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"Il
Risorgimento" - Anno II, n. 613
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Torino,
19 dicembre 1849
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La stampa
Troviamo nel Corriere Mercantile
un articolo pieno di tutte quelle preoccupazioni, sulle quali i partigiani
della antica sinistra speculavano ne' momenti delle elezioni; e le quali
se si potevano lasciar trascorrere allora come innocenti manovre
della tattica elettorale, oggi esigono una pronta risposta, che noi per
parte nostra non vogliam. ritardare.
Il Corriere, appoggiandosi, per quanto pare, su qualche sua corrispondenza
di Torino, accredita colle sue riflessioni il timore che da parte del Governo,
e probabilmente ancora da parte della maggioranza della nuova Camera, s'intenda
proporre una legge di restrizione alla libertà di stampa.
Noi ignoriamo completamente se mai il Ministero abbia concepito, questo
disegno; ma possiamo con tutta franchezza asserire che se lo ha concepito,
sarebbe uno sbaglio lo spingerlo avanti ed impegnare in esso la maggioranza
della nuova Camera.
Quando noi diciamo restringere la libertà della stampa, crediamo
di esserci sufficientemente spiegati. Ma pure, a scanso di equivoci, intendiamo
prima di tutto che nella quistione della libertà non si complichi
una quistione di mera equità, e della quale abbiamo altra volta veduto
avvalersi abilmente i nostri avversari per gridare al colpo di Stato. Alludiamo
alla quistione del bollo. Per un inescusabile abuso, di cui il Ministero
ex-democratico ha la colpa maggiore, qualcuno de' nostri giornali è
stato esentato dal diritto di bollo. Ciò è un abuso, perché
nessun Ministero ha diritto di permettere che per un mezzo qualunque, diretto
o indiretto, la finanza sia defraudata, foss'anco di un soldo; perché
se la legge esiste, devono le sue applicazioni estendersi indistintamente
su tutti coloro che son destinati a restarne colpiti.
Per ispiegarci anche meglio, aggiungeremo che noi siamo avversi al bollo
in massima generale. In un paese nascente alla pubblicità, esso non
può essere una fonte di rendita per lo Stato. In un paese già
sviluppato il bollo è sempre una tassa imposta sopra il pensiero;
una necessità momentanea può spingere la finanza fino a trar
profitto pecuniario dal commercio delle idee, ma in generale, in tempi normali,
la più cattiva delle imposte sarebbe, secondo, noi, quella che attacca
direttamente il primo principio d'ogni prosperità sociale, la libera
e rapida circolazione delle idee.
Siam dunque, contrari al bollo; ma finché esiste, siamo anche più
contrari a qualunque sistema di privilegio, costituito in favore esclusivo
degli uni o degli altri. Se dunque, o dalla parte del Governo, o per iniziativa
della Camera, si parlasse di una legge che, non potendo per ora abolire
il bollo, avesse unicamente lo scopo di farlo pesare equabilmente su tutte
le stampe periodiche, noi certamente l'appoggeremmo.
All'incontro, noi saremmo decisamente contrari ad ogni legge che cadesse
in uno de' due seguenti difetti:
O servirsi del bollo come mezzo, indiretto di restringere la libertà
della stampa,
O ricorrere a qualcuna di quelle tante combinazioni che coll'intento, alle
volte lodevole, di frenare gli abusi di stampa, attaccano il principio della
libertà.
Per quanto ci sforzassimo di tener conto delle preoccupazioni di coloro
che ad ogni menomo abuso della stampa ricorrono a progetti di legge repressiva,
noi non arriviamo né a sentirne il bisogno, né a concepire
le loro speranze.
In materia di stampa noi non conosciamo che due leggi possibili: o la censura
o la libertà. Dal momento che non si tratti - come non si tratta
nel caso nostro - di ripristinare gli orrori della censura, l'unica legge
possibile, secondo, noi, e la migliore che possa farsi, si fa in due parole:
LA STAMPA È LIBERA.
Pochi uomini sono in grado di deplorare quanto noi gli abusi coi quali i
partiti e la malvagità privata ne snatura e degrada l'ufficio; quanto
noi che, usandone largamente, non abbiamo il rimorso di averne abusato,
e quanto noi, ai quali nessuna è mancata delle amarezze che il cattivo
giornalismo può dare.
Eppure pochi uomini forse saranno così religiosamente attaccati a
questa suprema delle guarentigie politiche, e così gelosi di non
vederla scemare per falsi ed esagerati timori.
Noi stimeremmo sempre imperfetto un sistema nel quale la legge lasciasse
impunito il delitto commesso per mezzo della parola; stimeremmo imperfetta
la legge che, o per debolezza, o per troppa elasticità, o per poca
precisione, riuscisse ingiusta, inefficace, agevole ad eludersi, difficile
ad applicarsi, mal graduata nelle pene che fulmini. Tutto ciò che
si possa ideare su questa linea, noi vorremmo pure discuterlo, e saremmo
disposti ad ammetterlo dal momento che ci sembrasse opportuno all'intento.
Ma non è così che troppo spesso si ragiona in materia di stampa.
La punizione del delitto fu talora il pretesto apparente. Si propongono
misure inefficaci, si difficulta l'espansione del pensiero, si tende a monopolizzarlo
in favore dei diversi partiti, si attraversa il talento povero, e il principio
della libertà conservato in massima, in pratica rimane immolato.
Ci pare impossibile che la nuova Camera pensi gittarsi in questa funestissima
via; non ne abbiamo il menomo indizio finora; e se dobbiamo aggiungere tutto
il nostro pensiero, la nuova Camera è troppo poco democratica per
potere commettere questo sbaglio.
D'altronde, noi non veggiamo il motivo che possa condurvela. Gli amici della
libertà sanno e dicono sempre che non è possibile godere i
vantaggi della stampa senza soffrirne gli inconvenienti; si è sempre
detto che essa, come la lancia di Achille, ferisce e sana ad un tempo. Ma
noi sappiamo un fatto di più: sappiamo che se vi è paese nel
mondo, degno di partecipare al beneficio della libera stampa, è il
Piemonte; se vi è popolo che, passando dalla censura alla libertà
ne abbia relativamente meno abusato, è questo. In due anni noi siamo
già pervenuti a un sistema di temperanza, che speriamo farà
sempre progressi.
Nella massa de' piemontesi, si dica checché si voglia, noi troviamo
una tacita avversione o indifferenza a tutto ciò che trapassi i limiti
dell'onesto e del ragionevole. La cattiva stampa grida e si affatica; la
buona penetra nelle menti e ne' cuori, e al trar dei conti è quella
che vince. Certe aberrazioni, certi attriti non mancano di tempo in tempo;
ma son fatti isolati, e la società non ne risente grave scossa. Due
parole di Vittorio Emanuele al suo popolo, trionfano di cento gazzette.
Perché dunque non riconoscere questo felice temperamento del nostro
carattere e non porlo a profitto per allevare la massa degli abitanti in
quel sistema di piena libertà, che popoli vecchi al regime costituzionale
avrebbero motivo di invidiarci, e perseverando nel quale, noi in pochissimo
tempo ci troveremo pervenuti ad un punto di maturità, a cui l'opera
di qualche secolo non è bastata per popoli diversamente temprati?
Questo è il nostro pensiero, ed abbiamo ragione di indovinare che
esso appartiene ugualmente al più gran numero de' nuovi deputati.
Una volta poi che possiamo stimarci sicuri dal lato loro, tutti i timori
che il Corriere deriva dalle pressioni esterne ci sembrano mal fondati.
La stampa piemontese, in massa, non sarà mai tale da trarci addosso
l'azione della diplomazia. Alle intemperanze particolari, agli atti isolati,
le leggi e i magistrati hanno e debbono avere i mezzi di provvedere. Che
poi dagli atti isolati possa sgorgare la pressione esterna, e giungere sino
a turbare l'andamento pacifico delle nostre istituzioni, questo è
timore, secondo noi, esagerato, è fantasma che in un sol caso potrebbe
divenire realità; quando noi stessi diventeremo così disaffezionati
alla libertà, da non saperla apprezzare, da non fare il menomo sforzo
per conservarcela intatta, da cedere al menomo urto che ci venga di fuori.
Ora noi conosciamo abbastanza gli uomini in mezzo ai quali siamo, e lo spirito
del Governo che ci regge, per esser tranquilli da quest'altro lato. La prossima
legge contro la stampa è una delle mille reazioni che i giornali
della sinistra han predette, e che probabilmente con sommo loro cordoglio
non si sono avverate finora, e non son fatte per avverarsi.
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