"A Carlo Pischedda

e a tutti coloro che in modo disinteressato hanno dedicato la loro vita allo studio ed alla divulgazione del pensiero del massimo esponente politico italiano degli ultimi due secoli, Camillo Benso di Cavour".

Camillo Cavour

La Famiglia, i Benso
 

I Benso formarono nell'epoca tardomedievale una delle sette famiglie «de albergo (gruppi di famiglie aristocratiche, legate da comuni interessi e rafforzati dalla comproprietà di una o più torri, costruite per difendersi non solo nelle lotte contro i plebei, ma anche in quelle tra nobili stessi)» o «ospizi» di Chieri insieme ai Balbo, Costa, Gribaldenghi, Merlenghi, Mercadillo e Pillori.
L'albergo più potente era quello dei «Balbi», al quale appartenevano, oltre ai Balbo, altre 27 famiglie.
Furono tutte famiglie affaccendate a guadagnare: alle attività rurali, produzione e vendita dei grani associavano floride attività commerciali e bancarie.
Gli storici non concordano sul nome del capostipite della famiglia.
Alcuni, come Monsignor Della Chiesa e Antonio Muratori, lo fanno risalire ad un certo Benzo, Messo Imperiale (986) dell'Imperatore Ottone III, di origine sassone.
Altri ritengono che la famiglia possa essere ricondotta a S.Benigno Bentio, Arcivescovo di Milano nel V secolo.
Altri ancora, rifacendosi ad una sentenza del 18 febbraio 1184, fanno risalire la famiglia ad un certo "Obertus de domina Bencia".

Nell'atto di vendita del 1191 Guillelmo Bensio comparve come uno degli acquirenti del feudo di Santena dalla Canonica del Salvatore di Torino.

Nel 1200 circa si ricorda un certo Uberto de Cario, ambasciatore del Comune di Asti, il quale trattò la pace tra Ardoino, Vescovo di Torino, ed i Comuni di Chieri e di Torino.
Da uno dei suoi figli, Matteo, nacquero Enrico, capostipite dei Benso Conti di Santena (estinti verso il 1734) e Giacomo, capostipite dei Benso di Ponticelli/Albugnano (estinti nel 1753), da cui discesero i Benso Marchesi di Cavour Conti di Isolabella Signori di Cellarengo e di Torre di Valgorrera.
Col passare degli anni nacquero, inoltre, i Benso di Ottiglio (estinto nel 1778) ed i Benso di Menabò/Mondonio (estinto nel 1763).

Il 28 marzo 1534 a Tunisi davanti ad un notaio italiano comparivano tre napoletani per far mettere per iscritto la loro intenzione di restituire al signor Goffredo Benso "mercante piemontese e suddito del duca di Savoia" ed al signor Alberto Floccari di Messina, ducati 385 e mezzo che i due avevano versato per liberare i tre disgraziati dalla schiavitù Luca Fontanabuona, Bernaba de Angelo e Giovanni di Corran. I tre dichiaravano di aver ricuperata la libertà per bontà, l'opera ed il denaro del Benso e del suo compagno.

Alcuni anni dopo, nel 1541, Goffredo Benso compare in u altro atto stipulato a Marsiglia. Un tal Jacques de Vegna dichiarava davanti a notaio che nel 1530 era partito da Marsiglia con una nave carica di merci, diretta in Barberia dove doveva imbarcare altra merce destinata a Livorno Ma in quest'ultimo viaggio era incappato nelle galee di Andrea Doria e quindi era stato dirottato su Genova. Ora a richiesta di un Luigi Benso dichiarava davanti a notaio che nella spedizione aveva avuto parte Goffredo Benso, il quale aveva versato 150 scudi d'oro.

Alcuni mercanti di Honfleur dichiaravano nel 1542 a Lione di esser stati nel 1532 in America con una nave Pellegrina e di essere riusciti a sbarcare a Ferrambourg, posto militare portoghese sulla costa del Brasile, di aver attaccato il forte, presolo, saccheggiatolo di molta legna detta "Bresil" e di altre merci che vi erano raccolte; poi avevano distrutto il forte portoghese, ricostruitone un altro che poi il re di Portogallo ricuperata la regione aveva fatto abbattere.
Anche questa dichiarazione il notaio registrò a richiesta del signor Luigi Benso ed a nome di Goffredo Benso.

L'infeudazione del Marchesato di Cavour ai Benso di Ponticelli avvenne nel 1649, quando il 10 novembre Carlo Emanuele II di Savoia conferì il titolo di I° Marchese di Cavour a Michele Antonio Benso, contro il pagamento di Lire 20.000 d'argento.
In effetti Michele Antonio pagò 16.000 lire in contanti, mentre 4.000 dovevano considerarsi "incontro" di un debito che il duca non era più in grado di restituire.

Il 20 giugno 1742, dopo una causa durata anni, la Regia Camera dei Conti riconobbe senza valore le patenti d'infeudazione del 1649. Il feudo di Cavour venne revocato ai Benso e reinserito nel Regio Patrimonio. Dopo cento giorni (il 28 settembre dello stesso anno) Michele Antonio Benso riuscì a ricomprarlo con un versamento di Lire 85.000.

Michele Antonio Benso (1707–1773) ebbe 16 tra figli maschi e femmine; il primogenito, Giuseppe Filippo, sposò Philippine de Sales ed ebbe un unico figlio, Michele.

Da Michele Benso di Cavour ed Adele de Sellon nacquero Gustavo e Camillo, il quale non si sposò mai.

Da Gustavo Benso ed Adelaide Lascaris di Ventimiglia nacquero Augusto (morto nel 1848 a 20 anni durante la battaglia di Goito), Giuseppina che sposò Carlo Alfieri di Sostegno, ed Aynardo, VII ed ultimo Marchese di Cavour, morto celibe.

Da Giuseppina Benso di Cavour e Carlo Alfieri di Sostegno nacquero Luisa (1852–1920) che sposò Emilio Visconti Venosta (1829-1914) e Adele, morta nubile.

Da Luisa Alfieri di Sostegno ed Emilio Visconti Venosta nacquero Paola (1877–1886), Carlo (1879–1942), Francesco (1880–1898), Enrico (1883–1945) morti celibi – quest'ultimo morì partigiano nella IIª guerra mondiale – e Giovanni (1887–1947), che sposò la Marchesa Margherita Pallavicino Mossi. Non ebbero figli.

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