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"Il
Risorgimento" - Anno III, n. 633
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Torino,
15 gennaio 1850
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[Il commercio
genovese e i mercati asiatici]
Per opera di parecchi distinti
negozianti e banchieri stassi ordinando in Genova sopra larghe basi una
società collo scopo d'intraprendere il commercio delle Indie Orientali,
della China e dei mari australi. Da questo commercio trovavansi per lo passato
quasi affatto escluse le nazioni che non possedevano in quelle lontane contrade
colonie o stabilimenti marittimi: e le restrizioni e gl'incagli che l'Inghilterra
e l'Olanda imponevano sugli esteri navigli che approdavano nei porti sottoposti
al loro dominio, rendevano difficile per le altre potenze ogni traffico
diretto in quei mari, ed impossibile qualunque traffico indiretto.
Ma ora che queste nazioni sono entrambe sinceramente entrate nella via della
libertà commerciale, ed hanno abolito, o stanno per abolire, a favore
dei popoli che si dimostreranno pronti a seguire il loro esempio, ogni dazio
differenziale di navigazione e di dogana, i mari delle Indie, della China
e dell'Australia offrono un campo quasi senza limiti alle imprese delle
nazioni esperte nell'arte delle difficili navigazioni, e dotate di sufficiente
genio per dar opera alle più vaste operazioni commerciali.
Prima fra queste noi reputiamo potervi annoverare la nazione ligure, che
nel periodo trascorso dalla pace del '14 ai giorni nostri diede ripetute
e non dubbie prove di essere tuttora meritevole dell'antica fama dai suoi
avi acquistata. Infatti, ad onta della difficile condizione a cui si trovavano
per lo passato ridotte le potenze marittime secondarie, a cagione della
illiberale politica delle potenze maggiori, i genovesi seppero acquistare
la supremazia commerciale in alcune regioni dell'Oriente, e segnatamente
nel Mar Nero, e stabilire un esteso e proficuo commercio nelle vaste contrade
dell'America meridionale, a dispetto della concorrenza delle più
ricche e intraprendenti nazioni dei due emisferi.
Se sinora essi non spinsero i loro navigli oltre il Capo di Buona Speranza,
non fu certo difetto d'intelligenza o d'ardire; ma ciò deve attribuirsi
onninamente ai privilegi ed ai monopoli che favorivano in quelle regioni
i commercianti loro emuli.
Distrutti ora questi privilegi, aboliti questi monopoli, ammessi i genovesi
ad un eguale trattamento coi popoli che per l'addietro godevano speciali
favori, essi non si ristaranno, ne siam convinti, dal penetrare nei mari
dell'India e dell'Australia per partecipare ai benefizi del crescente commercio
dell'Europa col lontano Oriente.
Il commercio delle regioni oltre il Capo di Buona Speranza coi popoli europei
è andato in questi ultimi anni rapidamente svolgendosi, e pare destinato
ad acquistare una sempre maggiore importanza; onde non v'ha pericolo che
il numero dei navigli che ad esso si consacreranno, sia per riescire soverchio.
Se si pon mente in fatto agli straordinari progressi della produzione delle
lane nell'Australia, dei caffè nell'isola di Ceylon, dei cotoni nelle
Indie; al continuo incremento della consumazione del thé e delle
sete della China, del pepe ed altre spezie delle isole Malesi; degli indachi,
dei salnitri delle Indie ognuno rimarrà di leggieri convinto che
i bastimenti europei giunti nei mari orientali non saranno esposti a patire
un difetto di carico per operare proficuamente il loro ritorno.
I sovra enumerati prodotti trovavano già nei porti del Mediterraneo,
ed in quello di Genova in ispecie, un largo smercio. Ma per lo passato in
essi non giungevano direttamente dai paesi di produzione, ma bensì
dai porti di deposito (entrepôts) delle nazioni che serbavano intero
nelle loro mani il monopolio del commercio dell'Asia, l'Inghilterra e l'Olanda,
e quindi vi giungevano gravati di spese straordinarie.
Ora ch'essi potranno essere, importati direttamente con notevole risparmio
di spesa, ne crescerà senza fallo di molto il consumo. Perciò
havvi fondato motivo di credere che le importazioni dirette dall'Asia somministreranno
un vasto alimento al nostro commercio marittimo. Ma quand'anche ciò
non fosse, quand'anche per imprevedibili circostanze economiche non tornasse
acconcio ai nostri navigli il comporre carichi esclusivamente destinati
pel Mediterraneo, sarà sempre in loro facoltà, stante l'abolizione
dell'atto di navigazione, di ottenere un competente nolo facendo vela per
l'Inghilterra.
Se evidenti appaiono i vantaggi che Genova può ricavare dal commercio
d'importazione coll'Asia, più dubbi potranno sembrare a taluni i
risultamenti del commercio d'esportazione.
Infatti, essendo rimasti esclusi sinora i popoli del Mediterraneo dal commercio
asiatico, ben pochi dei loro prodotti sono esportati oltre il Capo di Buona
Speranza; l'Inghilterra e l'Olanda godono ancora in fatto del monopolio
dei mercati in quelle regioni. Onde non v'ha dubbio che in sul principio
i nostri commercianti incontreranno qualche difficoltà a sfogare
le produzioni del nostro paese; per ciò si richiederà intelligenza,
buona fede e soprattutto perseveranza. Con questi mezzi siam convinti che
essi otterranno risultati analoghi a quelli conseguiti nell'America meridionale,
e che in breve troveranno nelle Indie, nella China e nell'arcipelago Malesio,
mercati non men proficui ai prodotti del Mediterraneo di quanto sieno riusciti
quelli del Rio della Plata, del Brasile e del Chilì.
Già parecchi articoli delle nostre contrade sono indirettamente trasportati
nell'Asia, come i coralli, i marmi, le paste, i vini di liquore, le acquavite,
gli oli sopraffini, ecc. Il loro consumo crescerà senza fallo quando
i nostri commercianti, esportandoli direttamente, potranno smerciarli a
prezzo minore di quello che in ora si pratica dai negozianti inglesi ed
olandesi.
Crediamo quindi poter asserire che l'Asia offre al commercio genovese un
campo proficuo d'operazioni tanto pel commercio d'importazione, quanto per
quello di esportazione.
Un solo ostacolo potrebbe opporsi alla pronta attivazione delle operazioni
commerciali di Genova colle regioni asiatiche, ed è la vastità
dei capitali ch'esse richieggono, sia perché esse si raggirano sopra
materie di alto valore, e non possono realizzarsi se non dopo un lungo spazio
di tempo; sia pure perché la navigazione dei mari indiani rende necessaria
la costruzione di solidi e spaziosi bastimenti, assai più costosi
di quelli soliti a fabbricarsi nella Liguria.
Ma è appunto a rimuovere queste difficoltà che mira il progetto
di cui abbiamo discorso in capo di quest'articolo. Col riunire un capitale
di 3 milioni di lire, diviso in 300 azioni di 10.000 lire caduna, si verrà
a costituire una potente società, la quale disporrà di mezzi
bastevoli per far costrurre due o più navigli della portata e della
solidità delle migliori navi inglesi conosciute sotto il nome di
Indiamen, e per compiere, senza il sussidio del credito, vaste intraprese
commerciali colle lontane regioni asiatiche.
Noi non dubitiamo che tale utile progetto sarà tosto portato a compimento,
sia perché confidiamo nei lumi e nell'attività dei primi suoi
promotori, i sigg. Giacomo Millo, Paolo Sconnio e Giuseppe Gamba; sia perché
sappiamo che essi hanno di già ottenuto il concorso di parecchie
delle principali notabilità del commercio genovese, i sigg. Parodi,
Bombrini, Carlo Grendy, Penco ed altri.
Ma siccome Genova non sarà sola a profittare di questa grande impresa
commerciale, ma essa tornerà altresì giovevole alle altre
provincie dello Stato, che tutte più o meno partecipano al commercio
d'esportazione; noi vorremmo che anche ad essa si associassero i capitalisti
del Piemonte, onde la futura Compagnia Italiana delle Indie rivestisse un
vero carattere nazionale.
Noi facciamo fervidi voti pel buon andamento di questa società, confidando
ch'essa contribuirà non poco ad imprimere un rapido sviluppo a quello
spirito di associazione, che pare finalmente volersi risvegliare presso
di noi, e che solo può condurci a raggiungere quell'alto grado di
prosperità economica a cui la Provvidenza ha chiamato le regioni
subalpine, largheggiando loro tutti gli elementi materiali che possono fare
un popolo ricco e potente.
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