MAR
25
1861

2843#


CAVOUR: (Vivi segni di attenzione) Signori deputati, l'onorevole deputato Audinot con parole gravi ed eloquenti quali si addicevano all'altezza dell'argomento che egli ha preso a trattare avanti a voi, anziché rivolgere al Ministero interpellanze su fatti speciali, vi ha fatto una magnifica esposizione della questione di Roma. Nel conchiudere il suo discorso egli lo riassumeva chiedendo al Ministero schiarimenti su due punti particolari, cioè sulle voci che correvano e corrono circa a negoziazioni intavolate con Roma, e circa pratiche fatte o da farsi per ottenere l’applicazione del principio di non intervento alla questione romana; poi terminava con una interpellanza di ben altro momento, terminava, cioè, chiedendo al Ministero qual fosse la linea di condotta che egli intendeva seguire in questo supremo argomento.
     E ben egli si apponeva; l’attuale discussione non poteva, né doveva essere ristretta allo scambio di poche spiegazioni; poiché la questione di Roma è posta sul tappeto, ragion vuole che essa sia trattata in tutta la sua ampiezza.
     Ma, signori, prima di accingermi a rispondere non solo propriamente alle interpellanze dell'onorevole deputato Audinot, ma a quel complesso di considerazioni che egli ha esposte con tanta efficacia, mi sia lecito il ricordarvi che l'attuale questione è forse la più grave, la più importante che sia stata mai sottoposta ad un Parlamento di libero popolo. La questione di Roma non è soltanto di vitale importanza per l'Italia, ma è una questione la cui influenza deve estendersi a 200 milioni di cattolici sparsi su tutta la superficie del globo; è una questione la cui soluzione non deve solo avere un'influenza politica, ma deve esercitarne altresì una immensa sul mondo morale e religioso.
     Questa premessa, o signori, io non l'ho già fatta per ischermirmi, per cercare di sfuggire ad una piena discussione, od evitarla con sotterfugi diplomatici, con artifizi oratorii.
     Quando la questione romana era ancora lontana, quando la sua soluzione doveva differirsi ad epoca indeterminata, sarebbe stato savio consiglio per il ministro degli affari esteri di mantenere una prudente riserva, di restringersi ad indicare la stella polare che doveva guidare la sua condotta ed evitare ogni maggiore spiegazione; ma ora, o signori, che questa questione è stata discussa nei Parlamenti dei popoli liberi, ora che essa è l'argomento principale dei dibattimenti in tutti i paesi civili, codesta non sarebbe prudenza, sarebbe invece pusillanimità. (Benissimo!)
      Queste mie osservazioni, o signori, tendono ad ottenere da voi, e massime da quelli avanti cui per la prima volta ho l'onore di parlare sopra gravissimi argomenti, molta indulgenza; esse tendono a porli in avvertenza di tener conto delle difficoltà gravissime che circondano chi ha l'onore di parlarvi nel far giudizio di quanto io mi accingo a dire. (Movimenti d'attenzione)
      L'onorevole deputato Audinot vel disse senza riserva: Roma debb'essere la capitale d'Italia. E lo diceva con ragione; non vi può essere soluzione della questione di Roma, se questa verità non è prima proclamata, accettata dall'opinione pubblica d'Italia e d'Europa. (A sinistra: Bene!) Se si potesse concepire l'Italia costituita in unità in modo stabile senza che Roma fosse la sua capitale, io dichiaro schiettamente che reputerei difficile, forse impossibile la soluzione della questione romana. Perchè noi abbiamo il diritto, anzi il dovere di chiedere, d'insistere perchè Roma sia riunita all'Italia? Perchè senza Roma capitale d'Italia l'Italia non si può costituire. (Approvazione)
      A prova di questa verità già vi addusse molti argomenti l'onorevole preopinante. Egli vi disse con molta ragione che questa verità, essendo sentita quasi istintivamente dall'universalità degli Italiani, essendo proclamata fuori d'Italia da tutti coloro che giudicano delle cose d'Italia con imparzialità ed amore, non ha d'uopo di dimostrazione, è affermata dal senso comune della nazione.
      Tuttavia, o signori, si può dare di questa verità una dimostrazione assai semplice. L'Italia ha ancor molto da fare per costituirsi in modo definitivo, per isciogliere tutti i gravi problemi che la sua unificazione suscita, per abbattere tutti gli ostacoli che antiche istituzioni, tradizioni secolari oppongono a questa grande impresa ; ora, o signori, perchè quest'opera possa compiersi conviene che non vi siano cause di dissidi, di lotte. Ma finche la questione della capitale non sarà definita vi sarà sempre motivo di dispareri e di discordie fra le varie parti d'Italia. (Benissimo!)
      Ed invero, o signori, è facile a concepirsi che persone di buona fede, persone illuminate ed anche dotate di molto ingegno, ora sostengano o per considerazioni storiche o per considerazioni artistiche, o per qualunque altra considerazione la preferenza a darsi a questa o a quell'altra città come capitale d'Italia; io capisco che questa discussione sia per ora possibile: ma se l'Italia costituita avesse già stabilita in Roma la sua capitale, credete voi che tale discussione fosse ancora possibile? Certo che no; anche coloro che si oppongono al trasferimento della capitale a Roma, una volta che essa fosse colà stabilita non ardirebbero di proporre che venisse traslocata altrove. Quindi egli è solo proclamando Roma capitale d'Italia che noi possiamo porre un termine assoluto a queste cause di dissenso fra noi.
      Io sono dolente perciò di vedere che uomini autorevoli, uomini d'ingegno, uomini che hanno reso alla causa italiana eminenti servigi, come lo scrittore a cui l'onorevole preopinante alludeva, pongano in campo cotesta questione e la dibattano, oserei dire, con argomenti di poca importanza.
      La questione della capitale non si scioglie, o signori, per ragioni nè di clima, nè di topografia, neanche per ragioni strategiche; se queste ragioni avessero dovuto influire sulla scelta della capitale certamente Londra non sarebbe capitale della Gran Bretagna, e forse nemmanco Parigi lo sarebbe della Francia. La scelta della capitale è determinata da grandi ragioni morali. È il sentimento dei popoli quello che decide le questioni ad essa relative.
      Ora, signori, in Roma concorrono tutte le circostanze storiche, intellettuali, morali che devono determinare le condizioni della capitale di un grande Stato. Roma è la sola città d'Italia che non abbia memorie esclusivamente municipali; tutta la storia di Roma dal tempo dei Cesari al giorno d'oggi è la storia di una città la cui importanza sì estende infinitamente al di là del suo territorio, di una città, cioè, destinata ad essere la capitale di un grande Stato. (Segni di approvazione su vari banchi) Convinto, profondamente convinto di questa verità, io mi credo in obbligo di proclamarlo nel modo più solenne davanti a voi, davanti alla nazione, e mi tengo in obbligo di fare in questa circostanza appello al patriottismo di tutti i cittadini d'Italia e dei rappresentanti delle più illustri sue città, onde cessi ogni discussione in proposito, affinchè noi possiamo dichiarare all'Europa, affinchè chi ha l'onore di rappresentare questo paese a fronte delle estere potenze possa dire: la necessità di aver Roma per capitale e riconosciuta e proclamata dall'intiera nazione. (Applausi) Io credo di avere qualche titolo a poter fare quest'appello a coloro che, per ragioni che io rispetto, dissentissero da me su questo punto; giacché, signori, non volendo fare innanzi a voi sfoggio di spartani sentimenti, io lo dico schiettamente: sarà per me un gran dolore il dover dichiarare alla mia città natia che essa deve rinunciare risolutamente, definitivamente ad ogni speranza di conservare nel suo seno la sede del governo. (Approvazione)
      Sì, signori, per quanto personalmente mi concerne gli è con dolore che io vado a Roma. Avendo io indole poco artistica (Si ride), sono persuaso che in mezzo ai più splendidi monumenti di Roma antica e di Roma moderna io rimpiangerò le severe e poco poetiche vie della mia terra natale. Ma egli è con fiducia, o signori, che io affermo questa verità. Conoscendo l'indole dei miei concittadini ; sapendo per prova come essi furono sempre disposti a fare i maggiori sacrifizi per la sacra causa d'Italia (Viva approvazione); sapendo come essi fossero rassegnati a vedere la loro città invasa dal nemico e pronti a fare energica difesa; conoscendo, dico, questi sentimenti, io non dubito che essi non mi disdiranno quando, a loro nome, come loro deputato, io proclamo che Torino è pronta a sottomettersi a questo gran sacrifizio nell'interesse dell'Italia. (Applausi dalle gallerie)
      Mi conforta anche la speranza (dirò anzi la certezza, dopo aver visto come fossero accolte da voi le generose parole che il deputato Audinot rivolgeva alla mia città natale), mi conforta, dico, la speranza che quando l'Italia definitivamente costituita avrà stabilita la gloriosa sede del suo governo nell'eterna città essa non sarà ingrata per questo paese che fu culla della libertà, per questa terra in cui venne deposto quel germe della indipendenza che svolgendosi rapidamente e rigogliosamente si estende oramai in tutta la penisola dalla Sicilia alle Alpi. (Segni d’approvazione)
      Ho detto, o signori, e affermo ancora una volta che Roma, Roma sola deve essere la capitale d'Italia.
      Ma qui cominciano le difficoltà del problema, qui comincia la difficoltà della risposta che debbo dare all'onorevole interpellante. (Profondo silenzio)
      Noi dobbiamo andare a Roma, ma a due condizioni : noi dobbiamo andarvi di concerto colla Francia ; inoltre senza che la riunione di questa città al resto d'Italia possa essere interpretata dalla gran massa dei cattolici d'Italia e fuori d'Italia come il segnale della servitù della Chiesa. Noi dobbiamo, cioè, andare a Roma, senza che per ciò l'indipendenza vera del Pontefice venga a menomarsi. Noi dobbiamo andare a Roma senza che l'autorità civile estenda il suo potere all'ordine spirituale.
      Ecco le due condizioni che debbono verificarsi perchè noi possiamo andare a Roma senza porre in pericolo le sorti d'Italia.
      Quanto alla prima vi disse già l'onorevole deputato Audinot che sarebbe follia il pensare, nelle attuali condizioni d'Europa, di voler andare a Roma malgrado l'opposizione della Francia.
      Ma dirò di più: quando anche per eventi che credo non siano probabili e nemmeno possibili la Francia si trovasse ridotta in condizioni tali da non potere materialmente opporsi alla nostra andata a Roma, noi non dovremmo tuttavia compiere l'unione di essa al resto d'Italia se ciò dovesse recar grave danno ai nostri alleati.
      Noi, signori, abbiamo contratto un gran debito di gratitudine verso la Francia. Io non intendo certo che siano applicabili alle relazioni internazionali tutte le strettissime regole di moralità che debbono regolare i rapporti individuali, tuttavia vi sono certi principii di morale che le nazioni stesse non violano impunemente.
      Io ben so che molti diplomatici professano contraria sentenza. Mi ricordo di aver udito far plauso, or sono alcuni anni, ad un detto famoso di un insigne uomo di Stato austriaco, il quale dichiarava, ridendo, che fra poco l'Austria avrebbe fatto stupire l'Europa per la sua ingratitudine rispetto alla Russia: ed invero l'Austria tenne parola (Ilarità); giacche forse saprete tutti, e quando nol sapeste io potrei farvene testimonianza, che nel Congresso di Parigi e nei negoziati che a questo Congresso tennero dietro nessuna potenza si mostrò tanto ostile alla Russia, tanto ostinata ad aggravare le condizioni della pace quanto l'Austria, la quale non aveva punto contribuito colla sua spada ad imporre la pace all'antica sua alleata. (Sensazione) Ma, o signori, la violazione di quel gran principio morale non tardò ad essere punita. Dopo alcuni anni la Russia prese la sua rivincita; e noi ne dobbiamo andar lieti, giacché io non esito ad attribuire alla solenne ingratitudine austriaca la facilità colla quale si sono ristabilite fra la Russia e noi buone relazioni che disgraziatamente ora sono di nuovo momentaneamente interrotte, ma senza che per ciò, io ne ho fede, si siano modificati i sentimenti della nazione russa rispetto all'Italia, e senza che siano cessate affatto nel Sovrano che regge quel popolo le sue antiche simpatie per noi.
       Ma, o signori, noi abbiamo, rispetto alla Francia, un motivo ancor più grave di accordarci con essa. Quando noi abbiamo invocato nel 1859 l'aiuto francese, quando l'imperatore acconsentì a scendere in Italia a capo delle bellicose sue schiere, egli non ci dissimulò quali impegni ritenesse di avere rispetto alla Corte di Roma. Noi abbiamo accettato il suo aiuto senza protestare contro gli impegni che ci dichiarava di avere assunti; ora, dopo avere ricavati tanti benefizi dall'accordata alleanza, non possiamo protestare contro impegni che fino ad un certo punto abbiamo ammessi. Ma dunque, mi si obbietterà, la soluzione della questione di Roma è impossibile!
      Rispondo: se noi giungiamo a far sì che si verifichi la seconda delle accennate condizioni, la prima non offrirà molti ostacoli; se noi giungiamo, cioè, a far sì che la riunione di Roma all'Italia non faccia nascere gravi timori nella società cattolica (intendo per società cattolica quella gran massa di persone di buona fede che professano il dogma religioso per sentimento vero e non per fini politici, quella gran massa la cui mente non è offuscata da volgari pregiudizi); se noi, dico, giungiamo a persuadere la gran massa dei cattolici che l'unione di Roma all'Italia può farsi senza che la Chiesa cessi d'essere indipendente, credo che il problema sarà quasi sciolto. 
      Non bisogna farsi illusione: molte persone di buona fede, non animate da pregiudizi ostili all'Italia e nemmeno alle idee liberali, temono che, quando Roma fosse unita all'Italia, quando la sede del Governo italiano fosse stabilita in Roma, quando il Re sedesse sul Quirinale, temono, dico, che il Pontefice avesse a perdere molto e in dignità e in indipendenza; temono in certo modo che il Pontefice invece d'essere il capo di tutto il Cattolicismo dovesse essere ridotto alla carica di grande elemosiniere o di cappellano maggiore. (Si ride)
      Se questi timori fossero fondati, se realmente la caduta del potere temporale dovesse trar seco necessariamente questa conseguenza, io non esiterei a dire che la riunione di Roma allo Stato d'Italia sarebbe fatale non solo al Cattolicismo, ma anche all'Italia; giacché, o signori, io non so concepire maggiore sventura per un popolo colto che di vedere riunita in una sola mano, in mano de' suoi governanti, il potere civile e il potere religioso. (Bene!)
      La storia di tutti i secoli, come di tutte le contrade, ci dimostra che, ovunque questa riunione ebbe luogo, la civiltà quasi sempre immediatamente cessò di progredire, anzi sempre indietreggiò; il più schifoso despotismo si stabilì; e ciò, o signori, sia che una casta sacerdotale usurpasse il potere temporale, sia che un califfo od un sultano riunisse nelle sue mani il potere spirituale. Dappertutto questa fatale mescolanza ha prodotto gli stessi effetti; tolga adunque Iddio, o signori, che ciò avvenga nella nostra contrada.
      Ciò premesso, io credo dover esaminare da tutti i lati la sollevata questione, quella cioè degli effetti che la riunione di Roma all'Italia avrà sulla indipendenza del potere spirituale del Pontefice.
      La prima cosa che io debbo fare si è di esaminare se ora veramente il potere temporale assicuri al Pontefice una effettiva indipendenza.
      In verità, se ciò fosse, se il potere temporale guarentisse ora, come nei secoli scorsi, l'indipendenza assoluta del Pontefice, io esiterei molto a pronunziare la soluzione di questo problema. Ma, signori, possiamo noi, può alcuno affermare con buona fede che il potere temporale del Pontefice qual è ora costituito conferisca alla sua indipendenza? No certamente, quando si vogliano considerare le condizioni attuali del Governo romano con ispirito di imparzialità.
      Nei secoli scorsi quando il diritto pubblico europeo non conosceva quasi nessun altro titolo giuridico di sovranità che il diritto divino; quando i sovrani erano considerati come proprietari assoluti dei paesi che costituivano il loro dominio; quando i vari Governi d'Europa rispettavano questo principio, oh! io intendo che, pel Pontefice, il possesso di alcune Provincie, di uno Stato di qualche estensione fosse una garanzia d'indipendenza. In allora questo principio era accettato, od almeno subìto dalle popolazioni stesse; quindi volendo o non volendo, simpatico od antipatico che loro fosse quel governo lo accettavano, lo subivano; perciò io non esito a riconoscere che sino al 1789 il potere temporale fu pel Pontefice una garanzia d'indipendenza.
      Ma ora, o signori, questo diritto pubblico è mutato; quasi tutti i governi civili riposano sul principio del consenso o tacito od esplicito delle popolazioni. Noi vediamo questo principio solennemente proclamato in Francia ed in Inghilterra; noi lo vediamo quasi accettato in Prussia; vediamo persino che l'Austria stessa vi si accosta, e che la Russia se lo contesta ancora, non lo respinge più con quella veemenza con cui lo combatteva l'imperatore Nicolò, il quale aveva quasi fatto del diritto divino un dogma religioso. 
      Ammesso che il consenso dei popoli al governo che è loro imposto sia necessario, è facile il dimostrare che il potere temporale manca assolutamente di fondamento. Ora, che non vi sia questo consenso, che anzi vi sia stato e vi sia tuttora un antagonismo crescente tra le popolazioni degli antichi domini del Papa ed il governo temporale del Sommo Pontefice è cosa evidente.
      Io non rianderò gli annali della storia; vi farò tuttavia osservare che quest'antagonismo si manifestò quasi immediatamente dopo la restaurazione del 1814.
      Ed invero, o signori, pochi mesi dopo la restaurazione del 1814 noi vediamo, all'apparire negli Stati della Chiesa di un illustre guerriero, facendo appello al principio della nazionalità italiana, noi vediamo insorgere i popoli di quelle contrade; noi vediamo proclamata la incompatibilità del governo temporale colla civiltà novella da quel grande italiano che nel suo lungo esilio rese illustre la nostra patria come grande economista, come abile statista; da quell'italiano che sul finire della sua carriera, per ispirito di abnegazione, volle tentare l'impossibile impresa di riconciliare il potere temporale col progresso civile, e la cui morte fu una delle più grandi sventure che sia toccata all'Italia. (Bravo! Benissimo! dalla destra) Intendo parlare di Pellegrino Rossi che nel 1816 proclamò in Bologna il principio della nazionalità italiana.
      Gli anni immediatamente successivi furono relativamente tranquilli; i popoli erano talmente spossati da quella lotta da giganti che aveva durato oltre a 25 anni, che anelavano ad un assoluto riposo. A ciò forse contribuirono pure il governo assai mite del venerando Pontefice che illustrò allora il trono pontificale colle sue virtù, e la politica relativamente liberale del suo ministro il cardinale Consalvi.
      Ma non sì tosto l'Italia si commosse nel 1820 e nel 1821 per ottenere libertà e indipendenza, che le Romagne, paese in cui è vivissimo il sentimento patriottico, si dimostrano insofferenti del governo pontificale. D'allora in poi vi fu sempre antagonismo più meno aperto fra le popolazioni dello Stato pontificio e il loro governo. Dopo la rivoluzione del 1830 questo antagonismo si tradusse in movimento insurrezionale; quelle Provincie, senza opposizione di sorta, affermarono il loro diritto di sottrarsi al dominio temporale dei papi, e quel moto, partito da Bologna, si estese sino alle porte di Roma.
      L'intervento straniero venne a soffocarlo.
      D'allora in poi l'intervento straniero divenne una necessità; cessò, è vero, per qualche anno, ma se cessava di fatto, la minaccia ne durava tuttavia imminente, e le truppe tedesche ritiratesi dalle Romagne e dalle Marche stavano accampate sul Po pronte ad accorrere ad ogni moto che sull'altra riva scoppiasse; ciò che costituiva per certo un vero e continuo intervento. Questo antagonismo si fece più forte e più irresistibile dopo il 1848, e d'allora in poi non bastò più la minaccia dell'intervento, l'intervento effettivo esteso a tutte le parti dello Stato divenne una necessità.
      Certo, signori, gli eventi del 1859 non hanno modificato questo sentimento; è facile di verificarlo. Le Romagne sono unite a noi oramai da due anni; la stampa vi è libera, libera vi è la manifestazione del pensiero così ai laici che agli ecclesiastici; libere sono le associazioni; e le elezioni non vi sono state certamente violentate nè dal Governo, nè dai privati.
      Che queste libertà esistano, ne sia prova il fatto che in Bologna si è stabilito un giornale clericale; e, quantunque io non lo legga, credo ch'esso sia ultraclericale, e forse più violento della nostra Armonia. (Ilarità) 
      Voi sapete pure che i prelati hanno potuto pubblicare le loro proteste non tutte formulate con quella moderazione che il santo ufficio che essi adempiono loro imporrebbe, e che non vennero per ciò molestati.
      Ebbene, malgrado questa libertà di cui godono le Romagne, si è forse manifestato qualche rimpianto del passato governo? Vi è una parte qualunque della popolazione che abbia desiderato l'antico regime? Sebbene (debbo confessarlo non solo a nome mio, ma anche de' miei colleghi), qualche errore da noi commesso in quelle contrade abbia fors'anche prodotto alcuna causa fondata o non di malcontento: quel malcontento si traduce in qualche critica di questo o di quell'altro ministro, fors'anche dell'intero Gabinetto, ma giammai nel panegirico degli antichi governanti. (Segni di assenso)
      Quanto accadde nell'Umbria è più notevole ancora.
      Appena essa fu divelta dal dominio clericale, appena fatta libera, l'Umbria fu sgombrata assolutamente dalle nostre truppe. Necessità di guerra, considerazioni di alto momento, ci costrinsero ad appigliarci al partito, forse imprudente, di lasciare quella provincia senza un solo soldato regolare, di abbandonare quel paese alle proprie sue forze, alla sua guardia nazionale, ed ai generosi volontari che le sue città avevano spontaneamente somministrato. Eppure l'Umbria non diede il più lieve segno di lamentare il passato regime; e quantunque forse si avesse ragione di temere che colà, più che in altre provincie, vi fossero elementi di reazione clericale (giacché il numero dei conventi era ivi, più che altrove, esuberante); quantunque gli eccitamenti d'ogni maniera venissero dalla vicina Roma per parte delle antiche autorità pontificie; ad onta di queste circostanze l'Umbria godette della più perfetta pace, nessun sentimento di reazione vi si manifestò nella popolazione; ed io oso dire persino che, se sull'altra sponda del Tevere non avesse sventolato il rispettato vessillo francese, probabilmente gli Umbri, lasciati a loro stessi, non avrebbero tardato a stendere la mano ai loro fratelli d'oltre Tevere, e ad attirarli nel seno della gran famiglia italiana, malgrado tutti gli sforzi dei neofiti cattolici mascherati da zuavi. (Ilarità e segni di approvazione)
      Forse (non certamente nel seno di questa Camera) taluno degli appassionati difensori del potere temporale mi potrà obbiettare, come prova dell'opposizione di quelle popolazioni al nuovo regime, i disordini, i fatti luttuosi dell'Ascolano.
      Signori, io non sono il difensore del potere temporale del Papa, ma credo dover mio il mostrarmi giusto ed imparziale a suo riguardo; e quindi non esito a dichiarare che io non ritengo nè il Sommo Pontefice, nè il suo ministro responsabile di quei fatti atroci, avvenuti in seguito allo sbandamento delle truppe borboniche. Questi fatti non provano già che gli abitanti di quel paese rifuggono da un governo liberale, ma che il mal governo clericale predispone i popoli al brigantaggio, quando accadono gravi sconvolgimenti politici. (Bravo! Bene!) 
      Quindi, signori, mi pare aver dimostrato e stabilito in modo incontrastabile esservi antagonismo assoluto tra la Santa Sede e le popolazioni.
      Se questo antagonismo esiste, qual rimedio i fautori del potere temporale possono apportarvi, onde questo stato temporale sia una garanzia dell'indipendenza del potere spirituale?
      Io so che alcuni cattolici, più zelanti che illuminati, non rifuggono dal dire: il potere temporale essendo una necessità assoluta per la società cattolica, esso dev'essere assicurato mercè presidii di truppe somministrate da tutte le grandi potenze cattoliche, e con fondi versati nel tesoro pontificio, quando anche con questo metodo quei paesi debbano essere condannati a duro e perpetuo servaggio.
      Io non mi fermerò a confutare questi argomenti, degni non già di uomini professanti la santa religione di Cristo, ma piuttosto di coloro nel cui dogma religioso i sacrifizi umani erano considerati come mezzo opportuno a rendersi propizie le divinità! (Segni di approvazione)
      Certo, signori, non possono essere i seguaci della religione di Colui che sacrificò la vita per salvare l'umanità quelli che vogliono sacrificare un intero popolo, che vogliono condannarlo ad un continuo martirio, per mantenere il dominio temporale del suo rappresentante su questa terra. (Bravo! Bene!)
      Altri fautori del potere temporale più moderati, più benevoli, dicono: ma è egli impossibile che il Pontefice con riforme, con concessioni faccia scomparire l'antagonismo che ho sovra accennato, possa conciliarsi quel popolo sul quale impera? Come mai i principii che assicurano la pace e la tranquillità delle altre parti d'Europa, applicati nelle Romagne, nell'Umbria e nelle Marche, non produrranno gli stessi effetti? Ed essi insistono presso il Pontefice onde sia largo di riforme ai suoi popoli, nè si sgomentano delle ripulse, ma tornano a chiedere concessioni e riforme.
      Questi, o signori, sono in un assoluto errore; chieggono al Pontefice quello che il Pontefice non può dare, perchè in lui si confondono due nature diverse: quella di Capo della Chiesa e quella di Sovrano civile; ma si confondono in modo che la qualità di Capo della Chiesa deve prevalere a quella di Sovrano civile. Ed infatti, se il dominio temporale è stato dato al Pontefice per assicurare l'indipendenza della sua autorità spirituale, evidentemente il Papa deve sacrificare le considerazioni riguardanti il potere temporale a quelle relative agl'interessi della Chiesa.
      Ora, quando domandate al Pontefice di fare alla società civile le concessioni richieste dalla natura dei tempi e dal progresso della civiltà, ma che si trovano in opposizione ai precetti positivi della religione, di cui egli è Sovrano Pontefice, voi gli chiedete cosa che egli non può, non deve fare. Se assentisse a siffatta domanda, egli tradirebbe i suoi doveri come Pontefice, cesserebbe di essere rispettato come il Capo del Cattolicismo. Il Pontefice può tollerare certe istituzioni come una necessità; ma non può promulgarle, non può assumerne la responsabilità, non può dar loro l'autorità del suo nome.
      Io adduco un esempio. Il Pontefice può tollerare in Francia il matrimonio civile, ma non può, rimanendo Pontefice, dargli l'autorità del suo assenso, non lo può proclamare come legge dello Stato. Ciò che io affermo per il matrimonio civile, lo dico per un'infinità di altre istituzioni che, considerate dal punto di vista meramente cattolico, si trovano in contraddizione con alcuni precetti, e che è oramai riconosciuto essere una necessità il tollerare.
      Quindi io non esito a dire: lungi dal fare al Pontefice un rimprovero di aver costantemente rifiutato le riforme e le concessioni che da lui si chiedevano, questa sua, che non è ostinazione, ma fermezza, è, a mio avviso, a giudicarne da cattolico, un titolo di benemerenza. (Movimenti)
      Di ciò io fui sempre convinto; ed io ebbi nella mia carriera molte volte a combattere contro coloro i quali di buona fede sostenevano la tesi che io ho ora esposta, contro quelli, cioè, che insistevano onde il Papa accordasse riforme.
      Io mi ricordo che al Congresso di Parigi altissimi personaggi ben disposti per l'Italia, e preoccupati specialmente delle anormali condizioni degli Stati Pontificii , insistevano presso di me onde tracciassi loro le riforme da presentarsi alla Santa Sede, onde indicassi il modo con cui potessero essere applicate. In allora rifiutai di farlo, e proclamai altamente la dottrina che ho ora esposta, cioè l'impossibilità per il Papato di aderire ai consigli che gli si volevano dare; e sin d'allora, aiutato potentemente dal mio egregio amico il ministro Minghetti, che ebbe parte principale a quei negoziati (e qui mi è grato avere l'occasione di rendergli la giustizia che gli si deve, e di attribuirgli quella larga parte di merito che mi si è voluto dare esclusivamente per ciò che si è compiuto a Parigi), ho dichiarato altamente che il solo mezzo di mettere le Romagne e le Marche in una condizione normale era quello di far si che quei paesi potessero reggersi senza l'occupazione straniera, vale a dire di separare intieramente l'amministrazione di essi da Roma, di renderli civilmente, amministrativamente, finanziariamente indipendenti. S'io avessi poi bisogno d'avvalorare questa teoria presso quella classe numerosa d'uomini di buona fede che credono possibile la conciliazione dei grandi principii del progresso civile, dei grandi principii del 1789 col potere temporale, direi loro: tutti i vostri sforzi verranno a rompersi contro il principio del governo stesso.
      Io non attribuisco i mali di quei paesi alle persone che sono state destinate a governarli. Credo in verità che, quand'anche si fossero cambiati tutti gli antichi reggitori delle provincie soggette al dominio sacerdotale, quando si fossero destinati al governo delle medesime gli uomini più illuminati e liberali, dopo breve tempo le cose sarebbero tornate nello stato di prima. Finché dura la riunione dei due poteri, la confusione dei medesimi, il mal governo saranno cose inevitabili.
      Non vorrei fare un paragone poco rispettoso; tuttavia reputo necessario indicare un fatto analogo. (Movimento di attenzione)
      L'Europa da 20 anni si strugge per trovar modo d'operare una riforma nello Stato ottomano. Non v'è arte diplomatica, non v'è influenza che non siasi esercitata in questo senso; e, per essere giusto, dirò che molti, forse la maggior parte dei ministri ottomani, sono dispostissimi ad operare queste mutazioni, a conciliare il vivere civile con le forme del loro governo.
      Io ho avuto l'onore di conoscere parecchi de' più distinti uomini di Stato di quel paese, i quali mi hanno tutti maravigliato per la larghezza delle loro vedute, per il liberalismo de' loro principii; eppure finora l'opera loro è rimasta quasi sterile; e perchè, o signori? Perchè a Costantinopoli, come a Roma, il potere spirituale e temporale sono confusi nelle stesse mani.
      Quindi, signori, io credo non esservi verità più dimostrata di quella che ogni riforma nel governo temporale è impossibile. Ciò essendo, lo stato attuale di antagonismo fra la popolazione e il Governo non può cessare; e, non potendo esser rimosso, egli è evidente che il potere temporale non è una garanzia d'indipendenza per il Pontefice.
      Ciò chiarito, mi pare che i timori dei cattolici dovrebbero dileguarsi; se ora il Papa non è veramente indipendente, se questo potere temporale non è per lui una garanzia, essi dovr'ebbero essere ormai molto meno teneri di questo potere temporale, di questa fallace garanzia.
      Ma io penso che a convincere pienamente questa parte eletta del Cattolicismo sia necessario di provare che il Papa sarà molto più indipendente, che potrà esercitare la sua azione in modo molto più efficace, quando, abbandonata la potestà temporale, avrà sancito una pace duratura coll'Italia sul terreno della libertà. Gli è ciò che vi prego a permettermi di dimostrarvi dopo pochi minuti di riposo.

(La seduta è sospesa per alcuni minuti.)

      Se il potere temporale non assicura l'indipendenza della Chiesa, con quali mezzi, mi si dirà, volete voi assicurarla? Ciò vi è stato detto dall'onorevole Audinot in questa tornata prima di me, e me ne compiaccio. Noi riteniamo che l'indipendenza del Pontefice, la sua dignità e l'indipendenza della Chiesa possano tutelarsi mercè la separazione dei due poteri, mercè la proclamazione del principio di libertà applicato lealmente, largamente, ai rapporti della società civile colla religiosa.
      Egli è evidente, o signori, che, ove questa separazione sia operata in modo chiaro, definito e indistruttibile; quando questa libertà della Chiesa sia stabilita, l'indipendenza del Papato sarà su terreno ben più solido che non lo sia al presente. Né solo la sua indipendenza verrà meglio assicurata, ma la sua autorità diverrà più efficace, poiché non sarà più vincolata dai moltiplici Concordati, da tutti quei patti che erano e sono una necessità finché il Pontefice riunisce nelle sue mani, oltre alla potestà spirituale, l'autorità temporale. Tutte quelle armi, di cui deve munirsi il potere civile in Italia e fuori, diverranno inutili quando il Pontefice sarà ristretto al potere spirituale. Epperciò la sua autorità, lungi dall'essere menomata, verrà a crescere assai più nella sfera che sola le compete. (Bravo!)
      Io credo che questo non ha bisogno di dimostrazione, e penso che ogni sincero cattolico, ogni sacerdote zelante per la religione di cui è ministro, deve preferire di molto questa libertà d'azione nella sfera religiosa ai privilegi ed anche al potere supremo nella sfera civile. Se altrimenti fosse, converrebbe dire che quei sacerdoti, quei cattolici non sono di buona fede, e vogliono fare del sentimento religioso un mezzo di promuovere i loro temporali interessi. (Risa di assenso)
      La difficoltà dunque sta in ciò, né io penso che verun teologo assennato possa contestare questa verità.
      Bensì mi si dirà: come assicurerete questa separazione, questa libertà che promettete alla Chiesa?
      A parer mio essa si può assicurare in modo efficacissimo; la Chiesa troverà garanzie potenti nelle condizioni stesse delle popolazioni italiane, nelle condizioni stesse del popolo che aspira all'onore di conservare in mezzo a se il Sommo Capo della società cattolica.
      I principii di libertà da me accennati debbono, o signori, essere inscritti in modo formale nel nostro Statuto, debbono far parte integrante del patto fondamentale del nuovo regno d'Italia. Ma non è questa, a mio avviso, la sola garanzia che la Chiesa può ottenere; la maggior garanzia sta nell'indole, nella condizione stessa del popolo italiano. Il popolo italiano è eminentemente cattolico; il popolo italiano non ha mai voluto distruggere la Chiesa, ma volle solo che fosse riformato il potere temporale. Tali furono le opinioni dei più grandi, dei più arditi pensatori di tutti i secoli in Italia. Arnaldo da Brescia, Dante, Savonarola, Sarpi, anche Giannone, almeno per quanto si rileva da suoi scritti, tutti vollero la riforma del potere temporale, nessuno la distruzione del Cattolicismo.
      Questa riforma è un desiderio ardente dell'Italia, ma quando esso sarà compiuto, io oso affermare che nessun popolo sarà più tenero, più tenace dell'indipendenza del Pontefice, dell'assoluta libertà della Chiesa. Questo principio di libertà, io lo ripeto, è conforme all'indole vera della nostra nazione, ed io porto fiducia che quando le condizioni nostre siano prese ad attento esame dai più caldi fautori dell'indipendenza della Chiesa, essi saranno costretti a riconoscere la verità di quanto ho già proclamato, e dovranno ammettere che l'autorità del Pontefice, l'indipendenza della Chiesa saranno molto meglio assicurate dal libero consenso di 26 milioni d'Italiani, che da alcuni mercenari raccolti intorno al Vaticano, od anche da truppe valorose ed amiche, ma pur sempre straniere. (Bravo!)
      Ma, mi si dirà, voi manifestate delle speranze, i fatti però paiono poco conformi alla loro realizzazione. Voi vedete che ogni vostro tentativo di transazione, che ogni offerta di negoziati viene recisamente respinta.
      Io non credo opportuno, e la Camera approverà la mia riserva, di addentrarmi in minuti particolari delle nostre relazioni colla Corte di Roma; non esiterò però a riconoscere che finora nessun tentativo per aprire negoziati fu accolto da quella Corte; ma debbo altresì dichiarare che il momento per addivenire a trattative su quei larghi principii che io ho testé proclamati non era forse ancora venuto, e che quindi ci è lecito di nutrire fiducia che quando le nostre intenzioni saranno chiaramente conosciute e giustamente apprezzate, le disposizioni della Corte di Roma potranno modificarsi e piegarsi a più miti consigli. La storia ci offre molti esempi di Pontefici che, dopo avere scagliato i loro fulmini contro alcuni sovrani coi quali erano in urto, hanno poi stretta pace ed alleanza con essi. Voi ricorderete che in tempi nefasti per l'Italia, Clemente VII, dopo aver veduta la sua Roma invasa dalle truppe spagnuole e messa a sacco, dopo aver subito ogni specie di umiliazione per parte di Carlo V, alcuni anni dopo lo sacrò nel tempio di San Petronio e strinse alleanza con lui, col funesto scopo di togliere la libertà a Firenze, sua patria. Ciò posto, o signori, non ci sarà egli lecito sperare (Con calore) che il mutamento che si operò nell'animo di Clemente VII, onde ridurre in servitù la sua terra natia, non possa pure operarsi nell'animo di Pio IX, onde assicurare la libertà all'Italia e alla Chiesa? (Bene! Benissimo!)
      Ma e se ciò non si avverasse? (Segni di attenzione) Se, per circostanze fatali alla Chiesa e all'Italia, l'animo del Pontefice non si mutasse, e rimanesse fermo nel respingere ogni maniera di accordo? Ebbene, o signori, non per ciò noi cesseremo dal proclamare altamente i principii che qui ora vi ho esposti, e che mi lusingo riceveranno da voi favorevole accoglienza; noi non cesseremo dal dire che, qualunque sia il modo con cui l'Italia giungerà alla città eterna, sia che vi giunga per accordo senza, giunta a Roma, appena avrà dichiarato decaduto il potere temporale, essa proclamerà il principio della separazione, ed attuerà immediatamente il principio della libertà della Chiesa sulle basi più larghe. (Bene! Bravo!) Quando noi avremo ciò operato; quando queste dottrine avranno ricevuto una solenne sanzione dal Parlamento nazionale; quando non sarà più lecito di porre in dubbio quali siano i veri sentimenti degli Italiani; quando sarà chiaro al mondo che essi non sono ostili alla religione dei loro padri, ma anzi desiderano e vogliono conservare questa religione nel loro paese, che bramano assicurarle i mezzi di prosperare e di svilupparsi abbattendo un potere, il quale fu un ostacolo non solo alla riorganizzazione d'Italia, ma eziandio allo svolgimento del Cattolicismo, io porto speranza che la gran maggioranza della società cattolica assolverà gli Italiani, e farà cadere su coloro a cui spetta la responsabilità delle conseguenze della lotta fatale che il Pontefice volesse impegnare contro la nazione, in mezzo alla quale esso risiede. (Applausi)
      Ma, signori. Dio disperda il fatale augurio! a rischio di essere accusato di abbandonarmi ad utopie, io nutro fiducia che, quando la proclamazione dei principii che ora ho fatta, e quando la consacrazione che voi ne farete saranno rese note al mondo e giungeranno a Roma nelle aule del Vaticano, io nutro fiducia, dico, che quelle fibre italiane che il partito reazionario non ha ancora potuto svellere interamente dall'animo di Pio IX, queste fibre vibreranno ancora, e si potrà compiere il più grande atto che popolo mai abbia compiuto. E così sarà dato alla stessa generazione di aver risuscitato una nazione, e d'aver fatto cosa più grande, più sublime ancora, cosa, la di cui influenza è incalcolabile: d'avere cioè riconciliato il Papato coll'autorità civile; di avere firmata la pace fra la Chiesa e lo Stato, fra lo spirito di religione ed i grandi principii della libertà. Sì, io spero, o signori, che ci sarà dato di compiere questi due grandi atti, i quali certamente tramanderanno alla più lontana posterità la benemerenza della presente generazione italiana. (Vivi applausi)

Camera dei Deputati 25 Marzo 1861
divisore
Carica:
Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro degli affari esteri e della marina.
Nomi citati:
Audinot, Re, Pontefice, cardinale Consalvi, imperatore Nicolò, Papa, Pellegrino Rossi, Minghetti, Arnaldo da Brescia, Dante, Savonarola, Sarpi, Giannone, Clemente VII, Pio IX, Carlo V.
Toponimi citati:
Roma, Italia, Europa, Londra, Parigi, Gran Bretagna, Francia, Torino, Sicilia, Alpi, Austria, Russia, Prussia, Romagne, Bologna, Po, Marche, Umbria, Tevere, Costantinopoli, Quirinale, San Petronio, Vaticano, Firenze.
Documenti correlati:
2848#, 2858#.

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