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Cavour e il risorgimento


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1 - Gli ingranaggi dell’azione di Camillo Cavour dal 1848 al 1861: tecnologie, infrastrutture, istituzioni ( a cura di Gino Anchisi ed Irma Genova )

2 - Il Risorgimento ( a cura di Francesca Druetti )

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1 - Gli ingranaggi dell’azione di Camillo Cavour dal 1848 al 1861: tecnologie, infrastrutture, istituzioni

Finiti i moti radicali-rivoluzionari del 1848-49, tramontato il disegno neoguelfo, municipalista e federalista, il processo di indipendenza in Italia dispone di due soluzioni, entrambe rivoluzionarie. La prima movimentista-repubblicana di Mazzini, la seconda costituzionale-riformista interpretata da Cavour. Mazzini esalta gli ideali, stimola alla rivolta. La rivoluzione fa proseliti, molti si esaltano. Le cospirazioni però seminano apprensione e col tempo si avverte la mancanza di concretezza e di prospettiva.

La politica cavouriana usa sul piano interno ed internazionale lo spauracchio della sedizione, proponendo come unica alternativa la soluzione piemontese. Cavour rappresenta uno Stato in cui progresso ed innovazione sono protagonisti.

Piemonte, in Italia ed in Europa, significa moderne istituzioni, libertà di stampa, scuole ed innovazione nella finanza, agricoltura, industria, infrastrutture, trasporti e comunicazioni.

Cavour ama le nuove tecnologie, conosce la loro applicazione, tra i primi utilizza quella che trasporta velocemente le informazioni: il telegrafo. Tramite l’agenzia Stefani, collegata al Lloyd triestino, riesce a ricevere con 24-36 ore di anticipo sugli Inglesi le notizie dal Levante, cosa che disturba alquanto il governo del Regno Unito. La rivoluzione industriale e sociale crea ceti emergenti ed un’opinione pubblica che chiede progresso, modernizzazioni, nuovi diritti ed istituzioni capaci di regolarli. La politica cavouriana, basata sulla separazione e sull’equilibrio tra i poteri, raccoglie crescenti consensi.

La partecipazione alla Guerra di Crimea (1855) è il primo passo di una politica di alleanze interne ed internazionali, che si dispiegherà pienamente dopo il Congresso di Parigi del 1856. La piccola penisola del Mar Nero è il teatro di uno scontro di portata mondiale. Tutte le potenze occidentali, tranne gli Stati Uniti, scendono in campo su un francobollo di territorio. In gioco c’è il controllo del Mediterraneo. La guerra è una grande operazione logistica in cui sono protagoniste le navi a vapore, che trasportano centinaia di migliaia di soldati. Le flotte militari si rinnovano e si riarmano. Gli arsenali sono i centri della più alta specializzazione tecnologica e professionale.

I progressi tecnici nella meccanica e nella metallurgia sono spettacolari. La macchina a vapore da fonte di energia meccanica evolve in forza di azione motrice e di trazione. Il treno è simbolo di evoluzione scientifica, di conquista di nuovi territori, di velocità, di abbreviazione dei tempi. La rincorsa agli armamenti finanziati dagli stati fa da traino allo sviluppo. Inghilterra e Stati Uniti competono per il controllo strategico dei mari. In ballo ci sono la sicurezza delle vie di navigazione, la difesa degli interessi commerciali, il controllo degli approvvigionamenti di materie prime e di semilavorati in un mercato sempre più globalizzato.

Gibilterra e Suez sono due capisaldi decisivi del sistema Mediterraneo, cardini su cui ruota la politica europea e mondiale del Regno Unito.

Gli Inglesi allungano il loro sguardo e la loro influenza su Corno d’Africa, Africa Sud-Orientale, Golfo Persico, India, Filippine, Malesia, Thailandia, Indonesia, Cina, Australia, Nuova Zelanda e area del Pacifico. Il controllo dei Dardanelli è importante, i Russi vanno tenuti indietro. Il Piemonte si schiera con l’Inghilterra, la Francia, l’Austria e l’Impero Turco, contro la Russia. Il Mediterraneo è la nuova frontiera, il Canale di Suez è il passaggio ad Oriente, Genova deve diventare il primo porto di questo mare. L’Inghilterra ha bisogno di rispondere alla prepotente crescita della potenza navale degli Stati Uniti nella competizione scatenata dall’espansione dei commerci e dei trasporti mondiali. Sull’Atlantico e nel Pacifico la gara con gli Stati Uniti è aperta. L’ago pende in favore dell’ex colonia e Cavour lo sa.

Cavour, forte del credito acquisito nel conflitto per il controllo del Mediterraneo, punta sulla Francia e sull’Inghilterra. La fine della Santa Alleanza tra Austria e Russia consente di aprire con decisione il conflitto con l’Impero di Francesco Giuseppe. Mano a mano Cavour sottrae a Mazzini l’iniziativa e la leadership sul moto nazionale. La modernizzazione del Regno di Sardegna avviata dal suo governo acquista credibilità e consensi. Devono però maturare le condizioni internazionali che danno sostanza alla sua strategia. Nel 1857, il fallimento della spedizione di Carlo Pisacane rafforza la scelta cavouriana. Francia ed Inghilterra devono convenire che la linea di Cavour, contraria alla reazione e al radicalismo, è giusta e praticabile.

A complicare il quadro si inserisce la vicenda dei Principati danubiani, che scompagina le alleanze internazionali sulla questione dei Balcani. Per “fortuna” lo scontro tra Francia ed Austria si fa più acceso.

Nel gennaio 1858 l’attentato di Felice Orsini a Napoleone III paradossalmente si trasforma in un mirabile veicolo di consenso verso la linea cavouriana. La condanna a morte dell’attentatore colpisce l’opinione pubblica con un’ondata emotiva di cui è compartecipe l’Imperatore.

A luglio Napoleone III e Cavour s’incontrano in segreto a Plombières Les Bains e si decide la guerra all’Austria in caso di aggressione al Piemonte.

Napoleone III vuole subentrare agli Austriaci nel controllo della Penisola.

Al Regno di Sardegna saranno aggiunti la Lombardia, il Veneto e l’Emilia-Romagna. Toscana, Umbria e Marche passeranno sotto sovrani francesi. Il Regno delle Due Sicilie resterà ai Borboni, il Papa governerà sul Lazio e su Roma. La Francia avrà la Savoia e Nizza. Fuori gli Austriaci, dentro i Francesi, questo vuole l’Imperatore. Cavour mira al Regno dell’Alta Italia, che porta in dote la ricca Pianura Padana e un nuovo sbocco sul mare Adriatico, mare su cui pesa l’ipoteca inglese.

Il conflitto va preparato e provocato il più in fretta possibile, prima che mutino le condizioni. Nei primi mesi del 1859 il sogno sembra svanire: Napoleone III vacilla, contro la guerra premono le grandi potenze ed anche l’opinione pubblica. Cavour è prima allarmato, e poi angosciato. Si arrabbia, pensa al suicidio, grida al tradimento, minaccia di andare negli Stati Uniti e da lì esporre al pubblico ludibrio il Francese. Poi, come suo solito, applica la tattica dell’attesa vigile. Asseconda, provoca, lusinga, finalmente l’orgoglio gioca un brutto scherzo all’Imperatore austriaco.

La guerra di Indipendenza trova nella Società Nazionale l’organizzazione capace di unire il movimento nazionale alla corona di Vittorio Emanuele II. L’adesione di Daniele Manin e soprattutto di Giuseppe Garibaldi è il segnale di un successo politico e della presa sull’opinione pubblica. Il pendolo dell’egemonia oscilla dalla parte di Cavour. L’ultimatum al Piemonte del 23 aprile scatena il conflitto, la Francia interviene, non ci sono alternative. E gli Austriaci perdono.

Il nazionalismo, dalla Germania ai Balcani e al Lombardo-Veneto, è un terremoto che sgretola la fragile roccia su cui poggia l’Impero austro-ungarico. Il 24 giugno a Solferino e San Martino i Franco-Piemontesi vincono una battaglia che rimarrà nella storia e nella memoria. Venezia sembra a portata di mano. Ma Napoleone III vuole l’armistizio. Vittorio Emanuele II, con realismo, è d’accordo. Camillo Cavour è contrario e lo urla in faccia al Re.

Lo scontro tra i due è memorabile. Il conflitto istituzionale è imponente. Il Primo Ministro, l’artefice della politica nazionale ed internazionale, il leader cui guarda il ceto dirigente risorgimentale, si dimette.

L’11 luglio 1859 va a Leri e poi raggiunge Ginevra, terra che ritempra lo spirito e la mente. Ormai un processo inarrestabile è in moto: chi lo può governare è solo Camillo Cavour e il re lo richiama al governo il 21 gennaio 1860. La guerra per l’Indipendenza si trasforma in corso d’opera in un conflitto a tutto campo per realizzare uno stato unitario. Il movimento nazionale si gonfia, spinto da un vento impetuoso. Il progetto egemonico di Napoleone III è in frantumi ma, come concordato, otterrà la Savoia e Nizza.

Le Annessioni dei Ducati, della Toscana, della Romagna si accompagnano alla spedizione dei Mille di Garibaldi del 6 maggio 1860.

Nel settembre dello stesso anno la dichiarazione di guerra e l’invasione dello Stato pontificio da parte dell’esercito sardo saldano rivoluzionari e moderati nel moto nazionale ed evitano che i Garibaldini puntino su Roma e sul Papa. La stretta di mano tra Vittorio Emanuele II e Garibaldi a Teano segna la vittoria e la consacrazione di Cavour. Egli è l’artefice di un’operazione che avviene in tempi brevi, nel periodo che va dall’aprile 1859 al marzo 1861. In ventidue mesi si realizza l’Unità d’Italia.

Mancano il Veneto (1866) e il Lazio e Roma (1870).

Dalla guerra di Crimea sono passati solo 6 anni. I Piemontesi hanno attraversato il Mediterraneo per combattere in terre mitiche ed esotiche. I Russi, sconfitti, giammai avranno il controllo dei Dardanelli. La spedizione è una prova generale delle potenzialità fornite dalle nuove tecnologie trasportistiche di cui il Regno di Sardegna dispone. Il Piemonte è nel club delle potenze del Mediterraneo. L’impatto sull’opinione pubblica è notevole.

Sei anni sono un lasso di tempo breve, frenetico, elettrizzante. In Europa, nel cuore del Mediterraneo si forma un nuovo, unico Stato. Gli Inglesi hanno dato il beneplacito, favorendo l’invasione del Regno delle Due Sicilie e dello Stato Pontificio. La fantastica “autostrada del mare” verso l’Oriente, ormai solcata dalle moderne navi a motore, è pronta a cogliere le nuove opportunità dell’espansione mondiale dei commerci. Due favolose infrastrutture sono in cantiere: il Canale di Suez e il Tunnel del Frejus.

Il Mediterraneo è collegato con l’Oceano Indiano e una linea ferroviaria posta alle spalle del porto di Genova, passando da Alessandria e Torino, si congiunge alla rete di trasporto del Nord Europa, fino all’Inghilterra.

La mobilità via mare e via terra compie un balzo in avanti, abbreviando i tempi e le distanze ed alleviando le fatiche. Le Alpi sono superate da una linea di alta velocità che le percorre ad 80 km/h, contro gli 8 km/h del mulo.

L’Italia si unisce all’Europa che conta. Tecnologia, infrastrutture, istituzioni sono le innovazioni su cui poggia il progresso che raccoglie le speranze degli Italiani e dei Patrioti.

Camillo Cavour diventa Primo Ministro dell’Italia Unita il 23 marzo 1861 e si accinge a governare il nuovo Stato con il piglio inossidabile dei suoi giorni migliori. Il miracolo è compiuto.

E’ ancora giovane, ha solo cinquant’anni ma la fatica si fa sentire. Già una pesante nube appare all’orizzonte. Scoppia la rivolta nel Meridione. Il “brigantaggio” sostenuto dai Borboni e dai Papalini scatena un conflitto che si trasformerà in guerra. Poche settimane di gloria e di preoccupazioni separano lo scomunicato Cavour dalla morte, che avverrà il 6 giugno 1861.

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2 - IL RISORGIMENTO

Nel 1796 il Direttorio, il nuovo organo di governo francese, affida a Napoleone Bonaparte la campagna d’Italia, che porta alla formazione della Repubblica Cispadana (comprendente Modena, Reggio e Ferrara) e della Repubblica Cisalpina (comprendente la Lombardia).

Le Costituzioni delle repubbliche hanno una grande carica innovatrice, sia per quanto riguarda i diritti politici, sia quelli civili. Solo questi ultimi sopravvivono durante l’età napoleonica, ma sono fondamentali per sancire la fine dell’ordine sociale su cui poggia l’Antico Regime: scompaiono i fedecommessi, le primogeniture, le manomorte; il registro di stato civile e il matrimonio civile si affiancano a quelli ecclesiastici; la condizione femminile e maschile è parificata nella successione; gli ebrei ottengono i pieni diritti civili e politici.

Ad essere toccato nel vivo dalle novità “giacobine” del triennio 1796-99 è il potere regio e anche quello ecclesiastico. E’ allora che nasce la parola Risorgimento, in riferimento alla risurrezione della patria.

Ma chi sono i patrioti del triennio?

Soprattutto borghesi, anche se si dà tradizionalmente un grande peso al contributo della componente massonica, formata da nobili e borghesi insieme.

Anche il basso clero ingrossa le fila dei patrioti.

Non sempre questi individui hanno chiare le distinzioni che vanno già delineandosi e che attraverseranno poi la storia del Risorgimento.

Quella tra democratici e moderati, per esempio, e poi quella tra unitari e federalisti.

La distinzione tra un sistema di democrazia diretta e il sistema rappresentativo liberale non è avvertita nettamente. Hanno tutti (o quasi) in comune l’idea di nazione, coincidente con la patria. Non si tratta di una parola nuova, ma di una nuova entità: non più solamente l’insieme di persone di una stessa città, come è stato fino ad allora. Ora la nazione diventa un concetto più complesso, ideale e democratico, che comprende tutti, non solo i concittadini. Il modello è quello francese.

Un’altra sfumatura corre tra i patrioti, riguarda l’aspetto religioso: molti aspirano alla diffusione di un cristianesimo evangelico; altri covano un furore anticlericale, anticattolico e a volte anticristiano.

I soggetti che maggiormente avversano l’assolutismo del potere, in particolare a Milano, sono gli intellettuali. L’esito della loro riflessione è di due tipi: moderato o radicale, cioè liberale o democratico.

Le richieste dei moderati, che finiscono per prevalere, riguardano la Costituzione e la formazione di un’assemblea elettiva.

In Europa il fattore di instabilità più rilevante è la miseria nelle campagne. L’ancien regime riesce a coniugare l’ostilità antifrancese con il malcontento generale ponendosi alla testa delle rivolte dei contadini.

Mentre Napoleone è in Egitto ( Campagna d'Egitto) un esercito di Austriaci e Russi marcia in territorio italiano, abbattendo le Repubbliche.

A Napoli la reazione è particolarmente violenta, le esecuzioni di patrioti ordinate dai Borboni sono più di cento, mentre le strade sono insanguinate dalle stragi dei lazzari e dei contadini guidati dal cardinale Ruffo alla volta della città.

Il triennio si chiude con il fallimento della rivoluzione importata dalla Francia, a cui ampie fasce della popolazione, in particolare quelle contadine, non prendono parte.

Con il rapido rientro di Napoleone dall’Egitto si apre una nuova fase nella storia italiana.

Il dominio francese sull’Italia torna ad affermarsi, e durerà fino al 1814.

La Repubblica Cisalpina diventa dapprima Repubblica Italiana nel 1802 e poi Regno Italico.

Il Regno Italico assorbe tra il 1805 e il 1809: il Veneto, le Marche e il Trentino; il Regno di Napoli viene tolto ai Borboni e affidato prima ad un fratello di Napoleone e poi al generale Gioacchino Murat; Toscana, Umbria e Lazio (nel 1808 il Papa viene arrestato e Roma occupata).

Nell’età napoleonica la rete di comunicazioni conosce sostanziali miglioramenti, ma il fattore che contribuisce maggiormente all’uniformità e alla centralizzazione è l’amministrazione napoleonica.

Un'altra novità che il regime napoleonico introduce nei territori italiani è la coscrizione obbligatoria che pur alimentando il malcontento, costringe lo Stato a prendere coscienza di ogni suo cittadino.

Le classi alte, le aristocrazie, mutano la propria natura, trasformandosi in quello che è definito notabilato.

Acquistano nuove terre, valorizzano quelle che già possiedono, imborghesendosi. In ogni caso il valore simbolico dei titoli nobiliari non risulta minimamente appannato.

Il potere si va accentrando nello Stato grazie all’introduzione del codice civile francese. Gli aristocratici inizialmente partecipano in gran numero alla pubblica amministrazione, poi il loro numero diminuisce.

Una gran parte della popolazione, però, della dominazione francese avverte soltanto il peso delle tasse aumentate e della coscrizione obbligatoria, che grava soprattutto sulle classi più povere, perché i più ricchi hanno la possibilità farsi sostituire pagando una quota.

Numerosi sono i mendicanti, i vagabondi e i briganti, a cui si aggiungono i renitenti alla leva militare che si danno alla macchia. Il brigantaggio è alimentato dal tipo di rapporti sociali nelle campagne, soprattutto nel Mezzogiorno.

Con la fine del feudalesimo alcuni proprietari hanno usurpato le terre comuni per uso privato, rompendo un equilibrio delicato nell’economia alimentare delle comunità.

Molti contadini sono espulsi dalle campagne in seguito alla capitalizzazione dell’agricoltura e vanno ad ingrossare le fila dei mendicanti in città. Per di più, le città portuali sono messe in difficoltà dal divieto di commerciare con l’Inghilterra imposto da Napoleone.

Queste sono le cause principali di un malcontento diffuso, lontano dagli ideali di unità nazionale e di indipendenza.

Ideali chiari e definiti solo per una parte della popolazione, che però contribuiscono in maniera determinante a costruire l’idea di nazione.

Con la sconfitta di Napoleone gli animi tornano ad incendiarsi. Alcuni degli uomini di Napoleone cercano di mantenere vivo il suo dominio, ma Beauharnais è costretto a dimettersi nel 1814, causa una sollevazione popolare a Milano. Napoleone esce di scena e l’Austria riprende il suo posto egemone nella geopolitica italiana.

A Napoli, Murat si allea con Inglesi e Austriaci per tentare un’unità italiana sotto la bandiera del Regno di Napoli, ma gli Austriaci, una volta ripreso il controllo della situazione, lo costringono alla fuga in Corsica e alla fine lo condannano alla fucilazione.

La prima azione politica degli avversari di Napoleone è la restaurazione dei sovrani legittimi sui troni da cui l’Imperatore li ha scacciati.

Ogni traccia dei principi rivoluzionari deve essere cancellata. Fino al 1830 Restaurazione e legittimismosono le parole d’ordine in Europa.

Genova e Venezia costituiscono due eccezioni: perdono l’autonomia e sono annesse l’una al Piemonte e l’altra al Regno Lombardo-Veneto.

Il Risorgimento, anche se la parola conosce una certa circolazione anche negli anni precedenti, entra nel vivo proprio con la resistenza alla Restaurazione.

I sovrani restaurati mantengono la centralizzazione che l’amministrazione napoleonica ha introdotto, trovando conveniente la maggiore concentrazione del potere nelle loro mani.

La nobiltà rimane delusa dalla mancata riacquisizione dei suoi antichi poteri, sentendosi stretta tra uno stato ancora più assoluto e una borghesia arricchita e rafforzata.

Un’altra occasione di conflitto tra le classi alte è la carriera universitaria, considerata sempre più necessaria per i funzionari statali: ricchi borghesi e nobili frequentano gli stessi studi.

Il Regno di Sardegna è lo Stato italiano in cui resiste più tenacemente la vecchia nobiltà.

C’è molta diffidenza da parte delle persone di potere nei confronti degli intellettuali e dell’istruzione. La censura affidata alla polizia diventa più severa e particolarmente zelante.

Con la Restaurazione il Papato è rafforzato.

I sovrani europei, desiderosi di stabilità dopo tante rivoluzioni, puntano sulla forza pacificatrice della Chiesa. La nuova religiosità, più intimamente devozionale, rivolta alle anime semplici, basata sul culto di Maria, del Sacro Cuore di Gesù, dei santi, delle reliquie, degli esercizi spirituali, è adatta per la tranquillità degli animi.

L’istruzione è affidata agli ecclesiastici e, tranne che nel Lombardo-Veneto, il clima è di pesante clericalismo.

Tra gli oppositori della Restaurazione ci sono i nobili liberali, che non pensano a riottenere gli antichi diritti, ma a difendere la propria autonomia tramite la Costituzione.

Ci sono poi le società segrete, tra cui la più importante è la Carboneria, fiorita già in epoca napoleonica nel Mezzogiorno e poi diffusasi anche nel Centro e Nord Italia. E’ una società dalla forte componente cristiana, tanto che gli adepti sostengono a volte che il primo carbonaro è stato Gesù Cristo, e molti preti sono affiliati alla società. Si tratta però di una religiosità di tipo diverso da quella di Roma, perché segue una linea strettamente evangelica del cattolicesimo.

Italia e Europa sono pronte per altre rivoluzioni.

Per prima si solleva la Spagna, nel 1820, con la richiesta del ripristino della Costituzione del 1812, ritirata con la Restaurazione.

Anche Napoli si solleva, dando vita alla seconda rivoluzione napoletana dopo quella del 1799.

In Piemonte la borghesia provinciale e i giovani aristocratici torinesi costituiscono la parte liberale del ceto più elevato. Vogliono la Costituzione e la guerra all’Austria sotto la bandiera tricolore.

Nel 1821 Santorre di Santarosa si mette alla guida dei liberali piemontesi e tenta di guadagnare alla propria causa Carlo Alberto, il probabile erede al trono.

Il 10 marzo, spinto dallo scoppio del moto liberale, il re Vittorio Emanuele I abdica in favore del fratello Carlo Felice e, in sua assenza, affida la reggenza al nipote Carlo Alberto.

Egli concede la Costituzione richiesta, ma il nuovo Re non avalla la sua decisione e chiama l’esercito austriaco per sedare l’insurrezione. Carlo Alberto si converte all’assolutismo reazionario.

Il bilancio dei moti del 1820-21 lascia in eredità alla generazione successiva gli obbiettivi dell’indipendenza e dell’unificazione nazionale.

La reazione è decisa. Silvio Pellico e Federico Confalonieri prima sono condannati a morte e poi imprigionati nella fortezza ungherese dello Spielberg. Altri patrioti scelgono la via dell’esilio.

Il cancelliere austriaco Metternich intuisce che, per normalizzare la situazione, è necessario fare delle concessioni, ma i sovrani europei non raccolgono il suo suggerimento, troppo affezionati ormai ai vantaggi del potere centralizzato e assoluto. Anzi, la repressione è più dura e le epurazioni più numerose.

Per un decennio l’ordine forzato regge, ma nel 1830 si apre un nuovo periodo di fermenti.

Parigi è la prima città a sollevarsi.

I Borboni sono cacciati nel luglio 1830, un nuovo Re sale al trono, è Luigi Filippo d’Orleans. Seguono il Belgio e la Polonia.

La solidarietà legittimistica delle nazioni restaurate si rompe: Francia e Austria si allontanano, a tutto vantaggio del Regno di Sardegna.

Modena, Bologna, Parma, le Romagne, le Marche e l’Umbria sono attraversate da tensioni rivoluzionarie. Le insurrezioni iniziate nel febbraio 1831 già nel marzo dello stesso anno sono spente dall’intervento dell’esercito austriaco. E’ chiaro a tutti che il movimento liberale non può risolversi nella cospirazione della Carboneria.

L’obiettivo dell’Unificazione lega democratici e moderati, rivoluzionari e riformatori nella lotta per la Costituzione e per l’Indipendenza.

Nel corso dell’Ottocento la popolazione aumenta, l’agricoltura prosegue sulla strada della modernizzazione, il mare e i canali sono solcati da navi e battelli a vapore, nascono le prime ferrovie, le prime industrie tessili, metallurgiche, meccaniche e della carta.

La condizione generale dei lavoratori però non ne trae giovamento, perché i salari diminuiscono e il popolo, soprattutto nelle campagne, si trova in difficoltà. Nelle città cresce la miseria, la mortalità infantile e anche l’abbandono dei bambini.

Nelle campagne, d’altro canto, vagabondi, briganti e contrabbandieri sono numerosi. Al contrario, le condizioni dei ceti medi e alti migliorano, nel complesso.

Non esiste una sola realtà italiana, ma “cento Italie” diverse, e la difficoltà delle comunicazioni non fa che accentuarne la frammentazione. Tanto l’elite, quanto la borghesia, il popolo e le industrie nascenti avvertono la mancanza di omogeneità tra Stato e Stato, tra territori e territori. Naturalmente questa separazione è molto evidente e profonda nel popolo, mentre nobili, ricchi e borghesi e soprattutto intellettuali hanno maggiori occasioni di incontrarsi e di avviare un processo di integrazione. Alfieri, Leopardi, Foscolo, Manzoni, Verdi sono alcuni degli intellettuali di riferimento.

I luoghi deputati per gli incontri sono ovviamente le città, soprattutto quelle maggiori, le capitali degli stati: Torino (conta 136.000 abitanti nel 1848), Napoli, Milano, Firenze e Genova, Palermo.

Roma è un caso diverso, è ancora legata a un modello di città meno moderno, poco interessato dallo sviluppo.

Nelle città le differenze fra nobili e ricchi borghesi si attenuano fino a scomparire. Esponenti di entrambi i ceti fanno parte degli stessi circoli, delle stesse associazioni. Le donne di norma non vi partecipano: i loro spazi sono i salotti delle loro case, in cui vengono invitati i personaggi più in vista del panorama intellettuale e sociale. I salotti sono luoghi di aggregazione importanti perché, in un clima di scarsa libertà pubblica, danno la possibilità di scambiare ed esprimere idee politiche come in altri ambienti non è prudente fare.

L’idea di nazione si compone di tre grandi filoni: uno letterario, alimentato dagli intellettuali e dal clima di romanticismo democratico diffusosi in Europa, uno progressista basato sullo sviluppo delle scienze, delle tecnologie, dei commerci, delle industrie e delle professioni, e uno legato alla tradizione. Quest’ultimo si appoggia a fattori come la famiglia, la lingua, la storia comune, l’idea della terra oppressa dallo straniero.

Tutto ciò contribuisce a far nascere negli italiani, o almeno in una parte di essi, la coscienza di appartenere ad una nazione, e che questa è la loro patria.

In qualche modo, insistere sul tasto della famiglia serve a mutuare l’idea che, come si appartiene alla propria famiglia, non per scelta ma per vincoli naturali, allo stesso modo si è legati alla propria patria.

Questi sono concetti e valori che si trasmettono più facilmente anche a quegli italiani che non leggono poesie, romanzi, giornali e articoli di argomento patriottico.

Maggiore efficacia hanno i canti popolari che meglio raggiungono ed interpretano i sentimenti della gente comune. In questo quadro, le donne sono eroine caste e vergini, oppure madri pronte a offrire i propri figli alla causa rivoluzionaria.

Tra il 1831 e il biennio 1848-49 si consumano gli anni più intensi e decisivi del Risorgimento.

Tra i protagonisti c’è Giuseppe Mazzini, un personaggio atipico, con un profondo senso etico e religioso, una fede assoluta nell’ideale da inseguire. La sua è una missione, una chiamata, il cui nome è Repubblica. Anche se fallisce nell’immediato, il suo ideale si realizza sul lungo periodo.

Mazzini dà vita alla Giovine Italia nel 1831, e poi alla Giovine Europa nel 1834. La sua forza è la decisione con cui afferma il principio della Nazione, la sua debolezza sta nel metodo proposto per realizzarlo.

Nel 1848 la sollevazione di Parigi avvia un altro biennio di rivoluzioni.

Gli anni precedenti hanno visto l’elezione al seggio pontificio di Pio IX, noto per la sua simpatia per le idee liberali. Infatti, lo Stato pontificio diventa teatro di alcune riforme, che fanno del Papa l’incarnazione delle speranze dei patrioti. La sua vicinanza al moto nazionale fa sì che vi aderiscano molti membri del clero, e che esso coinvolga anche i contadini e le donne.

Gli altri sovrani seguono il suo esempio, promuovendo alcune riforme. Tuttavia, si tratta di provvedimenti insufficienti per sedare le tensioni. La libertà generale cresce, e con essa anche quella delle minoranze religiose: ebrei e valdesi in Piemonte.

Nei diversi Stati e in particolare nel Lombardo-Veneto il malcontento è alimentato anche dalla disoccupazione intellettuale creata dal grande aumento del numero degli studenti nelle scuole e nelle università. La rabbia contro gli austriaci va crescendo. Nel gennaio del 1848 scoppia una celebre protesta: i milanesi rifiutano di fumare i sigari, per protestare contro la tassa che gli austriaci impongono.

Reclamano allo stesso modo degli americani, con la famosa “protesta del the” di Boston, attuata contro gli Inglesi.

Il grano e il mais aumentano di prezzo, provocando ribellioni tanto nelle città quanto nelle campagne.

Tutte queste cause di risentimento confluiscono nel movimento nazionale.

Uno dei grandi nodi da sciogliere, in particolare per la situazione del Regno di Sardegna, è il contegno di Carlo Alberto, il Re “tentenna”.

Fino al 1845 il Re segue una linea reazionaria e marcatamente clericale. Poi, alla vigilia delle rivoluzioni del 1848, il suo atteggiamento cambia, quando intravede la possibilità di usare il movimento nazionale per allargare il dominio piemontese in Lombardia.

Nel gennaio 1848 c’è unasollevazione a Genova, e Cavour ne approfitta per chiedere a Carlo Alberto una Costituzione, ma questi oppone un netto rifiuto. Negli altri Stati, invece, i sovrani cedono.

La Sicilia si solleva il 12 gennaio, chiedendo il ripristino della Costituzione del 1812. Ferdinando II, re delle Due Sicilie, concede la Costituzione il 29 gennaio; entro la metà di marzo, gli altri sovrani lo imitano, compreso Carlo Alberto.

Solo il Lombardo-Veneto, Modena e Parma rimangono escluse da questa reazione a catena.

Alcune delle Costituzioni, tra cui quella piemontese, hanno il nome di “Statuti”, come le costituzioni cittadine.

Lo Statuto del Regno di Sardegna presenta una curiosa mescolanza tra uguaglianza e limitazione dell’uguaglianza stessa: tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge, ma gli antichi titoli nobiliari restano in vigore; la magistratura, che dovrebbe essere indipendente, è in realtà vincolata al governo, che controlla il pubblico ministero; il cattolicesimo è ribadito religione di stato.

Lo Statuto Albertino nel 1861 diventerà la Carta costituzionale dello Stato italiano.

La questione del Lombardo-Veneto esplode il 18 marzo.

Milano inizia la sollevazione cittadina nota come le “Cinque giornate”. Il popolo insorge spontaneamente, il 20 marzo è istituito un Consiglio, di cui fa parte Carlo Cattaneo. Il tricolore è issato sul Duomo. Le campagne e altre città sono coinvolte nella sollevazione. Tutti stanno cacciando gli Austriaci. Modena e Parma si uniscono alla rivolta. La notte del 22 marzo gli Austriaci abbandonano Milano sotto una pioggia torrenziale. Tra il 21 e il 24marzo arrivano in città volontari dalle campagne e dalle montagne per unirsi agli scontri.

Contemporaneamente anche a Venezia gli Austriaci sono cacciati.

Carlo Alberto dichiara guerra all’Austria il 23 marzo, marciando sotto la bandiera tricolore. E’ la prima guerra di indipendenza.

Il risultato più rilevante è la partecipazione degli altri sovrani italiani alla guerra, particolarmente significativa, in quanto la diffidenza verso il Piemonte è ancora forte nel movimento nazionale.

Il fallimento dell’operazione bellica ha diverse cause, alcune estranee ai puri eventi militari. Garibaldi rientra dal Sud America per combattere per la causa nazionale, ma è guardato con sospetto dai moderati piemontesi, che lo tengono in disparte. Essi sono più preoccupati dei possibili sviluppi radicali e repubblicani della lotta, che non degli Austriaci.

L’esercito sardo ha alle spalle una tradizione che lo porta ad avversare quegli stessi ideali di nazione e libertà per cui ora si trova a combattere. Gli ufficiali ricevono un’educazione reazionaria, e questo, insieme alla loro scarsa preparazione militare, segna il destino degli scontri.

Carlo Alberto ha un obiettivo: l’annessione della Lombardia al Piemonte, risultato che sembra molto vicino dopo le Cinque giornate. Cattaneo invece spera nell’intervento della Francia, per dare stabilità alla situazione lombarda, ma quando questo non si verifica, l’annessione al Piemonte pare essere l’unica soluzione per evitare la degenerazione dell’ordine sociale.

Il progetto naufraga, in agosto, dopo la sconfitta piemontese a Custoza e la firma della pace con l’Austria. Nel frattempo visto il voltafaccia di Pio IX tramonta definitivamente l’idea di dar vita ad una federazione italica presieduta dal Papa.

Il neoguelfismo esce sconfitto. Manzoni dirà “Pio IX prima benedice l’Italia, poi la manda a benedire”.

Il sud Italia ha un destino diverso dalle regioni del nord.

Dopo la rivolta siciliana del gennaio 1848, il 15 maggio Ferdinando II riprende il potere segnando l’allontanamento del Mezzogiorno dai processi di modernizzazione in corso: denunce al regime instaurato dal Re giungono significativamente anche dall’Inghilterra.

Con il fallimento del piano dei moderati, la voce dei democratici torna a farsi sentire.

In Toscana il triumvirato Guerrazzi, Montanelli e Mazzoni costituisce un episodio di governo democratico, a cui i moderati toscani pongono fine nel 1849. Nello Stato pontificio, l’esponente dei moderati Pellegrino Rossi, che dirige il governo è assassinato; il Papa fugge a Gaeta e l’8 febbraio 1849 viene proclamata la Repubblica romana.

Ma intanto Luigi Napoleone ha preso il potere in Francia, e ha bisogno dell’appoggio Papale per dare solide basi al suo futuro impero. Si propone quindi come difensore del Papa, e invia il suo esercito contro la Repubblica, che resiste vanamente sotto la guida di Garibaldi.

Tuttavia, oltre ai moderati, anche una parte dei democratici non guarda con particolare simpatia alla Repubblica romana, perché temono di inimicarsi il Piemonte sempre nettamente monarchico. Goffredo Mameli, autore con Michele Novaro, del celebre inno muore nei combattimenti. Garibaldi fugge da Roma per andare a Venezia, che sta a sua volta resistendo contro l’esercito austriaco, ma non arriva in tempo. Anita Garibaldi nella fuga muore di stenti. Un donna, una moglie, una madre, lontana dai figli cade al fianco del marito combattendo contro gli austriaci.

Benchè straniera Anita diventa una figura eroica di donna emancipata, un esempio per le giovani italiane.

Il Piemonte è percorso da fermenti democratici e radicali. Carlo Alberto asseconda le spinte per una nuova guerra che cancelli la sconfitta. Tuttavia, il riaprirsi degli scontri nel marzo 1849 si esaurisce nel corso di tre soli giorni, culminando nella sconfitta di Novara.

Carlo Alberto abdica in favore del figlio, Vittorio Emanuele II.

Intanto il 4 luglio la Repubblica romana si arrende ai francesi e il 26 agosto Venezia torna agli austriaci.

Che il biennio rivoluzionario sia giunto alla sua conclusione è definitivamente chiaro nel 1851, quando Luigi Napoleone elimina lo “spettro del comunismo” dall’Europa, rendendo il potere della borghesia molto più solido di quanto non sia mai stato e allontanando l’imminenza di una nuova rivoluzione.

Le grandi potenze e i sovrani italiani prendono di nuovo la via della reazione, anche se seguono strade diverse.

Francia e Austria vedono nell’azione della Chiesa l’elemento in grado di mantenere l’ordine. Tuttavia è passato il tempo in cui uno degli obiettivi monarchici era mantenere il popolo nell’ignoranza: l’istruzione primaria è ora una necessità e viene affidata agli ecclesiastici.

I sovrani italiani si rifugiano in un atteggiamento di reazione intransigente e assolutista. Soltanto il Piemonte mantiene la Costituzione del 1848 e il regime liberale che è stato raggiunto.

Nel maggio del 1849 diventa Presidente del Consiglio Massimo d’Azeglio, discendente da una nobile famiglia piemontese, un politico prudente, un uomo eclettico, un artista, autore di romanzi e pittore.

D’Azeglio è un liberale moderato, autore del famoso proclama di Moncalieri, con cui Vittorio Emanuele II scioglie il parlamento che rifiuta di avallare la pace con l’Austria e indice nuove elezioni, salvando così lo Statuto e le istituzioni liberali.

Il Re è un uomo privo di una cultura raffinata e di un ingegno sottile, ma è dotato di un elementare intuito politico, che gli fa comprendere come, nonostante il suo profondo sentimento conservatore, sia necessario accettare la realtà dei fatti, ormai orientata in senso liberale.

Gli anni in cui D’Azeglio guida il governo sono cruciali per il Piemonte, che non ha conosciuto le riforme di stampo illuministico, come altri stati italiani.

Il consiglio di Cavour è determinante, in questo senso, per smuovere il moderato D’Azeglio. Il nodo principale è legato alle questioni ecclesiastiche: in Piemonte ci sono monasteri e conventi in numero maggiore rispetto a quelli rimasti nelle altre regioni italiane. E’ ancora in vigore il tribunale riservato agli ecclesiastici e non è del tutto abolito il diritto di asilo nelle chiese per i ricercati.

Nel 1849 Giuseppe Siccardi diventa ministro alla Giustizia, scelto da D’Azeglio, ma suggerito da Cavour.

Siccardi fa approvare progetti di legge (Leggi Siccardi) che prevedono l’abolizione del tribunale ecclesiastico e del diritto di asilo nelle chiese, insieme ad altri privilegi ecclesiastici.

L’anno dopo, nel 1850, D’Azeglio vuole Cavour nel suo gabinetto, per occuparsi di economia e finanza.

Tuttavia, la loro collaborazione non è destinata a durare, perché D’Azeglio non è altrettanto radicale di Cavour riguardo alla laicità dello stato e all’evoluzione in senso parlamentare dello Statuto.

Il colpo di stato di Luigi Napoleone il 2 dicembre 1851 irrigidisce i governi reazionari d’Europa: anche in Piemonte è varata una legge che limita la libertà di stampa. Cavour non si oppone, ma manovra in modo da creare un partito di centro, alleandosi con uomini della sinistra come Rattazzi, Cadorna e Lanza. Si tratta del cosiddetto connubio, nato per fare fronte alle tendenze reazionarie che minacciano di cancellare i risultati ottenuti.

I punti fermi sono quelli della politica di Cavour: la laicità dello Stato, la libertà di stampa, l’orientamento verso un regime parlamentare, la chiusura nei confronti della destra reazionaria, la modernizzazione dello stato, dell’economia, delle finanze, delle infrastrutture.

Il 4 novembre 1852 Cavour diventa Primo ministro, una scelta con cui il re Vittorio Emanuele II dimostra un grande realismo politico: non ha alcuna simpatia per Cavour, ma si rende conto che egli è l’unico in grado di gestire la politica nazionale, e non solo piemontese.

Nello stesso anno, Luigi Napoleone diventa imperatore dei francesi con il nome di Napoleone III.

Il Regno di Sardegna di Cavour conosce un deciso sviluppo, al contrario degli altri Stati italiani, la cui economia e vita civile sono invece declinanti.

Nel 1859 l’estensione delle ferrovie in Piemonte è di 850 chilometri, a fronte del totale italiano di 986.

La marina a motore, militare e civile, aumenta il tonnellaggio.

Il progetto del tunnel del Frejus è in corso di realizzazione, insieme a quello del canale Cavour. Questo sviluppo ha un costo elevato, forse persino eccessivo per le possibilità dello Stato, e in particolare il biennio 1853-54 è molto duro per la leadership di Cavour.

Anche dal punto di vista della libertà civile, il Piemonte fa testo: migliora la condizione delle minoranze religiose, il monopolio della Chiesa sull’insegnamento viene meno, si dà asilo a chi è costretto all’esilio, in special modo gli intellettuali e i rivoluzionari.

Torino diventa una capitale culturale, attirando su di sé le simpatie liberali da tutta Europa. L’Inghilterra anglicana e antipapale guarda con simpatia la politica Cavouriana.

Nel 1854 viene presentato un progetto di legge che prevede la soppressione di alcuni conventi. Il vescovo di Vercelli fa un audace tentativo di salvare gli enti interessati, promettendo che i vescovi verseranno all’erario l’intera somma che il governo ricaverebbe dalla loro vendita, se non sono chiusi.

L’episodio passa alla storia come crisi calabiana, dal nome del vescovo Nazari di Calabiana, che però esce sconfitto dal confronto con il parlamento. E’ un passaggio importante nella storia politica del Piemonte risorgimentale, perché è l’ultima occasione in cui il Re cerca di manovrare apertamente il Parlamento, segna la definitiva sconfitta della destra reazionaria e vede anche spegnersi la fiducia dei clericali nel Re.

L’atteggiamento negli Stati italiani nei confronti del Regno di Sardegna sta intanto cambiando.

Quello del Piemonte non appare più come «il più temibile tra i Municipalismi», come scrive, nel 1848, Gino Capponi alla sua corrispondente milanese Costanza Arconati. Daniele Manin e Giuseppe La Farina contribuiscono a far spirare il vento della politica nazionale nella direzione dello stato subalpino, ma il fattore decisivo è la guerra di Crimea. Un conflitto “moderno” che ha come posta in gioco il controllo delle vie del commercio mondiale in un mare ormai solcato da navi a motore.

Sullo sfondo si delinea la crescente competizione tra la potenza inglese e le sue ex colonie: gli Stati Uniti.

Nel 1854 la Russia attacca la Turchia, nell’intento di aprirsi una via verso Occidente e nel Mediterraneo.

La reazione di Francia e Inghilterra è immediata, e l’Austria viene invitata a entrare nell’alleanza contro l’avanzata russa. L’avvicinamento di Francia e Austria rappresenta un rischio enorme per il Piemonte, mettendo in crisi non solo i progetti di espansione sulla Lombardia, ma anche l’indipendenza stessa dello Stato.

Il Regno di Sardegna scende in campo al fianco degli inglesi e dei francesi. Nella decisione è determinante Cavour. Il Regno, diventato una piccola potenza del Mediterraneo in seguito

all’annessione della Repubblica di Genova, non può stare a guardare.

La navigazione a motore, l’espansione dei commerci mondiali, la prospettiva dell’apertura del canale di Suez, il potenziamento dei trasporti ferroviari impongono di partecipare ad uno scontro determinante per la storia d’Europa la partecipazione alla Guerra di Crimea (1855) .

La vittoria consente al primo ministro Cavour l’accesso al tavolo delle potenze vincitrici.

La rottura della Santa alleanza tra Russia e Austria apre nuove prospettive nella politica internazionale.

IlCongresso di Parigi, che si tiene nel 1856 in seguito alla sconfitta della Russia, è il palcoscenico ideale per Cavour, non tanto per far valere i meriti militari del Piemonte, della cui esiguità è consapevole, quanto per denunciare le condizioni dello Stato pontificio e del Regno delle Due Sicilie, per la loro arretratezza, pericolosi focolai di rivoluzione.

La questione italiana è considerata una minaccia per la pace dell’Europa intera e Cavour conta proprio su questa consapevolezza per ottenere gli appoggi di cui ha bisogno..

Napoleone III guarda con simpatia ai movimenti nazionali, nonostante la sua politica interna sia improntata all’autoritarismo, perché li considera efficaci strumenti per cancellare l’ordine europeo nato con la Restaurazione.

Sia Cavour sia Napoleone III hanno ormai chiaro che solo la guerra contro l’Austria potrà risolvere i destini dell’Italia, e che, per sostenere una guerra, il Regno di Sardegna ha bisogno dell’appoggio francese.

Nel luglio del 1858 si incontrano a Plombières les Bains, per definire le condizioni dell’alleanza franco-piemontese: il Piemonte cercherà di provocare l’Austria fino a spingerla a dichiarare guerra e solo allora la Francia potrà intervenire.

In cambio dell’aiuto francese Vittorio Emanuele rinuncerà alla Savoia e a Nizza in cambio del Lombardo-Veneto; inoltre, la figlia del Re, Clotilde di Savoia, sposerà Napoleone Giuseppe Carlo Bonaparte detto Gerolamo , cugino dell’Imperatore.

Nel 1859 Vittorio Emanuele II afferma in un discorso al parlamento di non essere insensibile al «grido di dolore» che giunge dalle parti d’Italia oppresse dallo straniero.

Falliti i tentativi diplomatici di trovare un’intesa con Francia e Inghilterra, l’Austria è ormai isolata. Il 21 aprile il Piemonte riceve un ultimatum, con cui Vienna intima il disarmo.

Due giorni dopo, il Parlamento concede a Cavour i pieni poteri in vista della guerra.

Laseconda guerra d’Indipendenza è un conflitto sanguinoso, a cui Napoleone III pone fine in luglio con l’armistizio di Villafranca, negoziato dall’Imperatore francese e da Vittorio Emanuele. Cavour è messo di fronte al fatto compiuto.

Il Piemonte ottiene finalmente la Lombardia, ma il Veneto rimane in mano austriaca.

Non condividendo la scelta, intuendo che il movimento messo in moto è ormai inarrestabile, Cavour dà le dimissioni.

Con l’armistizio, il pericolo della rivoluzione torna a gravare sugli Stati italiani. I Ducati, la Toscana, la Romagna insorgono.

Prevale la scelta dell’annessione al Regno di Sardegna. Napoleone III non è da subito favorevole a questa politica, mira ancora a sostituire l’egemonia austriaca con quella francese.

A fargli mutar parere è il cambio al vertice del governo inglese, da conservatore a liberale.

Entro quello stesso anno, Napoleone III abbraccia il punto di vista inglese.

Vittorio Emanuele II richiama Cavour al governo, poiché, sebbene i rapporti tra i due continuino a essere difficoltosi, si rende conto che solo il suo “vecchio” Primo ministro è in grado di condurre la nuova politica nazionale dello Stato.

La Toscana, la Romagna, Modena, Parma e Bologna scelgono l’annessione al Piemonte con i plebisciti che si tengono l’11 e il 12 marzo 1860.

La Francia entra in possesso di Nizza e della Savoia, secondo i patti.

In quegli stessi anni, la situazione nel Mezzogiorno ha preso vie differenti.

In un contesto in cui le forze dei patrioti sono scarse e isolate, e la rivoluzione è per il momento impossibile, protagonista è Carlo Pisacane, un ex ufficiale borbonico, che nel 1847 è fuggito da Napoli con la donna che ama, Enrichetta di Lorenzo.

Pisacane è colui che ha la concezione del socialismo più profonda tra gli uomini del Risorgimento. Individua il Mezzogiorno come l’area di maggior tensione rivoluzionaria, perché è l’area più oppressa.

Nel 1857 Pisacane, falliti due tentativi di insurrezione a Livorno e a Genova, organizzati insieme a Mazzini, si imbarca per Sapri.

L’impresa di Sapri, in cui Pisacane trova la morte, è un atto disperato. I contadini non mostrano alcun interesse a seguire la sua causa, e i suoi uomini sono arrestati o uccisi. Perciò, quando l’attenzione dei patrioti si volge al sud Italia, è alla Sicilia che essi guardano e non alle regioni continentali.

Francesco Crispi si reca sull’isola insieme a Rosolino Pilo, subito dopo la firma dell’armistizio di Villafranca, per verificare la situazione delle aspirazioni nazionali.

L’uomo della svolta sarà Giuseppe Garibaldi che ormai ha sposato la causa dell’Italia unità sotto la corona del Re di Sardegna.

All’inizio del 1860 i Borboni sanno che circola in Sicilia l’idea di una possibile annessione al Piemonte, sulla scia delle altre regioni. Nei mesi precedenti Garibaldi e Mazzini maturano il progetto di raggiungere Napoli attraverso lo Stato pontificio.

Cavour, nonostante il tentativo del Re di ostacolarlo, alleandosi con Garibaldi, giudica l’azione troppo rischiosa: preferisce evitare un attacco al Papa e puntare sulla Sicilia.

All’inizio di aprile Palermo insorge innescando la miccia. Nel giro di pochi giorni i democratici radunano quelli che saranno chiamati i Mille, un gruppo di patrioti di origine mista tra borghese, artigiana e operaia, prevalentemente provenienti dal settentrione, alla cui testa si pone Garibaldi.

Imbarcati la notte del 5 maggio 1860 a Quarto, presso Genova, arrivano a Marsala in pochi giorni. Le navi inglesi favoriscono lo sbarco.

Altri volontari si uniscono al corpo iniziale, tanto che in Sicilia Garibaldi si trova a disporre di circa 20.000 uomini. Il potere borbonico si sfalda, il popolo e l’elite sono per Garibaldi e per il Re.

L’avanzata si compie in tre battaglie, a Calatafimi, a Palermo e a Milazzo, l’esercito borbonico deve evacuare la Sicilia.

In agosto Garibaldi arriva in Calabria e infine, il 7 settembre, entra a Napoli.

Politicamente, l’azione di Garibaldi può costituire un problema. Molti dei Mille partiti da Quarto hanno sentimenti repubblicani e, se l’impresa assume una connotazione decisa in questo senso, il Piemonte monarchico e moderato potrebbe trovarsi in difficoltà.

Ma Garibaldi e Crispi credono (o sono arrivati a credere) che la rivoluzione debba essere innanzitutto nazionale, in modo da poter creare intorno a sé quell’unanimità che gli uomini del Risorgimento sentono così necessaria. Le coloriture sociali e repubblicane devono essere messe da parte per evitare le spaccature che già si sono verificate nel 1848-49.

Lo slogan che si ode durante l’avanzata garibaldina è perciò: «Italia e Vittorio Emanuele», con riferimento sia all’unità nazionale, sia alla necessità che essa avvenga sotto l’egida del Regno di Sardegna.

Tuttavia, nemmeno nella Sicilia delle accoglienze festose la campagna di Garibaldi è priva di quelle contraddizioni mirabilmente evidenziate dal romanzo di Giuseppe Tomasi di LampedusaIl Gattopardo”. Celebre è l’episodio di Bronte, ricordato anche in una novella di Verga, in cui Nino Bixio ordina l’uccisione di venticinque rivoltosi filogaribaldini. Il favore che gli abitanti delle campagne hanno dimostrato ai rivoluzionari, già raffreddatosi dal progetto di introdurre la coscrizione obbligatoria, subisce un colpo.

Sul continente, inoltre, i grandi proprietari appoggiano Garibaldi, perdendo ancora di più il contatto con i contadini che lavorano le loro terre.

Il 1860 vede ben presto l’ingigantirsi del fenomeno del brigantaggio nel sud della Penisola.

Nel Regno di Sardegna, intanto, la questione dei contadini meridionali è meno sentita rispetto al pericolo repubblicano.

Cavour attento alla realtà degli eventi non è rassicurato dal fatto che i rivoluzionari inneggino a Vittorio Emanuele. Sa che l’orientamento della rivoluzione può cambiare rapidamente.

L’impresa siciliana ha avuto il suo consenso ed è anzi una delle soluzioni che lui stesso immaginava. I fatti risultano però più complessi del progetto.

Una situazione del genere si apre agli esiti più diversi e intanto Mazzini comincia ad affermare che l’azione siciliana toglie i destini dell’Italia dalle mani dei diplomatici di Plombières per rimetterli in quelle del popolo. Non è certo un’eventualità che può rassicurare Cavour.

Nel luglio del 1860 scrive al suo segretario Costantino Nigra: “Se Garibaldi passa sul continente e conquista il Regno di Napoli […] diventa il padrone assoluto della situazione, Re Vittorio Emanuele perde quasi tutto il suo prestigio; agli occhi della grande maggioranza degli Italiani non è più che l’amico di Garibaldi”. C’è poi anche il rischio che Garibaldi cerchi di arrivare a Roma, eventualità quanto mai preoccupante, perché può provocare la reazione di Napoleone III, da più di un decennio primo difensore dell’autorità papale.

Cavour è preoccupato che la leadership sia nelle mani dei garibaldini.

Previo un accordo con l’imperatore dei Francesi e con il consenso degli Inglesi, rompe gli indugi. Dichiara guerra al Papa, occupa le Marche e l’Umbria, vuole impedire a Garibaldi di avvicinarsi a Roma.

L’incontro di Teano tra Vittorio Emanuele II e Garibaldi segna la ripresa della guida del processo di unificazione da parte dei moderati cavouriani.

La tensione con il Generale è al massimo e culmina in una rottura insanabile con l’ordine di sciogliere l’esercito garibaldino.

Il 21 ottobre e il 4 novembre 1860 ci svolgono i nuovi plebisciti, nel Napoletano, in Umbria, nelle Marche e in Sicilia.

Il 17 marzo 1861 l’Unità d’Italia è proclamata ufficialmente.

In un clima esaltante e frenetico, inizia una nuova stagione.

Cavour diventa Primo ministro dell’Italia Unita. Si prepara a gestire la costruzione del nuovo sistema.

I problemi sono complessi, difficili e ingenti. Tra i tanti esplodono il problema del brigantaggio e la questione cattolica

Con l’unificazione il Papa è stato privato di gran parte dei suoi domini temporali: gli è rimasta solo la città di Roma e il Lazio.

La Chiesa non riconosce il nuovo Stato.

Cavour sa che solo la spontanea adesione del Papa e della Chiesa ai principi della libertà e della nazione può ricomporre la rottura e dare all’Italia la sua capitale, Roma.

Un altro problema riguarda l’unificazione è l’ordinamento del nuovo Stato: la scelta tra l’accentramento o il decentramento dei poteri.

Alla fine del 1860 Cavour propende per una soluzione decentrata, che lascia ampia autonomia ai poteri locali e regionali. Si sente l’influenza dell’origine ginevrina di Cavour, si avverte la suggestione delle tesi sostenute da Alexis de Tocqueville ne “ La democrazia in America”.

Ma la realtà di alcune regioni lo spinge a lasciare aperte altre soluzioni. La questione sarà risolta dai suoi successori che sceglieranno il centralismo statale.

La morte improvvisa, il 6 giugno 1861, pochi giorni dopo la formazione del Regno d’Italia, lo toglie di scena mentre si appresta ad avviare la costruzione dello Stato unitario.