MASSIMO D’AZEGLIO. Un artista prestato alla politica


di Natalina Vaschetti

1_Massimo D_Azeglio

Massimo D'Azeglio

Massimo D’Azeglio nasce a Torino il 24 ottobre 1798, in una “camera gialla”, come racconta lui stesso nel libro “i miei ricordi”, al primo piano del palazzo di famiglia sito in contrada del Teatro d’Angennes (1), oggi Via Principe Amedeo (2); palazzo acquistato solo 9 anni prima (nel 1789) dal padre Marchese Cesare Taparelli d’Azeglio.

2_La contrada del Teatro d_Angennes Torino

La contrada del Teatro d'Angennes Torino

Il marchese aveva sposato l’anno prima Cristina Morozzo di Bianzé, e i due sposi si erano trasferiti nel nuovo, sontuoso palazzo dove in pochi anni verranno alla luce 7 figli prima di massimo, ma due moriranno.

I documenti conservati nell’Archivio dell’Opera Pia Taparelli di Saluzzo ci dicono che le origini della famiglia sono bretoni: un Capel o Chapel venne in Italia al seguito di Carlo d’Angiò, verso la meta del 1200, e si fermò e accasò a Savigliano. Come si sia arrivati da Capel a Taparel e infine Taparelli non è dato sapere. Quello che è certo è che le prime testimonianze certe della famiglia si trovano appunto a Savigliano di un certo Giorgio Taparel. I Taparelli furono signori dapprima di Lagnasco, di Genola, di Montanera (monregalese), Cortandone (Astigiano) e Azeglio (Canavese).

(A Massimo il cognome Taparelli non piaceva e si firmava solamente d’Azeglio)

Nel suo libro Giorgio Martellini, attribuisce al suo essere bretone il carattere originale e testardo di Massimo. Sempre Martellini ci dice che anche il padre fu un originale: ufficiale scapestrato, bello, colto e donnaiolo da giovane, dopo una predica in Duomo cambiò vita divenendo un padre estremamente serio…e noioso”

Educazione rigida quella vissuta dai piccoli Taparelli, (il padre non voleva mai vederli con le mani in mano), mitigata dalla dolcezza e affettuosità della madre che saprà assecondare il difficile temperamento di Massimo diviso tra una volontà ferrea e una fantasia sfrenata.

Ma veniamo al tempo storico in cui nasce Massimo; dal 1792, dopo cinquant’anni di pace, il Piemonte è interessato dalle lotte con i francesi e proprio dopo la nascita di Massimo, il 9 dicembre 1798, il Re Carlo Emanuele IV lascia Torino per Livorno, dove si imbarcherà per la Sardegna, ultimo pezzo di un regno perduto.

A questo punto, in una Torino (ma non solo) attraversata da violenze e da alberi della libertà inalzati dai giacobini, inizia la fuga dei nobili che temono il peggio. Ma non i d’Azeglio: Cesare rimane e anzi sarà a fianco di Thaon di Revel e di Sant’Andrea nel governo provvisorio. Ma i francesi incalzano e la sconfitta di Marengo non lascia scelta ai Taparelli che partono per l’esilio. La meta è Firenze dove sono già presenti altri piemontesi: Prospero Balbo, I Priero, i Delborgo, gli Scarampi. La situazione economica non è florida, ma Massimo nel suo libro parla di questo periodo come di uno tra i più sereni della sua vita e in effetti sentiva Firenze come sua città nativa molto più che Torino.

Anche Massimo non ama molto lo studio e più che imparare nozioni preferisce l’aria culturale che si respira a Firenze e le molte personalità che incontra anche a casa sua, tra cui Vittorio Alfieri amico di Cesare e Cristina a cui legge le sue tragedie Alceste e Mirra.

3_Napoleone Bonaparte_ primo console_1802_ritratto di Antoine_Jean Gros

Napoleone Bonaparte, primo console,1802 ritratto di Antoine-Jean Gros

Ma Napoleone torna a turbare la tranquillità della famigliola, prima con l’Editto che proibisce ai piemontesi di mandare i figli a studiare all’”estero” costringendo i 3 figli più grandi dei Taparelli a rientrare da Siena dove studiavano, ma più ancora con l’annessione del Piemonte alla Francia (11 settembre 1802).

Ai sudditi è richiesto di giurare fedeltà e se fuorusciti di rientrare pena la confisca dei beni. Per il padre di Massimo è un dilemma, gli viene chiesto di venir meno alla sua incrollabile fedeltà ai Savoia e arriva a scrivere al re Vittorio Emanuele I e ad offrirsi di raggiungerlo lasciando “Patria, sposa e figli”. Il Re gli risponde che non è neppure sicuro di avere pane per sé e il suo seguito e lo dispensa da ogni obbligo (3).

5_Vittorio Emanuele I di Savoia _ re di Sardegna dal 1802 al 1821

Vittorio Emanuele I di Savoia , re di Sardegna dal 1802 al 1821

Si ritorna quindi a Torino con un viaggio lungo e faticoso, pieno di incognite: non si sa quello che si troverà a Torino. Per Massimo l’arrivo al palazzo di famiglia è però una grande sorpresa: servitori, saloni, quadri e arazzi, tutto un mondo che finora gli era stato precluso nell’esilio fiorentino. Avrà addirittura una camera tutta per sé!

Per gli adulti la situazione invece è un po’ diversa, adattarsi al nuovo regime napoleonico non è facile, bisogna ricostruire il tessuto delle amicizie lacerato dall’esilio ma anche dalle scelte effettuate da alcuni nobili che hanno sposato la causa francese accettando anche cariche importanti. È il caso di Prospero Balbo che tornato dall’esilio era stato nominato Rettore all’Università di Torino ad esempio. Ma la situazione sociale sta cambiando, dopo le prime esultanze per i nuovi “padroni” comincia a serpeggiare il malcontento per la tracotanza dei conquistatori che voglio “francesizzare” Torino. Si avverte forte il contrasto tra la libertà promessa e le ingiustizie e vessazioni perpetrate. Il popolo ha nostalgia dei Savoia. Nasce una specie di “fronda” antinapoleonica che però si traveste da Arcadia con il pretesto di difendere la lingua e la cultura italiana, ma in queste Arcadie si coltiva già un patriottismo di stampo diverso, non certo la nostalgia dell’ancien regime, e molti di questi “Arcadici” parteciperanno poi alle rivolte del 1821.

Per quanto riguarda i d’Azeglio fanno vita ritirata, Cesare già normalmente insofferente alla vita di corte e ai suoi intrighi, si tiene ancor più lontano dalla nuova corte. Passa il tempo a curare il patrimonio e l’educazione dei propri figli, soprattutto quella di Massimo che, a causa di precettori non molto felici, era alquanto lacunosa. Gli si fa anche frequentare il liceo come allievo esterno, ma con pessimi risultati, anche se come nipote del Rettore dell’università viene aiutato (con suo grande scorno e rabbia) a passare l’esame: mica si poteva bocciare il nipote del Rettore? Con questo escamotage a 13 anni avrà accesso agli studi universitari. Avrà maestri importanti, ma soprattutto il padre gli metterà accanto Giorgio Bidone, uomo colto e poco più vecchio di Massimo, che se non riuscirà a spiegargli l’algebra riuscirà invece a capire l’indole del ragazzo e ad aiutarlo a trovare la propria strada.

Ma gli anni passano e la stella di Napoleone volge al tramonto, lasciando però scie di morti e feriti che arrivano in città su carri e vengono scaricati come merce senza ritegno; il marchese Cesare porta i suoi figli negli ospedali e nei lazzaretti per far conoscere ai suoi ragazzi il dolore e la miseria e educarli alla pietà per il prossimo.

4_La battaglia di Lipsia 1813_di Alexander Ivanovich Sauerweid

La battaglia di Lipsia 1813, di Alexander Ivanovich Sauerweid

Dopo la battaglia di Lipsia si prepara il ritorno dei Savoia e Massimo nei suoi “Ricordi” descrive l’arrivo di questo Re che lui vede in prima fila, era infatti stato arruolato nella “Guardia Urbana” un reggimento raccogliticcio creato proprio perché non ci fossero solo Austriaci ad accogliere il Re.

Nel suo entusiasmo giovanile Massimo è felice di indossare la divisa, ma la vista della corte e del Re vestiti con cipria, codini e cappelli di vent’anni prima lo lascia perplesso e con lui tanti giovani che non riescono a pensare che 20 anni siano trascorsi invano.

Ma non c’è solo Vittorio Emanuele I che torna dall’esilio, anche il Papa ritorna al trono romano e Vittorio Emanuele, come tutti gli altri regnanti, si affrettò a mandare un suo emissario ad omaggiare il Santo Padre. La scelta cadde su Cesare d’Azeglio grazie alla sua completa estraneità al regime francese e alla sua riconosciuta fede e integrità morale. Cesare parte per Roma accompagnato dai figli Prospero (che aveva deciso di entrare nella Compagnia di Gesù appena ricostituita) e Massimo che il padre voleva tenere sott’occhio, visto che della vita militare aveva preso le abitudini peggiori.

C’è una bella immagine che ci rimandano parecchi siti e anche il libro di Martellini, il Marchese Cesare Balbo che si inchina al Papa parlandogli della nuova era che si apriva all’Italia e all’Europa, fatta di pace e stabilità, e il figlio 15nne che si aggira per Roma cogliendone la vivacità e le nuove pulsioni, nonché le bellezze storiche e soprattutto gli scorci da dipingere.

Il padre, perché non perda le sue giornate, gli mette accanto dapprima un archeologo (che il giovane non sopporta) e poi un pittore, un certo Malavotti, esperto di musei, chiese, affreschi, ma anche un godereccio che farà conoscere a Massimo la vita allegra di Roma. Gli si risveglia la voglia di dipingere i paesaggi urbani ed extraurbani che visita e prende anche lezioni di pittura.

Arriva l’ora di tornare a Torino e Massimo viene inserito nel reggimento Piemonte Reale Cavalleria appena ricostituito da Vittorio Emanuele e se la vita di caserma dapprima lo entusiasma (soprattutto per le baldorie e le donnine allegre) dopo un po’ gli viene a noia. Il vecchio maestro Giorgio Bidone che ogni tanto rivede, aggirando il suo carattere spigoloso da bastian contrario, gli fa capire con battute qua e là che sta sciupando la sua vita. Ci penserà la sua salute a fermare questo periodi di bagordi, ottiene un congedo per malattia ma quando ritorna, stavolta in un contingente provinciale attivo solo 4 mesi l’anno, Massimo riprende la vita sregolata facendo anche peggio. Lo salverà ancora una volta Bidone, ma anche la pittura. Ad un certo punto dice basta con la vita sregolata, si imporrà una rigida disciplina, studio e lavoro. Gli piace la tecnica della pittura ad olio e prende contatti con il Bagetti (che noi ben conosciamo) che per la sua abilità era stato risparmiato dalle purghe del nuovo corso ed era insegnante all’Accademia Militare e a quella di Belle Arti.

Ma la salute non lo aiuta e neanche questa nuova vita fatta solo di lavoro e studio, torna ad ammalarsi e i medici consigliano ai genitori di fargli cambiare aria. Il giovane non ha scordato Roma e dopo innumerevoli discussioni e battaglie con il padre (con la madre che fa da mediatrice) parte per Roma. È il 1818, Massimo ha vent’anni, passa le sue giornate a dipingere e a scrivere (si gli è venuto anche l’estro della scrittura) prende lezioni dal pittore fiammingo Martin Verstappen. Conosce Cornelia Knight un ex istitutrice inglese con cui discorre di letteratura scienza e arte. Tramite Cornelia entra in contatto con la piccola comunità inglese che vive a Roma imparandone gli usi e i costumi che gli serviranno poi nel corso della vita.

Il padre scende a Roma e vuole riunire la famiglia, Massimo scalpita ma alla fine cede e nel 1820 lo troviamo a Torino, ma per poco. Dopo scontri furibondi con il padre, anche e non solo per i soldi (il padre giudica disonorevole che un aristocratico viva, o meglio sopravviva, di arte), riparte per Roma. I tumulti del 1820/21 non lo vedono protagonista, sarà invece fermato e interrogato a Roma il 31 dicembre 1820 perché un suo sigillo raffigurante l’Italia dolente è stato trovato a casa di un tal Camillo Manzini carbonaro. Si pensa che sia un segno di riconoscimento tra carbonari e il d’Azeglio viene interrogato, sia pure con garbo dato il nome e la posizione del padre. Se la cava con l’aiuto del cardinale Consalvi che informa subito il ministro sardo a Roma conte Barbaroux. Sembrerebbe opportuno che Massimo tornasse a Torino, ma qui vi era già una grossa grana in famiglia: il fratello Roberto era legato agli insorti, mentre il padre, ovviamente, parteggiava per il Re.

Massimo non si muove da Roma e continua la sua preparazione da pittore passando dal vedutismo alle composizioni di carattere storico, riuscendo anche a vendere qualcosa. Trova il tempo di innamorarsi di una bellissima donna Carolina Morici, già sposata e madre con cui avrà una relazione tempestosa che per qualche tempo lo allontana anche dal cavalletto.

Intanto muore Pio VII e poco dopo il Cardinal Consalvi che l’aveva protetto in qualche occasione, il clima cambia sotto il nuovo Papa Leone XIII e Massimo comincia a sentire nostalgia di casa, la confessa però solo in alcune lettere.

6_Papa Pio VII 1805_ritratto di Jacques_Louis Davis

Papa Pio VII 1805, ritratto di Jacques_Louis Davis

Dal punto di vista artistico è maturato ed ha avuto qualche riconoscimento anche a Torino. Tra il 1824 e il 1825 dipinge “La morte del conte di Montmorency” primo quadro che avrà successo e inaugura in Italia il filone “Troubadour” paesaggismo storico di stile medievaleggiante. Il quadro verrà portato ed esposto a Torino accanto ad un altro, “Il passo delle Termopili”, inviato tempo prima al padre ma che questi aveva ritenuto troppo azzardato per mostrarlo al Re. È il riconoscimento che il giovane bohemiens, artista autodidatta, è diventato un pittore. Oggi il quadro del Motmorency è conservato al Museo Civico di Torino

8_La morte del conte Josselin di Montmorency_ di Massimo d’Azeglio_GAM Torino

La morte del conte Josselin di Montmorency, di Massimo d’Azeglio. GAM Torino

È un periodo di spostamenti da Torino a Roma dove l’amante dà alla luce una bambina che Massimo riconosce come sua e a cui sarà sempre legato; ma il rapporto si è sfilacciato e si trasformerà in amicizia.

Nel 1828 è a Torino, problemi di salute l’hanno assillato per alcuni anni ed è tornato per curarsi, ma anche perché la salute dei genitori peggiora. Sta però guardando anche a Milano per il suo lavoro, intanto è impegnato in un lavoro di litografie sulla Sacra di San Michele che avranno un discreto successo e poi tra il 1828 e il 1829 si dedica ad un quadro che aveva in mente da tempo “La disfida di Barletta”. Ma mentre dipinge il quadro gli torna la voglia di scrivere nascono le prime forsennate pagine dell’Ettore Fieramosca, in cui lui per primo non crede tanto. Le farà leggere a Cesare Balbo suo cugino a cui è legato da affetto sincero. L’approvazione di Balbo è totale e spinge Massimo a continuare.

9_La disfatta di Barletta  di Massimo d’Azeglio

La disfatta di Barletta di Massimo d’Azeglio

Nel 1830 il padre mentre è a Genova con la madre in villeggiatura si sente male, i due figli Roberto e Massimo (Enrico è mancato qualche anno prima e Luigi è diventato gesuita) lo raggiungono quando è ormai moribondo. Il padre in punta di morte raccomanda loro concordia e attenzione alla madre, parole che non saranno ascoltate. Fra i due fratelli nasce una profonda diatriba sia per l’eredità che per le idee politiche. Roberto dopo i fervori patriottici giovanili si è riavvicinato agli ambienti conservatori, mentre Massimo nella sua visione disincantata della vita ha in uggia gli ambienti paludati ed è affetto da un radicalismo liberale. La rottura è inevitabile, Roberto sfratta il fratello dalla casa avita e scrive una lettera di presentazione per lui ad Alessandro Manzoni che i Taparelli conoscono. Massimo, un po’ cinicamente, decide di sposare Giulia Manzoni, bionda, giovane anche se delicata di salute; forse la “parte del vil metallo non è molto grassa” (come scrive a Calcina l’amministratore di casa d’Azeglio) ma i Manzoni sono nobili, seppure di una nobiltà minore e mamma Cristina è contenta di questa scelta.

10_Giulia Manzoni_ figlia dello scrittore Alessandro Manzoni

Giulia Manzoni, figlia dello scrittore Alessandro Manzoni

Massimo chiede la mano di Giulia, poche settimane dopo l’incontro, ma Giulia, timida e schiva è spaventata da questo giovane e bel cavaliere così irruento e declina. Ma non ha fatto i conti con Giulia Beccaria, la nonna paterna, che è rimasta affascinata da questo giovane torinese, bello, intelligente, simpatico e ironico. Sarà lei a perorare la causa di Massimo e così nozze furono. Saranno alcuni anni felici in cui Massimo disegna tantissimo, sfonda come pittore sulla piazza di Milano, ma finisce anche il primo romanzo che ottiene l’approvazione del Manzoni.

11_Giulia Beccaria Manzoni_madre di Alessandro Manzoni

Giulia Beccaria Manzoni, madre di Alessandro Manzoni

L'”Ettore Fieramosca” ottiene un successo insperato a Milano come a Torino e viene anche approvato dalla censura austriaca, ma poi qualcuno a Vienna si accorge di quel “Viva l’Italia” che Brancaleone grida dopo aver ucciso Graiano d’Asti e il censore perde il posto, ma ormai il libro è partito.

12_Ettore Fieramosca ovvero la disfida di Barletta_ di Massimo d’Azeglio

"Ettore Fieramosca" ovvero la disfida di Barletta, di Massimo d’Azeglio

Nel frattempo, Massimo è diventato padre, Giulia dopo aver dato alla luce una bimba che muore subito, dà alla luce una seconda bambina, Alessandrina, prematura e gracile, ma che riesce a superare la crisi e crescerà anche se delicata come la madre.

Nel 1833 un primo lutto colpisce la famiglia Manzoni - D’Azeglio, muore Enrichetta l’amatissima moglie del Manzoni e solo un anno dopo nel settembre del 1834 muore anche Giulia dopo lunghi mesi di sofferenza. Massimo si sfoga con l’amico Cesare anche lui toccato solo un anno prima dallo stesso lutto. Pare di capire dalle lettere di Massimo che rimpianga di non avere la fede forte di suo padre in cui trovare consolazione. Lui la trova solo nel lavoro, è ormai un pittore affermato e sta pensando ad un secondo romanzo che questa volta però curerà con ricerche storiche minuziose. Sono i prodromi del “Niccolò de Lapi” che anche questa volta viene preceduto da dipinti che ne richiamano la storia: “La battaglia di Gavinana” e “Il brindisi di Ferruccio” che espone a Brera.

13_Nicolò De Lapi_di Massimo d’Azeglio

Nicolò De Lapi, di Massimo d’Azeglio

Massimo però non è uomo da rimanere solo troppo a lungo e solo pochi mesi dopo lo vediamo scrivere messaggi, dapprima solo gentili e quasi di maniera, dopo invece da uomo innamorato a Luisa Maumary, giovane vedova figlia di una sorella di Enrichetta che ha sposato un suo zio, tanto è vero che in famiglia la chiamano zietta.

14_Luisa Maumary_ seconda moglie di Massimo d’Azeglio

Luisa Maumary, seconda moglie di Massimo d’Azeglio

È una giovane donna bella e bruna, dal carattere certo più forte della Giulia e Massimo pare esserne innamorato perdutamente. La strada del matrimonio però è lunga, sia per la strana parentela (Massimo sarebbe suo nipote acquisito) sia perché Luisa è calvinista. Grazie agli appoggi del cardinale Giuseppe Morozzo, prozio di Massimo, si ottiene la dispensa e due possono sposarsi però in terra straniera e senza benedizione nuziale e riti sacri. Così il matrimonio si svolge e Klagenfurt in Austria il 14 agosto e il 1835 si chiude con questa nuova famiglia e Luisa che si prende cura della piccola Rina. Inutile aggiungere che in casa Manzoni queste nozze non sono viste benissimo, anche per il poco tempo che è passato dalla morte di Giulia, mentre invece a Torino la mamma Cristina è felicissima.

Nel 1836 tenta di sfondare anche a Parigi come pittore ma il tentativo non riesce e quindi torna ad occuparsi di Milano e Torino dove è molto ricercato, tanto che il Re Carlo Alberto gli commissiona due quadri. Qualche anno più tardi muore la mamma Cristina e altre preoccupazioni finanziarie si aggiungono (la vendita del castello di D’Azeglio, l’acquisto di una nuova villa al lago che vuole la moglie) gli rendono difficile la continuazione del secondo romanzo che uscirà solo nel 1841 e anche questa volta sarà un successo.

Ma le mode passano e anche i quadri di d’Azeglio perdono il loro fascino. Con poche commesse e in profonda crisi con la moglie, gelosa e querula, decide di partire per la Sicilia per incontrare il fratello Prospero piuttosto malato. Il viaggio lo riavvicina anche un po’ alla moglie tanto che proseguono per Napoli e poi vanno a Roma dove d’Azeglio rivede i vecchi amici, ma anche la Morici che, seppure sposata, risveglia la gelosia della moglie che arriva a schiaffeggiarlo in pubblico per un omaggio floreale ricevuto da una ragazzina!

È un oltraggio forte e Massimo fugge dalla situazione rifugiandosi ancora una volta dal fratello a Palermo dove entra in contatto con gli ambienti liberali dell’isola. Il continuo viaggiare ha sviluppato in lui una larghezza di vedute inconsueta per un “piemontese” che seppure deluso dalla sua terra d’origine vi ritorna per rigenerarsi e per incominciare a scrivere il terzo romanzo “La Lega Lombarda”. Pensa ad un romanzo più forte in cui sia più presente l’idea di un’Italia libera. A Torino ritrova gli amici di un tempo e torna a dipingere e scrivere. Con l’amico Cesare Balbo fa lunghe chiacchierate sul testo del Gioberti “Primato morale e civile degli italiani” e da quei discorsi nasce l’abbozzo del libro del Balbo “Delle speranze degli italiani” che la censura sabauda consente di stampare ma fuori del Piemonte. Ma D’Azeglio non concorda con la visione “primatista” di Gioberti, il suo spirito realistico e disincantato preferiva andare subito al nodo delle questioni.

Siamo nel 1844, è l’anno dell’impresa dei fratelli Bandiera trucidati nel vallone di Rovito; questa notizia, unita al dibattito pubblico e privato sulla politica spinge Massimo ad uscire dai suoi travagli personali (con la moglie si è separato di fatto, lasciando in custodia a lei la piccola Rina) e inizia un percorso interiore ed esteriore (si rimette in viaggio per Palermo e per Roma dopo) che lo porterà ad entrare in contatto con gli ambienti liberali romani. Nei “Ricordi” scrive di quel periodo: “nel silenzio della notte carrozze che appaiono e scompaiono, pattuglie di polizia” .. tutto l’armamentario consueto delle cospirazioni che Massimo ha sempre detestato; ma in casa di Clelia Piermarini si incontra con” una schiera di “Italianissimi, matti o non matti, birboni o non birboni” come scrive sempre nei Ricordi, e fra questi due personaggi importanti della fronda liberale dello Stato Pontificio Filippo Amadori, medico di Cesena, e Adolfo Spada di Spoleto. Sarà l’Amadori a chiedere a Massimo di essere l’uomo nuovo che possa prendere le fila dei vari moti di rivolta che animano e animeranno la Romagna, anche in considerazione che Papa Gregorio è vecchio e malato e alla sua morte … “Ci vorrebbe qualcuno che si facesse in carico di indurre i patrioti alla moderazione … un uomo nuovo e non logoro come noi che ispirasse fiducia e dirigesse e frenasse le idee in contrasto e le disciplinasse” Un uomo come Massimo appunto che dapprima si schermisce e temporeggia ma l’idea non gli dispiace e finisce per dire sì.

Per più ragioni: conosce l’Italia per i suoi continui viaggi e sa quanti malumori covano lungo la penisola, è venuto a Roma forse già con in mente un disegno maturato con i colloqui avuti con amici piemontesi e toscani, ed infine questo nuovo ruolo appaga il suo desiderio di avventure e di azione.

Parte, pertanto, in una piccola carrozza, senza servitori, che avrebbero potuto essere delle spie, con poco bagaglio e la tavolozza e i colori per non destare sospetti. Ha come compagno il marchese Gioacchino Pompili, medico liberale che fonderà nel gennaio del 1846 il giornale “Il Fanfulla”

15_Il quotidiano  Fanfulla

Il quotidiano "Fanfulla"

A lui espone il suo progetto che contempla l’aiuto di Carlo Alberto; il medico ovviamente non è d’accordo, tutti i patrioti si ricordano dei voltafaccia del Re piemontese nel 1821 e nel 1832. La risposta del D’Azeglio vale la pena essere riportata: “Se invitaste un ladro ad esser galantuomo e che ve lo prometta, potreste dubitar che lo mantenga; ma se invitar un ladro a rubare e aver paura che vi manchi di parola in verità non ne vedo il perché” In fondo il Re avrebbe solo avuto da guadagnare appoggiando una rivolta che si fosse rivelata vincitrice.

La missione di Massimo ha successo, anche se non mancano i mal di pancia circa il coinvolgimento di Carlo Alberto; d’altra parte, anche i patrioti sono stanchi di cospirazioni e piccole rivoluzioni che finiscono sempre soffocate nel sangue e nelle prigioni.

Solo in Toscana ottiene un no deciso da due amici di cui uno forse è Gino Capponi, ma nei suoi scritti il d’Azeglio non ce lo dice.

A settembre arriva da Rimini la notizia di un sommovimento, da questo fatto trarrà ispirazione per il suo prossimo pamphlet che tanta parte avrà nel proseguimento del progetto.

Nel frattempo, a ottobre è a Torino e il Re Carlo Alberto lo riceve in privato.

16_Carlo Alberto di Savoia_Carignano_ ritratto di Pietro Ayres

Carlo Alberto di Savoia-Carignano, ritratto di Pietro Ayres

La sensazione è che il Re fosse già al corrente di tutto, ma lui nei suoi ricordi si limita a raccontare l’incontro che si svolge alle 6 del mattino. La descrizione che lui fa dell’incontro è dettagliata, sia del Re: Altissimo di statura, smilzo, col viso lungo pallido ed abitualmente severo, aveva poi nel parlarvi dolcissima la guardatura, simpatico il suon di voce, amorevole familiare la parola. Esercitava un vero fascino sull’ascoltatore e ricordo che, mentre si informava di me che non aveva veduto da un pezzo, avevo bisogno di uno sforzo e di ripetermi continuamente in petto “Massimo non ti fidare” per non lasciarmi vincere dalla seduzione dei suoi modi ...”

Massimo racconta di foga tutto il suo giro per l’Italia, le speranze e le preoccupazioni dei patrioti. La risposta del Re sembra essere chiarissima “Faccia sapere a que’ signori che stiano in quiete e non si muovano, non essendovi per ora nulla da fare, ma che stiano certi che, presentandosi l’occasione, l mia vita, la vita dei miei figli, le mie armi e i miei tesori, tutto sarà speso per la causa italiana”

Massimo è sopraffatto, non si aspettava tanto, tanto meno si aspettava l’abbraccio finale del Re che però sente freddo e quasi funebre e si riaffaccia la voce interiore che dice “Non ti fidare” (4).

Con messaggi cifrati avvisa tutti gli amici coinvolti per l’Italia, ma gli pare anche che a fine visita il Re gli abbia suggerito “Sarebbe ben ora di scrivere qualcosa” e così lascia le metafore patriottiche inserite precedentemente nei romanzi e dà vita al libro “Degli ultimi casi di Romagna”.

17_Degli ultimi casi di Romagna_di Massimo d’Azeglio

Degli ultimi casi di Romagna, di Massimo d’Azeglio

Lo finisce a Natale del 1845 e avutone recensioni positive dagli amici più cari (Cesare Balbo, Guglielmo Moffa di Lisio, Emanuele Pes di Villamarina, Ludovico Sauli e Luigi Provana), cerca di farlo stampare. Ma Carlo Alberto si è scordato di aver detto di scrivere e la censura sabauda nega il consenso. Verrà stampato a Firenze dove la censura è meno severa. In pochi giorni vanno a ruba 2000 copie. Il libro descrive, con documenti e prove, la triste realtà del regno pontificio e traccia una proposta nuova destinata a diventare il manifesto del liberalismo moderato. Egli dice che accanto al coraggio delle congiure, quello manesco per intenderci, che gli Italiani hanno, va coniugato il coraggio morale e civile, il coraggio di chiedere dapprima ai governanti miglioramenti, istituzioni per temperare le libertà e poi il coraggio militare per ottenere l’indipendenza quando Iddio vorrà concedere l’occasione.

Il libro chiama ad una vera e propria mobilitazione delle coscienze e c’è chi vede, dietro all’operazione della sortita politica di un artista e scrittore molto conosciuto, l’ombra del Piemonte sabaudo. Pare che persino Mazzini in una lettera alla madre ammetta che vi è una grande idea nazionale espressa con decisione e coraggio, tale da meritare ammirazione.

Scacciato in qualche modo dalla Toscana torna a Genova e poi in Piemonte dove però il Re non lo riceve per rispetto al Papa, ma la sua fama e soprattutto quella del libro sono enormi. Seguono mesi di tregua e solamente la morte di Gregorio XVI e la salita al soglio pontificio del cardinale Mastai Ferretti, Pio IX cambiano gli assetti. Il Papa è aperto alle riforme e d’Azeglio capisce che sotto la sua egida la “cospirazione pubblica” potrebbe trovare un altro appoggio che non solo Torino. Un appoggio che tra l’altro parla al mondo e non solo all’Italia.

18_Papa Pio IX pontefice dal1846 al 1878

Papa Pio IX, pontefice dal1846 al 1878

Chiede il passaporto per Roma e dopo un primo diniego ed una sua lettera in cui esalta le aspettative riposte in Pio IX il passaporto gli viene rilasciato. Sarà ricevuto dal Papa di cui avrà un’impressione franca e positiva e se l’incontro non innesca questioni politiche fa almeno venire il mal di stomaco al Metternich che commenta “Le Pape liberale n’est pas un etre possibile”.

Seguono mesi febbrili per Massimo dove speranze e delusioni rispetto all’operato del Papa si susseguono, con lettere e libelli di inno al Papa rivolti però a interessare il Piemonte in un alternarsi di speranze e delusioni.

Si arriva così al 1848. Il mattino del 12 gennaio 1848 e durante i festeggiamenti per il compleanno di Ferdinando II scoppia un’insurrezione. Dalla Sicilia l’insurrezione si estende passa nel Cilento e poi a Napoli, Ferdinando II concede che la costituzione. Ma è solo l’inizio di un’onda lunga che percorrerà tutta l’Europa e metterà in crisi il mondo di Metternich.

L’8 febbraio Carlo Alberto annuncia lo Statuto che uscirà poi il 5 marzo; il 17 febbraio e il 14 Marzo saranno Leopoldo II di Toscana e Pio IX a concedere la Costituzione. E a Milano fin dalla fine del 1847 si erano avvertiti fermenti e inquietudini che all’inizio del 1848 si estrinsecano nella famosa protesta del fumo. La reazione austriaca è fortissima: su false indicazioni di sommosse in giro si mandano i soldati ad arrestare e sparare.

19_Lo sciopero del fumo_Milano gennaio 1848

Lo sciopero del fumo, Milano, gennaio 1848

Sullo scempio compiuto dagli Austriaci aveva notizie di prima mano dalla moglie Luisa con cui, seppur separati di fatto, manteneva rapporto epistolari regolari e sereni. Sui fatti di Milano scriverà di getto “I lutti di Lombardia” dove denuncia la caccia agli inermi cittadini, la protervia dei poliziotti, la repressione, gli esili. Il libello verrà stampato in Toscana dove non c’è più censura. È il moderato che scrive, che non crede nelle insurrezioni, che attende il momento in cui “Iddio lo vuole”, ma che sente che ormai quel momento è vicino. In effetti quando succede in Europa gli dà ragione, prima la Francia, poi la stessa Austria, Berlino, Praga, Budapest.

Massimo è a Roma ascolta quanto succede ed è inquieto, Pio IX ha impedito sì alle truppe austriache di raggiungere Napoli per riportare l’ordine ma con la sua allocuzione del 10 febbraio si schiera contro la guerra. Ma se la speranza in Pio IX vacilla riemerge quella su Carlo Alberto che dopo molti tentennamenti Il 23 marzo fa dichiarare al Piemonte guerra all'Austria dando dunque inizio alla prima guerra d'Indipendenza.

Gli scritti di D’Azeglio infiammano i cuori ma creano anche diversi problemi, Pio IX si sfila dalla guerra agli Austrici chiamati da Massimo traditori e senza Di, ma nonostante tutto l’esercito papalino continua ad avanzare. Massimo si unisce all’esercito che è comandato dal colonnello Durando, suggerito fortemente da Massimo stesso; all’esercito papalino si uniscono patrioti provenienti da Napoli e dalla Romagna. C’è tanta volontà ma poca organizzazione.

Da parte sua Carlo Alberto e l’esercito sabaudo commettono una serie di errori tattici, è un guazzabuglio di esercito dice il D’Azeglio, e di questi errori e pause se ne gioverà il Maresciallo Radetzky che attacca Vicenza sconfiggendo le truppe di Durando. D’Azeglio è in prima linea, comandante di una postazione sul Monte Berico.

20_Il maresciallo Radetzky 1766_1858

Il maresciallo Radetzky 1766-1858

Il suo drappello di uomini resiste coraggiosamente ma travolti dal numero soverchiante degli austriaci devono battere in ritirata e durante la ritirata Massimo viene ferito ad un ginocchio. Per lui la guerra finisce li. La ferita non è grave ma è molto dolorosa e verrà colpito da infezione. Ritorna in Toscana, dove ha amici e dove lo raggiunge la moglie Luisa. È dolorante certo, ma soprattutto abbattuto per l’occasione persa.

Agli inizi di luglio viene a sapere di essere stato eletto alla camera Subalpina, elezione che probabilmente è stata favorita da Balbo e da Cavour.

Dopo la firma dell’armistizio con l’Austria in Piemonte si dimette il governo Casati e i moderati fanno il suo nome come primo ministro, ma d’Azeglio scrive al fratello “Quello che mi dici del ministero spero sia una burla, non sono mai stato in impiego né in affari, non ho la minima idea amministrativa di nessun genere, sarebbe come mi si desse da comandar una fregata”.

Rimane in Toscana dove riprende a dipingere ma anche a scrivere articoli puntuti e puntuali sul giornale “La Patria”, il 23 ottobre Leopoldo II gli offre il ministero della guerra ma D’Azeglio pone le sue condizioni che non vengono accettate e non se ne fa nulla. A Firenze una rivolta ha portato al governo Domenico Guerrazzi (vecchio nemico di Massimo) e l’aria per lui diventa pesante. È pur sempre un deputato della Camera Subalpina e seppur ancora dolorante e provato nel corpo e nello spirito a dicembre sale a Torino. In viaggio trova Genova in tumulto, ma anche Torino non sta meglio, l’opposizione ha messo sotto accusa il governo presieduto dal moderato Perrone di San Martino e si batte per riprendere la guerra all’Austria. Massimo riceve una lettera dall’avvocato Pinelli, uno dei ministri dimissionari, Carlo Alberto vuole offrirgli la carica di Primo Ministro. Risponde quasi come al fratello e non cede neppure alle insistenze degli amici che vedono in lui un uomo moderato al contrario di Vincenzo Gioberti che cavalcando il malcontento generale raggiungerà l’agognata meta della Presidenza del Consiglio.

La ripresa della guerra come sappiamo non fu certa un’idea felice (come Massimo aveva vaticinato al Gioberti) e dopo la sconfitta di Novara come sappiamo Carlo Alberto abdica a favore di Vittorio Emanuele. A D’Azeglio viene dapprima proposto un ministero nel governo De Launay ma lui tentenna, anche se il fratello Roberto e altri amici insistono, è lui l’uomo giusto, il gran moderato, al di sopra delle correnti estremistiche e non certo ambizioso di potere.

Le dimissioni del Gioberti pongono però il governo in bilico e questa volta Pinelli è latore di una richiesta del Re per averlo come primo Ministro e questa volta Massimo accetta. Il 6 maggio il Re firma il decreto che lo nomina Primo Ministro. Massimo ha accettato ma alle sue condizioni “Tutta la vita ho messo pelle e quattrini per il principio della Nazionalità italiana, firmare una pace dove questo principio fosse taciuto non è opera che si farà per mano mia”. Si riferisce alle richieste fatte dal Marescialle Radetzky per la pace.

I primi passi da primo ministro D’Azeglio li compie con cautela e grazie ad una notevole abilità diplomatica riesce a strappare una pace onorevole, giocando sia sulla rivalità tra potenze (Francia e Inghilterra non vedevano certo di buon occhio lo strapotere austriaco in Italia) sia grazie agli uffizi di Lord Minton conosciuto in Toscana e di Emanuele D’Azeglio, figlio di Roberto, diplomatico in Francia diventato amico di Luigi Bonaparte.

Ma la camera non è favorevole al trattato (come peraltro D’Azeglio aveva previsto) e lui assiste con freddo distacco tanto che si comincia a mormorare che sia troppo debole, troppo artista per l’incarico. Ma quando il neo ministro della guerra Bava adotta provvedimenti che lui non condivide lo liquida senza tanti problemi e nomina Alfonso Lamarmora, uomo forte e di fiducia.

Stufo delle richieste di dilazione all’approvazione scioglie la camera, fissa la data per nuove elezioni e suggerisce al Re il famoso proclama di Moncalieri in cui il Re, entrando a gamba tesa nel dibattito politico (e violando la prassi costituzionale) richiama le forze vive del paese ad un maggior impegno del Parlamento.

Le elezioni danno ragione a D’Azeglio e il 9 gennaio 1850 viene firmato il trattato. Lo Statuto e la libertà di stampa sono salvi, il Piemonte diventa una piccola oasi dove trovano rifugio migliaia di esuli, tra cui spiccano De Sanctis e Tommaseo, Farini e Paleocapa, Mamiani, Ferrara, Scialoja.

Ma il nostro D’Azeglio, nonostante i risultati, non cambia atteggiamento verso il potere, non abita l’appartamento di rappresentanza a Palazzo Carignano ma due stanzette al primo piano contento di avere la legna gratis. È frugale nei suoi pasti in trattoria e la sera si ritira, “chez soi”, e rifugge la vita mondana.

A livello politico si trova un po’ stretto dalla destra ultraconservatrice che governa con i moderati e deve affrontare il mai sopito problema dei privilegi della Chiesa all’interno dello Stato, grazie a vecchi concordati (tribunali ecclesiastici, il diritto di asilo, e immunità del Clero), che contrastano con quanto sancito dallo Statuto sull’eguaglianza tra i cittadini e stanno creando molti malumori a seguito di un frate scampato alla forca dopo aver ucciso il marito dell’amante.

Tenta la via degli accordi ma la Curia Romana non riceve neppure l’ambasciatore, è chiaramente un tentativo di scalzare le nascenti istituzioni piemontesi.

A questo punto il governo tira dritto e presenta il progetto di legge preparato dal guardasigilli Giuseppe Siccardi. La reazione dei conservatori e della chiesa è furibonda, ma la Camera incredibilmente calma approva. Il 5 agosto muore il ministro dell’Agricoltura Pietro di Santa Rosa e come sappiamo gli vengono negate le esequie in chiesa. Ci sono tumulti attorno alla chiesa e si arriva all’arresto dell’Arcivescovo Fransoni. I fatti hanno risonanza internazionale, anche in seguito ad una locuzione del Papa. Ma il governo e il Re in prima persona rispondono praticamente di pensare ai fatti propri!

Ma D’Azeglio comincia ad essere stanco, se è bravo nella preparazione dei discorsi ufficiali, non ha la risposta pronta e sferzante per le schermaglie in aula. Molto meglio il Cavour, nuovo ministro dell’Agricoltura, coltissimo e attivissimo, anche troppo per Massimo che gli riconosce però capacità e preparazione e soprattutto oratoria. Il Re lo mette in guardia anche perché capisce che il conte di Cavour è destinato a fare strada.

Ma che i tempi stiano cambiano e che si avvicini l’ora di passare la mano ad altri D’Azeglio lo avverte fortissimo, e non soltanto per il suo aristocratico distacco dalle beghe politiche, è il suo intuito politico e il riconoscere i propri limiti che gli fanno capire che il futuro ha bisogno di energie e capacità che lui non possiede.

Il dolore al ginocchio si è riacutizzato e D’Azeglio è costretto a letto; approfittando della sua assenza il Conte di Cavour e altri Ministri fanno eleggere Urbano Rattazzi a presidente della Camera al posto del defunto Pier Dionigi Pinelli. D’Azeglio messo in minoranza reagisce ed espelle dal governo i ministri che hanno partecipato alla votazione. Richiamato dal Re a fare un nuovo governo si rimette in sella, ma di un cavallo stanco come scrive lui stesso.

Il futuro è già scritto, il 12 giugno il Guardasigilli Boncompagni presenta la legge per il matrimonio civile. D’Azeglio sa che è uno scoglio duro e che rappresenterà un nuovo capitolo dello scontro fra Stato e Chiesa. Alla Camera la legge passa con larga maggioranza, ma al Senato è scontro durissimo con la desta clericale. Ma quel che è peggio a D’Azeglio manca l’appoggio della corona: la moglie e la madre del Re, religiosissime, sono tutt’altro che favorevoli. Si approssimano però le vacanze parlamentari e la battaglia finale è rimandata all’autunno. In quella estate D’Azeglio ha una bella gioia familiare, la figlia Rina si sposa e lui coglie l’occasione per riunire tutta la famiglia Manzoni e la moglie Luisa. Proprio a Luisa che si complimenta con lui per i suoi “godimenti” confessa di essere stanco e tribolato e di non vedere l’ora di cambiar mestiere. L’ora verrà il 22 ottobre quando, schiacciato da una Camera ormai apertamente favorevole a Cavour, D’Azeglio darà le dimissioni.

Si ritira a vita privata, ma verrà richiamato più volte dal Cavour che lo vuole come ambasciatore presso la Corona Inglese e ancora con Cavour e Vittorio Emanuele in Francia e in Inghilterra per “saggiare” gli umori rispetto alla questione italiana.

21_Massimo d’Azeglio_ ritratto di Francesco Hayez

Massimo d’Azeglio, ritratto di Francesco Hayez

Alternerà momenti intensamente privati, tornando a dipingere, con incursioni pubbliche su richiesta del Governo o di singoli ministri.

Nel 1859 viene mandato a Bologna a reggere il governo a nome di Vittorio Emanuele II, nel 1860 è nominato Governatore di Milano.

Dopo la morte di Cavour non verrà più coinvolto attivamente nelle questioni del governo e si dividerà tra Cannero (5) dove si è fatto costruire una casa “a misura di artista” come lui stesso scrive alla moglie, e Torino a svolgere il ruolo di Direttore della galleria delle Belle Arti. Verso la fine del 1865 sempre più malato ai polmoni e debole lascerà Cannero per Torino dove morirà il 16 gennaio 1866.

22_Villa d’Azeglio a Cannero Riviera sul lago Maggiore

Villa d’Azeglio a Cannero Riviera sul lago Maggiore

Note

  1. Storico teatro dotato di quattro ordini di palchi e 1300 posti. Nel 1821 vide nascere i sussulti politici che avrebbero portato alla concessione della Costituzione da parte di Carlo Alberto.
  2. “Massimo d’Azeglio – Un artista in politica – G. Martellini, M.T. Pichetto -Centro Studi Piemontesi
  3. Ibidem
  4. Massimo d’Azeglio – Un artista in politica – G. Martellini, M.T. Pichetto -Centro Studi Piemontesi
  5. Piccolissimo Comune sulle sponde del Lago Maggiore

Bibliografia

Massimo d’Azeglio – Un artista in politica – G. Martellini, M.T. Pichetto -Centro Studi Piemontesi

www.historiaregni.it/massimo-dazeglio/

http://www.letteraturadimenticata.it/

www.treccani.it/enciclopedia/massimo-d-azeglio

Santena, 16 aprile 2025