SALUTO DEI VOLONTARI AMICI DI CAMILLO CAVOUR AL MAESTRO RICCARDO MUTI IN OCCASIONE DEL RITIRO DEL PREMIO CAMILLO CAVOUR 2025 DURANTE LA MANIFESTAZIONE PUBBLICA DEL 25 SETTEMBRE.


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Foto Associazione Amici Camillo Cavour

Perché il Maestro merita il Premio. Il grande ruolo svolto da Giuseppe Verdi nella storia Patria: cosa pensava di Camillo Cavour? La musica, l’arte e la cultura popolare che hanno fatto gli Italiani e l’Unità d’Italia. Una significativa manifestazione pubblica che si ripete da 19 anni.

Caro Maestro i Volontari sono onorati di consegnarLe, durante questa pubblica manifestazione, insieme al presidente della Fondazione Cavour, la copia dei caratteristici occhiali del grande statista.

Ricordiamo a tutti che il Premio –tra i più rilevanti a livello nazionale– è frutto della collaborazione iniziata nel 1996 tra le Città di Torino e di Santena, la Regione Piemonte, l’allora Provincia di Torino, lo Stato, la Fondazione Cavour e i volontari dell’Associazione Amici di Camillo Cavour per rendere accessibile e usufruibile un bene culturale pubblico della memoria patria ed europea che rischiava di finire nel dimenticatoio.

La sua presenza, Maestro, è un’occasione per riflettere sul valore della musica, dell’arte e della cultura nella storia, nella memoria e nella vita della società. Siamo altresì sicuri che questa cerimonia avrà un valore per la cultura e la politica italiana ed europea. Lei merita il Premio per tanti motivi. Tra questi, l’aver valorizzato l’opera di Giuseppe Verdi. Nel 1986 significativo è stato il suo esordio come direttore dell’orchestra del teatro alla Scala con il Nabucco e con il bis del “Va’ pensiero”. Il “Va’ pensiero” che non può essere l’Inno degli Italiani. Che, per noi, non può sostituire il canto di Goffredo Mameli e di Michele Novaro.

Oggi con Lei apriamo lo sguardo su tempi gloriosi. Giuseppe Verdi –nato nel 1813 a Busseto nel piccolo Ducato di Parma e morto a Milano, già capitale finanziaria e produttiva, nel 1901– è il compositore –con Rossini, Bellini, Donizetti, Puccini…– che ha reso popolare l’opera, la musica e il teatro. Un ragazzo di umili e fiere origini contadine come lo erano quasi tutti i nostri orgogliosi antenati, che iniziò la carriera partendo da chierichetto e da organista nella sua parrocchia. Le sue opere, dai teatri e dalle chiese, trasmigrarono naturalmente nelle città e nelle campagne per diventare, insieme alle canzoni popolari, i cori delle piazze, delle osterie, delle fabbriche, dei campi, delle aie, delle cascine, delle calde stalle invernali. Canti di persone che, pur non avendo elevati titoli di studio, possedevano intelligenza e cultura sopraffine, trasmesse dalle parole, dalle arie, dalle poesie, dai racconti, dalle favole, dal ballo e dalla pratica dei molteplici lavori imparati fin da bambini. Una musica che nell’Ottocento nelle bande musicali e nella fisarmonica, l’organo del popolo, trovò una nuova espressione tra le persone di umili origini. Quelle che Cavour stimava e frequentava nelle cascine di Santena, del Bacino del fiume Banna, di Grinzane nelle Langhe e di Leri nel Vercellese, nelle piazze, nei mercati e che trovava tra la truppa dell’esercito e dei combattenti volontari per la liberazione dall’occupazione straniera.

Giuseppe Verdi è l’uomo che con coraggio nei giorni delle difficoltà, dell’allontanamento dal potere si dichiarò ammiratore di Cavour “grande uomo di Stato… Padre della Patria”. Un Verdi contadino, popolare, cattolico e imprenditore come lo era Cavour. Verdi un politico, un artista che aveva la capacità di schierarsi, che condivideva la strategia cavouriana –anti-movimentista, anti-austriaca e anti-mazziniana– dell’Italia unificata intorno alla Costituzione del 1848 e alla monarchia Sabauda.

Lo testimonia la lettera di Verdi a Camillo Cavour da Busseto del 21 settembre 1859.

Eccellenza!

Che l’Eccellenza Vostra voglia scusare l’ardire e la noia che forse le reco con queste poche linee. Io desiderava da molto tempo conoscere personalmente il Prometeo della nostra nazionalità, né disperava trovar occasione per soddisfare questo mio vivo desiderio. Quanto però non avrei osato sperare è la franca e benigna accoglienza colla quale l’E.V. degnossi onorarmi. Io ne ripartii commosso! Non scorderò mai quel suo Leri, dov’io ebbi l’onore di stringere la mano al grande uomo di Stato, al sommo Cittadino, a Colui che ogni italiano dovrà giustamente chiamare Padre della Patria. Accolga con bontà, Eccellenza, queste sincere parole del povero artista, che non ha altro merito se non quello di amare e d’aver sempre amato il proprio paese.

Col più profondo rispetto, dell’Eccellenza Vostra umil Servo. G. Verdi

Badate bene. La lettera è del 21 settembre 1859. Cavour è fuori. Non è più Primo Ministro. Il 24 giugno c’era stata la battaglia vittoriosa di Solferino e San Martino. Ma Napoleone III aveva firmato la pace con gli Austriaci. Re Vittorio Emanuele era d’accordo. Cavour no e dopo una furiosa lite, politica, si dimise. Il Re e tanti altri erano contenti di liberarsi di una figura così grande. Cavour si ritirò a Leri. Verdi dunque scrive a chi è fuori dal giro, si espone in prima persona. Sta elogiando chi si è messo da parte per il bene della Patria. Intanto il processo di Unificazione andava avanti inesorabilmente. Il 21 settembre Verdi visitò Cavour a Leri. Chi contava passava di lì per concordare indirizzi politici. La borgata di Leri era diventata la capitale dell’Italia che si stava unificando. Quattro mesi dopo, obtorto collo, il Re dovette richiamarlo per formare il nuovo governo che gestì il passaggio dal Regno di Sardegna al Regno d’Italia. E Verdi nel 1861 accettò la candidatura alla Camera per il bene dell’Italia unita.

Il Premio Cavour a Riccardo Muti è per tutti noi occasione per ricordare, con una manifestazione aperta al pubblico, il lavoro, i valori e l’etica che ci hanno lasciato in eredità i nostri antenati. Un bene che non dobbiamo sperperare.

Grazie!…. grazie Maestro Muti da parte degli Amici di Camillo Cavour e di tutte le persone qui presenti.

Gino Anchisi da Santena, la città di Camillo Cavour, 25 settembre 2025

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