilata degna dell’antico regime. Un breve resoconto degli eventi, degni di nota, permette di comprendere lo stato di tensione vigente in città. Informati del fatto, il pomeriggio del 6 giugno alcuni aristocratici nostalgici del Granducato di Toscana si radunarono segretamente nella sagrestia di Santa Maria del Fiore in attesa della processione che avrebbe celebrato l’ottava del Corpus Domini. Preso avvio il corteo, il gruppo di nobili si accodò alla fiaccolata accompagnati da uno stuolo di servi in livrea, presentandosi in grande uniforme e sfoggiando decorazioni austriache e lorenesi. Il malumore s’impadronì dei fiorentini presenti in piazza che, raccoltisi davanti al caffè Piccolo Elvetico, attesero pazienti il passaggio della processione. All’arrivo dei provocatori, buona parte della folla ruppe le righe gettandosi
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162 Il manifesto era riprodotto, tra gli altri in Cominciano!, «Gazzetta del Popolo», 11 giugno 1861.
163 Il carteggio Cavour-Nigra dal 1858 al 1861, vol. IV, cit., lettera di Giovanni Durando a Giuseppe Govone, 11 giugno 1861, p. 506.
164 Cfr. I. Porciani, Lo Statuto e il Corpus Domini, cit., p. 150; M. Ridolfi, Le feste nazionali, cit., pp. 33-38; Id., Feste civili e religioni politiche nel «laboratorio» della nazione italiana (1860-1895), in «Memoria e Ricerca» III (1995), n.5, pp. 83-108.
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sui nobili che si diedero alla fuga, tra urla e imprecazioni. Si giunse così alla zuffa e all’inseguimento. Alcuni aristocratici trovarono scampo nelle vie più strette, altri si rifugiarono nella sacrestia, circondata dalla massa. Placatisi gli animi grazie alle parole dei concittadini più moderati, l’ira montò nuovamente dinanzi al tentativo di fuga dal duomo degli assediati. Si generò il caos, la folla minacciò pure l’arcivescovo Gioacchino Limberti e i sacerdoti «più noti per opinioni retrive» che, entrati nella cattedrale, si salvarono facendo appello alla sacralità del luogo. In serata uno dei nobili assediati, il principe Corsini, riuscì ad abbandonare la sagrestia e, inseguito, si rifugiò nel vicino palazzo Naldini che divenne bersaglio dei sassi lanciati dalla folla. Un uomo, convinto di aver riconosciuto nella donna che abbandonava la residenza in carrozza il fuggitivo travestito, fece fuoco con una pistola e per poco non colpì un’amica della contessa Naldini. A esacerbare gli animi contribuì pure un sacerdote inglese, reo di avere gridato «Viva i tedeschi» e, di conseguenza, costretto alla fuga. Per placare la folla, l’arcivescovo atterrito avrebbe esclamato per ben due volte «Viva l’Italia, viva Vittorio Emanuele». Gli assediati del duomo dovettero attendere la notte per supplicare i pochi cittadini rimasti a sorvegliare la sacrestia e ottenere il permesso di rincasare. L’ordine venne ristabilito infine con l’arrivo della Guardia nazionale(165).
Il fatto suscitò notevole scalpore. «La Nazione» condannò con durezza l’accaduto, accusando il «partito austriacante» di attentare ripetutamente alla stabilità dell’ordine pubblico. Inoltre, si coglieva l’occasione per attaccare i «camaleonti politici» ovvero quei nostalgici del granducato che, facendosi beffa della tolleranza mostrata dal governo, accettavano incarichi statali restando fedeli all’antica affiliazione. Non si risparmiava nemmeno l’arcivescovo, ritenuto colpevole di aver concesso la processione in piazza duomo – e non in chiesa come era sempre avvenuto – per dare più spazio possibile alla manifestazione politica(166). Anche la locale «Gazzetta del popolo» denunciava l’accaduto, interpretato come «dimostrazione nazionale», e si scagliava contro i reazionari che vivevano alle spalle del pubblico erario(167). Coerenti con le proprie dichiarazioni, nei giorni successivi i moderati fiorentini pubblicavano con soddisfazione l’elenco dei filo-lorenesi.
La morte dello statista riportava in primo piano lo scontro tra «unitari» e «codini» anche in località più decentrate, dove si riscontrava l’antica alleanza tra trono e altare o il sentimento papalino si manteneva intatto. Le reazioni contrarie a questi presunti rigurgiti legittimisti erano pertanto interpretate come manifestazioni di patriottismo. A Piacenza, il vescovo fu costretto dalla cittadinanza a celebrare i funerali inizialmente rifiutati. Il vescovo di Fano non concesse la propria autorizzazione alle esequie annunciate dal municipio per il 15 giugno; tenutesi ugualmente, i presenti incorsero nella disapprovazione e nei rimproveri(168). Gli abitanti di Rho milanese, privati della funzione religiosa e impossibilitati a onorare Cavour, denunciarono il parroco retrivo al giornale satirico «La Cicala» affinché tutti conoscessero «un individuo che bestemmia[va] alle nostre gioie e insulta[va] al nostro duolo»(169); nello stesso modo agirono gli abitanti del comune piemontese di Brunetto, memori del rifiuto opposto
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165 Sulla questione cfr. Ultime notizie, «La Nazione», 7 giugno 1861; «Il Monitore toscano», 7 giugno 1861; altri dettagli sono forniti da «L’Opinione», 10 giugno 1861.
166 Ultime notizie, «L’Opinione», 8 giugno 1861.
167 Provocazioni austro-clericali in Firenze, la sera del 6 giugno, «Gazzetta del popolo», 7 giugno 1861.
168 Questo evento è annoverato tra quelli che il giornale «Il Faro» reputava ironicamente i «gioielli» di cui monsignor Filippo Vespasiani si poteva vantare. Cfr. Gioielli di cui si è adornato Monsignor Filippo Vespasiani Vescovo di Fano, «Il Faro», 14 maggio 1862.
169 Uno sproposito sovra l’altro, «La Cicala politica», 23 giugno 1861.
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dall’economo parrocchiale al triduo da celebrarsi per il moribondo Cavour(170). Gli isolani dell’Elba, abbandonati dal clero locale, fecero ricorso ai cappellani della flotta militare ormeggiata a Portoferraio, occasione che consentì di celebrare il defunto anche in veste di ministro della marina(171). A Roma, dove monsignor Federico de Mérode «saltava di gioia» per la scomparsa del conte, le manifestazioni filo-patriottiche avvenute nei giorni successivi all’annuncio della morte vennero impedite con schieramenti preventivi di polizia all’ingresso dei teatri(172). Qualche giorno dopo, una folla di centocinquanta studenti radunatisi al camposanto per pregare in ricordo di Cavour venne dispersa da duecento gendarmi. Come risposta, in città comparvero grandi epigrafi listate in nero riportanti le parole Requie all’anima del conte di Cavour(173).
Nei territori ancora in mano agli austriaci si manifestava l’ennesimo scontro tra l’autorità governativa e il sentimento patriottico dei sudditi italiani. Il dolore era assai diffuso in Veneto, dove era sembrata ormai imminente la liberazione dallo straniero grazie all’opera politica di Cavour. Come narravano i corrispondenti dell’emigrazione veneta, le provocazioni non erano mancate. Pubblicata la notizia della morte sui fogli ufficiali, i caffè di Venezia vennero affollati dagli ufficiali austriaci «che bevvero e risero, beffeggiando gli afflitti cittadini». In serata, la principessa Clary invitò alla propria residenza un buon numero di militari per festeggiare l’evento, estendendo l’invito a tutti i simpatizzanti della causa austriaca. La domenica successiva, un sacerdote concluse il proprio sermone dal pulpito esclamando: «il capo di setta infame è morto, la Chiesa esulta e noi esultiamo con essa». A Campalto un abate, saputa la notizia, fece suonare le campane a festa e, raccolti gli abitanti ancora ignari dell’accaduto, alzò lodi a Dio perché «il dito della divina Provvidenza comincia[va] già a pesare sui reprobi»(174). L’8 giugno, alcuni aristocratici mantovani sconfinarono in territorio italiano con un seguito di carrozze, sfilando ostentatamente per le strade di Goito e incorrendo nell’indignazione degli abitanti («essi venivano per festeggiar fra noi la morte del conte di Cavour!»). Arrestati dalla questura, i provocatori erano stati trovati in possesso di decorazioni austriache, fotografie di Francesco II, carteggi in cifre(175).
In un clima di tale avversione, il cordoglio prendeva le forme della protesta verso lo straniero e le sue connivenze con il clero più conservatore. A Venezia il giorno stesso della morte i cittadini si accordarono per riunirsi in preghiera nella basilica di San Marco. Alcuni agenti di polizia, accortisi troppo tardi della dimostrazione patriottica, si appostarono alle entrate della chiesa intimando la ritirata mentre il famigerato commissario Carl Meischner, «gettando da un lato all’altro l’infernale suo sguardo», prendeva nota degli astanti(176). Ciononostante, la folla portò a termine la funzione. Come si seppe in seguito, le forze dell’ordine si accanirono in particolare sulle donne, insultate e multate. Tra queste anche alcune aristocratiche che, stando alla stampa, «sprezzatrici delle angherie poliziesche, sa[pevano] subire il carcere con dignità e pagare senza lamento»(177). A Padova, dove alcune donne partecipanti alla messa funebre del 6 giugno
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170 «Gazzetta di Torino», 11 giugno 1861.
171 Il fatto era narrato per lettera da un ufficiale di marina alla «Gazzetta del popolo» del 21 giugno 1861.
172 Nostra corrispondenza, «Il Pungolo», 16 giugno 1861.
173 Recentissime, ivi, 22 giugno 1861.
174 Corrispondenza dal Veneto, «L’Opinione», 2 luglio 1861.
175 «Il Pungolo», 17 giugno 1861.
176 Corrispondenza dal Veneto, «L’Opinione», 16 giugno 1861.
177 Corrispondenze dal Veneto, ivi, 2 luglio 1861.
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erano già state denunciate alle forze dell’ordine, il lutto venne quindi portato fra le mura domestiche. Consapevole dell’importanza attribuita alla scomparsa di Cavour, il commissariato di polizia austriaco emanò il divieto di celebrare messe funebri per diversi giorni, ordinando il richiamo dei parroci inadempienti e autorizzando a indagare su tutti coloro che si sarebbero presentati in pubblico vestiti di nero(178). Ciononostante, i veneti non desistettero ed elaborarono nuove forme di partecipazione al cordoglio nazionale(179). La sera di domenica 9 giugno molti padovani si diressero al cimitero sotto gli occhi vigili della polizia che, annotati i nomi dei partecipanti, insultò e fece uso della forza per dissuadere l’improvvisato corteo. I presenti riuscirono comunque a raccogliersi in preghiera(180). Successivamente, durante la processione di sant’Antonio del 13 giugno molti balconi vennero addobbati di bianco e le donne si affacciarono vestite a lutto. A Mantova una grande folla – nella quale si distingueva un numero consistente di ebrei – si recò la mattina dell’8 giugno presso la chiesa di Sant’Andrea, dove trovò ad attenderla la polizia. Impedito l’ingresso con la forza, insultate le donne presenti e spiccati alcuni mandati di arresto, le forze dell’ordine si ritirarono. La tenacia dei mantovani ebbe però la meglio: riunitisi in una chiesa ben più modesta, i cittadini celebrarono due messe consecutive; nel pomeriggio anche la comunità ebraica locale officiò una cerimonia funebre presso la sinagoga. A Vicenza il lutto nazionale si sovrappose al doloroso ricordo della riconquista austriaca della città nel 1848, il cui anniversario cadeva proprio in quei giorni. Ai festeggiamenti della truppa fece da contraltare la commemorazione funebre dei vicentini, riunitisi in preghiera per ricordare i caduti del ’48 e Cavour. Anche in questo caso, l’intervento della polizia rese più drammatico il momento, conclusosi comunque con l’intonazione del De Profundis da parte della folla(181). A Treviso gli abitanti esplosero a salve cento e uno colpi di moschetto(182).
La stretta collaborazione tra autorità asburgica e Chiesa non poteva che apparire ancora più odiosa agli occhi dei patrioti del regno unificato. Da un lato, il governo di Francesco Giuseppe sembrava infatti non voler perdere occasione per opprimere i sudditi italiani colpendoli anche nella commiserazione del dolore. Dall’altro, gli emissari più retrivi del pontefice privavano i propri parrocchiani pure del conforto della religione. Per molti il divieto di celebrazione di messe funebri era assai grave e assumeva i contorni del tradimento di valori universali, del sacrilegio operato da chi pretendeva di incarnare la purezza dello spirito cristiano. A fronte della situazione, così commentava un anonimo corrispondente veneziano che ravvisava nel fronte antiunitario la congiuntura di tutti i mali del momento:
Ecco come parlano i ministri della Chiesa di Roma! Ecco la loro carità cristiana! Ma non è da meravigliarsi: il gabinetto di Vienna ha loro ordinato di detronizzare Cristo e adorare sugli altari Mammona, di dare l’eredità degli apostoli a Chiavone ed a’ suoi banditi e di conformarsi non allo spirito del vangelo, bensì a quello della polizia austriaca. […] L’Austria religiosissima non teme di profanare i templi e di disturbare i riti religiosi,
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178 Il manifesto redatto dal commissariato austriaco di Venezia era stato prontamente inoltrato dal Comitato centrale veneto ai conterranei emigrati a Torino. Cfr. La morte del conte di Cavour e la polizia austriaca, «L’Opinione», 18 giugno 1861.
179 Infatti, «quasi tutte le città del Veneto riescirono [sic] ad eludere la vigilanza degli ufficiali austriaci». «Gazzetta di Torino», 12 giugno 1861.
180 Corrispondenza dal Veneto, «L’Opinione», 22 giugno 1861.
181 Corrispondenze dal Veneto, «L’Opinione», 14 giugno 1861.
182 Notizie dal Veneto, «Il Pungolo», 14 giugno 1861.
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quando trattasi del suo interesse politico ed in ciò ha connivente quella parte tristissima del clero, senza patria e senza fede, venduto agli interessi mondani di Roma(183).
Le proteste verso tali atteggiamenti, svoltesi perlopiù pacificamente, non si limitarono però alle sole parole. A distanza di qualche giorno il prete veneziano distintosi per il sermone contro Cavour, sorpreso all’uscita di casa da alcuni concittadini, rincasò malmenato, con il volto sfregiato e gli occhiali rotti(184). Anche in questo aspetto il lutto si configurava come occasione di scontro non solo verbale e lasciava presagire un confronto destinato ad accendere gli animi per lungo tempo.
Il sentimento reazionario aveva trovato spazio abbondante per manifestarsi in prospettiva anti-moderata. Codini e papalini non erano tuttavia gli unici a leggere positivamente l’accaduto. Anche tra i patrioti italiani affiliati ad altra scuola si rintracciavano rancori, risentimenti, passioni sopite e improvvisamente liberate. La morte di Cavour suscitò le reazioni prive di filtri del partito mazziniano. In quei giorni, l’acredine accumulata nel corso degli anni era ben rappresentata dalle parole con cui il sardo Giorgio Asproni, fiero oppositore di Cavour, affidava al suo diario un personale necrologio. Redatto già nel dicembre 1860, quando la falsa notizia della morte del conte aveva eccitato gli animi, il necrologio anticipato veniva riportato all’attualità del momento. Letto nella sua completezza, il commento dipingeva a tinte forti l’anti-ritratto di Cavour:
È viltà rallegrarsi di un fato che sovrasta a tutti i mortali, e per conto mio sono indifferente alla perdita di questo uomo di Stato. Per l’Italia però è provvidenziale la morte di lui. Sarà difficilissimo, direi quasi impossibile, che il partito moderato abbia una persona che gli succeda con tanto cumulo di opportune qualità. Era di famiglia aristocratica, doviziosissimo, d’ingegno versatile, pieno di spirito, scaltro e impratichito del mondo, senza scrupoli, senza freno morale, disinvolto e cortese nei modi suoi, avido e insaziabile di potere e di pecunia. Vasto nei concetti secondo la sua politica, inarrivabile e singolare negli espedienti, facile al frizzo, cieco nelle ire, e ardito a fare qualunque passo pericoloso per vincere gli avversarii e conservarsi in potere. Dando pranzi, strette di mano, amabili parole, e pagando largamente dai fondi segreti, non che prodigando impieghi e ciondoli, corruppe l’elezioni, la stampa, allucinò la pubblica opinione e per dieci anni visse arbitro del paese. È morto ora che la stella sua minacciava di restare oscurata, e senza fallo in meno d’un anno sarebbe caduto: ma Dio sa quali mali nuovi avrebbe accumulato ai vecchi in questo intervallo di sua onnipotenza. Era di bassa statura, di viso tondo e dire napoleonico, bianco-rosso di carnagione; capelli biondi e quasi rossi, ed ora mezzo bianchi; testa voluminosissima, fronte spaziosa, occhi cerulei e vivi, naso regolare e ben fatto; i peli del cranio si diradavano e andava ad essere mezzo calvo. […] Alla Sardegna fece tutto il male che poté, e aveva già contratto segreto impegno con Luigi Bonaparte di cederla alla Francia. Egli ora non è più; ma durano le conseguenze della sua ostinata guerra alla rivoluzione che sola può dare indipendenza, grandezza e libertà all’Italia. I preti diranno che fu colpito dalla mano di Dio: forse l’avranno anche avvelenato. Io dirò che la fortuna gli fu amica in vita e in morte, perché la subitanea cessazione di vita è bene invidiabile(185).
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183 Corrispondenza dal Veneto, «L’Opinione», 16 giugno 1861.
184 Corrispondenze dal Veneto, ivi, 2 luglio 1861.
185 G. Asproni, Diario politico. 1855-1876, vol. II, cit., Giuffré, Milano 1976, 5 dicembre 1860, p. 590.
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Rovesciando l’ottica moderata, la morte di Cavour diventava un dono della Provvidenza. Anche per i repubblicani il defunto statista, impedito a perseverare nel male, era crollato al culmine del suo personale successo, prima che le difficoltà soverchianti lo abbattessero inficiandone la buona fama. Del resto, la considerazione dei rivali non era eccelsa. Per Carlo Cattaneo era venuto meno «quel furbo [in prima stesura, «idiota»] che crepò di indigestione» più attento ai propri mulini che alle vere esigenze del Paese(186); Garibaldi, invitato a unirsi «con qualche parola» al cordoglio nazionale, preferì chiudersi nel silenzio(187). Informato della morte, Mazzini non tornava più sui giudizi espressi dal suo «Unità e Indipendenza», preferendo soffermarsi sui risvolti pratici della questione. Affidata alla corrispondenza, la sua analisi della situazione attuale prendeva in esame il nuovo possibile governo e il suo impatto sul movimento repubblicano. Come già affermato dalle colonne del giornale, Mazzini non si illudeva: la scomparsa di Cavour non cambiava pressoché nulla del sistema vigente («credo io pure vantaggiosa la morte di Cavour; ma il sistema rimane e i termini della questione sono sempre gli stessi»)(188). Per quanto superiore agli altri moderati in doti e capacità, il conte non era stato altro che il maggiore esponente del proprio partito, riprovevole sotto diversi aspetti. Una tale posizione, tenuta nel privato così come nel pubblico, non faceva che irritare la stampa torinese, sempre pronta a rinfacciare le vittime inutili della causa repubblicana e invocare la statura irraggiungibile di Cavour, al confronto del quale tutti apparivano «pigmei»(189).
La sensazione del vuoto «incolmabile» che tanto affliggeva in privato i cavouriani non era diffusa così capillarmente. Un riflesso di queste considerazioni si coglieva infatti, a diverso livello, sui fogli di area garibaldina o repubblicana. Estenuato da giorni di angosce e pianti, «Il Precursore» enunciava senza giri di parole il proprio sentimento con un titolo emblematico (Basta!!), di cui dava ragione poco oltre:
non intendiamo mettere in celia il dolore che pur doveva sentire l’Italia alla morte di Cavour, ma per Dio, il troppo è troppo; riempirne le colonne dei giornali, come se per l’Italia non ci fosse altro tema da scrivere, come se tutta la politica europea era condensata nel cervello di Cavour, questo ci pare tutt’altro che onorarne la cara memoria – Dobbiamo farci animo! Se Cavour è morto, l’Italia è!
Avvertito talvolta come inutile piagnisteo fine a se stesso, il pur legittimo cordoglio doveva lasciare spazio all’azione convinta e risoluta. Pertanto – insisteva il giornale - era inutile tediare il pubblico di lettori con gli ennesimi ragguagli biografici, gli aneddoti e i resoconti da cui nulla di nuovo si poteva ormai ricavare. Il popolo infatti
è da un pezzo che si trova ristucco di sentire quanti peli aveva nella barba Cavour, quanti passi faceva in un giorno, quante svoltate diede sul letto nella sua malattia, quanti sorsi d’acqua bevve, e citare foglio per foglio, rigo per rigo, quanto ne dicono tutti i giornali del mondo, che sono qualche migliaio. […] Insomma non piangere ancora
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186 Epistolario di Carlo Cattaneo, a cura di R. Caddeo, Barbèra, Firenze 1949-1956, vol. III, 1857-1861, lettera di Carlo Cattaneo ad Agostino Bertani, 22 giugno 1861, p. 515.
187 R. Romeo, Cavour e il suo tempo, vol. III, cit., pp. 938-939.
188 G. Mazzini, Epistolario, vol. XLII, in Id., Scritti editi ed inediti di Giuseppe Mazzini, vol. LXXI, Cooperativa tipografico-editrice Paolo Galeati, Imola 1936, lettera di Giuseppe Mazzini a Elena Casati Sacchi, 25 giugno 1861, p. 265; sullo stesso tono anche a le lettera a Jessie White Mario (7 giugno 1861, p. 210) e a Emilia A. Venturi (8 giugno 1861, pp. 214-215).
189 «Gazzetta di Torino», 10 giugno 1861.
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sopra Cavour, ma pensare a colmare il vuoto ch’Egli lasciò, non pensare al passato che non torna, ma all’avvenire che sarà. Abbastanza i Clericali e i Borbonici s’abbeverarono delle nostre lagrime, ora bisogna sentire un poco le loro(190).
Stanchi della retorica gonfia e arida, i patrioti non moderati attendevano i risultati concreti. Per quanto riguarda il popolo meno politicizzato, per il quale i sofismi dei gabinetti ministeriali apparivano realtà lontane di una classe dirigente pressoché compatta al suo interno, la scomparsa di Cavour non destava eccessivo scalpore. A tal proposito, degno di nota e assai disincantato era, per esempio, il dialogo inscenato dal napoletano Lo Cuorpo de Napule e lo Sebbeto con cui i redattori, sfruttando l’efficace espressività del vernacolo, davano corpo alla presunta voce popolare, del tutto indifferente ai mutamenti dei vertici ministeriali:
Sebbeto: sta morte è capace de guastarce tutte l’affare nuoste?
Cuorpo de Napule: la morte ne’ è dispiaciuta, gnorsì, ma po non ce sconceca manco pe no capillo l’affare nuoste. Perzuadate, che nnuje stammo a no stato che difficermente nce po fa male nisciuno. E muorto Cavur? Se darrà no punio nterra e nasciarranno ciento autre uommene che lo potarranno surrogà – Va cierne vintidujemiliune de taliane, e vide po’ se non te cacciano cinquanta che rassomegliano a Cavur(191)
Lungi dall’essere il sentimento dominante della comunità politica italiana nella sua totalità, l’apprensione degli ambienti moderati e governativi si trovò a convivere con lo spirito di rivalsa delle opposizioni, con le speranze del movimento rivoluzionario ma anche con l’effettiva apatia degli estranei al mondo politico. Al di là delle parole altisonanti, dei proclami e degli inviti alla concretezza si scorgeva, però, la volontà di vedere quale sarebbe stato il seguito di quella vicenda così turbolenta e densa di rivolgimenti ovvero del processo unitario interrottosi proprio nel momento decisivo della transizione verso il nuovo stato. Oscillando tra le diverse gradazioni dell’ottimismo, del disinteresse o del fatalismo, il Paese «reale» restava in attesa del successore(192).
I rituali della nazione. Cavour nella «vulgata funebre»
Mentre le istituzioni valutavano le conseguenze della perdita e la stampa riverberava la notizia fornendo particolari sulla morte e i funerali di Torino, l’Italia, superato il primo momento di sconforto manifestato con dimostrazioni spontanee di afflizione, si fermò per rendere onori solenni alla memoria del defunto. Da nord a sud in numerose occasioni il cordoglio prese la forma delle esequie pubbliche celebrate nei luoghi simbolici del centro abitato, là dove la cittadinanza era solita riunirsi e partecipare alle vicende che scandivano i tempi della comunità locale. Occorre sottolineare che nella maggior parte dei casi i funerali ebbero luogo presso cattedrali e chiese, officiati dai religiosi più compiacenti i quali, simpatizzando per il nuovo stato unitario,
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190 Basta!!, «Il Precursore», 17 giugno 1861; relativamente allo stesso tema anche il numero del 15 giugno 1861, Chi fece? Chi farà?
191 «Lo Cuorpo de Napule e lo Sebbeto», 8 giugno 1861.
192 Cfr. Avvisaglie dei partiti, «Gazzetta di Torino», 12 giugno 1861.
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dimostravano la piena adesione ai valori incarnati dallo statista piemontese(193). Di quest’ultimo, peraltro, si riteneva ancora certa la «conversione» in punto di morte, elemento che contribuì a giustificare le esequie religiose tenutesi in città così come in provincia e che, stando alle fonti, chiamarono a raccolta un buon numero di cittadini. Codificato nella liturgia del cattolicesimo tradizionale, il funerale di Cavour avvicinò sul piano ideale il mondo ufficiale delle istituzioni alla dimensione locale, offrendo un punto di contatto tra la comunità nazionale in corso di costruzione e quella ancora prettamente regionale o provinciale del Paese.
Nel tributo dell’Italia “delle cento città” all’ex presidente del Consiglio si manifestò da un lato una dichiarazione di fedeltà alla monarchia e all’ordinamento statutario; dall’altro, prese avvio la definizione di una vera e propria vulgata cavouriana, primo tassello della narrazione sedimentatasi nel corso del tempo allo scopo di fornire un’immagine agiografica, stereotipata e generalmente condivisa del defunto. Alla luce degli elementi a disposizione, è lecito ritenere che il ritratto fornito dagli oratori che a partire dal 7 giugno per circa un mese e mezzo si profusero in lodi e celebrazioni di Cavour si fondasse sulle informazioni desunte dalle fonti, non particolarmente varie, a disposizione all’epoca della morte. Senza dubbio ebbe una certa influenza il lungo saggio biografico di Ruggiero Bonghi pubblicato alla fine del 1860, Camillo Benso di Cavour, facente parte di una collana dedicata agli uomini più illustri del XIX secolo e ripubblicata, con i dovuti aggiornamenti, dopo la morte del conte(194). In secondo luogo, si può supporre che la materia prima utile al reperimento di citazioni e di massime dello statista fosse fornita dalla pubblicazione parziale dei discorsi parlamentari, editi in francese già nel 1855 a Cuneo e in seguito a Napoli nel 1860(195). Un contributo decisivo fu svolto probabilmente dalla mole di necrologi e articoli dedicati a Cavour editi dalla stampa nei giorni successivi al 6 giugno, spesso densi di notizie biografiche centrali per tratteggiare il profilo del personaggio, le cui vicende – si presume – erano perlopiù sconosciute ai partecipanti alle commemorazioni. In diversi casi l’omaggio al defunto presentava comuni riferimenti ad aneddoti ed episodi della vita di Cavour assurti ad exempla degni di memoria. Appare significativo anche l’apparato cerimoniale messo in campo dalle municipalità che, facendo leva sullo spirito patriottico dei concittadini più illustri, poterono sfoggiare talvolta trionfi di bandiere tricolori, festoni, gramaglie elaborate, feretri fittizi, iscrizioni funebri temporanee ad ornamento della chiesa, permettendo così di replicare idealmente i funerali di Torino e mettendo in scena l’adesione esplicita al sentimento nazionale. Trasferite in un luogo materiale le esequie simboliche del primo ministro, il rito si svolse intorno al simulacro della salma, della cui riproduzione e presenza fisica si avvertiva una vera esigenza: in tal modo, si tentò di
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193 Come ha rilevato Ettore Passerin d’Éntreves, al momento dell’unificazione il clero italiano in realtà «non era certamente schiettamente ortodosso e neppure schiettamente liberale». E. Passerin d’Éntreves, Il cattolicesimo liberale in Europa ed il movimento neoguelfo in Italia, in L. Bulferetti et al., Nuove questioni di storia del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, vol. I, Marzorati, Milano, 1961, p. 600; sul cattolicesimo e il patriottismo, cfr. G. Formigoni, L’Italia dei cattolici. Dal Risorgimento a oggi, Il Mulino, Bologna 2011, pp. 20-34; per quanto concerne le simpatie dei sacerdoti alla causa italiana, cfr. A. Gambasin, Il clero in Italia durante il pontificato di Pio IX, in Chiesa e religiosità in Italia dopo l’Unità (1861-1878). Atti del quarto Convegno di Storia della Chiesa, La Mendola 31 agosto – 5 settembre 1971. Relazioni, vol. I, Vita e Pensiero, Milano 1973, pp. 148-150; F. Traniello, Religione cattolica e Stato nazionale. Dal Risorgimento al secondo dopoguerra, Il Mulino, Bologna 2007.
194 R. Bonghi, Camillo Benso di Cavour, 2a edizione notevolmente accresciuta, Unione tipografico-editrice, Torino 1861.
195 Ouvrages politiques-economiques par le comte Camille Benso de Cavour, B. Galimberti editeur-libraire, Cuneo 1855.
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elaborare il lutto dando forma concreta all’oggetto del cordoglio, una bara su cui il comune cittadino poteva posare gli occhi, raccogliersi in preghiera, deporre un fiore(196). Prese in considerazione le manifestazioni e le commemorazioni di cui è giunta notizia, pare opportuno soffermarsi su alcuni di questi eventi per analizzare le pratiche, i linguaggi e la retorica impiegati al fine di cogliere la rappresentazione affermatasi nel giugno-luglio 1861. In molti casi, l’apparato simbolico e retorico mobilitato si mostra degno di interesse per un’analisi della memoria cavouriana in costruzione.
Nei capoluoghi regionali e provinciali le cerimonie assunsero proporzioni notevoli. Tra queste, si segnalano i casi di Firenze, Bologna, Napoli e Agrigento. In seguito alle prime orazioni funebri promosse dalle parrocchie locali, la città toscana organizzò le esequie ufficiali il 12 giugno presso Santa Croce. Tempio delle glorie italiane in cui il gonfaloniere avrebbe voluto tumulare la salma di Cavour, Santa Croce divenne per un giorno teatro dell’omaggio da parte dei fiorentini(197). La comunità locale si radunò pertanto nel luogo più denso di significati per le valenze simboliche e culturali, dove un popolo finalmente ritrovato poteva percepire la presenza del «genio italiano» incarnato dal pantheon di illustri sepolti. Anello ultimo della catena di patrioti che, secondo la retorica risorgimentale, a vario titolo avevano contribuito alla causa della nazione italiana dai tempi di Dante, Cavour era collocato a fianco di Machiavelli e Alfieri, ritenuti i suoi precursori politico-letterari. Posto in stretta connessione con le varie declinazioni del cosiddetto talento italico, il conte eclissava la sua affiliazione piemontese (e quindi «regionale») per elevarsi a rappresentante della nazione intera, incarnando lo spirito plurisecolare della monarchia unitaria, vagheggiata dall’Italia medievale. Come sottolineava la locale «Gazzetta del Popolo», Cavour era la sintesi della «forte scuola di sapienza e di amore operoso» costruitasi nel corso della storia e realizzatasi compiutamente con il XIX secolo. In occasione della messa in Santa Croce non vennero pronunciati discorsi commemorativi. Fu l’apparato liturgico a dare sostanza all’omaggio. Al centro della navata fu collocato un tumulo decorato di ghirlande di lauro e di fiori, ai cui angoli erano poste le allegorie delle quattro virtù cardinali. Alla porta maggiore della basilica un’epigrafe ricordava ai presenti il valore del defunto, così come le quattro iscrizioni interne che inneggiavano alle virtù e ai meriti del Mosè italiano, morto nella grazia del «Padre delle nazioni». Celebrata al cospetto del governatore della Toscana, del generale Giannotti, del municipio e di tutti i corpi civili e militari del capoluogo, la messa fu accompagnata dalla musica di Teodulo Mabellini, le cui note erano intervallate dai colpi di cannone provenienti dal forte di San Giovanni(198).
Una simile mobilitazione venne messa in campo anche a Bologna, dove si scelse di rendere omaggio al defunto il 26 giugno, dopo venti giorni di lutto(199).
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196 Sulla necessità storica di vedere il corpo reificato del governante, cfr. il celebre saggio di E. Kantorowitz, I due corpi del re. L’idea di regalità nella teologia politica medievale, Einaudi, Torino 1990; cfr. anche i vari contributi presenti in S. Bertelli - C. Grottanelli (a cura di), Gli occhi di Alessandro. Potere sovrano e sacralità del corpo da Alessandro Magno a Ceaucescu, Ponte delle Grazie, Firenze 1990.
197 Per quanto riguarda il ruolo di Santa Croce come sepolcro delle glorie italiane, cfr. B. Tobia, Una forma di pedagogia nazionale tra cultura e politica: i luoghi della memoria e della rimembranza, in Il mito del Risorgimento nell’Italia unita, cit., pp. 176 e segg.
198 «Gazzetta del Popolo» [Firenze], 12 giugno 1861.
199 I cittadini «posero il velo nero al cappello e fu stabilito di portarlo per venti giorni dalla morte del grand’uomo». E. Bottrigari, Cronaca di Bologna, a cura di A. Berselli, vol. III, 1860-1867, Zanichelli, Bologna 1961, pp. 195.
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Raccoltasi a ricordare il più «Grand’Uomo di Stato», la cittadinanza bolognese affollò la basilica di San Petronio(200). Nella navata centrale si ergeva una costruzione scenografica di grande impatto visivo: in cima alla gradinata venne posto infatti un catafalco fittizio a base quadrata ornato ai lati con gli scudi della famiglia Cavour, agli angoli con statue dotate di candelabri; inginocchiate sui gradini, due figure femminili (Roma e Venezia) rappresentate nell’atto di piangere; al di sopra della struttura un feretro dorato, sospeso «in aria come la Cassa di Maometto» e sostenuto da angeli, era sormontato da un alto padiglione che lasciava cadere un velo nero, decorato con stelle. L’interno della basilica, parato a lutto con gramaglie e panni neri pendenti da colonne e pilastri, circondava gli astanti. Le iscrizioni, dettate dal noto poeta e patriota Luigi Mercantini ed esposte anche all’esterno del tempio, scandivano ritmicamente gli spazi esaltando la vita e i valori incarnati dal conte(201). Tra tutte, emblematica era l’ultima delle lapidi, con la quale si accostava Cavour a Galileo Galilei rendendo esplicita la continuità tra le grandi menti italiane, accomunate dalla convinzione del proprio credo e – significativamente – dalla persecuzione da parte della autorità religiose («Per la stessa fede / con cui / nella prigione / Galileo Galilei / diceva / eppur si move / Camillo Benso / nell’agonia / ripeteva / la cosa va»)(202). Al termine della funzione officiata da Giovanni Battista Bontà e musicata da professionisti e dilettanti, l’intendente generale Carlo Mayr tenne il discorso funebre alla presenza del generale Enrico Cialdini e del suo stato maggiore, degli ufficiali dell’esercito e della Guardia nazionale, del municipio, della provincia e delle rappresentanze di tutte le istituzioni, compresa l’università, l’accademia di Belle Arti e l’emigrazione veneta e romana. Dalle parole dell’intendente emergeva il «senno», la «penetrazione profonda, la rapida intuizione, il genio sintetico e creatore» di Cavour che diveniva, insieme al cittadino-soldato Vittorio Emanuele e all’eroe Garibaldi il terzo asse portante del Risorgimento italiano, «morto di patriottismo, come muoiono le grandi anime»(203). Riletta a posteriori, la vita di Cavour risultava inscritta addirittura in paradigmi cristologici quando, dopo la catastrofe di Novara, il conte «ricercò […] nelle viscere della morte gli elementi e le condizioni di una vita novella». Riprendendo le parole stesse del defunto, definitosi «cospiratore» insieme a ventisei milioni di italiani per il bene del Paese(204), Mayr esaltava lo statista, organizzatore delle libere istituzioni e padrone dei segreti della diplomazia,
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200 Solenni funerali celebrati per cura del municipio alla memoria del conte Camillo Benso di Cavour nella basilica di S. Petronio in Bologna il 26 giugno 1861, Regia Tipografia, Bologna 1861.
201 L’opera scenografica, concepita da Giuseppe Mengoni e allestita da Francesco Cocchi e Antonio Muzzi, è riprodotta anche in una litografia realizzata dal disegnatore G. Stella e conservata presso il Museo Civico del Risorgimento di Bologna, pubblicata anche in O. Sangiorgi – F. Tarozzi (a cura di), Cent'anni fa Bologna: angoli e ricordi della città nella raccolta fotografica Belluzzi, Costa, Bologna 2000, pp. 126-127; all’epoca venne pubblicata su «Il Mondo illustrato», 13 luglio 1861, p. 27.
202 Iscrizioni nei solenni funerali del conte Camillo Benso di Cavour celebrati per cura del municipio nella basilica di S. Petronio in Bologna il XXVI giugno MDCCCLXI, Regia Tipografia, Bologna 1861, [p. 5]; cfr. il recente M. Bucciantini, The Science and Myth of Galileo between the Seventeenth and Nineteenth Centuries in Europe, Olschki, Firenze 2021.
203 Solenni funerali celebrati…in Bologna, cit., p. 15.
204 Rispondendo al deputato Ferrari che, additando lo scranno dei ministri, aveva affermato di non amare i cospiratori nemmeno quando questi erano al governo, Cavour aveva risposto: «L’onorevole deputato Ferrari ha voluto farmi l’onore di annoverarmi fra i cospiratori. Io lo ringrazio e colgo quest’occasione per dichiarare alla Camera che fui per dodici anni un cospiratore. Sì, o signori, per dodici anni ho cospirato con tutte le mie forze; ho cospirato per giungere a procacciare l’indipendenza alla mia patria. Ma ho cospirato in un modo singolare, ho cospirato proclamando nei giornali, proclamando in faccia al Parlamento intero, proclamando nei Consigli d’Europa, quale era lo scopo della mia cospirazione. Cospirai poi nel cercare degli adepti, degli affigliati, ed ebbi a compagni tutto, o quasi tutto, il Parlamento subalpino; ebbi poi adepti in tutte le provincie d’Italia; ebbi negli anni scorsi ad adepti e compagni quasi intiera la Società Nazionale; e in oggi io cospiro con 26 milioni d’Italiani». Cfr. AP, Camera dei Deputati, VIII legislatura, Discussioni, tornata del 27 marzo 1861, p. 2848; anche Bonghi riportava l’aneddoto nel suo profilo biografico. R. Bonghi, Camillo Benso di Cavour, cit., p. 129.
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capace di agire a tempo debito e intervenire a guidare le forze verso la meta fissata(205).
A Napoli le cerimonie furono piuttosto peculiari. Organizzata su iniziativa dell’Associazione Giovanile Universitaria, già distintasi in occasione dei festeggiamenti per lo Statuto, una prima celebrazione in suffragio di Cavour assunse le forme miste dell’omaggio istituzionale, della festa religiosa, delle commemorazioni tipiche dell’associazionismo corporativo. Scartata l’ipotesi di onoranze civili, si optò per un «pio funerale» sovvenzionato dalle donazioni degli studenti universitari che, di fatto, monopolizzarono l’organizzazione della cerimonia estendendo l’invito di partecipazione a tutte le rappresentanze governative, militari e cittadine. Scortati dalla Guardia nazionale per le vie della città partenopea, i giovani napoletani sfilarono dietro la bandiera dell’associazione raggiungendo la chiesa di San Pietro a Majella, ornata con «gusto greco» dagli architetti Michele Ruggiero e Luigi Settembrini. Nell’edicola del tempio venne posto un busto di Cavour, scolpito per l’occasione da Stanislao Lista e sormontato da un’iscrizione dettata dall’abate Vito Fornari(206). Terminata la funzione, vi fu una riproposizione in chiave laica della processione religiosa. Raccoltisi ordinatamente, gli studenti portarono in trionfo il busto, collocato su di una piccola bara e trasportato a spalla da diciotto giovani fino all’università dove venne accolto dagli applausi dei presenti. La commistione di sacro e profano era evidente: come avrebbero affermato in seguito gli astanti, «fu colà che ogni animo si sarebbe commosso nel vedere con quanta gara cercava ogni giovane di esser preferito a quell’ufficio santissimo»(207). Giunto all’ateneo, il corteo si unì quindi alle rappresentanze istituzionali del governo e della cittadinanza che assistettero al posizionamento del busto di Cavour nella sala mineralogica, tra i monumenti di Tommaso d’Aquino e di Giovanni Battista Vico, inaugurati pochi giorni prima durante i festeggiamenti per lo Statuto(208). Scelta non casuale, la collocazione fisica sanciva l’assunzione di Cavour nell’empireo dei grandi esponenti del pensiero italiano: per il professore Francesco Pepere, oratore del momento, Cavour era stato posto a fianco della Teologia e della Filosofia in quanto «incarnazione di entrambe nell’epoca più gloriosa della storia italiana»(209). Incardinato nel sistema intellettuale e accademico della nazione al pari di Garibaldi, il cui busto era stato esposto durante la festa dello Statuto nel medesimo luogo, lo statista venne dunque presentato come punto di arrivo del percorso politico-filosofico nazionale, battutosi per la sua affermazione nella lotta tra Bene e Male andata in scena nel corso dei secoli. Divenuto strumento della Provvidenza, nemico di coloro che offendevano Dio e l’umanità, sostenitore della vera religione cattolica da coniugarsi con la civiltà moderna, Cavour si confermava parte integrante della trinità risorgimentale insieme al re e a Garibaldi. Gli estremi cronologici della sua vita racchiudevano pertanto un’era di trionfi,
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205 Solenni funerali celebrati… in Bologna, cit., p. 19.
206 Onori funebri resi alla memoria del conte Camillo Benso di Cavour il 19 giugno 1861 dall’Associazione Giovanile Unitaria e da tutta la studiosa Gioventù Napolitana, Stamperia e Cartiere del Fibreno, Napoli 1861, pp. 7-8.
207 Ivi, p. 8.
208 La festa nazionale a Napoli, «L’Opinione», 7 giugno 1861; in merito alla celebrazione del 19 giugno, cfr. anche l’edizione del 24 giugno, Notizie di Napoli e di Sicilia.
209 Onori funebri resi alla memoria…, cit., p. 19.
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i più grandi della storia nazionale(210). Per Paolo Emilio Imbriani, segretario generale della Pubblica istruzione invitato dagli studenti a prendere la parola al termine della cerimonia, occorreva sottolineare il ruolo svolto da Cavour nell’abbattimento del diritto divino e nella fondazione del nuovo diritto pubblico, il diritto che aveva delegittimato quei sovrani di cui il pubblico ancora conservava viva memoria(211). A conclusione dell’evento, vi fu spazio anche per l’espressione artistica: l’adunanza si riunì attorno alla nobildonna Laura Beatrice Oliva Mancini che recitò le stanze composte in memoria del defunto, evocanti Roma e Venezia, le sorelle orfane della nuova Italia vestite a lutto(212). Benché disturbata da alcuni facinorosi che, guidati da un ex soldato borbonico, attentarono alla riuscita pacifica del rito, la manifestazione suscitò viva commozione tra i presenti(213).
Degna di nota per l’accumulo di simbolismi e allegorie fu infine la cerimonia celebrata ad Agrigento il 9 luglio(214). In quell’occasione, la cripta sotterranea della chiesa di San Domenico venne trasformata in una sorta di fittizio teatro «patriottico» rivestito di marmi multicolori e legni pregiati entro il quale gli astanti poterono ammirare il trionfo degli ideali unitari. Adorno di forme classicheggianti, lo spazio scenico costruito attorno al catafalco offriva allo spettatore l’intero repertorio di iconografie che popolava l’immaginario risorgimentale, mobilitato per fornire una rappresentazione completa della nazione raccolta in lutto attorno al primo ministro. Il cenotafio simbolico di Cavour, infatti, era circondato da una folla di figure, reali o allegoriche, che legittimavano la collocazione del defunto tra i grandi personaggi e i grandi concetti della storia d’Italia: nelle nicchie ai lati dell’altare si potevano scorgere le tombe di Dante, Machiavelli, Alfieri e Gioberti, coronate dalle urne dei martiri della libertà, dei propugnatori dell’unificazione; accanto al cenotafio spiccava l’Italia turrita munita di scudo sabaudo che additava all’orizzonte l’unità; il Genio italiano piangente «ma non avvilito» si piegava sul feretro; Roma e Venezia, incatenate, si confortavano a vicenda in attesa della liberazione; poco distanti, le consorelle regioni della Penisola si raccoglievano in mesti atteggiamenti; davanti all’urna due leoni distesi su piedistalli di porfido montavano la guardia, lanciando ruggiti di dolore; più esternamente, le bandiere delle nazioni che avevano riconosciuto il nuovo regno circondavano il «palcoscenico». Sormontava infine la rappresentazione un padiglione nero da cui pendevano lampade funebri in bronzo(215). Entro le quinte teatrali di un tempio religioso rivisitato in funzione patriottica prese dunque forma un tentativo di ritualità collettiva, innervata dalla spiritualità cristiana e declinata secondo gli stilemi della retorica romantica. Il Risorgimento era messo «in scena» e il contesto particolare ne favoriva una rappresentazione composita: la solennità delle circostanze si mescolava all’intimo
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210 Ivi, p. 14.
211 Ivi, p. 13.
212 Ivi, p. 21-22.
213 L’episodio è riportato in Cronaca interna, «Il Pungolo», 20 giugno 1861.
214 Elogio funebre di Camillo Benso conte di Cavour nelle solenni esequie celebrate dalla provincia di Girgenti nella chiesa di S. Domenica il dì 9 luglio 1861 letto dal sac. Gaetano Gallo, Tipografia Blandaleone, Girgenti 1861.
215 Ivi, pp. 13-14. Per quanto riguarda l’iconografia dell’Italia rappresentata in compagnia degli “eroi” del Risorgimento, cfr. A. Possieri, All’ombra degli eroi: Italia e i padri della patria, in G. Belardelli (a cura di), Italia immaginata. Iconografia di una nazione, Marsilio, Venezia 2020, pp. 151-179; cfr. anche N. Bazzano, Donna Italia. Storia di un’allegoria dall’antichità ai giorni nostri, Colla, Costabissara 2011; per quanto riguarda l’immagine allegorica femminile nell’Ottocento, fondamentale lo studio di M. Agulhon, Marianne au combat. L’imagerie et la symbolique républicaines de 1789 à 1880, cit.
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raccoglimento suscitato dalla cerimonia che, svoltasi nei sotterranei della cripta, sembrava quasi evocare il valore iniziatico della cerimonia. Ufficialità altisonanti e suggestioni vagamente «cospirative» si fondevano quindi nella celebrazione di un lutto che lasciava quasi presagire una risurrezione gloriosa.
Le celebrazioni di cui si è fatta menzione, emblematiche per il contesto geografico in cui ebbero luogo, furono solo una parte delle cerimonie più modeste che contribuirono a elaborare un mito postumo di Cavour. Il carattere assunto dalle dimostrazioni di cordoglio promosse da capoluoghi di provincia o da piccoli centri restituisce il contesto in cui la rappresentazione retorica, patriottica e moderata tentava di attecchire. Il rapido passaggio in rassegna delle località interessate da esequie funebri promosse da personalità o istituzioni permette di localizzare la diffusione del lutto collettivo. In ordine cronologico, tra giugno e luglio le commemorazioni vennero promosse dai seguenti comuni: Dizzasco Valle Intelvi, Asti, Pavia, Parma, Perugia, Teramo, Catanzaro, Spoleto, Ferrara, Loreto, Cagliari, Guidizzolo, Savigliano, Alba, Grinzane, Macerata, Vasto del Carmine, Caltagirone, Cava dei Tirreni, Palermo (in tre occasioni), Pisa, Piacenza, Catania (in due occasioni), Bondeno, Tolentino, Favara, Boretto(216).
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216 Elogio funebre recitato nella parrocchiale di Dizzasco Valle Intelvi il 9 giugno 1861 in occasione delle solenni esequie del Conte di Cavour, Tip. Giorgetti, Como 1861; Nelle solenni esequie che al Conte Camillo Benso di Cavour nel Tempio maggiore della città di Asti per cura del municipio si celebrarono nel dì 20 giugno 1861. Parole, Tip. Raspi, Asti 1861; Zendrini B., Nelle esequie del conte Camillo di Cavour celebrate dagli studenti della R. Università di Pavia il dì 8 giugno 1861. Parole lette da Bernardino Zendrini, Tip. Eredi Bizzoni, Pavia 1861; Caprari A., Elogio funebre del Conte Camillo Benso di Cavour pronunciato nella basilica cattedrale di Parma il giorno 12 giugno 1861, Tip. Carmignani, Parma 1861; per quanto riguarda Perugia, gli studenti universitari deposero una corona e un’iscrizione commemorativa sul feretro, riportata nell’opuscolo a stampa Questa corona civica…, Tipografia di V. Santucci, Perugia 1861; Elogio di Camillo Benso di Cavour letto nelle pubbliche esequie celebrate in Teramo per cura del municipio il giorno XII giugno MDCCCLXI, VII dalla morte di lui per Giuseppe Montori delegato provinciale di pubblica sicurezza, Tipografia Marsilli, Teramo 1861; Funebre laudazione in morte del conte Camillo Benso di Cavour presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia, Tipi di Francesco Rossi-Romano, [Catanzaro] 1861; Elogio in morte del conte Camillo Benso di Cavour presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia per Francesco Fiorentino di Sambiase professore di filosofia nel real liceo di Spoleto. A cura e spese del popolo spoletino, Tipografia Bassoni e Bossi, Spoleto 1861; P. Bernabò Silorata, Nelle solenni esequie al conte Camillo Benso di Cavour celebrate per cura del municipio di Ferrara. Orazione detta nel Tempio della Certosa il 13 giugno da Pietro Bernabò di Silorata, Tipografia Bresciani, Ferrara 1861; C. Crescentino, Per le solenni esequie di Camillo Benso di Cavour nella basilica di Loreto il 13 giugno 1861. Parole, Tip. Rossi, Loreto 1861; G. Radlinski, Nei solenni funerali ordinati dal municipio di Cagliari pel conte Camillo Benso di Cavour. Elogio funebre letto nella grand'aula della regia università, addì 14 giugno 1861, Tip. Nazionale [S.l.], 1861; G. Muti, Nelle solenni esequie al conte Camillo Benso di Cavour celebrate nella parrocchiale di Guidizzolo il 14 giugno 1861 settimo dal suo decesso. Commemorazione letta dall’abate Giuseppe Muti regio ispettore scolastico del circondario di Castiglione dello Stiviere, Tipografia Gilberti, Brescia 1861; F. Cuniberti, Elogio funebre del Conte Camillo Benso di Cavour recitato nella chiesa di Sant’Andrea di Savigliano il 15 giugno 1861 per le solenni esequie ordinate dal municipio, Tip. Racca e Bressa, Savigliano 1861; Iscrizioni dettate dal professore cav. Michele Coppino deputato al Parlamento nazionale in occasione del solenne ufficio funebre celebrato nella chiesa cattedrale d'Alba al conte Camillo Benso di Cavour per cura del municipio il di 17 giugno 1861, Tipografia Sansoldi, Alba 1861; Per le solenni esequie fatte nella chiesa parrocchiale di Grinzane per l'anima di S.E. il Conte Camillo Benso di Cavour per cura di quel municipio. Discorso funebre letto in tal occasione dal teologo D. Giovanni Giachino ex Barnabita, da Neive attualmente cappellano a Santa Croce di Diano d'Alba, Tipografia Sansoldi, Alba 1861; Discorso funebre letto nella chiesa di S. Paolo in Macerata in occasione delle esequie ivi rinnovate il 20 giugno 1861 in memoria di Camillo Benso Conte di Cavour, Tip. Bianchini, Macerata 1861; In morte di Camillo Benso di Cavour. Discorso pronunciato da Luigi Palma nei funerali fatti celebrare dal municipio di Vasto nella chiesa comunale del Carmine a dì 20 giugno 1861, [s.t.], Napoli 1861; Per li funerali di Camillo Benso conte di Cavour in Caltagirone, G. Galatola, Catania 1861; Per le solenni esequie del conte Camillo Benso di Cavour celebrate nella chiesa cattedrale di Cava. Parole di Carlo Coda, Stamperia della R. Università, Napoli 1861; Orazione funebre di Camillo Cavour in occasione dei funerali dalla società nazionale celebrati al sommo uomo di Stato nella Chiesa di San Giuseppe in Palermo il martedì 25 giugno 1861, letta da Paolo Morello, Tipografia di Bernardo Virzì, Palermo 1861; Elogio funebre dell’illustre Conte Camillo di Cavour letto nella veneranda chiesa di S. Maria del Lume in Palermo il 28 giugno 1861 nell’occasione che il clero ivi celebrava le solenni esequie, Tip. Lao, Palermo 1861; F. Perez, Orazione in morte del conte Cavour letta da Francesco Perez in occasione de' funerali che la guardia nazionale di Palermo celebrava per l'estinto nella Chiesa di S. Domenico il 18 luglio 1861, Francesco Lao, Palermo 1861; P. Villari, Elogio funebre del conte Cammillo Benso di Cavour pronunciato nel campo santo Urbano dal Prof. Pasquale Villari in occasione dei solenni funerali celebrati in Pisa il 21 giugno 1861 ed iscrizioni, Tipografia Nistri, Pisa 1861; L. Galli, Funerali al conte Camillo Benso di Cavour celebrati in Piacenza dal corpo degli studenti e dal battaglione della speranza il giorno 22 giugno 1861, Tipografia nazionale di Domenico Tagliaferri, Piacenza 1861; A. Selvaggio, Discorso nei funerali celebrati in Favara nel giorno trenta giugno mille ottocentosessantuno alla memoria del conte Camillo Benso Cavour recitato dall’arciprete di Favara Antonino Selvaggio, Tipografia di Bernardo Virzì, Palermo 1861; C. Bernabei, Orazione funebre in lode di Camillo Benso di Cavour letta dall’avvocato Cesare Prof. Bernabei nella chiesa collegiata di Tolentino il 6 luglio 1861, Tipografia di Filippo Guidoni, Tolentino 1861; P. Bernabò Silorata, Elogio funebre del conte Camillo Benso di Cavour nei solenni funerali celebrati per cura del municipio di Bondeno il 10 luglio 1861 detto da Pietro Bernabò Silorata, Tipografia Bresciani, Ferrara 1861; G. Lazara, Per li funerali di Camillo Benso conte di Cavour in Catania. Orazione del sacerdote Giovanni Lazara letta nella Cattedrale il dì 28 luglio 1861, Tipografia di P. Giuntini, Catania 1861; I. Baviera, Orazione funebre per la morte di Camillo Benso conte di Cavour dal giudice Ignazio Baviera in Palagonia, Tipografia di Crescenzio Galatola, Catania 1861; G. Cagossi, Per le solenni esequie del Conte Camillo Benso di Cavour celebrate in Boretto il 31 luglio 1861: Elegia, Tip. Lucchini, Guastalla 1861.
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Nella maggior parte delle occorrenze la celebrazione si associò al rito religioso, in alcuni casi trovò spazio presso le istituzioni universitarie o le accademie; talvolta, fu occasione per coinvolgere a vario titolo personalità del mondo culturale o politico: ad Alba le iscrizioni esposte furono dettate da Michele Coppino; a Pisa il discorso venne tenuto da un giovane Pasquale Villari; a Palermo il professore Paolo Morello pronunciò un elogio altisonante su incarico della Società Nazionale, determinata a patrocinare un’immagine di Cavour compatibile con l’anima rivoluzionaria del movimento unitario; successivamente, anche Francesco Perez tenne una conferenza commemorativa nel capoluogo siciliano. In alcune circostanze, l’omaggio venne promosso da società e ambienti corporativi. Notevole fu anche la produzione di iscrizioni temporanee affisse all’interno e all’esterno delle chiese che, presentandosi come surrogato della lapide santenese, condensarono in poche frasi la vita del personaggio a beneficio dei presenti, ancora inconsapevoli della statura «morale» del defunto. Considerato tale contesto, assume una certa importanza rilevare i toni e il livello delle orazioni pronunciate da coloro che intervennero alle adunanze tenutesi nello spazio pubblico. Una panoramica che includa l’analisi del repertorio retorico e le occorrenze del suo impiego restituisce, almeno in parte, il grado di coinvolgimento da parte delle istituzioni e l’immagine di Cavour che esse stesse intendevano promuovere.
Generalmente, l’elogio funebre si soffermava sulle qualità eccezionali del ministro. Riecheggiando le parole della stampa di quei giorni, il termine di paragone più ricorrente era senza dubbio la figura di Mosé, trasposizione biblica di sicura efficacia che, da un lato, permetteva di associare il popolo italiano al popolo ebraico in qualità di nazione eletta da Dio, dall’altro trasfigurava Cavour in termini epici ponendo in ombra la figura dell’”empio” ministro e favorendo la sua ri-legittimazione in chiave religiosa(217). Proposta a più riprese dagli oratori, la similitudine poneva in stretta
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217 Per le ricorrenze del nome Mosè, cfr. Nelle esequie… di Pavia, cit., p. 5; Nei funerali… di Vasto, cit., p. 18; Napoli, Per li funerali… in Catania, cit., p. 13, I. Baviera, Orazione funebre…, cit., p. 7, A. Selvaggio, Discorso nei funerali…. in Favara, cit., p. 7, Elogio funebre… di Dizzasco Valle Intelvi, cit., p. 20, Discorso letto…in Macerata, cit., p. 30, Per le solenni esequie… di Loreto, cit., p.10, Elogio in morte… di Spoleto, cit., p. 15, Per le solenni esequie … Grinzane, cit., p. 10.; Nelle solenni esequie…di Guidizzolo, cit., p. 13.
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connessione le vicende della remota storia biblica, patrimonio condiviso della religione cristiana, con l’attualità del movimento risorgimentale: riletta alla luce di un’interpretazione provvidenziale (e quindi rassicurante), la fase storica vissuta dai contemporanei si presentava quindi come momento di transizione tra l’«età dell’esilio» e l’«età della gloria» di cui Cavour-Mosé era stato la guida. A livello puramente quantitativo, i grandi nomi affiancati con maggiore frequenza al nome di Cavour furono Dante e Machiavelli, la cui ripetuta e stereotipata ricorrenza nei necrologi pubblicati dalla stampa aveva ormai garantito la costruzione di un nesso inscindibile tra lo statista e i presunti precedenti letterari e politici della sua azione(218). In Cavour, infatti, si vedeva l’esecutore della «grande Idea» concepita da Dante(219). Gli accostamenti verbali anticipavano iconografie solenni e composite: auspicando la prossima realizzazione di un monumento all’Unità, il catanese Ignazio Baviera già immaginava le figure di Dante e Cavour scolpite ai piedi dell’Italia e di Vittorio Emanuele(220). Il riferimento a Machiavelli e alla sua dottrina, d’altro canto, si prestava a una riflessione sulla liceità dei mezzi impiegati dall’ex presidente del Consiglio, il quale, in virtù della sua diretta discendenza dagli insegnamenti del fiorentino, veniva assolto dalle accuse di spregiudicatezza. Per Achille Caprari, oratore alla cerimonia tenutasi presso il duomo di Parma, il legame tra il piemontese e il toscano era evidente:
chi sa quante notti ha vegliate il Conte di Cavour sovra le pagine immortali del Macchiavelli, non ad impararvi quei minuti precetti, che manifestamente si riferiscono a circostanze particolari di tempi e di persone, piuttostoché a teoriche generali ed immutabili; ma ad accendere l’anima di quello spirito ricercatore, del quale era mestieri per scoprire le circostanze favorevoli, onde raccozzare tutte le sparse membra della grande famiglia di Dante; e portare la Reggia dell’italiana Monarchia sulle antiche, sacre, temute pendici del Campidoglio(221).
Meno frequenti ma significativi per comprendere l’orizzonte di senso entro cui si muoveva la retorica del tempo erano le citazioni di George Washington, William Pitt, il cardinale Richelieu, il conte di Mirabeau che diventavano gli illustri contraltari di Cavour in virtù del talento politico, dell’accorto uso della diplomazia e delle risorse straordinarie che essi avevano adoperato con successo portando in trionfo la propria
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218 Per le ricorrenze di Dante: A. Selvaggio, Discorso nei funerali…. in Favara, cit., p., Elogio… in Teramo, cit., p. 4, Elogio funebre… di Dizzasco Valle Intelvi, cit., p. 11, Onori funebri… Gioventù Napolitana, cit., pp. 15 e 16; Per li funerali… di Cava, cit., p. 11; I. Baviera, Orazione funebre…, cit., p. 10, Elogio funebre… di Parma, cit., p. 12, Nelle solenni esequie… di Ferrara, cit., p. 9; Elogio funebre…Girgenti…, cit., p. 12; per le ricorrenze di Machiavelli, Onori funebri… Gioventù Napolitana, cit., pp. 15-16; Nei funerali… di Vasto, cit., p. 15; Elogio funebre…Girgenti…, cit., p. 11; cfr. le iscrizioni dettate dal regio liceo di Pisa in Elogio funebre… in Pisa, cit., p. 25.
219 Relativamente alla fortuna di Dante nell’Ottocento, si veda E. Querci (a cura di), Dante vittorioso. Il mito di Dante nell’Ottocento, Umberto Allemandi & C., Torino 2011, in particolare G. Monsagrati, Le «vite» di Dante in età romantica, pp. 25-29 ed E. Querci, Il culto di Dante nell’Ottocento e le arti, pp. 35-52; anche C. Dionisotti, Varia fortuna di Dante, in Id., Geografia e storia della letteratura italiana, Einaudi, Torino 1966, p. 16; F. Conti, Il Sommo italiano. Dante e l’identità della nazione, Carocci, Roma 2021.
220 «Ambedue [Dante e Cavour] tengono in mano un libro: sono Autori della stessa epopea – l’Italia Una e Indipendente, con questa differenza, che l’uno scrisse nella lingua delle idee, l’altro nella lingua dei fatti». I. Baviera, Orazione funebre…, cit., p. 38.
221 A. Caprari, Elogio funebre del conte…Parma, cit., p. 13.
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nazione(222). Non sembra casuale che il paragone con le grandi personalità straniere trovasse terreno fertile in occasione dell’omaggio al primo politico italiano in grado di elevare a dignità internazionale il Paese: in tal senso, l’accostamento contribuiva a sottolineare l’eccezionalità del genio cavouriano, parte integrante di un’élite «mondiale» costituita dalle figure storiche più illustri. A conferma della percezione diffusa di questa lettura, si colloca su questo piano l’epigrafe dettata dall’avvocato marchigiano Luigi Pianesi in occasione delle esequie celebrate a Macerata:
A / Camillo Benso conte di Cavour / miracolo di sapienza politica / italo genio / che incarnando in se stesso / il senno e la grandezza dei Romani / l’ardimento e il patriottismo dei Francesi / la sagace tenacità dei Britanni / rivendicò alla patria oppressa / i diritti la maestà la potenza / a lui campione de’ novissimi tempi / è monumento / l’Italia risorta / è confine di gloria / il mondo meravigliato(223)
In linea con l’uso retorico dell’epoca, non mancarono i riferimenti eruditi ai personaggi dell’antichità distintisi per sane virtù, come Ciro, Giuda Maccabeo(224), Licurgo(225), Alessandro Magno, Pompeo(226), Cincinnato(227), o gli eroi dell’età moderna, come Cristoforo Colombo e Napoleone(228). Tra i personaggi più frequentemente citati figurava anche Garibaldi. Costretti a riconoscere il valore, l’eroismo di cui il generale nizzardo aveva dato prova in più occasioni e la conseguente popolarità del garibaldinismo tra gli italiani di ogni latitudine, gli oratori sorvolarono volutamente sui contrasti e sulle tensioni allo scopo di presentare Cavour e Garibaldi come una coppia di virtuosi collaboratori al medesimo progetto unitario patrocinato dal sovrano. Su questo particolare si riscontra l’insistenza nell’area meridionale dove l’entusiasmo per l’impresa garibaldina e la dittatura del generale avevano orientato buona parte dell’opinione pubblica verso sentimenti anti-governativi. Decisi a limitare i danni di una simile interpretazione, i moderati coglievano l’occasione delle esequie funebri di Cavour per dipingere Garibaldi come braccio armato del presidente del Consiglio, estensione della politica di gabinetto, esecutore materiale dei piani geniali concepiti nelle stanze del potere da colui che ordiva la trama di un’impresa complessa, articolata e densa di implicazioni tali da sfuggire a una lettura più semplicistica(229). Del resto,
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222 Per le ricorrenze di George Washington, cfr. Elogio funebre… di Dizzasco Valle Intelvi, cit., p. 5, Nelle solenni esequie… di Ferrara, cit., p. 9; Funebre laudazione… [Catanzaro], cit., p. 14; Per le solenni esequie… di Loreto, cit., p. 10; per le ricorrenze di Mirabeau, Elogio funebre… di Dizzasco Valle Intelvi, cit., p. 17; Funebre laudazione… [Catanzaro], cit., p. 14; Nei funerali… di Vasto, cit., p. 17.
223 Riportato in Discorso funebre… nella chiesa di S. Paolo di Macerata…, cit., p. 31.
224 «…la provvidenza ti ha largito il genio degli antichi liberatori della patria, di un Mosè, che trae il popol di Dio fuor dell’Egitto, di un Ciro che da Babilonia lo riconduce nei campi della patria, di un Giuda Maccabeo che difende la sua indipendenza contro i successori di Alessandro…». Per li funerali…in Catania…, cit., p. 13.
225 Elogio funebre… Bondeno, cit., p. 9.
226 Il greco e il romano sono citati in Per le solenni esequie… di Loreto, cit., p. 10.
227 G. Da Forio, Nelle solenni esequie del conte Camillo Benso di Cavour dal municipio napoletano celebrate il 28 giugno 1861 nella chiesa di S. Lorenzo Maggiore. Elogio funebre ed iscrizioni del p. Giuseppe Da Forio, Stabilimento tipografico del cav. Gaetano Nobile, Napoli 1861, p. 17.
228 Cristoforo Colombo è citato in Per le solenni esequie… di Loreto, cit., p. 10, Per le solenni esequie… di Cava, cit., p. 11; Napoleone Bonaparte in Per le solenni esequie… di Loreto, cit., p. 10.
229 Così recitava il sacerdote Giuseppe Bottalla: «Ne fu il braccio il gran Garibaldi, il prode, l’uomo, che unica passione sentiva la Patria libera, l’uomo, di cui mille lingue non bastano a magnificare il valore, l’audacia, l’intrepidezza, il disinteresse. Ma fosti tu, o Cavour, che con tua sublime mente i fili dirigesti del gran disegno, ed in unico regno riunivi le italiane città. Sì quella gioia, che noi veggiamo affacciarsi sul volto dei popoli tutti, che l’itale contrade d’ogni dove riempiono, fu opera tua, o impareggiabile Conte». Cfr. Elogio funebre… in Palermo…, cit., p.23.
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occorre rilevare come segnali di distensione provenissero anche dal campo avverso. In ossequio al clima di riconciliazione tra anime diverse del moto unitario, era stato infatti il generale garibaldino Giacinto Carini a promuovere la commemorazione tenutasi a Palermo il 18 luglio 1861 presso la chiesa di San Domenico, cerimonia che vide l’intervento di Francesco Perez, membro della Sinistra isolana(230).
Un simile atteggiamento si riscontra anche nell’ex capitale delle Due Sicilie. In seguito alle esequie organizzate dagli studenti universitari, il 28 giugno una cerimonia funebre fu patrocinata dal municipio napoletano presso la chiesa di San Lorenzo Maggiore, addobbata con un tripudio di bandiere, iscrizioni e medaglioni commemorativi e affidata al canonico Giuseppe Da Forio che, dall’alto del pulpito, si soffermò a lungo su Cavour, ripercorrendone le vicende biografiche(231). Letti attraverso l’interpretazione monarchico-moderata del sacerdote, i fatti degli ultimi lustri portavano in sé il marchio della necessità storica. Come si evince dalle parole pronunciate in quella sede, il mito di Cavour convinto assertore dell’unità italiana veniva proiettato in anni remoti allo scopo di convincere l’uditorio della statura incommensurabile del personaggio e della predestinazione del Paese alla sua condizione attuale. Secondo il monaco, infatti, lo statista si era mostrato tale già in età assai precoce: «il pensiero della unificazione italiana gli e[ra] fitto in mente sino da’ primi anni della sua uscita nel mondo, nel parlamento lo matur[ò], nel seggio ministeriale lo v[enne] assimilando»(232). Esponente virtuoso della nobiltà indolente e nemico della «ierocrazia» malsana, il Cavour dei moderati napoletani diventava il degno comprimario di Garibaldi e, per quanto freddo e distaccato nella misura in cui conveniva a un ministro, veniva riconosciuto come l’architetto autentico del progetto unitario. A coloro che si domandavano chi avesse innescato l’impresa del Meridione, imprimendo slancio all’azione, preparando il terreno sul piano diplomatico e dando seguito all’opera iniziata dai volontari, padre Giuseppe rispondeva affermando perentorio il ruolo recitato dal presidente del Consiglio insieme al generale nizzardo e al sovrano sabaudo:
Fu il Ministro Benso Camillo di Cavour, che simile a Marcello con seria calma conduce ogni cosa, cunctando restituit rem. Camillo Cavour è la mente organatrice d’Italia, Garibaldi il braccio, Vittorio Emanuele la sintesi armonica ed il nucleo. Garibaldi non avrebbe operato prodigi, se Cavour non avesse preparato il terreno, Cavour non sarebbe salito a tanta altezza, se Vittorio Emmanuele [sic] prode di braccio e leale di cuore non avesse dato la spinta(233)
Benché non scevro da errori – primo tra tutti, la cessione di Nizza e Savoia – il conte piemontese veniva innalzato alle glorie della nazione in qualità di un moderno Mosé dolente, tormentato dal prezzo dei compromessi e dai fantasmi di Venezia e Roma ma destinato a essere riconosciuto come grande anche dal mondo cattolico così tanto ostile alla sua memoria(234). La retorica politico-ideologica comune a tante cerimonie non escludeva però del tutto il ricordo di Cavour come uomo “terreno”, legato ad una
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230 A tal proposito, si veda la lettera di Giacinto Carini a Francesco Perez, 21 luglio 1861, riportata in Pel conte di Cavour…, cit., pp. I-II.
231 Nelle solenni esequie…Giuseppe Da Forio, cit., p. 16.
232 Ivi, p. 16.
233 Ivi, p. 18.
234 Ivi, p. 19
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dimensione umana e locale. Da un lato, ci si soffermò su una fisionomia più caratteristica, individuale e meno idealizzata del personaggio, di cui si ricordava talvolta l’italiano un po’ stentato, talvolta gli atteggiamenti peculiari(235); dall’altro, il Gran ministro conviveva con il possidente terriero interessato alla gestione dei poderi. A Grinzane, piccolo comune delle Langhe di cui il conte era stato sindaco dal 1832 al 1848, le parole del parroco riportarono alla memoria la figura del primo cittadino e dell’accorto imprenditore che aveva restituito alla comunità la chiesa parrocchiale ristrutturata(236). A Vercelli il carattere municipale delle onoranze a Cavour era mirato a celebrare anche il benefattore degli asili d’infanzia e, soprattutto, il modernizzatore dell’agricoltura locale, patrocinatore dell’opera di canalizzazione(237).
Dalle parole degli oratori emerge un lessico definito e destinato ad accompagnare nei decenni successivi la figura di Cavour. Connotato come «grande», «gigante», «gran ministro»(238), «impareggiabile ministro», «genio della politica odierna»(239), «nocchiero»(240), «una delle tre stelle che componevano la luminosa plejade italiana»(241), il Cavour defunto si configurava come l’unico italiano assurto al rango di statista, la cui morte infliggeva un duro colpo all’animo di ogni patriota degno di tal nome. Ricalcando la struttura irrigidita e ripetitiva dei necrologi dei giornali, i compianti si soffermavano sulla deplorazione della perdita, proseguivano esaltando la vita e i meriti dell’estinto, terminavano con l’appello accorato a stringersi intorno all’unico trono legittimo e ad imitare le qualità del grande estinto. L’esortazione alla riconoscenza nei confronti del ministro era insistita soprattutto nei territori entrati più recentemente a far parte del regno d’Italia al fine di convincere l’uditorio della eccezionalità della figura e dell’impresa straordinaria attesa da secoli in tutto il Paese, giunta al suo quasi totale compimento nell’arco di pochi anni. Parallelamente, la via moderata all’Unità era presentata come l’unica alternativa possibile utile a garantire l’integrità del Paese e a difendere i risultati della rivoluzione italiana dalle minacce incombenti all’esterno e all’interno. Di questi concetti ne dava una sintesi efficace all’uditorio di Savigliano, piccolo centro del cuneese, il teologo Felice Cuniberti, per il quale Cavour era espressione della prima legge di ogni progresso ovvero la moderazione:
il giudicare degli eventi e delle speranze colla ragione, non col desiderio, per non tentar l’impossibile; il proporsi uno scopo chiaramente definito; tendere ad esso con proposito
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235 Per esempio, «[Cavour] ebbe mezzana la statura, pingue la persona, la complessione robustissima, fu nelle movenze e nel portamento subito ed energico. Ebbe la fronte alta, spaziosa, largamente conformata, gli occhi fievoli ed affaticati, accigliamento talvolta cupo e tenebroso, labbro quasi sempre atteggiato al riso, ora di spontanea ilarità, talvolta di sarcasmo, tal altra di disprezzo; modi squisitamente cortesi, cuore sommamente leale e caritativo». Nei funerali… di Vasto, cit., pp. 15-16; anche Elogio funebre…Girgenti…, cit., p. 7.
236 Per le solenni esequie… di Grinzane…, cit., p. 5
237 Relativamente alle celebrazioni tenutesi a Vercelli presso la chiesa di San Paolo il 13 giugno 1861, cfr. Il conte di Cavour e il circondario di Vercelli, «Gazzetta del Popolo», 15 giugno 1861; per quanto riguarda il rapporto tra Cavour e il territorio, cfr. i contributi in M. Balboni e I. Gaddo (a cura di), Il Risorgimento vercellese e l'impronta di Cavour, Interlinea, Novara 2011.
238 P. Bernabò Silorata, Nelle solenni esequie…, cit., p. 12.
239 Funebre laudazione… [Catania], cit., p. 6.
240 Cfr. anche le parole di Villari, «noi eravamo tranquilli, e con noi erano tranquilli i fratelli oppressi, perché il Conte di Cavour aveva la mano al timone al timone dello Stato». Cfr. Elogio funebre… in Pisa…, cit., p. 12.
241 Così affermava il pavese Bernardino Zendrini. Nelle esequie… di Pavia, cit., p. 3.
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irremovibile; ma non spingersi innanzi un passo, ove non si sappia mettere il piede in sicuro, per non aver poi a dare indietro con danno e vergogna(242).
Nelle orazioni funebri dei sacerdoti risultava particolarmente accentuato il riferimento al ruolo della Provvidenza e al disegno divino imperscrutabile che aveva sottratto agli uomini Cavour nel suo momento di gloria. Secondo Paolo Morello, la morte dello statista coincideva con la sua apoteosi: udita la chiamata della Provvidenza e proclamata l’unità, il conte era stato assunto in cielo(243). Dono di Dio che non solo l’Italia ma l’umanità intera avrebbe dovuto onorare(244), Cavour incarnava il vero patriottismo, «un patriottismo ispirato alle virtù del Cristianesimo»(245). Sullo stesso tenore il parroco fiorentino Vittorio Manina, convinto della sublimità dell’opera iniziata dallo statista «eminentemente compreso del vero spirito di Cristo»(246). Ritenuti manifesti i meriti del defunto, non si taceva però delle inevitabili ambiguità legate alla fama del politico e del diplomatico di successo. Per Antonio Verrua, canonico del duomo di Asti, si rendeva quindi tanto più necessario il raccoglimento in preghiera per l’anima di un grande costretto a sporcarsi con la materia del mondo terreno:
anche gli uomini più retti di cuore e più elevati di mente, come niuno negherà che fosse il conte Camillo di Cavour, allorquando sono costretti a rimescolarsi in simil fango, non possono camminare con tanto riguardo che non ne riportino qualche macchia. Eccovi, o Signori, il perché di questo rito commovente e sublime. Celebrando i santi misteri per l’anima di Camillo di Cavour, invocando il Dio delle misericordie onde si degni accettare l’offerta dell’incruento ed eterno sacrifizio del suo divino Figlio in espiazione delle colpe, ed in suffragio dell’anima del compianto Camillo(247).
Benché macchiato di colpe non troppo gravi, il ministro risultava comunque annoverato tra i giusti in quanto martire della causa nazionale morto nel conforto della fede, elemento che permetteva di rileggere l’intero suo operato alla luce di una convinta adesione da parte di Cavour al cattolicesimo più liberale e quindi più «moderno». Le inquietudini suscitate dalla formula ambigua «libera Chiesa in libero Stato», colte inevitabilmente dal clero timoroso di assistere allo scontro tra Santa Sede e governo, trovavano un conforto temporaneo nell’appello al buon senso della corona e degli eredi politici. In attesa che il concetto altisonante espresso da Cavour - di cui tutti sembravano
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242 Elogio funebre… di Savigliano, cit., p. 10; cfr. il resoconto della cerimonia e le iscrizioni in Funerali al conte Cavour, «Il Saviglianese», 16 giugno 1861.
243 «Ah! Sì, e noi abbiam fede che il Vicario di quel Cristo, che dalla sua Croce pregava perdono ai suoi crocifissori, impetrerà la più eletta bene dizione alla grand’anima di Camillo Cavour; che non conobbe nemici, e n’ebbe pur tanti, che beneficò i suoi avversari più accaniti, che, riconfortato del pane degli angioli, lasciava questa terra di miserie, col bacio dell'amore più puro alla Chiesa Cattolica», Orazione… in Palermo, cit., pp. 6 e 36; Antonino Selvaggio, parroco di Favara, salutava l’anima di Cavour «suffusa di purissima luce celeste». Cfr. A. Selvaggio, Discorso nei funerali…, cit., p. 8.
244 Per le solenni esequie… di Cava, cit., p. 14; «Iddio mandò tempo a suoi [dell’Italia] desideri; apparì CAMILLO BENSO DI CAVOUR», Orazione funebre… di Tolentino, cit., p. 8.
245 Per li funerali… in Catania, cit., p. 5.
246 Infatti, per il sacerdote «gloria imperitura è riservata a Camillo Cavour fra tutti i grandi uomini di Stato per aver proclamato, come sarà gloria delle Camere, e del Re Italiano il sanzionare ed attuare il grande principio della Chiesa libera in libero Stato». Cfr. V. Manina, Orazione funebre in morte del gran cittadino il conte C. Benso di Cavour recitata in addì 9 giugno in Firenze dal prete Vittorio Manina, Stamperia Sarpiana, Firenze 1861, p. 5.
247 Nelle solenni esequie… di Asti, cit., p. 7.
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riempirsi la bocca con notevole facilità – trovasse effettiva applicazione, ci si affidava alla lungimiranza dei potenti.
Conformemente al necrologio giornalistico, il tono di mesto cordoglio che affliggeva la collettività dolente sfumava spesso nell’invito a non disperare e a confidare nel destino, già scritto, di una patria redenta. In particolare, la fede nell’Italia libera e la laboriosità indefessa del defunto ministro venivano assunti a fonte d’ispirazione per tutti i concittadini determinati a dare un contributo decisivo alla causa nazionale. Prossima a raggiungere la sua compiutezza, l’Unità quindi necessitava ancora di forze vive che perpetuassero l’opera di Cavour. In tale contesto, la presenza dei giovani alle esequie non poteva che essere interpretato come segnale di buon auspicio per le sorti del Paese, soprattutto qualora fossero stati gli stessi giovani a dare l’esempio associandosi al lutto nazionale, così come era avvenuto a Napoli, Parma, Pavia e Perugia. Un esempio eclatante della mobilitazione giovanile si può cogliere nelle celebrazioni tenutesi a Piacenza al cospetto del locale battaglione della Speranza, degli studenti universitari e delle scolaresche cittadine di ogni ordine e grado. Dalle parole dello studente del regio liceo che, pervaso da suggestioni eroico-romantiche, diede pubblica lettura dell’appello rivolto ai suoi coetanei emerse l’ardore di una generazione ispirata ai principii incarnati dallo statista:
Nissuna mente fu più vasta della sua, nissuno ebbe anima più libera, e leale di lui. Sia il nostro cuore un tempio al culto delle sue virtù, nella nostra mente siano eternamente scolpiti gli insegnamenti suoi. […] Gli Spiriti Eletti si compiacciono di un […] culto nobilissimo, e imperituro, e dall’alto delle sfere guardano con amore, ed aïtano gli uomini, che li seguono nelle vie da loro segnate. Sì, o condiscepoli, la miglior prova di affetto, e di reverenza che possiam dare a Cavour si è quella di incarnare gli alti concetti della sua mente, di imitare le sue virtù, di mantenerci concordi, perseveranti, pronti a nuovi sacrifizi, di seguire in somma quel cammino di luce, che lasciò dopo di sé nel mondo questo splendidissimo sole d’Italia. Quando gli esempi del grand’uomo saran stati a noi insegnamento, e sprone al morale, e civile avanzamento, solo allora potrem dire di averlo degnamente onorato(248).
Sulla scia di queste considerazioni e a conclusione della panoramica proposta, occorre infine citare una commemorazione particolare, tenutasi il 27 giugno 1861. Si trattò del primo pellegrinaggio alla tomba di Santena, organizzato dal corpo docenti di una scuola ginnasiale di Alessandria(249). Recatisi nel piccolo paese alle porte di Torino per rendere omaggio alla salma del ministro, insegnanti e allievi tradussero in realtà l’invito che il mondo della stampa rivolgeva con grande (e retorica) insistenza all’opinione pubblica, incoraggiata a versare lacrime di cordoglio e di ammirazione sul sepolcro del ministro. Protagonista indiscusso della giornata fu il professore Carlo A-Valle, erudito, pubblicista, fondatore del giornale satirico «Il Fischietto» che impartì ai presenti una lezione di storia. Tripudio di tutte le metafore consentite dall’arte retorica, denso di reminiscenze classiche, il discorso commemorativo toccò i vertici del patriottismo più sfrenato con il ritratto estremamente idealizzato di Cavour, nel quale confluivano le migliori qualità
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248 Funerali al conte… in Piacenza, cit., [pp. 5-6].
249 C. A-Valle, Parole dette a Santena dal professore Carlo A-Valle in occasione del pellegrinaggio alla tomba del conte di Cavour fatto dalla scolaresca e dal corpo insegnante di Alessandria addì 17 giugno 1861, Tipografia di Luigi Pagnoni, Alessandria 1861; in merito al personaggio, cfr. M. L. Scauso, A-Valle, Carlo, in DBI IV (1962); relativamente all’evento del pellegrinaggio, cfr. Da Alessandria a Santena, «L’Opinione», 6 luglio 1861.
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e le più alte doti menzionate in precedenza. Ciò che preme rilevare è però l’esortazione che A-Valle indirizzava al pubblico di giovani scolari i quali, raccoltisi attorno al professore, partecipavano a un rituale dal significato profondo. Letto a posteriori, l’appello sembrava anticipare le celebri pagine di Edmondo De Amicis:
La mente ed il cuore del conte di Cavour, o Giovinetti, son doni di cui non è largo Iddio quaggiù: perché la potenza di Dio ama rivelarsi ai popoli negli istanti solenni e in mille forme. Ma qualunque siano e la mente e il cuore che Iddio vi diede, vi ricordi, o Giovinetti, che, come il conte di Cavour, voi dovete consacrarli alla patria: a questa patria, ch’egli c’insegnò come si ami veracemente(250)
La sacralità del luogo unita alla solennità delle circostanze fornivano gli strumenti per un rito di pedagogia patriottica ancora in via di definizione ma che, nelle intenzioni dei contemporanei, si proponeva come atto fondativo di una memoria pubblica. Nel pellegrinaggio a Santena il culto «eroico» cavouriano aveva trovato una sua estrinsecazione pubblica in grado di coinvolgere attivamente i cittadini. Tuttavia, solamente gli anni a venire avrebbero consentito di valutare l’effettivo successo e il grado di popolarità riscosso da un simile fenomeno, di cui, già in quei giorni, ci si augurava la riproposizione.
1.4 Il «cavourismo» degli eredi. I generali di Alessandro al governo
La ricerca dell’erede fu di breve durata. Dalla rosa di nomi che circolarono nelle ore successive alla morte uscì presto vincitore il personaggio che gran parte del mondo politico attendeva. Non fu – come alcuni osservatori auspicavano(251) – Costantino Nigra, il quale, legato essenzialmente alla carriera diplomatica, in quei giorni non stava dando prova convincente delle sue capacità nel Mezzogiorno; né Minghetti, distanziatosi dalle idee cavouriane a causa delle sue proposte in materia di autonomie regionali; non fu nemmeno Farini, «il duca di Modena» decisamente troppo autoritario, poco incline a concertare le voci plurali di un governo e già avviato al declino psico-fisico(252). Il successore alla presidenza del Consiglio fu il toscano Bettino Ricasoli, il «barone di ferro», esponente della cosiddetta Consorteria, la roccaforte parlamentare della Destra non piemontese. Consigliato in tale direzione dai ministri, il sovrano effettuò una scelta naturale affidando l’incarico all’uomo ritenuto a buon diritto l’esponente della
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250 C. A-Valle, Parole dette a Santena, cit., pp. 14-15.
251 Della nomina di Nigra a un incarico governativo era convinto sostenitore l’anonimo compilatore di un opuscolo pubblicato il 9 giugno 1861, nel quale si proponeva anche, più realisticamente, Ricasoli alla presidenza e il diplomatico agli Esteri. Cfr. Anonimo, È morto Cavour!.
252 Sul ruolo di Nigra come segretario del principe di Carignano, cfr. A. Scirocco, Nigra: la luogotenenza a Napoli, in U. Levra (a cura di), L’opera politica di Costantino Nigra, Il Mulino, Bologna 2008, pp. 153-169; N. Del Bianco, Marco Minghetti. La difficile unità italiana: da Cavour a Crispi, FrancoAngeli, Milano 2008 e A. Berselli, Marco Minghetti ministro di Cavour, in «Strenna Storica Bolognese» V (1955), pp. 35-41; su Farini «duca di Modena», cfr. la voce N. Raponi, Farini, Luigi Carlo, in DBI XLV (1995); A. Moscato, I ministri del Piemonte dopo Novara (1849-1860), Edizione del Comitato napoletano, Salerno 1952, pp. 271-294; cfr. anche il profilo tratteggiato da Walter Maturi in Id., Interpretazioni del Risorgimento, cit., pp. 221-224. Relativamente alle probabilità di successo di questi personaggi, cfr., tra i vari contributi, Chi deve succedere?, «Gazzetta del Popolo», 8 giugno 1861.
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maggioranza con più seguito dopo Cavour(253). Per i moderati l’aver scongiurato un’iniziativa regia fu un primo successo. Con la nomina di Ricasoli, infatti, si evitò che Vittorio Emanuele II mettesse in atto la sua personale politica «di corte» favorendo il ritorno al potere di Rattazzi, uomo del re. L’eredità del conte sarebbe stata raccolta da una figura che, sul piano formale, sembrava possedere la tempra necessaria a sostenere il peso della responsabilità. Aristocratico sostenitore dello Stato laico, imprenditore agricolo, ex giornalista, promotore del governo costituzionale nel Granducato e fautore dell’annessione della Toscana al nascente regno unitario, Ricasoli presentava alcune similitudini significative con il suo predecessore(254). Benché non particolarmente partecipe al dibattito parlamentare, dal quale sembrò astenersi in un primo momento, il barone si era inserito gradualmente nell’agone politico della Camera prendendo la parola in occasione dei dibattiti più recenti. In particolare, si era distinto per l’appoggio dato al presidente del Consiglio in merito allo scioglimento dell’esercito meridionale, riavvicinandosi a Cavour dopo una fase di rapporti altalenanti(255). Nella percezione comune, ignara delle dinamiche interne al partito, il barone appariva dunque come un cavouriano («Ricasoli fu il Cavour della Toscana», si ricordava in Piemonte(256)). Del resto, l’opzione di un governo presieduto dal signore di Brolio si era presentata già nel marzo 1861 dopo le dimissioni di Cavour, quando Ricasoli, contattato dal re, aveva opposto il suo rifiuto. Nel giugno 1861 non si presentarono grandi alternative. Anch’egli indisposto per un malanno occorso a inizio mese, la mattina del 6 giugno Ricasoli aveva ricevuto la notizia della morte e, a seguire, la convocazione da parte del sovrano, eventi che gli causarono un peggioramento istantaneo di salute(257). Rimessosi, il barone accettò l’incarico e, evitando una crisi ministeriale, si pronunciò a favore del governo, previo qualche opportuno cambiamento. Sottoposta una lista rivisitata dei ministri, il nuovo presidente del Consiglio entrò ufficialmente in carica il 12 giugno, riservando per sé anche il portafogli agli Esteri. Quest’ultima scelta, che si poneva in continuità con la gestione congiunta dei ministeri-chiave da parte di Cavour, sottolineava il particolare rilievo attribuito dal barone alla questione internazionale in quel frangente assai delicato per le sorti del Paese. Destinato a rallentare il suo slancio a causa delle pastoie parlamentari e a scontrarsi con l’ingombrante attività del sovrano, il governo Ricasoli presentava fin dal principio elementi che denotavano un forte protagonismo da parte del
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253 C. Satto, «Un leone alla catena corta». Bettino Ricasoli politico nell’Italia unita (1861-1880), Le Monnier, Firenze 2019, pp. 15-49.
254 Per quanto riguarda i rapporti tra Ricasoli e il Piemonte sabaudo in epoca preunitaria, cfr. S. Montaldo, Umori italiani, in W. Barberis (a cura di), 1860-1861. Torino Italia Europa, Archivio Storico della Città di Torino, Torino 2010, pp. 169-170; per quanto riguarda le «vite parallele» di Cavour e Ricasoli, cfr. anche la prefazione di M. Tabarrini – A. Gotti (a cura di), Lettere e documenti del barone Bettino Ricasoli, vol. 5, 22 marzo 1860-12 giugno 1861, Le Monnier, Firenze 1898, pp. VIII-LXIII.
255 Cavour, che riconosceva la tempra e il carattere di Ricasoli, mal tollerava il toscano fin dai tempi dell’annessione del ’59. A Massari il conte disse infatti nel febbraio 1860 «è chiaro che lui ed io non possiamo andare assieme. Se fossimo ministri insieme in capo di mezz’ora ci tireremmo i calamai sul viso». Cfr. G. Massari, Diario delle cento voci, 1858-1860, Cappelli, Bologna 1959, p. 498; simili considerazioni anche alle pp. 506 e 508.
256 Ricasoli, «Gazzetta del Popolo», 15 giugno 1861; il barone aveva compreso presto le conseguenze della morte eventuale di Cavour. Il 1° giugno scriveva infatti al fratello Vincenzo: «siamo in qualche pena per la salute del Conte di Cavour, che per una infiammazione intestinale ha già avuto cinque salassi. Puoi capire che io sono tra i primi a desiderargli la salute», M. Tabarrini – A. Gotti (a cura di), Lettere e documenti del barone Bettino Ricasoli, vol. V, cit., lettera di Bettino Ricasoli a Vincenzo Ricasoli, 1° giugno 1861, p. 432.
257 Cfr. Ultime notizie, «Gazzetta di Torino», 8 giugno 1861.
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presidente, della cui poca flessibilità si era piuttosto certi(258). Sul fronte rivoluzionario la nomina del barone venne accolta con compiacimento: secondo Mazzini, infatti, Ricasoli non avrebbe mai goduto della popolarità del suo predecessore e, pertanto, la sua caduta sarebbe giunta a breve(259).
Il nuovo presidente del Consiglio comparve alla Camera il 12 giugno per enunciare il suo programma. Dagli scranni e dalle tribune si guardava con curiosità al seggio dove, fino a pochi giorni prima, si era seduta la figura familiare del conte Cavour. Ben altra impressione suscitò l’allampanato toscano dal volto scavato, rigido nel portamento, un po’ altezzoso e anacronistico per l’aurea di nobiltà medievale che lo circondava. Diverso dal suo predecessore nell’aspetto e nell’atteggiamento ma simile per l’impegno politico alla causa dell’Italia unita, Ricasoli dimostrò di avere idee chiare in merito alla linea da seguire. Il discorso, breve ma denso, esplicitò i punti salienti. Dichiarando immortale l’esempio dato dall’illustre predecessore («no, signori, il vasto concetto di quel grand’uomo di Stato non periva con lui; quand’egli scendeva nella tomba, quel concetto era già fatto anima e vita di un’intera nazione»), il presidente affermò la necessità del riconoscimento internazionale da parte delle grandi Potenze, proclamò la prossima contrazione di un prestito per le opere pubbliche e per l’esercito, la riforma amministrativa e l’unificazione a vari livelli del settore pubblico, l’ipotetico assestamento delle finanze e ribadì la ferma volontà di mantenere l’ordine «non come negazione di libertà, ma come garanzia, come condizione e conciliazione di tutte le libertà»(260). Il programma sembrò rispondere alle aspettative del Paese che, del resto, confidava nell’azione congiunta di un gruppo e non nelle doti straordinarie di un singolo(261). Una sintesi tale di capacità ed energie quale era stato Cavour non era più replicabile e il «barone di ferro», forte del suo passato e della sua apparente dirittura morale, sembrava poter guidare l’azione comune dei ministri(262).
Effetto congiunto della morte di Cavour e della continuità rappresentata dal nuovo governo, il primo risultato del ministero giunse il 15 giugno con il riconoscimento del regno da parte della Francia(263). Ritenuto conseguenza diretta delle fatiche del defunto presidente del Consiglio, l’atto formale sembrava incoraggiare gli eredi a proseguire sulla via tracciata e induceva ad attendere simili dichiarazioni dalle altre potenze
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258 A. Aquarone, La visione dello Stato, in G. Spadolini (a cura di), Ricasoli e il suo tempo. Atti del Convegno internazionale di studi ricasoliani. Firenze, 26-28 settembre 1980, Olschki, Firenze 1981, pp. 31-102.
259 G. Mazzini, Epistolario, vol. XLII, cit., «Cavour è morto: Ricasoli sottentrato non è migliore; se non che è meno popolare, e riescirà [sic] più facile rovesciarlo, se si ostinerà nella via del predecessore», lettera di Giuseppe Mazzini ad Andrea Giannelli, 20 giugno 1861, p. 248; «la situation est moins changée qu’on ne croit par la morte de Cavour. Le système Ricasoli est encore plus hostile à la libertè, par tempérament, que Cavour. […] Il n’aime pas la France. C’est là tout. Il n’a pas son prestige», lettera di Giuseppe Mazzini a Karl Blind, 27 giugno 1861, p. 272; simili considerazioni nelle lettere a Jessie White Mario (7 giugno 1861, p. 210) e a Emilia A. Venturi (8 giugno 1861, p. 214).
260 AP, Camera dei Deputati, VIII legislatura, Discussioni, tornata del 12 giugno, pp. 1296-1297.
261 Il fatto era rilevato con lucidità dalla stampa più obiettiva: «Qui sta il terribile, che quel vuoto è sì immenso che si dispera di poterlo compiere con una sola individualità, e si va tentando con forze collettive di completare, per quanto possibile, la perdita». Cfr. Coraggio, «Gazzetta del Popolo», 11 giugno 1861.
262 L’esigenza del momento era ben stigmatizzata dai giornali moderati: «Perduto l’uomo illustre che aveva una preminenza morale da niuno contestata, il ministero, per far il bene, ha duopo [sic] di essere unito e forte. Egli dev’essere omogeneo per esser compatto e compatto per essere forte». Cfr. Il ministero, «L’Opinione», 10 giugno 1861.
263 Il riconoscimento avvenne nonostante la scarsa simpatia dell’imperatore nei confronti di Ricasoli, reo di aver contrastato i piani francesi di un regno napoleonico del Centro Italia dopo la guerra del ’59. R. Mori, La questione romana. 1861-1865, Le Monnier, Firenze 1963, p. 4-5.
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europee. Al successo diplomatico seguì la discussione alla Camera sul prestito di 500 milioni di lire, articolatosi negli ultimi giorni di giugno. Fu in quell’occasione che il Parlamento si trovò a confrontarsi direttamente con l’eredità ingombrante di Cavour e a rilevarne le implicazioni. Lo stimolo a interrogarsi sulla portata di un decennio di attività cavouriana provenne dai banchi dell’opposizione. Durante la tornata del 26 giugno, infatti, si alzò la voce di Giuseppe Ferrari che stigmatizzò la presenza di quel «sistema» già additato dall’opposizione, costruito su basi non così solide(264). Si voleva respingere il sistema in sé – precisava il deputato – e non attaccare la memoria di Cavour, per il quale si continuava a pronunciare parole di stima ed elogio, espressione del riconoscimento universale nei suoi confronti:
Oh! Non crediate che sia per profanare la santità di un feretro; il conte di Cavour in oggi è superiore ad ogni critica; colla morte egli si è reso inaccessibile ad ogni sconfitta; nessuno sfronderà gli allori suoi, consacrati dalla morte ; inchiniamoci tutti dinanzi alla tomba, sulla quale piangono e popoli, e re, e imperatori, e l'ingegno suo, involato eternamente alle passioni delle parti, altro non lascia che la rimembranza della magica sicurezza con cui prontissimo afferrava ogni questione, e dominava il complicatissimo labirinto degli equivoci italiani. Chi non ammira quell'insigne Italiano, quel coraggio senza spada, che trionfava dei generali e dei tribuni, e sembrava quasi egualmente signoreggiare le falangi rivoluzionarie di Garibaldi nel Mezzodì e quelle regolari della Francia nel Nord? (Bravo!) No; voi non sentirete da me in questo recinto una parola contraria al conte di Cavour, che ha compito l'opera sua, che ci ha vinti, e la cui morte nella vittoria può essere augurata ai migliori dei nostri amici (Bravissimo! Bene! Applausi)(265).
Piuttosto – continuava Ferrari – ci si interrogava sull’efficienza del sistema, sulle sue possibilità di durata, sulle concrete possibilità di dare un seguito al progetto concepito da una mente vasta che, però, era venuta meno proprio al momento decisivo. A Cavour era spettata la gloria al culmine del successo personale, ai suoi eredi si presentava la sfida del consolidamento. Con sfoggio di retorica si evocava l’impero di Alessandro Magno che, affidato ai suoi generali, si era avviato rapidamente al declino. Il paragone lasciava presagire un fronte moderato in disfacimento, prossimo a soccombere alle divisioni interne, costretto a confrontarsi con un precedente talmente eccezionale da non permettere che pallide imitazioni. Agli eredi restava il compito ingrato:
Qualunque cosa che voi ora facciate, andate a Roma, penetrate a Venezia, sarà il conte Di Cavour che vi avrà condotti, preceduti, consigliati, illuminati; e qualunque calamità emerga, egli sarà sempre morto e sempre immortale come Alessandro. Ma a voi, signori generali di Alessandro (Si ride), a voi, eredi suoi fortunati, già si chiedono i conti dell'ingente conquista. Sentite? In Tebe, in Atene, dalla Macedonia vi domandano a che hanno profittato le imprese dell'eroe. Erano esse inspirate divinamente? potevano durare? non chiedevano esse un altro assetto? Da Milano, da Firenze, da Napoli, da Palermo non udite le mille voci che vi chiedono i conti? E che rispondete voi? Voi chiedete denari(266).
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264 In merito al personaggio, si veda il profilo F. Della Peruta, Ferrari, Giuseppe, in DBI XLVI (1996); cfr. anche W. Maturi, Interpretazioni del Risorgimento, cit., pp. 259-278.
265 AP, Camera dei Deputati, VIII legislatura, Discussioni, tornata del 26 giugno 1861, pp. 1556-1557.
266 Ivi, p. 1557
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L’immagine efficace di Ferrari colpiva nel segno traducendo la percezione diffusa tra i contemporanei. Il commento non incontrava però la condivisione del gabinetto che, rispondendo per bocca del ministro dell’Istruzione De Sanctis, rivendicava il valore di quanto era stato fatto negli anni recenti dal partito moderato. Nella lettura fornita da De Sanctis, infatti, il sistema dipinto dalle opposizioni era la manifestazione della volontà del popolo piemontese, i cui risultati erano visibili a tutti. La politica del presente era la politica di Cavour, la cui presunta “eternità” avrebbe evitato il ripetersi dell’impero ellenistico in decadenza perché fondato non sulla materialità delle contingenze, bensì sullo spirito di una nazione. Per il ministro, dunque, dietro Cavour e il suo partito si celava il popolo:
Signori, un grand'uomo non muore mai tutto; egli lascia alcun che d'immortale, l'anima; e per questo intendo il pensiero, la volontà sua, i suoi libri, tutto insomma ciò che opera sulla generazione contemporanea, tutto ciò che lascia profonda impressione in coloro che appartengono alla sua politica. Questo è ciò ch'io chiamo l'immortalità del grand'uomo, non nell'altro mondo solo, ma anche in questo mondo. Alessandro è morto, ma non è morto intiero, lasciò dietro di lui una traccia luminosa, lasciò la civiltà greca, lasciò la civiltà diffusa fra l'umanità; Alessandro è rimasto una figura animata e radiante, essenzialmente umanitaria. Le conquiste materiali d'Alessandro sparvero, rimasero le idee ch'egli lasciò nelle sue conquiste. E perché sparvero le sue conquiste materiali? Perché morendo egli lasciò dei generali, non lasciò un popolo. (Bene!) Il conte Di Cavour è morto, signori, ma a lui sopravvive un gran popolo, informato del suo spirito e del suo pensiero, e che innanzi alla coscienza d'Europa, col suo senno e con la sua energia apparisce già meritevole di quella libertà cui aspira; ed ha lasciato nella Camera, che cosa, signori? Un'estrema destra annullata, un'estrema sinistra contenuta, ed una grande maggioranza che rappresenta il paese, e che lo condurrà a buon fine(267).
La risposta ispirata del ministro, una difesa aperta della compagine ministeriale che pretendeva di perpetuare l’opera politica di Cavour, chiuse apparentemente la discussione del giorno. Applaudito da gran parte dell’aula e dalle tribune, De Sanctis venne salutato con entusiasmo dai rappresentanti della maggioranza. Tuttavia, alla riapertura del dibattito sul prestito il successivo 28 giugno, l’attenzione sul tema venne riportata dall’intervento di Petruccelli della Gattina, portavoce della Sinistra. Il deputato lucano, che, vista l’energia con cui De Sanctis aveva preso la parola, si diceva illuso di aver visto per un momento lo spirito di Cavour impossessarsi nuovamente di quello scranno, non riconosceva la presenza di un «sistema» ereditato dal governo. Ammettendo la grandezza dell’ex presidente del Consiglio, il lungo discorso rilevò l’eccezionalità di Cavour, così eccezionale da risultare una figura a sé stante, attorno cui si percepiva ormai unicamente il vuoto. Impossibile pensare a un governo che completasse l’opera incompiuta, Petruccelli era perentorio: «il conte di Cavour non si continua, non si completa». Per il deputato, il presunto sistema si prestava a diventare uno strumento di difesa da parte del gabinetto, il quale poteva trincerarsi dietro il nome del conte per giustificare ogni azione compiuta, dissimulando le proprie responsabilità e facendo appello ai precedenti del passato. Si voleva quindi richiamare il ministero ad assumere una fisionomia propria e a prendere consapevolezza della base reale su cui si fondava la legittimità del Paese ovvero sulla natura rivoluzionaria dell’Italia, nata in aperta provocazione all’Europa dei trattati. Petruccelli insisteva quindi sulla transitorietà
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267 Ivi, pp. 1561-1562.
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della maggioranza a sostegno del governo, affermando che i numeri della Camera avevano un valore relativo poiché la vera linfa della nazione era un’altra, era la forza degli «elementi attivi, vivi, agitati, semoventi» del Paese. Promossa l’iniziativa popolare del moto unitario a scapito dell’attendismo dei moderati, si riconosceva come unico merito del partito di governo l’aver «legalizzato» l’opera della rivoluzione, presentandola all’estero come un «fatto d’ordine». Attaccati i presunti eredi di Cavour, Petruccelli concluse dichiarandosi comunque favorevole al prestito da 500 milioni che il deputato voleva votare non per compiacenza nei confronti del governo, bensì per sostenere l’Italia degli italiani(268).
La seduta, terminata senza contradditorio, aveva visto uscire vincitrice l’opposizione. La risposta alle questioni sollevate da Petruccelli veniva però riservata ai collaboratori stretti del gabinetto. A riaccendere il dibattito fu Giuseppe La Farina, noto cavouriano, che difese senza remore l’attività del governo e tutto ciò che questo rappresentava. Il siciliano, indicato nello Statuto Albertino il vero sistema perno della nazione, invitò a prendere atto del concetto politico incarnato dal conte, l’unità d’Italia che da tempi remoti veniva additata come meta ultima del Paese. Incarnata da due anime diverse in lotta tra loro, quella della «democrazia» di Cola di Rienzo e quella del «principato» di Arduino, l’unità aveva trovato realizzazione grazie alla fusione delle forze apparentemente opposte, raccolte e indirizzate dal governo di Cavour verso il successo. La «conciliazione» era dunque il principio supremo a cui si era ispirato l’ex presidente del Consiglio e a cui si richiamava l’attuale governo, la «conciliazione senza debolezza» che intendeva radunare le energie migliori del Paese. Secondo La Farina, occorreva invece rimproverare alla minoranza l’atteggiamento critico nei confronti delle iniziative di Cavour dimostrato dai tempi di Plombières in poi. Riprendendo le parole di Petruccelli, l’oratore concordava in merito al ruolo fondamentale e lodevole delle forze vive dell’Italia – definizione che pareva scolorire in un’immagine vuota – ma non perdeva l’occasione per ricordare agli avversari politici la mancanza di collaborazione manifestata durante gli anni di più intensa attività patriottica. La difesa di Cavour diventava quindi la difesa del nuovo governo, composto da patrioti che avevano dato il proprio contributo alla causa:
se non avete cooperato, almeno nella prima parte del nostro risorgimento (che fu quella che decise dell’avviamento delle sorti italiane) io credo che un po’ di modestia non istarebbe male. L'Italia si è fatta da sé. Sì, o signori, l'Italia si è fatta da sé; ma converrete meco che ci ha contribuito anche un poco a fare l'Italia il conte di Cavour, che ci ha contribuito alcun poco a fare l'Italia nell'Emilia il nostro collega Farini, nella Toscana il presidente dei ministri l'onorevole Ricasoli; io credo che ci converrete che qualche poco ci hanno contribuito a fare l'Italia il generale La Marmora, il generale Fanti, il generale Cialdini, e Persano, e Garibaldi. (Movimenti a sinistra) Io credo che converrete che tutti questi uomini ci hanno contribuito qualche poco a fare l'Italia; e che, se l'Italia si è fatta da sé, si è fatta colle forze proprie, si è fatta col sentimento proprio, si è pur fatta colla cooperazione de’ grandi patrioti che vi ho nominati(269).
Avviatosi a concludere il panegirico, La Farina si appropriava del lessico della Sinistra attribuendo quindi al partito moderato di Cavour la vera rivoluzione, «la più grande rivoluzione» compiuta contro le dinastie, contro i confini territoriali, contro le due
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268 Ivi, tornata del 28 giugno 1861, pp. 1613-1616.
269 Ivi, tornata del 29 giugno 1861, pp. 1657.
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istituzioni più «terribili», l’Impero e la Chiesa, motivo per cui ad Atene, Varsavia e Pest si piangeva ancora in quei giorni la morte dell’ex presidente del Consiglio(270).
In coda all’intervento, un’ultima parola sulla questione venne spesa infine da colui che aveva dato avvio al dibattito, Giuseppe Ferrari, probabilmente intenzionato a riconciliare gli animi. Ferrari, scusatosi qualora il paragone ai generali d’Alessandro avesse urtato eccessivamente il ministero, ribadì l’apprezzamento per Cavour che, inserito insieme a Mazzini e Garibaldi nella «trinità» della riscossa italiana, ne diveniva il vertice. Anticipando i tempi della visione conciliatorista accettata più diffusamente a partire dagli anni Ottanta, l’immagine accostava i protagonisti del Risorgimento inserendoli in un unico fascio di forze.
Come si evince dalle parole e dai toni impiegati in sede parlamentare, a distanza di venti giorni dalla scomparsa di Cavour il governo si trovava costretto a sostenere il peso delle aspettative e ad agire spesso in posizione difensiva, rivendicando il ruolo dei suoi componenti durante i ministeri passati. Sul nascere del primo gabinetto post-cavouriano prese avvio dunque un atteggiamento destinato a riproporsi negli anni successivi da parte degli ex collaboratori del conte, costretti a misurarsi continuamente con l’ombra dello statista e a reggere il confronto con la sua decennale azione ministeriale, i suoi successi, la sua statura politica riconosciuta universalmente. Consapevoli loro malgrado della condizione di «generali» dai quali si attendeva il traghettamento dell’Italia verso l’unificazione reale e concreta, i membri della Destra si accingevano ad assolvere il loro compito, dichiarandosi determinati ad agire in piena continuità con chi li aveva preceduti, assunto a vessillo – ma anche scudo – della loro azione.
1.5 Il cordoglio all’estero
Nei primi giorni di giugno, quando le voci relative alla malattia di Cavour si erano fatte più insistenti, il ministero degli Esteri aveva ricevuto richieste di aggiornamento in merito alla salute del presidente del Consiglio(271). Come noto, la diplomazia europea guardava con interesse e preoccupazione alle vicende italiane, animate da movimenti che minacciavano continuamente la stabilità del quadro internazionale; ed era opinione comune che fosse Cavour a tenere le redini della situazione nonché l’unico che avesse le capacità per farlo. A seconda delle declinazioni e dei punti di vista, Cavour in vita era stato interpretato come difensore di tutte le libertà del mondo moderno, baluardo del liberalismo “sano” contro la rivoluzione, fine esperto di diplomazia, astuto calcolatore, espressione del blocco conservatore, spregiudicato anti-clericale, oppressore delle rivoluzioni. Sfaccettato all’estero così come appariva in Italia, il conte era senza dubbio tra le personalità più in vista della politica europea; a partire dal Congresso del 1856, la sua fama era cresciuta notevolmente. In quanto ministro degli Esteri per lungo tempo – quasi interrottamente dal 1855 al 1861 – Cavour aveva gestito in prima persona i rapporti tra il regno di Sardegna e le potenze europee, divenendo l’interlocutore privilegiato dei messi diplomatici stranieri e assumendo progressivamente le vesti del rappresentante degli interessi italiani ben prima che il Paese divenisse una realtà statuale unificata(272). Con la creazione del regno d’Italia Cavour aveva mantenuto il portafoglio
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270 Ivi, pp. 1659-1660.
271 Documenti Diplomatici Italiani, Prima serie (1861-1870), vol. I, doc. 121, telegramma di Ottaviano Vimercati a Camillo Cavour, 5 giugno 1861.
272 Cfr. i saggi contenuti in U. Levra, Cavour, l’Italia e l’Europa, cit.
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deli Esteri ed era divenuto a tutti gli effetti il legittimo garante della nazione. Per molti, il conte era stato «iniziatore» e «creatore» della politica estera italiana(273).
Al momento della morte, le questioni all’ordine del giorno in campo diplomatico erano molte: prima tra tutte, si attendeva con apprensione il riconoscimento del regno da parte della comunità internazionale che stentava a concedere il proprio appoggio a una nazione di ventidue milioni di abitanti nata in seguito alla violazione dei trattati europei e in spregio al pontefice. Con l’eccezione della Gran Bretagna, della Svizzera e degli Stati Uniti, le grandi potenze temporeggiavano. I dubbi relativi all’effettiva riuscita dell’unificazione e alla tenuta sul medio-lungo periodo della compagine statuale sorta nell’arco di tre anni erano consistenti e diffusi(274). A ciò si legavano strettamente il conflitto in atto con lo Stato pontificio e le sue ricadute su diversi piani della politica italiana, interna ed estera. Nel clima di tensione di quei giorni, la presenza stabile di Cavour era una delle poche certezze che accomunava sostenitori e oppositori del governo. La brillante seppure a tratti controversa gestione degli affari esteri da parte dello statista piemontese era chiamata a ricevere le conferme definitive.
Accaduto l’imprevedibile, la morte del conte fu un’occasione per valutare il grado di simpatia suscitato all’esterno dall’Italia unita, ritenuta dal mondo moderato un’emanazione della monarchia sabauda e del suo primo ministro. La risposta e la partecipazione immediate della comunità politica internazionale al lutto avrebbero presto dimostrato, se non un’approvazione convinta dell’opera compiuta da Cavour, quantomeno un esplicito omaggio alle qualità dell’uomo di Stato.
Francia
Il mancato riconoscimento del Secondo Impero, alleato formale del giovane regno, suscitava particolari perplessità. Questo specifico versante della questione aveva assorbito le energie di Cavour durante gli ultimi giorni di vita. Consapevole della gravità delle condizioni, la Parigi politica e finanziaria aveva atteso con ansia aggiornamenti sullo stato di salute: il 5 giugno, le banche ricevevano per telegrafo un aggiornamento ogni ora; l’imperatore ogni mezz’ora(275). A nulla sarebbe valso l’invio ormai tardivo a Torino del medico personale di Napoleone III, il dottor Conneau. Non a caso, la mattina del 6 giugno il primo a essere informato della scomparsa di Cavour era stato Ottaviano Vimercati, agente diplomatico e addetto militare all’ambasciata italiana a Parigi. All’inviato lombardo Minghetti comunicò la notizia descrivendo laconicamente gli eventi che avevano portato alla morte del conte e pregò l’emissario di rassicurare l’alleato francese circa la continuità della politica estera italiana che, presumibilmente, sarebbe stata affidata a Ricasoli(276). Da Parigi si restituiva la viva sensazione suscitata tra i ministri napoleonici e l’atteggiamento accomodante dell’imperatore nei confronti della nazione e di re Vittorio Emanuele(277).
L’evento sollevò una vasta eco nel paese. Da tempo Cavour, legato alla Francia in virtù dei numerosi viaggi di formazione compiuti in gioventù e delle relazioni sempre
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273 «Gazzetta di Torino», 8 giugno 1861.
274 Cfr. F. Chabod, Storia della politica estera italiana, cit.; G. Mammarella – P. Cacace, La politica estera dell’Italia. Dallo Stato unitario ai giorni nostri, Laterza, Roma-Bari 2006, pp. 3-5; L. Saiu, La politica estera italiana, cit., pp. 4-5.
275 Così riferiva la «Gazette de Lausanne», 8 giugno 1861, Nouvelles Étrangères.
276 DDI, Prima serie, vol. I, cit., doc. 122, telegramma di Marco Minghetti a Ottaviano Vimercati, 6 giugno 1861.
277 Ivi, doc. 126, telegramma di Ottaviano Vimercati a Marco Minghetti, 6 giugno 1861.
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più strette tra Torino e Parigi(278), aveva tentato di accattivarsi le simpatie dei vicini d’Oltralpe per mezzo dei suoi agenti diplomatici. In particolare, l’opera di persuasione degli organi a stampa era stata portata avanti con alterni successi dal marchese Emanuele Pes di Villamarina, sostituito poi dal più abile Costantino Nigra, e da Emanuele Marliani(279). Con il passare degli anni, Cavour aveva progressivamente occupato maggiore rilievo sulle colonne dei giornali francesi, soprattutto in relazione al peso proporzionale conferito da Napoleone III alla questione italiana e al suo tentativo di risoluzione(280). Pertanto, come ha rilevato Angelo Morabito nei suoi studi, le reazioni dell’opinione pubblica al momento della morte rispecchiarono la divisione degli ambienti politici(281). Morto Cavour, il giudizio si prestò a una nuova presa in esame della politica imperiale. Convinto della necessità di conferire massimo rilievo possibile all’evento nel tentativo di assicurare un sostegno morale e pratico all’Italia, Vimercati aveva incentivato grandi manifestazioni di simpatia presso redattori e direttori di giornali, in molti casi ben disposti. I risultati auspicati non tardarono a venire(282).
Commossa da una tale perdita, la schiera orleanista si profuse in elogi e celebrazioni. I sostenitori della Monarchia di Luglio, alla quale il giovane Cavour aveva guardato con molto interesse e simpatia, vedevano nel piemontese l’eroe del liberalismo di matrice francese, l’incarnazione dell’Italia matura. Sicuro della stabilità della sua opera, «Le Journal des Débats» esaltava la vita di un grande liberale in grado di istruire il suo popolo a raggiungere la meta; la «Revue des deux Mondes» celebrava il progresso rappresentato da Cavour, primo ministro di un regno costituzionale, degno esecutore dei principii propri del modello orleanista. Le stoccate a Napoleone III, allontanatosi da quei principii, erano implicite. Un’ulteriore presa di posizione da parte dei liberali francesi fu la sottoscrizione lanciata dal «Journal des Dèbats» su invito di Benjamin Delessert per finanziare il monumento voluto dal comune di Torino(283).
Sul fronte cattolico e conservatore non vi fu spazio per gli elogi. Avversato dai clericali a causa dello scontro con Pio IX, della mutilazione dello Stato pontificio nonché dello spargimento di sangue in cui era stata coinvolta la Francia con la seconda guerra d’indipendenza, i giudizi su Cavour furono severi. Inoltre, sulla reputazione del piemontese pesava il recente attacco di Charles de Montalembert, il quale rivendicando la paternità della formula Libera Chiesa in libero Stato accusava Cavour di averne dato un’interpretazione distorta e proposto un’applicazione contraria ai principii del
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278 Per quanto concerne i viaggi in Francia e Inghilterra, avvenuti nel 1835 e tra il 1837 e il 1841, cfr. R. Romeo, Cavour e il suo tempo, vol. I, cit., pp. 451-509; pp.711 e segg.
279 G. Virlogeux, L’immagine di Cavour in Francia, in U. Levra (a cura di), Cavour, l’Italia e l’Europa, cit., pp. 202-203.
280 Relativamente all’ottima opinione di cui godeva Cavour Oltralpe, cfr. G. Pécout, I maneggi francesi, in W. Barberis (a cura di), 1860-1861, cit., pp. 197-200.
281 A. Morabito, La mémoire de Cavour, cit.; sul tema, più in generale, cfr. Id., La construction nationale italienne dans le miroir français, cit.
282 «Sono corso da vari redattori di giornali, e col mezzo di Laguérronière e di Persigny ho fatto autorizzare le più grandi manifestazioni di simpatia non solo al Conte Cavour che erano spontanee, ma anche alla causa italiana; la stampa fu unanime, meno i giornali legittimisti; la loro astensione fu rimarcata ed è bene». Lettera di Ottaviano Vimercati a Michelangelo Castelli, 10 giugno 1861, in L. Chiala (a cura di), Carteggio politico di Michelangelo Castelli, cit., p. 365; l’entusiasmo per gli omaggi dei giornali parigini confortava anche la stampa italiana, cfr. Cavour e la stampa francese, «Gazzetta di Torino», 8 giugno 1861.
283 Cavour era indicato addirittura come una «gloria dell’umanità». Cfr. Au redacteur, «Journal des Débats», 9 giugno 1861.
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cattolicesimo liberale(284). Su questa posizione di critica si inserì anche quella parte della stampa che era espressione degli ambienti più conservatori. Ritenuto persecutore della Chiesa e degli ordini monastici, creatore di uno stato illegittimo e «chimerico», il conte defunto divenne bersaglio polemico de «L’Ami de la Réligion» e de «La Gazette de France». Alla condanna totale del suo operato si affiancava tuttavia il sollievo provato dinanzi alla morte da “buon cristiano” di cui si parlava diffusamente. Anche in Francia il racconto del trapasso avvenuto nel conforto della fede assumeva i contorni della «histoire édifiante» in cui pure il personaggio più abietto si convertiva, riconoscendo i propri errori e presagendo la vittoria finale del cattolicesimo(285). A Nimes «L’Opinion du Midi» ammetteva le grandi doti possedute dal defunto, necessarie per compiere un’opera immensa la cui conclusione futura avrebbe forse giustificato la «politique immorale» impiegata dallo statista(286). La tranquillità in seno al mondo clericale non durò comunque a lungo: a rinfocolare l’astio nei confronti dello statista giunse infatti la lettera indirizzata a «Les Nationalitès» da Gustavo Cavour con cui si ribadiva l’assenza di qualsiasi ritrattazione da parte del fratello in punto di morte.
La sinistra, articolata nelle sue diverse ramificazioni, non reagì in modo compatto. Per il moderato «Le Siècle», l’omaggio a Cavour era ritenuto doveroso poiché coerente alle simpatie per la liberazione e l’autodeterminazione dei popoli. Secondo il giornale, la morte di Cavour non avrebbe arrestato il cammino degli italiani. Tutt’altro sentimento era nutrito invece dalle frange estreme che, spostando l’attenzione sulla questione sociale, consideravano l’aristocratico piemontese un mero strumento delle mire napoleoniche, un oppressore dei diritti nazionali e un nemico dei ceti subalterni(287).
A differenza delle varie culture politiche il governo di Napoleone III assumeva una posizione più neutrale288. Memori dell’atteggiamento di Cavour non sempre allineato alle direttive delle Tuileries, i bonapartisti mantenevano un certo distacco. Gli organi ufficiali dell’impero ammettevano l’importanza dell’evento per le sorti dell’Italia, sottoposta a una «èpreuve cruelle». «Le Constitutionnel» riconosceva la grande statura politica del piemontese, uomo in grado di bilanciare le forze reazionarie e anarchiche nel Paese, e lo paragonava a Casimir Perrier, primo ministro di Luigi Filippo(289). Si esprimeva in termini generali il cordoglio per la perdita, grave sì, ma non fatale per le sorti dell’Italia. Nei giorni successivi, «Le Moniteur universel» si limitava a informare in merito agli sviluppi politici in corso a Torino e ai funerali, riportando perlopiù notizie fornite dai giornali italiani(290). Complessivamente, l’area governativa non espresse giudizi sullo statista preferendo, di riflesso, rilevare il debito del popolo italiano nei confronti del Secondo impero e dei suoi principii a cui Cavour si era ispirato per dare vita alla nazione(291). La massima dominante, infatti, era «On dit que c’est un grand homme de moins mais qu’il laisse un grand peuple de plus»(292). Altri fogli, orbitanti attorno agli ambienti ufficiali, si espressero con più sentimento: per «La Patrie» la morte
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284 C. de Montalembert, Deuxième lettre a le Comte de Cavour, Jacques Lecoffre Librairie-éditeur, Paris 1861.
285 A. Morabito, La mémorie de Cavour, cit., p. 240.
286 Résumé de nouvelles, «Opinion du Midi», 9 giugno 1861.
287 «Le Siècle», 8 e 9 giugno 1861.
288 Cfr. E. Di Rienzo, Napoleone III, Salerno Editrice, Roma 2010, pp. 273-279.
289 La mort du comte de Cavour, «Le Constitutionnel», 7 giugno 1861.
290 Cfr. i bollettini pubblicati da «Le Moniteur universel» nelle date del 7, 8 e 9 giugno 1861.
291 A. Morabito, La mémoire de Cavour, cit., p. 246.
292 Cfr. «La Patrie», 8 giugno 1861; più esplicito ancora «Le Constitutionnel» del 7 giugno: «il y a aujourd’hui dans la Péninsule un grand homme de moins, il y a, gràce a Dieu, un grand peuple de plus; et ce peuple affranchi par la France, ne saurait désormais retomber dans la servitude».
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del conte, assai simile a quella di Mirabeau, era un evento di portata europea(293). «La Presse» esaltava l’eroe degli italiani, uno dei più illustri campioni della libertà; «Le Pays» ricordava l’uomo di Stato morto al culmine della gloria. Nei giorni successivi alla morte la stampa si soffermava in particolare sul racconto degli ultimi giorni di vita, riecheggiando i resoconti dei giornali italiani(294).
L’attualità del dibattito su Cavour era ben presentata dalla pamphlettistica. Soffermandosi sull’importanza del ruolo avuto dal politico piemontese nel gioco di equilibri del continente, l’autore filo-governativo di La mort de Cavour et la politique européenne effettuava una disamina dei nuovi scenari possibili(295). In questo contesto, è possibile trovare forse l’elogio più grande reso allo statista piemontese nell’opuscolo anonimo Cavour jugé par trois hommes d’État, probabile opera di un moderato francese(296). Immaginando il dialogo tra un anziano legittimista, un avvocato savoiardo e un giornalista, l’autore inscenava il confronto fra tre interpretazioni differenti del personaggio. Alla lettura totalmente negativa del primo, certo del crollo imminente di quell’Italia costruita da un uomo che non aveva nulla d’italiano, e all’opinione disincantata che ne dava il secondo, critico nei confronti della scaltrezza opportunista del defunto, si opponeva il giudizio dell’ultimo. Per il giornalista, Cavour era stato un uomo straordinariamente dotato che, tenendo testa alla stampa delle opposizioni, sopportando le antipatie del re, resistendo alla popolarità di Garibaldi aveva dimostrato una forza di volontà inaudita. Considerato il contesto in cui si era trovato a operare, il piemontese aveva superato pure gli uomini della Monarchia di Luglio accostandosi ai grandi nomi della storia. Infatti, concludeva l’anonimo,
L’histoire impartiale le placera à côté de Richelieu. Richelieu travaillet pour le Roi, son maître. C’est pur accroitre l’autorité royale qu’il allait, détruissant la noblesse sur son chemin. Puis un jour est venu, où la noblesse détruite a fait défaut à la royauté. Le comte de Cavour, plus heureux, n’a pas créé qu’un roi d’Italie, il a créé un Peuple(297).
L’entusiasmo dei liberali per Cavour, sottolineato dalla partecipazione al monumento torinese, venne smorzato da più parti. Al sostanziale silenzio con cui il governo accolse l’iniziativa seguì la polemica iniziata dai radicali, tra cui si distinse Eugène Carré, autore della Protestation à propos de M. de Cavour(298). Rifiutando l’invito a partecipare alla sottoscrizione da parte del giornale «La Jeunesse», l’autore dell’opuscolo invitava i democratici a non lasciarsi traviare e a giudicare Cavour per ciò che era stato realmente, ovvero un esecutore del dispotismo mascherato da difensore di presunte libertà. Secondo Carré, l’idea di dedicare una statua al primo ministro piemontese – gesto degno dell’Egitto dei faraoni – poneva in ombra i grandi demeriti dell’uomo, pura espressione di un regime politico esecrabile. Ritenuto esponente aristocratico, monarchico, cattolico-conservatore, oltre che diplomatico approfittatore del martirio
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293 Le Comte de Cavour, «La Patrie», 7 giugno 1861.
294 Tra i vari racconti, cfr. la testimonianza del corrispondente A. De Lauzières in «Le Pays», 9 giugno 1861.
295 Anonimo, La mort de Cavour et la politique européenne, E. Dentu, Paris 1861.
296 Anonimo, Cavour jugé par trois hommes d’État, [s.t.], Paris 1861.
297 Ivi, p. 15.
298 E. Carré, Protestation à propos de M. de Cavour, Imprimerie de L. Tinterlin et C.ie, Paris 1861; cfr. le considerazioni di A. Morabito, La mémorie de Cavour, cit., pp. 243-244.
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altrui, Cavour era opposto a Garibaldi, il vero eroe di un’Italia moderna ancora tutta da costruire(299).
Alla luce di questi dati, si può affermare che anche in Francia la ricezione immediata della morte di Cavour non fu sempre pacifica, soprattutto perché letta fin dal primo momento attraverso la lente dell’analisi e della critica alla politica bonapartista. Mentre ci si interrogava sulle conseguenze che la scomparsa del conte comportava per gli scenari futuri a causa del peso notevole assunto dalla Penisola nella politica estera di Napoleone III, la legazione italiana a Parigi decise di organizzare esequie solenni in onore dello statista. La cerimonia, tenutasi il 17 giugno presso la chiesa della Madeleine, consentì di rilevare i reali sentimenti degli alleati francesi nei confronti della nazione appena unificata(300). In quell’occasione, infatti, si manifestò concretamente la partecipazione del vasto corpo politico che si riconosceva, a vario titolo e secondo declinazioni diverse, nel movimento patriottico italiano. Le celebrazioni avvennero appena due giorni dopo il tanto atteso riconoscimento del regno d’Italia, concesso con qualche riserva dalle Tuileries. Pertanto, tra le varie delegazioni assiepatesi attorno al catafalco fittizio di Cavour fecero la loro apparizione anche le istituzioni del regime bonapartista, sostenute dal clero. Il fatto non poté che garantire maggiore solennità all’evento, tradottosi nell’apparato liturgico dispiegato. Agli occhi dei presenti assai numerosi, la chiesa della Maddalena si presentò interamente parata a bruno, all’esterno così come all’esterno; sul portale d’ingresso venne esposto un ritratto di Cavour, ai suoi lati le bandiere italiane. Al centro della navata spiccava il feretro fittizio, sormontato da un baldacchino e circondato da paramenti neri e argentati. Il tricolore adorno della croce di Savoia raccolto in più fasci circondava la struttura quasi a voler sottolineare l’avvenuto riconoscimento. La famiglia imperiale disertò i funerali inviando in propria rappresentanza i collaboratori stretti della corte(301), capeggiati dal maresciallo Vaillant; a nome del governo presenziarono il ministro degli Esteri Thouvenel e quello degli Interni Persigny, affiancati dal presidente del Corpo legislativo de Morny e dal vice-presidente del Senato Royer. Il legame tra i Bonaparte e i Savoia era esplicitato dalla figura del generale Bougenel, cavaliere d’onore di Clotilde, consorte del principe Napoleone.
A completamento della classe dirigente, gli scranni della chiesa erano occupati da deputati, senatori, aristocratici, industriali, letterati ed artisti; tra il corpo diplomatico, si segnalava anche la presenza degli ambasciatori persiano e ottomano; nelle prime file si poteva ammirare la contessa di Castiglione, cugina del defunto nonché favorita dell’imperatore, raccolta in dolore profondo. Tra i presenti – notavano con soddisfazione i corrispondenti italiani – vi erano anche membri dell’aristocrazia romana e napoletana(302). Così come ai funerali torinesi, la nutrita rappresentanza di esuli polacchi e ungheresi rendeva l’omaggio da parte delle popolazioni oppresse. Il mondo democratico prese parte con alcuni dei nomi più in vista: tra i vari presenti, Gaston Cremieux, Sénari, i fratelli Arago, Jules Favre. Nello spazio antistante all’edificio, una folla di circa cinquemila persone si accalcò nonostante la calura per partecipare alla funzione religiosa, officiata dall’abate Rennival in presenza del vescovo di Marsiglia,
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299 E. Carré, Protestation à propos, cit., pp. 28-29.
300 Una prima messa in suffragio sarebbe stata celebrata alla Madeleine per iniziativa di un commerciante italiano l’11 giugno. Cfr. «La Presse», 10 giugno 1861; la funzione riuscì «commoventissima». Cfr. «Il Pungolo», 15 giugno 1861.
301 Occorre ricordare che, a corte, l’imperatrice Eugenia era la più agguerrita avversaria dell’unità italiana. Cfr. E. Di Rienzo, Napoleone III, cit., p. 273.
302 «Il Pungolo», 18 giugno 1861.
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l’abate di Guerry. Con soddisfazione dei corrispondenti italiani, la variegata partecipazione all’evento testimoniava la stima universale e interclassista suscitata da Cavour: molti erano gli operai in abito di lavoro e al loro fianco si videro pure alcuni garibaldini in camicia rossa che, al termine della cerimonia, salutarono il corpo diplomatico italiano al grido di «Viva l’Italia! Viva Garibaldi!». L’appello alla concordia tra le diverse anime del movimento unitario aveva trovato una risposta positiva anche all’estero.
La compresenza di elementi così eterogenei attestò senza dubbio il buon grado di popolarità di cui godeva Cavour o, quantomeno, la causa italiana con cui il conte era identificato. I funerali erano stati una manifestazione assai riuscita («sotto l’aspetto politico non si poteva desiderare di più», commentava in Italia «L’Opinione») che avrebbe ambito ad avere pure rilievo artistico se l’arcivescovo di Parigi non avesse vietato ai cantanti italiani nella capitale di prendere parte alla cerimonia(303). Dopo le prime incertezze, anche le istituzioni imperiali si erano accodate alla celebrazione postuma del defunto, temendo forse – come sospettava la sinistra d’Oltralpe – di perdere un’occasione per ribadire il proprio sostegno alla causa della nazionalità e di lasciare il campo alle correnti democratiche. Considerate nella loro complessità, le esequie parigine furono recepite con entusiasmo in Italia dove, in seguito al riconoscimento del regno, sembravano finalmente cogliersi i risultati della collaborazione con l’alleato francese.
Il valore della solidarietà era dimostrato anche da testimonianze extra-istituzionali. A titolo d’esempio, una prova ulteriore della vicinanza tra i due «popoli latini», uniti nel lutto, era data dalla lettera che la «gioventù di Francia» indirizzò ai giovani italiani. Pubblicata in traduzione dalla «Gazzetta di Torino», la lettera esplicitava il cordoglio degli universitari parigini, lanciatisi in un appello a confidare nelle energie della nazione. Deplorando la perdita del «potente operaio» caduto a un passo dall’aprire le porte del Campidoglio, i mittenti esortarono i coetanei a perseguire l’insegnamento di Cavour. Denso di retorica, l’incoraggiamento giungeva nel momento più triste per il popolo riunitosi in una grande cittadinanza
Non sappiamo noi infatti che voi tutti pensate il più bel monumento da erigersi alla gloria del gran ministro star nel compiere l’opera sua, nel praticare sempre più quei principii d’ordine, di reciproco accordo, di abnegazione e di solidarietà civile che egli ha popolarizzato tra voi? Italiani! Proseguite a mostrare all’universo, che vi guarda ed ammira, la virtù dei due ultimi anni, ed allora le parole dell’agonia “Tutto è salvo” saranno profetiche. […] Così direm loro con uno dei nostri “mostratevi rivoluzionari, cioè calmi innanzi alla lotta dei voti, ed energici nel giorno dell’angoscia suprema; mostratevi popolo, e l’Italia non è più in pericolo. Le nazioni che vogliono essere grandi devono, come gli eroi, essere educate alla scuola della sventura!”(304)
La confidenza e l’affetto dei francesi incontrò la riconoscenza della «gioventù italiana» che rispose sullo stesso tono ringraziando la voce della «stirpe sorella»(305). Inserita nel contesto complessivo, questa testimonianza, insieme alle dimostrazioni ufficiali e popolari di cordoglio, sembrò ravvivare il sentimento di collaborazione offuscatosi nei mesi precedenti, a partire dalla controversa cessione di Nizza e della Savoia. In un
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303 Notizie politiche, «L’Opinione», 20 giugno 1861.
304 «La Gazzetta di Torino»; cfr. per la risposta anche «La Perseveranza», 17 giugno 1861; «Il Pungolo», 16 giugno 1861.
305 La lettera di risposta è riportata in R. Berninzone, Raccolta dei migliori scritti, cit., p. 133-134.
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momento di lutto profondo parve di rivedere nuovamente uniti i due popoli che avevano condiviso i valori dell’Ottantanove.
Gran Bretagna
Il triste annuncio era arrivato rapido anche a Londra, cogliendo di sorpresa tutto il mondo politico. Come noto, il movimento unitario godeva di consensi piuttosto diffusi e risultava popolare soprattutto tra l’opinione pubblica(306). A livello governativo l’alternanza di gabinetti conservatori e liberali aveva comportato un’oscillazione dei giudizi nei confronti dell’azione diplomatica piemontese, di cui si temevano ripercussioni sulla pace del continente. Benché l’appoggio ideale e “platonico” del popolo inglese, alimentato dal sentimento romantico, non si fosse tradotto sempre in dichiarazioni favorevoli alla causa italiana da parte ministeriale, le imprese dei patrioti – qualsiasi fosse la loro affiliazione – avevano destato molto entusiasmo. La fama di Garibaldi ne era l’esempio lampante(307). Sul piano diplomatico-ministeriale, anche Cavour aveva avuto modo di ingraziarsi con alterni successi una parte del mondo istituzionale e giornalistico. Associatosi alla causa delle potenze occidentali in occasione della guerra di Crimea (la “crociata” del liberalismo europeo contro il dispotismo), il primo ministro piemontese aveva sempre mirato all’appoggio britannico(308). La promozione della politica piemontese presso Londra era stata opera dell’ambasciatore Emanuele d’Azeglio, amico e confidente del liberale lord Palmerston(309). Un ruolo ancora maggiore era stato svolto però da sir James Hudson, ambasciatore britannico a Torino, convinto sostenitore dell’Italia unita, definito da Cavour «più italiano degli italiani stessi»(310). Con il passare del tempo, nonostante le opposizioni dei conservatori anglosassoni più intransigenti, il presidente del Consiglio era riuscito ad ottenere, se non il sostegno esplicito, almeno le attenzioni del popolo inglese. In particolare, la politica avversa al potere temporale della Chiesa aveva incontrato il favore di una buona parte degli osservatori britannici, complice il revival del movimento anti-papale, in auge in quel periodo(311). Il riconoscimento del regno d’Italia da parte inglese aveva fugato i pochi dubbi in merito allo schieramento del governo in carica.
A Londra l’omaggio trovò la sua prima pubblica manifestazione in Parlamento, tra i banchi dei liberali. Il 6 giugno la notizia venne resa nota durante la seduta della Camera dei Lord per bocca del marchese di Clanricarde che, ancora incredulo, definì il fatto «una sventura universale». Con gli stessi toni drammatici si accodarono anche lord Wodehouse
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306 E. Bacchin, Italofilia. Opinione pubblica britannica e Risorgimento italiano 1847-1864, Comitato di Torino dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano-Carocci, Torino 2014; D. Raponi, Gran Bretagna, in F. Cammarano - M. Marchi (a cura di), Il mondo ci guarda. L’Unificazione italiana nella stampa e nell’opinione pubblica internazionali (1859-1861), Le Monnier, Firenze 2011, pp. 141-146.
307 Cfr. L. Riall, Garibaldi. L’invenzione di un eroe, cit., pp. 234 e segg.; pp. 398-416.
308 Cfr. E. Greppi, Cavour e il Regno Unito nel quadro della diplomazia europea a Torino, in E. Greppi – E. Pagella (a cura di), Sir James Hudson nel Risorgimento italiano, Rubbettino, Soveria Mannelli 2012, pp. 59-106.
309 Per un profilo dell’ambasciatore, G. Locorotondo, Azeglio, Vittorio Emanuele Taparelli marchese d’, DBI IV (1962); cfr. anche E. Bacchin, Italofilia, cit., pp. 171-172.
310 Cfr. i vari contributi in E. Greppi – E. Pagella (a cura di), Sir James Hudson nel Risorgimento italiano, cit., tra cui A. M. Garvey, Sir James Hudson: cenni biografici, genealogici, araldici, pp. 229-255; N. Carter, Hudson, Malmesbury and Cavour: British Diplomacy and the Italian Question, February 1858 to June 1859, «The Historical Journal» XL (1997), II, p. 390; E. Bacchin, Italofilia, cit., pp. 167-171.
311 D. Raponi, Gran Bretagna, cit., p. 144.
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e lord Brougham, il quale mise in primo piano l’ingegno e l’operosità di Cavour, seguito poi dal conte di Malmesbury, noto anti-italiano. Quest’ultimo, ricordando con piacere la corrispondenza avuta con il piemontese e il confronto epistolare sulle grandi questioni, auspicava che la memoria di Cavour potesse fungere da faro sulla strada del progresso per gli italiani, giunti – ci si augurava – finalmente alla maturità. Non vi fu spazio per emettere giudizi sulla politica e sulla persona dello statista. L’unica voce dissidente alzatasi dai banchi, quella del marchese di Bath, che attaccò la spregiudicatezza del piemontese in quanto oltraggio alle leggi divine e umane, venne prontamente messa a tacere da lord Stratford de Redcliffe, propenso invece a vedere nella morte di Cavour una disgrazia immensa. Gli elogi più sentiti alla memoria di Cavour furono però riservati l’indomani alla Camera dei Comuni quando, in apertura di seduta Robert Peel portò l’attenzione dei presenti sul «più grande uomo di Stato che mai [avesse] guida[to] i destini di qualsivoglia nazione sul cammino della libertà» e chiese che il cordoglio del Parlamento venisse registrato negli atti.
Tra scroscianti applausi intervennero anche lord John Russell e Milnes, i quali individuavano in Cavour il raffinato ingegno, l’esportatore del modello costituzionale inglese in terra italiana. La nota più alta venne toccata dal discorso del primo ministro, lord Palmerston che, deplorando la perdita del piemontese, definì il defunto come l’uomo di Stato più grande del suo tempo. A Cavour veniva attribuito infatti il merito di aver «insegnato una morale» e «adornato una storia» ai suoi contemporanei. Palmerston narrò dunque un autentico apologo del secolo XIX, il trionfo di un uomo eccezionale avvenuto nel paese dei dormienti, l’Italia:
Of him it may be truly said, that moral is this - that a man of transcendent talents, of indomitable energy, and of inextinguishable patriotism, may, by the impulses which his own single mind may give to his countrymen, aiding a righteous cause, and seizing favourable opportunities, notwithstanding difficulties that appear at first sight insurmountable, confer upon his country the greatest and most inestimable benefits. . . The tale with which Count Cavour's memory will be associated is one of the most extraordinary - I may say, the most romantic, that is recorded in the annals of the world. Under his influence and guidance we have seen a people, who were supposed to have become torpid in the enjoyment of luxury, to have been enervated by the pursuit of pleasure, and to have had no knowledge or feeling in politics except what may have been derived from the traditions of their history and the jealousies of rival states-we have seen that people, under his guidance and at his call, rising from the slumber of ages, breaking that spell by which they had so long been bound, and displaying on great occasions the courage of heroes, the sagacity of statesmen, the wisdom of philosophers, and obtaining for themselves that unity of political existence which for centuries had been denied them. I say, these are great events in history, and that the man whose name will go down in connection with them to posterity, whatever may have been the period of his death, however premature it may have been for the hopes of his countrymen, cannot be said to have died too soon for his glory and fame(312).
Nell’esaltazione delle circostanze non vi era spazio per le polemiche: l’opposizione del cattolico O’Donoghue, che invocava la mano della Provvidenza nel fermare colui che
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312 Il testo è riportato in T. Martin, The Life of His Royal Highness the Prince Consort, vol. V, Smith, Elder & Co., London 1880, pp. 356-357. La traduzione dell’intervento, apprezzatissimo in Italia, venne riprodotto su molti giornali e riportato con enfasi anche in R. Berninzone, Raccolta dei migliori scritti, cit., pp. 127-129.
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aveva guerreggiato con la Chiesa e attaccato il legittimismo, venne stroncata sul nascere(313). Le dimostrazioni di solidarietà vennero prontamente riportate a Minghetti da un compiaciuto Emanuele d’Azeglio il quale riferiva anche la costernazione di lord Clarendon, assente alla seduta parlamentare. A detta dell’ambasciatore, i sentimenti così spontanei della Gran Bretagna sarebbero stati «une ligne glorieuse dans l’epitaphe du Comte Cavour»(314). La morte suscitò forte impressione anche a corte, dove le simpatie italiane non erano molto diffuse. Il principe consorte Alberto nel proprio diario annotò il fatto come una perdita immensa per l’Italia(315). Nelle stesse ore, manifesti di grande formato annuncianti la notizia erano stati affissi per le strade di Londra(316).
In termini generali, la stampa si associò all’atteggiamento dolente e rispettoso della politica riecheggiandone i toni per diverse settimane. Il «Times», negli anni avvicinatosi progressivamente alla causa del Regno di Sardegna, condivideva lo stupore per la perdita di una figura che era divenuta centrale in Europa e ne esaltava il ricordo, additando nell’Italia l’opera esclusiva di un uomo solo. Individuando in Cavour la «mente che tutto pensava, il cuore che dava a vita a tutto, il braccio che faceva eseguire ogni cosa», il giornale invitava il popolo italiano a seguirne l’esempio esprimendo la convinzione che presto sarebbero sorti molti Cavour. Il conservatore «Morning Post» riconosceva la calamità del momento, che gettava un’ombra preoccupante sul destino del Paese, e proclamava il piemontese come il più grande uomo di Stato dell’Italia, coraggioso e prudente al tempo stesso. Per il liberale «Daily News» (il giornale di lord Russell) era venuto a mancare «il più fortunato uomo di Stato» dell’epoca che aveva portato la nazione nel consesso delle grandi potenze, compiendo l’impresa in dieci anni(317). Agli occhi del «The Spectator», Cavour si era innalzato al di sopra di molti contemporanei, superando la mente sottile di Napoleone III, ed era entrato nella storia dei nomi più illustri della politica. Abile nel contenere le energie indisciplinate del suo paese, Cavour veniva apprezzato per la tempra con cui aveva mantenuto sui binari la «locomotiva» lanciata verso la meta finale(318). La «Bentley Miscellany», ostile alle mire del Piemonte, si diceva costretta a parlare della scomparsa di un «masterspirit» della politica, di un «liberal Machiavelli» necessario all’Italia per trattenere le passioni dei suoi abitanti. Era stato l’unico diplomatico in grado di «ride on the whirlwind and direct the storm»(319).
Evocati i viaggi di formazione oltremanica e il profondo interesse dimostrato dal conte per le questioni economiche, politiche e sociali strettamente inglesi, molti vedevano in Cavour l’esportatore del liberalismo britannico in un’Italia arretrata. Passato qualche giorno dalla morte, infatti, nel lungo profilo biografico pubblicato dal «Quarterly Review» venne esaltata l’«anglomania» del conte, esplicitata dalle corrispondenze, dalle amicizie contratte con notabili britannici e dalle pubblicazioni
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313 T. Martin, The Life of His Royal Highness, cit., p. 356.
314 DDI, Prima serie, vol. I, cit., doc. 131, lettera di Emanuele d’Azeglio a Marco Minghetti, 8 giugno 1861.
315 Letteralmente, «Ein ungeheurer Verlust für Italien». T. Martin, The Life of His Royal Highness, cit., p. 356.
316 DDI, Prima serie, vol. I, cit., doc. 131, lettera di Emanuele d’Azeglio a Marco Minghetti, 8 giugno 1861.
317 I giudizi dei quotidiani inglesi, citati dalla stampa italiana in traduzione, sono presenti anche in R. Berninzone, Raccolta dei migliori scritti, cit., pp. 97-194.
318 «The Spectator», 8 giugno 1861.
319 Count C.B. di Cavour, «Bentley Miscellany», vol. 50, 1861, pp. 89-94.
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che, di fatto, dipingevano Cavour come un figlio del liberalismo anglosassone(320). Non sembra pertanto casuale che alcuni giornali, raccontandone gli ultimi istanti di vita, sostenessero erroneamente che Cavour fosse spirato tra le braccia di sir Hudson(321), testimonianza evidente del legame diretto del defunto con l’amata Inghilterra e malcelata allusione al debito italiano nei confronti del modello politico britannico. L’«Edinburgh Review» si soffermava sulle doti e sulle qualità caratteriali del conte, ritratto come uomo intrepido, infaticabile, abile nella discussione ma anche gioviale, semplice e confidenziale nei modi, alieno dalle formalità, provvisto di sense of humour e ne descriveva pure la routine giornaliera(322). Tutti i commentatori rilevavano la difficoltà che avrebbe incontrato il successore di Cavour, pur manifestando ottimismo per l’avvenire; alcuni esprimevano dubbi sul futuro politico dell’Italia, dove i possibili eredi del conte apparivano decisamente inferiori(323). Ovviamente non erano mancati i paralleli con Garibaldi, il quale era già stato indicato dalla «Westminster Review» nel gennaio 1861 come la metà complementare di Cavour. Se l’eroe nizzardo era la vita, la poesia, la grandezza morale dell’Italia, lo statista era però il necessario conciliatore di ordine e movimento, tradizione ed espansione, passato e presente, l’innovatore morigerato che costruiva senza distruggere. La presunta collaborazione tra i due era stata dunque così esaltata(324); dopo la morte però ci fu chi, come la poetessa Elizabeth Barrett Browning, avrebbe affermato che «un uomo simile vale[va] cento Garibaldi»(325).
Occorre rilevare che, accanto ai numerosi omaggi, ci fu spazio anche per una polemica estranea al personaggio in sé. Si riscontrava infatti un atteggiamento decisamente critico nei confronti dei medici che avevano avuto in cura Cavour nei suoi ultimi giorni di vita. Il rapido e inatteso decesso era imputato all’arretratezza della medicina italiana che, al contrario della dottrina politica, risultava affetta da «barbarism»(326). Nonostante la ragione specifica della morte fosse piuttosto approssimativa (le cosiddette «febbri malariche»), i giornali specialistici si sentirono chiamati in causa. «The Lancet» condannò nettamente la pratica dei salassi(327); anche l’eminente «British Medical Journal» si pronunciava in merito, criticando gli inutili prelievi di sangue e affermando che Cavour sarebbe sopravvissuto se curato da chirurghi britannici(328), considerazioni che suscitarono le reazioni di alcuni medici italiani(329). Con sferzante ironia, si affermava che i nemici dell’Italia unita avrebbero dovuto innalzare un monumento in onore dei tre presunti luminari torinesi(330).
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320 Cavour, «Quarterly Review», vol. 110, 1861, pp. 208-247.
321«The Examiner», 8 giugno 1861; la notizia era riportata anche dalla stampa italiana. «Fece sensazione a Londra che Cavour morisse fra la braccia dell’ambasciatore inglese, sir Giacomo Hudson, quasi il destino lo spingesse a raccomandare la libertà d’Italia alla grande nazione ch’egli predilesse, dopo la sua, su tutte». Cfr. «Il Mondo Illustrato», 15 giugno 1861, Cronaca universale.
322 Count Cavour, «The Edinburgh Review», vol. 114, 1861, pp. 269-275.
323 «The Economist», 8 giugno 1861.
324 Cavour and Garibaldi, «Westminster Review», vol. 75, 1861, pp. 172-200.
325 H. W. Rudman, Italian Nationalism and English Letters. The «Risorgimento» and Victorian Men of Letters, Allen &Unwin, London 1940, p. 282.
326 «The Spectator», 8 giugno 1861.
327 Count Cavour and contra-stimulant medicine in Italy, «The Lancet», 15 giugno 1861, pp. 593-594; a distanza di centocinquant’anni dalla morte di Cavour, occorre rilevare come la stessa rivista abbia ospitato una pubblicazione in merito alle cause reali del decesso, V. Poletti – G. Corbellini, Cavour’s death and the political difficulties of Italian medicine, reperibile online.
328 The week, «British Medical Journal», 15 giugno 1861, p. 637.
329 La risposta dei chirurghi italiani apparve ivi, 17 agosto 1861, Correspondence. A protest from Italy, pp. 184-185.
330 Count Cavour and contra-stimulant medicine in Italy, «The Lancet», 15 giugno 1861.
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Anche nel contesto anglosassone, la forte impressione suscitata dalla scomparsa del conte colpiva lo spirito romantico dei giovani che, come nel caso dell’anonimo studente irlandese autore di The Burial of Cavour – Italia libera, trovava espressione nella poesia patriottica(331). Il sentimento si alimentò anche del resoconto di chi aveva avuto modo di vedere in prima persona Cavour. Tra questi, si segnala il giovane Edward Dicey, già autore del saggio Rome in 1860, che dalle colonne del «Macmillan’s Magazine» raccontò l’ultimo dibattito parlamentare di Cavour, articolatosi in due giorni, coincidente con la sua ultima apparizione pubblica. Interessante resoconto della seduta alla Camera, l’articolo dipingeva Cavour nell’ambiente in cui aveva lottato e si era distinto per anni, proponeva un saggio della sua oratoria e forniva un ritratto fisico particolareggiato, soffermandosi sui segnali di affaticamento visibili sul volto del conte(332). A poche settimane dalla morte, Dicey diede alle stampe il saggio Cavour. A memoir, redatto esclusivamente – a detta dell’autore – sulla base di informazioni pubbliche e scevro da giudizi. Anteposta una litografia del conte, ripercorse le vicende biografiche, il giornalista dedicava l’ultimo paragrafo al cordoglio diffuso tra amici e avversari del defunto e rendeva noto al pubblico inglese il piccolo borgo di Santena. L’atmosfera di umanità circondante Cavour trovava la sua appendice ideale anche nel racconto affettuoso che vedeva per protagonista un ex carpentiere locale il quale, benché ormai imborghesito, aveva sigillato personalmente il sepolcro del conte e conservato come una reliquia l’abito funebre macchiato di calce(333).
Articoli e resoconti restituivano dunque una ricezione pressoché positiva della notizia, percepita nella sua gravità. La solidarietà morale della Gran Bretagna si tradusse in una forma concreta, benché meno solenne rispetto all’omaggio francese. Infatti, non fu possibile organizzare esequie ufficiali come avrebbe desiderato Emanuele d’Azeglio, dissuaso a tal proposito al fine di non provocare il clero cattolico inglese che vi avrebbe messo «tutta la cattiva grazia possibile». Tuttavia, scartata l’ipotesi di promuovere una sottoscrizione pubblica per il monumento torinese sul «Times», l’ambasciatore accolse con entusiasmo la sottoscrizione privata aperta su iniziativa dei lord Palmerston e Shaftesbury, destinata a essere diffusa nei circoli dell’alta società(334). Nel corso di un anno, la raccolta raggiunse una cifra ragguardevole, equivalente a 10.000 lire, inviata da lord Shaftesbury al sindaco Nomis di Cossilla. Come confidava Emanuele d’Azeglio a Ricasoli, l’omaggio da parte della patria del liberalismo occidentale si configurava «quanto mai onorevole per la memoria del Conte di Cavour»(335).
Austria e area germanica
Nel triennio ‘59-’61 l’impero asburgico aveva guardato con crescente apprensione al presidente del Consiglio piemontese. Rimasto invischiato in una guerra nella quale si era guadagnato pure la fama di aggressore, il gabinetto di Vienna aveva subito le iniziative diplomatiche di Cavour e del suo alleato Napoleone III. L’Austria, confermatasi roccaforte del legittimismo, terra di esuli reazionari e ultramontani, non
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331 The Burial of Cavour – Italia libera, «Littel’s Living Age», vol. 70, 1861, p. 447.
332 Recollections of Cavour last debate, «Macmillan’s Magazine», vol. 4, 1861, pp. 249-256.
333 E. Dicey, Cavour. A memoir, Macmillan and Co., Cambridge 1861.
334 DDI, Prima serie, vol. I, cit., doc. 153, lettera di Emanuele d’Azeglio a Bettino Ricasoli, 17 giugno 1861; una prima lettera di lord Shaftesbury al sindaco Nomis di Cossilla del 29 giugno 1861 è riportata in R. Berninzone, Raccolta dei migliori scritti, cit., pp. 139-140.
335 DDI, Prima serie, vol. I, op cit., doc. 153, lettera di Emanuele d’Azeglio a Bettino Ricasoli, 17 giugno 1861.
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poté che guardare con stupore alla scomparsa dello statista, presentatasi in un momento decisivo. Benché avversario dichiarato dell’impero, Cavour era ritenuto la figura centrale del sistema politico italiano e il propizio moderatore degli animi irruenti; la sua improvvisa dipartita apriva un ventaglio di possibilità molto ampio, potenzialmente sfruttabili da tutti gli attori presenti nell’area. L’incognita del futuro non sembrò tuttavia incoraggiante. Il giorno stesso della morte, il conte Karoly, ambasciatore austriaco a Berlino, confidò al ministro degli esteri prussiano Schleinitz il sopraggiungere di una grande calamità(336).
Colpiti dalla notizia inattesa, gli organi ufficiali dell’impero si attestarono su posizioni decisamente neutrali, spendendo talvolta qualche parola di elogio per le qualità oggettivamente riconosciute del defunto ed esprimendo valutazioni sulle conseguenze in quel momento solo immaginabili. A Vienna «Der Wanderer» si diceva del tutto impreparato a commentare un fatto così eclatante che riapriva la questione italiana con un autentico colpo di scena. «Die Presse» ammetteva l’impressione suscitata in tutti gli ambienti governativi d’Europa e proclamava Cavour politico audace, ministro dalle immense risorse e «lavoratore» senza eguali nel suo Paese. Per il quotidiano, lo statista era l’unico «whig puro» d’Italia, dotato di una statura irraggiungibile da parte dei suoi compatrioti. Decretata l’impossibilità di vedere un erede degno del conte, il giornale prevedeva un futuro incerto per la Penisola, destinata probabilmente alla condizione di vassallo della Francia(337). Sulla scia di queste considerazioni si inseriva l’«Ost-deutsche Post» per il quale, scomparso di scena Cavour al culmine della sua gloria, l’Italia appariva intrappolata in un labirinto senza uscita, prossima a una catastrofe da cui nemmeno Napoleone III avrebbe potuto salvarla(338). In Italia le testate filo-governative si mostravano meno clementi. La «Triester Zeitung» commentava la morte del principale nemico dell’Austria, causata dal peso di un’impresa troppo grande per un uomo solo, riconoscendone le capacità amministrative, la lungimiranza forse eccessiva nelle questioni di Stato, il talento diplomatico ovvero «tutte le qualità buone e cattive necessarie a guidare un paese diviso dai partiti». Queste qualità però – si notava con senso pratico – avevano contenuto le derive del moto unitario(339). Significativo il giudizio de «La Gazzetta di Venezia», la quale ricordò la «vita splendidamente operosa» del conte, riconosciuto come «eroe» del proprio tempo che avrebbe lasciato una traccia profonda nella storia. Più ostile dei fogli austriaci, il giornale criticava tuttavia il cattivo impiego di così grandi qualità e, rifiutando di annoverare il conte tra i geni, attaccava i maneggi, le strategie opportunistiche con cui Cavour aveva ottenuto i suoi successi. Infine, decisa a disilludere i più ingenui sostenitori della causa italiana, la gazzetta demoliva pure il mito del Cavour patriota circoscrivendo gli interessi diplomatici del primo ministro di Torino a questioni meramente piemontesi(340). Nonostante i giudizi non sempre lusinghieri, la stampa asburgica incontrò il plauso di quella italiana che spesso contrappose l’oggettività austriaca alle invettive del partito mazziniano. L’omaggio, fermatosi alla parola scritta, non permise ulteriori manifestazioni: a distanza di qualche
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336 Ivi, doc. 147, rapporto di Edoardo Delaunay a Bettino Ricasoli, 14 giugno 1861.
337 R. Berninzone, Raccolta dei migliori scritti, cit., p. 113.
338 Ivi, pp. 116-117.
339 Ivi, pp. 112-113.
340 Ivi, pp. 114-115.
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giorno, la messa funebre indetta dagli italiani residenti a Vienna venne impedita dal nunzio apostolico(341).
Superati i confini dell’impero asburgico, la notizia colse impreparato anche il frammentato mondo tedesco. Nell’area germanica la buona disposizione nei confronti di Cavour andava di pari passo con la simpatia per l’unificazione italiana e risentiva dell’influenza esercitata dalla Prussia o dall’Austria. A partire dalla metà degli anni Cinquanta, l’affiliazione politica e confessionale aveva motivato in molti casi il giudizio sul primo ministro piemontese. Le opinioni erano assai eterogenee: Cavour infatti era stato avversato dagli ultraconservatori e dai cattolici, contrari a ogni modificazione dello status quo; era sostenuto con entusiasmo dai liberali, che vi vedevano un modello da imitare; era anche apprezzato dalle frange più moderate della democrazia per le istanze progressiste avanzate dal piccolo Piemonte; era infine demonizzato da Marx ed Engels in quanto espressione del blocco tirannico-conservatore e anti-rivoluzionario. Negli anni più recenti, accelerato il processo di unificazione, anche i pareri degli osservatori liberali erano oscillati dinanzi alla congiuntura del Piemonte con il Secondo impero, di cui si temevano le mire espansionistiche in area mitteleuropea(342). Dal canto suo, Cavour aveva conferito un certo peso alle buone relazioni con il mondo germanico. Per quanto concerne i rapporti con Berlino, il piemontese aveva potuto sfruttare l’amicizia del conte Joseph Brassier de Saint-Simon, ambasciatore prussiano a Torino convinto sostenitore dell’Italia unita, per mezzo del quale tentò di promuovere un’intesa con la corte degli Hohenzollern a partire dal 1858, soprattutto in occasione della salita al trono di Guglielmo I agli inizi del 1861. Sul versante opposto, il savoiardo Edoardo Delaunay contribuì costantemente al progetto del suo ministro(343). L’idea di un aiuto reciproco tra le due nazioni aspiranti all’applicazione del concetto di nazionalità nelle rispettive aree in funzione anti-austriaca non era stato però recepito in modo così rassicurante. Proclamato il regno d’Italia, la questione del riconoscimento aveva proposto momenti di tensione tra i due governi, giunti successivamente ad un accordo di compromesso con il quale Berlino accettò di fatto l’ambasciatore italiano senza pronunciarsi in merito allo stato che egli rappresentava. Parallelamente, i rapporti con alcuni stati membri della Confederazione germanica erano invece peggiorati proprio nelle ultime settimane di maggio, a pochi giorni dalla morte di Cavour. Dinanzi al rifiuto di ricevere missive intestate al regno d’Italia da parte di alcuni ministri tedeschi, il presidente del Consiglio aveva ritirato l’exequatur ai consoli di Baviera, Mecklemburgo e Württemberg, gesto coincidente con l’ultimo provvedimento preso dal conte e interpretato dalla stampa italiana come legittima protesta(344).
Morto Cavour, anche il mondo tedesco colse immediatamente la gravità della perdita. Da Berlino, dove la borsa era crollata, Delaunay comunicava il cordoglio di re Guglielmo per un uomo di Stato assai apprezzato. Piuttosto fredde furono le considerazioni espresse degli organi ministeriali, caute a non sbilanciarsi come la «Gazette Prussienne» o persuase come la «Donau Zeitung» della pericolosità di un
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341 Un riferimento all’iniziativa in Recentissime, «Il Pungolo», 22 giugno 1861; sull’impedimento della messa funebre, cfr. P. Pirri, La questione romana. 1856-1864, Parte prima. Testo, Pontificia Università Gregoriana, Roma 1951, p. 403.
342 Cfr. G. B. Clemens, L’immagine di Cavour nel mondo germanico, in U. Levra (a cura di), Cavour, l’Italia e l’Europa, cit., pp. 250-253.
343 Per un profilo del diplomatico, cfr. F. Chabod, Storia della politica estera italiana, cit., pp. 619-624.
344 F. Curato, I primi passi dell’Italia nella politica internazionale, «Il Politico» XX (1955), n. 1, pp. 46-48; si veda anche DDI, Prima serie, vol. I, cit., doc. 117, dispaccio confidenziale di Domenico Carutti a Giulio Camillo Barral, 30 maggio 1861.
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simile evento per l’Europa(345). Ritrovandosi a riflettere sull’accaduto, il mondo liberale tornava compatto e si profondeva in elogi altisonanti. La «National Zeitung» dedicava il proprio necrologio a uno degli uomini più fortunati del secolo che, volendo fare ciò che egli riteneva possibile, aveva compiuto una grandissima impresa(346); la «Kölnische Gazette» lodava l’idea di nazione incarnata da Cavour, di cui si presentavano notizie biografiche e che si esaltava per la prudenza mista all’audacia, la capacità di calcolo, il realismo politico per mezzo dei quali aveva toccato le più alte vette, divenendo egli stesso il perno politico dell’Europa. Proponendo un breve ritratto del conte, fusione virtuosa di aristocrazia e borghesia, il giornale si mostrava fiducioso nei confronti di quella presunta «scuola cavouriana» a cui il conte, «l’anima di tutto, il maestro di tutto», avrebbe lasciato le sorti del Paese(347). Al di fuori della Prussia, gli elogi giungevano anche dagli stati della Confederazione. La «Constituzionelle Zeitung» di Dresda parlava della commozione di milioni di persone nel mondo e, additando nelle forze cattolico-conservatrici d’Europa il nemico rinvigorito e incombente, invitava i patrioti italiani a compiere la minima parte del lavoro svolto dal defunto ministro. Sul fronte conservatore si mostrava più contenuta la «Neue Frankfurter Gazette», limitatasi a constatare la perdita di un uomo dalle grandi capacità e a domandarsi quale sviluppo si stesse profilando all’orizzonte per l’Italia(348). Il sentimento di cordoglio raggiunse anche gli ambienti universitari. Informati della sottoscrizione al monumento torinese, gli studenti di Berlino raccolsero del denaro come «testimonianza d’ammirazione per il grande uomo di Stato e Patriota Italiano» che a distanza di qualche settimana inviarono con apposita lettera al municipio(349). Tuttavia, la vicinanza del popolo tedesco tardò a prendere forme più congeniali alle aspettative del governo italiano e della corte sabauda. Infatti, il riconoscimento del regno d’Italia da parte della Prussia sarebbe giunto soltanto nel 1862.
Il resto d’Europa
L’eco dell’evento raggiunse per telegrafo molte aree del continente, suscitando le reazioni di sostenitori e oppositori. In diverse occasioni le potenze ascritte allo schieramento conservatore riconobbero nella morte di Cavour un potenziale colpo alla stabilità dell’equilibrio politico. Ciononostante, le considerazioni degli organi ufficiali non trovarono sempre un adeguato parallelo nella risposta della popolazione. In Russia l’«Abeille du Nord», tremante al pensiero di uno stravolgimento dell’ordine europeo, riconosceva la dedizione al lavoro del defunto, sottostimato da molti; la gazzetta militare «Invalide russe» gli concedeva la gloria di uomo di Stato superiore a tutti i contemporanei, invitando i lettori a confrontare i mutamenti avvenuti sulla carta geografica italiana nell’ultimo decennio per apprezzare i meriti del conte, tali forse da oscurare i mezzi discutibili adoperati. Il «Nord» si profondeva in un omaggio più esplicito, dipingendo un Cavour dotato di tutti i talenti dell’intelletto e tutti i mezzi concessi dallo spirito, prototipo di uomo di Stato che la gioventù russa ammirava(350). Tra
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345 DDI, Prima serie, vol. I, cit., doc. 147, lettera di Edoardo Delaunay a Bettino Ricasoli, 14 giugno 1861; le notizie sul crollo della borsa in «La Patrie», 9 giugno 1861.
346 Der Tod Cavour’s, «National Zeitung», 9 giugno 1861.
347 Graf Cavour, «Kölnische Gazette», 8 giugno 1861.
348 «Neue Frankfurter Gazette», 7 giugno 1861.
349 Lettera degli studenti dell’Università di Berlino, 7 agosto 1861, riportata nella pubblicazione R. Berninzone, Raccolta dei migliori scritti, cit., p. 135.
350 Ivi, pp. 113-114.
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la popolazione, tuttavia, aveva suscitato un certo clamore il rifiuto opposto dal clero cattolico di San Pietroburgo alla richiesta di celebrare una messa funebre in memoria dello scomunicato Cavour inoltrata dagli italiani residenti. Nella Spagna papalina i quotidiani, lungi dall’approvarne la politica, ammettevano la gravità della perdita e la grandezza dell’opera da lui compiuta, augurandosi che i successori del conte ereditassero lo spirito di moderazione sempre dimostrato(351). La neutralità del governo spagnolo, del resto, si manifestò pochi giorni dopo in occasione della messa funebre celebrata «senza contrasto» a Valencia su iniziativa della comunità italiana(352).
Come era prevedibile, Cavour riscuoteva maggiori consensi presso le nazionalità oppresse e le nazioni liberali. In Ungheria la stampa esaltava senza freni lo statista italiano. Il «Pesti Naplo» individuava nel conte il padre e il difensore dell’Italia caduto in battaglia, sintesi del patriottismo, della perseveranza e del sommo talento utili a unire rivoluzione e diplomazia. Sulla stessa linea erano anche il «Kolozs Közlöny», che lo piangeva al pari di un connazionale, e il «Magyaroszàg», che lo paragonava all’eroe Istvan Széchenyi e invitava l’Italia a venerare il fautore della sua risurrezione(353). Naturalmente, una tale partecipazione da parte ungherese provocò la reazione dell’autorità asburgica; celebratasi una messa funebre a Pest in presenza del clero locale, di alcuni deputati e di numerosi studenti, le forze dell’ordine furono pronte a impedire le esequie modeste organizzate per il 22 giugno(354). In Grecia si invocò la solidarietà dei popoli mediterranei e di tutti gli oppressi per un dolore universale, degno dei poemi omerici(355). Per l’«Indépendence belge» di Bruxelles le sorti di Cavour avevano interessato i destini dell’umanità intera, per il «Nord» era mancato l’emancipatore-conservatore dell’Italia, garanzia di pace per il continente(356). In Svizzera – dove i parenti ginevrini della famiglia Cavour ebbero molto probabilmente un ruolo nell’orientare la pubblica opinione – James Fazy, il direttore della Banque général suisse e amico personale del defunto, promosse una raccolta fondi per tributare un omaggio al conte, di cui la stampa raccontava con partecipazione i funerali di Torino(357). In Romania le camere del parlamento valacco e moldavo si riunirono per commentare la notizia e inoltrare al giornale «La Perseveranza» i messaggi di profondo cordoglio per la perdita dello statista patrocinatore della causa rumena(358).
Assai intricata e destinata ad avere ripercussioni diplomatiche fu invece la questione sorta a Lisbona in concomitanza del dibattito sulla presunta «conversione» di Cavour in punto di morte. La messa funebre richiesta dagli italiani residenti in Portogallo, capeggiati dall’ambasciatore conte della Minerva, aveva infatti ottenuto l’appoggio del nunzio apostolico filo-sabaudo ma non quello del clero. Seguì una tortuosa controversia in cui risultarono implicati anche alcuni religiosi francesi offertisi di celebrare la funzione. La confusione generatasi in seno alla Chiesa locale, che intendeva affidare ad altri la responsabilità della decisione, inasprì il confronto tra laici e Santa Sede. Ottenuto infine il permesso dal governo portoghese (intenzionato a non peggiorare i rapporti con
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351 Cfr. «La Discussiòn» e «Las Novedades» di Madrid, citate da Berninzone, ivi, cit., pp. 104-105.
352 L’episodio è riportato in Cronaca universale, «Il Mondo Illustrato», 29 giugno 1861.
353 Cfr. R. Berninzone, Raccolta dei migliori scritti, cit., pp. 106-110.
354 In merito al primo funerale, cfr. P. Pirri, La questione romana. 1856-1864, Parte prima, cit., il contributo Strascichi della non ritrattazione in morte di Cavour, p. 403; sul secondo funerale, cfr. Cronaca universale, «Il Mondo Illustrato», 29 giugno 1861.
355 Cfr. il giornale «Aurora» di Atene, riportato in R. Berninzone, Raccolta dei migliori scritti, cit., p. 105.
356 «Indépendence belge», 6 giugno 1861; «Nord», 6 giugno 1861.
357 Italie, «Journal de Gèneve», 11 giugno 1861; Italie, «Gazette de Lausanne», 26 giugno 1861.
358 R. Berninzone, Raccolta dei migliori scritti, cit., pp. 129-130.
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la dinastia sabauda prossima a imparentarsi con la corte reale), la vicenda si concluse con la celebrazione di una messa assai modesta – e pressoché ignorata – tenutasi presso una chiesa esente dall’autorità vescovile(359).
Come si può evincere dalla panoramica rapidamente percorsa, in Italia così come all’estero le coscienze dei cattolici erano turbate dal dubbio relativo alla morte «pia» di Cavour, circostanza che impediva una pacifica commemorazione del defunto. Agli occhi del clero l’estrema unzione e la formula Libera Chiesa in libero Stato, particolari divenuti ormai parte integrante della narrazione pubblica, davano luogo a una contraddizione incompatibile con l’immagine del ministro «empio» ritornato alla vera fede. Di conseguenza, considerati gli incidenti e le incomprensioni in merito alla natura della presunta conversione finale del conte, maturò presto l’esigenza di chiarire in modo definitivo la questione interpellando colui che aveva personalmente somministrato il sacramento e udito le ultime parole del moribondo.
1.6 Assolto o condannato? Il dibattito sulla «pia morte»
La repentina scomparsa di Cavour aveva suscitato viva sensazione presso la Santa Sede. Secondo alcune fonti, il pontefice stesso rimase assai scosso. Informato della notizia, Pio IX avrebbe interrotto le sue occupazioni e, abbandonatosi al pianto, avrebbe immediatamente ordinato la celebrazione di una messa privata in suffragio del defunto(360). Impressionato dalla rapidità della morte ma sollevato all’idea che il conte avesse reso l’anima a Dio secondo le prescrizioni del cattolicesimo osservante, il papa si sarebbe soffermato a pregare per la redenzione del conte, la cui professione di vera fede era infine giunta dopo aver esacerbato il conflitto tra Stato e Chiesa. Caduto al culmine della carriera nel momento in cui la questione romana pareva prossima alla deflagrazione, Cavour appariva però anche nella sua dimensione di individuo singolo ricongiuntosi al Creatore dopo una vita di fatiche. Agli occhi del pontefice si poteva scorgere l’ennesima manifestazione della volontà divina, nonché una lezione utile a tutti gli avversari della Chiesa. Contrariamente alle aspettative della stampa anti-clericale, la morte di Cavour avrebbe lasciato emergere addirittura il “buon cuore” di Pio IX il quale, secondo racconti posteriori, avrebbe ordinato la distruzione di un articolo redatto dai Gesuiti, pronti ad affermare sulla «Civiltà Cattolica» che il conte era andato all’inferno(361).
Pur ammettendo la veridicità di queste notizie, la reazione pacata e mesta risulterebbe però circoscritta alla figura del papa e alla sua sensibilità. Presso la Curia il sentimento dominante fu di tutt’altro segno. Se, da un lato, ci si augurava che la morte di Cavour interrompesse la politica anti-ecclesiastica promossa dal governo di Torino, dall’altro si temeva pure che in assenza di una figura forte il movimento rivoluzionario dilagasse e portasse realmente alla caduta definitiva del potere temporale. Vi era inoltre la consapevolezza di nuove imminenti occasioni di scontro nei territori “usurpati” dal regno di Sardegna. Attento osservatore della situazione, il cardinale Giacomo Antonelli guardava con interesse e apprensione agli eventi di cui giungeva notizia in Vaticano. Il segretario di Stato, informato sullo stato d’animo della popolazione grazie alle lettere e alle relazioni inviate dai nunzi apostolici e dai consoli pontifici, tentava di ricomporre il quadro complessivo. Da Torino, dove il seggio arcivescovile era rimasto vacante dai
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359 P. Pirri, Strascichi della non ritrattazione in morte di Cavour, cit., pp. 403-405.
360 Ivi, pp. 392-393 e n.
361 Cfr. il racconto in Notizie, in «La Rassegna Nazionale» XXXII (1910), p. 318.
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tempi della cacciata di monsignor Fransoni, il console Gaetano Tortone scriveva affermando che nulla di notevole era accaduto in seguito alla morte di Cavour e alla nomina del nuovo governo, di cui il popolo non sembrava interessarsi affatto(362). Particolarmente sollecito nel fornire informazioni era il console stanziato a Genova, il quale, aggiornando con continuità la Santa Sede in merito alle opinioni delle varie parti politiche attive nel capoluogo ligure, rilevava una certa partecipazione al clima di lutto da parte degli abitanti, benché fossero in molti, a detta del mittente, a vedere nel fatto il «dito di Dio». Costretto a constatare le iniziative prese a favore del defunto primo ministro, il console invitava comunque la curia romana e il partito clericale ad approfittare della «lezione così severa della Divina Provvidenza» che aveva colpito il responsabile dei «più deplorabili accadimenti» di quel tempo(363). Del resto, il grado di coinvolgimento suscitato dal lutto nazionale non sembrava particolarmente preoccupante. Secondo il console pontificio di Palermo, infatti, non occorreva conferire troppo peso alle dimostrazioni pubbliche di cui la stampa forniva resoconti entusiastici: il funerale celebrato il 10 luglio su richiesta della Guardia Nazionale alla presenza dell’arcivescovo e del clero aveva raccolto «poche persone»; nonostante le esortazioni di alcuni giovani, i commercianti avevano rifiutato di chiudere le proprie attività. La cerimonia, palesemente orchestrata dal governo, era apparsa ben più misera dei festeggiamenti indetti pochi giorni dopo per celebrare il compleanno di Garibaldi(364).
Maggiori preoccupazioni destavano invece i resoconti inviati da altre aree. Primo tra tutti, il racconto assai dettagliato con cui il nunzio di Firenze proponeva la contro-narrazione dei gravi fatti accaduti la sera e la notte del 6 giugno. Descritta come innocua manifestazione di sentimento religioso da parte della popolazione più osservante, la processione dell’ottava del Corpus Domini era stata strumentalizzata e politicizzata dal governo, accusato di aver pagato e aizzato la turba di facinorosi per creare scompiglio e rinvigorire la polemica con il partito clericale. Stando alle parole del nunzio, la presunta sfilata filo-lorenese era un’invenzione delle élites liberali che, forti dei giornali a loro disposizione, gettavano fango sulle schiere degli onesti:
È un pretesto degno di un governo rivoluzionario la pretesa dimostrazione dei codini per la morte del Cavour; come è una spudorata menzogna lo spargere, che i Signori facessero pompa delle decorazioni, che si citano; mentre pochi avevano un nastro rosso e nero con piccola croce all’occhiello dell’abito, il Gerini niente; ed il Corsini una catenella con poche crocelline. […] Che modello di governo!!! È bene che tutta Europa sappia la verità degli avvenimenti di Firenze(365).
Dal Veneto giungeva invece notizia del pestaggio subito del canonico Tinelli, il prete veneziano che aveva esultato per la morte del primo ministro durante la messa celebrata in San Marco. Secondo la relazione del console locale, il prelato, difensore dei «diritti della giustizia e della Chiesa», si mostrava meritevole di encomio per il coraggio dimostrato dinanzi alle minacce degli anticlericali e la solerzia con cui era tornato a predicare dal pulpito. La polizia austriaca, prevedendo dimostrazioni di dissenso, aveva
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362 Archivio Apostolico Vaticano (AAV), Segreteria di Stato, Anno 1861, rubrica 165, f. 27, lettera di Gaetano Tortone a Antonelli, 20 giugno 1861.
363 Ivi, f. 10, lettera del console generale pontificio di Genova ad Antonelli, 7 giugno 1861; cfr. anche le lettere del 14 e del 24 giugno.
364 Ivi, f. 15, lettera del console generale pontificio di Palermo ad Antonelli, 24 luglio 1861; cfr. anche la lettera del 3 luglio 1861.
365 Ivi, f. 27, lettera di Lorenzo Bruschi ad Alessandro Franchi, 8 giugno 1861.
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colto l’occasione per arrestare alcuni fedeli, colpevoli di avere abbandonato la cerimonia officiata dal canonico “redivivo” e provocatore. Altrettanto scoraggianti apparivano le notizie fornite dal console pontificio di Livorno, il quale comunicava al cardinale Antonelli la pacifica celebrazione dei funerali dedicati a Cavour, a cui aveva assistito «un grande concorso di popolo», così come a quelli celebrati a Lucca con la partecipazione di settecento studenti universitari. Peraltro, l’atteggiamento della popolazione nei confronti dei clericali non sembrava affatto rassicurante, poiché nella relazione il console riferiva pure come il redattore del giornale cattolico «Il Veridico» fosse stato costretto dalla folla a passare la notte rinchiuso nel proprio stabilimento.
Il contesto era dunque molto vario e restituiva il clima di tensione diffuso in tutto il Paese. Consapevole delle conseguenze legate all’immagine di un Pio IX dolente per la morte di Cavour, la «Civiltà Cattolica», annunciata in un primo momento la notizia in termini piuttosto neutrali(366), si affrettò a pubblicare un articolo dal titolo emblematico – Illecitudine di pubbliche preghiere pel defunto Cavour – con cui si dichiarava «interamente falsa» la notizia relativa ai presunti pubblici suffragi ordinati dal pontefice, libero di pregare «segretamente» per chiunque volesse. Benché non si parlasse di una caduta agli Inferi di Cavour, il tono della pubblicazione restava senza dubbio assai duro: «se vi è morte che porti seco chiarissimamente l’impronta di una vendetta celeste, questa è la morte del Conte di Cavour»(367). Secondo la rivista dei gesuiti, erano molti gli elementi che provavano l’empietà del defunto, ammalatosi il giorno del Corpus Domini e morto il giorno dell’ottava, costringendo le istituzioni, che avevano disertato le celebrazioni religiose a favore della festa dello Statuto, a partecipare loro malgrado alla processione funebre.
L’argomento consentiva di riproporre ancora una volta l’attacco allo stato unitario. Deridendo la retorica impiegata dalla stampa governativa, l’articolo sviliva i fiumi di inchiostro spesi a commemorare il defunto e le narrazioni agiografiche che si diffondevano per il Paese in quei giorni («Se credessimo ai giornali, il Cavour non avrebbe mai parlato tanto come nel punto di morte»). In mezzo ai tanti misteri che circondavano gli ultimi giorni del piemontese (le cause della malattia, le cure dei medici, le parole pronunciate, gli incontri) restava un nodo centrale: la presunta ritrattazione del conte, questione ancora irrisolta che suscitava perplessità nel mondo cattolico. I gesuiti avevano però le idee chiare in merito. Stando alle informazioni note, nulla lasciava pensare a un pentimento tardivo di Cavour. Elemento suffragato, del resto, anche dalla lettera del fratello Gustavo al giornale «Nationalités», appena pubblicata, che sembrava stroncare ogni speranza dei cattolici più liberali(368). Ci si scagliava quindi contro padre Giacomo, colpevole di aver somministrato i sacramenti, innanzitutto, a un delirante e, in secondo luogo, a uno scomunicato che non aveva rivisto le proprie posizioni. Intenzionati a fugare ogni dubbio, i redattori della rivista pubblicavano pure una parte della bolla di scomunica papale in latino emessa nei confronti di tutti coloro che avevano violato l’integrità dello stato pontificio(369).
Per quanto significative, tuttavia, le dichiarazioni della stampa e della famiglia non erano ritenute sufficienti. Già nei giorni successivi alla morte l’attenzione della Chiesa si era soffermata su padre Giacomo, destinato a divenire suo malgrado protagonista
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366 Cronaca contemporanea, «Civiltà Cattolica», 8 giugno 1861, p. 755.
367 Illecitudine di pubbliche preghiere pel defunto Cavour, ivi, 28 giugno 1861, p. 99 e segg.
368 Ivi, p. 109.
369 Ivi, p. 110.
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delle vicende legate agli ultimi istanti di vita di Cavour(370). Personaggio all’epoca oscuro a tutti, il frate, al secolo Luigi Marrocco, nato nel 1808, membro dell’ordine dei minori riformati di san Francesco, era divenuto curato della parrocchia di Madonna degli Angeli nel 1852 in sostituzione del parroco Ignazio Bianco da Montegrosso che, in quanto tenace oppositore della legge sul divorzio, era stato allontanato a Cuneo. Il nuovo incarico aveva contribuito a rendere più sospetto il profilo del frate, esponente di un ordine distintosi per simpatie “rivoluzionarie” dai tempi dell’occupazione dei giacobini francesi. La frequentazione della chiesa da parte della famiglia Cavour aveva portato il conte a stringere una profonda amicizia con il curato. Secondo le ricostruzioni posteriori, il presidente del Consiglio, intimorito dall’epidemia di colera scoppiata in città nel 1854 e memore degli incidenti accaduti in occasione della morte del ministro Santarosa, aveva chiesto e ottenuto da padre Giacomo l’eventuale assistenza spirituale in caso di caduta irreversibile nella malattia mortale(371). Lo stesso frate, inquietato all’idea di poter contravvenire alle prescrizioni della Chiesa, affermò in seguito di aver domandato al pontefice quale atteggiamento tenere in simili circostanze e di aver ricevuto parere positivo. Per i cattolici più osservanti, tuttavia, i termini concreti di questa “assistenza” sembravano tuttavia piuttosto vaghi. Prese dunque avvio l’indagine delle autorità ecclesiastiche, protrattasi per più settimane e ricostruita in buona parte da Matteo Mazziotti, autore di un apposito saggio pubblicato nel 1915. In assenza del legittimo arcivescovo, il primo a muoversi fu il Vicario generale di Torino che tentò invano di contattare il religioso, allontanatosi da Torino pochi giorni dopo i funerali del conte(372). Alle comunicazioni del console pontificio Tortone, impossibilitato a riferire alcun dettaglio in merito all’ultimo colloquio del conte, reagì con irritazione Antonelli che sollecitava risposte definitive. Trovato il frate, un primo interrogatorio da parte del Vicario diede «ben poca soddisfazione»: il padre Giacomo sostenne infatti di aver agito secondo coscienza, assistendo il moribondo e adempiendo al compito richiesto ai ministri della fede.
Fu così che la Curia decise di ricorrere alle misure drastiche e chiese al curato di raggiungere Roma per parlare della questione direttamente con il pontefice. Contattato a tal proposito il 13 luglio dal generale dei Minori Osservanti, padre Giacomo intuì i rischi legati a un soggiorno in Vaticano e si rivolse a Ricasoli per domandare l’eventuale assistenza diplomatica. Il presidente del Consiglio, temendo che il papa potesse ricorrere al tribunale dell’Inquisizione, assicurò la protezione da parte del governo italiano, garantita dal rappresentante presso la Santa Sede, il conte Teccio di Bajo. Confortato dalle dichiarazioni e incensato dalla stampa torinese che coglieva nella vicenda la riproposizione dei «tempi bui» del processo a Galileo, il frate partì per Roma, dove ricevette gli incoraggiamenti dell’ambasciatore e del padre Carlo Passaglia, il religioso incaricato da Cavour di sciogliere la questione romana(373). Il colloquio con Pio IX che, secondo i resoconti di Teccio, accolse frate Giacomo «con durezza» e lo incalzò con insistenza, non portò ad alcun risultato: la presunta «commedia» del trapasso di Cavour venne confermata dal curato che, anzi, avrebbe raccomandato una simile morte
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370 Per un profilo del frate, cfr. C. M. Fiorentino, Giacomo da Poirino, in DBI LIV (2000).
371 Così è riportato in G. Massari, Il Conte Cavour. Ricordi biografici, Tipografia Eredi Botta, Torino 1873, p. 112; come afferma Carlo Maria Fiorentino, «si ignora se questa testimonianza sia veridica o fabbricata a posteriori con l’intento di rendere popolare la figura del Cavour anche negli ambienti cattolici», C. M. Fiorentino, Giacomo da Poirino, cit.
372 M. Mazziotti, Il conte di Cavour e il suo confessore, Zanichelli, Bologna 1915.
373 Ivi, pp. 35-41; per i telegrammi scambiati tra Ricasoli e l’ambasciatore Teccio, cfr. pp. 115-125.
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a tutti i suoi migliori parrocchiani. Accusato di non aver preteso la ritrattazione prima di somministrare i sacramenti, padre Giacomo si rifiutò di dichiararsi colpevole. L’insistenza della Curia si scontrò con l’ostinazione notevole del frate, il quale si mantenne saldo e ripropose a ogni interrogatorio la stessa versione dei fatti: Cavour non aveva ritrattato, né di sua spontanea volontà, né dietro richiesta(374). Un colloquio con il Santo Officio e un secondo incontro con il papa ottennero uguale esito; nemmeno l’anacronistico ricorso alla minaccia di un processo da parte del Tribunale dell’Inquisizione, agitato come estremo «spauracchio», riuscì a sortire qualche effetto. Preso atto della situazione, la Santa Sede fu costretta a contentarsi dei fatti e, pur non emanando nessuna condanna ufficiale, a dichiarare che avrebbe preso provvedimenti con la sospensione a divinis del frate. Rimproverato per la sua «cecità» e sollevato da ogni incarico, padre Giacomo fece ritorno a Torino l’11 agosto, posticipando di qualche giorno il suo arrivo al fine di evitare i festeggiamenti che la cittadinanza aveva organizzato in suo onore(375). Osteggiato in Vaticano, l’ormai ex curato era esaltato dall’opinione pubblica filo-governativa. Nessuna soddisfazione venne riservata al clero più intransigente: padre Giacomo, convinto di non avere motivo per vergognarsi della punizione, non abbandonò Torino, come avrebbe auspicato il vicario; i suoi confratelli, capeggiati dal superiore dell’ordine padre Angelico, mantennero freddi rapporti con Roma e garantirono al perseguitato un alloggio presso la parrocchia. Nel settembre 1861, il governo concesse una pensione minima al frate; pochi giorni dopo, il sovrano gli conferì la croce dell’ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro. Vissuti questi momenti di celebrità, padre Giacomo venne però presto dimenticato: riabilitato parzialmente da papa Leone XIII nel 1881, morì il 30 settembre 1885 dopo aver bruciato tutte le sue carte e redatto una memoria personale di quelle vicende(376).
Passati tre mesi di polemiche e scontri, sembrava chiudersi in modo piuttosto brusco il dibattito suscitato dalla morte di Cavour. Una chiusura apparente che lasciava in realtà molti dubbi in merito alla dinamica dei fatti accaduti nelle ultime ore dello statista, sulle quali aleggiava ancora un’aria di mistero destinata ad accompagnare il racconto del trapasso per lungo tempo. Da un lato, le dichiarazioni ufficiali di amici e parenti, infatti, promuovevano il ritratto di un conte lucido fino agli ultimi istanti, consapevole della situazione; dall’altro lato, alcuni resoconti privati – si pensi alla lettera di Castelli – lasciavano supporre uno stato delirante, apparentemente incompatibile con la narrazione ufficiale diffusa nelle ore successive. Il contrasto tra le due versioni avrebbe quindi reso necessario un ulteriore chiarimento da parte di coloro che avevano assistito alla dipartita del ministro, un chiarimento utile a scansare ogni equivoco e ridefinire in termini agiografici gli ultimi istanti di vita.
In ogni caso, la presenza di padre Giacomo al capezzale, convocato probabilmente dai parenti in ossequio alle disposizioni date in precedenza da Cavour, testimoniava la volontà di una riconciliazione individuale con la Chiesa. Ribadito in ogni occasione, l’episodio sarebbe divenuto parte integrante della biografia cavouriana, sulla quale grande influenza avrebbero avuto gli eredi. Considerato il contesto complessivo, tale
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374 Ivi, pp. 42-51. Come rileva Mazziotti, nel dialogo tra Pio IX e padre Giacomo riproposto da Teccio non pare implausibile cogliere l’intenzione di accentuare i tratti eroici del frate.
375 Cronaca religiosa, in «La Scienza e la fede. Raccolta religiosa scientifica letteraria artistica» XXI (1861), pp. 218-219; cfr. le accoglienze riservate al frate dai giornali «Gazzetta del Popolo» e «Gazzetta di Torino» nei giorni 8-9 agosto 1861 e le considerazioni in M. Mazziotti, Il conte di Cavour e il suo confessore, cit., pp. 63-64. nelle settimane seguenti si sarebbe parlato anche di vessazioni fisiche subite dal frate, cfr. «Il Pungolo», 18 settembre 1861.
376 M. Mazziotti, Il conte di Cavour e il suo confessore, cit., pp. 70-71.
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l’integrità spirituale del defunto e la coerenza dei principii propugnati. Pertanto, l’ultima confessione e la strenua lotta al potere temporale dovevano necessariamente coesistere nello stesso racconto per dimostrare la possibilità di un cattolicesimo rinnovato, moderno, sinceramente praticato nel rispetto della tradizione formale. Benché, alla luce delle varie testimonianze, sembri improbabile che Cavour abbia potuto coscientemente enunciare le ultime celebri parole, la trasfigurazione operata successivamente esibisce un deliberato progetto di mitizzazione. Che si trattasse di un trionfo finale della visione cavouriana o di un’ennesima prova di ambiguità da parte dello statista, l’ultima proclamazione della Libera Chiesa in libero Stato riassumeva icasticamente l’idea del progresso moderato. Ai successori spettava il compito di rilevarne le implicazioni e tentare di tradurlo in pratica.
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Capitolo 2. Contro l’oblio. Definizione e difesa di un mito (1862-1876)
Il tempo […] non ha mitigato la vivezza del dolore che la morte sua suscitò in ogni parte d’Italia e d’Europa. E non l’ha mitigato perché il luogo suo vaca ancora nell’animo degli Italiani e nella politica del mondo civile. Ogni giorno che passa è prova come egli guidasse […] dove i suoi nemici dicevano che altri guidasse lui; e quanto la sua mente, così ferace ed attiva, soverchiasse persino agli affari della patria sua, che egli abbracciava tutti, della patria che aveva rifatta e ricostituita egli stesso, risollevandola dalla polvere in cui, per tanti secoli di sventura e di tirannide, giaceva supina.
«La Stampa», 7 giugno 1863(1)
Con queste parole Bonghi commentava malinconicamente la ricorrenza del 6 giugno, a distanza di due anni dalla morte di Cavour, prendendo atto della realtà. Del resto, i primi mesi non erano stati affatto semplici. Il 1861, l’anno cruciale che aveva sancito l’unità italiana sotto il segno della monarchia sabauda, si era rivelato denso di complicazioni. Scomparso l’abile «nocchiero» in grado di scansare ogni insidia, il Paese si avviava, tra le molte incertezze, a consolidare il risultato maturato in anni di intense fatiche. Si apriva quindi una fase necessaria a cui la classe dirigente guardava con interesse ma anche con apprensione. Agli interrogativi diffusi riguardanti le modalità utili ad affrontare la prova si univa la riflessione inevitabile in merito al vuoto lasciato da Cavour, agli insegnamenti a cui il partito moderato intendeva ispirarsi, alla presunta scuola cavouriana che pretendeva di continuarne la politica, alle mancanze sempre più palesi manifestate nel corso del tempo da parte delle élites. L’eredità politica del conte sarebbe presto diventata oggetto di discussione a più livelli coinvolgendo alcuni settori dell’opinione pubblica che, posti dinanzi alle iniziative dell’esecutivo, percepivano i nessi e le distorsioni tra la linea ministeriale del momento e quella cavouriana. Il confronto con lo statista piemontese avrebbe spesso accompagnato i dibattiti parlamentari successivi alla sua morte, offrendo occasioni di scontro tra le culture politiche in merito ai pregi, ai difetti, alle conseguenze del sistema inaugurato dal conte(2). Alimentate, sostenute o sconfessate dalle fonti pubblicate dai “cavourristi”, le polemiche avrebbero presto confermato il rilievo assunto dalla documentazione prodotta dall’ex primo ministro, una mole di carte che, opportunamente selezionata e rivista, contribuì a definire una certa immagine del personaggio. Destinato a diventare elemento ricorrente nell’argomentazione, l’intreccio tra lo scritto e l’operato cavouriano fu di fatto inscindibile. In tale contesto, il ruolo svolto dagli ex collaboratori dello statista si sarebbe rivelato centrale per tutelare la memoria di Cavour, esaltata e difesa con convinzione dai ministeri moderati, avversata duramente da chi avrebbe voluto
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1 «La Stampa» [Milano], 7 giugno 1863.
2 Per un quadro generale, cfr. F. Cammarano, La costruzione dello stato e la classe dirigente italiana (1861-1887), in Storia d'Italia, vol. II, Laterza, Roma-Bari 1995, pp. 3-112; E. Passerin d'Entrèves, L'eredità trasmessa da Cavour alla Destra storica nel momento della unificazione dello Stato italiano, in R. Lill – N. Matteucci (a cura di), Il liberalismo in Italia e in Germania dalla rivoluzione del '48 alla prima guerra mondiale, Il Mulino, Bologna 1980, pp. 375-402; Ullrich H., Ragione di stato e ragione di partito. Il «grande partito liberale» dall’Unità alla prima guerra mondiale, in G. Quagliariello (a cura di), Il partito politico nella Bella Époque. Il dibattito sulla forma-partito in Italia tra ‘800 e ‘900, Giuffré, Roma 1990, pp. 107-191.
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imprimere una svolta del tutto differente alla politica nazionale. Raggiunti picchi di acceso confronto in concomitanza delle importanti questioni nelle quali l’eredità cavouriana risaltava implicata in modo evidente – la politica estera, la «bomba di Roma» capitale(3), il rapporto Stato-Chiesa –, la diatriba si sarebbe spenta progressivamente durante i quindici anni di vita ministeriale della Destra storica, assorbita dalle questioni pratiche più incombenti ed estranee, almeno in apparenza, alla grande politica degna di tal nome. Superato il tornante del 1865, l’allontanamento delle istituzioni dall’ex capitale subalpina comportò una parziale eclissi del Gran ministro. In parallelo, la memoria pubblica del piemontese, coltivata da una cerchia più ristretta di devotissimi e sostenuta da alcuni ambienti giornalistici torinesi, tentava di inserirsi con modesto successo all’interno dello spazio retorico-patriottico dell’Italia unificata. Mentre i ricordi in marmo e in bronzo dello statista venivano inaugurati in diverse aree del Paese in segno di omaggio, si tentò di estendere al di fuori del Piemonte una vulgata cavouriana fondata anche sull’elemento narrativo fornito dai famigliari, dagli amici e dai collaboratori del defunto, il cui lato umano ben si prestava a una caratterizzazione più popolare. Oscillando tra l’agiografia e la denigrazione, la memoria pubblica di Cavour si sarebbe avviata verso una monumentalizzazione apprezzata soprattutto nei circoli moderati. Il processo di mitizzazione iniziato nel 1861, messo in atto con i mezzi disponibili e secondo modalità ancora tutte da sperimentare, avrebbe richiesto un arco di tempo non breve e incontrato un sostegno piuttosto contenuto.
2.1 Il peso dell’eredità. Colmare il vuoto
Il ministero presieduto da Ricasoli si rivelò meno solido del previsto. Deciso a imprimere un’accelerazione ai processi in corso e ad attuare i piani cavouriani ancora oggetto di discussione, il barone di Brolio aveva dato prova di notevole personalità promuovendo l’accentramento amministrativo, tentando di contenere l’esuberanza del sovrano, riprendendo le trattative utili a risolvere nel minor lasso di tempo possibile la questione romana(4). Poco avvezzo alle pratiche parlamentari, Ricasoli aveva confermato la nomea di figura rigida, determinata a tradurre in pratica le proprie convinzioni a prescindere dal sostegno che incontravano. Il risultato fu un governo di breve durata che di fatto rese evidenti le difficoltà dei successori di Cavour i quali, privi di quell’autorevolezza e di quelle capacità tanto ammirate, furono costretti ad abbandonare la ricerca del singolo individuo in grado di compensare la perdita di una figura così eccezionale. Sul lungo periodo il cavourismo politico sembrò restare un miraggio dei più ferventi sostenitori del defunto primo ministro, convinti di poter riportare in auge un certo atteggiamento, un approccio alla gestione della cosa pubblica ben definito e riconoscibile. Individuati gli assi portanti della politica cavouriana, riconducibili essenzialmente alla promozione del libero commercio, al potenziamento delle infrastrutture, alla risoluzione della questione romana per via diplomatica in accordo con Parigi e la Santa Sede e al successivo completamento dell’unità grazie alla liberazione del Veneto, il progetto dei moderati appariva in linea teorica chiaro ed esplicito. La realtà dei fatti dimostrò tuttavia l’evanescenza di alcuni assunti, la
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3 M. D’Azeglio, Epistolario, vol. X, cit., lettera di Massimo d’Azeglio a Diomede Pantaleoni, 26 ottobre 1862, p. 515.
4 R. Balzani – C. M. Fiorentino, Risorgimento: costituzione e indipendenza nazionale, cit., pp. 249-250; in merito all’eredità politica, cfr. R. Vivarelli, L’eredità del liberalismo risorgimentale dopo l’Unità, in Il mito del Risorgimento, cit., pp. 16-18.
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complessità della loro attuazione in circostanze inedite e talvolta anche il grado di approssimazione con cui questi concetti erano stati formulati.
A ciò si aggiunsero le opinioni divergenti dei cosiddetti generali di Alessandro. La politica del governo Ricasoli aveva già dimostrato la mancanza di coesione interna al partito moderato – quantomai eterogeneo – e l’impossibilità di replicare su più fronti in modo convincente l’azione di Cavour. Le scelte del presidente del Consiglio, infatti, si rivelarono ispirate a una personale interpretazione del pensiero cavouriano, declinato secondo le contingenze, e comportarono lo sfaldamento della compagine di governo. Tra le questioni più rilevanti, vi fu senza dubbio la scelta del sistema amministrativo accentrato a imitazione del modello francese che causò le dimissioni di Minghetti, sostenitore del decentramento, e rese evidenti le spaccature in seno al presunto fronte cavouriano. Privilegiando la soluzione della questione romana a scapito della liberazione del Veneto, Ricasoli si era inimicato anche Vittorio Emanuele II, restìo a portare avanti il conflitto Stato-Chiesa e decisamente più propenso a intraprendere una nuova campagna militare contro l’Austria. In materia di politica ecclesiastica, il barone approdò a una lettura puramente separatista della questione: superando i tentativi messi in campo da Cavour per mezzo dei suoi intermediari, Diomede Pantaleoni e il padre Carlo Passaglia, il presidente del Consiglio aveva optato per la soluzione drastica scrivendo una lettera al papa, mai spedita, con la quale si pretendeva l’abolizione dello stato pontificio e la pacificazione dei rapporti a netto favore dello stato liberale(5).
Per alcuni moderati tutto ciò appariva una forzatura della massima libera Chiesa in libero Stato che, nelle parole di Carlo Alfieri di Sostegno, marito di Giuseppina Cavour e deputato, era invece un invito a perseguire la strada della trattativa, nella convinzione che la Santa Sede sarebbe giunta presto o tardi a riconoscere la legittimità della soluzione cavouriana. Come egli stesso ebbe modo di affermare alla Camera il 2 dicembre 1861, infatti,
Il conte di Cavour voleva serbare a se stesso il tempo di dimostrare, e soleva lasciare al mondo cattolico il tempo di persuadersi che la religione di nulla poteva tanto vantaggiarsi, quanto della propria alleanza coi principii della civiltà e del progresso(6).
Il fallimento del tentativo ricasoliano sembrò pertanto avallare la tesi della necessaria intesa diplomatica con le altre potenze e della prudenza nel trattare le questioni più delicate. La dichiarazione dello stato d’assedio e la dura campagna contro il brigantaggio in Meridione sancirono un ulteriore allontanamento dell’esecutivo dalle prescrizioni lasciate da Cavour. Crollato infine a causa dell’opposizione del barone ai fantasiosi piani diplomatici vagheggiati dal re, desideroso di guidare una coalizione italo-danubiana contro l’Austria per liberare Venezia, il governo lasciò il campo all’esecutivo guidato da Rattazzi nel marzo 1862. Tornò dunque al potere il “partito di corte”, notoriamente disposto ad assecondare le velleità di Vittorio Emanuele. La breve parentesi rattazziana, che in un primo momento parve interrompere la tradizione di governo della Destra consegnando la direzione dell’esecutivo agli «avvocati», confermò
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5 R. Mori, La questione romana 1861-1865, cit., pp. 1-85; C. Satto, «Un leone alla catena corta», cit., pp. 51-65.
6 AP, Camera dei Deputati, VIII legislatura, Discussioni, tornata del 2 dicembre 1861, p. 86; per quanto concerne Carlo Alfieri, E. Masi, Asti e gli Alfieri nei ricordi della villa di San Martino, Bàrbera, Firenze 1903, pp. V-XXV; C. Pischedda – R. Roccia (a cura di), Camillo Cavour. La famiglia e il patrimonio, cit., pp. 143-208; relativamente alla relazione con Giuseppina Cavour, cfr. S. Cerato, Vita privata della nobiltà piemontese, cit., pp. 246-254.
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comunque la fragilità delle compagini governative e dimostrò, inoltre, come il tentativo di esercitare un controllo sulle altre correnti del movimento unitario richiedesse qualità decisamente superiori. L’ambiguità con cui Rattazzi gestì i fatti di Aspromonte, infatti, non poteva che apparire come un pallido tentativo di emulare l’atteggiamento assunto da Cavour nei confronti della spedizione dei Mille. L’incauta sollecitazione del movimento rivoluzionario e la sua drammatica interruzione resero espliciti i rischi di un’imitazione approssimativa della politica cavouriana. Queste vicende contribuirono a persuadere i contemporanei della peculiarità di Cavour, unico in grado di tenere le redini di un fascio di forze così eterogeneo e di cogliere i frutti di dinamiche complesse e articolate. La stagione dei colpi di audacia si era dunque conclusa nel 1860. L’esperienza di Rattazzi, del resto, convinceva una volta di più i moderati della necessità di un presidente del Consiglio dotato di mano ferma nei confronti del sovrano il quale, privo di un freno, ambiva a invadere gli spazi ed usurpare le funzioni delle figure istituzionali previste dallo Statuto(7).
Congedato l’avvocato di Alessandria a fine novembre 1862, l’esecutivo tornò nelle mani della Destra. Escludendo la breve presidenza di Rattazzi nel 1867 e i governi retti dal conservatore Luigi Federico Menabrea tra il 1867 e il 1869, i nomi che si sarebbero avvicendati nel ruolo di primo ministro negli anni successivi – Farini, Minghetti, La Marmora, nuovamente Ricasoli, Lanza – risultano generalmente ascrivibili al partito cavouriano o, quantomeno, al raggruppamento che in origine si era dichiarato tale. Benché divisi, secondo l’ottica della politica notabilare, in gruppi di interesse temporaneamente raccolti intorno al personaggio più influente del momento e condividenti il medesimo programma, spesso espressione di un gruppo regionale, gli eredi dello statista conservarono ruoli di primo piano durante gli anni 1863-1876(8). Affiancati da altre figure che a vario titolo avevano contribuito alla politica cavouriana preunitaria o che pretendevano di applicarne lo spirito come Quintino Sella, Ruggiero Bonghi, Emilio Visconti-Venosta, Carlo Boncompagni, i moderati della Destra coltivarono a lungo l’illusione di mantenere saldo il fronte che così tanti benefici aveva arrecato al Paese.
Occorre peraltro ricordare che i collaboratori più stretti di Cavour continuarono a operare dando un seguito ideale all’azione del piemontese, seppur in posizioni meno esposte e spesso agendo dietro le quinte della grande politica. Tra questi, spiccava Michelangelo Castelli, l’uomo di fiducia di Cavour dedicatosi con solerzia a tessere la trama che avrebbe dovuto portare con successo all’annessione di Roma. Assiduo frequentatore delle alte sfere piemontesi, forte delle simpatie del sovrano, conoscitore profondo dei meccanismi che muovevano la macchina parlamentare, Castelli restò un punto di riferimento stabile per quanto concerneva l’organizzazione di iniziative «sotterranee», la ricerca di contatti utili a promuovere accordi e convergenze tra partiti affini, i tentativi di concertare azioni collettive. Sul piano diplomatico, Isacco Artom e Costantino Nigra diedero il loro prezioso contributo alla costruzione e gestione della politica estera postunitaria. Settore di importanza capitale per le sorti del giovane regno, la diplomazia italiana esigeva continuità con le linee guida assunte fino a quel momento: risultato di anni di conduzione accorta e calcolata, l’unità doveva essere preservata a ogni costo dalle ambizioni delle grandi potenze che, morto Cavour, guardavano con rinnovato interesse alle condizioni della Penisola priva del suo
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7 P. Gentile, L’ombra del re, cit., pp. 204-209.
8 G. Pécout, Il lungo Risorgimento, cit., pp. 226-228; F. Cammarano, Storia dell’Italia liberale, cit., pp. 15-23.
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principale tutore. La necessità si tradusse pertanto nella conferma di uomini competenti che, formatisi empiricamente alla scuola dello statista piemontese, dirigessero il ministero degli Esteri tentando di replicare, là dove possibile, l’atteggiamento tenuto dal conte dando avvio a una “tradizione cavouriana” in seno alla diplomazia. Benché l’abilità del defunto conte risultasse a tutti inimitabile, si confidò negli insegnamenti ricevuti dagli uomini che lo avevano assistito e si erano resi interpreti delle sue volontà presso le più prestigiose corti d’Europa. Pertanto, fu proprio Artom a ricoprire ruoli di rilievo all’interno del mondo diplomatico, in patria come all’estero. Ex segretario e intimo confidente di Cavour, l’astigiano alternò ai soggiorni parigini in qualità di segretario di legazione gli incarichi di capo di gabinetto e in seguito di segretario generale dei ministeri presieduti da Visconti Venosta. Concluse le brevi esperienze di rappresentante a Copenhagen e Carlsruhe, Artom si adoperò come inviato e agente diplomatico nei momenti di massima tensione internazionale(9). Nigra, tornato alla carriera originaria dopo gli insuccessi di quella amministrativa, avrebbe legato il suo nome alla sede di Parigi. Sebbene tacciato di eccessivo filo-bonapartismo e ritenuto talvolta tiepido esecutore delle direttive ministeriali, l’ambasciatore resse con abilità la legazione affrontando i nodi di questioni centrali, quali la Convenzione di settembre, il conflitto del 1866, i tentativi di alleanze con altre grandi potenze, la questione romana. Inserito nel bel mondo parigino, posto al centro di una fitta rete di importanti relazioni, Nigra garantì sempre e con discrezione il proprio sostegno al suo ministro affermandosi come consigliere competente al quale affidare missioni delicate, richiedere opinioni, condividere analisi(10).
A corollario alla coppia Artom-Nigra si possono individuare altre figure che, consolidate all’estero le proprie posizioni, esercitarono l’ascendente di una politica ispirata ai principî del conte. Per diversi anni l’ambasciata parigina poté ancora affidarsi al conte Ottaviano Vimercati, inviato ufficioso e punto d’incontro tra gli interessi governativi e la politica personale del sovrano, esperto uomo d’azione, lucido osservatore. Allo stesso modo, l’ambasciata londinese ospitò fino al 1868 Emanuele Taparelli d’Azeglio, intimo dei lord Palmerston e Shaftesbury, che sfruttando la propria reputazione diede continuità al lavoro di rappresentanza eseguito con successo durante il decennio di attività cavouriana(11.) Forte dell’esperienza maturata negli anni 1860-1861 e della fiducia accordatagli dallo statista in quei mesi, il lombardo Visconti Venosta fu infine la figura distintasi maggiormente per tatto e abilità nella direzione degli Affari Esteri. All’erede “spirituale” del conte, che in seguito sarebbe diventato pure erede effettivo della famiglia Alfieri-Cavour, più volte ministro degli Esteri tra gli anni 1863 e 1876 e nuovamente il 1898 e il 1901, si dovette infatti l’accorta reggenza del ministero in tempi assai burrascosi. Esemplificata dalla celebre massima Indipendenti sempre, isolati mai, la politica estera di Visconti-Venosta avrebbe innervato l’atteggiamento prudente dei ministeri della Destra, confermando le acquisizioni ottenute, a poco a poco,
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9 L.E. Funaro, La scuola del silenzio. Per un profilo di Isacco Artom, Salomone Belforte & C., Livorno 2021, pp. 25-74; E. Artom, L’opera politica del senatore I. Artom nel Risorgimento italiano, vol. I, Collaborazione col conte Camillo di Cavour, Zanichelli, Bologna 1906; G. Talamo, Artom, Isacco, in DBI IV (1962); cfr. anche E. Loevinson, Camillo Cavour e gli israeliti, in «Nuova Antologia» CCXXXII (1910), luglio-agosto, pp. 456-458.
10 Cfr. il celebre medaglione in F. Chabod, Storia della politica estera italiana, cit., pp. 600-618; A. Pennini, La diplomazia del disincanto. Costantino Nigra e l’Italia sul finire dell’Ottocento, Centro Studi Piemontesi, Torino 2022; U. Levra, Nigra, Costantino, in DBI LXXVIII (2013).
11 F. Fadini – M. Mazziotti, Ottaviano Vimercati. Il primo lombardo, Pandino Gera d’Adda Viscontea, Crema 1991; G. Locorotondo, d’Azeglio, Vittorio Emanuele Taparelli in DBI, cit.
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dal giovane Paese(12). Nel complesso la diplomazia, campo privilegiato all’interno del quale era possibile valutare il prestigio di una nazione e i rapporti di forza nel contesto internazionale, avrebbe tentato di mantenere l’indirizzo impresso a suo tempo dallo statista piemontese, attestandosi spesso su posizioni più caute al fine di evitare dannose complicazioni fomentate, da un lato, dal movimento rivoluzionario e, dall’altro, dalle iniziative individuali di Vittorio Emanuele II.
Alla luce di queste considerazioni, è possibile affermare che l’eredità dello statista fosse stata trasmessa, in apparenza e almeno nominalmente, ai suoi successori. Tuttavia, il confronto dei generali di Alessandro con la realtà della prosa e con lo sviluppo delle questioni sorte ai tempi di Cavour, evolutesi secondo dinamiche poco prevedibili, portò la parte politicizzata del Paese a operare accostamenti, paralleli, comparazioni. A livello strettamente parlamentare, furono gli interventi dei deputati – in particolare dei membri dell’opposizione – a stimolare le riflessioni sulle conseguenze di quel modello assunto dalla Destra governativa come vessillo della propria azione. Ai contemporanei sembrò pertanto naturale e spontaneo porsi un legittimo quesito, ovvero quanto cavourismo animasse lo spirito dei ministeri postunitari e in quale misura l’ombra di Cavour influenzasse ancora i suoi successori. Domande che chiamavano direttamente in causa la memoria pubblica del personaggio, ancora in corso di costruzione, sulla quale si stratificavano narrazioni contrastanti e parziali, frutto della lettura talvolta opposta che ne davano le diverse culture politiche rappresentate in parlamento. Le occasioni utili ad affrontare i nodi della questione tuttavia non mancarono e il dibattito che ne scaturì dimostrò l’interesse suscitato, a distanza di mesi, da una delle figure più incisive della storia italiana recente.
2.2 L’apologia dei «cavourristi»
Spentisi gli echi dei necrologi e dei panegirici così a lungo proposti dalla stampa filo-governativa, l’ardore dimostrato nei confronti del defunto primo ministro sembrò gradatamente venire meno, adombrato dalle preoccupazioni più stringenti e dalle incognite del presente. Tra esaltazioni e polemiche, la fase del cordoglio era giunta alla sua conclusione. Si presentava dunque il momento delle conferme.
La sensazione che il passare del tempo potesse incidere sulla considerazione collettiva di Cavour e consentisse nuove valutazioni della sua figura fu percepita da tutti gli intenzionati a tutelare la memoria del personaggio. Si avvertì il pericolo che la tanto esaltata grandezza del conte potesse rapidamente sbiadire e passare in secondo piano, ridimensionata dalle narrazioni concorrenti, osteggiata dai suoi ex rivali e sostanzialmente delegittimata da tutti coloro che, in varia misura, non accettavano il progetto dei moderati italiani. Occorreva evitare che l’immagine di Cavour come semplice espressione della ragion di stato piemontese, mero esecutore del piano di espansione dinastica, ministro di un piccolo Stato fattosi nazione grazie a espedienti poco limpidi e all’intervento di un ingombrante alleato di cui si temevano le ingerenze; né si poteva tollerare che, per quanto apprezzato, il conte venisse ridotto a protagonista di importanza relativa – una delle tante figure che avevano contribuito in diverso modo alla causa italiana, degne di rispetto e ammirazione proporzionati al ruolo riconosciuto loro dall’opinione pubblica. L’opera e la vita di Cavour diventarono quindi oggetto di argomentazione da parte di una cerchia di studiosi militanti. Il risultato di questo lavoro
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12 F. Chabod, Storia della politica estera italiana, cit., pp. 563-599.
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accorto e profondamente organizzato si sarebbe collocato in perfetta continuità con lo «spirito di sistema», proprio dei pubblicisti dell’area moderata, individuato successivamente dalla lettura gramsciana del Risorgimento(13).
Pertanto, sulla scia dei testi editi nelle settimane successive alla morte si possono rilevare alcune pubblicazioni aventi un significato esplicito, un intento chiaro e mirato. Si trattò di alcune lettere scritte dallo statista, messe a disposizione del curatore dai suoi corrispondenti: raccolte, trascritte e inserite in articoli o saggi di carattere esplicativo o narrativo, le carte di Cavour si prestavano a divenire strumenti utili alla sua auto-rappresentazione postuma. In particolare, nelle intenzioni dei curatori proprio la lettera era il mezzo migliore per rispondere alle esigenze avvertite nel momento di costruzione e difesa della memoria cavouriana. In qualità di documento che restituiva idealmente la parola al defunto ministro, la lettera presentava senza filtri apparenti i concetti oggetto di dibattito e la loro interpretazione da parte del personaggio. L’obiettivo era quindi fornire al lettore la materia prima, la fonte diretta grazie alla quale poter maggiormente apprezzare la profondità del pensiero, la forza delle parole, la natura puramente liberale dei principii. Primo passo di un processo che negli anni avrebbe richiesto un impegno piuttosto significativo, la raccolta di carte cavouriane si rivelò centrale per la diffusione delle idee del defunto. Edite in modo parziale e frammentato, le lettere sarebbero state per lungo tempo oggetto di interesse portando a pubblicazioni che esibiscono determinate intenzioni. Un’invalsa consuetudine comportò infatti la proposta di carte selezionate, tagliate e modificate a seconda delle esigenze e degli scopi del curatore. Nemmeno la successiva edizione dell’epistolario a cura di Luigi Chiala, destinato a divenire oggetto di una trattazione più sistematica negli anni a seguire, poté sfuggire a questa prassi(14). Estranea alle esigenze di carattere storico-erudito, la selezione di documenti permise però di sostenere le argomentazioni proposte dagli autori dei contributi, conferendo veridicità alle affermazioni e presentandosi come prova evidente degli alti ideali attribuiti a Cavour. Occorre pertanto soffermarsi sulle prime pubblicazioni di carte, documenti e notizie biografiche per individuare lo stadio iniziale di un processo meditato e costruito, sul quale si sarebbero innestate le successive operazioni editoriali, incardinate in uno schema ormai definito, improntate alla ripetitività e miranti a celebrare il Tessitore.
L’esordio di Berti
Il primo a mettere in atto questo proposito fu Domenico Berti. Professore di filosofia presso l’ateneo torinese, membro del Consiglio di Stato, deputato della Sinistra sostenitore prima di Valerio e poi di Gioberti, Berti si era avvicinato progressivamente a Cavour fino ad approvarne in buona parte l’operato(15). Nel gennaio 1862 pubblicò sulla «Rivista Contemporanea» le Lettere inedite del conte Camillo di Cavour. Il saggio presentava un profilo del defunto statista conforme al ritratto postumo ormai divenuto parte integrante del discorso pubblico in seguito alle iniziative del partito moderato. Lo scopo del contributo era pertanto fornire un quadro complessivo dell’azione politica di Cavour integrando le affermazioni con le fonti primarie. Dalle parole di Berti trapelava
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13 A. Gramsci, Quaderni del carcere, vol. III, cit., pp. 2074-2075.
14 F. Gabotto, Come si pubblicano le lettere di Camillo Cavour, cit., pp. 505-526; alcune osservazioni più generali anche in U. Levra, Fare gli italiani, cit., pp. 277-279.
15 G. P. Nitti, Berti, Domenico in DBI IX (1967), cfr. anche il necrologio di P. Orano, Domenico Berti, Tipografia di Giovanni Balbi, Roma 1897.
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nitidamente la convinzione che fossero gli scritti stessi di Cavour a esplicitare la natura di un programma politico, del quale si voleva porre in evidenza la continuità e la coerenza degli ideali tra il 1848 e il 1861. Incentrato su una parte del carteggio Cavour-Rattazzi, al quale Berti aveva potuto accedere grazie al consenso del nipote Ainardo e dello stesso avvocato alessandrino, il testo ripercorreva alcuni snodi centrali dell’ultimo decennio offrendo al lettore la possibilità di constatare in prima persona le qualità del defunto:
Le lettere del conte Camillo di Cavour rendono intiera l’imagine di lui, del suo potente ingegno, della sua indole subitanea ed energica. Nemico delle ambagi e delle circonlocuzioni, loda e censura senza reticenza e fa spesso aperti con singolare franchezza i suoi più riposti ardimenti. Non c’è uomo per quanto levato in grado che ei non misuri col suo giudizio e non isfiori col suo epigramma fino ed arguto il quale gli cade dalla penna con quella fluidità che gli usciva dalle labbra ne’ suoi privati colloqui(16).
Assumendo l’«epigramma» come tratto distintivo della parola di Cavour, il testo offriva un saggio delle qualità, delle doti, del carattere del personaggio attingendo abbondantemente dalle fonti a disposizione; per quanto concerneva le carte, non si faceva mistero delle operazioni compiute sui testi trascritti e si dichiarava in nota la presenza di espunzioni, tagli e cesure di brani ritenuti inopportuni(17). A distanza di qualche mese dalla scomparsa, gli accenti panegirici non erano venuti meno. Il tono delle affermazioni era ancora piuttosto esaltato: il conte emergeva dal contesto dei suoi contemporanei come individuo dotato di notevoli capacità, prime tra tutte il coraggio, «sorgente di tutte le grandi aspirazioni, la musa alla cui voce egli animavasi»(18). Audace e diretto nel parlare, imperturbabile nell’animo, il conte aveva seguito la sua strada dando prova di capacità non comuni («Ei non sapeva che fosse paura»)(19). Compreso il nesso che legava la Santa Sede a Vienna, binomio in cui si condensavano le vere ostilità alle aspirazioni unitarie, il piano era apparso alla sua mente in tutta chiarezza. Cavour era però anche l’uomo in grado di conciliare l’inconciliabile: così come non avrebbe potuto essere «rivoluzionario» senza essere ministro, allo stesso modo non sarebbe stato «riformatore religioso» senza poter tenere il pastorale in mano(20). Si elogiava il talento e l’intuito politico; in particolare, ci si soffermava a sottolineare la grande intuizione che aveva portato il defunto primo ministro all’accordo con il centro Sinistra e a legarsi con Rattazzi, figura che Cavour – prove alla mano - avrebbe difeso dalle critiche anche dopo la fine del celebre connubio(21). Parole di stima venivano quindi indirizzate, forse non casualmente, anche all’alessandrino che, proprio in quei giorni, si apprestava a succedere a Ricasoli.
In termini generali, l’apologia di Cavour si identificava con quella del partito di governo: risultava infatti piuttosto esplicita anche la presa di posizione a favore degli uomini che avevano collaborato al progetto unitario propugnato dallo statista, quel
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16 D. Berti, Lettere inedite del conte Camillo di Cavour, in «Rivista contemporanea» XXVI (1862), pp. 3-46; alcune brevi considerazioni in E. Rota, Questioni di storia del Risorgimento, cit., pp. 945-946.
17 «Abbiamo usato sobriamente e con grande riserva di questo carteggio sopprimendo nella stampa quei fatti e giudizi, la cui pubblicazione avrebbe potuto reputarsi inopportuna». D. Berti, Lettere inedite, cit., p. 3.
18 Ivi, p. 10.
19 Ivi, p. 8.
20 Ivi, p. 11.
21 Ivi, p. 26.
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gruppo che Cavour aveva riunito raccogliendo «gli uomini più sensati del Paese»(22). In sintesi, il grande merito del suo operato sul piano nazionale si poteva così riassumere:
La lotta di Cavour contro i suoi amici di Destra è feconda di insegnamenti per i nostri uomini di Stato e riempie uno dei più splendidi periodi della sua vita politica, durante il quale misura a passi di gigante l’arena parlamentare, vince ed abbatte tutti i suoi competitori, rimove ad uno ad uno gli ostacoli, si scioglie dai lacci che il tengono avvinto, tronca i nervi alla parte retriva, si divide dalla parte costituzionale che vorrebbe soprastare ed indugiare, affievolisce la parte opponente confederandosi al Centro sinistro, trae il Piemonte dallo isolamento legando i suoi interessi economici a quelli di Francia e di Inghilterra, e lo mantiene nell’ufficio egemonico verso le altre provincie italiane, continuando la politica bellicosa contro l’Austria(23).
A fianco delle affermazioni più altisonanti figuravano anche frangenti di quotidianità. Ne derivava pertanto un ritratto non solo politico ma anche umano del personaggio Cavour: il privato cittadino che, nelle rare pause concesse dall’attività ministeriale, amava tornare a percorrere gli amati campi di Leri come un «industrioso Cincinnato moderno», felice della fama di buon agricoltore; l’uomo privo di rancore che si lasciava andare facilmente allo scherzo e all’ilarità; l’aristocratico dai modi semplici che passeggiava con le mani dietro la schiena(24).
Nodo cruciale su cui Berti si soffermava al termine della dissertazione era la spedizione di Crimea, evento in cui si potevano cogliere i diversi piani di azione: questo era infatti «uno dei maggiori atti del sistema politico conciliativo e riformatore al di dentro, bellicoso al di fuori» al quale sarebbe poi seguito il Congresso di Parigi. Momento decisivo per le sorti del Paese, il congresso aveva consentito al piemontese di presentare all’attenzione dei grandi la questione italiana, ergendosi a rappresentante del popolo italiano vittima delle angherie e del malgoverno. L’accento era posto sul credito di cui godette il conte presso gli altri potenti europei, in particolare inglesi e francesi. Dalle lettere trascritte si riportavano inoltre le considerazioni che Cavour inviava a Rattazzi in seguito ai colloqui avuti a margine delle sessioni principali del congresso, brani e stralci dai quali si desumeva una notevole sintonia tra il piemontese e i ministri alleati. Particolare enfasi contraddistingueva i resoconti dei colloqui avuti con lord Clarendon, di cui si parlava in termini molto positivi(25). Nelle intenzioni di Berti, queste lettere avrebbero dovuto dimostrare l’ottimo stato dei rapporti tra Torino e Londra in periodo preunitario. La buona disposizione del britannico era descritta da un Cavour assai fiducioso il quale, nel 1856, si sarebbe detto certo del sostegno attivo della Gran Bretagna in caso di guerra del regno di Sardegna con l’Austria.
Le polemiche
Fu proprio su questo punto che l’opinione pubblica, non solo italiana, si soffermò con attenzione. Meno innocua di quanto fosse sembrato allo stesso autore, l’ultima parte dell’articolo suscitò alcune perplessità. Primo a esprimersi in merito fu lo stesso lord Clarendon che, venuto a conoscenza della pubblicazione, avvertì l’esigenza di rilasciare alcune dichiarazioni utili a chiarire la questione. Presa la parola durante la seduta del 17
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22 Ivi, p. 19.
23 Ivi, pp. 19-20.
24 Ivi, pp. 6-7.
25 Ivi, pp. 44-45.
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febbraio alla Camera dei Lord, ridimensionò notevolmente il tono delle affermazioni riportate nella lettera di Cavour: pur sostenendo di aver sempre avuto stima e simpatia per il defunto ministro e la sua causa, affermò che le parole a lui attribuite erano state pronunciate a titolo personale e non a nome del governo di Londra, contrario a ogni supporto materiale. Parole che, relative a una questione estranea agli scopi del congresso e trattata in coda alle sessioni principali, lo stesso Cavour avrebbe sconfessato. Clarendon, inoltre, negando alcune dichiarazioni, smentiva di fatto un coinvolgimento eccessivo da parte britannica nella soluzione della crisi italiana e invitava implicitamente il governo di Torino a valutare nelle debite proporzioni il peso delle parole pronunciate in contesti non ufficiali(26). Considerato il contesto, il discorso suonava anche come un palese avvertimento rivolto all’Italia affinché questa, raggiunta l’unità in aperta violazione dei trattati, non fraintendesse il supporto morale ricevuto in passato al punto da ritenersi autorizzata a perseguire una politica estera avventurosa.
Benché non recepita immediatamente, la risposta di Clarendon non passò inosservata e giunse alla Camera durante la seduta dell’8 luglio. Stimolato a intervenire a seguito dell’interrogazione del deputato Gallenga, interessato a sapere se ci fossero stati progressi in merito alla pubblicazione dei discorsi parlamentari di Cavour da parte della commissione incaricata, l’autore dell’articolo colse l’occasione per chiarire la questione. Alla presenza del nuovo primo ministro Rattazzi, Berti sostenne di aver voluto dimostrare come fosse mutato l’«indirizzo pratico» della politica estera italiana tra il 1848 e il 1856, indicando nel defunto conte il principale responsabile. Utili a delineare l’opera «meravigliosa», le lettere permettevano di comprendere le origini di quel cambiamento e come avesse avuto inizio l’avvicinamento tra Torino e Parigi. Berti affermava inoltre di aver presentato lo scritto a Gustavo Cavour, il quale avrebbe approvato il testo proprio perché moderato e apparentemente scevro da polemiche. Assunta una posizione conciliante, il deputato confermò la trascrizione fedele del contenuto delle lettere e si disse persuaso della sincerità delle ultime parole di Clarendon, intenzionato a smussare le letture troppo entusiastiche(27). Secondo Berti, la sua pubblicazione era stata oggetto di sovrainterpretazione da più parti. Si era dunque travisato l’intento originario e occorreva tornare sul significato profondo delle carte citate: la difesa del diritto della nazionalità che aveva trovato il concorso, materiale e non, di tutti «gli Stati amici». Confermate queste parole dal successivo intervento di Gustavo Cavour, il quale approvò Berti in merito alla genesi dell’articolo, la questione sembrò ormai chiusa(28).
Erano però rimasti dei malumori. Rattazzi, che aveva messo a disposizione di Berti le lettere di Cavour e che avrebbe potuto ritenersi soddisfatto del proprio ritratto, assai lusinghiero, non aveva apprezzato la pubblicazione, infastidito forse dall’eco internazionale che ne era derivata, sconsigliabile per la buona reputazione del suo governo. Nemmeno in casa Cavour la ricezione fu positiva. Impegnato in un lungo viaggio che lo aveva tenuto all’oscuro degli sviluppi, informato quindi con un certo ritardo della questione, Ainardo si adirò. Deciso a evitare pericolose derive a danno della memoria del conte, il nipote – che si riteneva peraltro investito del ruolo di custode delle carte cavouriane – decise di rendere nota l’opposizione della famiglia a ogni pubblicazione non autorizzata di documenti appartenuti all’illustre zio. Perciò l’8
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26 Notizie estere, «Gazzetta del Popolo», 20 febbraio 1862; La dichiarazione di lord Clarendon, «L’Opinione», 22 febbraio 1862.
27 AP, Camera dei Deputati, VIII Legislatura, Discussioni, tornata dell’8 luglio 1861, p. 3058.
28 Ivi, p. 3059.
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agosto la «Gazzetta piemontese» diede alle stampe l’annuncio con cui Ainardo chiariva il proprio pensiero in merito:
Io protesto contro qualunque pubblicazione di corrispondenze confidenziali del conte di Cavour, che si potrebbe fare d’ora in poi da persone che non ebbero tale incarico da lui. Pubblicazioni di tal fatta sono contrarie alle sue intenzioni più volte e chiaramente manifestatemi. Egli affidò a me la cura di preparare una edizione della parte più interessante della sua corrispondenza particolare per un tempo che non è ancora giunto; non era desiderio suo che le sue lettere servissero a privati interessi. Invocherò adunque l’appoggio delle leggi e della pubblica opinione contro chi in avvenire cercasse violare le intenzioni del conte di Cavour a tale riguardo(29).
La reazione vigorosa del nipote alimentava inoltre i dubbi in merito al reale andamento delle vicende: da un lato, infatti, erano contraddette le dichiarazioni di Berti in merito al presunto consenso dato da Gustavo e da Ainardo alla pubblicazione, dall’altro l’intervento del nipote si poneva in contrasto con l’appoggio che lo stesso Gustavo aveva garantito al deputato in Parlamento. In ogni caso, sembrò evidente che qualcuno avesse mentito e, in secondo luogo, che Ainardo non intendesse cedere ad altri, tantomeno al padre con cui era in cattivi rapporti, il ruolo di difensore della memoria dello statista.
L’interesse e la curiosità per lo scritto di Berti divennero piuttosto importanti: Oltralpe fu presto approntata una traduzione in francese(30). Forse in risposta a questa diffusione, il successivo 29 ottobre Ainardo scrisse una lettera al «Journal des Dèbats». Accusato Clarendon di aver fatto affidamento alla sua memoria fallace, il giovane, che aveva seguito Cavour a Parigi in qualità di segretario, confermava il contenuto delle lettere: a sostegno di ciò egli adduceva anche i ricordi personali delle conversazioni informali citate nel testo di Berti e delle confidenze ricevute dallo zio(31). Il livore alimentato da queste vicende parve insormontabile. Per un momento, infatti, Ainardo valutò anche l’ipotesi di intentare una causa in tribunale nei confronti di Berti, incoraggiato dall’esito positivo di un processo avvenuto qualche tempo prima in Francia per identiche motivazioni(32).
Altrettanto irritata fu la sorella Giuseppina, che dovette risentire assai delle conseguenze di quella pubblicazione al punto da scrivere a Berti parole piuttosto pesanti. Ne è la prova una lettera, priva di data ma senza dubbio risalente a quel periodo, inviata alla marchesa dal deputato, il quale si diceva molto dispiaciuto per l’improvviso raffreddamento dei rapporti e addirittura offeso per le accuse a lui rivolte:
Non ho provato in vita mia più profondo dolore di quello che mi cagionò la lettera che ella mi scrisse. Il pensiero che otto e più anni non oso dire di amicizia ma di conoscenza familiare non abbiano bastato a preservarmi da sì amare accuse è tal cosa che mi umilia e mi affligge in modo da non saperlo significare. Posso chiamarmi in colpa di molte cose in questo mondo, ma non mai di quella di tradire il vero per servire alle parti politiche o peggio ancora di valermi delle parole che escono dalla tomba per funestare
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29 «Gazzetta del Popolo», 8 agosto 1862.
30 M. C. de la Varenne (D. Berti), Lettres inédites du Comte de Cavour au commandeur Urbain Rattazzi traduites en français et précédées d’une étude sur le Piemont, depuis 1848, et M. Rattazzi par M. Charles de la Varenne, E. Dentu, Paris 1862.
31 «Journal des Dèbats», 29 ottobre 1862.
32 Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (d’ora in poi UCEI), Archivio Artom, b. 5, f. 209, lettera di Ainardo Cavour ad Isacco Artom, 30 ottobre 1862.
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coloro che vivono. Prima di mandare per le stampe le poche mie pagine sopra lo zio le ho lette al padre perché mi dicesse se v’era cosa alcune da mutare. Tanto io era lontano dal supporre che Ella od altra persona potesse prendere in cattivo senso le mie parole. I motti e gli epigrammi innocenti che vennero da me testualmente riprodotti si ritrovano in tutte le vite degli uomini grandi. Ho soppresso tutti i nomi ed ho usato la maggiore temperanza nei giudizi che mi toccò di dare sopra gli uomini contemporanei. Se avessi contezza di una sola parola ingiuriosa la ritratterei pubblicamente. Dissi quello che la coscienza mi dettava. […] L’unico intendimento che mi proposi nel pubblicare alcune lettere dello zio fu quello di chiarire una parte della nostra storia politica e […] di dimostrare come a lui e non all’imperatore si dovesse la prima idea sulla necessità dell’intervento dei grandi Stati nelle cose d’Italia. Avrò espresso male il concetto, ma questo era tale non altro. E se per esprimerlo male mi fosse caduto in mente che ella mi avrebbe opposto gli intendimenti di cui fa cenno nelle sue lettere, mi sari certamente astenuto dallo scrivere un solo verso. […] Ella, o signora marchesa, senza forse volerlo mi offese in quello che ho di più caro al mondo. Il dolore che ne sento è grandissimo. La sua lettera mi rivelò cose alle quali io non ho pensato e non penserò giammai. […] Apro con lei il mio animo sinceramente(33).
L’apparente rottura con gli eredi dello statista non fu però definitiva. Infatti, Berti ebbe modo di riappacificarsi con la famiglia Cavour e negli anni a seguire curò altre pubblicazioni sul tema – date alle stampe in momenti meno fertili per la polemica – inserendosi a buon diritto tra i più apprezzati saggisti ed editori di fonti relative all’ex ministro piemontese. I rimproveri ricevuti non vennero però dimenticati. A distanza di tempo, ormai scomparsi Gustavo, Ainardo e Giuseppina, un po’ di amarezza rimase probabilmente nei ricordi di Berti che ancora nel 1895 sarebbe tornato sulla questione ricostruendo le vicende di quei mesi e riaffermando le proprie migliori intenzioni(34).
Rivelatosi un esordio poco felice da parte dei cultori della memoria scritta cavouriana, l’episodio poneva in primo piano alcuni elementi rivelatisi presto centrali: l’attualità dell’operato dello statista, oggetto di vivo interesse non solo in Italia, e soprattutto la ricaduta del dibattito suscitato dalle pubblicazioni sul discorso pubblico. Fatti che suggerivano l’esigenza di un esame e di una selezione attenta del materiale oggetto di edizione affinché l’immagine di Cavour predisposta dagli eredi si mantenesse integra, coerente, duratura. Occorreva dunque evitare le deformazioni, anche involontarie, a cui gli ammiratori di Cavour esterni alla famiglia sottoponevano questo ritratto, offrendo agli avversari motivi per delegittimare a posteriori l’attività del conte. Si rese necessario dunque organizzare una sorta di difesa preventiva dalle aggressioni e dagli attacchi di tutti coloro che avrebbero sfruttato ogni occasione per infangare la memoria di un personaggio che, come noto, in vita aveva attirato molte critiche. Anche perché, conclusa la stagione esaltante dei necrologi alla quale avevano dato il loro non scontato contributo anche gli oppositori di Cavour, era prevedibile la ripresa di una politica anticavouriana mirata alla rimozione dei meriti fino a quel momento riconosciuti. Come dimostrava l’episodio di Berti, le migliori intenzioni non erano sufficienti a tutelare l’immagine postuma di Cavour.
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33 Fondazione Camillo Cavour di Santena, Fondo Famiglia Alfieri, Diversi a Giuseppina, f. 1227, lettera di Domenico Berti a Giuseppina Cavour, s.d. [luglio 1862].
34 D. Berti, Sulla corrispondenza del Conte Camillo di Cavour colla contessa di Circourt, Enrico Voghera, Roma 1895, pp. 62-69.
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La versione dei collaboratori. L’OEuvre parlamentaire di Artom e Blanc
Molto più soddisfacente risultò infatti un’altra pubblicazione data alle stampe negli stessi mesi. Si trattò del corposo volume OEuvre parlamentaire du Comte de Cavour, curato da Isacco Artom e Alberto Blanc. Pubblicato in francese nel luglio 1862, il testo si presentava come una raccolta dei discorsi parlamentari più importanti di Cavour, scelti e tradotti da due figure molto vicine al defunto conte. Ovviamente, fu Artom a assumere il ruolo di curatore principale, affiancato dal più giovane Blanc, collaboratore dell’astigiano, membro savoiardo del ministero degli Esteri al quale Cavour aveva affidato incarichi diplomatici negli anni più recenti. L’aspetto più rilevante del volume fu senza dubbio la prefazione di quarantadue pagine scritta proprio da Artom che, in virtù della ricchezza di considerazioni e del medaglione cavouriano realizzato, può essere considerato un saggio a sé stante. Personaggio decisamente più cauto e riflessivo di Berti, l’ex segretario si premurò di ottenere l’approvazione di tutti gli interessati a difendere la memoria di Cavour. Come testimonia la corrispondenza, gli ultimi mesi del 1861 e i primi del 1862 videro uno scambio di richieste, opinioni, pareri tra il curatore e gli amici, colleghi, esponenti del governo, membri della famiglia Cavour. Un contributo importante venne fornito da Michelangelo Castelli che procurò stralci di lettere utili alla scrittura del testo introduttivo(35). Conclusa la prima stesura, già nell’ottobre 1861 Artom incassava il nulla osta di Ricasoli(36). La bozza della prefazione, di cui si conserva ancora la minuta(37), venne sottoposta anche a Costantino Nigra il quale, tornato a Parigi in veste di ambasciatore, poté prendere contatti con gli ambienti editoriali della capitale e presentare il testo alle figure più in vista della politica francese. Artom esortava infatti a chiedere un riscontro anche ad Alexandre Bixio, personaggio ben inserito nel mondo parigino. Tra le frequentazioni di Nigra vi era pure la romanziera Marie d’Agoult – nota con lo pseudonimo maschile di Daniel Stern – che, dedita già da tempo allo studio dell’opera di Cavour, lesse con interesse la bozza e consigliò ai curatori alcune leggere modifiche(38). L’astigiano confidava all’amico ambasciatore le modeste ambizioni della pubblicazione che, libera da slanci retorici, intendeva rendere il dovuto omaggio all’uomo così tanto ammirato. Secondo l’ex segretario, sempre modesto, sarebbe spettato forse al colto Nigra realizzare un profilo biografico degno di Cavour:
Come tu sai non ho alcuna pretesa letteraria, la sola impressione che volli produrre, è quella di sincerità: un ritratto perfetto del conte è opera di altre mani che le mie, e forse quando tu ti decidessi fra qualche anno a ritirarti dalla vita pubblica, tu solo potrai pagare degnamente il debito di gratitudine degli Italiani al solo loro grande uomo di Stato(39).
In breve tempo, l’introduzione ai discorsi incontrò il sostegno da più parti. Anche Castelli e Borromeo approvarono il testo («non ne furono malcontenti»)(40.) Deciso a non urtare Ainardo Cavour e a contenerne l’irascibilità divenuta ormai proverbiale, Artom si
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35 Archivio di Stato di Biella (d’ora in poi ASBI), Archivio Chiala, c. 1, f. 17, lettera di Isacco Artom a Michelangelo Castelli, 14 luglio 1862.
36 UCEI, Archivio Artom, b. 1, f. 21, lettera di Nicomede Bianchi a Isacco Artom, 30 ottobre 1861.
37 Ivi, b. 9, f. 238, bozza della prefazione.
38 Ivi, b.1, f. 3, lettera di Marie d’Agoult a Isacco Artom, 30 dicembre 1861.
39 Ivi, b. 8, f. 224, minuta di Isacco Artom a Costantino Nigra, 19 novembre 1861.
40 Ibid.
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tutelò assicurandosi anche il sostegno del nipote del conte. Soddisfatto dell’introduzione, Ainardo negò comunque la concessione di alcune lettere. Nonostante il responso positivo, le vicende seguite alla pubblicazione di Berti turbarono non poco l’ex collaboratore. Scrivendo a un non meglio precisato destinatario intenzionato a curare una pubblicazione su Cavour, Artom metteva in guardia l’anonimo dai rischi, ritenuti certi, a cui egli sarebbe andato incontro senza il sostegno del nipote dello statista. La «malaugurata pubblicazione»(41) di Berti rappresentava un precedente ormai piuttosto importante. Intimorito dalle possibili polemiche di lungo corso, lo stesso Artom pensò di interrompere il lavoro e di rinunciare alla stampa del proprio volume. Solamente dietro insistenza di Castelli, Minghetti e Bixio la revisione dello scritto poté riprendere nella primavera del 1862. In accordo con quest’ultimo, si decise inoltre di inserire un’introduzione storica a ogni discorso riportato, scelta utile a fornire al lettore il contesto di riferimento e, probabilmente, evitare strumentalizzazioni(42). L’accortezza spinse i curatori a non escludere alcuna cautela. Memore dei risvolti internazionali causati dall’articolo di Berti, Artom rese noto il contenuto del volume a tutti i vertici politici francesi. Pertanto, si domandò il permesso di pubblicare brani di alcune lettere, tra gli altri, anche a Napoleone III e a Adolphe Thiers, i quali diedero il proprio assenso; Gerolamo Napoleone lesse con interesse il testo, ritenuto «très bien, écurieux, intime, intéressant», suggerendo alcune migliorie(43). Rattazzi, nuovo presidente del Consiglio, rassicurò i curatori in merito alla piena legittimità della pubblicazione, assicurando che non avrebbe avuto nulla da ridire in merito a un atto del tutto naturale, compiuto da chi aveva vissuto accanto al compianto Cavour. Constatato l’appoggio diffuso da parte di tutti i chiamati in causa, si giunse così alla definizione delle questioni pratiche. Le trattative intavolate da Artom, che nel frattempo era stato nominato segretario di legazione a Parigi e poté gestire in prima persona gli accordi, portarono alla firma di un contratto con l’editore Hetzel(44). Il volume in quarto venne dato così alle stampe nel maggio 1862.
Il risultato fu un testo di 642 pagine realizzato raccogliendo quaranta orazioni, pronunciate dal conte tra il 1848 e il 1861, organizzate e suddivise in diciassette capitoli. Come affermavano i curatori nell’incipit del volume, non si intendeva proporre una pubblicazione alternativa all’edizione integrale dei discorsi parlamentari promossa dalla Camera di cui si attendeva con grandi aspettative la prossima realizzazione. Si voleva bensì presentare un testo agevole ma altrettanto significativo, una selezione delle orazioni migliori, dense di significato e pertanto degne di essere portate alla conoscenza di un pubblico più vasto possibile grazie alla traduzione in francese(45). Era un volume destinato a rivolgersi all’Europa intera, a quell’esteso uditorio che aveva potuto ammirare l’opera di Cavour e piangerne la scomparsa. Nelle intenzioni dei curatori si auspicava dunque la diffusione tra tutti i simpatizzanti della causa liberale, un implicito riconoscimento della caratura internazionale del defunto primo ministro. Il valore universale dei principî propugnati dallo statista diveniva quindi il fulcro concreto attorno al quale si disponevano idealmente i discorsi parlamentari, riuniti a comporre una sintesi efficace della sapienza politica del conte, un monumento alla sua grandezza.
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41 Ivi, b. 12, f. 257, copia dattiloscritta di minuta di Isacco Artom ad anonimo, 28 febbraio 1862.
42 Ivi, b. 8, f. 225, lettera di Isacco Artom a Costantino Nigra, 4 aprile 1862.
43 Ivi, b. 3, f. 95, lettera di A. Mocquard a Isacco Artom, 1° maggio 1862; lettera di Pierre-Jules Hetzel a Isacco Artom, 2 maggio 1862; lettera di Gerolamo Napoleone a Costantino Nigra, 8 maggio 1862.
44 Ivi, copia del contratto tra Pierre-Jules Hetzel, Isacco Artom e Albert Blanc, 31 marzo 1862.
45 I. Artom – A. Blanc (a cura di), OEuvre parlamentaire du Comte de Cavour, J. Hetzel, Paris 1862, pp. V-VII.
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Monumento che – occorre sottolineare – risultava costruito grazie a materiale di dominio pubblico di cui era possibile trovare conferma nei resoconti delle sedute parlamentari e che, pertanto, garantiva un grado di verificabilità e oggettività difficilmente applicabile alle carte private.
Scandita attraverso le sue tappe più rilevanti, la carriera pubblica di Cavour si presentava agli occhi del lettore in tutta la sua rilevanza e contribuiva a fornire un saggio della tanto decantata versatilità riconosciuta al defunto ministro. I discorsi riportati toccavano infatti tutti i temi di cui il conte si era occupato: l’esordio presentava l’intervento del 20 ottobre 1848 con cui il deputato Cavour invitò il governo alla ripresa delle ostilità contro l’Austria; si proseguiva con i dibattiti relativi a vari argomenti, tra i quali la discussione della legge sulla stampa, la definizione dei rapporti stato-Chiesa, la partecipazione alla guerra di Crimea, la contrazione dei prestiti finanziari, le annessioni, fino a giungere alla proclamazione di Roma capitale; la lunga panoramica terminava con il discorso pronunciato in Senato il 5 aprile 1861. In questo affresco trovavano spazio anche le questioni più controverse che avrebbero pesato a lungo sulla reputazione di Cavour. Non si taceva infatti nemmeno della cessione di Nizza e Savoia alla Francia, qualificata come atto necessario e sofferto, probabilmente l’unico grande dolore vissuto dal conte(46).
L’introduzione
Lavoro pregevole sotto diversi aspetti, il volume aveva però il proprio punto di forza nella già menzionata introduzione. La «sincerità» di cui Artom scriveva a Nigra si era tradotta in un testo che andava oltre ai soliti ragguagli biografici, al freddo profilo istituzionale, alle considerazioni dettate più dalla consuetudine che dall’omaggio spontaneo. Per quanto elemento ineludibile in un volume celebrativo, la retorica venne però confinata alla breve prefazione con cui i curatori esplicitarono il fine dell’opera presentata, lavoro di «historiens» e non di panegiristi:
Leur but d’ailleurs n’a pas été seulement d’honorer la mémoire du ministre sous la direction duquel ils ont eu l’honneur de servir leur pays; ils ont voulu aussi rappeler combien le mouvement italien, dès l’origine de la période présente, a été juste, noble, et fécond en présages heureux pour le reste du monde. Les voeu qu’ils forment, c’est que ce livre témoigne de la grandeur d’une nation autant que de la grandeur d’un homme(47).
A uno spirito diverso si richiamava invece la lunga introduzione. Affermata l’impossibilità di una biografia cavouriana degna di tal nome, compito affidato alle generazioni successive, Artom proponeva al lettore uno scritto utile a soddisfare le legittime curiosità dei contemporanei. Se infatti la galleria di discorsi parlamentari avrebbe confermato le doti intellettuali di Cavour, meno evidente sarebbe apparsa invece la statura morale del personaggio accanto al quale l’ex segretario aveva passato gli anni più recenti della sua vita. Si manifestava in tal modo il fine ultimo di quel testo: svelare l’uomo dietro lo statista. Secondo i curatori, occorreva infatti smontare le accuse costruite dagli avversari del conte, indicato spesso come un uomo d’intrigo, avido di potere, scettico, corruttore, un despota camuffato da liberale(48).
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46 Ivi, p.3.
47 Ivi, p. VII.
48 Ivi, p. 3.
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La risposta a questa esigenza sorgeva spontanea dalla penna di Artom. L’opera politica dello statista, ispirata sempre alla fede nella libertà e ai più alti principii, veniva dunque illustrata per mezzo di episodi, aneddoti, eventi meno noti dai quali traspariva con evidenza una vicenda umana mai banale, colta anche nella sua dimensione più domestica. Non potendo affidarsi alle carte private del conte, l’introduzione si presentava pertanto come un affresco realizzato grazie al susseguirsi dei ricordi personali di Artom, delle confidenze di Cavour, delle conversazioni informali tra i due, degli scambi di opinioni. Al di là di ogni agiografica descrizione, il quadro fornito assumeva i contorni vividi del ritratto eseguito “dal vero”, realizzato accostando frammenti e impressioni utili a delineare la natura autentica dell’uomo a cui Artom era stato sinceramente affezionato. In apparenza poco istituzionale se confrontato con l’articolo encomiastico ma decisamente più freddo di Berti, il testo dell’astigiano sembrava però restituire una fisionomia più complessa e calata nel reale, tratteggiata da colui che aveva avuto rapporti pressoché quotidiani con Cavour. Per diversi aspetti la relazione tra i due sembrava ricalcare la classica relazione tra maestro e allievo: per Artom, non a caso, onorare la memoria dello statista consisteva soprattutto nel garantire «le respect de la pensée du maître»(49).
Dalla narrazione trapelava la sincera ammirazione del segretario nei confronti di un uomo che era riuscito a tenere salda la rotta pure nei momenti meno felici e che con grande naturalezza trattava di alte questioni anche nel privato, rassicurando il suo collaboratore. Ne è un esempio la conversazione relativa ai possibili sviluppi della questione romana, tema riguardo al quale Artom aveva avuto fosche previsioni. Al suo pessimismo Cavour avrebbe risposto con un discorso che, lungi dall’essere concepito a posteriori, dava prova delle convinzioni più intime dello statista, ribadite e argomentate con decisione:
j’ai plus de confiance que vous dans les effets de la liberté. Concevez-vous l’Italie sans Rome, et pouvez-vous assigner à Rome un autre rôle que celui de capitale de l’Italie? Ne voyez-vous pas que le moment est venu de résoudre cette question du pouvoir temporel, qui a été de tout temps la pierre d’achoppement de la nationalité italienne, et que le seul moyen de la résoudre est de rassurer le monde catholique sur le sort que l’Italie nouvelle fera à la papaute? On fait injure au catholicisme lorsqu’on prétend qu’il est incompatible avec la liberté. Ma conviction est, au contraire, qu’assitôt que l’Église aura gouté de la liberté, elle se sentira comme rajeunie par ce régime salubre et fortifiant. […] Lorsque l’Europe sera convaincue que ce n’est pas au catholicisme que nous en voulons, elle trouvera naturel et convenable que le drapeau italien flotte à Rome de préférence à tout autre drapeau. L’entreprise n’est pas facile, mais elle est digne d’être tentée. […] C’est à nous qu’il appartient de mettre un terme au grand combat engagé entre l’Eglise et la civilisation, entre la liberté et l’autorité(50).
Episodi di questo genere attestavano dunque una coerenza di pensiero su cui alcuni contemporanei nutrivano dubbi. La difesa era appassionata: rispondendo all’accusa di avidità, Artom asseriva come Cavour avesse amato il potere non per soddisfare le proprie esigenze, bensì per conseguire il fine ultimo(51). Per l’ex segretario, l’opera intera dello statista fu sempre ispirata al realismo politico e non al machiavellismo di cui tanto si parlava. La presunta spregiudicatezza non era altro che l’atteggiamento di un
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49 Ivi, p. 2.
50 Ivi, pp. 23-24.
51 Ivi, p. 4.
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individuo determinato a ottenere il migliore risultato consentito dalle circostanze: la peculiarità di Cavour, infatti, consisteva nella capacità di scorgere i confini del possibile laddove il resto degli uomini non riusciva a spingersi(52). Come logica conseguenza di questi assunti, Artom dava la propria opinione anche in merito a una delle questioni più controverse. A chi si chiedeva se Cavour avesse sempre mirato all’unità del Paese o avesse sfruttato a suo vantaggio lo sviluppo degli eventi, l’astigiano rispondeva sostenendo che lo statista fosse approdato per gradi all’idea di un’Italia unificata. Secondo il curatore del volume, infatti, il realismo politico aveva indotto il conte (che in gioventù si sognava «primo ministro d’Italia») a valutare l’opzione federalista, così come era stato auspicato inizialmente da altri esponenti della Destra piemontese, fino alla pace di Villafranca. Superato il tornante dell’armistizio, considerate le concrete possibilità profilatesi all’orizzonte, l’unità sarebbe divenuta la priorità per Cavour(53).
Emergeva quindi il profilo di un uomo moderno, convinto della centralità dell’opinione pubblica e per tal motivo sempre attento alle ricadute delle sue dichiarazioni(54), ammiratore della Francia e della Gran Bretagna in quanto poli della civiltà(55). Superati i momenti difficili, si rendeva noto il passaggio dall’impopolarità iniziale alla stima diffusa in virtù delle capacità pubblicamente riconosciute. Individuato il fine supremo del suo operato nell’applicazione della libertà in campo amministrativo e religioso, si lodava la natura intrinsecamente liberale del suo animo: il conte possedeva a tutti gli effetti «l’instinct et la science de la liberté», dote estranea a un numero troppo grande di uomini politici. L’amore per i più alti esempi della civiltà procedeva di pari passo alla moderazione con la quale il defunto conte aveva guardato al progresso e all’attuazione dei suoi principî. Come tenne a sottolineare Artom, Cavour, pur apprezzando la devozione alla causa di Mazzini, aveva rifiutato categoricamente il fanatismo e «l’esprit doctrinaire» dei repubblicani(56).
Degno di nota per la descrizione a tutto tondo era il lato umano del personaggio, non idealizzato secondo i canoni letterari dell’uomo virtuoso, bensì caratterizzato per bozzetti e note di colore sparse lungo il testo nelle quali era possibile cogliere i riflessi della vita reale. Si rammentava dunque al lettore la benevolenza dimostrata dal conte nei confronti di tutti, anche degli sconosciuti(57); la vicinanza di spirito a Garibaldi, con il quale egli sperava di entrare «a braccetto» in Verona(58;) l’inclinazione al riso di un uomo che, ostile alla pompa delle celebrazioni ufficiali e delle onorificenze, si canzonava da sé, ironizzava sulle presunte origini germaniche del cognome Benso e, per provare la propria fiducia nella futura riappacificazione del partito liberale con il mondo cattolico, non escludeva l’ipotesi di una propria canonizzazione(59). Il quadro si concludeva illustrando il seguito ideale a cui il conte avrebbe aspirato, ovvero una vecchiaia tranquilla, lontana dalla politica: trasferita la capitale a Roma, città ritenuta poco consona alle proprie inclinazioni, egli intendeva dedicarsi alla vita di campagna e all’organizzazione delle proprie carte da lasciare in eredità ai nipoti(60). Sommerso dalle emozioni e dai ricordi, Artom ricordava infine l’ultimo saluto reso a Santena – episodio impresso nitidamente nella sua memoria – quando, ascoltando i colpi di martello
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52 Ivi, pp. 7-8.
53 Ivi, pp. 7-9.
54 Ivi, pp. 26-27.
55 Ivi, p. 41.
56 Ivi, p. 32.
57 Ivi, p. 28.
58 Ivi, p. 36.
59 Ivi, p. 35.
60 Ivi, p. 4.
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abbattersi sul loculo di marmo, il dramma era giunto alla sua conclusione. Terminato l’affresco, Artom non esitava a proclamare Cavour il primo uomo di Stato della storia italiana, in quanto non letterato o filosofo prestato alla politica come Alfieri, Foscolo, Manzoni, Balbo, Gioberti e d’Azeglio, bensì come profondo conoscitore del proprio tempo, in grado di associare il cammino del Paese a quello delle potenze più progressiste d’Europa(61). La chiusa dell’introduzione lasciava spazio per un ultimo appello a tutti i contemporanei, ai quali si rammentava come l’esempio dei grandi uomini, superata la morte, si ergesse a fonte d’ispirazione per tutti i popoli liberi.
«Un libro buono e bello»
Il volume fu accolto con generale entusiasmo. Tra i cavouriani e gli ammiratori dello statista le manifestazioni di compiacimento si sprecarono. Ritenuto il degno omaggio alla memoria del conte, il lavoro parve a molti restituire appieno la grandezza di Cavour. In particolare, l’introduzione di Artom colse nel segno poiché in grado di soddisfare le aspettative di tutti gli interessati alla questione e di sposare al contempo le esigenze degli eredi politici a quelle degli eredi famigliari. Benché non allineato politicamente con il fratello, Gustavo Cavour infatti si diceva assai soddisfatto del testo, additato come un «vero monumento alla memoria» dello statista in grado di emozionare e indurre a meditazioni; il marchese lodava inoltre gli editori per aver fornito il materiale utile ai futuri storici dell’unità italiana(62). Più importante ancora fu però l’approvazione di Ainardo, divenuto ormai il principale referente in materia, il quale si spese in complimenti degni di nota:
Vi ringrazio moltissimo del vostro lavoro. Come avete penetrato nel fondo del pensiero di Lui. Mi parve leggendo le vostre pagine di sentirlo rivivere e parlarmi. Vedo bene quanto foste degno dell’affetto e della stima che egli aveva per voi, e di cui mi duole moltissimo che egli non abbia avuto tempo a darvi quelle prove che egli intendeva(63).
Numerose copie del volume vennero inviate alle personalità straniere. Il ministro degli Esteri Drouyn de Lhuys ringraziò con affetto Artom per il dono della copia(64). Significativa fu anche la circolazione tra il pubblico femminile. Dopo un’attesa durata mesi, Marie Agoult, già intenzionata a scrivere una biografia cavouriana, ricevette il testo ed espresse grande soddisfazione(65). Allo stesso modo la contessa Anastasie de Circourt, frequentatrice di Cavour al tempo dei soggiorni parigini del conte, lesse con avidità il testo di Artom e Blanc restandone felicemente impressionata. Così scriveva ad Artom:
son plan m’a paru très judicieux, propre à lui assurer le plus grand merite possible et le meilleur choix de lecteurs qui prennent en français seulement connaissance des affaires d’Italie. L’oeuvre de l’homme d’Etat s’y montre achevé, systématique et réguliere; une harmonie importante lui est conférée par l’unité du but, et la simplicité féconde du plan. Rien ne pourrait donner une idée plus complète, plus juste, plus élevée de la carrière
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61 Ivi, p. 42.
62 UCEI, Archivio Artom, b. 2, f. 47, lettera di Gustavo Cavour a Isacco Artom, 9 agosto 1862.
63 Ivi, b.5, f. 209, lettera di Ainardo Cavour a Isacco Artom, 24 ottobre 1862.
64 Ivi, b. 2, f. 72, lettera di Éduard Drouyn de Lhuys a Isacco Artom, 22 luglio 1862; anche b. 4., f. 169, lettera di Hubert Saladin a Isacco Artom, 16 luglio 1862.
65 Artom e Blanc avrebbero personalmente consegnato copie del volume a diverse personalità francesi. Cfr. L. E. Funaro, La scuola del silenzio, cit., pp. 128-129.
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parlementaire du Comte de Cavour. Le progrès de son éloquence suit fidélement ce des événements, et ses puissantes facultés semblent s’agrandir à chaque occasion nouvelle qui exige l’application plus etendue(66.
Da Parigi le copie dell’opera furono spedite a tutti i simpatizzanti torinesi della causa. Tra questi, anche l’ambasciatore britannico James Hudson. Il ministro della Real Casa Giovanni Nigra, ex sindaco di Torino ed ex ministro, ringraziò il curatore a nome proprio e a nome del sovrano, il quale si diceva «ansioso» di conoscerne il contenuto, per il dono assai gradito(67).
La «Gazzetta del Popolo», annunciata con enfasi la pubblicazione, dedicava diversi articoli al libro nell’agosto 1862. Beneficiario della copia inviata alla redazione del periodico era, non a caso, Alessandro Borella, un cavouriano “di ferro” che propose ai lettori del quotidiano un’analisi puntuale del testo. Stupitosi in un primo momento della scelta di pubblicare il tomo in francese, il giornalista approvò in seguito la decisione, convinto della necessità di comunicare agli stranieri la portata del grande progetto politico. A detta di Borella, il volume era semplicemente «un libro buono e bello». Eccezionale era ritenuta l’introduzione di Artom,
una bella descrizione politico-morale del Conte di Cavour, bella perché rappresenta al naturale, senza esagerazioni o frasi studiate di rettorica, che si possano adattare a tutti i grandi uomini di Stato. No, la descrizione che ce ne dà il signor Artom è esclusiva al Conte di Cavour, e composta di detti appartenenti tutti al Conte di Cavour. Lo dico sinceramente e senza esagerazione: in tutte quelle 44 pagine d’introduzione mi parve sempre d’aver presente il Conte di Cavour. Dico di più: se fosse possibile che la mia stima, la mia venerazione per il Conte di Cavour […] potesse ancora crescere, sarebbe cresciuta dopo la lettura della introduzione del signor Artom, perché in essa vi sono dei ragguagli che vanno proprio al cuore(68).
Libera dal peso dell’ampollosità un po’ stucchevole dei necrologi a lungo ripetuti, la prosa del curatore metteva in pratica le intenzioni. Nel commentario delle settimane seguenti, il giornale si soffermava sui punti ritenuti salienti a fini puramente politici. In particolare, l’occasione si prestava per sottolineare ancora una volta il contrasto tra Mazzini, il dogmatico utopista che cercava frasi a effetto, e Cavour, l’uomo contraddistinto dal ragionamento «semplice e naturale» e dal linguaggio popolare(69). Negli stessi giorni anche Giacomo Dina si complimentava con l’amico Artom, al quale riferiva le molte lodi profuse a Torino non solo dai noti ammiratori del conte, ma anche dai «freddi e freddissimi». Entusiasta del risultato, il direttore comunicava inoltre la pubblicazione a brani del saggio introduttivo su «L’Opinione», gesto imitato presto da «La Perseveranza». In breve tempo, altri giornali avevano riprodotto gli articoli, dando vasta eco al testo di Artom e Blanc(70).
Di questo trionfo, tuttavia, non tutti sembrarono gioire. Le anticipazioni dell’opera pubblicate dalla stampa avevano infatti suscitato alcune perplessità tra le alte sfere, dove l’omaggio così esplicito e insistito a Cavour non riuscì particolarmente gradito. A irritare gli ambienti governativi era stato soprattutto l’iniziativa assunta dai due principali quotidiani dell’opposizione che, facendo in tal modo professione di
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66 UCEI, Archivio Artom, b. 2, f. 54, lettera di Anastasie de Circourt a Isacco Artom, 22 luglio 1862.
67 Ivi, b. 3, f. 128, lettera di Giovanni Nigra a Isacco Artom, 28 agosto 1862.
68 Un libro buono e bello, «Gazzetta del Popolo», 2 agosto 1862.
69 Pensieri ed opere del Conte di Cavour, ivi, 16 agosto 1862.
70 UCEI, Archivio Artom, b. 3, f. 71, lettera di Giacomo Dina a Isacco Artom, 18 luglio 1862.
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cavourismo, avevano contribuito alla notorietà del testo a Torino e Milano. Ne era consapevole lo stesso Dina il quale, assuntasi la responsabilità di una pubblicazione in merito, informava Artom dei malumori sollevati: secondo alcune indiscrezioni, Rattazzi avrebbe voluto addirittura applicare una pena disciplinare nei confronti dei curatori del volume. La reazione del primo ministro non dovette comunque stupire eccessivamente i cavouriani. Approvando il testo di Artom, Rattazzi aveva immaginato forse una circolazione ampia in Francia e nel resto d’Europa, ma non in Italia. Esaltata da alcuni quotidiani nazionali, l’opera si sarebbe potuta rivelare pertanto un pericoloso strumento antigovernativo. Tuttavia, riferiva ancora Dina, l’ipotesi di un provvedimento era stata stroncata sul nascere grazie all’intervento del generale Durando, il quale, interrogato in merito dal primo ministro, avrebbe qualificato il gesto come «inopportuno» e «non giustificabile»(71).
Complessivamente, il volume di Artom e Blanc rappresentava un buon risultato. Un successo che dimostrava innanzitutto la possibilità di una difesa efficace dell’operato cavouriano grazie all’elaborazione di una “memoria interna” al partito moderato, in particolar modo se promossa da coloro che avevano partecipato e collaborato in prima persona alle attività del conte. In secondo luogo, si erano rivelati necessari alcuni requisiti utili a garantire l’esito positivo del lavoro, ovvero la meticolosità e cura nel preparare il terreno alla pubblicazione, elementi che sembravano affossare ancora di più l’articolo di Berti. Di conseguenza, si comprese che, da quel momento in avanti, non tutti avrebbero potuto arrogarsi il diritto di scrivere e pubblicare. Considerato il contesto, nell’ottobre 1862 lo stesso Ainardo Cavour comunicava ad Artom la decisione di ostacolare in ogni modo la pubblicazione di alcune lettere che il poco stimato marchese Villamarina – «cet animal» secondo il giovane – aveva annunciato(72). Infine, l’eco suscitata dal testo confermava l’interesse ancora vivo per l’opera di Cavour, in grado di alimentare il dibattito pubblico e suscitare reazioni tra gli ex avversari politici. Le prove di questa rilevanza non sarebbero mancate.
William De La Rive e Giuseppina Cavour
Gli ex collaboratori e gli ammiratori del conte non furono però gli unici a impegnarsi in prima persona nella stesura di scritti funzionali alla costruzione di una memoria postuma. Infatti, anche i membri della famiglia Cavour, consci dell’importanza capitale rappresentata da una corretta presentazione dell’operato del loro parente più illustre, diedero il proprio contributo. Potendo sfruttare la conoscenza diretta della figura, attingere a ricordi personali e narrare vicende private ignote al pubblico, gli eredi dimostrarono come i saggi e i necrologi fossero solamente una parte del repertorio di scritti utili a conseguire lo scopo. Talvolta, anche le forme più squisitamente narrative potevano raggiungere un risultato apprezzabile sotto diversi punti di vista. Fu questo il caso della biografia in francese Le Comte de Cavour. Récits et souvernirs scritta da William De La Rive, cugino svizzero dello statista, e pubblicata in cinque puntate sulla rivista «Bibliothéque universelle» di Ginevra.
L’autore apparteneva al ramo elvetico dell’albero genealogico, acquisito per parte di Adèle de Sellon, madre del defunto conte appartenente a una delle famiglie calviniste più influenti della Svizzera francese. Parenti stretti dei Sellon, i De La Rive si erano trasferiti dal Piemonte a Ginevra nel XIV secolo, divenendo parte integrante dell’élite
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71 Ibid.
72 Ivi, b. 5, f. 209, lettera di Ainardo Cavour a Isacco Artom, 8 novembre 1862.
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locale. All’epoca di Cavour, l’esponente di spicco era Auguste De La Rive, apprezzato intellettuale, celebre fisico dedito allo studio dell’elettricità, docente universitario, esponente degli organi consigliari cittadini, uomo politicamente attivo. Cavour aveva frequentato in gioventù l’ambiente della famiglia, vivace e stimolante, cogliendo in seguito ogni occasione per visitare i parenti svizzeri coi quali mantenne una corrispondenza assidua. La pacifica residenza di Presinge, situata a poca distanza della città, era diventata luogo di ritrovo assai gradito al conte che, nel corso del tempo, aveva avuto modo di intrattenersi con il più anziano e già affermato Auguste. Il dialogo con quest’ultimo, membro del partito conservatore locale, contribuì alla formazione del Cavour maturo, consapevole, attento osservatore dell’attualità politica. D’altronde, il contesto stesso offriva orizzonti più ampi dal punto di vista culturale e intellettuale rispetto al Piemonte carloalbertino: collocato sulla via che portava ai grandi centri dell’Europa occidentale, il cantone ginevrino era divenuto l’anticamera degli ambienti cosmopoliti del continente. Fu lì che Cavour poté acquisire lo spirito critico, maturare l’interesse per le grandi questioni del suo tempo, nonché misurarsi con gli strumenti del confronto e del dibattito. In particolare, l’osservatorio ginevrino permise al piemontese di assumere l’apertura mentale e l’approccio conoscitivo tipici del mondo culturale protestante. A tutti gli effetti, la dimensione “europea” del conte iniziò a manifestarsi in quel contesto(73).
Dei soggiorni svizzeri di Cavour conservava buoni ricordi il figlio di Auguste De La Rive, William. Nato nel 1827, il giovane occupò una posizione piuttosto rilevante nella comunità: subentrato al padre nella direzione della «Bibliothéque universelle», era stato a lungo collaboratore del «Journal de Gèneve»; per quanto concerneva la formazione, seguì le inclinazioni di Auguste e del cugino piemontese interessandosi agli studi chimici e alla loro applicazione in agricoltura. Assai più giovane di Cavour, egli aveva avuto modo di frequentare il conte fin dai tempi della propria infanzia. Le conversazioni tra i due, divenute col passare del tempo profonde e mature, lasciarono un segno profondo nella memoria della famiglia. La simpatia per il cugino piemontese si trasformò presto in ammirazione. Benché animato come il padre da convinzioni politiche più conservatrici, il giovane De La Rive aveva sempre stimato Cavour; sorpreso e addolorato anch’egli per la scomparsa improvvisa, maturò il desiderio di rendere il dovuto omaggio. Pertanto, negli ultimi mesi del 1861 il cugino aveva iniziato a raccogliere ricordi, memorie, lettere e carte utili a ricostruire, senza alcuna pretesa scientifica, un profilo biografico del personaggio. Impiegando il materiale disponibile in casa propria, William si avvalse anche dei preziosi contributi epistolari di Giuseppina Cavour la quale, conscia della buona reputazione del giovane, si era mostrata favorevole alla pubblicazione di un contributo di tal genere(74). Analogamente al caso di Artom e Blanc, la stesura in francese del testo assumeva un valore ulteriore proprio perché utile a favorire la diffusione presso un pubblico ampio.
Il risultato superò ogni aspettativa. Nonostante le professioni di modestia da parte dell’autore, lo scritto si rivelò assai corposo e denso di informazioni, al punto da essere
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73 C. Pischedda, Cavour e i De La Rive, in W. De La Rive, Il conte di Cavour, trad. it. a cura di E. Rossetto, Istituto Geografico De Agostini, Novara 1968, pp. 8 e segg; R. Romeo, Cavour e il suo tempo, vol. I, cit., pp. 259-261; A. Viarengo, Cavour, cit., pp. 41-42; C. Favre, Le comte de Cavour et son biographe William De La Rive, Gèneve 1911; in merito ai parenti svizzeri, cfr. anche E. Passerin d’Entrèves, Jean Jacques Sellon (1782-1839) e i fratelli Gustavo e Camillo Cavour di fronte alla crisi politica europea del 1830, in D. Cantimori (a cura di), Ginevra e l’Italia, Sansoni, Firenze 1959, pp. 674-699.
74 C. Pischedda, Cavour e i De La Rive, cit., pp. 19-31.
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ritenuto dai contemporanei la prima biografia di Cavour. Molti elementi motivavano del resto questa definizione: l’ampiezza della scrittura, la ricchezza espressiva, la contestualizzazione degli avvenimenti, l’uso ponderato delle lettere, l’interpretazione data ad alcuni fatti. Edito nei primi cinque numeri dell’annata 1862, il testo ricostruiva le vicende biografiche del conte articolandosi in quattordici capitoli. Benché caratterizzata da una trattazione non sistematica della materia, fatta talvolta di accelerazioni e approfondimenti di alcune questioni, la pubblicazione raccoglieva diversi aspetti del personaggio tentando di darne un’immagine più complessa rispetto ai ritratti forniti dalle note agiografie. Uno dei maggiori pregi fu senza dubbio la penna dell’autore che, grazie a una scrittura felice e dinamica, si lasciava spesso andare al piacere di narrare: gli incipit di alcuni capitoli ricordano del resto gli stilemi propri del romanzo; le descrizioni del quadro famigliare e i bozzetti dei singoli personaggi che animano il racconto donano una dimensione intima e famigliare alle vicende narrate. Decisamente rilevante era l’osservazione del personaggio attraverso la lente del ricordo personale. Lo scritto non si configurò infatti come un medaglione, bensì come un ritratto umano, dettato dall’affetto e dall’ammirazione provati dal giovane William verso il cugino. Da quest’ultimo, del resto, l’autore aveva ricevuto non solo consigli e insegnamenti ma anche – si sarebbe scoperto a distanza di molti anni – un sostegno morale assai significativo in seguito a una perdita clamorosa al gioco d’azzardo. Per molti aspetti Cavour era stato un punto di riferimento(75).
Come rilevato da Carlo Pischedda, la base documentaria e bibliografica dell’opera era costituita da un insieme eterogeneo di testi e fonti, tra le quali la biografia scritta da Ruggiero Bonghi prima della morte dello statista, la pubblicazione di Edward Dicey, i discorsi parlamentari e gli scritti economici cavouriani, le pagine di Francesco Predari relative alla storia del Piemonte nel primo Ottocento, le lettere di Cavour ad Auguste e William De La Rive ma anche altri carteggi procurati da Giuseppina Cavour. Quest’ultima partecipò attivamente, a distanza, alla stesura dello scritto: rispose infatti alle domande del cugino, fornendo particolari e informazioni di propria iniziativa, a volte interi brani che – conferma Pischedda – sarebbero stati trascritti integralmente senza modifiche. Il confronto, naturalmente, tutelava l’autore in merito al consenso da parte dei famigliari più stretti di Cavour; tra questi, anche il marchese Gustavo che avrebbe dato ragguagli in merito all’albero genealogico.
Simile all’ottima introduzione di Artom, soprattutto per quanto concerne il tentativo di rendere più completo il ritratto dello statista senza escludere quello dell’uomo, il testo ampio di De La Rive sfruttava il maggiore spazio a disposizione per fornire un quadro dell’esistenza di Cavour, colta sì nella sua apparenza istituzionale ma anche nelle conversazioni private, nelle confidenze, nelle lettere amichevoli. Ovviamente, non si trattò di una biografia oggettiva poiché redatta da un membro della famiglia; tuttavia, come si affermava in incipit, la mancanza d’imparzialità diventava la peculiarità principale del testo per De La Rive, dichiaratamente interessato a integrare con il proprio contributo l’immagine di Cavour secondo un’ottica memorialistica. Ancora una volta, si auspicava il lavoro delle generazioni future per una biografia compiuta del cugino. Per il momento, il giovane autore si accontentava di raccogliere le impressioni e i ricordi:
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75 Ivi, pp. 26-30; cfr. le considerazioni di Romeo sull’opera, R. Romeo, Nuove Questioni di Storia del Risorgimento, cit., p. 806.
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J’ai donc pour dessin principal de raconter M. de Cavour tel que j’ai compris, connu, admiré, aimé, tel que mes souvenirs me le rappellent, tel aussi que le révèlent des lettres tracées familièrement, de dates fort diverses, en fort petit nombre, à moi-même(76).
La disamina di De La Rive si rivelava estranea ai toni panegirici di parte, ampollosi e costruiti. L’autore concentrò buona parte delle considerazioni di ordine generale nel primo capitolo, dove l’elogio di Cavour non si presentava come elenco di doti e pregi ma come argomentazione. Chiaramente, ritornavano gli elementi già noti: tra i vari, la pragmaticità del personaggio che si traduceva nel «disprezzo» per la cura dello stile oratorio e nella mancanza di verbosità cara a gran parte dell’aula parlamentare; elementi ai quali faceva da contraltare la capacità di mirare direttamente al nodo del problema e alla sua possibile soluzione. Per De La Rive, il segreto della forza era individuabile nella conquista degli animi piuttosto che nella loro persuasione: nel momento della necessità, il conte era stato grande oratore proprio perché era stato un grande statista. Il Parlamento veniva presentato come ambiente ideale a mettere in luce la personalità, il carattere, la carica morale del cugino; grazie alla vita politica e al dibattito il defunto ministro aveva raggiunto quella meritata popolarità che la gente comune, poco avvezza a cogliere la statura di un tale uomo e a riconoscerne i meriti nel lungo periodo, gli aveva negato inizialmente. Cavour era quindi additato come il liberale per antonomasia, convinto che la libertà individuale fosse «l’arca santa» della libertà moderna, perno di tutte le libertà dell’età contemporanea. Mai inebriato dal potere, egli avrebbe sempre agito entro i limiti previsti dall’ordinamento costituzionale, spinto da quell’amore per la libertà che permetteva il sorgere di partiti avversari. Tra i meriti più grandi attribuiti al cugino, si annoverava l’educazione del Piemonte ai principî del liberalismo(77).
Complessivamente, queste considerazioni assumevano un certo valore anche perché formulate da un conservatore moderato come De La Rive il quale, del resto, ammetteva di non aver sempre condiviso le posizioni del conte. Ciononostante, il giudizio andava oltre le opinioni intime dell’autore, sinceramente persuaso della statura eccezionale di Cavour, al quale – occorre ricordare – si guardava anche attraverso il punto di vista dello straniero, dell’osservatore coinvolto emotivamente in quanto famigliare ma al contempo esterno al contesto politico, sociale e «nazionale». Associandosi alla vulgata, anche il cugino svizzero riteneva che Cavour avesse posseduto la capacità di «saper vedere», volgarmente detta «buon senso» e funzionale a cogliere le implicazioni del reale e i suoi possibili sviluppi; allo stesso tempo, si riscontrava la «facoltà di volere» con ardore. Lungimiranza e forza di volontà, unite alla fiducia un po’ sfrontata nella fortuna e alla propensione per la lotta, costituivano l’essenza dell’uomo di Stato di cui l’autore dava infine la seguente definizione:
Il avait ce qui constitue et complète le grand politique: l’ardeur réfléchie, l’activité infatigable, la sagacité, l’opportunité, la connaissance des temps, la fertilité de ressources, l’esprit libre de tout préjugé, le coeur à l’abri de tout haine. Taillé pour la lutte et né pour la victoire, il était enfin, de la fière race des imprudents qui hardiment se confient à la Fortune, certains qu’elle ne saurait jamais se montrer si ingrate que de leur être infidèle(78).
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76 W. De La Rive, Le Comte de Cavour, in «Bibliothèque universelle» LXVII (1862), t. XIII, p. 9.
77 Ivi, pp. 16 e segg.
78 Ivi, p. 29.
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Dal secondo capitolo prendeva avvio la biografia «umana» vera e propria che esordiva con una descrizione del contesto famigliare degna del romanzo ottocentesco, comprendente i bozzetti affettuosi dei suoi componenti. Nei capitoli successivi si snodava la vita di Cavour che, accanto al susseguirsi di vicende ormai conosciute, si presentava come uno spaccato della sua esistenza: la formazione, la vita antecedente al 1848, la carriera pubblica, i primi incarichi ministeriali, la presidenza del Consiglio, il connubio con Rattazzi, la guerra di Crimea e il Congresso, la preparazione al nuovo conflitto con l’Austria erano accompagnate da osservazioni e considerazioni suscitate dalle fonti a disposizione. Tra le varie citazioni, si riportava anche la famigerata lettera di Cavour a Rattazzi pubblicata da Berti, in merito alla quale William De La Rive assumeva una posizione conciliatrice, favorevole a cogliere del vero in entrambe le dichiarazioni: da un lato, un Cavour molto entusiasta ma comunque realista avrebbe compreso le parole di Clarendon, presentandole a Rattazzi in modo ottimista; dall’altro, il ministro britannico, consapevole di non poter essere contraddetto da un defunto, avrebbe cautamente ridimensionato quelle affermazioni per non indurre i successori del conte a pretendere quanto non poteva essere preteso(79).
In diversi casi l’autore ricorreva alla propria memoria e a quella del padre che, seppur citato esclusivamente in qualità di destinatario delle lettere, dovette contribuire con le proprie impressioni e i propri ricordi alla ricostruzione delle vicende narrate. Questo approccio non era ovviamente garanzia di un lavoro ineccepibile: del resto, nello scritto si riscontrano alcuni errori e inesattezze, di cui fu responsabile anche l’accortissima Giuseppina Cavour(80.) Tuttavia, il testo si mostrava assai scorrevole. Il passaggio da un episodio all’altro avveniva in modo spontaneo e funzionale al filo narrativo seguito dall’autore che procedeva accostando i grandi eventi ai momenti intimi, noti a pochi frequentatori. In particolare, dalle parole di De La Rive trapelava un ritratto inedito di Cavour: quello del giovane gentiluomo che, recatosi ogni autunno a Presinge, intavolava con i partenti ginevrini scherzose conversazioni, divenendo presto per il bambino William «il più spiritoso degli uomini», ben lontano dalla serietà degli adulti compassati:
j’ai peine à retrouver, tel que, dans mon ignorance, je le comprenais, le “diseur de fariboles”, l’ami auprès duquel je me sentais en sympathie de goûts, et je me croyais en sympathie de répugnances pour l’étude, pour le travail, pour les choes graves, pour tout ce qui me semblait profondément incompatible avec la gaîté dont je contemplais en lui la brillante personnification(81).
Dalle pagine emergeva lo stupore dell’autore nel vedere coesistere in Cavour aspetti apparentemente inconciliabili, come la bonarietà e l’ironia unite alla dedizione al lavoro e alla compostezza richiesta dai ruoli istituzionali ricoperti negli anni successivi; si ricordava inoltre la disponibilità sempre mostrata da Cavour verso l’interlocutore, qualsiasi fosse la sua estrazione, elemento che richiamava alla memoria i pomeriggi in cui il più maturo cugino si intratteneva con il collegiale William, assecondandone gli argomenti di conversazione meno impegnati. Talvolta trovavano spazio nel racconto anche gli episodi sentimentali e toccanti: tra questi, un ricordo, rimasto nitido nella memoria dell’autore, vedeva Cavour a passeggio con il cugino lungo le sponde del lago,
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79 Ivi, t. XIV, p. 24.
80 C. Pischedda, Cavour e i De La Rive, cit., pp. 7-8.
81 W. De La Rive, Le Comte de Cavour, cit., p. 451.
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improvvisamente riconosciuto da una guardia cantonale di confine che, incredula e commossa, volle stringere la mano all’uomo espressione dei più alti concetti di libertà(82).
Assai significativo fu l’ultimo capitolo, costituito dal resoconto degli ultimi giorni di vita. Il testo era stato scritto da Giuseppina Cavour e William De La Rive lo pubblicò integralmente, senza commenti e modifiche. Frutto di una scrittura meditata, stesa a distanza di quasi un anno dalla morte e quindi risultato di riflessioni sedimentate che sicuramente ne influenzarono la spontaneità, il brano intendeva porsi come parola ultima e definitiva in merito alle vicende di cui tanto si era discusso. Si trattò della cronaca precisa, quasi ora per ora, delle giornate trascorse tra il 29 maggio e il 6 giugno 1861. Libera dalla commozione e dallo sconforto, la nipote ripercorreva con una prosa asciutta la settimana scandita dall’altalenante stato di salute dello zio, dai dialoghi al capezzale, dal viavai dei dottori, dalle visite dei personaggi eminenti. Il peggioramento dello stato clinico veniva descritto con un rigore degno dei bollettini medici: non si omise alcun dettaglio della malattia, compresi gli sfoghi corporali, la somministrazione dei salassi e le emorragie, i momenti di cedimento, i pasti rigettati. Complessivamente, Giuseppina confermò i racconti delle ultime ore diffusi dalla stampa moderata nei giorni successivi alla scomparsa, fornendo alcuni particolari utili a consolidare la «morte del giusto». Il lettore rivedeva Cavour che, tormentato da febbri violente alternate ad attimi di tranquillità, tentava di esercitare le proprie funzioni di presidente del Consiglio o quantomeno di mantenersi attivo – al punto da voler proseguire una lettura impegnata come quella dell’Histoire du Consulat et de l’Empire di Adolphe Thiers. In particolare, si insistette sulla lucidità che avrebbe accompagnato il moribondo fino al giorno precedente alla morte quando ancora il conte, interrogata Giuseppina riguardo alla dislocazione dei reparti militari in Meridione, coglieva in fallo la nipote la quale, in preda alla commozione e al turbamento, aveva risposto erratamente. Grande rilevanza assumeva la vicenda di padre Giacomo il quale, convocato proprio da Giuseppina, si sarebbe intrattenuto il tempo necessario per la confessione e l’assoluzione; in quel frangente, Cavour avrebbe detto a Farini «voglio che si sappia, voglio che il buon popolo di Torino sappia che io muoio da buon cristiano. Sono tranquillo, non ho mai fatto male ad alcuno…». Si sgombrava così il campo dagli equivoci fomentati dalle opposizioni, in particolare dai clericali. Veniva quindi riferito l’ultimo discorso che, nell’assenza apparente di un filo logico, dava prova del turbinio di pensieri che si affollavano nella mente di Cavour: la necessità di «lavare» i napoletani dalla corruzione e «moralizzare» il Paese, il rifiuto di applicazione dello stato d’assedio in Meridione, le parole di stima per il «galantuomo» Garibaldi, la professione di fede nel compimento finale dell’Unità («sì l’Italia e la cosa va»), nonché alcune estemporanee osservazioni in merito al lento processo unitario del mondo tedesco e al «ghiribizzo» degli statunitensi che, in un’epoca di tensione collettiva all’unità dei popoli, optavano per la secessione. Intenzionata a fugare ogni dubbio, Giuseppina prendeva pure posizione in merito alla questione dell’eredità politica lasciata da Cavour affermando che lo zio avrebbe esplicitamente indicato in Ricasoli e Farini i suoi epigoni («Checché abbiano detto più tardi i giornali, questi due uomini di Stato furono i soli che designò per suoi successori»). Descritto con sobrietà, il momento del trapasso concludeva il racconto e l’opera stessa con l’immagine dello zio il quale, stringendo le mani di padre Giacomo, pronunciava le ormai celebri parole «frate, frate, libera Chiesa in libero Stato»(83).
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82 Ivi, t. XIV, p. 86.
83 Ivi, pp. 70-83.
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De La Rive e Giuseppina Cavour ottennero un successo notevole. Definito a posteriori «opera di storico e opera di artista»(84), il testo venne riedito in formato di opuscolo, permettendo dunque una circolazione più agevole al di fuori di Ginevra. Come ebbe modo di raccontare per lettera la compiaciuta Giuseppina al cugino, a Torino gli amici della famiglia Cavour «si strappavano di mano» gli esemplari ricevuti dalla Svizzera, costringendo la nobildonna a chiedere ulteriori copie(85). L’apprezzatissimo racconto degli ultimi giorni di Cavour arrivò a godere di una fortuna propria. Estrapolato dal volume e tradotto in italiano, il brano venne pubblicato da Giacomo Dina su «L’Opinione» del 26 luglio 1862, raggiungendo anche il pubblico meno elitario dei connazionali. In breve tempo il testo sarebbe diventato un classico della letteratura risorgimentale, inserito anche da Carducci nella raccolta antologica Letture del Risorgimento italiano (1831-1870), pubblicata nel 1897(86). L’ottima ricezione de Le Comte de Cavour portò presto alla pubblicazione in volume. Anche in questo caso l’editore parigino Hetzel si occupò della stampa. Il 22 ottobre 1862 William comunicava a Giuseppina i progressi delle trattative e discuteva alcuni accorgimenti editoriali con la cugina. L’opera, forte delle oltre quattrocento pagine, venne pubblicata nello stesso autunno; pochi mesi dopo si approntò una traduzione in inglese(87).
La buona riuscita di questa operazione aveva premiato gli sforzi dei parenti. I risultati erano palesi. Da un lato, prendeva gradualmente corpo una memoria cavouriana tutta interna alla famiglia, espressione diretta delle volontà degli eredi; dall’altro, la pubblicazione in volume attestava la possibilità di una biografia ampia che, benché priva dell’oggettività storiografica, rendesse conto della fisionomia complessa del personaggio-Cavour andando oltre la semplice e stereotipata definizione di statista. Non solo: il successo de Le Comte de Cavour dimostrava anche che, per quanto apprezzabili potessero essere le buone intenzioni di chi curava l’edizione delle lettere, i risultati più congeniali alle esigenze della famiglia erano ottenuti dai famigliari stessi del conte, gli unici a saper tradurre in concreto le velleità, talvolta un po’ astratte, degli ammiratori. Infine, occorre segnalare il ruolo svolto da Giuseppina Cavour in questa operazione. Intervenuta in prima persona nel processo di redazione dell’opera per consigliare e guidare De La Rive, la nobildonna aveva assunto fin dal primo momento la posa di custode della memoria, contendendo il ruolo al fratello. Lasciata all’irascibile Ainardo la difesa estremamente conservativa delle carte, spettò all’amata nipote fornire il contributo attivo alla costruzione di una vulgata cavouriana. Come il fratello Augusto caduto a Goito, così Giuseppina incarnava il corrispettivo modello di devozione patriottica declinato al femminile: era l’ultima donna rimasta in famiglia che, tergendo la fronte dello zio moribondo, ascoltandone le ultime parole, aveva partecipato a una vicenda cruciale del Risorgimento. Consapevole di aver recitato alla perfezione la sua parte, forte dell’autorevolezza che ne derivava, la nipote poté presentarsi come «vestale» delle memorie cavouriane e, di conseguenza, fornire gli elementi narrativi e utili a innervare il mito in via di definizione.
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84 E. Rota, Questioni di storia, cit., p. 946.
85 C. Pischedda, Cavour e i De La Rive, cit., p. 8.
86 L’ultima malattia del Conte di Cavour, «L’Opinione», 26 luglio 1862; G. Carducci, Letture del Risorgimento italiano (1831-1870), Zanichelli, Bologna 1897, pp. 519-526.
87 FCS, Fondo Famiglia Alfieri, CM 1260-1263, lettera di William De La Rive a Giuseppina Cavour; W. De La Rive, Le Comte de Cavour. Récits et souvenirs, Hetzel, Paris 1862; l’edizione inglese fu tradotta da Edward Romilly.
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2.3 Un mito alla prova
Scontri parlamentari
Suffragata da memorie e lettere, l’apologia di Cavour necessitava di una costante mobilitazione. Riferimento ineludibile per tutti i successori, la presenza “in spirito” del conte all’interno del dibattito politico continuò ad alimentare le polemiche relative alla realizzazione effettiva dei tanto decantati progetti cavouriani. Ne erano la prova le discussioni alla Camera che riproponevano periodicamente l’argomento suscitando le reazioni delle varie fazioni rappresentate in aula. Tra i vari temi all’ordine del giorno, la più stringente fu senza dubbio la risoluzione dello scontro tra Stato e Chiesa. Affrontata dai ministeri con atteggiamenti mutevoli e talvolta approssimativi, punto d’incontro tra politica interna e politica estera, la questione romana si saldò spesso allo scontro su di altri temi, quali il brigantaggio in Meridione, la riforma amministrativa, la cronica crisi finanziaria.
Preoccupazione perenne di coloro che intendevano concludere l’unità in tempi rapidi, lo scontro tra Stato e Chiesa e l’annessione di Roma rappresentarono a lungo gli obiettivi immediati dei primi ministeri post-cavouriani. Varie furono le discussioni in merito alla corretta interpretazione delle parole di Cavour su questi punti. Alla luce dei falliti tentativi di Ricasoli, era stato ancora una volta Giuseppe Ferrari a chiamare in causa Cavour durante la seduta del 2 dicembre 1861. Ricordando ai presenti che, assunto nella gloria dei cieli l’ottimo Cavour, ai mortali restava il compito di trascinarsi «tra le spine» delle incombenze pratiche, il deputato domandava al governo quali fossero stati i progressi in merito a Roma, facendo riferimento alle lettere che il governo Ricasoli aveva indirizzato, senza ottenere risposta, al pontefice, al cardinale Antonelli e alla corte francese. Chiamato in causa lo statista, il deputato rammentava come la questione inaugurata da Cavour, assai abile nel «coprire di naturalissimi equivoci» le debolezze del suo sistema, fosse rimasta inconclusa anche a causa delle ambiguità di quelle dichiarazioni abbozzate. Preso atto del rallentamento improvviso delle trattive, che in un primo momento erano sembrate destinate alla risoluzione rapida del problema, Ferrari aveva invitato il governo a procedere affinché Roma divenisse parte dell’Italia unita. Priva della sua capitale naturale, il Paese risultava infatti sospeso in uno «stato provvisorio», vittima delle spinte centrifughe del brigantaggio e dell’accentramento amministrativo(88). La risposta a queste affermazioni fu affidata a Carlo Alfieri di Sostegno, marito di Giuseppina Cavour. Membro della nobiltà piemontese conservatrice più vicina agli ambienti costituzionali, interprete a suo modo della visione dello Stato e della società maturata da Cavour, il deputato prese posizione in difesa dei recenti provvedimenti ricasoliani. L’occasione infatti si prestò a ricordare all’aula come, inizialmente, la politica ecclesiastica cavouriana fosse stata disattesa a favore di un atteggiamento più interventista. Secondo Alfieri, l’annessione di Roma si configurava come coronamento dell’unità, l’ultimo passo della «rigenerazione della patria» e non, secondo l’interpretazione iniziale di Ricasoli, un «mezzo per fare l’Italia» da conseguire rapidamente anche a costo di uno scisma con il papa. Restando aderente alle dichiarazioni dello statista piemontese, il deputato ravvisava nell’interpretazione cavouriana della questione la grande «verità»: occorreva attendere perché l’unica soluzione naturale apparisse manifesta anche alla Chiesa e ai cattolici. Lo stesso Cavour, infatti,
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88 AP, Camera dei Deputati, VIII Legislatura, Discussioni, tornata del 2 dicembre 1861, pp. 79-80.
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voleva serbare a se stesso il tempo di dimostrare, e voleva lasciare al mondo cattolico il tempo di persuadersi che la religione di nulla poteva tanto vantaggiarsi, quanto della propria alleanza coi principi della civiltà e del progresso(89).
«Dare il tempo al tempo» era dunque l’invito che Alfieri indirizzava ai successori del conte. L’intervento, del resto, non celava critiche complessive ai primi mesi di governo di Ricasoli, quando la maggior parte delle energie erano state spese nel tentativo di risolvere la questione romana a scapito della lotta al brigantaggio, ritenuta ben più urgente(90). Come si poté evincere da simili casi, l’azione governativa era sottoposta a giudizio su più fronti: le considerazioni non sempre lusinghiere provenivano da chi, pur volendo evitare un confronto «poco gradito» tra lo statista defunto e i suoi successori, si riteneva interprete fedele del pensiero cavouriano. Anche da una figura come Carlo Alfieri che, successivamente, avrebbe proposto letture assai restrittive di quel modello politico e amministrativo(91).
Comunque, l’idea che la ricomposizione dei contrasti tra Chiesa e Stato fosse solamente una questione di tempo non sembrò convincere i perplessi. Grandi dubbi persistevano tra le file dell’opposizione alla Camera, come dimostrò l’intervento del deputato calabrese della Sinistra Benedetto Musolino che, il successivo 3 dicembre, esaminando i rivolgimenti della questione romana si soffermò anche sulla formula Libera Chiesa in libero Stato. Forte della sua concisione, la nota massima cavouriana era infatti ritenuta per certi aspetti fuorviante e quindi dannosa se applicata integralmente poiché, in tal modo, la proclamazione della libertà per la Chiesa pareva suggerire anche la sua totale indipendenza. Per l’anticlericale Musolino l’ipotesi di una Chiesa cattolica sciolta dagli obblighi della legislazione civile avrebbe sancito indirettamente la sottomissione dello Stato nei suoi confronti, costretto a riverire il pontefice come sovrano straniero. La critica comprendeva un generale attacco al governo di Ricasoli, convinto di portare avanti il disegno cavouriano in accordo con la Francia la quale, da parte sua, non sembrava affatto collaborare. Alla sudditanza nei confronti del presunto alleato francese si sarebbe quindi aggiunta quella verso il pontefice. Più pesanti furono le considerazioni espresse da Filippo Mellana nella tornata del successivo 9 dicembre, quando tutta la presunta potenza insita nella massima Libera Chiesa in libero Stato venne ridotta a un mero espediente adottato da Cavour per temporeggiare. Giunto ormai a un punto morto delle trattive, abbandonata la via della rivoluzione e impossibilitato a proseguire per vie diplomatiche, lo statista non avrebbe trovato altra soluzione che partorire una frase un po’ roboante:
Quindi, dovendo riconoscere che non poteva far niente per la quistione romana, quell’alta mente, conoscendo che un popolo non può mai stare in sospeso innanzi ad una così vitale quistione, ha dovuto arrovellare il suo cervello per trovare una sosta qualunque. Un bel giorno venne, quasi spirato, a dirvi: Libera Chiesa in libero Stato. Il conte di Cavour ciò vi diceva per guadagnar tempo, e voi prendeste le sue parole sul serio (Applausi ed ilarità prolungata)(92).
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89 Ivi, p. 86-88.
90 C. Pinto, La guerra per il Mezzogiorno, cit., pp. 99-139.
91 Cfr. C. Alfieri, L’Italia liberale. Ricordi, considerazioni, avvedimenti di politica e di morale, Le Monnier, Firenze 1872.
92 AP, Camera dei Deputati, VIII Legislatura, Discussioni, tornata del 9 dicembre 1861, pp. 236-237.
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Secondo Mellana, la colpa maggiore era però attribuita agli eredi del conte che, elevato quel motto a principio guida della loro azione politica, avevano sovrainterpretato il suo significato. L’entrata a Roma «d’accordo» con l’imperatore e il papa si presentava dunque come una chimera ed equivaleva, nel concreto, alla sua rinuncia(93).
Caduto Ricasoli e succedutogli Rattazzi, il livello dello scontro su questi temi si mantenne sempre elevato. Gli sviluppi della situazione interna sollevarono nuovi inevitabili spunti per il dibattito. Un chiaro esempio fu la discussione avvenuta alla fine di novembre del 1862, all’indomani delle vicende di Aspromonte. Nel pieno della crisi di governo che avrebbe portato alle dimissioni ormai imminenti del presidente del Consiglio, il nome di Cavour ritornò a essere pronunciato nel momento in cui si toccarono gli argomenti più delicati, là dove la gestione delle trattative con la Santa Sede e con la Francia, oscurate dall’abbozzata impresa garibaldina, si sovrappose alla proclamazione dello stato d’assedio in Meridione. Ci fu chi, come il deputato della Destra Giuseppe Toscanelli, si rivolse all’aula sostenendo che il mondo liberale fosse ormai diviso in due campi: da un lato, i sostenitori della libertà incontaminata «all’inglese» per i quali si riteneva possibile educare i popoli maturi, dall’altro, i «paurosi» della scuola francese che, timorosi di qualsiasi manifestazione di libertà contraria alle loro opinioni, facevano largo uso di repressioni e stato d’assedio. Ascrivendo al primo campo «quel grande uomo del conte di Cavour» e al secondo Rattazzi, Toscanelli coglieva nella politica del governo la mancanza di quel coraggio proprio di chi procedeva «nella via della libertà» secondo gli insegnamenti dello statista piemontese(94). Sulla scia di queste considerazioni si poneva ancora una volta Ferrari che accusava tutti gli interessati al rapporto Stato-Chiesa di aver strumentalizzato il concetto di «Roma capitale» proclamato da Cavour trasformandolo in un motto sterile, «una panacea di tutti i nostri dolori» utile a distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica da tutte le altre questioni più significative(95). In questo contesto, si rimproverava generalmente il ritardo nella risoluzione della vertenza con la Santa Sede, così strettamente legata ai voleri e alle influenze di Parigi.
A seguito dell’interpellanza del cavouriano Boncompagni, convinto dell’atteggiamento succubo e remissivo assunto dall’Italia nei confronti della Francia in merito alla questione romana, intervenne il generale Giacomo Durando, ministro degli Esteri. Il militare, dichiaratosi cavouriano della prima ora, giustificò l’azione diplomatica degli ultimi mesi illustrando le origini delle trattative tra Torino e Santa Sede. Si risalì pertanto ai contatti presi da Cavour con il Vaticano nel novembre 1860 per mezzo dei due inviati speciali, padre Carlo Passaglia e Diomede Pantaleoni, e si ricostruì brevemente lo scambio di opinioni tra il governo e l’ostile cardinale Antonelli. Elemento non secondario, Durando diede anche lettura di un dispaccio autografo di Cavour, datato 13 gennaio 1861, che avrebbe provato la volontà da parte dello statista di procedere in pieno accordo con Napoleone III. Dimostrata la vicinanza tra Torino e Parigi, si ritenne opportuno ricordare all’uditorio come nessun primo ministro, tantomeno Cavour, avesse mai indicato una scadenza entro la quale concludere definitivamente la questione. Tuttavia, anche il generale si trovò costretto a riconoscere l’ambiguità della formula Libera Chiesa in libero Stato, vera e propria «frase a effetto» la cui ricaduta reale era ancora da definire. Infatti – diceva Durando – «quante volte il
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93 Ivi, pp. 234-235.
94 Ivi, tornata del 29 novembre, pp. 4628-4629.
95 Ivi, p. 4634; cfr. anche la tornata del 30 novembre 1862, p. 4652.
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conte di Cavour […] anche nelle questioni economiche emise grandi formole che poi nella pratica quante restrizioni soffrissero lo abbiamo veduto»(96). Per i moderati, comunque, era forte l’impressione di un governo «non cavouriano» presieduto da Rattazzi intento a usurpare il ruolo del defunto statista. Il fatto venne esplicitato da Agostino Depretis, ministro dei Lavori pubblici, quando affermò alla Camera che la memoria del conte di Cavour fosse ripetutamente evocata per combattere il ministero. Pur essendo stati nel passato recente oppositori della sua politica, i rattazziani erano accusati di volerne continuare l’opera indebitamente; di conseguenza, per contenere gli attacchi Depretis ricordò all’aula l’accordo di Cavour con il centro-sinistra, origine di tanti benefici, e l’azione di stimolo esercitata da quest’ultima nel perseguimento del progresso civile(97).
Alla luce di queste discussioni, il peso dell’eredità politica cavouriana si dimostrava sempre più ingombrante. Interrotti nel bel mezzo del loro sviluppo, i processi a cui Cavour aveva dato avvio prima di morire sembravano arenarsi nel terreno cedevole dell’amministrazione, del perenne stato d’emergenza, del garbuglio diplomatico. Da un lato, influiva senza dubbio la visione ristretta dei successori, ai quali mancavano la versatilità e le doti proprie dell’ex presidente del Consiglio, dall’altro l’ambiguità di alcune affermazioni che Cavour non ebbe il tempo di chiarire pubblicamente. Tra queste, appariva evidente a molti come nella massima Libera Chiesa in libero Stato si celasse un «bisticcio» – così lo definì Ferrari – origine di tanti dubbi e perplessità. Bisticcio che portava a deformare le interpretazioni su una questione capitale come quella romana, ritenuta chiave di volta di tutti i problemi dell’Italia postunitaria. In tale contesto, emergeva l’insoddisfazione dei collaboratori cavouriani dinanzi alla superficialità con cui i successori politici guardavano alle direttive impartite da Cavour. Il giorno stesso del discorso di Durando alla Camera, Minghetti scrisse a Giacomo Dina sostenendo che il generale avesse «esposto con una infinità d’inesattezze la politica del conte di Cavour rispetto a Roma» e invitò il direttore a farne cenno sul suo giornale(98). L’indomani, «L’Opinione» commentava l’intervento del ministero degli Esteri qualificandolo come una lettura assai limitata del progetto cavouriano. Vivo Cavour – si aggiungeva – i negoziati sarebbero giunti alla loro naturale conclusione.
L’assunto rilevava però anche un elemento proprio dei moderati: la venerazione per Cavour, che, forte del suo genio, avrebbe superato ogni difficoltà del presente, non si traduceva mai nella ricerca e nella proposta di soluzioni concrete. Ancora Ferrari aveva stigmatizzato questo atteggiamento in aula:
So che dopo la sua morte il conte ha destato tanta simpatia, tanta tenerezza che oramai una parola di critica sembra un sacrilegio, e vien equiparato quasi ad un santo. Anzi sento ripetere ad ogni seduta che ben altra sarebbe stata la sua condotta, che senza dubbio avrebbe egli trovato un’altra via, altri mezzi; ma nessuno dice quale via, quali mezzi avrebbe egli additato, nessuno pronunzia una sillaba su di ciò, evidentemente perché egli avrebbe fatto dei miracoli, e non era un semplice mortale come Machiavelli, Kant, Hegel, di cui possiamo sempre dire a nome della ragione quali sarebbero state in ogni emergenza le loro idee(99).
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96 Ivi, p. 4639.
97 Ivi, pp. 4666-4668.
98 MNRT, Archivio Dina, c. 214, lettera di Marco Minghetti a Giacomo Dina, 29 novembre 1862.
99 AP, Camera dei Deputati, VIII Legislatura, Discussioni, tornata del 29 novembre 1862, p. 4645.
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Finito il tempo dei miracoli, non restava che confidare nelle capacità degli uomini comuni. Conclusa la breve parabola di Rattazzi, dimessosi nel dicembre 1862, le speranze dei moderati per un ritorno integrale alla politica cavouriana si risollevarono con la nomina del ministero presieduto da Farini, affiancato da Minghetti al portafoglio delle finanze. In particolare, sarebbe stato quest’ultimo a portare avanti il progetto di governo in seguito alle precoci dimissioni di Farini, afflitto da condizioni di salute ormai irrimediabili. Il ritorno dei cavouriani al governo non comportò però il chiarimento definitivo delle questioni sospese, né coincise tantomeno con un programma in grado di compattare l’opinione pubblica e rispondere alle aspettative di una nazione in attesa di conferme. Le incertezze rimasero; tra tutte le eredità del «gran ministro», le maggiori esitazioni erano sollevate dalla formula Libera Chiesa in libero Stato, citata a seconda delle esigenze come risposta a ogni richiesta di delucidazione. Lo sbandieramento della celebre massima continuava ad alimentare incognite non solo in merito all’ipotetica applicazione del concetto, ma anche sul suo significato reale. Nel marzo 1863 era Desiderato Chiaves ad ammetterlo candidamente davanti ai colleghi deputati: «Signori, io lo confesso, ho udito da molti enunciarsi questa formola, vi ho anche per la mia parte applicato un po’ di studio, ma non ho mai capito che cosa volesse significare»(100). Benché apprezzabile per la sua concisione ed efficace in quanto manifesto di un generico liberalismo, l’ultima volontà espressa dal conte appariva ancora un enigma di difficile risoluzione.
Svelare «tutti i segreti della cucina». Il Tessitore di Bianchi
Passati alcuni mesi dalla morte di Cavour, era ormai diffusa la consapevolezza in merito all’importanza di un uso attento e opportuno delle carte private dello statista. In particolare, si comprese presto come la pubblicità dei documenti potesse agire da stimolo al partito moderato e corroborare le argomentazioni dei cavouriani, sottoposti spesso a esame da parte delle opposizioni. Del resto, le recenti discussioni parlamentari evidenziarono le difficoltà incontrate dagli oratori nel momento in cui si intendeva dimostrare la linea politica inaugurata dallo statista piemontese. Convinto del valore prezioso delle lettere di Cavour era anche Nicomede Bianchi. Modenese di origine, medico di formazione ed esule a Torino dopo il 1848 dove si dedicò all’insegnamento e agli studi storici, Bianchi aveva superato la giovanile infatuazione per Mazzini aderendo al partito moderato e divenendo un accesso sostenitore di Cavour(101). Già autore di pamphlet antirepubblicani e opere storico-erudite filomonarchiche, appartenente al gruppo di funzionari-intellettuali della cosiddetta scuola «sabaudista»(102), l’uomo si accinse quindi a uno studio attento delle carte, in parte possedute, in parte messe a sua disposizione da altri personaggi. Il risultato di questo lavoro venne reso noto all’inizio del 1863 quando la «Rivista contemporanea» pubblicò in due numeri Il Conte Camillo di Cavour. Documenti editi ed inediti. Il testo di Bianchi fu senza dubbio il contributo più dichiaratamente militante tra tutti gli scritti dati alle stampe fino a quel momento. La
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100 Ivi, tornata del 23 aprile 1863, p. 6469; in merito al concetto ravvisabile nella formula, cfr. tra gli altri, F. Traniello, Stato, Chiesa e laicità in Cavour, in U. Levra, Cavour, l’Italia, l’Europa, cit., pp. 144-150.
101 M. Fubini Leuzzi, Bianchi, Nicomede, in DBI X (1968); O. Rombaldi, Nicomede Bianchi, in Il Parlamento italiano 1861-1988, vol. II, 1866-1869. La costruzione dello Stato, cit., pp. 113-114; cfr. anche il necrologio di E. Ferrero, Nicomede Bianchi, in «Archivio Storico Italiano» XVII (1886), pp. 414-428.
102 In merito ai «sabaudisti», cfr. U. Levra, Fare gli italiani, cit., pp. 165-166; per i caratteri dell’opera storiografica, W. Maturi, Interpretazioni del Risorgimento, cit., pp. 290-293; R. Romeo, Nuove questioni, cit., p. 804.
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pubblicazione si presentava come un saggio argomentativo che, ripercorrendo ancora una volta la carriera pubblica di Cavour tra il 1848 e il 1861, attingeva abbondantemente informazioni, notizie e citazioni da un collage di lettere selezionate. Tra i vari corrispondenti si annoveravano Castelli, Rattazzi, i parenti della famiglia De La Rive, gli ambasciatori sardi all’estero, alcuni amici inglesi rimasti anonimi, lo stesso Bianchi e altri personaggi. Saltuariamente si ritrovavano riferimenti, episodi e conversazioni riportate da Artom nella sua introduzione.
L’intento era manifesto. Nelle prime righe emergeva esplicita l’intenzione di giovare alla classe politica del tempo. Per nulla celate erano le stoccate ai successori di Cavour. Sicuro che solamente a distanza di tempo sarebbe stato possibile redigere una biografia degna del personaggio, l’autore enunciava a chiare parole la necessità di illuminare in parte i contemporanei almeno sui fatti più recenti. Queste rivelazioni, tuttavia, dovevano essere graduali affinché la grandezza del defunto conte non oscurasse eccessivamente l’immagine dei suoi eredi, quella «ragazzaglia politica» imprudente e indegna di godere del rispetto internazionale. Secondo l’autore, occorreva tutelare il «prezioso tesoro» lasciato da Cavour e indirizzare la presunta scuola politica italiana, ancora inesperta, su una strada sicura. L’ipotesi peggiore, la somma «stupidezza» sarebbe stata permettere la caduta nell’oblio di un tale patrimonio di fatti e insegnamenti. La missione nazionale non era ancora conclusa(103).
Inserendosi nel solco dei panegirici precedenti, il testo passava in rassegna i fatti salienti del decennio cavouriano, laddove poteva emergere «scolpita la […] mente dantesca» dello statista, lanciatosi più volte in prove di «coraggio civile» destinate a costruire «l’edifizio italiano»(104). Doti e atteggiamenti menzionati appartenevano alla retorica in via di consolidamento: la fede nella libertà, obiettivo ultimo da conseguire anche a costo di perdere gli amici più intimi; la ferma opposizione al partito rivoluzionario, il movimento del disordine; la determinazione ad attuare il piano unitario. Particolari eventi su cui insisteva Bianchi erano il connubio stipulato con il centro Sinistra, che permetteva di respingere le accuse di tradimento nei confronti della Destra tradizionale, e l’esaltazione del congresso di Parigi, primo trionfale successo dello statista all’estero(105). La seconda parte del contributo si soffermava sul biennio 1859-1860, la cui densità di eventi richiedeva maggiori attenzioni da parte dell’autore. Giunti gli accordi di Plombières dopo un biennio tormentato e irto di ostacoli felicemente evitati da Cavour, l’opera del conte si dispiegava in tutta la sua ampiezza. Bianchi, forte della documentazione diplomatica che avrebbe sempre contraddistinto i suoi interessi di storico e di pubblicista, conferiva una fisionomia sempre più definita del Tessitore. A scandire la narrazione erano le fatiche ormai proverbiali del conte, che come «schermitore abilissimo» si destreggiava sul piano diplomatico e in politica interna nel tentativo di liberare l’Italia dallo straniero, le notti insonni trascorse al ministero della Guerra, dove egli aveva fatto portare un letto, le angosce e le tensioni, gli imprevisti e le ingegnose vie d’uscita escogitate con grande abilità. Bianchi tentava di restituire al lettore il «travaglio immensamente faticoso» che s’impadroniva della mente del conte in quei giorni(106). Gli si attribuiva inoltre il merito di aver costruito un partito nazionale sotto il segno di Indipendenza, Unificazione, Casa Savoia, allargato a tutte le forze volenterose, compresi gli ex oppositori (perché, del resto, «per lui il
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103 N. Bianchi, Il Conte Camillo di Cavour. Documenti editi ed inediti, in «Rivista contemporanea», XXXII (1863), pp. 321-322.
104 Ivi, p. 333.
105 Ivi, pp. 353-361.
106 Ivi, XXXIII (1863), p. 26-27.
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rancore in politica era un assurdo»)(107). Come Artom, anche Bianchi sosteneva l’iniziale propensione di Cavour per un’Italia federata, almeno fino all’armistizio di Villafranca, tornante ritenuto decisivo per l’accelerazione del moto unitario. Le lettere citate attestavano inoltre il patriottismo, le capacità, le risorse intellettuali che lo statista aveva messo a disposizione del governo in qualità di privato cittadino, quando nella seconda metà del ’59 rimase privo di incarichi ministeriali(108). Per quanto concerneva la dolorosa questione di Nizza e Savoia, l’autore affermava di conoscere documenti che provavano la resistenza opposta da Cavour alla cessione di Nizza, tanto da ipotizzare un congresso al riguardo. Era però accaduto l’inevitabile e pertanto Bianchi invitava a ricordare come lo statista avesse mostrato «di avere un cuore abbastanza nobile per sentire tutto il rispetto, che reclamava un così sacro dolore»(109). Si giungeva così all’impresa dei Mille, forse il punto più delicato dell’intera argomentazione.
L’apologia di Cavour e dei suoi collaboratori si saldava alla difesa della monarchia dalle accuse di opportunismo, alle quali si rispondeva affermando che il regno di Sardegna fosse intervenuto per soccorrere i popoli ribellatisi alla tirannia. Disgustato dal profluvio di menzogne sul conto del partito moderato, Bianchi si scagliava contro gli avversari politici intenzionati a demolire l’opera del governo di Torino e della dinastia sabauda evocando immagini dai contorni forti:
Coloro de’ nostri, i quali oggidì affermano diversamente per avvantaggiare miserabili interessi di parte o per contentare rancori più miserabili, ancora, fanno opera veramente non dissimile a quella di chi strappasse dalla casta fronte della madre sua una splendidissima gemma nuziale onde gittarla nel grembo d’una bagascia(110).
A detta del modenese, infatti, esistevano numerose lettere che provavano il sostegno di Cavour alla spedizione dei Mille. Lo attestava la corrispondenza con La Farina, che avrebbe assistito ai preparativi, e con l’ammiraglio Persano, che avrebbe dovuto permettere il passaggio dei vapori garibaldini. Al pari di Garibaldi, allo statista era spettato un compito altrettanto difficile, ovvero contenere le ingerenze delle potenze europee riducendole a semplici proteste diplomatiche; inoltre – continuava Bianchi – il conte avrebbe rifiutato le richieste di tregua e di alleanza inoltrate dalla corte dei Borbone, sleale e dispotica, proprio perché deciso a difendere i diritti dei popoli oppressi. Nella narrazione dell’autore, la campagna del centro Italia diveniva un atto di responsabilità utile a impedire il dilagare delle forze rivoluzionarie: non era stato sufficiente trattenere Garibaldi, era occorso conferire alla monarchia la «potenza morale» utile a guidare il movimento unitario(111).
A definitiva conferma di questi assunti si riportava pure la nota solenne del novembre 1860 indirizzata all’estero, con la quale il conte dichiarò la totale assenza di dissimulazione da parte del governo piemontese e la volontà di incanalare tutte le forze utili a raggiungere lo scopo ultimo:
Noi siamo l’Italia, noi operiamo in nome suo, ma nel medesimo tempo siamo i moderatori del movimento nazionale, i nostri sforzi, le nostre più assidue cure non
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107 Ivi, p. 24.
108 Ivi, p. 35.
109 Ivi, p. 44.
110 Ivi, p. 48.
111 Ivi, p. 67.
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hanno altro fine all’infuori di quello di dirigerlo, di ritenerlo nelle vie regolari e d’impedire che esso venga snaturato da innesti impuri(112).
Si giungeva infine a toccare la questione del potere temporale. Enunciata la necessità di ottenere Roma coi mezzi morali e non con la conquista, Bianchi illustrava come la formula Libera Chiesa in libero Stato non fosse un semplice espediente politico concepito per confondere le menti e dominare le irrequietezze, bensì una profonda convinzione. Appartenente a quella schiera di cattolici che professavano la «religione dei padri» senza paura e senza ostentazione, Cavour aveva guardato al modello britannico dove Chiesa e Stato si davano appoggio reciproco senza calunniarsi a vicenda. Secondo lo statista l’atteggiamento migliore per conseguire questo modello ideale – sottolineava Bianchi – consisteva nell’attendere i naturali sviluppi della questione, destinata a quell’unico esito inevitabile, riconosciuto pure dal mondo cattolico. Documenti alla mano, si intendeva mostrare «l’enorme distanza» tra i ragionamenti del conte e coloro che tentarono di seguirlo sulla strada della questione romana(113). La chiusa della pubblicazione riproponeva la morte del «grande ristauratore» dell’indipendenza italiana, alle soglie del trionfo definitivo. Tuttavia,
almeno egli poté consegnare il proprio nome alla storia, accompagnato dal nobile vanto d’essersi mantenuto gloriosamente fino agli estremi uguale a se stesso […]. E nello istante stesso, in che il conte di Cavour dava l’addio che non ha ritorno alle cose terrene, affacciavasi agli incommensurabili orizzonti dell’eternità, vaticinava alla grande famiglia cristiana la migliore fortuna, la migliore vittoria, esclamando nel rantolo della morte – LIBERA CHIESA IN LIBERO STATO(114).
Alla luce della panoramica descritta, si concludeva invitando il popolo a incidere parole di grande rispetto sulla lapide del «buono e generoso padre della patria nascente»(115).
La famiglia di Cavour approvò senza particolari riserve il testo di Bianchi: Gustavo scrisse una «graziosissima lettera», Carlo Alfieri ringraziò a nome della moglie Giuseppina. In termini generali, l’accoglienza fu positiva presso i moderati. «L’Opinione» elogiò il lavoro del modenese(116). Nel maggio 1863 venne preparata l’edizione in opuscolo dall’editore torinese Pomba. Le copie esaurirono immediatamente, al punto che il 15 maggio Bianchi poté scrivere compiaciuto a Castelli della «miracolosa potenza» del conte di Cavour che, vendute milleduecento copie, spingeva a organizzare in tutta fretta una seconda edizione: «Tutto ciò fa vedere che il cuore della nazione è sano, e che esso batte più dell’ordinario quando è scosso da qualcheduno di quei sentimenti, che le sono più cari»(117). Consapevole dell’interesse suscitato in particolare dai documenti relativi alla spedizione dei Mille, Bianchi si diceva chiaramente intenzionato a sottrarre ai rivoluzionari la gloria immotivata di aver unificato Nord e Sud del Paese, restituendo a Cavour il giusto merito. Per l’autore, occorreva rendere giustizia allo statista piemontese e sopportare le critiche inevitabili che le opposizioni avrebbero sollevato:
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112 Ivi, p. 68.
113 Ivi, p. 74.
114 Ivi, p. 76.
115 Ivi, p. 27.
116 Rivelazioni diplomatiche, «L’Opinione», 24 maggio 1863.
117 L. Chiala (a cura di), Carteggio politico di Michelangelo Castelli, vol. I, cit., lettera di Nicomede Bianchi a Michelangelo Castelli, 15 maggio 1863, pp. 472-474.
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Come resterà lucidamente provato che non fu esso [il movimento garibaldino], che molto meno fu Mazzini che diede all’Italia la sua parte meridionale; quando gli onesti d’ogni partito politico potranno toccare con mano che l’uomo, il quale fu accusato a cospetto del Parlamento d’avere voluto la guerra fraterna, quando dico, sarà conosciuto che tale accusa era la più ingiusta per la testimonianza dei documenti che questo medesimo uomo era più rivoluzionario di Garibaldi stesso, e che diceva e voleva andare d’accordo con Garibaldi per fare insieme l’impresa della Venezia, allora, dico, la maschera sarà levata e sarà venuto il giorno della giustizia per i calunniati. Credo pertanto che, conservando la dovuta prudenza, si debba battere il ferro finché esso è caldo(118).
Esaltato dal successo di pubblico, deciso a smontare definitivamente le accuse «di aver digerito il pranzo preparato da altri» rivolte a Cavour(119), Bianchi si apprestava ad arricchire la nuova edizione con altri documenti, prontamente forniti dall’ammiraglio Persano («saranno il colpo di grazia»)(120). La ristampa avvenne in tempi rapidissimi e l’opuscolo uscì dai torchi già nel mese di maggio, suscitando, come preventivato, le reazioni di tutti gli interessati a fornire una certa versione dei fatti.
Il testo di Bianchi aveva detto molto, forse troppo. Le rivelazioni si abbatterono con tutto il loro peso sul dibattito in corso. Gli effetti erano colti prontamente da Massimo d’Azeglio che, domandatosi quale fosse il reale scopo del gesto (non certo «l’apoteosi di Cavour!!!!!!!»)(121), a distanza di tempo avrebbe rimproverato il modenese per aver «spiattellato troppa roba»: al cavaliere non sembrò affatto ragionevole svelare «tutti i segreti della cucina» dello «chef», sulle cui ricette sarebbe stato meglio non soffermarsi eccessivamente per evitare gli strali delle opposizioni(122). Del resto, notava ancora d’Azeglio, «se in tutti i paesi si facevano mariolerie, in nessun paese gli interessati le confessavano»(123). In tal modo, la natura delle dichiarazioni contenute nell’opuscolo si prestava ad attacchi provenienti da destra e da sinistra, in primis dai democratici più ostili al governo, nonché da parte del mondo cattolico che vi avrebbe visto una prova ulteriore dell’immoralità di Cavour e della sua politica(124). In qualunque modo si volesse presentare, l’ambiguità dimostrata dallo statista in diverse situazioni appariva difficilmente giustificabile.
Il dibattito alla Camera
L’occasione per discutere i temi sollevati si presentò alla Camera nel giugno 1863 in seguito alla richiesta inoltrata da Bonghi al nuovo ministro degli Esteri Visconti Venosta, invitato a presentare dei documenti diplomatici relativi alle questioni attuali, così da informare il Parlamento in merito alle posizioni tenute dall’Italia in ambito internazionale. A quel tempo era tornata drammaticamente in primo piano la Polonia che, ribellatasi al governo autoritario di San Pietroburgo, aveva interessato tutte le
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118 Ibid.
119 Ivi, lettera di Nicomede Bianchi a Michelangelo Castelli, maggio 1863.
120 Ibid.
121 M. D’Azeglio, Epistolario, cit., vol. XI, 1° gennaio 1864-11 gennaio 1866, Centro Studi Piemontesi, Torino 2020, lettera di Massimo d’Azeglio a Teresa Targioni Tozzetti, 15 maggio 1863, p. 582.
122Ivi, lettera di Massimo d’Azeglio a Carlo di Persano, 4 agosto 1864, p. 130; d’Azeglio avrebbe invitato in seguito l’ammiraglio Persano, in procinto di divulgare documenti relativi alla campagna del 1860, a impiegare maggiore cautela.
123 Ivi, lettera di Massimo d’Azeglio a Giuseppe Torelli, 28 aprile 1865, p. 316.
124 Le rivelazioni di Nicomede Bianchi in «La Civiltà Cattolica» IV (1864), vol. VI, pp. 657-675.
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cancellerie europee, decise a trovare una soluzione(125). Poco convincente risultava infatti la formula escogitata dal ministro italiano, Indipendenti sempre, isolati mai, ben lontana dalle aspettative di una diplomazia attiva e dinamica propria della nazione creata da Cavour.
Sobillata dai riferimenti alla politica estera, l’opposizione intervenne e attaccò. Il confronto procedette su piani paralleli. Da un lato, il dibattito si soffermò sulla modesta reputazione dell’Italia in Europa. A inizio mese, il dossier presentato, ritenuto incompleto, deluse la Camera; il 15 giugno Boncompagni si accodò alle perplessità sollevate rilevando come occorresse risalire al 27 aprile 1861 per ritrovare un dibattito parlamentare che avesse posto al centro la gestione degli affari esteri. Si ebbe pertanto l’impressione che, morto Cavour, i governi postunitari avessero rinunciato a perseguire una grande politica, accontentandosi dell’umile amministrazione del Paese. Il fatto era rilevato da David Levi, deputato della Sinistra(126) che, letti i documenti diplomatici presentati dal ministero, ravvisava un distacco significativo tra l’operato degli ultimi governi e l’azione politica di Cavour («la mente che […] agitava la lenta mole» della rivoluzione). Secondo Levi, erano finiti i tempi della grande diplomazia cavouriana, quando il conte era riuscito in più occasioni ad associare il Paese alla causa del liberalismo europeo contro le autocrazie(127). Documenti alla mano, risultava evidente l’indifferenza nei confronti dell’Italia da parte delle grandi potenze, interessate ad accordare una soluzione alla crisi polacca senza ricorrere al concorso del governo di Torino. A dispetto delle dichiarazioni di Visconti Venosta, gli italiani si trovavano «isolati e non indipendenti». Rincarava la dose anche Rattazzi che, conclusa la sua prima esperienza governativa, si permetteva di rimproverare ai fedeli della linea cavouriana lo stato di apatia diffuso:
Voi, signori, ci dite ad ogni istante che siete continuatori della politica del conte di Cavour, della politica dell'antico Piemonte, che fu attuata con grande abilità, con rara fortuna da quell'insigne statista. Ma io, se debbo giudicare la vostra condotta dagli atti vostri, non dubito di asserire che la vostra politica ben lungi dall'essere la continuazione di quella del conte di Cavour, ne è la più assoluta negazione. (Segni di dissenso a destra). […] Voi invece, signori, avvolti tranquilli in un sistema di perfetto silenzio e d'assoluta astensione, lasciate che tutte le questioni si agitino, si definiscano, lasciate che si prendano accordi fra le altre potenze. È questa, signori (con calore) la politica che avrebbe seguito il conte di Cavour? No certamente(128).
L’ex primo ministro esortava quindi a imprimere una direzione alla questione romana, di cui si temeva il definitivo abbandono, affinché si concludesse degnamente il moto unitario.
Quest’ultima critica indusse l’intervento del presidente del Consiglio Minghetti. In qualità di stretto collaboratore di Cavour, il bolognese si sentì legittimato a fornire – finalmente – un quadro complessivo del problema. Rettificando le «inesattezze» pronunciate da Durando nel novembre precedente per riassumere i primi passi della questione romana compiuti da Cavour, Minghetti espose in aula il presunto progetto originario, così come sarebbe stato concepito dalla mente dello statista. Due erano le
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125 G. Giordano, Cilindri e feluche, La politica estera dell’Italia dopo l’Unità, Aracne, Roma 2008, pp. 41-45.
126 Cfr. la recente biografia di A. Grazi, Prophet of Renewal. David Levi: a Jewish Freemason and Saint-Simonian in Nineteenth-century Italy, Brill, Leiden-Boston 2022.
127 AP, Camera dei Deputati, VIII Legislatura, Discussioni, tornata del 17 giugno 1862, pp. 381-383.
128 Ivi, pp. 393-394.
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condizioni necessarie: in primo luogo, la garanzia dell’indipendenza spirituale del papa; in secondo luogo, l’accordo con la Francia. Consapevole della difficoltà del secondo punto, Cavour avrebbe privilegiato il raggiungimento del primo così che, dinanzi alla naturale persuasione della Chiesa, anche Napoleone III si convincesse della piena legittimità. Non si trattava quindi di servilismo nei confronti della Francia, né di piani utopistici, bensì di piani concreti, ispirati sempre ai principii cardine della scuola moderata. Come sottolineava il primo ministro, l’indipendenza spirituale del pontefice non sarebbe stata altro che una delle tante declinazioni della libertà applicata nel contesto sociale. Il pensiero di Cavour, pertanto, si mostrava coerente in ogni sua articolazione. A sostegno di tale tesi, Minghetti ricordava i colloqui con il conte «sotto i pioppi di Leri», teatro delle confidenze più alte e profonde(129). Per ottenere l’intesa con la Santa Sede, il piemontese avrebbe consultato eminenti esperti in materia, laici e religiosi, nonché uomini autorevoli assai vicini alla Chiesa, per influire nel modo migliore possibile sui dignitari incaricati di affrontare l’argomento. Al momento della morte di Cavour, lo stato delle trattative sarebbe stato piuttosto avanzato: una bozza di accordo in quattro punti prevedeva il non intervento della Francia e lo sgombero del suo contingente da Roma, la protezione dell’ex territorio pontificio da parte del regio esercito, la regolazione del debito pubblico e della milizia papale.
A fronte delle critiche e delle osservazioni, ciò che irritava maggiormente Minghetti era però vedere gli ex avversari di Cavour usurpare la sua politica, strumentalizzare le sue affermazioni contro il governo del momento, demolire gli assunti fondamentali di un partito ampio:
non ho potuto a meno di non essere grandemente commosso ed addolorato quando ho udito dagli uomini i quali avevano combattuta ed aspramente combattuta tutta la vita politica del conte di Cavour, venire a farsene gl’interpreti, e sentenziare in questa Camera che il motto: libera Chiesa in libero Stato, non era che uno stratagemma parlamentare, od un espediente politico. Io protesto con tutte le forze dell'animo contro queste asserzioni. (Bravo! Bene! al centro ed alla destra). Il motto: libera Chiesa in libero Stato non era che il complemento di quel sistema di libertà che il conte di Cavour aveva professato con intera fede(130).
Negli stessi giorni, sulla scia di questo dibattito, altri momenti di scontro si presentarono in seguito all’ennesima rilettura dell’operato cavouriano. La dinamica delle sedute restituisce il fervore con cui gli oratori parteciparono alla discussione(131). Presa la parola per primo, dettosi contrario ai maneggi con Francia e Santa Sede inaugurati da Cavour, Giuseppe Lazzaro attribuì il trionfo dell’unità italiana al moto rivoluzionario e riconobbe allo statista piemontese il successo solo nel momento e nella misura in cui egli seppe piegarsi alla rivoluzione. Secondo il deputato, il «partito dottrinario» dei moderati non avrebbe mai realizzato l’unità italiana bensì l’indipendenza(132).
Alle accuse rispose La Farina, lanciatosi in una difesa appassionata di Cavour: rigettata la distinzione tra la politica dei «timidi» e degli «audaci», si ribadiva invece la linea politica del «possibile» portata avanti dal piemontese, approdato per gradi all’idea dell’unificazione. Nel racconto del siciliano il conte, ispirato sempre da elevati
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129 Ivi, p. 398.
130 Ibid.
131 G. B. Furiozzi, Cavour e il Risorgimento in un dibattito parlamentare del 1863, in «Clio» XLVI (2010), n. 4, pp. 649-654.
132 AP, Camera dei Deputati, VIII Legislatura, Discussioni, tornata del 16 giugno 1863, p. 362.
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sentimenti, aveva promosso la Società nazionale ma, animato dalla consueta pragmaticità, dovette per necessità dichiararsi sempre pronto a «rinnegare come Pietro» la sua esistenza qualora le circostanze lo richiedessero. Allo statista si riconosceva pure il coraggio che l’opposizione attribuiva ai soli rivoluzionari, esemplificato dalle decisioni di intervenire in Crimea, di sostenere la spedizione garibaldina in Sicilia, di lanciare l’esercito nella campagna del Centro Italia. Forte della pubblicazione di Bianchi, La Farina provava il coinvolgimento diretto di Cavour nell’impresa dei Mille, testimoniato da lettere e comunicazioni scambiate con l’ammiraglio Persano(133).
L’opposizione si presentò assai agguerrita. Il 19 giugno Agostino Bertani contrastò l’intero discorso del siciliano, demolendo tutti i presunti colpi di genio di Cavour, riletti secondo interpretazioni meno entusiastiche: la spedizione piemontese in Crimea come accorta macchinazione della Gran Bretagna in funzione anti-austriaca; l’intervento della Francia nel 1859 come replica delle guerre d’Italia rinascimentali; l’annessione della Toscana come semplice conseguenza dell’armistizio di Villafranca. In particolare, Bertani si scagliò contro la pubblicazione di Bianchi, ritenuta una pericolosa falsificazione dell’impresa dei Mille che mirava a dipingere Cavour come la mente occulta di tutta la vicenda a scapito di Nino Bixio, ritenuto il vero organizzatore. Ci fu spazio anche per un attacco diretto a La Farina, accusato di aver sequestrato su ordine del primo ministro un carico di mille fucili destinati ai garibaldini. A sostegno di quanto affermato, il deputato democratico chiamò a testimoniare il generale Sirtori affinché rendesse noto a tutti «il conforto» dato ai garibaldini in procinto di salpare dal conte, il quale, negato l’appoggio della marina sarda, avrebbe esclamato fregandosi le mani «io credo che li prenderanno»(134).
L’attacco di Bertani risultò però smorzato dall’intervento dei personaggi citati a sostegno di questa tesi. Con atteggiamento ben più pacato, Bixio prese le distanze e si dichiarò convinto del sostegno di Cavour alla spedizione relativamente alla quale, del resto, lo stesso Garibaldi aveva nutrito seri dubbi in un primo momento. Confermato il sequestro dei mille fucili, il militare sostenne tuttavia di aver ricevuto al largo di Quarto, poco dopo la partenza dei vapori per la Sicilia, il carico di armi grazie proprio all’intervento di La Farina. Relativamente al vero ispiratore della spedizione, ci si riferì a una pluralità di fattori che avrebbero concorso all’organizzazione dell’impresa (la rivolta dei siciliani, Garibaldi, il movimento rivoluzionario), motivo per cui il merito esclusivo non poteva essere attribuito a nessuno degli attori sulla scena(135). Innescato il processo ormai inarrestabile, Cavour si sarebbe impegnato, compatibilmente con la sua posizione, a fornire un supporto. Concluse il dibattito Sirtori che, contrariamente alle attese di Bertani, ammise di essere stato a sua volta piuttosto cauto in merito alla spedizione dei Mille. Invece di confermare le affermazioni del deputato democratico, il generale riferì il colloquio avuto con Cavour poco prima della partenza per la Sicilia. Informato dei piani, lo statista avrebbe confidato:
così va bene; cominciare dal sud per rimontare verso il nord. Quando si tratta di queste imprese, per quanto audaci possano essere, il conte di Cavour non sarà secondo a nessuno(136).
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133 Ivi, pp. 363-364.
134 Ivi, tornata del 19 giugno 1863, p. 444.
135 Ivi, pp. 459-460.
136 Ivi, p. 461.
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A chiare parole, Sirtori confermò le impressioni di Bixio assicurando addirittura il sostegno dichiarato da parte di Cavour, pronto ad aiutare i garibaldini senza compromettere il governo(137). Non vi fu replica diretta.
Con questo contenimento della polemica antimoderata terminava l’ennesimo scontro relativo a Cavour, alle sue responsabilità e alla sua eredità. La pubblicazione di documenti e lettere inedite, accuratamente selezionate, aveva rinverdito il dibattito fornendo nuovi strumenti a sostegno del partito dei moderati che, almeno in teoria, avrebbero potuto sfruttarla per arginare i bollori mal sopiti delle opposizioni e corroborare la propria linea politica. Ciononostante, anche dinanzi all’apparente evidenza della realtà, l’ostilità degli ex avversari del conte arrivava a contraddire le prove cartacee esibite con sicurezza dai cavouriani, accusati di fornire elementi parziali, di reinterpretare il passato per un uso strumentale, di delegittimare i democratici e i repubblicani a favore di una lettura univoca del Risorgimento. Spostatosi sul terreno della rappresentazione pubblica del conte, il confronto su questi temi esacerbava le tensioni accumulatesi nel corso del decennio preunitario, rendendo vani gli appelli alla concordia tanto a lungo auspicata dopo la morte dello statista. Considerato lo svolgimento dei dibattiti e le ragioni dello scontro, il compito dei moderati non si mostrava affatto semplice: i difensori della memoria cavouriana riscontravano notevoli difficoltà nel dimostrare le intenzioni reali dello statista, sottolinearne i pregi e i meriti, combattere i pregiudizi relativi al machiavellismo ritenuto cifra della sua azione politica. Su tutto ciò influiva senza dubbio il ruolo di Cavour come primo ministro, incarico che, privo dell’aurea eroica del condottiero, era espressione “di palazzo”, punto di incontro degli ambienti e dei poteri orbitanti intorno alla monarchia e all’esercito, nonché figura addetta a coordinare il lavoro di istituzioni ritenute spesso repressive. Assai ambigue apparivano inoltre le manovre “dietro alle quinte” che, se per i moderati erano mosse accorte degne di lode, per le opposizioni assumevano la forma di oscuri maneggi propri del mondo diplomatico e conservatore così ostile al moto spontaneo del movimento rivoluzionario. Anche nel caso in cui la difesa di Cavour fosse riuscita, il partito moderato si trovava suo malgrado costretto a reggere il confronto con un modello eccezionale dal quale, col passare del tempo, si avvertì una distanza incolmabile.
2.4 Conservare la memoria
Omaggi e commemorazioni
A fronte della presenza piuttosto ingombrante di Cavour all’interno del dibattito politico, la costruzione e celebrazione dell’immagine collettiva dello statista avvenne attraverso altri canali, non sempre coronati dal successo completo. Sul piano della ricezione pubblica, l’interesse per la figura di Cavour subì – prevedibilmente – una flessione significativa. Dopo le forti passioni suscitate dalla morte nel giugno del 1861, lo slancio emotivo del Paese si ridusse fino a esaurirsi in breve tempo; il compito di coltivare e tutelare la memoria cavouriana fu affidato essenzialmente alle istituzioni e alla città di Torino.
Primo tra tutti, il consiglio comunale aveva già manifestato il desiderio di rendere omaggio al suo membro più illustre nella tarda estate del 1859 quando, dimessosi il conte dalla carica di primo ministro in seguito al contestato armistizio di Villafranca, si
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137 Ibid.
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prese in considerazione la simbolica realizzazione di un gesto di gratitudine. Durante la seduta del 14 settembre, infatti, il consigliere Ferrati aveva proposto la commissione di un busto da collocarsi all’interno di Palazzo di Città, seguita dall’invito del collega Agodino a intitolare una via o una piazza all’«insigne personaggio»(138). Incontrato l’unanime approvazione del consiglio e del sindaco Giovanni Notta, quest’ultima proposta portò all’avvio delle pratiche per il cambiamento del nome, non a caso, di via dell’Arcivescovado, la strada su cui si affacciava il palazzo Cavour, già chiamata confidenzialmente dai torinesi “via Cavour”. La delibera giunse il successivo 24 dicembre. Secondo le testimonianze dell’epoca, la nuova denominazione dovette però attendere la morte del conte perché entrasse effettivamente in vigore.
Le iniziative della municipalità non si esaurirono con questo provvedimento. Nel novembre 1861 sul fronte laterale del palazzo di famiglia rivolto sulla perpendicolare via Lagrange venne collocata una lapide commemorativa. Accettata la proposta dal sindaco Nomis di Cossilla durante la seduta consigliare in cui si comunicò la scomparsa, gli assessori Agodino e Barnaba Panizza diedero rapida esecuzione ai lavori nel settembre dello stesso anno. Coinvolti i famigliari dello statista affinché si concordasse la collocazione avente maggiore rilevanza simbolica e visibilità, si optò per l’affissione in corrispondenza del primo piano, sotto la finestra della stanza in cui Cavour era nato. Realizzata in marmo bianco e adorna di una cornice, la lapide presentava la breve iscrizione dettata dall’assessore Pietro Baricco: «Il conte / Camillo di Cavour / nacque in questa casa / addì 10 agosto 1810 / e vi morì il 6 giugno 1861 / ricordo posto dal municipio». Sobria nella sua concisione, la targa venne assai apprezzata dalla stampa locale(139).
A distanza di un anno dalla morte, le cerimonie commemorative in ricordo del conte vennero celebrate su scala decisamente minore. Le istituzioni della capitale diedero il buon esempio. Su invito del sindaco, il 17 giugno 1862 si tenne presso il duomo di San Giovanni una messa in suffragio alla quale presenziò una rappresentanza scelta della Camera(140). Cerimonia alla quale, ricordava il presidente Sebastiano Tecchio, non poté partecipare per motivi di salute un assai dispiaciuto lord Hudson(141). Agli omaggi istituzionali non corrispondeva però una particolare sollecitudine nel portare a termine le iniziative proposte: trascorso un anno, non si ebbe alcuna notizia da parte della commissione incaricata di curare l’edizione dei discorsi parlamentari promossa da Camera e Senato.
Nelle provincie piemontesi si raccolsero offerte per messe in ricordo del conte. Le municipalità, tuttavia, non furono sempre così sollecite a prendere l’iniziativa e, talvolta, ad assicurare il dignitoso svolgimento delle celebrazioni. A Cuneo, «dietro la colpevole trascuranza del municipio», la cittadinanza aprì una sottoscrizione per le celebrazioni del 6 giugno, così come a Grinzane(142). Degna di menzione la cerimonia tenutasi a Pallanza, presso Verbania, dove il comitato promotore organizzò, a detta della
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138 C. Pischedda – R. Roccia (a cura di), 1848-1861. Camillo Cavour consigliere comunale, Città di Torino-Archivio Storico, Torino 1998, pp. 113-117; ASCT, Gabinetto del sindaco, c. 63, anno 1861, b.4, deliberazione della Giunta municipale, 26 settembre 1861; minuta di lettera della Giunta a Gustavo di Cavour, 25 ottobre 1861; lettera di Gustavo di Cavour a Augusto Nomis di Cossilla, 31 ottobre 1861.
139 Cose diverse, «Gazzetta del Popolo», 25 novembre 1861.
140 Inizialmente, la cerimonia era prevista per il 4 giugno. Cfr. AP, Camera dei Deputati, VIII Legislatura, Discussioni, tornata del 3 giugno 1862, pp. 2160-2161.
141 Ivi, tornata del 16 giugno 1862, p. 2459.
142 Cronaca della provincia, «La Sentinella delle Alpi», 5 giugno 1862; Notizie ultime, 6 giugno 1862; Cronaca della provincia, 17 giugno 1862.
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stampa locale, un funerale «gretto e meschino». Della cospicua somma raccolta, infatti, ben poco venne impiegato a giudicare dal risultato:
Un tumulo che serve a chiunque abbia da pagare i moccoli, quattro candele agli angoli, e rossi paramenti e bianchi alle colonne e dalle volte pendenti si prestavano all’occhio di chi entrava in chiesa, il quale avrebbe dovuto credere si trattasse del mortorio di un povero diavolo se sopra al tumulo non avesse veduto il busto del Grand’Uomo, il cui bianco marmoreo spiccava sull’equivoca tinta della base di tela(143).
Magra consolazione, «Il Lago Maggiore» di Intra pubblicò in seguito alcuni sonetti celebrativi pronunciati, tra le cantilene «indecenti», alla cerimonia di Pallanza(144).
Al di fuori del Piemonte, si tennero messe in suffragio a Pisa e Grosseto. Particolarmente significativa per l’apparato impiegato e le conseguenze che ne derivarono fu la cerimonia indetta a Livorno il 6 giugno 1862, dove le tensioni con il clero erano ancora piuttosto vive. Allestito un altare, appese gramaglie agli alberi e disposte bandiere abbrunate in uno spazio privo di connotazioni religiose (il viale che conduceva alla Porta Vittorio Emanuele), il rituale venne celebrato da alcuni frati alla presenza di autorità civili, militari e del popolo. La prima pubblica occasione di scontro si ebbe il giorno stesso quando i cittadini, incassato il rifiuto dei parroci, suonarono le campane della città per annunciare la cerimonia. L’indomani, l’arcivescovo sospese a divinis il canonico e consigliere comunale Enrico Monticelli, colpevole di aver presenziato alla funzione. Il fatto sollevò le ire del consiglio municipale che, riunitosi d’urgenza, si appellò al governo e minacciò le dimissioni in blocco qualora non si fosse posto fine all’«insolenza clericale baldanzosa». Come si sarebbe scoperto a distanza di qualche giorno, le origini del contrasto risalivano ai preparativi della stessa funzione. Il comitato per i funerali infatti rese noto con un apposito annuncio il motivo della mancata cerimonia religiosa e informò la cittadinanza dell’ostilità da parte dell’autorità ecclesiastica: invitato a concedere la chiesa di Santa Maria del Soccorso per la messa, l’arcivescovo aveva richiesto la produzione di un documento che attestasse la morte di Cavour «in grembo di Santa Madre Chiesa». Ne era seguito uno scontro acceso e il veto da parte del monsignore. Una «pazza proibizione» – sottolineavano gli adirati – che giungeva dopo il permesso accordato l’anno precedente ai funerali cittadini per Cavour il quale, del resto, «non [era] morto due volte»(145). L’esito della controversia è sconosciuto; tuttavia, l’episodio dimostrava la persistente ostilità da parte della Chiesa più conservatrice che, chiusasi nel silenzio dopo la condanna di padre Giacomo, non esitava a rinfocolare la polemica qualora fosse chiamata a pronunciarsi su Cavour. Si rischiò un risultato simile a Firenze, dove, annunciata dal municipio una messa solenne in Santa Croce per la data del 6 giugno, l’arcivescovo, non pago della rissa scatenatasi l’anno precedente, aveva «chiu[so] sul muso ai Fiorentini la porta della Chiesa». Le pressioni del Comune, tuttavia, vinsero le resistenze e la cerimonia si poté tenere senza ulteriori complicazioni(146). In altri contesti, l’autorità ecclesiastica si impose con maggiore decisione: a Parigi, dopo le grandiose esequie del giugno 1861, l’arcivescovo
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143 Cronaca del Lago, «Il Lago Maggiore», 14 giugno 1862.
144 All’Italia sulla tomba del conte Camillo Cavour, ivi, 21 giugno 1862.
145 I funerali del conte di Cavour, «Il Faro», 7 giugno 1862; Cose locali, 8 giugno 1862; Notizie italiane, 10 giugno 1862; in supplemento al n. 139 del 10 giugno 1862, Comitato pei funerali al conte di Cavour, Dichiarazione; cfr. anche Corrispondenze, «Il Mediatore», 1862, pp. 796-797.
146 Notizie italiane, «La Stampa», 6 giugno 1862; «Lo Zenzero», 6 giugno 1862.
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proibì la messa in suffragio richiesta dalla comunità italiana in occasione del primo anniversario della morte(147).
Complessivamente, le cerimonie religiose dimostrarono un livello piuttosto modesto di partecipazione e un grado di conflittualità ancora elevato. Funzioni di qualche peso furono celebrate saltuariamente: ne è un esempio la messa celebrata per il secondo anniversario della morte a Milano nella chiesa di San Fedele il 15 giugno 1863(148). Per il culto della memoria cavouriana assunse invece un rilievo maggiore – ed essenzialmente simbolico – la tomba di Santena. L’invito a recarsi al sepolcro di Cavour, rivolto con insistenza dalla stampa ai cittadini italiani nelle settimane successive alla sua morte, sembrò non essere del tutto disatteso. Già nell’estate del ’61 vi furono alcuni visitatori. Se si presta fede al racconto del diplomatico francese d’Ideville, che aveva raggiunto per la prima volta Santena nel settembre 1861, i devoti furono più di cinquecento. Ad attestarlo, il registro firme esposto all’ingresso della cripta(149).
L’occasione del primo anniversario della scomparsa diede maggiore impulso alla celebrazione presso il piccolo borgo di campagna, divenuto meta di un pellegrinaggio patriottico. Anche in questo caso, l’iniziativa venne presa dalla cittadinanza torinese che organizzò il viaggio da Torino a Cambiano (paese limitrofo a Santena) e lo svolgimento della cerimonia in loco. Decisa la data di venerdì 6 giugno per l’omaggio in spregio alle festività religiose di quei giorni che avrebbero potuto rimandarne la realizzazione, il comitato rese noto l’evento per mezzo di annunci sui giornali e passaparola. Secondo i resoconti della stampa, al momento della partenza il pellegrinaggio raccolse «un buon centinaio» di ammiratori, partecipanti alla prima edizione di un evento che, con la sua ritualità, si sarebbe ripetuto negli anni con alterne fortune. Varie erano le rappresentanze: tra i giornali, la «Gazzetta ufficiale», la «Monarchia Nazionale», la «Gazzetta del Popolo», lo «Spirito Folletto» di Milano; tra le associazioni, la Società Nazionale e la Società degli Operai di Torino. Riunitisi in piazza Carlo Felice alle 9.15 del mattino, i partecipanti presero il treno delle 9.50 per Cambiano; scesi in stazione, proseguirono a piedi per circa un quarto d’ora fino a Santena. Raggiunti da altri devoti provenienti dal circondario, che aumentarono in modo imprecisato il numero dei partecipanti, il corteo raggiunse il castello Cavour in compagnia del sindaco del paese Francesco Rey, l’ex manovale assai affezionato alla memoria del conte, il quale introdusse gli ospiti alla cripta. Trascorso un momento di commossa riflessione, ammirate le corone commemorative accumulate presso la tomba, respirata la «sacralità» del luogo, i convenuti ebbero l’onore di ammirare i locali abitati dallo statista, vedere di persona la modesta camera da letto e gli oggetti lì conservati e, infine, essere ospitati presso la casa dell’orgoglioso sindaco. Terminata la visita, il pellegrinaggio si concluse con il ritorno a Torino. L’omaggio della cittadinanza al sepolcro non fu però l’unico. Negli stessi giorni, Santena divenne meta di altri riconoscenti patrioti, organizzatisi in iniziative parallele: il 9 giugno il colonnello Panissera guidò un buon numero di ufficiali e soldati della Guardia Nazionale con accompagnamento dalla banda militare alla tomba di Cavour per deporre una corona; il successivo 15 giugno fu la volta della Società Italiana degli Operai Uniti(150). Forte della partecipazione di varie associazioni di patrioti, operai, impiegati e semplici cittadini, la ritualità della cerimonia venne appoggiata della famiglia Cavour. Il pellegrinaggio alla cripta avrebbe goduto di una discreta fortuna,
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147 «Il Faro», 8 giugno 1862.
148 «Gazzetta del Popolo», 17 giugno 1862.
149 H. D’Ideville, Journal d’un diplomate en Italie, cit., pp. 205-210.
150 Sacco nero, «Gazzetta del Popolo», 9 giugno 1862; Sacco nero, 17 giugno 1862.
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ripetuto il 16 giugno 1863, il 7 giugno 1864 e il 12 giugno 1865. A partire dal 1866 non si riscontrano più notizie in merito a celebrazioni santenesi(151). Dopo qualche anno di successo, l’interesse a tenere viva la “fiamma” del patriottismo moderato si spense gradualmente.
Al di fuori del contesto locale, l’omaggio al defunto ministro spettò quindi alle iniziative dei singoli privati e delle associazioni. Si riscontrarono pertanto cerimonie isolate, celebrate in ambiti differenti. Tra queste, il 6 ottobre 1861, la commemorazione presso l’Accademia dei Georgofili di Firenze tenuta dal senatore, pedagogista e agronomo Raffaello Lambruschini che pronunciò un lungo discorso(152). Significativamente, considerato il contesto della celebrazione, l’oratore trattò all’interno del panegirico politico-morale anche gli studi agrari del conte, soffermandosi sulle novità apportate nel campo delle coltivazioni di Leri e sui loro risvolti economici(153). Il 6 giugno 1862, il patriota e docente di diritto pubblico Saverio Scolari radunò gli studenti universitari presso il camposanto di Pisa per celebrare il primo anniversario della morte. Esaltazione e difesa di Cavour, rappresentato come convinto sostenitore dell’unità fin dal primo momento, la prolusione esortò gli italiani a seguire la via tracciata dallo statista, «energici nella moderazione, temperanti nella rivoluzione»(154).
In tal contesto, degna di nota fu la cerimonia pubblica tenutasi al di là dell’Atlantico, negli Stati Uniti afflitti dalla guerra civile, che vide per protagonista il piemontese Vincenzo Botta, ex deputato del parlamento subalpino trasferitosi nel 1855 a New York, docente di letteratura italiana presso la locale università e noto sostenitore del movimento unitario. Su invito del sindaco George Opdyke e di altri esponenti della classe dirigente cittadina, il 20 febbraio 1862 Botta pronunciò un lungo discorso presso la Historical Society con l’intenzione di illustrare al pubblico americano la grandezza di Cavour, soffermandosi sulla sua biografia, descrivendone i principii, magnificandone l’opera politica. Densa di digressioni e contestualizzazioni utili a un uditorio che aveva seguito con interesse le vicende dell’unificazione italiana(155), la prolusione incontrò anche le aspettative del patriottismo statunitense, mobilitato in un momento di grave crisi interna e pertanto propenso ad apprezzare gli esempi di impegno virtuoso provenienti dall’estero. Fornito un affresco a tutto tondo della politica moderata italiana e delle sue ricadute diplomatiche, economiche e religiose, l’oratore pose l’accento sul principio di libertà individuale alla base del pensiero cavouriano, incontrando il plauso dei presenti(156). Si poté quindi cogliere l’intenzione di celebrare un Cavour “americano”, inserito nel solco del migliore liberalismo occidentale. Lo stesso Botta commentò l’impostazione del discorso nelle lettere inviate all’amico Dina, invitato a menzionare l’evento su «L’Opinione»: ripercorrendo la genesi del movimento unitario, l’oratore ammise di aver volutamente sorvolato sui concetti di repubblica e confederazione – più
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151 Commemorazione a Santena, ivi, 17 giugno 1863; Festa nazionale, 6 giugno 1864; 11 giugno 1865.
152 R. Lambruschini, Elogio del socio onorario Conte di Cavour, letto dal socio ordinario R. Lambruschini nell’Adunanza solenne della R. Accademia dei Georgofili, tenuta il dì 6 ottobre 1861, in «La Famiglia e la scuola» IV (1861), n. 7, pp. 289-324.
153 Ivi, pp. 297-301; relativamente all’esperienza di Cavour in ambito agricolo, cfr. S. Cavicchioli (a cura di), Camillo Cavour e l’agricoltura, cit.
154 S. Scolari, Sul conte Camillo Benso di Cavour dagli studenti dell’università commemorandosi l’anniversario della sua morte a dì VI giugno MDCCCLXII nel camposanto di Pisa. Parole di Saverio Scolari veneto, Tip. Citi, Pisa 1862, p. 10.
155 Sulla ricezione di Cavour negli USA, cfr. G. Pécout, Cavour visto dagli Stati Uniti, in D. Fiorentino – M. Sanfilippo (a cura di), Gli Stati Uniti e l’Unità d’Italia, Gangemi, Roma 2004, pp. 125-132.
156 V. Botta, A discourse on the life, character and policy of Count Cavour delivered in the hall of the New York Historical Society, February 20, 1862, G.P. Putnam, New York 1862.
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congeniali all’uditorio – preferendo soffermarsi sulla questione romana e sull’abolizione del potere temporale, i cui presupposti erano ricondotti ai principii filosofici del XIX secolo(157). La celebrazione di Cavour fu un vero successo, soprattutto se si considera l’abilità di Botta nel far apprezzare anche all’uditorio americano l’idea di una monarchia «progressista» come simbolo della nazione moderna. Il successo portò l’accademico a ripetere nelle settimane successive il discorso a New York, a Washington e infine a Boston. Poco dopo, il testo fu pubblicato in elegante formato; tornato in patria per un breve soggiorno, l’autore ne curò la traduzione in italiano che, probabilmente per intercessione di Dina, venne edita a Napoli nella seconda metà del 1862 e accolta con soddisfazione dai moderati(158).
Tra i tanti aspetti degni di attenzione, vi fu anche spazio per la pubblicazione stravagante. Infatti, la causa di morte di Cavour sembrava destare ancora qualche interesse tra l’opinione pubblica, come testimonia l’opuscolo anonimo intitolato La verità schietta e nuda sull’ultima malattia del conte Camillo Benso di Cavour, edito a Torino nel 1862. Il testo, che si presentava come «lettera di un non medico ad un medico», era stato scritto in seguito alla lettura del racconto di Giuseppina Cavour relativo alla morte dello zio e pubblicato su «L’Opinione». Interessato a fornire un dettaglio utile al destinatario dell’opuscolo – qualificato come un medico in procinto di scrivere la biografia di Cavour (forse Nicomede Bianchi) – l’anonimo sosteneva di aver riconosciuto nei sintomi descritti la vera causa del decesso, una «febbre remittente a base gastrico-biliosa» di cui un certo dottor Giuseppe Belotti avrebbe conosciuto i rimedi. L’attendibilità di questo scritto, tuttavia, dovette sembrare piuttosto scarsa se si presta fede ad alcuni commenti manoscritti reperibili su di una copia ancora conservata(159).
Per quanto concerne la presenza di Cavour nell’onomastica e nello spazio pubblico, si susseguirono diverse iniziative. Un gesto simbolico rilevante, probabilmente suggerito dall’alto o proposto da élites locali desiderose di ingraziarsi il governo, venne compiuto all’altro capo della Penisola, in provincia di Lecce, dove nel novembre 1862 il comune di Sogliano assunse il nome di Sogliano Cavour per distinguersi dall’omonimo borgo sito nel forlivese(160). Parallelamente, in un breve torno di anni fecero la loro comparsa le statue commissionate da comitati e municipi. Nel giugno 1863 Genova inaugurò il suo monumento, collocato all’interno della Borsa presso la Loggia di Banchi, seguita a poche ore da Novara; nel 1864 fu la volta di Vercelli, nel 1865 di Milano. Dopo gli iniziali entusiasmi, il monumento di Torino attraversò invece una fase letargica, dovuta anche alla mole di lavoro richiesto dalla raccolta di oblazioni, al concorso per gli artisti, alla volontà di innalzare un’opera all’altezza del soggetto, alle indecisioni del comitato esecutore. Complessivamente, le sculture, realizzate dagli
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157 MNRT, Archivio Dina, c. 203, lettera di Vincenzo Botta a Giacomo Dina, 26 febbraio 1862.
158 V. Botta, Sulla vita, natura e politica del Conte di Cavour. Discorso di Vincenzo Botta professore di letteratura italiana nell’università di Nuova-York già membro del Parlamento, e professore di filosofia ne’ collegi di Sardegna. Letto nella Sala della Società Storica di Nuova – York il 20 febbraio 1862, Stamperia dell’Iride, Napoli 1862.
159 Anonimo, La verità schietta e nuda sull’ultima malattia del conte Camillo Benso di Cavour in proposito della relazione pubblicata su tale argomento nell’Opinione del 26 luglio 1862 dalla signora contessa Alfieri di Cavour. Lettera di un non medico ad un medico, Tipografia di Enrico Dalmazzo, Torino 1862. La copertina di un esemplare conservato presenta una nota manoscritta con cui un anonimo lettore canzonava l’autore, definito «un animale che per provare la di lui utopia, cita le parole di un ciarlatano, e cogliona il pubblico con far gettare e tempo e fatica e danaro per soprapiù, con un titolo altisonante, essendo facil cosa copiare due libercolli [sic] e venderli».
160 Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia, vol. V, Stamperia Reale, Torino 1862, p. 3183.
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artisti più in vista del momento ed esposte in località di primo piano dei centri urbani, raccolsero cifre ragguardevoli. Le cerimonie e le commemorazioni mobilitarono un discreto numero di persone e significativi parvero anche i rituali messi in atto, di cui si avrà modo di parlare più avanti. Al contempo, si diffusero i busti di Cavour, commissionati a valenti scultori da municipi, istituti, associazioni ed esposti in sale consiliari, uffici e luoghi pubblici a testimonianza dell’ossequio, probabilmente non sempre spontaneo e talvolta imposto, nei confronti dello statista. Se a questa schiera di rappresentazioni in marmo o in bronzo si aggiungono i ritratti pittorici e fotografici, le loro riproduzioni in litografia, nonché la caricatura, è possibile notare come l’immagine del «gran ministro» avesse iniziato a occupare un proprio spazio all’interno del repertorio iconografico risorgimentale(161).
La devozione a oltranza. Bottero e La «Gazzetta del Popolo»
Se alla famiglia dello statista spettò il compito di difenderne la memoria tutelando con dedizione le carte e sorvegliando l’uso della sua immagine all’interno del dibattito politico, ad alcuni esponenti della stampa torinese toccò invece l’esercizio della rigida censura nei confronti del cosiddetto cavourismo ereditato dal partito liberale italiano. Fu questa una vera e autentica “missione” di cui si sentì investito Giovanni Battista Bottero, il direttore della «Gazzetta del Popolo» che insieme ai suoi collaboratori avrebbe sfruttato le colonne del giornale per sferzare con severità ogni mancanza, ogni errore, ogni palese tradimento degli ideali cavouriani da parte dei ministeri postunitari. Il quotidiano, fondato nel 1848 da Bottero, Alessandro Borella e Felice Govean, inizialmente di simpatie giobertiane, assunse uno schietto orientamento monarchico, liberale e anticlericale e si collocò presto nel campo di Cavour diventandone un convinto sostenitore(162). I profili dei fondatori rispecchiavano le biografie di tanti patrioti: Bottero, medico dotato di fine talento giornalistico e animato dalle forti passioni politiche, subentrato a Cavour come deputato del I collegio di Torino; Borella, discendente di nobili decaduti, anch’egli laureato in medicina e fervente progressista; Govean, figlio di giacobini dal passato tormentato, ex volontario nella campagna del ’48, irruento giornalista con ambizioni letterarie, direttore del foglio fino al 1861, massone(163). Accomunati dall’intento di rivolgersi a un pubblico composto da piccola borghesia e lavoratori manuali, i tre fondatori avevano reso un servizio non secondario alla causa risorgimentale contribuendo alla diffusione tra la popolazione del sentimento di nazionalità e di libertà. Negli anni più recenti, la redazione aveva accolto anche il giovane Carlo Pisani, emigrato veneto che avrebbe dato un contributo significativo relativamente alle questioni di politica estera. In poco tempo il giornale, che era solito
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161 E. Gianeri, Cavour nella caricatura dell’Ottocento, Edizioni Teca, Torino 1957.
162 B. Gariglio, Stampa e opinione pubblica nel Risorgimento. La «Gazzetta del Popolo» (1848-1861), FrancoAngeli, Milano 1987, pp. 25-94; L. Tamburini – G. Petti Balbi (a cura di), La stampa periodica a Torino e a Genova dal 1861 al 1870, Biblioteca Civica, Torino 1972, pp. 51-53.
163V. Castronovo, Giornalismo e giornalisti piemontesi nel decennio postunitario, in Il giornalismo italiano dal 1861 al 1870, atti del 5° Congresso dell’Istituto Nazionale per la storia del giornalismo, Torino 20-23 ottobre 1966, Edizioni 45° parallelo, Torino 1966, pp. 1.-12; anche V. Bersezio, Il regno di Vittorio Emanuele, vol. V., cit., pp. 28-39; relativamente a Bottero, cfr. anche il profilo di E. Amicucci, G. B. Bottero. Giornalista del Risorgimento, Società Editrice Torinese, Torino 1935; V. Bersezio, Commemorazione di Felice Govean fatta il 10 ottobre 1898 nella sala V. Troya e cenni sopra la costituzione del comitato per il monumento, Torino 1899; U. Levra, Prefazione a E. Champagne (a cura di), Alessandro Borella laico e democratico (1815-1868), atti del convegno di Castellamonte, 30 settembre 2017, Baima Ronchetti, Castellamonte 2018, pp. 5-13.
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«divorarsi un prete a colazione, un vescovo a pranzo e un canonico a cena», aveva raggiunto una buona popolarità(164).
Morto Cavour, la «Gazzetta» si mobilitò immediatamente a difendere ed esaltare il defunto. A partire dall’annuncio della scomparsa e dalla descrizione commossa del corteo funebre, i toni del giornale furono tra i più partecipi al dolore collettivo, esplorato in tutte le sue sfumature. Conclusa la stagione del necrologio un po’ stucchevole, si aprì la fase della celebrazione. Dalla seconda metà del 1861 in poi, una parte del quotidiano fu sovente dedicata a tessere le lodi di Cavour, sia che si trattasse di rammentare i risultati del suo operato e rilevare il grado di continuità tra la politica dello statista e quella dei successori, sia che si intendesse esaltarlo in qualità di persona eccezionale, attenta alle esigenze degli uomini e quindi profondamente umana. Il culto del grande statista conviveva parallelo a quello di Papà Camillo, soprannome affettuoso coniato dai torinesi che il giornale impiegò largamente per rafforzare il mito del conte gioviale, affettuoso, dai modi amabili e schietti.
Là dove compariva il nome di Cavour, il lettore era sicuro di trovare elogi ed encomi. Tuttavia, gli articoli celebrativi risultavano talvolta intaccati da note meno entusiaste, da toni venati di rimpianto e nostalgia che portavano al compatimento dei contemporanei, privati di una guida così importante. Collocato su di un altare, il conte era divenuto una sorta di nume tutelare, puro e intoccabile, a cui la «Gazzetta» guardò sempre con una venerazione che talvolta sembrò sconfinare nell’idolatria.
La presenza di Cavour tra le colonne del giornale assunse varie forme. Si coglieva l’indirizzo popolare, per esempio, nella rubrica Gasparo e Bonaventura attraverso la quale la redazione tentò di proporre al lettore un compendio efficace dell’opera di Cavour. Nel dialogo colloquiale tra il colto Gasparo e il semplice di spirito Bonaventura, infatti, si inseriva di volta in volta un fatto, una vicenda, un insegnamento desunto dalla biografia cavouriana(165.) Si presentava così, in parole semplici, distillata in più articoli, la sapienza politica del conte. Sullo stesso piano si collocava la cronaca appassionata del primo pellegrinaggio a Santena, scritta da un commosso Pisani che vi aveva partecipato. Narrato in quattro puntate, il rituale offriva l’occasione per valutare l’attaccamento del popolo al personaggio. Nelle lacrime dei presenti il corrispondente coglieva la manifestazione concreta del dolore che non aveva mai abbandonato i bravi patrioti. Un dolore interclassista che dimostrava la statura non solo dell’uomo di governo ma anche dell’«uomo di cuore»:
Povero Papà Camillo! E adesso è là che fa pianger tutti, dall’uomo politico allo studente, dal giornalista al campagnuolo, perché tutti hanno sentita la sua benefica influenza, perché a tutti egli si è mostrato come guida, come insegnamento, come maestro, come padre(166).
Il giornalista si soffermava in particolare sulla figura di Francesco Rey, l’ex manovale divenuto sindaco con il quale il conte era solito intrattenersi durante i soggiorni a Santena. Pisani esaltava l’affetto profondo di una persona semplice che non riusciva a trattenere le lacrime ripensando al conte, alle sue parole e al tragico momento della sepoltura quando egli stesso, ripresa in mano la cazzuola, aveva allargato il loculo della tomba per collocarvi la salma. Il corrispondente dedicò parole di stima alla devozione
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164 V. Bersezio, Il regno di Vittorio Emanuele, vol. V, cit., p. 35.
165 Conversazioni di alta politica tra due minchioni. Gasparo e Bonaventura, «Gazzetta del Popolo», 13, 17, 19, 24 e 29 gennaio 1862.
166 Santena I, ivi, 11 giugno 1862.
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profonda di Rey che guidava i visitatori alla cripta mostrando le corone, le iscrizioni lasciate dai pellegrini, conducendoli poi alla camera da letto di Cavour e infine a casa propria, dove il buon uomo conservava sotto una campana di vetro, come una reliquia, le proprie vesti ancora sporche della calce impiegata per la tumulazione. Nel «santuario» di Rey figuravano pure un busto dello statista, un ritratto in litografia, una canna da passeggio con tanto di cartellino che ne attestava la provenienza(167). Rey diventava il simbolo dell’affetto sincero che tutti gli italiani avrebbero dovuto nutrire per il conte in qualità, innanzitutto, di persona:
E potete ben immaginare che quel buon mastro-muratore, non vi rimpiange il Grande Diplomatico – Egli non sa nulla di questa storia, per cui noi esuli lo lagrimiamo come il tutore delle nostre oppresse contrade; egli non comprende questo […]. Ma quello che sa, quel ch’egli ha compreso chiaramente senza bisogno di spiegazioni, e di studi, è che il Conte Camillo così grande, il Conte Camillo Ministro, il Conte Camillo Conte, aristocratico, gran signore, quando andava a Santena parlava alla buon con lui, se lo pigliava in compagnia come un vecchio amicone, lo trattava con quella libera affabilità che sapea metter tutti a posto, senza che s’accorgessero della immensa distanza che passava tra loro e lui, gli stringeva mano come ad uno dei suoi, e si rivelava in quella fase che sola potea esser compresa dal buon mastro-muratore […] e il Ministro spariva per non restare che il buon gentiluomo(168).
Al trasporto e alla commozione di quei momenti il giornale alternava lo sdegno nei confronti dei ministri illusi di seguire la via tracciata. Particolarmente accentuata era l’enfasi sulle questioni di politica estera, campo in cui appariva palese l’inesperienza dei governi postunitari. Responsabile di questa sezione fu Pisani, il quale non perdeva occasione per esortare i governanti a tradurre in pratica gli insegnamenti di Cavour, insistendo in particolare affinché si privilegiasse la liberazione del Veneto a scapito della questione di Roma capitale(169). Il risentimento per l’eredità abbandonata si traduceva anche in contributi dal tono più leggero. Infatti, Cavour in forma di spirito compariva negli spazi dedicati alla satira politica, come la rubrica Lanterna magica, in cui si inscenavano brevi conversazioni tra l’ombra dello statista e alcuni personaggi reali ed allegorici, oppure come la rubrica Napoleone III e Cavour. Dialoghi in camera oscura e i Camerini del teatro diplomatico, una sorta di intermezzo comico nel quale gli scambi di battute si rivelavano funzionali a esaltare il pensiero del conte(170).
Sempre attento alla costruzione dell’immagine postuma, il quotidiano seguì con interesse le iniziative a favore della memoria cavouriana. Nel corso dei mesi, la «Gazzetta» domandò novità in merito alla tanto attesa edizione dei discorsi parlamentari, gioì della pubblicazione dell’OEuvre parlamentaire curata da Artom e Blanc, esaltò Bianchi, ritenuto il degno storiografo di Cavour in grado di dimostrare il contributo fondamentale del conte all’impresa dei Mille(171).
Col passare del tempo, la poca fiducia nei confronti degli eredi politici lasciò spazio alla cinica constatazione di un Paese privo di validi sostegni, governato per inerzia da modesti amministratori. I valori del patriottico Piemonte, incarnati da Cavour, si erano
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167 Santena IV, ivi, 17 giugno 1862.
168 Santena II, ivi, 13 giugno 1862.
169 Tra i vari esempi, Venezia, ivi, 21 giugno 1861, 19 dicembre 1863.
170 Lanterna magica, ivi, 24, 25 e 28 giugno 1862; Napoleone III e Cavour. Dialoghi in camera oscura, 18, 21, 22, 29 ottobre 1862.
171 Cose diverse, ivi, 16 gennaio 1862; Di certe logiche!, 11 luglio 1862; Pensieri ed opere del Conte di Cavour, 5 agosto 1862; Cose diverse, 8 maggio 1863; Nomi che onorano la patria, 12 maggio 1863.
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ormai dispersi nel marasma della politica nazionale, inquinati dagli interessi delle consorterie. A distanza di due anni dalla scomparsa, nell’agosto del 1863 la «Gazzetta» osservava amaramente:
Il Piemonte diventato Italia, non tenne conto di quella pagina di storia la più portentosa del Conte Cavour. Oseremmo dire, che con una vera ingratitudine, calata la pietra sul suo sepolcro, non si volle più saperne di politica cavouriana, e si volle iniziare una politica che si disse italiana. La politica cavouriana ci condusse da Susa allo Stretto. La politica italiana cominciò la sua tappa da Santena, e restò a Santena. Non abbiam fatto un passo solo, dalla morte del Conte Cavour(172).
Dina il «moderatissimo»
Più oggettivo di Bottero e dei suoi collaboratori nell’analisi delle circostanze era invece un altro cavouriano “di ferro”, Giacomo Dina. Di origini ebraiche come Artom – elemento che rafforzava l’immagine di Cavour amico delle minoranze – il direttore de «L’Opinione» apparteneva alla cerchia dei collaboratori stretti dello statista(173). Indirizzato il quotidiano su posizioni più filocavouriane dopo averne assunto ufficialmente la direzione nel 1854, Dina seppe guadagnarsi la stima del mondo politico torinese in virtù della moderazione e della pacatezza con cui difendeva le proprie posizioni. Considerato da Luigi Chiala «l’organo più autorevole e più reputato», il giornale sostenne tutte le campagne del conte. Dopo la morte di Cavour, Dina mantenne salda la linea seguita fino a quel momento: grazie a «L’Opinione», garantì il sostegno ai governi di Ricasoli, Farini e Minghetti, prendendo invece le distanze dalla politica di Rattazzi di cui criticò l’approccio alla questione romana, nonché il supporto dato a Garibaldi(174). Ben inserito nei circoli moderati, il direttore poté vantare una corrispondenza assidua con le personalità che avevano orbitato attorno a Cavour. Al direttore del giornale scrissero frequentemente Minghetti, Bianchi, Bonghi e altri esponenti del mondo moderato, spesso con l’invito a pubblicare articoli che chiarissero le loro posizioni, rettificassero alcuni interventi, smentissero false dicerie(175). Nel concreto, «L’Opinione» si configurò come un quotidiano ministeriale guidato da una figura politicamente schierata ma intellettualmente onesta.
Al di là delle critiche formulate a posteriori e dell’insoddisfazione diffusa tra coloro che guardavano all’Italia del presente auspicando miglioramenti sensibili in tutti i settori, la realtà dei fatti non sembrava affatto suggerire a Dina l’impressione di un totale fallimento da parte della classe politica post-cavouriana. Ne illustrava le ragioni l’editoriale pubblicato il 6 giugno 1864 in occasione del terzo anniversario dalla morte di Cavour. Come sempre oggettivo nell’esporre giudizi e considerazioni, il direttore del giornale approfittava della ricorrenza funebre per fornire un’analisi degli ultimi tempi – «tre anni di dure prove» – trascorsi senza la guida dello statista. Dina riconosceva al partito moderato il merito di aver conservato intatto il Paese, averne avviato lo sviluppo materiale, placato il movimento rivoluzionario, contenuto il brigantaggio applicando – si potrebbe dire, «senza infamia e senza lode» - gli insegnamenti di Cavour. Certo,
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172 I patti di Zurigo, ivi, 5 agosto 1863.
173 E. Loevinson, Camillo Cavour e gli israeliti, cit., pp- 455-456.
174 L. Chiala, Giacomo Dina e l’opera sua nelle vicende del Risorgimento italiano, vol. I, Dalla guerra del 1848 alla morte di Cavour; vol. II, Dalla morte di Cavour alla guerra del 1866, cit., Torino 1896-1899, pp. 1-3; P. Casana Testore, Dina, Giacomo in DBI XL (1991); Commemorazione di Giacomo Dina. Roma, 22 luglio 1879, Tipografia dell’”Opinione”, Roma 1879.
175 MNRT, Archivio Dina, tra le varie, cfr. le cartelle 202, 203, 204, 214.
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affermava il direttore, non vi erano stati slanci di audacia o avventatezze ma nemmeno clamorosi errori dovuti all’immobilità. Il fatto che la «nave» non fosse naufragata in mezzo ai molti scogli provava la solidità dello stato italiano, retto da un gruppo di ex collaboratori privi di qualità eccezionali ma capaci di portare avanti un progetto ricevuto in eredità. Infatti,
Qual principio, proclamato dal conte di Cavour, fu sacrificato? Niun ministero ha compromessa l’opera, alla quale l’illustre uomo di Stato aveva sacrato gli ultimi anni di vita; niuno ha camminato per una via differente da quella da lui tracciata. Se non si sono ottenuti grandi risultati è perché nessuno aveva i mezzi di cui egli disponeva, niuno la potenza dell’ingegno, l’ardimento dell’iniziativa, l’autorità incontestata nella diplomazia e quella specie di morale dirittura nell’interno, che lo pose in grado di associare la libertà all’attuazione di grandi disegni, piuttosto indovinati dal popolo che lungamente discussi nel Parlamento. […] Se splendidi trionfi non si sono conseguiti, almeno si è vissuto […] Di queste qualità onde si è mostrato adorno il popolo italiano, siamo pure in gran parte debitori al conte di Cavour. Egli non ha fatto scuola; ma ha giovato di più, ordinando e formato un partito, che lasciò erede del governo. Questo partito, privo della forte mano che lo guidava, può scindersi in frazioni, può talora esitare, ma è certo di serbar le redini del governo, quando perseveri a seguire quelle massime politiche, nelle quali riassumevasi il programma del conte Cavour(176).
Persuaso della buona amministrazione messa in atto fino a quel momento, Dina invitava comunque il governo a non assumere un atteggiamento eccessivamente prudente e, indicando in Cavour l’esempio più alto, esortava a dimostrarsi risoluto qualora le necessità lo richiedessero. Pertanto, agli occhi di un osservatore attento ma equilibrato, le fazioni di cui si componeva lo schieramento moderato – i «monoliti» nati dalla frantumazione del blocco cavouriano, per usare l’immagine del deputato Giuseppe Lazzaro(177) – avevano dato una prova piuttosto convincente.
2.5 Firenze capitale o i «petrarchismi» della politica cavouriana
In quello stesso 1864, tuttavia, la superficiale uniformità del fronte liberale si spezzò in seguito al provvedimento più importante preso da un governo postunitario. Dopo anni di apparente staticità, la questione romana aveva trovato improvvisamente sbocco nella firma della Convenzione di settembre da parte di Italia e Francia. Stipulato su iniziativa del presidente del Consiglio Minghetti e del ministro degli Interni Ubaldino Peruzzi con l’assistenza diplomatica di Gioacchino Pepoli e di Costantino Nigra, l’accordo per il trasferimento della capitale a Firenze e lo sgombero della guarnigione francese dallo stato pontificio si presentava, in teoria, come tappa transitoria verso l’annessione di Roma. Tuttavia, come noto, l’accoglienza della Convenzione fu drammatica. Posta dinanzi al fatto compiuto, l’opinione pubblica torinese ne rimase sconvolta per varie ragioni. Prima tra tutte, la modalità poco limpida con la quale si era giunti all’accordo, firmato dai rappresentanti italiani all’insaputa del parlamento e del sovrano secondo dinamiche assai simili ai maneggi della diplomazia di antico regime. Il patto era inoltre interpretato come un tradimento nei confronti della città che, tenuto alto l’onore patriottico nei momenti più bui del Risorgimento, aveva guidato l’unità d’Italia e donato la dinastia al giovane regno. Scesi in piazza i torinesi, l’allarmismo delle autorità,
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176 «L’Opinione», 6 giugno 1864.
177 AP, Camera de Deputati, VIII Legislatura, Discussioni, tornata del 16 giugno 1863, p. 359.
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l’inadeguatezza dei mezzi e le ruggini pregresse tra guardie e popolazione comportarono i fatti del 21 e 22 settembre, avvenuti in piazza San Carlo e piazza Castello, dove sessantadue manifestanti morirono sotto il fuoco dell’esercito(178). Il ministero fu costretto a dimettersi dietro le pressioni del re, che conferì l’incarico di formare il nuovo governo e di trasferire la capitale entro il nuovo anno a La Marmora, fermo oppositore della Convenzione(179).
In questo contesto, per i cavouriani era assai grave il ruolo giocato dalla cosiddetta Consorteria, rappresentata dall’emiliano Minghetti e dal toscano Peruzzi, i pilastri dell’esecutivo accusati di aver complottato con Napoleone III per infliggere un duro colpo al partito moderato piemontese. Terzo detestato responsabile della Convenzione era l’altro bolognese, Pepoli, noto collaboratore della politica imperiale in Italia. Considerati la più abietta espressione del sentimento anti-piemontesista diffuso in certi ambienti politici, i tre personaggi divennero presto bersaglio delle critiche. Nonostante la convinta difesa di Minghetti, che si diceva certo di aver rispettato appieno il disegno cavouriano in merito alla soluzione della questione romana, nei suoi confronti ebbe il sopravvento l’avversione da parte del mondo moderato piemontese. Colpevole di aver agito in spregio alla dinastia e all’illustre storia recente della città subalpina, il governo era accusato dai liberali piemontesi di aver travisato il progetto originariamente concepito da Cavour riguardo a Roma capitale d’Italia, nonché di aver attaccato la memoria dello statista. Generalmente, a molti liberali e conservatori torinesi l’idea che Firenze capitale non rappresentasse altro che una tappa di avvicinamento a Roma suonava invece come la rinuncia definitiva al compimento dell’unità.
Elemento ulteriore che contribuì probabilmente a destare perplessità fu scoprire che anche altri personaggi formatisi alla «scuola» dello statista come Nigra e Visconti Venosta avessero avallato il trattato, conducendo in porto le trattive senza apparenti opposizioni e affermando in seguito la corrispondenza tra le volontà di Cavour e l’accordo della Convenzione. Il presunto progetto originario concepito da Cavour venne quindi sottoposto a esame durante il dibattito parlamentare seguito alla presentazione del testo firmato da entrambe le parti. Si riscontrarono differenze di non poco conto. Il fatto era rilevato da Michele Coppino il quale, alla seduta del 10 novembre 1864, indicava alla Camera i punti ritenuti salienti: nel disegno cavouriano si sarebbe fatto riferimento a un numero definito di soldati da concedere al papa, allo sgombero delle truppe francesi da compiersi in quindici giorni e non in due anni, all’assenza di garanzie materiali da parte italiana alla Francia(180). Secondo Desiderato Chiaves era evidente che fino a quel momento Torino avesse goduto dello status di capitale «provvisoria» e che, vivo Cavour, nessun piemontese avrebbe esitato ad accordare il trasferimento temporaneo a Firenze in virtù del prestigio e della stima unanimemente riconosciuti al conte. Tuttavia, il deputato additava nel dialogo continuo con Parigi, destinato a protrarsi anche per i futuri sviluppi della questione romana, un «gravissimo errore» in quanto fraintendimento della politica di Cavour il quale, nella lettura di Chiaves, una
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178 Cfr. i contributi in S. Rogari (a cura di), La Convenzione di Settembre, 15 settembre 1864. Alle origini di Firenze capitale. Atti del convegno di studi, Firenze, 13-14 novembre 1864, Edizioni Polistampa, Firenze 2015; R. Mori, La questione romana, cit., pp. 162-269; L. Matrone, Ordine pubblico e repressione. I tumulti di Torino per il trasferimento della capitale, in «Studi Storici» LXIII (2022), n. 1, pp. 101-131.
179 U. Levra, Dalla città «decapitalizzata» alla città del Novecento, in Id. (a cura di), Storia di Torino, vol. VII, Da capitale politica a capitale industriale (1864-1915), Einaudi, Torino 2001, pp. XXXVII-LXXXIII.
180 AP, Camera de Deputati, VIII Legislatura, Discussioni, tornata del 16 novembre 1864, pp. 6552-6553.
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volta liberata Roma dalla guarnigione francese, avrebbe trattato l’annessione di Roma solo ed esclusivamente con il Vaticano(181).
Dal canto suo, Minghetti difese sempre la propria azione, di cui avrebbe dato in seguito ulteriori spiegazioni nel volume La convenzione di settembre. Un capitolo dei miei ricordi, pubblicato postumo nel 1888. Nel testo il bolognese dichiarava di essersi attenuto alle volontà dell’ultimo Cavour, relative allo sgombero delle truppe francesi, e di aver aggiunto al trattato originario una seconda parte conforme al sentimento suo e di «moltissimi italiani»: il trasferimento della capitale come sacrificio necessario, da un lato, alla tutela delle istituzioni e, dall’altro, allo scioglimento parziale della questione romana. Del resto, l’ex presidente del Consiglio si vantava del sostegno di Visconti Venosta, Nigra e Massimo d’Azeglio. Le simpatie tra i cavouriani piemontesi non furono però diffuse: tra questi, solamente Castelli continuò a frequentare Minghetti, col quale si complimentò per aver fatto «cosa di cui si [sarebbe] glori[ato] lo stesso Cavour». A distanza di qualche mese, comunque, anche questi rapporti si raffreddarono e il giudizio di Castelli risultò meno entusiasta, forse influenzato dal risentimento generale regnante a Torino(182).
Restava dunque la sensazione che con la diplomazia si sarebbe potuto ottenere altro rispetto alla convenzione, forse di meglio, magari la soluzione definitiva del problema. L’amarezza del momento avrebbe lasciato strascichi di lungo periodo. Nel mezzo di tante parole e polemiche, la realtà della situazione era colta efficacemente dal deputato Antonio Alfieri d’Evandro, convinto di vedere i moderati afflitti da una sorta di «petrarchismo». Così come Dante, Petrarca e Machiavelli avevano avuto i loro modesti imitatori, così era accaduto a Cavour, seguito da una torma di «petrarchisti» che non era stata in grado di replicare la grandezza del loro modello, proponendo un trattato ridotto(183). A distanza di tre anni dalla scomparsa del conte, i contemporanei erano ormai consapevoli di vivere la stagione del manierismo cavouriano.
«Povera Italia, dentro il cataletto! Cavour la fè, disfecela Minghetto!»
A farsi interprete e portavoce del più rigido cavourismo fu, come era prevedibile, la «Gazzetta del Popolo». Lo stesso Bottero, informato della ratifica del trattato, si era unito al consiglio comunale, radunatosi d’urgenza in Palazzo di Città durante le drammatiche giornate della repressione, e aveva proposto di trasformare l’assemblea «in una specie di comitato di salute pubblica». Arroccatosi su posizioni intransigenti che gli valsero in seguito la fama di piemontesista a oltranza, Bottero portò al suo schieramento anche Alessandro Borella(184). Nelle settimane seguenti, dalle colonne del giornale piovvero attacchi assai duri nei confronti dei responsabili. Proprio grazie agli articoli della «Gazzetta del Popolo» è possibile cogliere l’interpretazione estremamente negativa dell’evento, osservato attraverso la lente dei censori della politica cavouriana.
Il giornale non perse occasione per ricordare al lettore la gravità della decisione presa unilateralmente da i «tre Re Magi», Minghetti, Peruzzi e Pepoli che, animati da sentimenti antipatriottici, avevano chinato il capo davanti a Napoleone III ed eseguito i suoi voleri. Il confronto con Cavour era insistito e sottolineato in quasi tutti i contributi a tema politico: mai vassallo della Francia, il conte avrebbe sempre agito in pieno
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181 Ivi, tornata del 18 novembre 1864, pp. 6751-6753.
182 M. Minghetti, La convenzione di settembre. Un capitolo dei miei ricordi, Zanichelli, Bologna 1899; N. Del Bianco, Marco Minghetti, cit., pp. 150-162.
183 AP, Camera dei Deputati, VIII Legislatura, Discussioni, tornata del 18 novembre 1864, p. 6734.
184V. Castronovo, Giornalismo e giornalisti piemontesi, cit., p. 6.
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accordo con il Paese(185). Cedendo all’amara ironia, il quotidiano riassumeva quanto accaduto pubblicando, il 21 settembre, l’«antifona» Povera Italia, dentro il cataletto! / Cavour la fè, disfecela Minghetto!(186). Scagliandosi contro i convenzionisti, responsabili di aver redatto una «brutta copia» del progetto cavouriano, si criticava il trasferimento della capitale in quanto provvedimento del tutto estraneo agli orizzonti del defunto statista(187). Per Bottero e i suoi collaboratori, l’atteggiamento critico sorgeva spontaneo. Non si trattava infatti di mero campanilismo, bensì di autentico patriottismo. Secondo il giornale, infatti, proprio la grettezza provinciale dei convenzionisti contribuiva a esaltare l’italianità di Cavour. Infatti,
Egli non era né bolognese, né napoletano, né fiorentino, né torinese – Egli era italiano – Egli faceva il ministro non per servire alle proprie passioni, ma per servire alla Madre Eterna – la patria – Egli si gittava tutto cuore e mente, spirito e corpo a far l’Italia – Egli falcidiava la propria sostanza per comparir grande e far comparir grande l’Italia. Egli moriva, il Conte Cavour, per la patria(188).
Rigettando le accuse di piemontesismo così come generalmente inteso, la «Gazzetta del Popolo» ne riformulava la definizione, elevando quel concetto a riconoscimento della centralità del Piemonte risorgimentale nella storia del Paese, simboleggiato proprio da Cavour(189). In linea con le posizioni sempre tenute negli ultimi anni, si condannò il rilievo conferito dai governi alla questione romana, ritenuta secondaria rispetto alla liberazione del Veneto(190). Utilizzando il repertorio di immagini retoriche fortemente evocativo, la lettura catastrofica dell’evento come ultimo di una catena di insuccessi si traduceva nella visione delle erinni d’Italia che, ubriache, schiamazzavano sulla tomba di Cavour(191).
Lo sdegno si univa alla constatazione del fallimento, quale appariva il rinvio dell’annessione di Roma a tempi lontani, forse troppo lontani. Ne era tristemente convinto Borella il quale, memore di uno degli ultimi colloqui con Cavour, raccontava ai lettori la promessa fattagli dal conte, persuaso che presto sarebbero andati insieme «a sentir messa in Vaticano». Tuttavia, in nessuno dei contemporanei si scorgeva l’uomo in grado di mantenere quella promessa(192). Il presunto coraggio attribuito dai convenzionisti ai responsabili del trattato era in realtà un insulto alla memoria dello statista; per la «Gazzetta del Popolo», un abisso separava l’audacia dell’intervento in Crimea dalla Convenzione del 15 settembre, assai misera se confrontata con l’arguzia e le capacità di Cavour, «un uomo da far papa Vittorio Emanuele»(193). Leggendo a posteriori gli ultimi anni, dalla morte del conte in avanti l’Italia si era ridotta a «camminare negli equivoci»(194). Ai contemporanei non restava quindi che domandarsi «Dove sei povero Cavour?»(195).
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185 Cavour ministro italiano. Minghetti, Peruzzi, Pepoli satelliti francesi, «Gazzetta del Popolo», 9 ottobre 1864; La difesa della convenzione, 13 ottobre 1864.
186 Antifona XV, ivi, 21 settembre 1864.
187 Due varianti, ivi, 28 ottobre 1864; 3 novembre 1864.
188 Pace sepultis, ivi, 13 ottobre 1864.
189 Il piemontesismo, ivi, 18 novembre 1864.
190 Venezia e la convenzione, ivi, 18 ottobre 1864.
191 Due tombe, ivi, 23 ottobre 1864.
192 Addio Roma!, ivi, 9 novembre 1864.
193 La guerra di Crimea e la convenzione del 15 settembre, ivi, 21 novembre 1864.
194 Massimo d’Azeglio e la Venezia!, ivi, 22 novembre 1864.
195 Trionfi della diplomazia italiana, ivi, 28 novembre 1864.
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L’atteggiamento di Bottero, comunque, non garantì la compattezza del direttivo del quotidiano. Poco dopo, infatti, il giornale avrebbe perso Felice Govean, contrario alle posizioni estreme del direttore. Trascorso qualche mese, all’inizio del nuovo anno Bottero e i suoi fedeli furono infine costretti ad accettare, con profondo livore, la Convenzione(196.) L’acredine non venne però meno. Con le seguenti lapidarie parole, la «Gazzetta del Popolo» manifestò la propria disapprovazione nei confronti di un sistema ormai consolidato, motivo di grande pessimismo: «la politica che successe a quella del Conte Cavour cominciò con gli equivoci e terminò colle calunnie. Gli equivoci sfasciarono la maggioranza cavouriana, le calunnie sfasceranno l’Italia»(197). Amara consolazione, il giornale si premurava però di dare voce al presunto sentimento popolare pubblicando la lettera scritta dallo studente G. Palazzolo, ritenuta espressione dell’opinione pubblica. Emblematica la sua conclusione, ennesima prova della stima incondizionata e collettiva per il grande statista:
Finirò rammentando a coloro, che si chiamano, non so bene con quanta giustizia, continuatori della politica del Conte di Cavour, le memorabili parole con cui il signor Artom faceva risaltare la figura del suo grande Maestro. Fra gli uomini di stirpe latina non vi fu mai uno statista, che possedesse in grado così elevato la scienza e l’istinto della libertà. Procurino i nostri governanti d’imitare l’esempio del Conte di Cavour nelle questioni di politica interna. Quanto alla politica estera sappiano usare a tempo poiché hanno dato prove luminose di saper attendere anche lungamente. Dio voglia che gl’insegnamenti del nostro grande uomo di Stato non siano più a lungo dimenticati, a che i nemici d’Italia non possano più rallegrarsi nello spettacolo degli errori straordinari che da ben quattro anni si vanno commettendo in Italia, perché ancora una delle vittorie riportate dai continuatori della politica di Cavour, e l’Italia è spacciata(198).
Condannati se apatici e attendisti, criticati se avventati e interventisti, i successori di Cavour sembravano ormai destinati a incappare nella continua e spietata censura dei custodi della memoria cavouriana.
2.6 Disillusioni. Il cavourismo in frammenti
Il trasferimento della capitale spezzò il fronte moderato, già incrinatosi nel corso dei primi anni postunitari. Venuta meno la tanto vagheggiata unità del partito che si richiamava all’esempio di Cavour, si assisté alla crisi di un sistema interno alla Destra. Come noto, le conseguenze furono molteplici. Da un lato, si accentuò il piemontesismo dei torinesi che non avevano apprezzato l’accordo del 15 settembre, raccoltisi nella cosiddetta “Permanente” fortemente avversa alla Consorteria e decisa ad accelerare la soluzione della questione romana per portare la capitale in Campidoglio. Dall’altro, il trasferimento a Firenze spostò gli equilibri geografici della politica e dell’amministrazione dal Piemonte alla Toscana, lasciando cadere improvvisamente la città sabauda nella condizione di provincia decentrata del giovane regno. Perso il ruolo di perno politico ed economico del Paese, alla Torino del Risorgimento sembrò venire meno anche lo spirito patriottico infuso da Cavour negli anni decisivi dell’unificazione(199). I concittadini del conte erano destinati a guardare a distanza gli
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196 Da Superga a Santena. Il debito d’onore del Piemonte, ivi, 11, 12, 13, 14 gennaio 1865.
197 Le parole, ivi, 19 gennaio 1865.
198 Ivi, 29 gennaio 1865.
199 Cfr. S. Rogari, Alle origini del trasformismo, cit., pp. 18-24. Sul ruolo del moderatismo toscano, cfr. E. Ragionieri, Politica e amministrazione nella storia dell’Italia unita, Laterza, Roma-Bari 1967, pp. 131-148; G. Spadolini, Firenze capitale, Le Monnier, Firenze 1967, pp. 51-92; U. Levra, L’apice dello scontro tra Torino e Firenze: piemontesismo e antipiemontesismo, in S. Rogari, La Convenzione di settembre, cit., pp. 199-218.
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sviluppi delle questioni ancora aperte: la guerra del 1866 che, forte dell’accordo con la Prussia in funzione antiaustriaca, sembrava ricalcare l’alleanza franco-piemontese escogitata da Cavour, seguita dalla vicenda di Mentana, ennesima prova dell’impossibilità di una replica dell’impresa siciliana. Seguirono quindi gli anni dei ministeri presieduti dal conservatore Menabrea e poi da Lanza che, improvvisamente, con il Venti settembre avrebbe posto fine alla decennale questione romana e inaugurato una nuova stagione del conflitto Stato-Chiesa con la promulgazione della Legge delle Guarentigie. Tornato al potere, Minghetti avrebbe dato seguito alla “prosa” della Destra trattando i temi ben meno eroici del pareggio del bilancio e della questione ferroviaria fino alla caduta, non così inattesa, della compagine ministeriale che aveva preteso di incarnare i principii di Cavour(200). Il decennio che separò il trasferimento della capitale a Firenze dalla «rivoluzione parlamentare» del 1876 vide un ripiegamento su se stesso del gruppo cavouriano, incapace di dare luogo a un vero e proprio partito della Destra(201). A tutti gli effetti, la compattezza del cavourismo postunitario sembrò scindersi “in rivoli”.
Dal punto di vista politico appariva ormai evidente l’opposizione tra la Consorteria, che poteva contare anche sul sostegno dei moderati lombardi e meridionali, e la Permanente. Si era persa la compattezza degli inizi(202). Anche i portavoce della visione cavouriana imboccarono strade differenti. Vi fu chi si allineò con le scelte del ministero come Dina che, anticipata la comunicazione governativa in merito alla firma della Convenzione e attiratosi i sospetti di una connivenza con i responsabili del trattato, trasferì la redazione de «L’Opinione» a Firenze nel giugno 1865. Dalla nuova capitale il giornale continuò a sostenere il partito moderato d’ispirazione cavouriana, confermandosi nel ruolo di quotidiano d’informazione di primo livello su scala nazionale. D’altro canto, vi fu invece chi come Bottero ancorò definitivamente la «Gazzetta del Popolo» a Torino ed ergendosi a interprete della tradizione risorgimentale piemontese rifiutò di prendere parte alle attività parlamentari a Firenze. Non sempre contraddistinto da profonda coerenza, il direttore avrebbe poi «saltato il fosso» arrivando anche a sostenere l’impresa di Mentana ed associarsi, dopo il 1876, a vari esponenti della Sinistra. Vi fu anche chi come Govean, abbandonata la «Gazzetta» a causa del divario di idee creatosi con il direttore, fondò un nuovo giornale dal titolo emblematico. Stampato a Torino a partire dal 13 febbraio 1865, «Il Conte Cavour» enunciava chiaro il suo programma: l’invito era infatti un ritorno a Cavour e al liberalismo della sua tradizione, un tentativo di ritorno alle origini(203).
Chiesa, Roma e libertà
Dal 1865 in poi la presenza di Cavour all’interno del dibattito parlamentare si affievolì, come se, abbandonata Torino, il culto della sua memoria fosse un fatto locale, percepito
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200 A. Berselli, Il governo della Destra, cit., pp. 57-77; F. Cammarano, Storia dell’Italia liberale, cit., pp. 49-60; G. Marongiu, Storia del fisco in Italia, vol. I, La politica fiscale della Destra storica (1861-1876), Einaudi, Torino 1995, pp. 265-303.
201 S. Rogari, Alle origini del trasformismo, cit., pp. 27-39;
202 Il 14 settembre 1865 uno sconsolato Pantaleoni domandava a Minghetti «come si è fatto a decomporre quell’immenso partito?». U. Marcelli, Marco Minghetti e Diomede Pantaleoni. Carteggio (1848-1885), Pàtron Editore, Bologna 1978, p. 73.
203 V. Castronovo, Giornalismo e giornalisti piemontesi, cit., pp. 5-6; E. Amicucci, G. B. Bottero, cit., pp. 147 e segg.; L. Chiala, Giacomo Dina e l’opera sua, cit., pp. 320-412.
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come un portato dell’ex capitale subalpina, caduta in una profonda crisi, anche demografica, e della sua tradizione risorgimentale che, per quanto gloriosa, sembrava appartenere a una fase passata(204). Tutt’altro che dimenticata, l’assenza «ingombrante» del conte si manifestò saltuariamente proprio nei vuoti che, con il passare del tempo, parvero allargarsi e dimostrare la statura modesta dei successori.
L’ombra di Cavour si allungava ancora sulla questione ecclesiastica che, in attesa di trovare la tanto auspicata soluzione unitamente all’annessione di Roma, rappresentava per lo stato unitario uno degli scogli più ardui da superare. Alla luce degli sviluppi recenti, i rapporti con la Santa Sede non erano affatto migliorati. Del resto, trascorso qualche anno dalla morte di Cavour, non vi era speranza per una sua riabilitazione postuma da parte della Chiesa. A fugare ogni dubbio era giunta nel 1864 la pubblicazione del Sillabo che, pur non citando mai il nome dello statista, enunciava a chiare lettere la condanna definitiva del liberalismo di matrice cavouriana, inserito tra i maggiori mali del XIX secolo(205). Prove dell’ostilità alla politica ereditata dal conte si riscontravano anche sul piano della pubblicistica e della stampa. Nota a tutti era l’acredine de «L’Unità cattolica» diretta da don Giacomo Margotti, celebre oppositore di Cavour sin dai tempi della direzione dell’«Armonia», che dalle colonne del nuovo periodico ridava slancio alla polemica contro lo stato liberale(206). Sul versante laico del cattolicesimo più conservatore si collocavano invece gli scritti di Stefano San Pol Gandolfo, noto polemista di origine sarda, distintosi negli ambienti torinesi per la faziosità che gli era valsa in diverse occasioni la citazione in giudizio. Tra i più feroci oppositori del moto risorgimentale, difensore dei diritti della Chiesa, San Pol fu autore anche di una serie di conferenze raccolte nella pubblicazione nota sotto il nome di Quaresimale del contemporaneo, edita a puntate e poi in volume tra il 1863 e il 1864(207). Tra i numerosi contributi indirizzati idealmente a Vittorio Emanuele II, coi quali San Pol passava in rassegna le questioni di attualità esprimendo sferzanti giudizi, figurava anche l’ottava conferenza, intitolata semplicemente Cavour. Esempio utile a rilevare il grado di conflittualità piuttosto elevato, il testo si configurava come una sintesi di tutte le opinioni relative a Cavour maturate dal mondo cattolico intransigente. L’autore metteva in guardia il sovrano dal pericolo di una idealizzazione blasfema dello statista, invitandolo a «pesare» con una bilancia simbolica l’ex primo ministro e il suo operato. A detta di San Pol, il lutto portato in seguito alla sua morte era conseguenza di una conoscenza superficiale della vita del defunto che, alla luce dei documenti pubblicati da Bianchi, appariva invece in tutta la sua disonestà. Per San Pol, Cavour si era dimostrato uno dei peggiori uomini dal punto di vista morale, un personaggio degno della commiserazione collettiva a causa di un’esistenza
che parve sapiente ed era disonesta, che sembrò umana ed era invece crudele. Sì, o Re, la politica del conte di Cavour fu immorale, disonesta, bugiarda e barbara. Ha cominciato colla ipocrisia, ha continuato colla menzogna, ed ha finito colla strage. Per giungere al potere ha lusingato monaci e preti; per conservarsi al governo ha blandito monarchici e repubblicani, per far l’Italia ha mentito, ha spergiurato, ha mercanteggiato ed ha ucciso. […] Giammai, o Sire, non fu portata in trionfo con tanta superbi
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204 U. Levra, Dalla città «decapitalizzata» alla città del Novecento, cit.
205 A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, cit., pp. 187-188.
206 Ad esempio, cfr. Cronaca dalla capitale provvisoria, «L’Unità cattolica», 8 giugno 1864; Cronaca di due mezze capitali, 6 e 7 giugno 1865; La commemorazione di Cavour fatta da Massimo d’Azeglio, 7 giugno 1870; L. Tamburini – G. Petti Balbo, La stampa periodica, cit., pp. 102-103.
207 S. San Pol Gandolfo, Quaresimale del contemporaneo dinanzi la corte di Torino, Tipografia Virgiliana, Firenze 1864.
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l’astuzia, non fu mai praticato con tanta audacia l’inganno, né violentata con tante frodi la coscienza pubblica(208).
Secondo l’autore, la pubblicazione di carte e documenti non provava altro che la cattiva fede di Cavour e pertanto si citavano alcuni dispacci dell’opera di Bianchi, volti a dimostrare come «la volpe diplomatica [fosse] diventata una tigre, una iena improvvisamente»(209). La degna conclusione, venata di tinte catastrofiche, esortava il sovrano a impedire ulteriori machiavellismi ed evitare che dal sangue versato dagli onesti per strappare Roma al pontefice sorgesse in futuro un altro «demone»(210).
Mentre gli intransigenti cattolici alimentavano una narrazione funzionale a difendere il privilegio secolare della Chiesa, il tentativo di apporre un termine definitivo al contrasto tra mondo laico e mondo cattolico procedeva con qualche incertezza. Ancora nel 1865 la questione della Libera Chiesa in libero Stato continuava a destare incertezze nella classe politica che, avviata a legiferare in merito alle proprietà ecclesiastiche e alla soppressione delle corporazioni religiose, si interrogava nuovamente sulle sue implicazioni. Tra i perplessi al riguardo, il deputato e canonico siciliano Gregorio Ugdulena metteva in dubbio la convinzione con cui lo statista aveva pronunciato la nota massima, rilevando come il significato preciso sfuggisse ai più e la sua applicazione sembrasse palesemente impossibile. Durante la seduta del 26 aprile Boncompagni difese senza esitazioni la formula cavouriana, sostenendo che sarebbe stata «una pagina memorabile nella storia di questa Camera l’avere accolto la dichiarazione del grande uomo di Stato che reggeva i destini d’Italia» e invitava ancora una volta le istituzioni a fondare sul diritto comune le relazioni tra Stato e Chiesa(211). A fronte dell’ardore con cui i cavouriani si schieravano a difesa del concetto, la genericità dell’assunto non parve però venire meno.
L’attualità del dibattito trovò spazio anche sulla «Nuova Antologia», la rivista recentemente fondata da Ruggero Bonghi. Nel febbraio 1866 quest’ultimo aveva dedicato alla questione la sua Rassegna politica, sottolineando l’assenza di una vera continuità con la politica ecclesiastica di Cavour che, per il napoletano, risultava costituita da due «vie»: l’affermazione del diritto dell’Italia su Roma e un atteggiamento «benevolo», «largo», «liberale» verso la Chiesa che avrebbe indotto la Santa Sede alla riconciliazione con lo Stato. Concetto ormai divenuto oscuro negli anni, rimasto privo di effetti, il disegno di Cavour aveva lasciato il campo a una politica «gretta» che con i suoi provvedimenti «angusti» irritava la Chiesa, spingendola a chiudersi e a ritenersi vittima di persecuzioni(212). Tale visione era attaccata dal toscano Giovanni Battista Giorgini, docente di istituzioni canoniche, il quale si schierava con i sostenitori della natura puramente strumentale della massima Libera Chiesa in libero Stato. Espediente utile a raccogliere consensi immediati e scansare le difficoltà del momento, la formula era considerata la causa principale degli «imbarazzi» ereditati dal partito liberale, accusato di una colpa grave, ovvero «non avere imbroccata la questione religiosa» e «non averne capita l’importanza». In seguito alla celebre dichiarazione, nessun risultato era stato ottenuto: non erano mutati i termini del conflitto Stato-Chiesa, il partito d’azione non era stato disarmato; in compenso, si era guadagnato lo sdegno del partito
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208 Ivi, pp. 118-119.
209 Ivi, p. 126.
210 Ivi, p. 128.
211 AP, Camera dei Deputati, VIII Legislatura, Discussioni, seduta del 26 aprile 1862, pp. 9981-9983.
212 Rassegna politica, in «Nuova Antologia» I (1866), 28 febbraio, pp. 372 e segg.
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cattolico, la cui collaborazione sarebbe stata invece cruciale. Con quel gesto, Cavour aveva scommesso una «tratta» sul futuro del Paese(213).
A questo ennesimo attacco alla memoria del defunto primo ministro replicò con convinzione Giuseppina Cavour, la quale indirizzò il 25 aprile 1866 una lettera al direttore della rivista, prontamente pubblicata. Colpita nell’orgoglio, la nipote difese a viso aperto lo zio, citando le occasioni pubbliche antecedenti alla celebre seduta del 27 marzo 1861 in cui il medesimo concetto era stato espresso con altre parole. In quanto agli «imbarazzi», Giuseppina attribuiva le difficoltà incontrate dal partito liberale alle divergenze sorte in seno ai governi postunitari, responsabili di aver «capovolto il sistema» e di aver consegnato la questione romana in mano ai partiti estremi. Pertanto, l’unica colpa dello zio sarebbe stata l’eccessiva fiducia nei suoi cosiddetti eredi. A prova dell’importanza sempre attribuita alla questione da parte del conte, Giuseppina rammentava al lettore le diverse occasioni in cui era stato possibile constatare l’adesione a questo ideale:
E quando questo non bastasse, noi che conoscemmo il conte di Cavour, che lo sentimmo in quelle ore di abbandono, in cui lontano dalle lotte della vita parlamentare e dagl’indagatori sguardi della diplomazia egli manifestava i suoi pensieri, le sue speranze, le sue convinzioni profonde; noi che lo vedemmo fino dal 1848 chiarirsi per tutte le libertà, e per la dottrina dell’assoluta separazione ed indipendenza della Chiesa dallo Stato; noi che serbiamo incolume la memoria dei quanto disse e fece; possiamo aggiungere che le solenni parole proferite nel Parlamento erano da lui continuamente confermate nei confidenziali colloqui di famiglia. Perfino i più fidi domestici l’udivano ne’ suoi notturni studi ripetere quelle parole “Libera Chiesa in libero Stato”. E specialmente nell’ultimo anno di vita le sue corrispondenze politiche, le sue trattative diplomatiche, tutte le sue preoccupazioni, tutti i suoi sforzi tendevano ad incarnare questa sua grande idea(214).
Invitando i calunniatori ad astenersi dallo screditare i defunti, la nipote, fiera di aver assistito l’amato zio fino all’ultimo momento udendo le celebri parole, ribadiva ancora una volta il compito esclusivo di cui si riteneva investita, ovvero di «rivendicarne le dottrine e difenderne l’onorata memoria». Intervenendo con autorevolezza, la famiglia Cavour si dimostrava decisa a evitare la proliferazione di letture riduttive e semplicistiche dei grandi temi affrontati in vita dal conte(215).
Nei mesi a seguire, non sarebbero mancati interventi pubblici mirati a separare le responsabilità di Cavour da quelle dei successori: nel dicembre dello stesso anno Domenico Berti, in veste di ministro dell’Istruzione, esortò i parlamentari a scindere la questione romana dalle polemiche relative al trasferimento della capitale, ritenuto un provvedimento estraneo al programma cavouriano(216). In tale contesto, occorre rilevare come Giuseppina non fu l’unica donna a tutelare la reputazione postuma del conte. Esempio della partecipazione al dibattito politico da parte del mondo femminile era anche la presa di posizione della contessa Cecilia Chiocci, esule romana a Firenze,
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213 G.B. Giorgini, La Chiesa e il partito liberale, ivi, I (1866), 31 marzo, pp. 503-528.
214 G. Cavour, Il conte di Cavour e la questione romana. Lettera al direttore della “Nuova Antologia”, ivi, I (1866), 30 aprile, pp. 815-820.
215 In merito al ruolo di Giuseppina, cfr. S. Cavicchioli, Giuseppina Cavour vestale delle memorie risorgimentali, cit.; E. Masi, Asti e gli Alfieri, cit., pp. 599-601;
216 Discorso del ministro di pubblica istruzione in risposta all’interpellanza mossa dal comm. Carlo Matteucci nel Senato del Regno nella tornata del 28 dicembre 1866, Cotta e comp. tipografi del Senato del Regno, Firenze 1866, pp. 9-11.
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autrice di un breve ma agguerrito opuscolo con il quale rimproverò l’atteggiamento dell’«imbecille» don Margotti nei confronti di Cavour(217). Ennesima prova della mobilitazione che il defunto «gran ministro», bersaglio polemico di tutti gli insoddisfatti e gli avversari del sistema postunitario, era in grado di sollevare suscitando la risposta dei sostenitori, interni ed esterni alla famiglia.
Un manifesto dell’ex capitale. «Il Conte Cavour»
Nato sotto gli auspici e l’incoraggiamento – anche finanziario – di Dina e dei principali contribuenti de «L’Opinione» che ne avevano annunciato l’esordio con parole di stima e fiducia, il quotidiano fondato da Govean si configurò come un foglio votato all’informazione grazie a contributi di cultura politica, una parte di corrispondenza, resoconti di sedute parlamentari di modesta estensione, una sezione «letteraria», brevi telegrammi, fatti di cronaca caratterizzati da estrema concisione. Intenzionato a tenere alto il vessillo del sano patriottismo, il giornale mantenne un’impostazione liberale, monarchica e laica(218). Al suo seguito Govean accolse presto Carlo Pisani, anch’egli poco convinto dalla linea intransigente tenuta da Bottero alla «Gazzetta del Popolo». Nel 1867 la direzione venne ceduta all’avvocato Giuseppe Velio Ballerini, ma Govean ne rimase l’anima ispiratrice. Il programma del giornale apparve subito assai concreto: sul versante politico, si esortava al completamento dell’unità con l’acquisizione di Venezia e Roma e al trasferimento definitivo della capitale; sul fronte interno, si incentivava il progresso economico, il miglioramento delle condizioni sociali, lo sviluppo industriale del Paese e, in particolare, della città di Torino. Secondo le dichiarazioni contenute nel primo numero, il nome dello statista non era presentato in quanto sterile motto da ripetersi in ogni momento, bensì «come istorica tradizione»(219). In termini generali, «Il Conte Cavour» si batteva per la buona amministrazione e contro le «confusioni d’idee» in politica(220).
Si trattò quindi di un giornale che leggeva la contemporaneità con spirito di parte, trattenendo però l’astio e il livore propri della concittadina «Gazzetta del Popolo», in grado di accendersi di entusiasmo nei momenti di grande tensione patriottica. Ne è un esempio il quinto anniversario della morte di Cavour, caduto nelle settimane antecedenti allo scoppio della terza guerra d’indipendenza, occasione che induceva a porre in parallelo il 1856, anno del Congresso di Parigi, e il 1866, anno del presunto trionfo definitivo. Il giornale non esitava a chiamare Cavour il «padre della patria» e lo immaginava, perseguitato nell’oltretomba dal leone di San Marco, intento a stropicciarsi le mani pregustando il compimento finale dell’unità(221). Alla domanda se negli ultimi anni l’opera dello statista fosse stata portata avanti con successo e la sua eredità correttamente amministrata, Govean, equilibrato nel giudizio, preferiva astenersi («non rispondiamo, carità di patria ce lo vieta») per dare spazio alla vicenda del momento, dinanzi alla quale ogni faziosità sarebbe venuta meno(222). All’esaltazione dei primi giorni di guerra subentrò presto l’amarezza: in tale stato di abbattimento il giornale di Govean
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217 Risposta al n. 219 del giornale «L’Unità Cattolica» del 22 settembre 1869, Tip. Nazionale, Firenze 1869.
218 M. R. Manunta, I periodici di Torino. 1860-1915, vol. I, cit., p. 159.
219 «Il Conte Cavour», 13 febbraio 1865.
220 L. Ambrosini, Un anno di vita del giornale “Il Conte Cavour”, in «Il Risorgimento italiano» III (1910), pp. 734-786; L. Tamburini – G. Petti Balbo, La stampa periodica, cit., pp. 27-28.
221 Il 1856 e il 1866, «Il Conte Cavour», 6 giugno 1866.
222 Camillo Cavour, ivi.
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trovava modo di celebrare La Marmora che, a differenza di molti altri, animato da spirito di sacrificio, aveva avuto il merito di non credersi superiore a Cavour, e biasimare Ricasoli che, sostituito il generale alla guida del governo, aveva ceduto alle pressioni diplomatiche per una fine ingloriosa del conflitto. Vicenda che, vivo il conte, non si sarebbe verificata(223).
Questi ed altri episodi confermavano l’inclinazione del giornale, mai del tutto celata, alla nostalgia. Benché privo dei toni accesi del quotidiano diretto da Bottero, «Il Conte Cavour» non poteva esimersi dal deplorare la condizione attuale del Paese. In occasione del settimo anniversario, il 6 giugno 1868, si esprimeva il desiderio per la ricomposizione di tutti i contrasti interni al partito liberale, con l’augurio che alla visita presso il sepolcro di Santena corrispondesse un mutamento nell’animo degli italiani. La «meditazione» indotta dalla solennità del luogo avrebbe agito contro le «ire partigiane» e il «municipalismo irragionevole». La convinzione che la «religione degli estinti» fosse lo stimolo più grande per rendere migliori i posteri spingeva il giornale all’ennesima professione di cavourismo:
Alla tua tomba, o Camillo, che sapesti unire in un solo consorzio gli interessi della Reggia con quelli del popolo, le aspirazioni aristocratiche con le democratiche; a te, che rivoluzionario e conservatore ad un tempo, hai favoreggiato la causa della libertà senza nuocere all’autorità delle leggi e del trono; alla tua memoria, o sommo propugnatore di ogni nobile e generosa idea, si inchinino riverenti le future generazioni, gli uomini della generazione presente e dell’avvenire. […] dacché tu sei morto e sola ci resta la memoria de’ tuoi gloriosi fatti, abbiamo nel nostro cuore innalzato un altare che manterrà sacra la fiamma della nostra riconoscenza verso di te. E ciò perché crediamo che la religione degli istinti, che spesero la loro vita per la prosperità dei popoli, sia lo stimolo più potente per renderci ogni dì migliori(224).
Il 6 giugno 1870, nono anniversario, «Il Conte Cavour» invitava gli italiani a «studiare» la vita dello statista affinché potessero «mirare in alto» e non «secondare le passioni che vengono dal basso». Approssimandosi i dieci anni dalla scomparsa, risultava ormai superfluo ricordare ai lettori le imprese gloriose dell’uomo, ritenute «segni incancellabili» incisi nel cuore degli italiani, e si preferiva narrare l’episodio del 18 aprile 1861, giorno dello scontro in parlamento tra Cavour e Garibaldi. Assunto a immagine evocativa della discordia sempre pronta a sorgere in seno alle forze patriottiche, il litigio tra i due personaggi veniva additato al popolo come esempio negativo da cui trarre insegnamento. Del resto, le conseguenze di una divisone interna erano palesi poiché, secondo il giornale, proprio la ferita insanabile provocata dalla discussione avrebbe causato la morte dello statista(225).
Anche nel momento di grande eccitazione il sentimento di Govean e dei suoi collaboratori risultava comunque venato da sfumature di incertezza e di inquietudine. Nel settembre 1870 «Il Conte Cavour» accoglieva con gioia l’ingresso delle truppe italiane a Roma, compimento solenne del disegno cavouriano, ma, consapevole della fragilità dell’apparato politico e amministrativo postunitario, memore dei risultati non esaltanti degli ultimi anni, lungi dal ritenere ormai concluso il compito del patriottismo, rammentava ai lettori le difficoltà che si profilavano all’orizzonte. Dopo la Roma dei cesari e dei papi, sarebbe finalmente giunta la Roma della monarchia nazionale. Ma – si
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223 La dignità nazionale, ivi, 4 settembre 1866.
224 Camillo Cavour, ivi, 6 giugno 1868.
225 Cari e mesti ricordi, ivi, 6 giugno 1870.
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chiedeva il quotidiano – a quale prezzo? Di fronte a tale compito, sorgeva spontaneo l’appello nostalgico a colui che avrebbe indicato senza esitazione la via:
Oh! Se potesse ora rivivere il conte di Cavour! Cavour! Oh! Se egli potesse darci un buon consiglio! Roma sarà grande ancora; ma chi non vede le difficoltà che ancora rimangono a superarsi?! Noi dunque non rifiniremo mai dal raccomandare a tutti gli italiani e al governo: prudenza, moderazione, concordia! Nel sacro nome di Roma confondiamo tutte le nostre gravi dissensioni; nella speranza di un grande avvenire soffochiamo gli antichi rancori e le rivalità municipali(226).
Di fronte agli sviluppi delle questioni rimaste a lungo irrisolte, il rischio di vedere Cavour e la sua opera scivolare progressivamente nell’oblio appariva assai concreto al giornale. Tasto su cui batteva con insistenza Govean che ancora il 6 giugno 1872 invitava i concittadini a conservare memoria duratura del conte in quanto vero e proprio «dovere» nazionale(227). Allo stesso tempo, altri lutti illustri sancivano la fine di una stagione del Risorgimento e la transizione verso una nuova fase della storia nazionale. Dopo Massimo d’Azeglio, morto nel gennaio 1866, il 5 giugno 1873 si spense anche Rattazzi e il giornale, approfittando della vicinanza delle due date, coglieva l’occasione per celebrare il proprio eroe unitamente al suo «valente cooperatore». Sorvolando sui noti contrasti emersi tra i due dopo la fine del Connubio, Govean tesseva le lodi di quell’accordo, ennesima manifestazione della tanto rimpianta concordia tra le forze vive del Paese, episodio che permetteva di apprezzare una volta di più la «mente elevatissima» di Cavour(228).
«Come bambini ignari delle proprie forze»
Gli atteggiamenti degli esponenti politici e degli organi della stampa inducono a ritenere che la sensazione di sconforto seguita alla morte di Cavour non fosse venuta meno tra i moderati. Anzi, la propensione al rammarico per un evento così funesto si rivelò una costante di lungo periodo tra coloro che avevano creduto con sincerità a un futuro di successi. Esauriti gli entusiasmi dinanzi alla difficoltà della prosa, a molti appariva condivisibile quanto aveva affermato, in tempi non ancora così maturi, Petruccelli della Gattina delineando il quadro del parlamentarismo. Infatti, i collaboratori si erano confermati «atomi» che gravitando intorno al conte e ricevendone impulso avevano obbedito alla sua attrazione; morto Cavour, erano apparsi inerti e spenti, avviati a seguire senza convinzione la traiettoria su cui erano stati indirizzati, incapaci di ereditare l’abilità – certo non comune – di adattare la propria azione al mutamento delle circostanze(229). A queste riflessioni si aggiungeva anche l’accorta disamina pubblicata da Bonghi nel febbraio 1868 sulla «Nuova Antologia» con il titolo I partiti politici nel parlamento italiano(230). Trattando il tema dell’evoluzione delle fazioni affermatesi alla Camera dai tempi preunitari al momento attuale, il moderato napoletano ricostruiva le dinamiche della compagine cavouriana, offrendo uno spaccato del sistema costruito attorno allo statista piemontese. Il saggio confermava di fatto la figura di Cavour come
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226 Il programma di Cavour, ivi, 22 settembre 1870; in merito all’«idea di Roma», cfr. la celebre argomentazione di F. Chabod, Storia della politica estera italiana, cit., pp. 179 e segg.
227 Il nostro dovere, «Il Conte Cavour», 6 giugno 1872.
228 Cavour e Rattazzi, «Il Conte di Cavour», 6 giugno 1873.
229 F. Petruccelli della Gattina, I moribondi di Palazzo Carignano, Fortunato Perelli, Milano 1862, p. 85.
230 R. Bonghi, I partiti politici nel parlamento italiano, in «Nuova Antologia» III (1868), febbraio, pp. 5-29.
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primo motore di questo sistema, più «dittatore» che «duce» per la sua «autorità incontestata su tutta la parte moderata d’Italia». Unico a saper eseguire quel progetto che molti auspicavano senza averne le capacità, il conte guidò un partito grazie alla «balìa sugli animi e sulle menti» esercitando «il più nobile e degno imperio» perché forte di alcuni fattori:
La riputazione ch’egli sapesse ciò che altri ignorava; il predominio che a più riprese aveva ottenuto nella politica, più che italiana, europea; la fiducia che nelle sue mani si viveva sicuri, e che per qualunque via egli andasse, e in qualsia [sic] compagnia, il padrone rimaneva lui; la riuscita maravigliosa e facile d’ogni suo disegno, l’altezza dell’ingegno, la sicurezza dello sguardo, la schiettezza e nobiltà dell’indole, la perspicacia sua abituale e maliziosa senza cattiveria […](231).
Più che partito politico, la fazione eterogenea di uomini al seguito di Cavour era a tutti gli effetti parsa un «partito cavouriano» destinato a sfrangiarsi, disperdersi, frantumarsi in seguito alla sua scomparsa e parallelamente alle trasformazioni del contesto.
A fianco delle analisi strettamente politiche, è la corrispondenza privata a restituire il disorientamento della classe liberale. Passavano gli anni e il senso di inadeguatezza degli eredi veniva percepito con amarezza dagli ex collaboratori. Anche i lutti di grandi personalità piemontesi contribuivano ad abbattere il morale di chi era rimasto. Un duro colpo era stata la morte di Massimo d’Azeglio che, benché non pienamente allineato al programma del conte e ormai lontano dall’impegno attivo, godeva della fama di “precursore” della politica cavouriana; durante la battaglia di Lissa cadde eroicamente Pier Carlo Boggio, collaboratore del giornale «Il Risorgimento» e compagno di lotta di Cavour(232). Accumulandosi nel tempo, gli smacchi politici (o i presunti tali) lasciavano segni significativi nella fiducia dei contemporanei. Ne aveva piena cognizione Castelli, divenuto il confidente di tutti i disillusi a cui venivano indirizzate le testimonianze di costernazione. Assai infelice era Massari il quale ammetteva di correre spesso con il pensiero al conte («Se fosse vivo il Conte di Cavour! Questa è l’esclamazione che ad ogni tratto mi erompe dal cuore»)(233). Da Parigi Vimercati esprimeva il disappunto per i modesti successi ottenuti presso la corte napoleonica, dove insieme a Nigra e Artom tentava di «far rivivere la politica del passato» arrivando però a constatare l’assenza dell’elemento più importante («l’anima ci manca. Cavour non è più!»)(234). Assai ricorrenti le considerazioni relative alla condotta discutibile della classe politica al governo: per il toscano Pietro Bastogi, dopo la morte del conte l’Italia risultava «fatta a furia di corbellerie»(235). In tale contesto, a Castelli, ritenuto tra i pochissimi a mantenere inalterata la tradizione del cavourismo, si rivolgeva il magistrato ed ex ministro di grazia e giustizia Giuseppe Vacca per chiedere un parere in merito ai «vanitosi e pusilli continuatori» dell’opera politica di Cavour, accusati di averne disperso la fatica e la gloria(236). Anche Giuseppina Cavour riceveva attestati di affetto e lamentele. Dopo il
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231 Ivi, p. 9. In merito al dibattito sul concetto di partito politico, cfr. Di Porto B., Il partito politico nella «Nuova Antologia», in G. Quagliariello (a cura di), Il partito politico nella Bella Époque. Il dibattito sulla forma-partito in Italia tra ‘800 e ‘900, Giuffré, Roma 1990, pp. 247-277.
232 Per esempio, cfr. Amnistia, «Gazzetta del Popolo», 17 gennaio 1866; Morte di Pier Carlo Boggio, «Il Conte Cavour», 23 luglio 1866.
233 L. Chiala (a cura di), Carteggio politico di Michelangelo Castelli, vol. I, cit., lettera di Giuseppe Massari a Michelangelo Castelli, 29 agosto 1865, p. 84.
234 Ivi, lettera di Ottaviano Vimercati a Michelangelo Castelli, 2 marzo 1866, p. 104.
235 Ivi, lettera di Giuseppe Massari a Michelangelo Castelli, 14 settembre 1866, p. 154.
236 Ivi, lettera di Giuseppe Vacca a Michelangelo Castelli, 21 marzo 1869, p. 388.
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trauma della Convenzione di settembre, Costanza Arconati compativa l’amica costretta a vedere «l’opera sciupata da successori inesperti»(237). Il 6 giugno 1865, Massari, impossibilitato a partecipare al pellegrinaggio di Santena, si scusava con la nobildonna per l’assenza e rinnovava la sua professione di fede alla luce delle recenti delusioni:
Quattro anni sono già trascorsi da quel ferale evento, ed in questo breve spazio di tempo quante cose sono accadute, le quali ci hanno fatto e ci fanno più acerbamente sentire la conseguenza funesta di quella perdita irreparabile! […] Siamo proprio nell’epoca dell’obblio [sic] e della ingratitudine: ma io non posso astenermi dal provare un senso di orgoglio scendendo nella mia coscienza e trovando che non sono […] ingrato. Anche in mezzo alla folla per la inaugurazione della ferrovia di Brindisi, fra tanta gioia ed esultanza di questa popolazione quella grande figura mi si affacciava ad ogni tratto alla mente e spesso mi compiacqui nell’udire parecchi esclamare “come sarebbe contento il conte di Cavour se ora fosse stato fra noi!”. Ed ho pensato pure allo squallore della povera Torino, e questo pensiero mi ha desolato, come se il conte di Cavour fosse morto una seconda volta. Era impossibile per me, gentile signora, lasciar passare questo giorno senza rivolgermi a lei(238)
Benché il disincanto e la frustrazione sembrassero regnare sovrani, non tutti cedevano all’avvilimento totale. Più pragmatico di tutti appariva Minghetti che, constatata la dura realtà, al termine del decennio scriveva a Castelli le parole citate in apertura del lavoro («Cavour purtroppo è morto, e un Cavour non c’è»)(239). Dal canto suo, il bolognese riteneva di essere l’unico a proseguire sulla strada tracciata dal conte, persuaso della piena aderenza ai principii del defunto soprattutto per quanto concerneva la politica ecclesiastica(240).
Tra i corrispondenti di Castelli fu forse il conte Oldofredi a trovare l’immagine più riuscita per descrivere la situazione. Nel marzo 1873, ringraziando l’amico del busto di Cavour inviatogli in dono, oggetto assai apprezzato per la resa realistica e la profondità dello sguardo, il lombardo ricordava i tempi passati, quando tutto era sembrato possibile. La ragione di quell’ottimismo era chiara:
perché v’era una mente, dotata d’un istinto politico chiaro, netto, preciso, accoppiato ad un’audacia che il cielo ha sempre protetta. Ora che abbiamo toccate le colonne d’Ercole, non v’è nessuno che abbia quello sguardo penetrante del conte Camillo; facciamo come bambini ignari delle proprie forze, e incerti se devono camminare o sedere contemplando la luna(241).
Riportati a uno stato “infantile”, gli italiani sembravano guardarsi increduli l’un l’altro in attesa di una nuova guida, procedendo a tentativi sulla strada del progresso materiale. L’amarezza di queste considerazioni si era incardinata ormai stabilmente anche nello spirito di Artom. Nel privato dei propri sfoghi letterari, l’ex segretario affidava alla
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237 FCCS, Fondo Famiglia Alfieri, Diversi a Giuseppina, b. 1225, lettera di Costanza Arconati a Giuseppina Cavour, 7 ottobre 1864.
238 Ivi, b. 1239, lettera di Giuseppe Massari a Giuseppina Cavour, 6 giugno 1865.
239 L. Chiala, Carteggio politico di Michelangelo Castelli, vol. I, cit., lettera di Marco Minghetti a Michelangelo Castelli, 26 ottobre 1869, p. 420.
240 Ivi, lettera di Marco Minghetti a Michelangelo Castelli, 13 maggio 1873, p. 537; A. C. Jemolo, Chiesa e Stato, cit., p. 209; sulle presunte somiglianze e differenze tra Minghetti e Cavour, N. Del Bianco, Marco Minghetti, cit., pp. 167-168.
241 L. Chiala, Carteggio politico di Michelangelo Castelli, vol. I, cit., lettera di Ercole Oldofredi Tadini a Michelangelo Castelli, 4 marzo 1873, p. 533.
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penna il vuoto avvertito non solo in politica ma anche nell’intimo della sua persona. Per l’astigiano, non importavano gli incarichi prestigiosi assunti dopo la scomparsa di Cavour quanto il ricordo del periodo di intensa collaborazione con il conte. Di queste testimonianze, risalenti presumibilmente ad anni successivi al tornante politico del 1876, quando Artom rifiutò ogni impiego e si ritirò dall’attività politica, si farà menzione in seguito; tuttavia, pare evidente che il pensiero fosse maturato durante il primo quindicennio postunitario. Già nel luglio 1862, scrivendo a Castelli in merito alla pubblicazione dell’OEeuvre parlamentaire, l’ex segretario affermava placidamente:
Tu sai meglio di me che dopo la morte del Conte io mi trovai nella condizione singolare di chi non ha né odii né amore per nessuno, perché nessuno poté prendere nell’animo mio il posto lasciato vuoto d’allora in poi(242).
Come si sarebbe scritto al momento della sua morte, per Artom l’Italia stessa sembrava «sepolta nella tomba di Cavour» e, fino alla fine, egli avrebbe rammentato la stagione antecedente al 6 giugno 1861 come il «più bel momento politico della sua vita»(243).
2.7 Verso la celebrazione nazionale. Cavour e le capitali
Mentre i moderati più sensibili alla tradizione liberale piemontese si dolevano della decadenza dell’eredità politica cavouriana, l’omaggio formale a Cavour si manifestava con alterne fortune, in varie forme e in diversi contesti. Esaurita l’enfasi commemorativa dei primi anni, il nome dello statista iniziò a essere associato a grandi opere, istituti, associazioni. Nel vercellese, l’impresa ingegneristica costruita sotto il patrocinio dello statista per garantire l’irrigazione dei campi – inaugurata ufficialmente nell’aprile 1866 – aveva preso il nome di Canale Cavour già al momento della firma del progetto di legge del 1852(244). A Torino, nel 1865, il vecchio “Liceo del Carmine” venne rinominato “Liceo Cavour” per iniziativa di Nicomede Bianchi, divenuto preside dell’istituto(245). Anche alcuni eventi collaterali non strettamente legati alla memoria dello statista riportarono in primo piano l’opera di Cavour. A titolo d’esempio, dopo anni di lavoro, nel 1868 entrò in funzione la ferrovia del Moncenisio, opera iniziata sotto gli auspici del conte, interessato al miglioramento delle infrastrutture, delle aziende e delle imprese economiche del Piemonte(246).
Per quanto concerne l’aspetto commemorativo, un parziale ritorno d’interesse per la figura di Cavour si manifestò nel 1865 in occasione del sesto centenario della nascita di Dante. Associato il conte al poeta fiorentino sin dal giorno della sua morte, il legame tra i due personaggi venne riconfermato soprattutto in virtù dell’atteggiamento anticlericale comune a entrambi. Tra i diversi casi che provano l’accostamento e le celebrazioni
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242 ASBI, Archivio Chiala, c. 1, f. 17, lettera di Isacco Artom a Michelangelo Castelli, 14 luglio 1862.
243 UCEI, Archivio Artom, b. 3, appunto di S. Münz.
244 Cfr. L. Segre, Agricoltura e costruzione di un sistema idraulico nella pianura piemontese (1800-1880), Banca Commerciale Italiana, Milano 1983, pp. 53-95; anche O. Bertolo, Cavour e la rivoluzione dell’irrigazione, in M. Balboni – I. Gaddo (a cura di), Il Risorgimento vercellese e l’impronta di Cavour, cit., pp. 313-328.
245 Il provvedimento è il R. decreto del 4 marzo 1865. Cfr. P. Baricco, Torino descritta, G.B. Paravia e Comp., Torino 1869, p. 681; E. De Fort, Le scuole elementari, professionali e secondarie, in Storia di Torino, vol. VII, cit., p. 653-654. Bianchi sarebbe rimasto preside del liceo fino al gennaio 1871. Cfr. MNRT, Archivio Dina, c. 203, lettera di Nicomede Bianchi a Giacomo Dina, 31 gennaio 1871.
246 Il fatto era prontamente sottolineato da Massari alla Camera. Cfr. AP, Camera dei Deputati, XI Legislatura, Discussioni, seduta del 21 gennaio 1871, p. 245.
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congiunte dei due personaggi vi fu l’inaugurazione di un busto dello statista a Cremona, dove l’oratore del momento espose ai presenti la linea di continuità che legava Dante, Vico e Cavour («Il Poeta apparecchia il Filosofo, il Filosofo prenuncia lo Statista»)(247). A Milano i festeggiamenti per il monumento cavouriano giunsero in coda alle celebrazioni tenutesi in onore del poeta fiorentino, sollevando gli entusiasmi pure degli osservatori stranieri(248). Anche la critica dantesca, sullo slancio emotivo e patriottico dall’anniversario, propose talvolta arditi paralleli arrivando a vedere nello statista il vero realizzatore del progetto delineato nella Commedia(249). Tuttavia, il fervore non sembrò incontrare il gusto di alcuni letterati, perplessi all’idea che il «veltro profetato» dal poeta fosse il «redivivo Machiavelli», Cavour(250).
La selva di sculture che, secondo la stampa del giugno 1861, l’Italia avrebbe voluto innalzare a memoria del conte, si rivelò ben più modesta del previsto. Del resto, in mezzo a tanto trasporto, non tutti i patrioti erano parsi così convinti della necessità di versare spese cospicue per dare corpo a un omaggio concreto(251). Nel 1868 venne finalmente collocata ad Ancona la statua realizzata da Aristodemo Costoli; nel 1870 furono inaugurati il monumento livornese, scolpito da Vincenzo Cerri e la statua marmorea, opera di Augusto Rivalta, presso la sede fiorentina della Banca d’Italia. Nel contesto monumentale e scultoreo dell’epoca vi fu spazio anche per il pittoresco. Come evidenziato da Bruno Tobia, i lavori di ristrutturazione del duomo di Lucca previdero un tributo patriottico al movimento unitario, senza distinzione tra i vari partiti che avevano contribuito al risultato finale: in sostituzione degli originari elementi decorativi grotteschi, le maestranze scolpirono i volti dei protagonisti del Risorgimento. Tra Vittorio Emanuele II, Napoleone III e Pio IX, spiccava anche la tozza testa di Cavour, corredata di basette e barba, priva di occhiali(252).
Il tributo romano
Il dato commemorativo e celebrativo recuperò una rilevanza simbolica pregnante successivamente al Venti settembre. Punto di arrivo del progetto cavouriano, meta così a lungo sospirata, Roma annessa al regno d’Italia rappresentava il coronamento di decenni di lotta. Per la stampa torinese, l’entrata del regio esercito in città sanciva il trionfo della forza «irresistibile»: l’ideale era riuscito a vincere tutti gli errori dei successori, compiuti a danno dell’entusiasmo degli italiani, anche quando «pareva si facesse a posta per ispegnerlo»(253).
Da parte della comunità romana le iniziative volte a esaltare l’evento sotto il segno del patriottismo liberale si susseguirono in breve tempo. Il municipio promosse la coniazione immediata di una medaglia commemorativa su cui figurarono Vittorio Emanuele, Cavour e Garibaldi («scettro, senno e spada d’Italia»), destinata a essere
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247 Pel sesto centenario di Dante e per inaugurazione di un monumento a Cavour in Cremona. Componimenti editi a cura e spese del Municipio, Tipografia Ronzi e Signori, Cremona 1865, pp. 4-5.
248 Per esempio, si veda il commento dello spagnolo G. Fontanals del Castillo in «Rivista Italica» 1 (1865), ff. VI-VII, p. 828.
249 Cfr. F. Chiarenza, Sul fine religioso della Divina Commedia, Società di letture giovanili per lo sesto Centenario, Catania – Chiaronda, 1865.
250 Religione e cattolicismo di Dante, in Enciclopedia dantesca di Gius. Jacopo Prof. Ferrazzi, vol. IV, Bibliografia, Tipografia Sante Pozzato, Bassano 1871, p. 93.
251 Cfr. le discussioni interne al consiglio comunale di Novara, Archivio di Stato di Novara, Monumenti 1861-1878, b. 600, f. 5, verbale del consiglio comunale, 10 giugno 1861.
252 B. Tobia, Una patria per gli italiani, cit., pp. 163-165.
253 Italia. Forza irresistibile, «Gazzetta piemontese», 26 settembre 1870.
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deposta nei luoghi significativi del Risorgimento torinese(254). I moderati della nuova capitale non tardarono a pagare un simbolico tributo di riconoscenza al propugnatore del progetto di unificazione, unitamente all’omaggio reso alla città che aveva incarnato a lungo le speranze del movimento risorgimentale e donato al Paese la dinastia di Savoia. Comunicato l’esito del plebiscito, si costituì un comitato presieduto dal principe Emanuele Ruspoli, noto sostenitore della politica cavouriana, ex volontario nell’esercito piemontese ed esule politico, che insieme a rappresentanti di Civitavecchia, Frosinone, Viterbo e Velletri si rese promotore di un viaggio dal valore altamente simbolico(255). A breve distanza dall’annessione formale, la deputazione diede inizio al pellegrinaggio.
Le cronache di quei giorni sottolinearono il rilievo dell’evento. Raggiunta Firenze per presentare ufficialmente l’esito del plebiscito al sovrano, la rappresentanza arrivò a Torino il 10 ottobre. Accolti all’arrivo in stazione dall’entusiasmo della popolazione, i romani si recarono in un primo momento alla basilica di Superga per rendere omaggio a Carlo Alberto, ritenuto l’iniziatore del moto risorgimentale. Gesto che confermava l’accostamento peculiare tra il Re martire e il Gran ministro, coppia di personaggi che, ostili l’uno all’altro in vita, venivano riletti alla luce della comune disponibilità al sacrificio come espressione del patriottismo piemontese e quindi come «promotori del Risorgimento italiano»(256). Visitate le principali attrazioni dell’ex capitale, la deputazione prese parte alla cena presieduta dal sindaco di Torino, il conte Felice Rignon, occasione solenne utile a rinsaldare i legami tra le due città. Dai discorsi pronunciati emerse l’elogio del Risorgimento monarchico e del progetto incarnato da Cavour, esaltato pure da Peruzzi, il tanto detestato ministro toscano responsabile della Convenzione di settembre desideroso di riconciliarsi con i torinesi(257). Alla notizia dell’imminente visita da parte dei romani, i comuni di Santena e Chieri avevano proclamato grandi festeggiamenti, culminati in un banchetto per centotrenta invitati provenienti da Torino e dal circondario. Evento che vide una precoce manifestazione del sentimento conciliatorista: secondo i resoconti del tempo, lo stesso irriducibile Bottero avrebbe brindato a Garibaldi, Cavour e Mazzini perché «l’andata a Roma d[oveva] essere opera di conciliazione»(258). Deposti i rancori di lungo corso, tutti i sostenitori della liberazione della città pontificia dal dominio clericale erano esaltati e la stella di Cavour, che aveva profetizzato Roma capitale, tornava a splendere.
Il successivo 12 ottobre la deputazione romana si recò con il treno delle 8.15 a Cambiano e in carrozza a Santena, dove ad attenderla in festa trovò gli abitanti dei borghi locali, la guardia nazionale e le bande militari intonanti la marcia reale. Nel comitato di benvenuto figuravano anche alcune personalità illustri, tra le quali il marchese Villamarina e il conte Ponza San Martino. Il sindaco di Chieri e il conte Ernesto Balbo Bertone di Sambuy condussero la comitiva fino alla tomba di Cavour, dove «nessuno […] poté trattenere una lagrima»(259). Dinanzi al sepolcro Ruspoli, Villamarina e il professor Maggiorani, esponente del comitato romano, pronunciarono discorsi ispirati dalla solennità del luogo, suscitando la commozione dei presenti. Le parole più solenni furono però quelle di Malvano, membro della giunta chierese che si
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254 Da Roma, ivi, 2 ottobre 1870.
255 In merito a Ruspoli, cfr. F. Rossi, Ruspoli, Emanuele, principe di Poggio Suasa, in DBI LXXXVIX (2017); per quanto concerne l’elenco dei membri della deputazione, cfr. Cronaca cittadina, «Gazzetta piemontese», 11 ottobre 1870.
256 La deputazione del plebiscito, «Gazzetta piemontese», 5 ottobre 1870.
257 Corriere del mattino. La deputazione romana a Torino, ivi, 12 ottobre 1870.
258 Ivi, 7 ottobre 1870.
259 Un discorso alla tomba di Camillo Cavour, ivi, 14 ottobre 1870.
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rivolse ai romani illustrando il significato profondo del pellegrinaggio. Per l’uomo, infatti, Cavour aveva attuato il progetto di Carlo Alberto, «re iniziatore dell’italiano riscatto»; benché nato a Torino, era stato «prima che tutto e più di tutto italiano», «concittadino» dei romani perché in grado di unire con la sua mente, i suoi pensieri e le sue promesse «i due estremi capi della penisola». Cadeva ormai ogni accusa di municipalismo: nelle parole e nelle azioni del conte il nome di Torino fu sempre «congiunto e fuso con quello di Roma». E così, mentre il Paese tributava il degno omaggio portando il nome e l’effige del ministro nelle vie e nelle piazze esaltando il cuore dei patrioti, Cavour e l’Italia si trasfiguravano l’uno nell’altra fino a sovrapporsi. Allo stesso modo, Santena e Roma, inizio e fine dell’epopea risorgimentale, divenivano finalmente parte della stessa grande comunità nazionale:
il suo spirito aleggia per tutta l’Italia; esso penetrò da gran tempo in Roma, perché contro lo spirito sono impotenti i divieti delle leggi e la forza brutale delle baionette, e voi ne raccoglieste e ne concentraste le idee, e ne raccoglieste i voti e ne attuaste il programma. E quello spirito presiederà ancora ai futuri destini d’Italia, ed inspirerà gli uomini che saranno chiamati a reggerne le sorti, come già inspirati da lui, […] e quello spirito sarà con essi a prevenire ogni errore, e sostenere ogni virile e onesto proponimento, e vi accompagnerà in Roma come noi coi più fervidi voti vi accompagniamo, e quando rientrerete nella vostra città apportatori dei voti e degli omaggi di tutti gl’Italiani, dite ai vostri concittadini che la tomba di Santena e la vetta del Campidoglio sono i confini d’un solo paese, le pareti d’una sola casa, e formano una cerchia di ferro creata da Dio, che nessuna umana potenza varrà a distruggere(260).
Al termine della cerimonia venne deposta sulla tomba la medaglia coniata in occasione del pellegrinaggio torinese. La celebrazione incontrò il beneplacito di Ainardo Cavour che, aperte le porte del castello di famiglia, permise ai visitatori di godere del rinfresco offerto dal municipio di Chieri. Al termine del banchetto, numerosi brindisi vennero elevati alla salute e prosperità del Paese: significativo fu l’augurio di Ponza di San Martino, capostipite della “Permanente”, sicuro che dalla tomba di Cavour non potesse «che uscire un sentimento di concordia»(261). Ultima tappa della visita piemontese, Santena ricadde nuovamente nella consueta quiete, abbandonata dalla deputazione romana che diede seguito al pellegrinaggio patriottico prendendo la via di Milano.
Concluse le celebrazioni itineranti presso i luoghi originari della dinastia e dello statista, anche la nuova capitale volle rendere il proprio omaggio. Il tributo assunse la forma tradizionale. Infatti, il municipio prese l’iniziativa per un monumento a celebrazione dell’annessione di Roma e del compimento dell’Unità, le cui prime tracce risalgono a una proposta della giunta comunale del 20 dicembre 1870, approvata poi il 26 febbraio 1871 in seduta consigliare; parallelamente, si sarebbe proposta la collocazione di un busto in Campidoglio e di un altro al parco del Pincio. Questioni tutt’altro che semplici per quanto concerne la realizzazione concreta che, come si avrà modo di vedere in un secondo momento, comportarono discussioni e laboriosi confronti tra il Comune e le maestranze incaricate.
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260 Ibid.
261 Corriere del mattino. A Santena, ivi, 13 ottobre 1870.
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«C’è di nuovo la capitale a Torino». Le feste cavouriane del 1873
Gli entusiasmi per i fasti romani sembrarono spostare definitivamente il baricentro politico-amministrativo nella nuova capitale, dove si concentrarono le maggiori aspettative della classe dirigente italiana. Tuttavia, per quanto concerne Cavour, i timori per un’appropriazione indebita dei miti risorgimentali da parte della città di Roma si rivelarono in realtà infondati. La memoria del Gran ministro restava ancora saldamente legata al Piemonte e a Torino. Illuminanti in tal senso le vicende che permisero alla città subalpina di tornare per qualche giorno protagonista della scena nazionale, richiamando la presenza delle più importanti istituzioni e l’attenzione dell’opinione pubblica italiana. Quasi a contraltare dei festeggiamenti in onore della presa di Roma e della sua elezione a capitale definitiva del regno si ersero le celebrazioni tenutesi nel novembre 1873 per l’inaugurazione del monumento a Cavour. Dopo dodici anni di attesa e di polemiche, infatti, il complesso statuario scolpito da Giovanni Dupré era pronto. Tralasciando per il momento le questioni tecniche, il dibattito e le discussioni che ne avevano rallentato la realizzazione, così come le vicende legate alla sua ricezione – dettagli di cui si renderà conto più avanti – pare opportuno soffermarsi sul rilievo simbolico assunto dalle celebrazioni che ruotarono intorno alla consegna dell’imponente opera alla città.
Rimandata in più occasioni, l’ultima delle quali a causa di un’epidemia di colera(262), la cerimonia dello scoprimento venne annunciata con grande pompa in tutto il regno con settimane di anticipo, chiamando a raccolta i rappresentanti delle istituzioni e delle associazioni interessate a rendere il dovuto omaggio al cittadino più illustre dell’ex capitale. Scelta la data di sabato 8 novembre, gli organizzatori decisero di unire le celebrazioni cavouriane ai festeggiamenti per l’inaugurazione, prevista per il giorno successivo, della statua decisamente più modesta per spesa e per dimensioni dedicata a Massimo d’Azeglio. Decisione con cui si intendeva sfruttare la mobilitazione generale di quei giorni per dare maggiore risalto agli eventi organizzati in un’area del regno ritenuta ormai quasi “periferica”, scelta che si configurava anche come deliberata celebrazione del vecchio Piemonte. Nell’esaltazione congiunta della coppia di ex presidenti del Consiglio, infatti, non pare inopportuno cogliere da parte della municipalità l’intenzione di sottolineare le radici piemontesi del Risorgimento nazionale. Sarebbero stati presenti tutti: Re, istituzioni, rappresentanze dell’intero Paese e popolo. Tra i corpi diplomatici presenti, si annoveravano quello britannico, tedesco, austriaco, portoghese, francese, russo e statunitense(263). Grazie a Cavour, la città sarebbe tornata a tutti gli effetti centro del regno per due giorni: la stampa aveva buone ragioni per affermare «c’è di nuovo la capitale a Torino»(264).
Il fervore dei preparativi mobilitò energie notevoli: l’ingresso in Torino dei partecipanti alle cerimonie destò grande entusiasmo. Ai piemontesi, soddisfatti di veder passeggiare nuovamente sotto i portici del centro deputati e senatori, sembrò di rivivere le atmosfere del 1861. L’occasione favoriva le dimostrazioni di amicizia e stima tra le città-simbolo del Paese: ribadito con enfasi, il legame tra la prima e l’ultima capitale del regno era simboleggiato dall’arrivo in città del battaglione romano della Guardia Nazionale, per il trasporto del quale erano stati necessari ben quindici vagoni ferroviari.
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262 ASCT, Atti municipali, 1873 vol. I, deliberazione della giunta municipale, 10 settembre 1873, pp. 483-484.
263 Notizie italiane, «Gazzetta del Popolo», 8 novembre 1873.
264 Cronaca monumentale, «Gazzetta piemontese», 10 novembre 1873.
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Data l’affluenza ingente di stranieri, alberghi e locande risultarono presto al completo(265).
Nonostante il diluvio che si abbatté su Torino in quei giorni, piazza Carlo Emanuele II accolse una gran folla, accorsa per applaudire al monumento più solenne della città. Mentre gli astanti si interrogavano in merito al cumulo di allegorie e metafore raffigurate, il conte Felice Rignon tenne il proprio discorso. Rivolgendosi al sovrano e ai rappresentanti dell’Italia unita, il sindaco celebrò lo statista attribuendogli senza esitazione l’appellativo di «Grande». L’orazione mise in luce l’«elevatezza di mente», la «gagliardia di volere» e la «sublimità di sentimenti», offrendo una breve sintesi dell’opera cavouriana. Significativamente, la celebrazione di Cavour procedeva di pari passo a quella del Piemonte come patria primigenia del movimento unitario, «culla di libertà nazionale» che aveva spodestato i principii retrivi, raccolto volontari ed elevato l’Italia ad «arbitra delle sua sorti»(266). Morto come l’eroe sul campo di battaglia, sicuro della riconoscenza dell’Italia e dell’Europa, Cavour venne esaltato dinanzi al governo come maestro dei «fortunati che gli succedettero». Espunto ogni riferimento alla mediocrità degli eredi di cui le retoriche nostalgiche erano colme, Rignon concludeva esaltando i risultati dell’opera:
Questo è il frutto della politica lasciataci da quel grand’Uomo in retaggio; pertanto la nazionale redenzione compiuta, la libertà posta in securo, un Popolo di ventisette milioni intorno ad un glorioso Monarca; la Reggia, il Parlamento, il Governo immutabilmente stanziati nella eterna Città sono i fatti, che compiono l’elogio del Conte Cavour, oggi che la Patria gli porge straordinarie onoranze e gli consacra un monumento(267).
Il maltempo costrinse quindi a chiudere la cerimonia in breve tempo e a proseguire con il programma dei festeggiamenti. Mentre la Guardia Nazionale dava dimostrazione dello spirito patriottico onorando il proprio banchetto, durante il quale i militi piemontesi e laziali fraternizzarono in nome di Cavour e della nazione a suon di brindisi e bevute(268), presso Palazzo Carignano si tenne la cena offerta dal municipio a cinquecento invitati. Sotto il segno della concordia nazionale, i convitati si prodigarono in manifestazioni di simpatia per gli ospiti: parlarono il sindaco, i rappresentanti di Camera e Senato, Minghetti, Peruzzi e Ponza di San Martino. I consueti brindisi finali indetti alla salute del regno espressero sentimenti di stima e fiducia; degni di nota furono gli interventi del corpo diplomatico straniero che tributò omaggi a Cavour e alla città di Torino, ennesima prova del prestigio internazionale riconosciuto al defunto ministro. Tra questi, significativo fu il discorso di sir Augustus Berkeley Paget, ambasciatore britannico che pronunciò parole di grande ammirazione a nome del proprio paese per lo statista piemontese. Rimandate al fine settimana successivo le illuminazioni e i giochi pirotecnici a causa della pioggia, i convenuti parteciparono l’indomani all’inaugurazione del più semplice e tradizionale monumento dedicato a Massimo D’Azeglio.
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265 Ivi, 8 novembre 1873; La Guardia Nazionale di Roma a Torino, «Gazzetta del Popolo», 8 novembre 1873; I preparativi per le feste di Torino, «L’Opinione», 10 novembre 1873.
266 Discorso d’inaugurazione del monumento ad onore del conte Camillo Benso di Cavour detto dal sindaco di Torino addì 8 novembre 1873, Eredi Botta, Torino 1873, p. 7.
267 Ivi, pp. 8-9.
268 Banchetto patriottico in onore della Guardia Nazionale di Roma, «Gazzetta del Popolo», 10 novembre 1873.
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Per la città le celebrazioni del novembre 1873 furono un successo. Le feste cavouriane furono apprezzate da molti e, benché funestato dal maltempo, il programma riuscì a radunare le principali personalità del regno. Considerato l’entusiasmo con cui era stata accolta l’iniziativa, i piemontesi si confortarono all’idea che la figura di Cavour potesse esercitare un potere simbolico ed evocativo così forte. Il patrocinio torinese parve anche indirizzare un chiaro messaggio alla città di Roma, invitata a tenere sempre in debita considerazione la prima capitale d’Italia, perno del movimento risorgimentale. Considerato il contesto, è lecito supporre importanti pressioni degli ambienti politici subalpini nonché dello stesso sovrano, al quale il trasferimento di capitale era sempre risultato indigesto, per connotare in tal senso le festività.
Tuttavia, Vittorio Emanuele fu forse l’unico a non gradire l’effettivo svolgimento delle celebrazioni. Costretto a presenziare alla cerimonia in onore di un personaggio spesso osteggiato in vita, il re ebbe ulteriori motivi per irritarsi. Alcuni malumori furono dovuti al discorso del sindaco, colpevole di aver esaltato Cavour senza menzionare il ruolo svolto da Vittorio Emanuele durante il Risorgimento e, nel complesso, di aver sminuito la monarchia. Fatto di cui il re avrebbe conservato memoria al punto da mantenere rapporti molto freddi con il conte Rignon(269). In secondo luogo, sgradevole risultò l’episodio accaduto poco prima dell’inaugurazione, quando l’esercito schierato in piazza Carlo Emanuele salutò intonando la marcia reale l’arrivo a cavallo del generale Accossato, comandante della Guardia Nazionale, scambiato per il sovrano(270). Considerati questi elementi, la trasferta piemontese non dovette risultare particolarmente entusiasmante agli occhi del re, posto in secondo piano dalle circostanze. Le velleità di protagonismo da parte di Vittorio Emanuele non parevano venire meno nemmeno in occasione delle commemorazioni del suo ministro più apprezzato.
Secondo i resoconti della stampa, la festa torinese fu una vera festa nazionale. Comuni, società e accademie d’Italia indirizzarono per giorni al municipio di Torino telegrammi di partecipazione ideale alle celebrazioni(271). Quest’ultimo non badò a spese, fornì addobbi, decorazioni, indisse una gara di tiro a segno, ingaggiò pure un aeronauta francese e la sua mongolfiera per intrattenere il pubblico(272). Per permettere agli abitanti del circondario di raggiungere più agevolmente Torino fu approntato un servizio ferroviario straordinario(273). L’evento comportò anche una commercializzazione senza freni di immagini e oggettistica concepita per l’occasione. Il comune promosse la realizzazione di una medaglia commemorativa ufficiale; altre medaglie di misure e prezzi vari vennero coniate da privati e messe in vendita presso diversi esercizi commerciali nel tentativo di soddisfare ogni gusto e ogni portafoglio. I ritratti di Cavour e le immagini del monumento di Dupré vennero prodotte su larga scala. Alcune di queste raffigurazioni esprimevano un gusto particolare: ebbe una certa diffusione la litografia realizzata da Masutti rappresentante un Cavour togato che accompagnato dal
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269 F. Sclopis, Diario segreto, cit., 17 maggio 1877, pp. 497-498; «Il Pasquino», 16 novembre 1873; a sostegno del re e contro il sindaco, «Il Fanfulla», 12 novembre 1873. In merito alla «seccatura» delle feste cavouriane, cfr. A. Viarengo, Vittorio Emanuele II, cit., p. 396.
270 Le feste di Torino, «Il Fanfulla», 11 novembre 1873.
271 I telegrammi sono riportati in buona parte dalla «Gazzetta del Popolo» nei giorni 9-11 novembre 1873; l’elenco completo dei sindaci fu pubblicato sulla «Gazzetta piemontese», 27 novembre 1873.
272 ASCT, Gabinetto del sindaco, pratica 74, mazzo 35.6, lettera di Jules Godard al sindaco, 14 ottobre 1873; telegramma di Jules Godard, 4 novembre 1873; Associazione universitaria pel tiro a segno, «Gazzetta del Popolo», 2 novembre 1873.
273 Ferrovia Torino-Ciriè, «Gazzetta del Popolo», 5 novembre 1873.
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genio d’Italia ascendeva al cielo, sorvolando il proprio monumento sorvegliato da una schiera di putti armati di fucile(274).
I periodici locali pubblicizzarono l’evento con largo anticipo. Dopo il dolore del giugno 1861, si riaprì la stagione celebrativa di Cavour: i giornali del capoluogo e della provincia dedicarono articoli allo statista, pubblicando cenni biografici, panegirici, stralci di lettere. Sulla «Gazzetta piemontese», Vittorio Bersezio offriva al lettore una biografia a puntate. L’8 novembre la «Gazzetta del Popolo» pubblicava in prima pagina il disegno del monumento; lo stesso giorno «Il Conte Cavour» tesseva l’elogio dello statista ricordandone per l’ennesima volta i meriti(275). Nella mole di contributi dati alle stampe in quei giorni risulta degno di nota l’articolo del giovane Giovanni Faldella (sotto lo pseudonimo di Dino Sgorbi) pubblicato al termine dei festeggiamenti sulla «Gazzetta piemontese». Raccogliendo gli elementi della vulgata cavouriana sedimentatasi nel corso di anni di narrazioni stereotipate, l’autore forniva un efficace ritratto del Tessitore, destinato a imporsi definitivamente nella narrazione postuma. Tutt’altro che eroico nell’apparenza esteriore, il vero Cavour era il conte «grasso e grosso» che insegnava la libertà alle giovani generazioni,
un nobile che aveva l’adipe spesso e la vista corta, e si piccò di diventare un eroe contro ai precetti di retorica; secondo i quali per liberare la patria bisogna avere il collo snello, la capigliatura ondeggiante, una dama nel cranio e una poesia in bocca. Cavour con il collo breve e con gli occhiali sul naso […] Preferì fabbricare la nazione: studiò, viaggiò, risecò dal suo ingegno ogni fronda ed ogni ampolla, e fattosi un cervellone preciso e poderoso lo gittò fra le fila sparpagliate, svolazzanti, aeree dei desideri italiani. Fu l’immenso ragno che intessé la tela della nostra libertà, della nostra unità, del nostro essere. Nulla gli sfuggì. Tutto mise in opera quel tessitore di nazioni(276).
L’ammirazione per il conte era interclassista. In quei giorni, due anonimi operai diedero alle stampe un opuscolo con cenni biografici per mezzo del quale, al di là delle dichiarazioni di modestia degli autori, venne dedicato al «nostro Camillo» un ritratto ben congegnato, frutto della lettura dei testi di Artom e Bianchi. L’elogio del conte, si sottolineava, era proposto in una fase storica caratterizzata dalla presenza di figure ben più modeste, in un’epoca in cui era avvertibile l’importante assenza - un «vuoto, diciamolo francamente, che non si colmerà tanto presto». Agli occhi degli operai, Cavour si innalzava come un pilastro della storia d’Italia, personaggio cardine del Risorgimento insieme a Mazzini, il quale però, occorre notare, era ritenuto inferiore al conte perché «troppo impetuoso» e non «freddo calcolatore»(277).
Cavour era dunque esaltato in ogni sua rappresentazione, non solo come il Tessitore o il Gran ministro, ma anche come Papà Camillo. Pure la stampa umoristica rendeva omaggio a questa figura: «Il Fischietto» dedicava un componimento celebrativo in prima pagina e raffigurava gli spiriti di Cavour e d’Azeglio che, sporgendosi dalle nubi per osservare l’Italia raccolta davanti al monumento di Dupré, ascoltavano con sorriso
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274 Pubblicazioni in onore di Cavour, ivi. Per quanto riguarda il lavoro di Masutti, cfr. la pubblicità promossa dalla Pubblicazione artistica, «Gazzetta piemontese», 8 novembre 1873.
275 Camillo Cavour, «Gazzetta piemontese», 11, 12, 16 e 17 novembre 1873; «Gazzetta del Popolo», 8 novembre 1873; Oggi!, «Il Conte Cavour», 8 novembre 1873; Feste cavouriane, «Gazzetta di Torino», 10 e 11 novembre 1873; tra le pubblicazioni a tema, A. Fabre, Il conte C. B. di Cavour e il suo monumento in Torino. Monografia storico-biografico-descrittiva, Tip. e lit. Camilla e Bertolero, Torino 1873.
276 Cronaca monumentale, «Gazzetta piemontese», 10 novembre 1873.
277 Brevi cenni biografici sulla vita dell’illustre statista italiano conte Camillo Benso di Cavour, Tip. e lit. Camilla e Bertolero, Torino 1873, pp. 12-13.
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sornione gli elogi degli ex calunniatori(278). I toni di quei giorni spaziavano dall’ammirazione all’affetto per il personaggio-Cavour, con inevitabili riferimenti alla discutibile resa artistica del monumento, sui quali si tornerà più avanti nell’argomentazione.
L’interesse e il trasporto dei cittadini torinesi furono tangibili. Numerose poesie, componimenti ed epigrafi composte da privati cittadini in onore di Cavour furono inviati al municipio; diverse le composizioni e i motivi musicali dedicati all’evento(279). Anche la cultura dialettale trovò modo di emergere. Riportata su più giornali fu la lunga poesia in piemontese Per la festa d’inagurassion del Monument a Camil Caor. La Risurression ‘d Caor. Mentre le grandi personalità s’intrattenevano in banchetti e ricevimenti, a teatro Luigi Pietracqua intratteneva i torinesi con lo spettacolo comico in dialetto Papà Camillo an ciel, messo in scena dalla compagnia Rossini, atto unico composto da dialoghi tra l’ombra di Cavour e alcuni personaggi reali e fittizi, vivi e defunti(280).
Nel “furore editoriale” di quei giorni vi fu spazio anche per la letteratura meno elevata. Come notava con sdegno la stampa locale, sotto i portici di Torino era frequente imbattersi in cittadini che si strappavano di mano l’opuscolo Cavour avvelenato da Napoleone III. Documenti storici di un ingrato(281). La tesi improbabile dell’avvelenamento per mano di una donna al soldo dell’imperatore francese, ormai giunta all’ottava edizione in poco tempo, solleticava le fantasie dei lettori, forse non ancora rassegnatisi alla morte improvvisa per malattia del conte.
La panoramica offerta dimostra come le feste cavouriane comportarono un rinnovato interesse per lo statista e per il ruolo attribuitogli nel processo risorgimentale. A fronte di un coinvolgimento assai meno sentito a livello nazionale per quanto concerne le commemorazioni e il culto della memoria, l’immagine di Cavour risultava ancora fortemente radicata a Torino e in Piemonte, rilevabile non solo nella percezione della classe dirigente ma anche nelle manifestazioni della cultura popolare. Legato alla sua terra d’origine, il conte sembrava attingere forze utili al rafforzamento e consolidamento del suo mito dagli ambienti ancora intrisi di patriottismo municipale.
2.8 La vulgata cavouriana e i «monumenti di carta»
Il 1873 diede nuovo slancio alle pubblicazioni di argomento cavouriano, ai saggi, alle memorie, alle biografie che insieme alle edizioni di fonti iniziarono a costituire un corpus di una certa mole. La rilevanza di questo repertorio si dimostrava progressivamente funzionale agli scopi prefissi dagli eredi dello statista. Del resto,
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278 Cavour; L’inaugurazione del monumento innalzato a Torino alla memoria di Camillo Cavour, «Il Fischietto», 8 novembre 1873.
279 ASCT, Gabinetto del sindaco, Monumento a Cavour, pratica 74, mazzo 35.6, In morte di Camillo Benso di Cavour. Canzone di Giovanni Vecchi; Per l’inaugurazione del monumento al conte Camillo di Cavour. Ode di Demetrio Brunetti; Espressione patriottica all’atto di spuntar il monumento Cavour il dì 8 novembre 1873; Inno arci-popolare; altri componimenti sono reperibili sui giornali del tempo, come in Nella solenne inaugurazione del patrio monumento a Camillo Cavour. Carme, «Vessillo d’Italia», 17 novembre 1871.
280 Per la festa d’inagurassion del Monument a Camil Caor. La Risurression ‘d Caor. Cansson popolar ‘d Fra Anacleto, «Gazzetta del Popolo», 7 novembre 1873; L. Pietracqua, Papà Camillo an ciel. Fantasia drammatica di Luigi Pietracqua rappresentata dalla comica compagnia piemontese di T. Milone e F. Ferrero, Tipografia teatrale di B. Som, Torino 1873; in merito alle biografie di carattere popolare, cfr. C. Ceccuti, Le grandi biografie popolari nell’editoria italiana, in Il mito del Risorgimento, cit., pp. 110-123.
281 Anonimo, Cavour avvelenato da Napoleone III. Documenti storici di un ingrato, Domenico Cena, Torino 1871 [I edizione].
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l’entusiasmo per i monumenti in bronzo o in marmo, per quanto espressione della riconoscenza pubblica nei confronti del «gran ministro», non sembrava corrispondere all’effettivo rispetto del suo operato. Con il passare degli anni e l’avvicendarsi dei governi, essendo ormai evidente come la cultura politica d’ispirazione cavouriana risultasse intaccata da critiche e distorsioni del suo pensiero, i fedeli alla memoria del conte si convinsero dell’utilità di altri strumenti e mezzi. A distanza di un decennio dalla morte, il più grande monumento in memoria di Cavour sembrò costituito proprio dalle carte, dagli scritti, dalle pagine dedicate a ripercorrerne la biografia e l’opera politica. In particolare, le lettere e i discorsi figuravano come le migliori prove della sincerità, della coerenza, degli intenti patriottici sempre attribuiti al conte da parte dei suoi sostenitori. Là dove impiegate con accortezza e studio, queste fonti si rivelavano il migliore strumento per difendere la memoria e convincere i posteri della genuinità del disegno cavouriano.
Pertanto, anche nel caso di Cavour è possibile parlare di un «monumento di carte» – per usare l’efficace espressione impiegata da Michele Finelli per l’opera di Mazzini – destinato ad avere un ruolo non secondario nella costruzione postuma del mito(282). Il più convinto sostenitore di questa tesi era ovviamente Nicomede Bianchi, il quale già nel 1863 confidava a Castelli di possedere dei documenti cavouriani inediti, pronti a essere estratti e pubblicati al momento opportuno(283). Affermazione dalla quale si evinceva la consapevolezza che non tutte le carte potessero diventare di pubblico dominio e che quindi fosse necessario centellinare la loro diffusione con uno studio premeditato, a seconda delle circostanze e delle esigenze politiche. Pur non appartenendo ancora al campo strettamente storiografico e configurandosi come testi politicamente militanti, queste pubblicazioni ponevano le basi per l’opera dei futuri storici. Alla luce delle necessità impellenti, il lavoro era innanzitutto utile a contenere le narrazioni alimentate dalle controparti politiche che, non potendo negare la centralità di Cavour, miravano a mettere in dubbio gli assunti dei suoi eredi(284).
Al sopraggiungere delle feste cavouriane il quadro delle pubblicazioni annoverava alcuni titoli importanti. Nel 1872, infatti, si era conclusa con l’edizione dell’undicesimo volume la pubblicazione dei discorsi parlamentari di Cavour promossa dalla Camera dei Deputati. A questa fatica che metteva a disposizione del lettore l’intero blocco di orazioni sicuramente poco agevole, si accompagnò in parallelo l’edizione in lingua italiana dell’OEuvre parlamentaire curata da Artom e Blanc, data alle stampe da Gaspero Bàrbera a Firenze nel 1868 e accolta con notevole entusiasmo dal mondo moderato(285).
Per quanto concerneva le grandi operazioni editoriali, la figura di Cavour occupava una parte consistente anche dell’immensa opera curata da Bianchi, Storia documentata della diplomazia europea in Italia dall’anno 1814 all’anno 1861 edita negli anni 1865-1872. Come sempre attento a un uso cospicuo delle carte e della documentazione d’archivio, Bianchi conferiva rilevanza all’aspetto politico-internazionale del processo risorgimentale, ritenuto l’elemento fondamentale della storia recente. Non stupiva quindi rilevare come gli ultimi due volumi – il VII e l’VIII – collocassero al centro della
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282 M. Finelli, Il monumento di carta. L’Edizione Nazionale degli Scritti di Giuseppe Mazzini, cit.
283 L. Chiala (a cura di), Carteggio politico di Michelangelo Castelli, vol. I, cit., lettera di Nicomede Bianchi a Michelangelo Castelli, maggio 1863, p. 474.
284 Cfr., per esempio, il ritratto fornito da Angelo Brofferio in A. Brofferio, I Miei tempi. Memorie di Angelo Brofferio, vol. XVI, Tipografia Nazionale di G. Biancardi, Torino 1860, pp. 234-240.
285 Discorsi parlamentari del conte Camillo di Cavour, a cura della Camera dei Deputati, 11 voll., Eredi Botta, Torino 1863-1872; I. Artom – A. Blanc, Il Conte di Cavour in Parlamento. Discorsi raccolti e pubblicati per cura di I. Artom e A. Blanc, G. Bàrbera, Firenze 1868.
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narrazione Cavour e le sue schermaglie diplomatiche(286). Con il termine del primo decennio postunitario l’interesse per uno studio biografico dello statista ricevette anche stimoli provenienti dall’estero. Risale infatti al 1873 la traduzione in italiano del saggio biografico Cavour. Der Wegbereiter des neuen Italiens, scritto dal tedesco Heinrich von Treitschke e pubblicato nel 1869-1870(287). Liberale promotore del movimento unitario germanico, l’autore aveva realizzato un’opera degna di nota per la profondità di analisi dell’epopea cavouriana; inoltre, si era avvalso della consulenza di Artom, all’epoca impiegato alla legazione italiana di Carlsruhe, con il quale ebbe anche uno scambio epistolare protrattosi negli anni(288). Improntato alla totale condivisione della politica cavouriana, il saggio non escludeva però anche delle critiche poiché – a detta del tedesco – nello statista piemontese sarebbe stata riscontrabile una minore abilità nelle questioni finanziarie e amministrative del regno. A queste considerazioni Artom rispose sostenendo l’importanza attribuita da Cavour ai campi citati, ai quali egli non aveva potuto dedicarsi pienamente per mancanza di tempo; però, complessivamente, l’astigiano apprezzò il lavoro del tedesco, abile nel dimostrare la compresenza dinamica di elemento diplomatico e rivoluzionario nell’operato del conte. Artom contribuì alla revisione del testo per una seconda edizione tedesca nel 1871; letto il volume, l’ex collaboratore si complimentava con Treitschke per aver reso un servizio all’Italia e dimostrato all’Europa il valore di Cavour, realizzando – a detta dell’astigiano – la miglior biografia cavouriana in circolazione. Artom si adoperò quindi per promuovere un’edizione italiana del testo, tradotto dal marchese Guerrieri Gonzaga e pubblicato da Bàrbera(289). Il volume ricevette il plauso della critica.
Con l’approssimarsi delle feste torinesi gli ammiratori dello statista ebbero la possibilità di compulsare nuove pubblicazioni. Nel 1873 Massari diede alle stampe il suo Il Conte Cavour. Ricordi biografici, un tomo di 443 pagine che, benché privo di pretese storiografiche, forniva un racconto piuttosto dettagliato e argomentato della vita del piemontese. Si trattò di un profilo biografico denso di contestualizzazioni, arricchito da una larga parte aneddotica che, come suggeriva il titolo, era costituito dalle memorie stesse dell’autore, interessato a descrivere «lo spettacolo» del ministro di un piccolo Stato avviatosi a un’impresa «ardua, perigliosa ed ira di difficoltà»(290). Frutto anche della lettura delle principali pubblicazioni anteriori sul tema – Berti, De La Rive, Bianchi –, il saggio ripercorreva in ben novanta capitoli la vita dalla nascita alla morte, soffermandosi soprattutto sulla fase 1848-1861, e celebrava, pur senza impiegare mai il termine, la figura di Cavour come Tessitore. Sulla scia di altri fedeli cavouriani, Massari propose una sintesi dell’uomo pubblico e dell’uomo privato, dichiarando di voler non fare storia, bensì di fornire fonti per la storia. Il risultato fu senza dubbio una narrazione di parte, realizzata da un ammiratore sincero che, spinto dall’entusiasmo e dall’affetto, eludeva ogni riferimento ai contrasti tra Cavour e il sovrano, proponeva una lettura piuttosto pacifica delle vicende risorgimentali e sconfinava talvolta nello stucchevole o nel confidenziale, lasciandosi andare a esclamazioni meno sorvegliate, dettate da una
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286 N. Bianchi, Storia documentata della diplomazia europea in Italia dall’anno 1814 all’anno 1861, vol. VII, 1851-1858, e vol. VIII, 1859-1861, Unione Tipografico-Editrice, Torino 1870-1872.
287 H. von Treitschke, Cavour. Der Wegbereiter des neuen Italiens, Wilhelm Langewiesche-Bradt, Berlin 1870; A.V. Voci, La Germania e Cavour, cit., pp. 122-148.
288 UCEI, Archivio Artom, f. 258, lettera di Isacco Artom a Heinrich von Treitschke, 30 marzo 1870; altre lettere in A. V. Voci, Germania e Cavour, cit., pp. 223-245; cfr. L. E. Funaro, La scuola del silenzio, cit., pp. 134-135.
289 H. von Treitschke, Il conte di Cavour. Saggio politico, trad. it. a cura di A. Guerrieri Gonzaga, G. Bàrbera, Firenze 1873; cfr. E. Rota, Questioni di storia, cit., pp. 947-948.
290 G. Massari, Il Conte Cavour. Ricordi biografici, cit., p. 11.
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fedeltà a oltranza (a titolo d’esempio: «per riuscire ci voleva un uomo come era Camillo di Cavour, ci voleva proprio lui!»)(291). Là dove era lasciato il campo alle osservazioni personali, il testo si dimostrava intriso di nostalgia per il tempo passato, venato da un pessimismo comune ad altri ex collaboratori del conte. Emblematica la conclusione del saggio dove Massari, respingendo la tesi di una morte sopraggiunta a tempo debito prima della caduta inesorabile, si diceva convinto dei molti successi che avrebbero ancora arriso alla politica del conte. La riflessione su quegli anni esaltanti aveva l’effetto di distogliere la mente dal quadro non così piacevole del presente
Rammentando le vicende di quella vita travagliata e gloriosa la mente si solleva, il cuore si dilata, si rivive in un mondo migliore, si smarrisce la coscienza di ogni miseria presente, si allegra l’animo con le care rimembranze del passato, con le sante speranza dell’avvenire. Camillo di Cavour! Quanta grandezza di storia e di poesia in questo nome! Quante memoria di gaudii e di dolori, di gioie e di lacrime, di sventure e di glorie! Magna imago tristium laetorumque!(292)
Il volume incontrò il gusto dei cavouriani; il municipio di Torino ordinò un buon numero di copie da donare agli impiegati del comune(293). Proprio il coinvolgimento emotivo del volume rappresentava un punto di forza: lo rilevava Oldofredi il quale si complimentava con Massari per aver composto un testo superiore al saggio del «bravo Tedesco» (Treitschke), poiché in grado di far vibrare le corde di coloro che erano stati presenti e avevano vissuto le vicende descritte. Non era l’opera destinata ai posteri, paludata nella prosa da grande e distaccato storiografo, bensì un saggio che tutti i contemporanei avrebbero gradito e compreso per la ricchezza dei dettagli, immagini di un’epoca:
Orbene, i tuoi ricordi biografici mi hanno fatto rivivere per la seconda volta tutto quel periodo di speranze, di angoscia, d’imprudenza, di ardire e di crudelissimi dolori. Mi è parso molte volte di sentire quello scroscio di risa, quello schioppettìo delle mani, quel fuoco di epigrammi che per dieci anni mi tenne avvinto al suo fianco(294)
Animato da altrettanto spirito di parte ma privo di trasporti così sentimentali fu invece il più breve scritto di Daniele Sassi, direttore della Biblioteca civica di Torino. Realizzato su esortazione di Nicomede Bianchi che aveva invitato l’autore a comporre una biografia cavouriana in vista dell’inaugurazione del monumento di Dupré, Il Conte Camillo Benso di Cavour venne assunto come il testo «ufficiale» delle celebrazioni torinesi, promosso dal municipio e dagli organizzatori dei festeggiamenti(295). Pubblicato in grande formato, il volume presentava pure una litografia del conte in prima pagina e una del monumento, l’elenco dei sottoscrittori e la riproduzione delle medaglie celebrative dedicate a Cavour. Nel contenuto, l’influenza di Bianchi in merito alla
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291 Ibid.
292 Ivi, p. 443. Cfr. le considerazioni su Massari, E. Rota, Questioni storia, cit., pp. 944-945; R. Romeo, Nuove questioni, cit., pp. 804-805; anche W. Maturi, Interpretazioni del Risorgimento, cit., p. 306.
293 ASCT, Gabinetto del sindaco, Monumento a Cavour, pratica 74, mazzo 35.6, Biografia di Camillo Benso Conte di Cavour dettata dal commendatore Massari Deputato al Parlamento Nazionale. Esemplari di tale biografia consegnati d’ordine del Sindaco agli impiegati municipali.
294 Lettera di Ercole Oldofredi Tadini a Giuseppe Massari, 19 novembre 1873, citata in R. Cotugno, La vita e i tempi di Giuseppe Massari, Vecchi e C., Trani 1931, pp. 349-50.
295 D. Sassi, Il conte Camillo Benso di Cavour per Daniele Sassi, Stamperia Reale, Torino 1873; ASCT, Atti municipali, 1873, vol. I, Deliberazione della giunta, 16 giugno 1873; cfr. la pagina pubblicitaria in «Gazzetta del Popolo», 1° novembre 1873.
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disposizione argomentativa era stata palese: servendosi di documenti in parte già citati e di altri messi presumibilmente a disposizione dallo stesso modenese, Sassi aveva tracciato in ottanta pagine un profilo biografico corredato di citazioni testuali serrate e precise. Non sembra casuale del resto il rapporto tra i due personaggi coinvolti: il mentore di Sassi, in qualità di direttore dell’Archivio di Stato di Torino dal 1870, aveva modo di sfogliare quotidianamente le carte conservate presso i locali di Piazza Castello e impiegarle per fini editoriali e bibliografici. Rilevante si mostrava quindi anche la prefazione del volume, costituita dalla lettera del settembre 1873 con la quale Bianchi lodava la prosa di Sassi in quanto libera da «frasche retoriche», frutto della «riverente modestia» con cui l’autore si era accostato a una materia tanto grande per far spiccare «ben delineate e lumeggiate le principali fattezze morali» del protagonista(296). In secondo luogo, era significativo pure il corredo di immagini annesso al prezioso volume che sottolineava, forse per la prima volta, un legame stretto tra lo scritto a tema cavouriano e le rappresentazioni figurative del personaggio, fossero queste il ritratto fotografico o la riproduzione della sua effige in marmo, in bronzo o su medaglie commemorative. Il dato confermava l’esigenza di una costruzione del mito anche grazie all’iconografia di Cavour, avvertita progressivamente come parte integrante della sua memoria.
L’unione di parola e immagine connotava anche gli scritti aventi carattere dichiaratamente popolare come il volume Papà Camillo. Memorie e note di Luigi Pietracqua, già autore della commedia dialettale andata in scena nei giorni delle feste cavouriane. Sintesi di testi più articolati e complessi (i saggi di Bonghi e di Artom), dai quali derivava la parte aneddotica, la vita di Cavour in qualità di Papà Camillo era illustrata ai lettori politicamente meno strutturati che, ripercorrendone le vicende salienti, potevano riconoscere col sorriso sulle labbra il loro concittadino alle prese con le grandi questioni del Risorgimento(297). Accompagnato da raffigurazioni del monumento di Dupré, il libro si presentava come un efficace compendio utile a informare il pubblico e a educarlo ai principii cardine del nuovo stato unitario, incarnati dal concittadino più illustre.
Superato il decennio dalla morte dello statista, il panorama editoriale iniziò quindi a offrire un ventaglio di pubblicazioni in grado di incontrare le richieste di un pubblico variegato: opportunamente stimolati, i militanti politici, i cultori della memoria, gli affezionati e i semplici curiosi potevano accostarsi alla vita di Cavour cogliendone la rilevanza a più livelli. Benché espressione di un mondo distante dagli interessi della gente comune – il mondo altolocato dell’aristocrazia, dei ministeri, della diplomazia – lo statista possedeva in sé elementi funzionali a una popolarità forse non nazionale, sicuramente locale. Nelle declinazioni di Tessitore, Gran ministro e Papà Camillo, la sua figura assumeva una fisionomia sfaccettata ma coerente. Del resto, il «volgarizzamento» era ormai in corso: Cavour, infatti, era diventato anche un personaggio da romanzo. Nel suo Mentore e Calipso (1872) Vittorio Bersezio aveva inscenato nello studio in penombra del ministro il dialogo tra il protagonista, un giovane medico in attesa di partire per la Crimea, e il sanguigno Cavour. Nella descrizione fisica, specchio di una psiche complessa, e nell’atteggiamento spontaneo e un po’ burbero del personaggio molti torinesi ritrovarono la figura famigliare del conte che,
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296 D. Sassi, Il conte Camillo Benso di Cavour, cit., p. IX-X.
297 L. Pietracqua, Papà Camillo. Memorie e note, Lit. Cassina P., Torino 1873.
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fino a qualche anno prima, avevano guardato con ammirazione e curiosità aggirarsi indaffarata per le vie del centro(298).
2.9 Cesure e incognite
Con l’approssimarsi del 1876, tornante decisivo della politica italiana, si avvicinava al termine – sotto diversi punti di vista – una fase del periodo post-cavouriano. In ambito politico, non pareva così semplice riconoscere nelle direttive ministeriali le applicazioni del cavourismo. La presunta risoluzione del conflitto Stato-Chiesa grazie alla promulgazione unilaterale della Legge delle Guarentigie del maggio 1871, vanto di Minghetti, non aveva convinto del tutto l’aula parlamentare. Senza soffermarci sui termini tecnico-giuridici della questione, occorre però rilevare come le discussioni preliminari alla stesura della legge rievocassero la celebre massima cavouriana, ricalcando le posizioni emerse in seguito alla scomparsa del conte(299). Del resto, i dubbi in merito alle reali intenzioni dello statista non erano mai venuti meno, come dimostrò il deputato Eugenio Corbetta che era tornato ad additare la natura strumentale della formula di Cavour, pronunciata in tempi e circostanze completamente diverse dalle attuali e, pertanto, ritenuta superata(300). Furono però la fermezza di Minghetti, Visconti Venosta e Boncompagni ad arginare le opposizioni dei perplessi e dei contrari, ai quali venne in più occasioni ricordata la lucida capacità analitica del conte e l’abilità nel districare la questioni più complesse. Il governo mantenne quindi salde le proprie posizioni e proseguì nella definizione di una legge a favore dell’inviolabilità del pontefice, delle garanzie territoriali e finanziarie, delle esenzioni giuridiche, delle misure di protezione e della rappresentanza diplomatica. Difesa dai cavouriani, l’interpretazione «separatista» della Libera Chiesa in libero Stato formulata da Bonghi suscitò in particolare le opposizioni dei deputati di formazione hegeliana, di Destra e di Sinistra, convinti della necessità di un intervento statale più marcato. Voci contrarie di chi, come il giurista Augusto Vera, pur riconoscendo la grandezza di Cavour, proprio a causa della venerazione nei suoi confronti vedeva nel defunto primo ministro «un de’ precipui fattori della nostra fiacchezza e de’ nostri guai»(301). Al di là delle considerazioni tecniche e del contrasto tra lettura separatista e giurisdizionalista del problema, un fatto non secondario dimostrava l’aspetto «meno cavouriano» della questione. Infatti, il carattere unilaterale della Legge sottolineava la chiusura totale della Santa Sede verso lo Stato e l’assenza di dialogo con la Chiesa; pertanto, il dato metteva in luce i limiti di una risoluzione che, nelle intenzioni di Cavour, avrebbe dovuto godere del titolo di «accordo» reciproco e, quindi, essere punto di spontanea convergenza tra le parti contraenti. Ammettendo che questo risultato fosse imputabile a una visione troppo ottimistica di Cavour nei confronti della Chiesa e delle sue buone disposizioni, alla scarsa abilità dei suoi eredi o al mutato contesto internazionale, restò comunque la sensazione di un successo parziale, inconcluso, destinato ad avere strascichi sul lungo periodo. Come rinfacciava il deputato Filippo Abignente al ministero, la tanto venerata
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298 V. Bersezio, Mentore e Calipso, Carlo Favale e compagnia editori, Torino 1872, p. 10.
299 A. C. Jemolo, Chiesa e Stato, cit., pp. 208 e segg.; A. Berselli, La Destra storica dopo l’Unità, vol. I, L’idea liberale e la Chiesa Cattolica, Il Mulino, Bologna 1963, pp. 154-332; Id., Il governo della Destra, cit., pp. 141 e segg.
300 AP, Camera dei Deputati, XI Legislatura, Discussioni, seduta del 9 marzo 1872, p. 994.
301 A. Vera, Il Cavour e la libera Chiesa in libero Stato, Stamperia della R. Università, Napoli 1871, pp. 5-6.
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formula cavouriana non si rivelava altro che «un mezzo termine» rifiutato dalla controparte(302).
Trascorso più di un decennio senza Cavour, iniziavano a venire meno anche i collaboratori del conte. Dopo anni di intensa attività, nel 1875 morì Michelangelo Castelli, il quale lasciò a sua volta un vuoto non indifferente nel gruppo dei ferventi cavouriani. In un contesto di generale disillusione, gli esponenti del mondo politico riscuotevano modesto successo, soprattutto se scrutati dall’osservatorio di Torino. I piemontesi aventi incarichi di governo non sembravano infatti aver dato grande continuità ai principii di Cavour. Tra questi, nemmeno Sella, la cui controversa politica finanziaria gettava ombre sull’effettivo superamento delle difficoltà della «prosa», suscitava il plauso della stampa locale. Assai critica nei suoi confronti era la «Gazzetta piemontese» che, caduta la Destra ministeriale, nel novembre 1876 sbeffeggiava il biellese e la sua compagine invitandoli a mostrare un po’ di modestia nei confronti di chi li aveva preceduti:
lui il continuatore di Cavour, lui l’abolitore del potere temporale, lui il padrone licenziatore di tante migliaia di religiosi che furon rimandati alle loro case: insomma lui e quelli che con lui han fatto l’Italia […]. Noi non abbiamo mai avuto la presunzione di crederci il cervello d’Italia nemmanco quando ospitavamo la capitale del Regno, nemmanco quando di qua partiva il primo grido di libertà e di indipendenza e si scriveva la prima pagine della stupenda epopea italiana; nemmanco quando noi qui in Torino avevamo Camillo Cavour, il quale, non offendetevi, di cervello ne aveva quanto e forse un pochino più di voi […]. Voi vi dite il continuatore e solo di Cavour? Eh via, volete scherzare(303).
Altre voci suggerivano la deformazione del cavourismo, concetto sempre più sfumato e privo di coordinate stabili. Alcuni segnali si percepivano anche in ambienti assai vicini alla famiglia Cavour. Ne era un esempio il marito di Giuseppina, Carlo Alfieri, che nel corso del tempo si era reso portavoce di un’interpretazione restrittiva e conservatrice dei principî propugnati dallo statista. Diversi elementi dimostravano la visione parziale da parte di un personaggio che, divenuto membro della famiglia Cavour, esprimeva ancora pensieri legati agli ambienti dell’aristocrazia piemontese: le riflessioni più moderate in merito al conflitto con la Chiesa, la convinzione dell’inopportunità di Roma capitale, la sfiducia nutrita nei confronti del sistema educativo e formativo proposto dallo Stato postunitario. Questi fattori portarono alla fondazione della “Scuola Libera di Scienze Sociali”, il futuro “Istituto Cesare Alfieri”, progetto sorto tra incertezze pratiche di non poco conto a imitazione dell’“École libre des sciences politiques” di Parigi. Nell’alta scuola, fondata nel novembre 1875 allo scopo di preparare buoni amministratori e diplomatici “alla Cavour” e di trasformare Firenze in una «Manchester italiana», si poté cogliere la lettura filo-britannica e polemicamente anti-romana del moderatismo. Inoltre, il modello dell’istituto francese, creato dopo la caduta del Secondo Impero per formare la classe dirigente della Terza Repubblica, sembrava suggerire anche per il caso italiano la percezione di una cesura, di un passaggio a una fase successiva della vicenda politica e istituzionale del Paese. Che questa iniziativa fosse una distorsione del pensiero cavouriano apparve evidente ai seguaci del Gran ministro come Artom e
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302 AP, Camera dei Deputati, XI Legislatura, Discussioni, seduta del 27 gennaio 1871, p. 384.
303 Quintino Sella e l’Associazione costituzionale Romana, «Gazzetta piemontese», 6 novembre 1876; sull’opera e il pensiero di Sella, cfr. G. Quazza, L’utopia di Quintino Sella. La politica della scienza, Comitato di Torino dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, Torino 1992, pp. 480 e segg.
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Bonghi (al tempo ministro dell’Istruzione), poco persuasi della necessità di una simile scuola e favorevoli invece a promuovere l’istruzione pubblica universitaria(304). Al di là dell’effettivo successo dell’istituto, il fatto evidenziava le forzature a cui la figura e il nome di Cavour erano sottoposte a seconda delle esigenze e dei tempi.
La percezione del cambiamento non apparteneva solo al mondo della politica. Sintomatiche dei tempi nuovi furono le vicende legate alla stampa di stretta affiliazione cavouriana. Dopo nove anni di discreti successi, «Il Conte Cavour» di Govean terminò le pubblicazioni all’inizio del 1876; il fondatore stesso aveva abbandonato il giornale nell’autunno precedente. A influire sulla scelta pesarono senza dubbio le incombenze finanziarie non più sostenibili; tuttavia, anche una vaga sensazione di disagio dinanzi alle contingenze dovette indurre l’ex direttore a ritenere ormai conclusa una pagina della storia postunitaria. Queste convinzioni non comportarono però la rinuncia definitiva. Deciso a restare ancora sulla scena della stampa locale, Govean diede vita nel dicembre 1875 a una nuova iniziativa editoriale con il «Papà Camillo», non più quotidiano d’informazione ma giornale «politico, letterario e artistico» secondo la definizione della stampa coeva. Con questa nuova esperienza il cavouriano abdicava al ruolo di giornalista politicamente impegnato preferendo ripiegare sulla direzione di un periodico di minore formato, nel quale i temi trattati appartenevano essenzialmente al mondo culturale. Come suggeriva il nome, il «Papà Camillo» era espressione di una concezione più modesta del giornalismo, un giornalismo che mirava alla circolazione locale, alla diffusione tra il popolo e al suo intrattenimento(305). Nel passaggio da un’intitolazione all’altra si coglievano le diverse pretese del quotidiano: non era più l’autorità del Conte di Cavour, bensì la familiarità di Papà Camillo a simboleggiare il cambio di tenore della testata che a fianco del titolo in corsivo esibiva pure la nota effige di Cavour. La vicenda fu comunque destinata ad avere vita breve, poiché il giornale concluse la sua esperienza il 26 febbraio 1876 dopo aver dato alle stampe sessantasei numeri. Complici le difficoltà economiche e la minore convinzione del direttivo, Govean scelse di porre fine anche a questa iniziativa rifiutando sdegnato la proposta di convertire il periodico in «giornale officioso con fondi di ignota provenienza»(306). Decisione che giungeva pochi giorni prima della «rivoluzione parlamentare» del marzo 1876, quasi a sottolineare la simbolica fine di una stagione.
Un patrimonio in pericolo. I Cavour e l’archivio del conte
La metà degli anni Settanta rappresentò un tornante decisivo anche per la famiglia Cavour. Con il passare del tempo, il susseguirsi di alcuni eventi aveva scandito cambiamenti e passaggi rivelatisi cruciali. Il 2 febbraio 1864 era morto Gustavo Cavour. Il titolo di marchese e buona parte dell’eredità passarono quindi ad Ainardo che amministrò il patrimonio di famiglia escludendo la sorella Giuseppina e confermandosi difensore integerrimo della memoria del venerato Camillo. Abbandonata la carriera diplomatica intrapresa in modo discontinuo sotto il patrocinio dello zio, eletto deputato nel collegio di Santhià e divenuto membro del consiglio comunale di Torino, Ainardo
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304 G. Spadolini, Il “Cesare Alfieri” nella storia d'Italia, Le Monnier, Firenze 1975. Interessanti le riflessioni sul fondatore, responsabile di una «difesa del retaggio di Cavour interpretato in quel senso limitativo e quasi oligarchico e laicamente conventuale», pp. 54-55; cfr. i temi citati in C. Alfieri di Sostegno, Discorso inaugurale della Scuola di scienze sociali pronunziato dal presidente senatore Alfieri il 21 novembre 1875, Tipografia della Gazzetta d’Italia, Firenze 1875.
305 Cfr. l’annuncio in Un nuovo giornale torinese politico-artistico, «Il Baretti», 25 novembre 1873.
306 «Papà Camillo», 29 febbraio 1876.
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assunse il ruolo di legittimo erede di Cavour. Tuttavia, il fatto divenne presto motivo di serie preoccupazioni. Infatti, una malattia incurabile contratta durante il viaggio in Egitto nel 1862 si rivelò fatale per diversi aspetti. Le precarie condizioni di salute aggravarono anche lo stato di salute mentale dell’uomo, esasperandone il carattere irascibile. Pertanto, gli anni trascorsero tra crescenti deliri e peggioramenti che portarono il quarantaduenne Ainardo alla morte il 30 agosto 1875(307). La sua scomparsa mise a rischio la tenuta del patrimonio famigliare e, in particolare, la memoria di Cavour. Alla gestione forse non esemplare dell’eredità si erano aggiunte infatti le disposizioni testamentarie lasciate da Ainardo il quale, celibe e senza figli, aveva deciso lo smembramento delle proprietà, assegnate in buona parte al cugino Eugène De Roussy de Sales, nobile francese residente a Thorens in Savoia. Quest’ultimo avrebbe ereditato il palazzo Cavour in Torino, il castello e la tenuta di Santena nonché tutte le carte del conte, ricevendo preghiera di «bruciare quelle inutili e conservare quelle che gli parevano degne di interesse»(308). Si profilò pertanto all’orizzonte l’eventualità peggiore per la tutela della memoria cavouriana: la dispersione del patrimonio, affidato perdipiù a un individuo «estraneo» che, benché membro della famiglia, era pure cittadino straniero. Il pericolo di un trasferimento Oltralpe delle carte, la loro vendita o la loro secretazione definitiva sembrò assai concreto. A salvare la situazione fu la tenacia di Giuseppina, la quale si adoperò immediatamente per mantenere integra l’eredità patrimoniale e archivistica di famiglia, incontrando il sostegno del governo italiano. Si procedette quindi per vie legali e, contestato il possesso dei beni al cugino De Roussy, in breve tempo giunse il decreto della pretura di Torino in favore degli eredi piemontesi, intenzionati a trattenere tutte le carte cavouriane e a consegnarle al Regio archivio di Stato dell’ex capitale. Fu così che nel marzo 1876 Nicomede Bianchi, direttore dell’istituto e soprintendente, poté accogliere con molta soddisfazione l’arrivo di tre casse di documenti conservati a Palazzo Cavour. Il modenese, che aveva appena dato alle stampe una piccola selezione di carte inedite del conte, pregustava le possibilità future(309).
Tuttavia, l’intervento dello Stato nella questione non risultò gradito come inizialmente poté sembrare. Più complesso risultò infatti il versamento della documentazione conservata a Santena, avvenuta grazie alla collaborazione del conte Carlo Alberto Maffei di Boglio. L’insistenza con cui il governo Depretis premeva per la consegna delle carte, infatti, allarmò i legali incaricati di portare a termine la vicenda, assai ostili all’esecutivo della Sinistra. Tra i restii vi era il regio procuratore generale che, dinanzi alle pressioni ministeriali, preferì tergiversare e rimandare la consegna del materiale d’archivio – procedendo «come una lumaca», avrebbe scritto assai irritato Bianchi(310). Per un certo tempo si pensò anche di concordare migliori condizioni con De Roussy pur di evitare che la documentazione cavouriana cadesse nelle mani del governo. Si rivelò decisiva però l’ostinazione di tutti gli interessati a riunire le carte: da un lato, le sollecitazioni di Giovanni Nicotera, nuovo ministro dell’Interno; dall’altro,
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307 Alcuni ragguagli biografici su Ainardo Cavour in R. Mazziotti, I testamenti del Conte di Cavour, in «Nuova Antologia» XLIX (1914), 16 aprile, p. 648; sulla candidatura politica, cfr. Candidatura di Ainardo Cavour, «Gazzetta del Popolo», 9 aprile 1864.
308 Cfr. la ricostruzione delle vicende in L.C. Bollea – T. Rossi di Montelera, Le carte del Conte di Cavour, in «Il Risorgimento italiano», XIII (1920), pp. 325-357.
309 N. Bianchi, Il conte Camillo Benso di Cavour e le prime elezioni del Parlamento subalpino (Lettere inedite), in «Curiosità e ricerche di storia subalpina», vol. II, Fratelli Bocca, Torino 1876, pp. 261-270; per il ruolo di Giuseppina, cfr. S. Cavicchioli, I cimeli della patria. Politica della memoria nel lungo Ottocento, Carocci, Roma 2022, pp. 177-178.
310 UCEI, Archivio Artom, b. 1, f. 21, lettera di Nicomede Bianchi a Isacco Artom, 22 aprile 1876.
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l’impazienza di Bianchi che contattò archivisti e prefetti per una rapida conclusione del caso(311). Le resistenze vennero quindi vinte e nel maggio successivo anche le carte di Santena entrarono a far parte del Regio archivio torinese(312). Secondo gli accordi pattuiti con De Roussy, ai documenti – collocati ormai al sicuro da occhi indiscreti – venne apposto il divieto di pubblicazione fino a cinquant’anni dalla morte del conte; a questa condizione si aggiunse anche il rigidissimo divieto di consultazione «senza un ordine espresso del Consiglio dei ministri», norma formulata dall’ultimo ministero della Destra e confermata dall’esecutivo di Depretis(313). Scongiurata la dispersione di carte cavouriane, riunito in un unico luogo un vero e proprio tesoro di scritti degni della più solerte custodia, venne meno anche il rischio di un uso pubblico della figura di Cavour estraneo alle volontà delle alte sfere. Negli anni a seguire, solamente alcuni privilegiati sovrintendenti e archivisti avrebbero «deflorato» i carteggi su permesso governativo(314). A sfruttare la possibilità sarebbe stato ovviamente l’insaziabile Bianchi, sempre pronto a esaminare e selezionare con attenzione le carte per edizioni di carattere storico-politico.
Nell’incameramento del materiale archivistico da parte delle istituzioni è possibile cogliere il punto di incontro o, per meglio dire, il compromesso tra i soggetti coinvolti. Innanzitutto, il fatto garantì ai famigliari la conservazione unitaria del patrimonio, affidato alla sorveglianza di figure competenti. In secondo luogo, i cavouriani guardarono con compiacimento alla mole di documenti sottratti alla vista di pubblicisti ostili o di improvvisati curatori di epistolari; del resto, sotto la direzione di Bianchi il Regio Archivio di Torino si confermava roccaforte moderata e, pertanto, diveniva il luogo ideale per una tutela rigorosa delle carte. Inoltre anche la Sinistra ministeriale conseguì un risultato notevole poiché, collocando buona parte degli scritti di Cavour sotto la protezione dell’archivio e quindi degli Interni, poté controllare l’accesso alle carte e il loro potenziale impiego a scopo politico. Sorvegliati da Bianchi, a sua volta sorvegliato dall’esecutivo, i carteggi dello statista erano sottoposti a un doppio livello di custodia. In tal modo il nuovo governo, interessato a celebrare tutt’altra tradizione risorgimentale, avrebbe avuto modo di limitare le narrazioni concorrenziali, i miti e i possibili contro-miti alimentati da un certo uso pubblico della figura di Cavour. I volumi e gli articoli futuri sarebbero stati, almeno in teoria, il frutto di questo compromesso.
Giunte al tornante del 1876 le vicende politiche e famigliari si trovarono a un momento di svolta. Conclusa la parabola dei generali d’Alessandro, completata l’unità territoriale, esacerbato il conflitto con la Santa Sede, consolidati i risultati, il Paese si avviava a una nuova fase. Se da un lato il quindicennio aveva dimostrato le difficoltà di applicazione degli insegnamenti cavouriani, degni di ammirazione ma rivelatisi talvolta oscuri al momento della loro traduzione pratica, dall’altro il conseguimento degli obiettivi aveva rinfrancato le speranze dei più timorosi. Benché abusato, invocato a seconda delle esigenze talvolta come nume tutelare, talvolta come scudo, il nome di Cavour si era rivelato ancora in grado di suscitare entusiasmi e ostilità. Alla prosa della Destra succedeva la nuova stagione dominata dalla Sinistra, decisa, in apparenza, a rompere la tradizione governativa risalente ai tempi preunitari e nominalmente legata alla politica del Gran ministro. Fatto che avrebbe portato i contemporanei a domandarsi
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311 Ivi, lettera di Nicomede Bianchi a Isacco Artom, 28 marzo 1876.
312 Le carte di Cavour, «Gazzetta piemontese», 10 maggio 1876; grande soddisfazione per l’arrivo delle carte in archivio era espressa in Corrispondenze italiane, «L’Opinione», 14 maggio 1876.
313 Cfr. U. Levra, Fare gli italiani, cit., p. 284.
314 L.C. Bollea – T. Rossi di Montelera, Le carte del Conte di Cavour, cit., 325-357; cfr. anche G. Silengo (a cura di), L’archivio Cavour. Inventario, vol. I, Fondazione “Camillo Cavour”, Santena 1974, pp. XIII-XIV.
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quanto l’avvicendamento politico potesse intaccare l’eredità di Cavour. Sul fronte interno alla famiglia, terminato il monopolio di Ainardo, Giuseppina si erse a unica custode della memoria dello statista, determinata a segnare in modo decisivo le successive strategie di costruzione del mito postumo, ancora essenzialmente legato agli ambienti piemontesi. Dal punto di vista della pubblicistica e delle iniziative editoriali dedicate al conte, si era ormai individuato nell’aspetto politico-diplomatico dell’opera di Cavour il punto su cui insistere per assegnare al personaggio un ruolo definito ed elevarlo alle altezze di legittimo protagonista del Risorgimento a fianco di Garibaldi e del sovrano. Messa al sicuro la documentazione utile a corroborare le narrazioni apologetiche ma anche a fornire fonti per la storia, occorreva incentivare il culto della memoria radicandolo ai “luoghi cavouriani”, recuperando la ritualità delle commemorazioni, incentivando la celebrazione di una figura che, priva di reali contendenti sul piano politico, ingigantiva sempre più.