Questo Paese, cosi' incline ai revisionismi e a discusse riabilitazioni, si era da tempo dimenticato del suo piu' grande statista, il conte Camillo Benso di Cavour. E' grande merito di questo Giornale, a cominciare dal primo grido di dolore di Gramellini, l'avere tratto dall'oblio, insieme all'intera vicenda risorgimentale nella quale affondano le nostre radici (specie quelle subalpine), questa figura cosi' complessa di cui ricorre nel 2010 il bicentenario della nascita, in attesa delle celebrazioni, nel 2011, del 150° anniversario dell'Unita' d'Italia. Della trascuratezza su Cavour e' testimonianza la vicenda della Fondazione che porta il suo nome, alla quale e' affidata la gestione del castello di famiglia, della tomba e dello splendido parco di Santena, ma che si regge soltanto per l'opera preziosa di volontari locali essendo priva di risorse proprie, carica di debiti e destinataria di apporti necessariamente ridotti da parte del Comune di Torino, e di altre saltuarie elargizioni tra le quali spicca ignominiosamente il versamento di 4. 000 euro annui (su un fabbisogno di oltre 300 mila annui) da parte del ministero dei Beni culturali. Sembra che il destino del conte Camillo Benso di Cavour sia stato quello di non attirare le simpatie. Non ebbe quelle dei principali contemporanei, da Garibaldi a d'Azeglio, e persino il suo re tento' di allontanarlo dal governo. Ma non gode una gran buona stampa neanche tra i posteri. La ragione va probabilmente ricercata nel nostro modesto sentimento nazionale. Un'altra ragione sta forse nello scostamento tra la personalita' di Cavour e le tendenze di una parte consistente del nostro popolo, quella descritta da Prezzolini nel suo «Codice della vita italiana». Questo aristocratico divenuto genuinamente liberale, attento alle aspettative dei poveri, ispirato dal suo pragmatismo del «giusto mezzo» ma ancorato a una solida preparazione intellettuale fondata sulle letture dei grandi filosofi, politologi, economisti e letterati, cresce nell'ambiente codino e reazionario della Corte sabauda post-Restaurazione e lotta con esponenti di un mondo politico oscillante tra il nullismo parolaio e rovinose velleita' rivoluzionarie. Se consideriamo talune attuali tendenze politiche e culturali del nostro Paese, le analogie si fanno stringenti e notiamo la stessa contrapposizione tra uomini inclini alla declamazione retorica e all'immobilismo sociale e un Cavour che, partendo da una formazione ingegneristica, diventa agricoltore di avanguardia, finanziere, giornalista, fautore di ogni innovazione tecnologica che oggi si direbbe di tipo strutturale, come l'apertura del traforo del Frejus, le ferrovie, il canale che porta il suo nome. L'anomalia Cavour sta nel conflitto tra la sua figura di europeo ante-litteram e l'atmosfera provinciale e campanilistica che, allora come ora, dominava l'opinione pubblica. Era di casa a Parigi e Londra, trovando nella calvinista Ginevra ospitalita' e scambio di idee con i parenti De La Rive; invece non ando' mai a Roma e a Napoli. Dobbiamo dedurne che si trattava di un antitaliano o di un modello di italiano del futuro? Presidente Fondazione Cavour-Santena
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